BATTI UN CINQUE – 1978, IL PRIMO TOUR DI HINAULT

luglio 2, 2020 by Redazione  
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Nel luglio del 1978 inizia l’era di Bernard Hinault al Tour de France, che debutta proprio nell’anno del ritiro dalle competizioni di Eddy Merckx, il suo predecessore nello speciale e ristretto albo d’oro che raduna i corridori che in carriera sono stati in grado di vincere cinque edizioni della Grande Boucle. Nonostante gli appena 23 anni e la mancanza di precedenti esperienze al Tour il corridore francese riesce subito a imporsi con distacchi da campione navigato, quasi tutti impressi nel corso dell’ultima tappa a cronometro.

23 anni, già tre stagioni da professionista alle spalle e un inizio di carriera in sordina, che l’aveva visto sbocciare l’anno prima vincendo Gand-Wevelgem, Liegi, Delfinato e Gran Premio delle Nazioni a cronometro. È con questo già nutrito curriculum che il giovane Bernard Hinault il 29 giugno del 1978 si presenta ai nastri di partenza del Tour de France. Nonostante nei mesi precedenti si sia imposto nella Vuelta conquistando ben cinque successi di tappa, i “bookmakers” faticano a inserire il bretone nel listino dei favoriti, sia per la giovane età, sia perché non ha nessuna esperienza di Grande Boucle, che affronta per la prima volta. Non si vedono, però, grandi stelle al via di quel Tour, perchè non c’è più Eddy Merckx, che pure inizialmente aveva messo la corsa francese nei suoi programmi e che poco più di un mese prima aveva annunciato il suo definitivo addio alle corse, mentre il vincitore uscente del Tour Bernard Thévenet non sembra attraversare un grande momento di forma e, infatti, concluderà anzitempo la corsa in un’annata che non lo vedrà mai vincente e a quota zero vittorie rimarrà nel 1978 anche il belga Lucien Van Impe, che il Tour l’aveva vinto due anni prima. Si guarda con interesse agli olandesi Hennie Kuiper e “Joop” Zoetemelk, entrambi già saliti sul secondo gradino del podio del Tour a Parigi; non si pensa troppo al portoghese Joaquim Agostinho, che in questa edizione otterrà il terzo posto finale; non si pensa per niente agli italiani, ma semplicemente perché nessun azzurro è iscritto alla corsa francese. C’è, però, un corridore che sembra risaltare nella starting list e che gode dei maggiori favoriti del pronostico, il ventisettenne belga Michel Pollentier, che quest’anno punta alla maglia gialla dopo aver vinto il Giro d’Italia nel 1977 e che si presenta al Tour qualche giorno dopo aver vinto il Delfinato e il campionato nazionale.

La partenza del 65° Tour de France è fissata fuori dai confini nazionali con un cronoprologo di 5 Km disegnato sulle strade della cittadina olandese di Leida, che viene conquistato da un corridore di casa. Il più veloce di tutti è, infatti, Jan Raas, che sotto la pioggia fa meglio di 2” del connazionale Gerrie Knetemann, mentre i corridori più attesi pagano rispettivamente quattro (Zoetemelk), otto (Kuiper), diciannove (Hinault), ventotto (Thévenet), trentuno (Van Impe) e quarantaquattro secondi (Pollentier e il suo compagno di squadra Agostinho).

Il secondo giorno prevede due semitappe, entrambe in linea e totalmente pianeggianti, la prima delle quali termina a Sint Willebrord, dove Raas vince ancora partendo secco a 900 metri dal traguardo e resistendo per un secondo alla rincorsa del gruppo, regolato allo sprint dall’ex campione del mondo Freddy Maertens. Per Raas c’è anche la gioia della maglia gialla, che non gli era stata assegnata il giorno prima per la decisione degli organizzatori di annullare il prologo ai fini della classifica a causa del maltempo. Il pomeriggio si arriva a Bruxelles dove Maertens incassa un altro secondo posto, preceduto dal suo connazionale Walter Planckaert mentre terzo si piazza Jean-François Pescheux, il corridore francese che – appesa la bici al chiodo – nel 1981 entrerà a far parte dello staff organizzativo del Tour arrivando a ricoprire, tra il 2005 e il 2013, l’incarico di direttore di corsa aggiunto al fianco di Christian Prudhomme.

Leggermente più insidiosa è la frazione che introduce la corsa in Francia e che prevede qualche tratto di pavè, non dei più celebri, prima di giungere al traguardo di Saint-Amand-les-Eaux, dove si assiste a un’altra conclusione allo sprint e a un’ennesima sconfitta da parte di Maertens, che oggi si piazza terzo preceduto dai francesi Jacques Esclassan e Yvon Bertin.

Alla vigilia della temuta cronosquadre di Caen si disputa un’interminabile frazione di trasferimento che ha la sua meta nella cittadina di Saint-Germain-en-Laye, alle porte di Parigi, e che il gruppo affronta al piccolo tratto, al punto che la media finale sarà di poco inferiore ai 33 Km/h. A 76 Km dal traguardo è collocata una facile “côte” di quarta categoria sulla quale si stacca la maglia gialla Raas, che successivamente riesce a recuperare e a terminare la tappa nel gruppo dei migliori, senza comunque aver più l’insegna del primato sulle spalle. Negli stessi frangenti della sua momentanea crisi s’era, infatti, involata una fuga di dieci elementi che giunge fino all’arrivo, dove s’impone il tedesco Klaus-Peter Thaler mentre in testa alla classifica si porta il francese Jacques Bossis, compagno di squadra di Hinault.

Nel frattempo il sonno ai primattori del Tour è realmente turbato dall’incubo della prova collettiva prevista il giorno successivo perché tra Évreux e Caen si dovranno percorrere ben 153 Km. Si tratta della cronosquadre più lunga della storia del Tour e si annunciano distacchi ciclopici, anche se l’organizzazione ha stabilito che per la classifica non sempre saranno conteggiati i distacchi effettivi ma solo quelli attribuiti dagli abbuoni previsti in ordine decrescente per i primi cinque corridori delle prime cinque formazioni classificate (due minuti per la prima, 1’20” per la seconda, uno per la terza, 40” per la quarta e 20” per la quinta). La squadra più attesa al varco è l’olandese TI-Raleigh – nella quale militano l’ex capoclassifica Raas e Kuiper e che può essere considerata l’antesignana delle odierne “corazzate” stile Mapei e INEOS – che riesce a imporsi per appena sette secondi sulla belga C&A di Van Impe, dopo che questa era sempre transitata al comando ai precedenti intermedi. 4’19” è il passivo patito dalla Miko-Mercier di Zoetemelk, terza, mentre le formazioni degli altri corridori più attesi pagano distacchi più pesanti: 5’15” la Renault-Gitane di Hinault, 6’20” la Flandria di Pollentier, 13′20″ la Peugeot di Thévenet. Alla fine di questa difficile cronosquadre passa in testa alla classifica il vincitore della tappa del giorno precedente Thaler, che pure corre nella TI-Raleigh e che si veste di giallo con 6” su Knetemann e 46” sul belga Joseph Bruyère. Tra i corridori più attesi il migliore è Kuiper, 9° a 3’05” da Thaler e che ha 57” di vantaggio su Van Impe e Zoetemelk, 1’20” su Hinault, 1’40” su Pollentier e due minuti esatti su Thévenet.

Un’altra lunga prova contro il tempo, individuale questa, si palesa all’orizzonte ma prima si devono affrontare tre facili frazioni che, a meno di sorprese, dovrebbero terminare in volata e la prima di queste vede finalmente prevalere Maertens, che sul traguardo di Mazé-Montgeoffroy regola l’olandese Gerben Karstens ed Esclassan. Non ci sarà, invece, il volatone a gruppo compatto l’indomani a Poitiers perché a 7 Km dall’arrivo un gruppetto di cinque corridori riesce a evadere dal gruppo e giungere fino al traguardo, che taglia con 27 secondi di vantaggio. Tra questi corridori ci sono l’irlandese Sean Kelly, che conquista la sua prima vittoria al Tour, e Knetemann, che grazie al mezzo minuto guadagnato leva per 21 secondi la maglia gialla dalle spalle del suo compagno di squadra Thaler.

La tappa di Bordeaux termina nuovamente allo sprint e ancora con il successo di Maertens ma non si rivela una passeggiata per gli uomini di classifica, perché accadono alcune cadute “eccellenti” come quelle di Thévenet e Hinault, con quest’ultimo costretto a cambiare bici e a ricorrere alle cure del medico dopo aver battuto il gomito sinistro. L’infortunio non è serio e non ne condiziona l’indomani il rendimento nella cronometro che da Saint-Émilion conduce a Sainte-Foy-la-Grande, nella quale il corridore francese emerge alla distanza con un finale di gara travolgente. Gli intermedi del 22° e del 35° Km lo vedono viaggiare con una ventina di secondi da recuperare da Maertens, poi Hinault inserisce il turbo e all’altro capo dei 59 Km e rotti della crono si presenta come vincitore della tappa, con 34” su Bruyère – che pure si era infortunato il giorno prima – e 56” sul belga. Per quanto riguarda gli altri big della classifica i cronometri sanciscono 59” di ritardo per Zoetemelk, 1’22” per Pollentier e 2’59” per Kuiper, mentre devono dire addio ai sogni di vittoria finale Thévenet e Van Impe, rispettivamente staccati di 4′37″ e 6′17″. Cambia ovviamente il leader della classifica perché ora a vestire la maglia gialla è Bruyère con 2’07” su Bossis e 2’56” su Knetemann, mentre Hinault è 4° a 3′32″, primo degli uomini di punta con 39” su Zoetemelk, 1’39” su Kuiper e 1’42” su Pollentier.

Dopo la pianeggiante tappa di Biarritz, che vede imporsi lo spagnolo Miguel María Lasa partendo a 800 metri dal traguardo e resistendo al ritorno del gruppo, debuttano i Pirenei con una frazione non particolarmente difficile di 191 Km che si conclude a Pau dopo aver affrontato le salite ai colli d’Ichère e di Marie-Blanque, inedito per la corsa francese, e un paio di pedalabili “côtes” a ridosso del traguardo. La gara dei big si accende sul Marie-Blanque, con Pollentier che transita in testa sul colle con 10” su Hinault e Zoetemelk, 14” su Kuiper e 31” sulla maglia gialla Bruyère. Sulle colline che movimentano il finale i migliori si ricompattano e si forma in testa alla corsa un gruppo di trentasei corridori dal quale ai meno cinque esce l’olandese Henk Lubberding, che contina nell’azione fino al traguardo, dove giunge con 30” di vantaggio sul plotone, regolato allo sprint dal francese Alain Patritti.

Molto più stimolante è il percorso del tappone che l’indomani conduce al traguardo in salita del Pla d’Adet, sopra Saint-Lary-Soulan, passando prima dai 2113 metri del Tourmalet e poi dai 1489 metri dal Col d’Aspin. Come il giorno precedente sul Marie-Blanque, anche sul Tourmalet il primo a transitare è Pollentier, che scollina con 5” sul francese Mariano Martínez, 18” su Hinault e Zoetemelk e 31” su Kuiper, mentre il leader della corsa Bruyère soffre maggiormente e accusa quasi tre minuti di ritardo. La discesa annulla i distacchi tra i migliori, poi sull’Aspin il belga riesce ancora a guadagnare una dozzina di secondi, per poi venir nuovamente raggiunto dopo lo scollinamento. All’inizio della salita finale va all’attacco Zoetemelk con Pollentier, poi il belga ci riprova con Martínez e in entrambe le occasioni Hinault torna sui primi, per poi tentare lui stesso l’azione sotto la “flamme rouge”. Alla fine a concludere trionfalmente il primo tappone è Martínez, che precede di 5” Hinault e Pollentier e di 19” Zoetemelk, mentre dietro ai corridori più attesi fioccano i distacchi, a partire dal minuto e mezzo accusato da Agostinho e da Kuiper. Bruyère, invece, lascia per strada 2’31”, ma riesce a mantenersi al vertice della classifica per poco più di un minuto, mentre al secondo posto si porta Hinault.

Il giorno successivo è suddiviso in due semitappe, la prima delle quali viene affrontata con la luna di traverso dal gruppo, che si lamenta per le levatacce alle quali i corridori sono costretti in queste particolari situazioni. Una protesta simile si era avuta anche al Giro d’Italia dell’anno prima, ma poi la rimostranza era rientrata e si era corsa regolarmente la tappa in circuito di Gabicce Mare, vinta da Maertens. Stavolta, invece, i corridori portano avanti il loro “sciopero bianco” fino al traguardo di Valence-d’Agen, arrivandovi in forte ritardo e poi scendendo di bici a 100 metri dalla linea d’arrivo, che varcano a piedi con Hinault in testa, e questo è un segnale dell’autorevolezza che il corridore francese è già riuscito a costruirsi addosso in pochi anni di professionismo. Al contrario, nella semitappa pomeridiana verso Tolosa si ritorna a correre sul serio ed è lo stesso Hinault a tentare la fuga, nonostante il percorso pianeggiante. Arrivato a guadagnare una dozzina di secondi, si fa poi riprendere e quindi si arriva allo sprint con il bis del transalpino Esclassan.

Un’altra impegnativa cronometro è alle porte, anticipata da una frazione disegnata sulle tormentate strade del Massiccio Centrale, con partenza fissata a Figeac e l’arrivo in dolce salita nella stazione di sport invernali di Super-Basse: qui i migliori si presentano tutti assieme, preceduti dal belga Paul Wellens, vincitore della tappa, dal francese Michel Laurent e da Agostinho, che ha via libera dal suo capitano Pollentier e guadagna una trentina di secondi.

La terza prova contro il tempo si disputa su di un tracciato molto impegnativo, 52 Km e 500 metri con la rampa di lanco collocata nel centro di Besse-en-Chandesse e il traguardo posto al termine dei ripidi sei chilometri della mitica ascesa del Puy de Dôme, in cima alla quale due anni prima si era imposto Zoetemelk. Ed è ancora il corridore olandese ha mettere la sua firma lassù, grazie anche al crollo verticale negli ultimi chilometri di Pollentier, che era transitato in testa a tutti gli intermedi ma poi si era “schiantato” sulla salita finale concludendo la tappa al secondo posto a 46″ da Zoetemelk. La terza piazza è per la maglia gialla Bruyère a 55”, che si difende egregiamente, mentre delude Hinault, soprattutto per chi si aspettava un exploit simile a quello visto nella crono disputata una settimana prima, perché il francese incassa il quarto posto con 1’40” di ritardo e perde la seconda posizione in classifica. Dopo la seconda crono è, infatti, terzo a 1′50” da Bruyère, con Zoetemelk secondo a poco più di un minuto e l’altro favorito Pollentier quarto a 2’38”.

La frazione successiva viene accorciata dagli organizzatori tagliando i primi 40 Km, senza così intaccare le fasi salienti che s’incontreranno nel finale di Saint-Étienne quando si deve affrontare la lunga ma non troppo difficile salita della Croix-de-Chabouret a 25 Km dal traguardo. Il primo a muoversi è Kuiper, che guadagna una trentina di secondi prima di essere ripreso a un chilometro dallo scollinamento, quando va in scena un ennesimo tentativo di Pollentier. La discesa annulla, però, gli effetti della salita e sul traguardo di Saint-Étienne piomba un folto gruppo di quaranta corridori a giocarsi il successo di tappa, conquistato da Hinault su Kelly e Maertens.

Arriva così l’atteso giorno dell’Alpe d’Huez, salita che il Tour ha riscoperto solo da tre anni dopo il lungo oblio successivo alla prima storica scalata del 1952, quando lassù si era imposto Fausto Coppi. L’ancora scarso albo d’oro dell’ascesa – che per adesso è ancora considerata di prima categoria perché l’”Hors Catégorie” sarà introdotta solo dall’edizione successiva – vede il nome del Campionissimo affiancato a quelli di Zoetemelk e Kuiper, che avevano vinto le tappe terminate sull’Alpe nel 1976 e nel 1977. Stavolta il primo a tagliare la linea d’arrivo è Pollentier, che era andato all’attacco sul Col du Luitel ed era riuscito a guadagnare fino a 3’20” prima di spegnersi lentamente sull’ascesa finale, che lo vede conservare appena 4” su Kuiper al traguardo. Poco più dietro sopraggiunge Hinault, terzo a 12”, Zoetemelk è quarto a 45”, il compagno di squadra del belga Agostinho è quinto a 1’38” mentre affonda il capoclassifica Bruyère, che si piazza 28° a oltre undici minuti di ritardo e deve dare l’addio alla maglia gialla, che va a fasciare proprio le spalle di Pollentier. I giornalisti al seguito del Tour già si preparano a impostare gli articoli nei quali annunceranno il successo del belga quando, improvvisa, arriva una doccia fredda: Pollentier è stato scoperto nel tentativo di frodare il controllo antidoping ed espulso dal Tour. Era successo che il corridore belga, anziché deporre nella provetta urina di “produzione propria”, vi aveva convogliato quella di un’altra persona, probabilmente di un membro dello staff della sua formazione, mediante un tubo collegato a una pompetta che Pollentier aveva collocato sotto l’ascella e che aveva svuotato con una serie di movimenti di spalle e gomito notati con sospetto dal tecnico di laboratorio preposto al controllo. Intuito l’inganno, si costringe il corridore e levarsi una prima volta la maglia gialla per controllare che sotto la divisa non ci fossero trucchi e poi, appurata la verità, a togliersela di nuovo, stavolta definitivamente per assegnarla al legittimo proprietario, l’olandese Zoetemelk, mentre il suo connazionale Kuiper viene chiamato sul palco dalla giuria per la premiazione del vincitore di tappa. Viene così riscritto l’ordine d’arrivo e poi anche la classifica, che ora vede “Joop” in testa con 14” su Hinault, 5’31” su Kuiper e 6’10” su Agostinho, che dopo la cacciata del suo capitano diviene l’uomo di punta della Flandria.

Il giorno di riposo serve anche per riprendersi dallo choc della vicenda Pollentier, poi ci si rimette in marcia con l’ultima frazione di montagna, che ha in serbo una difficile novità, l’inedita e impegnativa salita del Col de Joux-Plane, da affrontare nel finale della Grenoble – Morzine. È la tappa regina del Tour 1978 e fa sortire i suoi effetti selezionando fortemente il gruppo, anche se i primi due della classifica, Zoetemelk e Hinault, rimangono sempre assieme fino al traguardo, dove giungono quasi nove minuti e mezzo dopo l’arrivo del vincitore, il francese Christian Seznec, in fuga per quasi 180 Km. Anche Agostinho, che alla partenza era quarto in classifica, riesce a tenere il passo degli altri due campioni e guadagna anche una posizione a causa del ritiro di Kuiper, malamente ruzzolato nella discesa dal Col du Granier e costretto a salire in ambulanza con una clavicola fratturata.

La Flandria non ha perso le speranze di vincere il Tour e decide di mandare all’attacco Agostinho nella tappa in programma il giorno successivo, che prevede lo sconfinamento in Svizzera e un percorso di media montagna per raggiungere Losanna. L’allungo del corridore portoghese – che perderà la vita prematuramente nel 1984 in seguito ad un incidente avvenuto alla Volta ao Algarve (oggi gli è intitolato il Grande Prémio Internacional de Torres Vedras) – avviene poco prima dell’ingresso nel breve ma movimentato circuito finale assieme ad altri cinque corridori fuori classifica, come Knetemann e l’ex maglia gialla Bruyère, che si piazzano nell’ordine al traguardo mentre Agostinho riesce a recuperare quasi due minuti su Zoetemelk e Hinault, portando il suo ritardo a 4’07”.

Occasioni per tentare di ridurre ulteriormente lo svantaggio per il portoghese non ce ne sono più perché dopo la poco impegnativa tappa di Belfort – che termina con il successo del belga Marc Demeyer – è in programma la terza e ultima frazione a cronometro, nella quale Agostinho sicuramente sarà preceduto dai due corridori che attualmente lo precedono in classifica e che nelle altre due prove contro il tempo avevano sempre fatto registrare tempi migliori dei suoi. Il “sale” dei 72 km che si deveno percorrere tra Metz e Nancy è, invece, rappresentato dalla sfida che contrappone Zoetemelk a Hinault, ancora separati dai 14” registrati al termine della tappa dell’Alpe d’Huez. I due sembrano avere pari opportunità, essendosi imposti a turno nelle precedenti prove contro il tempo, ma la crono si risolve in un assolo del francese, che guadagna già 33” sull’olandese all’intertempo del 22° Km di gara per poi portare la sua supremazia sul rivale a più di quattro minuti sul traguardo di Nancy, dove precede di 1’01” Bruyère e di 1’58” Knetemann.

A 48 ore dalla conclusione ora nulla può mettere in discussione la netta vittoria finale del francese, anche perché le rimanenti frazioni saranno terreno di conquista per sprinter o per chi saprà sfruttarne l’occasione, come riusciranno a fare prima l’olandese Raas a Senlis e poi il suo connazionale Knetemann sugli Champs Élysées. E così a 23 anni d’età Bernard Hinault vince il suo primo Tour de France con distacchi da campione navigato: Zoetemelk è secondo a 3’23” e Agostinho è terzo 6’54”.

Mauro Facoltosi

LE ALTIMETRIE

Hinault e Kuiper allattacco sulla salita dellAlpe dHuez, il giorno della cacciata di Pollentier dal Tour per la nota vicenda del tentativo di frodare il controllo antidoping

Hinault e Kuiper all'attacco sulla salita dell'Alpe d'Huez, il giorno della "cacciata" di Pollentier dal Tour per la nota vicenda del tentativo di frodare il controllo antidoping

BATTI UN CINQUE – 1995, IL QUINTO TOUR DI INDURAIN

luglio 1, 2020 by Redazione  
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L’era Indurain terminerà ufficialmente il 6 luglio del 1996 sulla salita di Les Arcs. Un anno prima il campione spagnolo aveva vinto il suo quinto e ultimo Tour de France, un’edizione della Grande Boucle che aveva offerto agli italiani prima la gioia per i due successi di tappa di Marco Pantani e poi il dolore per la tragica scomparsa di Fabio Casartelli.

Un solo nome, un solo uomo. Fabio Casartelli.

Per gli italiani il Tour del 1995 non è il quinto vinto da Miguel Indurain, primo corridore riuscito a imporsi per cinque volte di fila nella storia. Non è nemmeno quello delle prime due vittorie di tappa conseguite da Marco Pantani sulle strade della Grande Boucle. Per tutti gli sportivi italiani, anche per quelli che non sono appassionati di ciclismo, l’edizione del 1995 rimarrà per sempre quella dell’immenso dolore patito il 18 luglio per la tragica scomparsa di Fabio Casartelli, evento che ammantò di lutto un Tour che si stava nuovamente avviando alla conclusione con un Indurain saldamente in maglia gialla, pur avendo avvertito lo spagnolo le prime avvisaglie del tempo che inserorabilmente trascorreva.

Quell’anno il Tour scatta dalla Bretagna con soli due corridori a spartirsi il ruolo di grandi favoriti per la vittoria finale perché l’unico in grado di contrastare Indurain sembrerebbe l’elvetico Tony Rominger, reduce da un Giro d’Italia che ha dominato incontrastato anche per l’assenza di avversari alla sua altezza. Al via ci sarebbe anche Marco Pantani, ma ci sono dubbi sulla sua condizione a causa dell’incidente in allenamento che l’ha costretto a saltare la Corsa Rosa e a ripiegare sul Tour de Suisse, dove ha comunque conquistato la tappa con arrivo in salita a Flumserberg. Alla fine, il Tour del primo si rivelerà fallimentare su tutta la linea, mentre quello del “Pirata” avrà un sapore agrodolce, condito da due successi di prestigio ma reso aspro dagli strascichi della caduta di due mesi prima e da una notte insonne che lo penalizzerà alla vigilia dello stesso tappone nel quale perderà la vita Casartelli. Alla fine i corridori che più si avvicineranno a Indurain saranno l’altro elvetico Alex Zülle e il sempre più sorprendente danese Bjarne Riis, proprio il corridore che l’anno successivo interromperà la serie di vittorie del corridore spagnolo, anche se poi ammetterà di aver fatto massiccio uso di doping proprio in quel periodo.

Il via da Saint-Brieuc è disastroso a causa di una tempesta che si abbatte sulla cittadina bretone la sera del cronoprologo, insolitamente da disputare in notturna, e che favorisce i pochi corridori che hanno preso il via quando ancora non ha cominciato a piovere. Tra questi c’è il francese Jacky Durand, che conquista all’asciutto la prima gialla, mentre i “big” vengono frenati dalla strada resa scivolosa dall’acqua e il primo dei nomi più attesi è quello di Rominger, trentesimo nell’ordine d’arrivo con 26 secondi di ritardo: l’elvetico parte con 5 secondi di vantaggio su Indurain, 11 su Chiappucci e 24 su Pantani, mentre non può essere classificato il corridore che più ambiva al successo, il cronoman britannico Chris Boardman, tornato a casa con polso e caviglia fratturati dopo esser stato centrato in pieno da una transenna scagliata via dal forte vento.

La prima frazione è un saliscendi continuo, costituita da una miriade di “côtes” che si susseguono lungo i 233 Km che da Dinan conducono a Lannion, dove il traguardo è posto in vetta a un ennesimo strappo, al termine del quale una cinquantina di corridori si contendono la vittoria, conquistata dal vicentino Fabio Baldato davanti al francese Laurent Jalabert e all’uzbeko Djamolidine Abdoujaparov. È la prima di quattro affermazioni italiane consecutive (in tutto saranno sei), alla quale l’indomani fa eco quella di Mario Cipollini sul traguardo della Perros Guirec – Vitré, che vede il passaggio della maglia gialla da Durand a Jalabert.

Il terzo giorno si disputa la poco amata cronometro a squadre che, come l’anno prima, si rivela fallimentare per la squadra di Pantani, le cui critiche stavolta saranno recepite dagli organizzatori, che la depenneranno dal programma del Tour fino al 2000, per poi tornare abituale nel periodo del settennato di Armstrong e quindi divenire una presenza “una tantum” del percorso della Grande Boucle negli anni più recenti. Di ben tre minuti e undici secondi è, infatti, il pesante passivo della Carrera al termine dei 67 Km della Mayenne – Alençon, che vedono la vittoria a quasi 55 Km orari della formazione italiana Gewiss-Ballan, la squadra di Riis, il cui tempo è migliore per 35” rispetto a quello della Once di Zülle e Jalabert, mentre la Banesto di Indurain è terza a 59” e la Mapei-GB di Rominger quarta a 1’33”.

Jalabert ha conservato la maglia gialla dopo la cronosquadre ma ha i secondi contati perché sono solo otto quelli che lo separano dal secondo posto di Ivan Gotti, che ventiquattore più tardi si ritrova senza far nulla la maglia gialla sulle spalle. A far tutto è una rotatoria a due chilometri e mezzo dal traguardo di Le Havre, all’imbocco della quale una caduta spacca il gruppo in due con quasi 150 corridori che rimangono nella prima parte – dove c’è Cipollini, che conquista il bis dopo la vittoria di Vitré – mentre tutti gli altri giungono al traguardo alla spicciolata e tra questi c’è Jalabert, che perde 50 secondi e la maglia di capo della classifica, ora indossata dallo scalatore bergamasco con appena un secondo di vantaggio sul compagno di squadra Riis.

Terminata allo sprint con la vittoria dell’olandese Jeroen Blijlevens l’interminabile e velocissima tappa da Fécamp a Dunkerque (261 Km percorsi a oltre 44 Km/h grazie al vento a favore), il Tour giunge sulle strade del Belgio dove sono previste tre frazioni proposte in crescendo di difficoltà. La prima è ancora favorevole ai velocisti ma nell’affrontare l’ultimo chilometro, forse a causa della lieve pendenza che lo caratterizza, il gruppo si sgrana leggermente e si causano un paio di buchi che la giuria conteggia come secondi di distacco: e così, mentre il tedesco Erik Zabel festeggia il successo di tappa, Gotti ha l’amara sorpresa di trovarsi spodestato per due secondi da Riis.

La settima tappa presenta un percorso intrigante e insidioso, proposto alla vigilia della prima delle due cronometro lunghe. Si devono percorrere 203 Km alla volta di Liegi e il tracciato pare proprio una versione ridotta della “Doyenne”, con ben 10 GPM che sicuramente ispireranno qualcuno tra gli avversari di Indurain. Con grande sorpresa di tutti, dopo un tentativo subito riassorbito di Jalabert sulla Haute-Levée, è lo spagnolo a muoversi, prima accodandosi a un gruppetto andato all’attacco sul Mont-Theux e poi andando a seguire il belga Johan Bruyneel, con il quale percorre gli ultimi 25 Km. Al traguardo, dove il belga si prende tappa e maglia gialla, il gruppo inseguitore con dentro tutti gli altri favoriti giunge cinquanta secondi più tardi e in tanti si chiedono il perché di questa imprevista azione del corridore spagnolo.

Probabilmente il navarro sente il peso degli anni che passano (la settimana successiva compirà 31 anni), teme di non essere più potente a cronometro come in passato e per questo motivo s’è lanciato nella mischia nella frazione del giorno prima, per vedere se riusciva a guadagnare qualcosa prima della crono. E ha fatto bene perché l’indomani non renderà come al solito nella difficile prova contro il tempo che Jean-Marie Leblanc ha disegnato per 54 Km tra Huy e Seraing, nonostante la vinca a una velocità comunque rilevante, di quasi 50.5 Km/h. Sono i distacchi a non essere quelli soliti: al penultimo intermedio è arrivato ad avere la miseria di cinque secondi di vantaggio su Riis, che diventano dodici a un traguardo dove anche Rominger riesce a limitare i danni piazzandosi terzo a 58”. Più elevati sono i passivi di altri corridori di punta come Jalabert (6° a 2’36”) e Zülle (10° a 3’56”) mentre l’unico tra i grandi a non riuscire ad approfittare di questo momento di appannamento dello spagnolo è Pantani, che incassa quasi otto minuti di ritardo, non solo a causa dei postumi della caduta avvenuta prima del Giro – che in vista delle frazioni alpine saranno risolti dai massaggiatori della Carrera dopo l’improducente visita da un chiropratico belga – ma anche e soprattutto per la sua scelta di voler gareggiare in quel Tour con pedivelle diverse da quelle che utilizza abitualmente e che gli provocano nei primi giorni una sorta di problema di “ambientazione”. Intanto, la situazione in classifica alla vigilia delle Alpi vede Indurain in giallo con 23” su Riis, 2’20” sul vincitore del Giro dell’anno prima Eugeni Berzin, 2’32” su Rominger, 2’46” su Jalabert, 4’29” su Zülle e 11’27” su Pantani.

Le montagne iniziano subito dopo il riposo e serpeggia un po’ di timore perché è ancora vivo il ricordo dell’ecatombe che nel 1993 aveva provocato il tappone di Serre-Chevalier, affrontato a “freddo” subito dopo il giorno di sosta e che aveva visto affondare irrimediabilmente i corridori italiani. Stavolta, invece, pur fioccando i distacchi sul traguardo in salita della Plagne, non si assistono ai crolli verticali visti due anni prima mentre Indurain dimostra di non aver perso per nulla il suo smalto in salita staccando i rivali sull’ascesa finale. Il navarro riesce, infatti, a guadagnare quasi due minuti e mezzo su Pantani, quattro su Rominger, cinque minuti e mezzo su Jalabert e qualcosina di più su Riis, mentre l’unico a sfuggire al suo controllo è Zülle, che era in fuga già da una novantina di chilometri e riesce a guadagnare due minuti sulla maglia gialla, ora ben più salda sulle spalle dello spagnolo. “Miguelon”, infatti, a questo punto vanta già 2’27” su Zülle, 5’58” su Riis, 6’35” su Rominger, 8’14” su Jalabert e 14’02” su Pantani, oggi risalito dalla 34a all’undicesima posizione in classifica.

Il giorno dopo si ritorna sull’Alpe d’Huez, sulla quale dodici mesi prima Pantani aveva fatto realizzare il miglior tempo di scalata, senza però riuscire a cogliere il successo di tappa. Stavolta gli va decisamente meglio perché riesce ad ottenere la sua prima vittoria al Tour, a staccare di un minuto e mezzo Indurain, Zülle e Riis e a migliorare di 13 secondi il suo record portandolo a 36′40″, un “tempone” che da allora più nessuno è riuscito a perfezionare. Tra gli altri favoriti, Jalabert giunge al traguardo 2’26” dopo l’arrivo del “Pirata” mentre il distacco di Rominger supera di poco i 3 minuti e al termine della due giorni alpina Indurain guarda ancora tutti dall’alto in basso con 2’27” su Zülle, sei minuti spaccati su Riis, 8’19” su Rominger, 9’16” su Jalabert e 12’38” su Pantani, che ha guadagnato altre piazze in classifica e ora è settimo.

Dopo la tappa di Saint-Étienne, vinta dell’ex italiano Maximilian Sciandri (italo-inglese, da febbraio ha deciso di correre con il passaporto britannico per poter disputare il mondiale con la nazionale di quello stato, non essendo mai stato selezionato da Alfredo Martini), sulle tormentate strade del Massiccio Centrale si disputa una frazione destinata a rimanere nella storia, al punto che da quel giorno la ripida salita finale verso il traguardo di Mende cambierà nome e da “Côte de la Croix Neuve” diventerà per tutti, e non solo per i francesi, la “Montée Laurent Jalabert”. Nel giorno della festa nazionale il corridore transalpino s’inventa una fuga di quasi 200 Km – assieme ad altri corridori che poi stacca sull’ascesa finale – che lo porta a guadagnare quasi sei minuti, grazie ai quali torna a risalire sul podio, portandosi al terzo posto della classifica con 3’35” di ritardo da Indurain.

Un’altra tappa di trasferimento (a Revel s’impone l’ucraino Serguei Outschakov davanti all’americano Lance Armstrong) precede l’assalto ai Pirenei, sui quali Pantani ribadisce d’esser scalatore dotato di fondo attaccando lontano dal traguardo, quando ancora mancano 40 Km all’approdo nella stazione di sport invernali di Guzet-Neige. Fa il vuoto sotto la pioggia, si presenta 43 secondi prima di Indurain sulla vetta del Port de Lers, poi incrementa il suo vantaggio sui colli successivi portandolo ai due minuti e mezzo con i quali taglia la linea d’arrivo, mentre il suo passivo da colmare in classifica è ora di quasi dieci minuti, tanti se si pensa sono rimaste solo due tappe a disposizione degli scalatori e di queste solo la prima è utile per tentare di accorciare le distanze dalla maglia gialla.

C’è ancora un giorno di riposo, durante il quale Pantani ne approfitta per fare “acquisti” (ne riparliamo più sotto), poi si deve affrontare l’ultimo tappone del Tour 1995, 206 Km e sei colli da scavalcare tra Saint-Girons e Cauterets, traguardo che ha già fatto impazzire gli organizzatori, costretti qualche mese prima a cambiare la salita finale – rinunciando a quella diretta alla località Pont d’Espagne per quella che conduce a Crête du Lys – a causa della protesta degli ambientalisti che aveva minacciato di boicottare la tappa. Tutti gli occhi sono puntati su Pantani, ma è il suo collega Richard Virenque ad andare a bottino presentandosi tutto solo al traguardo con 1’17” su Chiappucci e due minuti e mezzo su Riis, Indurain e Zülle, mentre torna a perdere le ruote dei migliori Jalabert, che accusa oltre quattro minuti di ritardo a Cauterets. Ancora peggio fa Pantani, che accusa quasi un quarto d’ora di passivo senza mai esser entrato nel vivo della corsa a causa della notte insonne trascorsa qualche ora prima. Tutta colpa dell’”acquisto” effettuato durante il giorno di riposo, un cavallo che porterà nella sua Cesenatico ma che gli costa una brutta infreddatura durante la visita al maneggio nel quale si era recato per comprarlo. Ai dolori corporali per questa mezza influenza si unisce poi il peso che si porta nel cuore dopo che dall’ammiraglia l’hanno avvisato di quanto successo in corsa, al 34° Km di gara, quando lungo la discesa dal Portet d’Aspet, il primo dei sei colli in programma, s’era spenta la vita di Fabio Casartelli. Il corridore comasco, che il mondo dello sport aveva conosciuto quando nel 1992 aveva conquistato l’oro nella gara su strada alle olimpiadi di Barcellona, era caduto in una maledetta curva che aveva tradito anche altri corridori, come il francese Dante Rezze, che in quel drammatico capitombolo era volato fuori dalla strada, precipitando nella scarpata dalla quale lo estrarranno i soccorritori. A questi appare ben più drammatica la situazione dell’italiano, come i telespettatori avevano già avuto modo di notare dalle veloci immagini riprese della moto della tv francese, che immortalano Fabio a terra, rannicchiato come se stesso dormendo col capo appoggiato a un cuscino d’asfalto e sangue, tanto sangue. Ha battuto il capo contro un paracarro e il danno subìto è purtrippo irrimediabile: la disperata corsa in elicottero verso l’ospedale di Tarbes è inutile e ai medici non rimane che comunicare la notizia del decesso dell’atleta.

L’indomani non c’è voglia di correre. Era già successo, in passato, che si disputasse regolarmente la tappa il giorno dopo la morte in corsa di un corridore, ma stavolta c’è una sensibilità diversa in gruppo e si decide di dedicargli quella che doveva essere l’ultima frazione di montagna. I 237 Km che si devono percorrere tra Tarbes e Pau prevedono cinque colli, tra i quali l’Aubisque e il Soudet, ma nulla succede perché tutti rimangono compatti, realizzando un mesto corteo funebre che vede i corridori rimanere in sella otto ore solo per omaggiare il compagno di viaggio deceduto. All’ultimo chilometro vengono fatti avvantaggiare i corridori della Motorola, la formazione di Casartelli, poi si dispone che i premi in programma fra traguardi volanti e gran premi della montagna, vengano destinati ad Annalisa, la giovane moglie di Fabio che appena due mesi prima aveva dato alla luce un bambino.

Il giorno del funerale di Fabio si corre la tappa di Bordeaux, vinta allo sprint da Zabel, poi Armstrong trova l’occasione per dedicare personalmente un successo al compagno di squadra che non c’è più. Lo fa all’ultima occasione utile, azzeccando la fuga tra Montpon-Ménestérol e Limoges, traguardo al quale si presenta puntando gli indici al cielo e mandando baci verso le nuvole.

Asciugate per l’ennesima volta le lacrime, il sipario torna ad alzarsi sull’alta classifica nella seconda e ultima delle cronometro individuali previste dal tracciato. Sul tortuoso circuito del Lac de Vassivière stavolta Indurain è autore di una prestizione migliore rispetto a quella della crono belga, nella quale i corridori che gli arrivano più vicino sono gli stessi di Seraing, con Riis e Rominger che accusano rispettivamente 48” e 1’05” di ritardo.
Ventiquattore più tardi il successo a Parigi di Abdoujaparov mette i sigilli al quinto e ultimo Tour a “trazione Indurain”, vinto dal corridore iberico con 4’35” su Zülle, 6’47” su Riis, 8’24” su Jalabert, 16’46” su Rominger e 13’21” su Pantani.

L’era Indurain si chiuderà ufficialmente un anno più tardi, il 6 luglio nel 1996, nel corso del tappone alpino di Les Arcs. Sarà quella un’edizione atipica per le condizioni meteo che si patiranno nella prima settimana, quando un luglio insolitamente freddo costringerà – per la prima e unica volta nella storia – a modificare una tappa a causa della neve. L’inizio del Tour non è troppo negativo per il corridore spagnolo, che accusa 12 secondi di ritardo da Zülle nel cronoprologo di ’s-Hertogenbosch. Stavolta non è prevista la cronosquadre e la prima crono lunga s’affronterà solo dopo la prima tappa di montagna, che da Chambéry conduce all’inedito traguardo di Les Arcs. Indurain controlla come al solito e fino a tre chilometri e mezzo dal traguardo non ci sono sorprese. Ma il navarro, forse a causa delle temperature eccezionalmente fresche, non ha bevuto a dovere ed è vittima d’una crisi di sete che lo porta ad accusare più di quattro minuti dal francese Luc Leblanc e qualcosa meno sugli altri avversari. La cronoscalata dell’indomani verso Val-d’Isère vede ancora in scena un Indurain oramai “impallidito” rispetto al corridore che fino all’anno prima dominava le prove contro il tempo e anche nelle successive tappe di montagna non riuscirà più a recuperare il terreno perduto e, anzi, perderà ancora parecchi minuti. Si rivedrà il solito asso acchiappatutto a cronometro solo nella tappa contro il tempo del penultimo giorno a Saint-Emilion, dove tornerà a staccare pesantemente tutti gli altri avversari ma si troverà a fare i conti con un 22enne, Jan Ullrich da Rostock, che riuscirà per 56 secondi a far meglio dell’oramai 32enne navarro di Villava.

L’era Indurain è terminata.

Mauro Facoltosi

LE ALTIMETRIE

BATTI UN CINQUE – 1994, IL QUARTO TOUR DI INDURAIN

giugno 30, 2020 by Redazione  
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Tramontata l’era di Chiappucci e Bugno al Tour irrompono sulle scene della Grande Boucle il russo Piotr Ugrumov e il romagnolo Marco Pantani, i due scalatori che nelle più recenti edizioni del Giro avevano messo alle corde Indurain in salita. Non ce la faranno nemmeno loro a impedirgli la quarta vittoria al Tour ma gli finiranno alle spalle, con il “Pirata” che conferma anche sulle strade francesi le doti messe in mostra alla Corsa Rosa un mese prima.

Piotr Ugrumov. Marco Pantani. E un uomo che si dibatte insonne nel letto.

Se alla vigilia della partenza del Tour del 1994 Miguel Indurain avesse avuto gli incubi, sicuramente i protagonisti di questi sogni sarebbero stati loro due. Il russo al Giro del 1993 era stato il primo a metterlo in crisi in salita, era successo salendo verso Oropa nella penultima giornata di una corsa che il navarro era comunque riuscito a vincere, con 58” di vantaggio su Ugrumov. L’italiano aveva fatto di “peggio” (o di meglio, a seconda dei punti di vista): un mese prima nel tappone dell’Aprica lo aveva pesantemente staccato in salita e poi lo aveva sopravanzato in classifica a Milano, anche se il successo finale era andato a un terzo corridore che li aveva preceduti entrambi, Eugeni Berzin, altro russo.

E adesso al Tour che si accinge a partire da Lilla li avrebbe trovati in gara tutte e due, il primo alla sua seconda esperienza dopo aver preso parte all’edizione del 1990 (terminata in 45a posizione) e il secondo al debutto assoluto. Oltre a guardarsi da questi due pericolosi avversari Indurain dovrà poi fronteggiare anche Tony Romiger, che l’anno precedente era giunto secondo in classifica dopo essersi “permesso” di batterlo nell’ultima cronometro, ma fortunatamente per lui il corridore elvetico uscirà di scena alla prima tappa di montagna, messo ko da un’intossicazione alimentare. In gara ci sono ancora Claudio Chiappucci e Gianni Bugno, i due corridori che fino a qualche stagione fa erano le due “punte” italiane al Tour ma che ora si ritrovano con le armi spuntate: entrambi finiranno la corsa anticipatamente, imboccata la strada che lentemente li porterà al ritiro agonistico nel 1998.

La prima sfida tra i corridori che ambiscono a vestirsi in giallo a Parigi si svolge sui sette pianeggianti chilometri del cronoprologo di Lilla, che si conclude favorevolmente per Indurain: il campione spagnolo riesce a staccare di 4” Rominger, di 18” Chiappucci, di 20” Ugrumov, di 39” Bugno e di 41” Pantani, ma non è sua la prima maglia gialla perché meglio di lui fa per 15 secondi l’ex recordman dell’ora Chris Boardman (ad aprile il connazionale Graeme Obree si era ripreso il primato), che nell’occasione fa registrare la media più veloce della storia del Tour (55.152 Km/h).

La prima tappa è un piattone di 234 Km in direzione di Armentières, attraversando le terre dell’”Inferno del Nord” ma senza proporre nemmeno un tratto di pavè. Nonostante questo l’inferno si scatena per davvero perché, alle spalle della vittoria dell’uzbeko Djamolidine Abdoujaparov, sul rettilineo d’arrivo un poliziotto provoca una delle più spaventose cadute della storia del Tour. Doveva trattenere la folla entro le transenne e invece è lui a sporgersi verso il gruppo per scattare una foto, finendo per essere centrato in pieno petto dalla testa del velocista belga Wilfried Nelissen. La caduta dei due innesca un ruzzolone generale, con il gruppo che salta letteralmente per aria per poi piombare sull’asfalto, sul quale il francese Laurent Jalabert lascia parte della sua dentatura e la prima parte della sua carriera. Sarà l’unico a uscirne avantaggiato perché dopo questa giornata deciderà di non lanciarsi più nella mischia degli sprint e si scoprirà corridore in grado di emergere a cronometro e in salita grazie ai suggerimenti del suo medico curante, che durante la convalescenza gli consiglierà di camminare a lungo nell’acqua del mare, potenziando così maggiormente la muscolatura delle gambe.

Altro sprint (stavolta senza incidenti) nella Roubaix – Boulogne-sur –Mer, vinta dall’olandese Jean-Paul Van Poppel, poi arriva il giorno della cronometro a squadre, per la quale è stato predisposto un impegnativo tracciato di 66,5 Km, caratterizzato anche da alcuni saliscendi e disegnato tra Calais e il piazzale dell’Eurotunnel sotto la Manica, che era stato inaugurato due mesi prima. Come l’anno precedente a imporsi è la GB-MG, mentre stavolta la Carrera di Chiappucci e Pantani, che nelle cronosquadre più recenti era stata la migliore tra le formazioni dei big, incassa la prestazione peggiore, preceduta di 33” dal Team Polti di Bugno, di 54” dalla Gewiss-Ballan di Ugrumov, di 1’14” dalla Mapei-Clas di Rominger e di 1’38” dalla Banesto di Indurain.

È prevista a questo punto una trasferta di 48 ore in Gran Bretagna che porta bene ai corridori italiani, a cominciare dalla conquista della maglia gialla da parte del trevigiano Flavio Vanzella, che sul traguardo della Dover – Brighton si piazza terzo a 20” dal vincitore – lo spagnolo Francisco Cabello – e riesce per quattro secondi a togliere le insegne del primato dalle spalle del suo compagno di squadra Johan Museeuw. A completare la festa azzurra oltremanica è l’indomani il successo allo sprint del veronese Nicola Milani, che a Portsmouth anticipa il tedesco Olaf Ludwig e il corregionale Silvio Martinello.

Tornato in patria, il Tour continua a parlare italiano grazie al milanese Gianluca Bortolami, che s’impone nell’interminabile Cherbourg – Rennes, 270 Km che vedono andare in porto una fuga da lontano di sette corridori, giunta al traguardo con 46” di vantaggio sul gruppo e una nuova maglia gialla, il britannico Sean Yates, che oltre a toglierla a Vanzella la nega per un solo secondo a Bortolami.

Un nuovo cambio al vertice è all’orizzonte e l’avvicendamento si concretizza il giorno successivo all’arrivo di un’altra tappa particolarmente lunga, che vede i corridori pedalare alla volta del parco Futuroscope per quasi 260 Km, 155 dei quali percorsi in fuga solitaria dal veronese Eros Poli, che oggi sarà raggiunto dal gruppo ma che più avanti troverà un’altra occasione per farsi notare. Intanto grazie ai secondi racimolati in abbuoni strada facendo il belga Museeuw riesce a strappare la maglia gialla a Yates, mentre lo sprint finale vede il ceco Ján Svorada transitare per primo sulla linea d’arrivo davanti ad Abdoujaparov e Ludwig.

Dopo una tappa semicollinare da Poitiers a Trélissac, che vede ancora arriva la fuga con vittoria del danese “Bo” Hamburger, si giunge all’appuntamento più temuto e allo stesso momento attesto dagli avversari di Indurain, una lunga e veloce cronometro che da Périgueux conduce fino a Bergerac. Le pessime prestazioni che “Miguelon” aveva fornito nelle due crono del Giro d’Italia, unite al ricordo della tappa dell’anno precedente che l’aveva visto battuto da Rominger sul suo terreno prediletto, lasciano immaginare altri scenari simili, ma non sarà così perchè il capitano della Banesto dimostra sulle filanti strade della Dordogna d’aver ampiamente superato i problemi che lo avevano condizionato alla Corsa Rosa ed è autore di una gara “monstre” che fa tornare alla mente la sua vittoria di due anni prima in Lussemburgo: percorre i 64 Km del tracciato in 1h15’58”, a una media di 50.539 Km/h, e affibbia distacchi che fanno male, dai due minuti patiti da Rominger ai 6’04” di Ugrumov, per non parlare degli undici minuti perduti da Pantani.

Con queste premesse si attendono febbrilmente i Pirenei, preceduti da una vallonata tappa di trasferimento che termina a Cahors con il successo in solitaria del francese Jacky Durand, che al traguardo precede di 55” il bergamasco Marco Serpellini, in precedenza in fuga con lui e altri due compagni d’avventura, Bortolami e l’australiano Stephen Hodge.

La prima frazione pirenaica è un’altra sbornia di chilometri, 259.5 Km per la precisione, totalmente pianeggiante fino ai piedi dell’inedita salita finale verso la stazione di sport invernali di Hautacam, che amministrativamente appartiene al municipio di Beaucens ma che gli organizzatori hanno accomunato nella nomenclatura del Tour a quello di Lourdes, la cittadina del celebre santuario mariano distante una ventina di chilometri. E, nonostante un impenetrabile nebbione, la Madonna per davvero appare a qualcuno, come a Chiappucci, che soffre come un cane a causa di un’intossicazione alimentare contratta in albergo, lo stesso nel quale alloggiava la formazione di Rominger, che pure ne patisce. E quando la maglia gialla s’accorge che l’avversario elvetico è in crisi lo attacca duramente con un’azione alla quale resiste solo il francese Luc Leblanc, al quale lascia la vittoria, e che gli permette di andare a riprendere Pantani, che con un precedente scatto era riuscito a guadagnare una quarantina di secondi: il “Pirata” giunge terzo al traguardo con 18 secondi di ritardo, Ugrumov è 6° a 1’26”, Rominger 16° a 2’21” mentre Chiappucci, che durante la tappa è stato costretto a fermarsi più volte per vomitare e che si ritirerà durante il successivo giorno di riposo, conclude la tappa tra gli ultimi di giornata con un ritardo di quasi 24 minuti.

Più fortuna ha Pantani nel tappone di Luz Ardiden perché Indurain stavolta preferisce non inferire ulteriormente sul delibitato Rominger, che a differenza di Chiappucci non si è ritirato (ma lo farà a breve) e oggi perde altri tre minuti dallo spagnolo. Così lo scalatore di Cesenatico riesce a capitalizzare l’attacco che mette in scena sul Tourmalet, pur sfuggendogli la vittoria di tappa perché a quel punto è oramai imprendibile Richard Virenque, in fuga sin dal Peyresourde e in testa alla corsa con più di sette minuti di vantaggio. Al traguardo il francese si presenta in solitaria quattro minuti e mezzo prima dell’arrivo di Marco, che a sua volta riesce a precedere di tre minuti la maglia gialla, giunta all’uscita dai Pirenei con il Tour in tasca ermeticamente chiusa. Ora, infatti, lo spagnolo ha ben otto minuti di vantaggio su Virenque, che ha lo stesso distacco in classifica di Rominger, mentre Pantani è 8° a 11′55″ e Ugrumov è 10° a 13′17″.

Tutti sono adesso curiosi di vedere cosa riuscirà a combinare Pantani sulle salite alpine, che debutteranno tre giorni dopo con la salita al Mont Ventoux. Nel frattempo si devono affrontare due movimentate tappe di trasferimento nelle quali fanno notizia, più che le due vittorie danesi consecutive (Bjarne Riis ad Albi e Rolf Sørensen a Montpellier), i ritiri eccellenti che decimano la carovana: oltre a Rominger, lasciano il Tour il campione nazionale francese Durand, pure lui colpito da gastroenterite, e l’italiano Bugno che, oltre ad avere a questo punto un passivo di quasi 50 minuti da Indurain, fin dai giorni del Giro era in rotta con il suo storico direttore sportivo Gianluigi Stanga e, infatti, al termine della stagione lascerà il Team Polti per passare alla MG Boys (il nome che la GB-MG adotterà tra il 1995 e il 1997) diretta da Giancarlo Ferretti.

Sul “Gigante della Provenza” va poi in scena un doppio show a firma italiana, con protagonisti Poli e Pantani. È il primo il vero protagonista di giornata, in fuga solitaria per quasi 170 Km e vincitore al traguardo di Carpentras con quasi 4 minuti sul gruppo dopo aver guadagnato ben 25’30” e aver successivamente dilapidato gran parte di questo bottino salendo sul Ventoux. Mentre davanti il corridore veronese viaggia verso la vittoria, dal gruppo maglia gialla esce lo scalatore romagnolo, che in vetta all’ascesa provenzale transita con un minuto e mezzo su Indurain e poi viene riacciuffato in discesa con una planata da brividi, che vede lo spagnolo rischiare il fuoripista in una curva.

Al Ventoux segue a ruota un’altra salita storica che stuzzica a puntino un corridore come Pantani, l’Alpe d’Huez. Neanche qui Marco tradisce le attese andando all’attacco e stavolta non c’è una discesa subito dopo a rovinargli la festa: su quei mitici 14 Km stabilisce il tempo record di scalata (37 minuti e 15 secondi a 22.228 Km/h) battendo quello precedente di Bugno (40’27” nel 1991) e rosicchia 2’15” a Indurain, ma anche oggi non è lui ad alzare le braccia al cielo. Al traguardo, infatti, l’hanno preceduto sette dei quattordici corridori andati in fuga subito dopo la partenza e tra questi c’è Roberto Conti, un conterraneo del “Pirata”, che mette il sigillo in una delle tappe più attese precedendo di due minuti il colombiano Hernán Buenahora.

La vera impresa Pantani la compie il giorno dopo, quando è autore di un vero e proprio “miracolo” per come si erano messe per lui le cose durante il tappone che da Bourg-d’Oisans conduce in 149 Km a Val Thorens. A una ventina di chilometri dalla partenza il “Pirata” cade nell’affrontare una delle brevi discesine che spezzano l’interminabile versante sud del Col du Glandon e finisce in una pietraia a bordo strada, battendo il ginocchio. L’articolazione si gonfia e Marco ci mette un minuto buono per rimettersi in sella, ma fatica a procedere ed è necessario l’intervento del dottor Gérard Porte, il medico del Tour, che cerca di risolvere il problema ricorrendo al ghiaccio spray. Ma Pantani scuote la testa a più riprese e l’espressione del suo volto, deformata dal dolore, lascia intendere un ritiro oramai prossimo. Poi arriva una prima resurrezione, quando riesce a tornare in gruppo e tenta addirittura un attacco sul Col de la Madeleine, e poi una seconda e stavolta non ce n’è per nessuno: scatta a cinque chilometro e mezzo dal traguardo e porta via un altro minuto e mezzo a Indurain, anche se pure in quest’occasione la fuga di giornata ha accumulato un vantaggio irrecuperabile e vede imporsi il colombiano Nelson Rodríguez davanti al russo Ugrumov, che zitto zitto pure lui oggi guadagna parecchio sul navarro. Ora la maglia gialla comanda con 7’21” su Virenque, 8’11” su Pantani (che in due giorni è risalito dal sesto al terzo posto), 8’38” su Leblanc, 10’04” su Conti e 11’34” su Ugrumov.

Forse Indurain si era dimenticato del russo che lo aveva messo in difficoltà al Giro del 1993, complici anche i quasi dodici minuti che Ugrumov aveva perduto tra la crono di Bergerac e le tappe pirenaiche. Ma ora l’incubo torna a bussare alle porte con prepotenza e dopo il secondo posto a Val Thorens per l’ex sovietico arriva la vittoria nella Moûtiers – Cluses, che lo vede solitario al traguardo con 2’39” su Indurain, che a sua volta riesce a guadagnare quasi un minuto su Pantani attaccandolo con Virenque nella discesa che dal Col de la Colombière conduce al traguardo. Grazie alle azioni dei due corridori ora il “Pirata” si vede costretto ad arretrare in quarta posizione, lasciando il gradino più basso del podio proprio a Ugrumov.

E non è ancora finita per il russo che il giorno fa sua anche la complicata cronoscalata ad Avoriaz, una cronoscalata “tripla” perché prima dell’impegnativa ascesa finale ne sono previste altre due più morbide, la Côte de Châtillon-sur-Cluses e quella di Les Gets: in 47 Km e mezzo riesce a distanziare di 1’38” Pantani e di 3’16” Indurain mentre crolla il secondo della classifica generale, Virenque, che perde quasi 6 minuti e precipita giù dal podio fino alla quinta posizione.

L’indomani ci sarebbe ancora un’ultima salita da affrontare, il lungo Col de la Faucille per il quale la tv francese ha previsto una diretta anticipata, come quelle proposte in occasione dei tapponi. Ma la stanchezza accumulata nelle giornate precedenti è tale che il gruppo decide di affrontare al piccolo trotto questa penultima frazione, disegnata tra Morzine e le sponde del lago di Saint-Point; la salita non lascia strascichi e così all’arrivo il gruppo si presenta totalmente compatto, senza nessun distacco da segnalare tra il vincitore e l’ultimo elemento del gruppo a transitare dal traguardo. La vittoria di Abdoujaparov viene vista come una sorta di anticipo del quasi certo sprint in programma il giorno successivo sugli Champs-Élysées e invece si rivelerà come il “canto del cigno” per i velocisti in questa edizione del Tour.

L’ultima tappa, infatti, sfugge al controllo delle formazioni degli sprinter, che per una trentina di secondi non riescono ad annullare le distanze dalla fuga partita al secondo degli otto giri del tradizionale circuito finale. Così è un corridore che mai si sarebbe sognato di vincere su questo prestigioso traguardo, il francese Eddy Seigneur, a trionfare sulla celebre avenue parigina per poi lasciare il palcoscenico finale per la quarta volta a Indurain, giunto in giallo nella capitale francese con 5’39” su Ugrumov e 7’19” su Pantani.

L’incubo è rimasto tale, soltanto un brutto sogno.

Mauro Facoltosi

LE ALTIMETRIE

Tour 1994, Indurain in azione sullAlpe dHuez (wikipedia)

Tour 1994, Indurain in azione sull'Alpe d'Huez (wikipedia)

BATTI UN CINQUE – 1993, IL TERZO TOUR DI INDURAIN

giugno 29, 2020 by Redazione  
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Si pensava che la piccola crisi patita nella tappa di Oropa del Giro d’Italia fosse un campanello d’allarme per Indurain e una piccola crepa sulla quale i suoi avversari avrebbero potuto aprire una breccia al Tour de France. Invece sarà ancora il navarro a imporsi alla Grande Boucle e stavolta a finirgli più vicini di tutti non saranno gli storici rivali italiani, Bugno e Chiappucci, entrambi usciti clamorosamente di scena fin dalla prima tappa di montagna.

Un piccolo barlume di speranza.

Ventuno giorni prima della partenza del Tour del 1993 era accaduto un fatto che aveva acceso le speranze degli avversari che Indurain avrebbe fronteggiato alla corsa francese. Era il 12 giugno e al Giro d’italia si stava disputando la penultima tappa di un’edizione della Corsa Rosa che il corridore spagnolo aveva dominato come al solito, guardingo in montagna e despota a cronometro. Il giorno prima aveva spadroneggiato lungo i 55 Km della cronoscalata del Sestriere e ora si aggingeva ad affrontare con 1’34” di vantaggio sul russo Piotr Ugrumov l’ultima frazione di montagna, diretta al santuario di Oropa. Ai piedi della salita biellese i due erano assieme poi avvenne l’avvenimento che tutti attendevano da tre anni a questa parte: Ugrumov attaccava e inaspettatamente Indurain traballava, soffriva e perdeva 36 secondi, comunque troppo pochi per portar via la maglia rosa allo spagnolo, che il giorno dopo a Milano sarà incoronato vincitore del Giro con 58” sul russo.

Quando la carovana del ciclismo si raduna al Puy du Fou, suggestiva località della Vandea che Jean-Marie Leblanc ha scelto quale sede di partenza dell’80° Tour de France, quella giornata è ancora uno degli argomenti di discussione. Ha aperto una speranza negli avversari, tra i quali in pole position c’è ancora Claudio Chiappucci, che aveva concluso in terza posizione la Corsa Rosa dopo aver ottenuto un successo nel duro tappone di Corvara, unica sua affermazione in carriera al Giro. Molto minori, invece, sono le speranze rivolte su Gianni Bugno, che al Giro ha sofferto sia in montagna, sia nelle cronometro e c’è qualcuno che arriva a tirare in ballo la leggenda della “maledizione” che colpirebbe chi veste la maglia iridata e che nel suo caso sarebbe doppia perché la indossa da ben due anni avendo vinto nella stagione precedente il suo secondo mondiale consecutivo. Ma, quattro successi di tappa a parte e due giorni in maglia gialla per Mario Cipollini, non ci sarà molta gloria per gli italiani in questa edizione del Tour e soprattutto proprio per i due campioni tanto attesi, che entrambi pagheranno pesantemente nella prima tappa di montagna, vedendo presto compromesse le possibilità non solo di lottare per la vittoria, ma anche per un piazzamento sul podio. Alla fine il corridore che più arriverà vicino al trono di Indurain sarà Tony Rominger, l’elvetico che in quegli anni stava “tiranneggiando” alla Vuelta – tre vittorie consecutive tra il 1992 e il 1994 – e che in questa edizione del Tour riuscirà addirittura a far meglio dello spagnolo in una tappa a cronometro.

S’inizia con un cronoprologo di circa 7 Km che non sembra particolarmente adatto a un corridore come Indurain per la presenza di un secco strappo nella seconda parte del tracciato; invece è proprio in quel tratto che lo spagnolo costrusce il suo successo e va a vincere la tappa d’apertura a 49.687 Km/h distanziando di 8” l’elvetico Alex Zülle e di 11” un Bugno che sembra essersi lasciato alle spalle le negative prestazioni offerte al Giro, mentre anche Chiappucci è autore di una buona prova riuscendo a limitare i “danni” a 20 secondi.

Dopo il prologo il Tour s’imbarca per una prima settimana che si rivelerà decisamente noiosa, soprattutto se paragonata ai più elettrizzanti inizi delle edizioni precedenti, nella quale – cronometro a squadre a parte – si succedono sette tappe scarsamente popolate di difficoltà altimetriche e tutte adatte ai velocisti. L’unica emozione di un certo livello offerta dalla prima frazione in linea viene ancora da Indurain, che inattesamente si lancia in un traguardo volante riuscendo a racimolare qualche secondo d’abbuono; poi si arriva tutti assieme allo sprint sul ventoso lungomare di Les Sables-d’Olonne, dove Cipollini ottiene la sua prima vittoria al Tour al termine di una volata nella quale ha dovuto fare tutto da solo, essendo rimasto senza compagni al suo fianco nel vorticoso finale.

Si arriva allo sprint anche il giorno successivo a Vannes, al termine di una tappa che lungo il cammino ha proposto per la prima volta nella storia il transito dal Passage de Gois, la stradina lastricata che è possibile percorrere solo per poche ore al giorno, nei momenti nel quale non è sommersa dal mare. Ci sono polemiche per questo passaggio, che fortunatamente non crea problemi in gruppo, mentre maggior “scompiglio” lo portano gli abbuoni in palio tra i tre sprint intermedi e il traguardo finale, ai quali fa incetta di queste bonificazioni il belga Wilfried Nelissen: ne vince due e poi s’impone nella volata che più conta, riuscendo a togliere per 17 secondi la maglia gialla a Indurain.

Dopo la tappa di Dinard, terminata con lo sprint vincente dell’uzbeko Djamolidine Abdoujaparov, arriva il giorno di una tappa temuta e allo stesso tempo molto criticata. A diversi corridori – e anche tifosi e giornalisti – non è mai piaciuta la cronometro a squadre ma stavolta sono in tanti a lamentarsi per il chilometraggio eccessivo che gli organizzatori hanno previsto per la prova collettiva. Gli 81 Km che si devono percorrere tra Dinard e Avranches paiono anacronistici nel ciclismo degli anni ’90 e presentano uno strappo finale sul quale le formazioni arrivati fin lì affaticate potrebbero disunirsi. Non hanno nulla da lamentare, invece, i corridori della GB-MG, la formazione italiana diretta da Patrick Lefevere che oggi fa registrare il miglior tempo fermando i cronometri dopo un’ora, 34 minuti e 10 secondi, volando a 51.610 Km/h, precedendo di 5” la spagnola Once e, soprattutto, permettendo a Cipollini di conquistare la maglia gialla, vestita con 6” sull’ex leader Nelissen. Per quanto riguarda la corsa delle squadre dei grandi favoriti, la migliore ad Avranches è la Carrera di Chiappucci, che fa meglio di 35” della Banesto di Indurain e di 47” della Gatorade di Bugno. Mastica amaro, invece, Rominger perché la sua CLAS ha perduto 1’44” dalla formazione del navarro, distacco al quale va aggiunto un minuto di penalizzazione inflitto a tutta la squadra in conseguenza di alcune spinte.

Ora il prossimo obiettivo sul quale sono puntati i riflettori del Tour è la cronometro del Lac de Madine, prima delle quale bisogna “digerire” quattro frazioni di trasferimento prive di particolari spunti d’interesse. La prima di queste ha solo un po’ di pepe nella coda per via dell’ascesa che inizia poco prima della “flamme rouge” e che si conclude sotto lo striscione del traguardo di Évreux, ideale per la sparata di un finisseur: ne approfittano il danese Jesper Skibby, che per un solo secondo riesce a resistere alla veemente rincorsa del gruppo, e Nelissen, che agguanta l’abbuono destinato al corridore giunto secondo e riesce così a tornare in possesso della maglia gialla per due secondi.

Le insegne del primato sono destinate a tornare sulle spalle di Cipollini ventiquattrore più tardi, dopo che il velocista toscano ha battuto in volata il gruppo compatto sul traguardo di Amiens e ha ingaggiato un’accesa lotta con Nelissen agli sprint intermedi. Anche in questo caso, però, c’è un corridore che è arrivato prima di tutti e risponde al nome del belga Johan Bruyneel, ultimo corridore della fuga di giornata rimasto in testa alla corsa, giunto al traguardo con 13” di vantaggio sul gruppo.

Un simile copione, la fuga che riesce ad andare in porto, viene messo in scena il giorno dopo sul palco della frazione che da Péronne conduce a Châlons-sur-Marne, il comune francese che si chiama ancora così nel 1993 e che cinque anni più tardi riprenderà l’originario nome di Châlons-en-Champagne. Stavolta non c’è un solo attore perché al traguardo si presentano in cinque, con l’italiano Bruno Cenghialta a rivestire il ruolo del protagonista sfortunato per una caduta che lo coglie a poche centinaia di metri dall’arrivo, dopo aver tamponato una moto della televisione francese che stava svoltando nella deviazione riservata ai mezzi al seguito. Sono comunque applausi a scena aperta per il corridore vicentino che, a causa della rottura della bici, è costretto a tagliare a piedi il traguardo dove una trentina di secondi il danese Bjarne Riis si era imposto precedendo l’italo-britannico Maximilian Sciandri e il belga Johan Museeuw che, grazie ai 2’26” guadagnati sul gruppo, toglie la maglia gialla al compagno di squadra Cipollini e la veste con 39” su Álvaro Mejía, il colombiano che era stato uno dei protagonisti della fuga e che sarà la vera rivelazione di questa edizione del Tour, conclusa in quarta posizione dopo esser riuscito a tenere le ruote dei migliori sulle salite alpine prima e pirenaiche poi. Ma c’è un’altra notizia che tiene banco questo giorno al Tour e arriva dalla Norvegia, dove il pistard britannico Graeme Obree “avrebbe” battuto il record dell’ora di Francesco Moser (51,151 Km), che resisteva da nove anni e sembrava irraggiungibile: le virgolette sono d’obbligo perché, a causa dell’assenza di giudici regolari a bordo della pista del velodromo di Hamar, l’UCI non ha omologato i 51,525 Km percorsi in sessanta minuti dal britannico, che comunque ha già annunciato che a breve tenterà nuovamente il record, stavolta in maniera ligia ai regolamenti.

Con la crono alle porte si disputa la tappa altimetricamente più difficile della prima settimana, anche se non si possono definire un ostacolo particolarmente temibile i 2 Km al 5.6% che conducono sulla Côte de Douaumont, da superare a una dozzina di chilometri dal traguardo di Verdun. Lassù c’è un ossario nel quale riposano le spoglie di centotrentamila soldati deceduti durante la prima guerra mondiale e per rispettare la sacralità del luogo l’organizzazione ha posto il veto alle ammiraglie di strombazzare come di consueto al momento del passaggio della corsa. Un unico squillo di tromba lo suona Chiappucci che, per la prima volta dopo giorni di “nulla”, tenta un assalto nel momento nel quale le pendenze si fanno un attimo più “croccanti”, subito rintuzzato da Indurain. Mentre accade tutto questo, anche oggi in testa alla corsa c’è un piccolo gruppetto che riesce ad andare fino al traguardo, dove s’impone un corridore ancora poco noto, che gli italiani comunque già conoscono perché a febbraio aveva vinto il Trofeo Laigueglia e due anni prima, quando ancora era dilettante, si era imposto nella classifica generale della Settimana Ciclistica Bergamasca: l’ex triatleta statunitense Lance Armstrong.

La tanto attesa prima cronometro individuale lunga si disputa attorno al Lac de Madine, su di un circuito di 59 Km che rappresenta un invito a nozze per Indurain, prevalentemente pianeggiante e spezzato solo da un paio di brevi e morbide salite. Di fatto è una riedizione della crono lussemburghese dell’anno prima, anche se i distacchi che il navarro infligge sono leggermente inferiori: 2’11” per Bugno, 2’42” per un Rominger che è stato penalizzato dalla grandine e dall’aver percorso l’ultimo tratto con una ruota afflosciata da una foratura, 5’18” per Chiappucci. Inevitabilmente, non essendoci state fughe clamorose nella prima parte del Tour (come invece era successo l’anno prima), è lo spagnolo a vestirsi di giallo, comandando ora la classifica con 1’35” sull’olandese Erik Breukink e 2’30” su Bruyneel, mentre Bugno è quarto a 2’32”, Chiappucci 14° a 5’07” e Rominger 20° a 5’44”.

Dopo un giorno di riposo e un lungo trasferimento in aereo si disputa il primo tappone alpino, che prevede partenza e arrivo in montagna, da Villard-de-Lans a Serre-Chevalier passando per i colli del Glandon e del Galibier. È risaputo che diversi corridori soffrono il riposo perché spezza il ritmo di gara e spesso si sono avute inattese débâcle quando ci si rimette in sella per affrontare tappe come questa. È quello che succede ai corridori sui quali vertevano le speranze degli italiani: in crisi sul Galibier Bugno paga 7’42” e ancor peggio va a Chiappucci, il cui ritardo oggi sfiora i nove minuti. La selezione non si verifica solo nelle retrovie poichè al traguardo si presentano solo tre corridori con poco più di un minuto di vantaggio sui primi inseguitori: sono il re del Tour Indurain, l’elvetico Rominger, che s’impone allo sprint, e il sempre più sorprendente Mejía, che si piazza nel mezzo tra i due litiganti.

Avrà i medesimi protagonisti il ben più duro tappone che si disputa il giorno dopo in direzione di Isola 2000, stazione di sport invernali a due passi dal confine dell’Italia dove si giunge dopo esser saliti su tre mitici colli, l’Izoard, il Vars e la Bonette, tetto del Tour dall’alto dei suoi 2082 metri. Sono, infatti, ancora Rominger e Indurain i primi a sopraggiungere sulla linea d’arrivo, stavolta senza Mejía che però giunge ancora vicino ai due, quinto al traguardo con 15” di ritardo, preceduto da un risorto Chiappucci e da un’altra delle sorprese del Tour 1993, il polacco Zenon Jaskuła. La giornata è, invece, ancora difficile per Bugno, che lascia per strada altri 13 minuti, mentre è costretto a far le valigie Cipollini, che termina il tappone al di fuori del tempo limite. Intanto Indurain continua senza troppi patemi a condurre la classifica, che ora lo vede precedere di 3’23” Mejía e di 4’31” Jaskuła, mentre il due volte vincitore di tappa elvetico è 4° a 5’44”, Chiappucci 7° a 14’09” e Bugno 12° a 23’05”.

Dalle Alpi al mare si disputa la frazione più lunga, che si estende per quasi 290 Km tra Isola 2000 e Marsiglia, dove si giunge dopo un tracciato altalenante ideale per un tentativo di fuga che il gruppo, provato da due giornate molto impegnative, potrebbe lasciar andare. È quel che in effetti succede sin dal 73° Km di questa tappa, quando “evadono” ben ventiquattro corridori, tentativo che riesce a decollare senza però che il vantaggio raggiunga dimensioni rassicuranti sulla buona riuscita della fuga, mantenendosi sempre sotto al minuto. Annusato il pericolo, il marchigiano Fabio Roscioli decide di lasciare la compagnia del drappello con il quale aveva tentato la sortita e di proseguire in solitaria: la sua è l’azione giusta, che lo porta ad accumulare fino a quasi 17 minuti sul gruppo a 130 Km dal traguardo, vantaggio che si mantiene quasi immutato fin sulla linea d’arrivo, che Fabio taglia a braccia levate sette minuti prima dell’arrivo del secondo classificato, Massimo Ghirotto, altro italiano.

La successiva frazione di Montpellier, che riserva come unico spunto di cronaca interessante un vano tentativo a sorpresa di Rominger nel pianeggiante finale, termina con il successo in volata del tedesco Olaf Ludwig, poi tutti corrono a sintonizzarsi sul canale che sta trasmettendo il tentativo, regolare stavolta, di Obree di infrangere quel record che appartiene a Moser e che aveva già battuto, ma senza l’omologazione necessaria per l’iscrizione nell’albo d’oro. La sera precedente ci aveva provato fallendo, stavolta le cose vanno meglio e in un’ora il britannico riesce a percorrere 51,596 Km, 445 metri in più rispetto al trentino e 70 metri meglio del suo tentativo della settimana precedente, quello che l’UCI aveva respinto al mittente per “vizio di forma”.

Si torna poi a pensare al Tour che prima dei Pirenei ha in programma un’altra frazione di trasferimento nella quale il gruppo lascia andar via una fuga che riesce a giungere al traguardo di Perpignano con un vantaggio simile a quello con il quale Roscioli si era imposto a Marsiglia. Ma stavolta l’Italia si deve accontentare solo del secondo posto, conquistato dal piacentino Giancarlo Perini alle spalle di Pascal Lino, il francese che al Tour dell’anno prima aveva vestito per dieci giorni la maglia gialla.

La prima tappa pirenaica presenta lo stesso filo conduttore delle frazioni alpine poiché, dopo essersi saliti ai 2409 metri del Colle dell’Envalira e aver affrontato l’inedita ascesa finale verso il traguardo andorrano di Pal, i migliori concludono tutti assieme: 1’50” dopo l’arrivo vittorioso del colombiano Oliverio Rincón, Rominger conquista il secondo posto precedendo un selezionato gruppetto di corridori nel quale ci sono la maglia gialla, Jaskuła, Mejía e Chiappucci, mentre stavolta Bugno paga meno rispetto alle precedenti frazioni di montagna concludendo circa un minuto e mezzo più tardi.

Più selezione si ha il giorno dopo nell’ultimo tappone del Tour, 230 Km da Andorra a Saint-Lary-Soulan con l’arrivo in salita al Pla d’Adet preceduto da Collado del Canto, Puerto de la Bonaigua, Portillon e Peyresourde. I primi tre dell’ordine d’arrivo sono tutti lì, raccolti nel giro di tre secondi – Jaskuła, Rominger e Indurain – mentre dietro a questo terzetto fioccano di distacchi: tra i corridori di punta Mejía perde poco più di un minuto e Chiappucci giunge a 1’35”, mentre Bugno torna a incassare un altro pesante distacco terminando a 12’23” dai primi.

I tapponi sono terminati, anche se c’è spazio ancora per una tappa di montagna, un’inutile cavalcata di 190 Km da Tarbes a Pau che prevede d’affrontare lontanissime dal traguardo le ascese al Tourmalet e all’Aubisque. Gli oltre 70 Km che si devono affrontare dopo l’ultimo colle non scoraggiano, però Rominger, che sul Tourmalet riesce a staccare di 50” Indurain, anche se poi il navarro rivelerà che quel distacco non è stato frutto d’una crisi ma della sua volontà di lasciar sfogare l’avversario e di proseguire del suo passo al fine di evitare di trovarsi realmente in affanno. Adottata questa tattica, “Miguelon” riesce a rientrare sull’elvetico attaccando a sua volta in discesa e dopo questa reazione Rominger decide che è inutile riprovarci. Ha così via libera una fuga di corridori oramai fuori classifica che ha la sua “stella” in Chiappucci, che vince in quel di Pau rispondendo in questo modo alle critiche che qualche giorno prima gli aveva mosso l’ex corridore spagnolo José Manuel Fuente, che aveva tacciato di dilettantismo il “Diablo” per il suo modo di correre, che lo portava a sprecare energie preziose per conquistare un piccolo GPM di terza categoria piuttosto che conservarle per le salite più impegnative. E intanto all’uscita dei Pirenei il Tour si presenta con una classifica non molto dissimile da quella che si era registrata al termine dei tapponi alpini, con Indurain che continua imperterrito il suo cammino verso la vittoria finale con 4’28” di vantaggio su Mejía, 4’42” su Jaskuła e 5’41” su Rominger, mentre il primo italiano è il varesino, ora 6° a 14’19”.

Intanto le vicende del Tour continuano a intersecarsi con quelle del record dell’ora, che mai si fanno così vicine come il 23 luglio del 1993. Quel giorno a Bordeaux sono previsti entrambi gli eventi, l’arrivo del Tour e un ennesimo tentativo perché non era solo Obree ad avere nel mirino l’oramai ex primato di Moser, ma anche il suo connazionale Chris Boardman si stava preparando allo scopo e forse quel che era accaduto in Norvegia un paio di settimane prima lo aveva spronato ad accelerare i tempi. Così ancora una volta una vittoria ottenuta sulle strade della Grande Boucle – stavolta la seconda affermazione allo sprint di Abdoujaparov – viene soffocata dal clamore della prestazione di Boardman, che poche ore prima aveva percorso 52,272 Km, battendo Obree e finendo per stuzzicare ancor più lo stesso Moser. Il trentino, infatti, già da tempo stava accarezzando l’idea di festeggiare il decennale del suo record tornando sulla pista di Città del Messico e di rimettersi in sella, anche se l’obiettivo suo non era quello di migliorarsi, ma di fare solo meglio di quello di Merckx del 1972. I due record ottenuti da Obree e Boardman nel volgere di pochi giorni lo stimoleranno maggiormente e così il 15 gennaio 1994 ci riproverà ancora e, nonostante le 42 primavere e il vento che lo penalizzerà, riuscirà non solo a far meglio di Merckx, ma anche a superare il suo personale record del 1984 e pure quello di Obree, senza tuttavia raggiungere il record di Boardman per 430 metri (51,840 Km).

Non si fermano le lancette dei cronometri perché il giorno successivo è in programma l’ultima tappa contro il tempo, che si disputa alle porte di Parigi sui 48 Km che collegano Brétigny-sur-Orge a Montlhéry, il centro sul cui autodromo nel 1933 si era disputata la settima edizione dei mondiali di ciclismo, vinti proprio quell’anno per la prima volta da un corridore francese (Georges Speicher). A dominare la crono è, invece, un elvetico perché Rominger riesce insperatamente a far meglio di Indurain per 42”, mentre terzo è Jaskuła a 1’48”, confermando così la sua terza piazza in classifica, mentre Mejía scende dal secondo al quarto posto. Per quanto riguarda i nostri corridori Bugno è il migliore e si piazza 5° a 3 minuti esatti da Rominger, mentre Chiappucci fa peggio del monzese per 31”.

Nel 90° anniversario della partenza del primo Tour de France la tappa conclusiva scatta dallo stesso luogo dove si era partiti alla volta di Lione il primo luglio del 1903, la brasserie Réveil Matin di Montgeron; l’arrivo è, come da tradizione, su quegli Champs-Élysées dove due anni prima Abdoujaparov si era mezzo fracassato e dove stavolta sfreccia finalmente vittorioso prima che la passerella sia tutta per Indurain e suoi scudieri in livrea Banesto. Si conclude così il terzo Tour firmato da Indurain, che vede sui gradini più bassi del podio Rominger a 4’59” e Jaskuła a 5’48”, con Chiappucci 6° e migliore degli italiani a 17’18”, il vicentino Gianni Faresin 11° a 29’05”, il faentino Roberto Conti 14° a 30’05”, il brianzolo Alberto Elli 17° a 33’29” e Bugno a chiudere la “top venti” a quasi 40 minuti dal navarro, che incassa anche la seconda doppietta consecutiva con il Giro d’Italia, un altro primato che prima di lui nessuno era riuscito a conquistare, se non ad anni alterni.

Mauro Facoltosi

LE ALTIMETRIE

Indurain e Rominger sul Galibier durante il tappone di Serre-Chevalier (wikipedia)

Indurain e Rominger sul Galibier durante il tappone di Serre-Chevalier (wikipedia)

BATTI UN CINQUE – 1992, IL SECONDO TOUR DI INDURAIN

giugno 28, 2020 by Redazione  
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Grazie a quasi 140 Km da percorrere contro il tempo e sole due vere tappe di montagne Miguel Indurain ebbe gioco facile nell’imporsi nel suo secondo Tour de France. L’unico vero avversario dello spagnolo quell’anno fu Chiappucci, che ci regalò una staordinaria impresa nel tappone del Sestriere e fu il solo corridore a terminare il Tour con un distacco “umano”, mentre dal terzo in giù i ritardi furono tutti a due cifre.

Quell’anno andò di lusso al navarro.

Reduce dalla vittoria al Giro d’Italia, nel quale si era imposto dominando a cronometro e difendendosi bene in tappe di montagna dove non si erano visti grandissimi attacchi ai suoi danni, al Tour del 1992 Indurain si trova di fronte un percorso che strizza entrambi gli occhi alle sue doti di cronoman senza “guardare” alle potenzialità degli scalatori. Se questi ultimi hanno a loro disposizione appena quattro tappe di montagna, solo due delle quali veramente difficili, a favore del corridore iberico giocano i ben 137 Km che si devono percorrere nelle sfide contro l’orologio (senza contare i 63 Km della cronosquadre), disegnate tra l’altro su percorsi filanti e poco impegnativi altimetricamente. Non è un caso che è in questa edizione della Grande Boucle che “Miguelon” infligge il distacco più pesante della sua carriera al terzo corridore del podio finale, i quasi 11 minuti accusati a Parigi da Gianni Bugno, mentre Claudio Chiappucci è il solo a contenere il distacco sotto i cinque minuti grazie al tempo guadagnato non solo nello storico tappone del Sestriere ma anche nella cronometro a squadre e con l’inatteso attacco nella frazione di Bruxelles.

Inizia con il piede giusto per Indurain la 79a edizione del Tour de France perché lo spagnolo s’impone subito nel cronoprologo di San Sebastián, nel quale precede di 2” l’elvetico Alex Zülle e di 3” il francese Thierry Marie, mentre i due corridori più attesi dagli italiani pagano rispettivamente dodici (Bugno) e trenta secondi (Chiappucci).

Si rimane nella cittadina spagnola altre ventiquattore, per una frazione in circuito che ricalca in parte le rotte della “Clásica” proponendo a circa 45 Km dal traguardo la tradizionale salita dello Jaizkibel. Su quest’ultima ci prova Franco Chioccioli, il cui tentativo riduce il gruppo alla settantina di elementi che si lanciano alla caccia dell’ultimo fuggitivo di giornata rimasto in avanscoperta, Dominique Arnould. L’aggancio con il francese arriva troppo tardi, praticamente sulla linea d’arrivo che Arnould riesce a tagliare per primo davanti al velocista belga Johan Museeuw, mentre Zülle toglie la maglia gialla a Indurain grazie agli abbuoni conquistati negli sprint intermedi.

I Pirenei vengono “bruciati” subito all’inizio, nel corso dell’interminabile seconda frazione che conduce a Pau dopo esser saliti, tra le altre difficoltà, sui colli di Ispéguy e di Marie-Blanque. Il percorso non è certo dei più impegnativi ma, forse perché eccezionalmente arrivato molto presto, crea grossa selezione nel gruppo dei favoriti, che si riduce ai soli cinque uomini – Bugno, Chiappucci, Indurain e i francesi Charly Mottet e Dante Rezze – giunti al traguardo una ventina di secondi prima del grosso del gruppo e quasi 5 minuti dopo l’arrivo dei primi due corridori: sono lo spagnolo Javier Murguialday, che vince la tappa, e Richard Virenque, 22enne francesino ancora poco conosciuto che s’impone all’attenzione degli appassionati balzando al primo posto della classifica con 4’34” su Indurain.

La terza tappa propone un velluto pianeggiante in direzione di Bordeaux, dove si attende la prima sfida tra gli sprinter, uno spettacolo che in questa edizione del Tour latiterà perché su sette tappe destinate alla specifica categoria solamente due termineranno con una volata di gruppo. Non è il caso della frazione in oggetto, che vede andare in porto un tentativo di dieci corridori giunti con sette minuti di vantaggio al traguardo, dove s’impone l’olandese “Rob” Harmeling mentre la maglia gialla passa dalle spalle di Virenque a quelle del suo compagno di squadra Pascal Lino.

Cambia la classifica alle spalle dei primi due – Lino e Virenque – dopo la temuta cronometro a squadre di Libourne, percorsi i cui 63 Km Bugno sale al terzo posto precedendo di 14” Chiappucci, di 22” l’irlandese Stephen Roche e di 27” Indurain: sono questi i principali esiti della prova collettiva, vinta a 52 Km/h dalla formazione francese Panasonic, che precede di 7” la Carrera di Chiappucci e Roche, di 21” la Gatorade del monzese e di 50” la Banesto di Indurain.

Dopo un lungo trasferimento verso il nord della Francia, compiuto senza osservare giorno di riposo, si affronta un’altra tappa di totale pianura che pure sfugge al controllo dei velocisti. Stavolta al traguardo della Nogent-sur-Oise – Wasquehal giunge in beata solitudine Guido Bontempi, l’ex velocista bresciano che col trascorrere degli anni ha preferito evitare di lanciarsi come un tempo nella mischia degli sprint a gruppo compatto prediligendo le fughe, come già aveva fatto in due occasioni vittoriose all’ultimo Giro d’Italia, nelle tappe di Melfi e Latina.

A questo punto inizia una serie di quattro sconfinamenti consecutivi che portano la carovana del Tour prima in Belgio, poi in Olanda, quindi in Germania e infine in Lussemburgo, dove è in programma la prima delle due cronometro lunghe. Nell’attesa di questo fatidico appuntamento si deve per prima disputare una delicata frazione disegnata sulle strade delle Fiandre, che prevede di andare da Roubaix a Bruxelles superando, tra gli altri, i mitici muri di Grammont e Bosberg. In una tappa nella quale potrebbero dire la loro anche i velocisti, resa ancora più impegnativa dal maltempo, ne approfitta due volte Chiappucci. Se il primo tentativo del “Diablo” – dalle parti del Kwaremont, a inizio tappa – non porta da nessuna parte, ben più fruttuoso è quello che il varesino mette in scena a 25 Km dal traguardo, grazie al quale riesce a guadagnare 1’22” sul gruppo assieme ai quattro corridori che decidono di seguirlo, il danese Brian Holm, l’americano in declino Greg Lemond e il francese Laurent Jalabert, che s’impone a due passi dal celebre Atomium precedendo Claudio allo sprint. Ora è Chiappucci il migliore dei favoriti, 3° in classifica a 3’34” da Lino e forte di un minuto di vantaggio su Indurain.

È ancora la Carrera a movimentare la corsa il giorno dopo, nella frazione che termina nella località olandese di Valkenburg e che ripercorre le strade dell’Amstel Gold Race, con la salita del Cauberg da superare a 2 Km dal traguardo. Stavolta non è Chiappucci a muoversi ma Roche, lesto a infilarsi nella fuga nata subito dopo l’ingresso nei Paesi Bassi e che arriva al traguardo un minuto prima del sopraggiungere del gruppo. E anche in quest’occasione la Carrera deve accontentarsi del secondo posto perché l’irlandese viene preceduto in volata dal francese Gilles Delion.

Disputata la vallonata tappa tedesca di Coblenza, vinta dal belga Jan Nevens, ci si sposta nel Granducato di Lussemburgo per l’appuntamento con il cronometro. Sessantacinque sono i chilometri che si devono percorrere su di un tracciato ondulato che presenta anche un lungo tratto da percorrere sulle snelle carreggiate di un’autostrada, percorso ideale perché Indurain si scateni in tutta la sua potenza: il ciclone spagnolo irrompe così sulle strade del Tour a poco più di 49 Km di media oraria distanziando di ben 3 minuti – suo vantaggio più elevato tra primo e secondo in una crono della Grande Boucle – il compagno di squadra Armand De Las Cuevas, mentre Bugno perde una quarantina di secondi in più del francese e Chiappucci si becca una scoppola di quasi cinque minuti e mezzo. L’unico a non essere spazzato via da Indurain è Pascal Lino che, grazie ai minuti guadagnati andando in fuga verso Bordeaux, riesce a mantenersi in testa alla classifica con 1’27” su Indurain, mentre Bugno è 6° a 4’39” e Chiappucci 8° a 4’54”.

I due italiani non si lasciano intimorire dalla supremazia manifesta da Indurain e lo dimostrano il giorno successivo, quando la corsa rientra in Francia con la tappa diretta a Strasburgo, dove per la prima volta in questa edizione del Tour si assiste a un volatone a ranghi compatti, conquistato dall’olandese Jean-Paul van Poppel. Prima dell’epilogo allo sprint, infatti, c’erano stati un paio di tentativi dei nostri due corridori, con il secondo che era arrivato a guadagnare più di un minuto prima che la reazione della Banesto facesse sortire i suoi effetti.

Ci sono, dunque, tutte le premesse per un altro tentativo deii nostri l’indomani, quando è in programma una cavalcata di 250 Km attraverso i Vosgi, da Strasburgo a Mulhouse, superando otto colli, con il solo “neo” della totale mancanza di difficoltà altimetriche negli ultimi 53 Km. È forse per questo motivo che la tappa si rivelerà molto deludente sotto quest’aspetto, senza attacchi promossi dai corridori deputati a mettere in difficoltà Indurain, che veglia indisturbato in testa al gruppo lasciando andare via una fuga di 5 corridori iniziata da Laurent Fignon sulla salita del Col du Bramont. Sul successivo Grand Ballon, ultima e principale ascesa del tracciato, il campionne francese si sbarazza della concorrenza percorrendo successivamente in solitaria il lungo lasso di strada che lo separa dal traguardo, dove giunge con una dozzina di secondi di vantaggio sui primi inseguitori e dove agguanta il penultimo successo di una luminosa carriera che terminerà l’anno successivo con l’affermazione nella classifica finale della Ruta de Mexico.

Dopo un giorno di riposo si arriva sulle Alpi, introdotte da un’altra lunghissima frazione che, con un percorso di media montagna, conduce da Dole a Saint-Gervais-les-Bains. Il tentativo di rendere grama la vita al “rey” del Tour prende forma ancora su iniziativa della Carrera, che decide di risparmiare Chiappucci per il tappone del giorno dopo e manda nuovamente all’attacco Roche. L’irlandese si muove sulla salita più impegnativa del tracciato, il Mont Salève, e si porta dietro Pedro Delgado, lo spagnolo della Banesto che fino a due anni prima era il capitano della formazione che ora ha la sua stella in “Miguelon”. Ai due si aggiungere un secondo Carrera, il piacentino Giancarlo Perini, e i tre riescono a riagguantare il gruppetto di altrettanti corridori che erano andati in fuga una sessantina di chilometri prima. Tra questi c’è l’elvetico Rolf Järmann, l’unico che riuscirà a rimanere agganciato ai due “trascinatori” di questa tappa per poi precedere al traguardo di 3” Delgado e di 39” Roche, mentre Bugno e Chiappucci chiudono dopo tre minuti nel gruppo di un Indurain al quale oggi il varesino ha fatto a lungo stancare la squadra.

Si arriva così al primo dei due tapponi alpini, una frazione destinata a rimanere nella storia per l’impresa messa in scena dal “Diablo”, tentativo che farà tornare alla memoria il lontano ricordo di quella straordinaria di Fausto Coppi nella Cuneo-Pinerolo del 1949. L’arrivo è in Italia, si tratta del sesto e ultimo sconfinamento di questa edizione del Tour; si devono superare cinque mitici colli, il Saisies e il Cormet de Roselend in partenza, i 2770 metri dell’Iseran a metà tappa, il Moncenisio prima di entrare in Italia e infine l’ascesa finale verso Sestriere, dopo 255 Km di una gara che presenta quasi 5800 metri di dislivello. Lo scalatore varesino decide di lasciare la comoda compagnia del gruppo quando mancano ancora 223 Km al traguardo e si sta affrontando il primo colle di giornata. In discesa lo riagganciano undici corridori, tutti uomini fuori classifica, che vanno a comporre un drappello al comando che lentamente si sfalda sulle ascese successive, fino a quando il “Diablo” piazza un altro attacco a 8 Km dalla vetta dell’Iseran e rimane da solo. Terminata la successiva discesa tocca un vantaggio massimo di 5 minuti che fa di Claudio la maglia gialla virtuale, ma poi la reazione del gruppo inseguitore – nel quale Bugno, che è connazionale ma rivale del varesino, aumenta l’andatura – e le fatiche accumulate cominciano a farsi sentire. In cima al Moncenisio il “Diablo” ha 3’33” sul monzese e Indurain, perde un altro minuto dai due durante la discesa verso Susa, poi il monzese cede sull’ascesa finale ed entra in scena un altro italiano, il laziale Franco Vona, che completa il trionfo in casa Italia piazzandosi secondo al traguardo 1’34” dopo il vittorio arrivo di Chiappucci. Indurain, fiaccato dalla lunga tappa e dall’inseguimento, ha un cedimento proprio nel finale, che gli consente comunque di concludere in terza posizione, qualche secondo dopo Vona, e di riprendere la maglia gialla perché il leader della corsa Pascal Lino oggi ha terminato il tappone oltre 10 minuti dopo l’arrivo di Chiappucci.

Un minuto e 42 secondi separano Chiappucci dalla testa della classifica e, con Bugno terzo a 4’20”, solo lui potrebbe insidiare il primato del navarro. Ma un bis al varesino, dopo le fatiche profuse il giorno prima, si annuncia molto difficile nell’ultima grande tappa di montagna, che ha in menù il Monginevro in partenza da Cesana Torinese, seguito da Galibier, Croix-de-Fer e dalla mitica ascesa finale all’Alpe d’Huez, sulla quale il più recente mattatore era stato Bugno, vincitore lassù sia nel 1990, sia nel 1991. Non sarà così stavolta, né per Bugno – che si stacca una prima volta sulla Croix-de-Fer, recupera ma poi affonda sull’Alpe e giunge al traguardo con più di nove minuti di ritardo – né per Chiappucci, che opta per limitare a creare la selezione sull’ascesa finale. Riesce anche stavolta nell’intento, con la differenza che stavolta con lui rimane un corridore, proprio quell’Indurain che riesce almeno a precedere a un traguardo che non lo vede vincitore perché più di tre minuti prima era giunto in solitaria l’americano Andrew Hampsten, mentre per il secondo giorno consecutivo si piazza Vona.

Terminate le Alpi si devono affrontare due insidiose giornate di media montagna disegnate sulle tormentate strade del Massicio Centrale. La prima di queste dà qualche brivido a Chiappucci perché il traguardo è a Saint-Étienne e il finale è lo stesso della tappa nella quale al Tour del 1990 il varesino, partito in maglia gialla con più di sette minuti di vantaggio sul grande favorito Greg Lemond, era stato attaccato a sorpresa dagli altri “big” e su un percorso non particolarmente complicato aveva perduto gran parte del suo vantaggio, ridottosi al traguardo a 2′34″ sull’americano. Basti solo dire che, se si potesse cancellare questa tappa con un colpo di spugna dalla storia del Tour, nonostante i minuti persi dal “Diablo” anche nelle frazioni successive tra Pirenei e cronometro sarebbe stato lui a vincere quell’edizione della corsa transalpina. Però, quel pomeriggio di due anni prima Chiappucci era un giovane ancora “inesperto”, tutto il contrario dell’Indurain decisamente più navigato che in questo momento sta comandando con autorità la classifica. Al corridore della Carrera non balena così nemmeno l’idea di provarci in questa giornata, che comunque riesce a portare un sorriso nel clan degli italiani grazie alla vittoria di Chioccioli, scattato ai piedi della salita della Croix-de-Chaubouret, a 35 Km dall’arrivo, e giunto al traguardo con 42” sul russo Dimitri Konishev, 43” su Perini e una cinquantina di secondi sul gruppo, regolato allo sprint da Jalabert.

Resosi conto che il navarro è irraggiungibile, nell’ultima giornata da trascorrere sulle montagne Chiappucci lascia carta bianca al compagno di squadra Roche, che già due volte era andato all’attacco in questa edizione del Tour senza raccogliere nulla sul piano delle soddisfazioni personali. L’irlandese esce così dal gruppo a 26 Km dal traguardo anche grazie al benestare di Indurain, al quale non fa paura, riprende chi si trova in testa alla corsa e poi fende solitario il nebbione che ammanta la Côte de Charlannes, la pedalabile salita in cima alla quale è posto l’arrivo della tappa di La Bourboule e dove va a cogliere quella che sarà la sua ultima vittoria tra i professionisti.

Mancano ancora cinque tappe alla conclusione del Tour ma, tolta la cronometro di Blois, son tutte frazioni di trasferimento nelle quali, al di là di qualche sparuta “côte”, domina sovrana la pianura. Dovrebbero essere quattro occasioni succulente per i velocisti ma ancora le loro formazioni faticano a tenere a bada i gruppetti che decidono di lanciarsi in avanscoperta e così a Montluçon si assiste alla vittoria in solitaria del francese Jean-Claude Colotti, mentre sulla celebre Avenue de Grammont di Tours la volata sfuma per un’inezia perché sarebbe bastato un metro in più al gruppo per riacciuffare Thierry Marie, partito come una scheggia subito dopo lo striscione dell’ultimo chilometro.

L’ultima galoppata contro il tempo si disputa nell’incantevole scenario della Valle della Loira, 64 Km di un piattone quasi perfetto disegnato tra Tours e Blois sul quale Indurain non riesce a dominare come aveva fatto undici giorni prima in Lussemburgo. Dal terzo posto in giù i distacchi sono quelli soliti ma stavolta l’iberico si ritrova a fare i conti con un Bugno in netta ripresa, che ai primi tre intermedi si presenta con tempi inferiori di un pugno di secondi rispetto a quelli di Indurain. Poi il campione del mondo cala nel finale, riuscendo comunque a contenere il passivo entro il minuto e a risalire dal quinto al terzo posto della classifica generale.

Anche la penultima tappa sfugge agli sprinter – a Nanterre vince il belga Peter De Clercq davanti all’italiano Flavio Vanzella – che invece riescono a mantere salda la regia di corsa nella conclusiva tappa di Parigi, dove è il tedesco Olaf Ludwig a conquistare il successo sugli Champs-Élysées precedendo Van Poppel e Museeuw. Poi spazio ai festeggiamenti per il secondo Tour conquistato da Miguel Indurain, ancora una volta accompagnato sul podio – ma a ruoli invertiti rispetto al 1991 – da Chiappucci e Bugno, rispettivamente 2° a 4’35” e 3° a 10’49”.

Mauro Facoltosi

LE ALTIMETRIE


Indurain e Chiappucci affiancati sulla salita dellAlpe dHuez, il giorno dopo limpresa del Diablo nel tappone del Sestriere (foto Bettini)

Indurain e Chiappucci affiancati sulla salita dell'Alpe d'Huez, il giorno dopo l'impresa del "Diablo" nel tappone del Sestriere (foto Bettini)

BATTI UN CINQUE – 1991, IL PRIMO TOUR DI INDURAIN

giugno 27, 2020 by Redazione  
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Anche nelle settimane tradizionalmente impegnate dal Tour Ilciclismo.it vi farà compagnia con i racconti del ciclismo che è stato. In particolare abbiamo scelto di narrarvi delle storiche cinquine alla Grande Boucle di Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain, alle quali affiancherano negli ultimi giorni anche i racconti di tre Tour italiani, quelli vinti da Nencini nel 1960, da Gimondi nel 1965 e da Pantani nel 1998. Buona lettura!

Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Miguel Indurain.

Cinque Tour a testa, record ancora imbattuto dopo il colpo di spugna che ha cancellato le sette edizioni conquistate “artificialmente” da Lance Armstrong. Se chiedessimo ai giornalisti d’un tempo chi sia stato il migliore tra questi quattro corridori assisteremmo a una discussione molto accesa, come quella che alcuni anni fa – si disquisiva nell’occasione di Coppi e Merck – fu conclusa con la frase, la cui paternità è ancora oggi dubbia, “Coppi è stato il più grande, Merckx il più forte”. Se, però, ci mettessimo lì ad analizzare nei dettagli i venti Tour vinti da questi quattro corridori, dei risultati ben precisi possiamo ottenerli e in testa a questa speciale classifica dei “corridori più…” (senza aggettivo, così da non scontentare nessuno) si ritroverebbe senza ombra di dubbio Merckx, campione in grado di emergere su qualsiasi terreno si trovasse a gareggiare, dalla pista all’arrivo in volata, dalla tappa di montagna alla cronometro. Un gradino sotto si ferma Hinault, che primeggiava sugli stessi terreni del belga ma era molto meno “ingordo” di lui. Sul terzo gradino del podio si potrebbe, infine, mettere assieme Anquetil e Indurain, entrambi notevolmente attrezzati nell’esercizio della sfida contro il tempo e capaci di tenere in montagna pur non essendo scalatori. Ci sono due particolari, però, che permettono al corridore spagnolo di risaltare sugli altri tre, a cominciare dal fatto che Indurain i suoi cinque Tour li ha vinti consecutivamente, a differenze degli altri che, invece, hanno avuto qua e là delle battute d’arresto, volontarie o involontarie. Inoltre c’è anche il fattore età che permette a “Miguelon” di surclassare gli altri assi, che cominciarono la loro serie di vittorie quando avevano tra i 23 e il 24 anni, mentre lo spagnolo quando vinse il suo primo Tour aveva 27 primavere alle spalle e sette anni di “apprendistato” alla Reynolds, la formazione iberica che poi nel 1990 diventerà Banesto (sarebbe la “nonna” dell’attuale Movistar) e nella quale svolse compiti di gregariato per Pedro Delgado, vincitore del Tour nel 1988.

Quando, passati i trent’anni d’età, Delgado capisce d’aver cominciato a imboccare la strada del declino agonistico decide di lasciare i galloni di capitano al suo delfino per l’edizione 1991 della Grande Boucle. È un’edizione del Tour, la settantottesima della storia, che vede ai nastri di partenza come grande favorito l’americano Greg Lemond, che ha in attivo tre vittorie in classifica, le ultime due delle quali conquistate di fila. È anche il Tour che vede al via italiani in grado di far bene in classifica per la prima volta dopo un lungo periodo nel quale ci eravamo dovuti accontare delle vittorie di tappa, 11 nelle dieci edizioni disputate negli anni ’80, periodo nel quale nessuno dei nostri era arrivato a piazzarsi nemmeno nella top ten. L’edizione dell’anno precedente ci aveva, però, fatto scoprire un Claudio Chiappucci inatteso, in grado di competere per il successo finale fino all’ultimo e anche il Tour del 1991 confermerà il valore dello scalatore varesino, che alla fine sarà terzo in classifica, preceduto dallo spagnolo e da Gianni Bugno, un altro dei nomi che ci fa ben sperare al via da Lione.

Si parte il 6 luglio con un veloce cronoprologo di poco più di 5 Km che fa suo il francese Thierry Marie, specialista delle cronometro brevi che nel curriculum ha già dieci affermazioni nei prologhi, vittorie alle quali affiancherà nel 1992 anche quello nella crono d’apertura del Giro d’Italia. In questa occasione precede di due secondi un altro nome molto atteso al via, quello di Erik Breukink, l’olandese che nel 1988 aveva vinto la famigerata tappa del Gavia al Giro e si era poi piazzato in seconda posizione nella classifica finale. Tra i “big” il migliore è Lemond, 3° a 3”, che riesce a guadagnare sei secondi su Indurain, dodici su Chiappucci e quindici su Bugno.

La prima tappa pure si snoda in circuito attorno a Lione, su di un percorso moderatamente nervoso al termine del quale si attende l’arrivo allo sprint e non certo un’azione a sorpresa da parte di uno dei favoriti. È, invece, quel che accade a 55 Km dal traguardo quando, lasciatesi alle spalle la parte altimetricamente più movimentata della tappa, va all’attacco “nientepopodimenoché” Lemond assieme ad un risicato gruppetto nel quale ci sono, tra gli altri, Breukink, il danese Rolf Sørensen e il russo Djamolidine Abdoujaparov. Quest’ultimo sfrutterà poi le sue doti di velocista per imporsi allo sprint su questo drappello, che riesce nell’intento prefissatosi e precede di quasi due minuti il gruppo con tutti gli altri favoriti, mentre Sørensen balza al comando della classifica generale con 11” su Breukink.

Lo stesso giorno, il pomeriggio, si disputa tra Bron e Chassieu la cronometro a squadre, 36.5 Km che si concludono con la prima delle sei affermazioni che rappresenteranno il bottino dell’Italia in questa edizione del Tour. A firmarla è l’Ariostea, la squadra della maglia gialla Sørensen, che riesce a imporsi a quasi 53 Km/h, pur con il contrattempo della caduta di tre suoi corridori all’ultimo chilometro, e distanzia di 8” la Castorama e di 35” la Panasonic. Per quanto riguarda le formazioni dei favoriti la migliore è la PDM di Breukink, che stacca di 10” la Z di Lemond e di 25” la Gatorade di Bugno e la Banesto di Indurain. La notizia clamorosa del giorno è quella dell’estromissione dalla corsa dell’irlandese Stephen Roche, vincitore dell’edizione 1987, giunto fuori tempo massimo – a quasi 14 minuti dall’Ariostea – dopo essersi presentato al via con sette minuti di ritardo rispetto all’orario prestabilito a causa di una lunga sosta alla toilette. Il regolamento delle cronometro, infatti, prevede che il tempo sia fatto partire all’orario fissato dai giudici, indipendentemente dalla presenza o meno del corridore sulla rampa di lancio (anche nel prologo del Tour del 1989 si era verificato un episodio simile, con protagonista Delgado).

Partendo da Villeurbanne si lascia velocemente la zona di Lione per una tappa di oltre 200 Km diretta a Digione, dove l’atteso sprint avviene ma a vincere non è un velocista perché il belga Étienne De Wilde, scappato a un chilometro e mezzo dal traguardo, viene praticamente ripreso solo sulla linea d’arrivo, riuscendo lo stesso a tagliarla vittorioso davanti a tutti i velocisti in gara.

Va tutto come previsto, invece, l’indomani a Reims dove Abdoujaparov allo sprint s’impone nella tappa più lunga di questa edizione (286 Km), nel corso della quale Chiappucci tenta due volte di soprendere il gruppo, senza tuttavia farcela anche perché non è più il corridore poco conosciuto che l’anno prima era riuscito a guadagnare a sorpresa 10 minuti sul gruppo andando in fuga nella prima tappa.

Intanto continua indisturbata la marcia in giallo di Sørensen, che mantiene le insegne del primato anche al termine della successiva frazione di Valenciennes, nonostante una brutta caduta che lo coglie a 4 Km dall’arrivo e che lo porta a tagliare il traguardo con 13” di ritardo dal belga Jelle Nijdam, scattato dopo che a 1500 metri dall’arrivo era stato ripreso un ennesimo tentativo promosso da Chiappucci. La corsa in ospedale del corridore danese, subito dopo la conclusione della tappa, sarà però una doccia fredda: il responso delle lastre è quello di una frattura alla clavicola che costringe il corridore danese a lasciare il Tour con la maglia gialla sulle spalle.

L’indomani mattina dovrebbe indossarla Lemond, che la sera prima era ancora secondo in classifica a 9” da Sørensen, ma si rifiuta di farlo per solidarietà verso il corridore dell’Ariostea. E non la vestirà nemmeno a sera perché, al termine della Arras – Le Havre, tornerà sulle spalle di Marie che corona con un doppio successo una lunga fuga solitaria di 234 Km, la seconda per durata della storia del Tour dopo quella messa in scena da Albert Boulon per 253 Km nella Carcassonne – Luchon del 1947.

Con Marie in giallo con 1’04” sull’irlandese Sean Kelly si corre una tappa per velocisti di 167 Km – l’arrivo è ad Argentan, dove s’impone l’olandese Jean-Paul van Poppel – alla vigilia di una delle frazioni più temute, la lunga cronometro di Alençon. A dominarla sembra essere Breukink, che fa registrare il miglior tempo a tutti i punti intermedi, l’ultimo dei quali – a 10 Km dal traguardo – lo vede viaggiare con 20” di vantaggio su Indurain e 26” su Lemond. Improvvisamente il corridore olandese rallenta e la sua azione si appesantisce inspiegabilmente nell’affrontare il traguardo conclusivo, che lo vede tracollare fino ad arrivare ad accusare al traguardo un ritardo di 1’14” da Indurain e Lemond, con i due distanziati nell’ordine d’arrivo da otto secondi, mentre Bugno termina a 1’31” dallo spagnolo e Chiappucci soffre lasciando per strada oltre 4 minuti. Mentre Lemond torna a vestire la maglia gialla con 1’13” su Breukink, gli appassionati cominciano a fare mille congetture sulla débâcle dell’olandese, tirando per prima cosa in ballo le crisi ipoglicemiche che in passato lo avevano condizionato nelle crono la cui lunghezza superava i 70 Km. Nei giorni successivi, però, anche i suoi compagni di squadra cominceranno ad accusare i medesimi sintomi, che nel giro di tre giorni porteranno al totale ritiro della sua formazione dal Tour, dove le voci si rincorrono e parlano ora di un’intossicazione alimentare, di un virus ma anche della somministrazione di prodotti dopanti mal conservati, un’indiscrezione avvalorata dal fatto che solamente i corridori si erano sentiti male e non il restante personale della squadra.

Nell’attesa dei Pirenei si disputano tre frazioni che, cartine alla mano, dovrebbero tutte terminare allo sprint. Invece, in tutte e tre riesce ad andare in porto la fuga o il tentativo nato nel finale e così a Rennes Mauro Ribeiro è il primo (e finora unico) corridore brasiliano a imporsi in una tappa del Tour, a Quimper l’australiano Phil Anderson e i suoi compagni d’avventura riescono a resistere per 6” al recupero del gruppo e a Saint-Herblain è uno scalatore – quel Charly Mottet che l’anno prima era arrivato secondo nel Giro vinto da Bugno – a sorprendere il gruppo con una sparata all’ultimo chilometro di una tappa di quasi 250 Km percorsa a una media di oltre 47 Km/h.

Dopo un giorno di riposo si riparte con la prima tappa pirenaica, che debutta con una grossa protesta in seno al gruppo, un vero e proprio “sit in” per lamentarsi dell’esclusione dell’elvetico Urs Zimmermann, espulso per aver effettuato in auto – a causa della paura per i viaggi aerei – il lungo trasferimento dalla Bretagna a Pau, mentre il regolamento prevedeva che tutti i corridori lo compissero nella medesima modalità. La protesta è talmente decisa che convince i commissari di gara a riammettere in corsa l’elvetico, che tenta anche la fuga nella tappa diretta nella cittadina spagnola di Jaca, dove si giunge dopo esser saliti sui colli di Soudet e di Somport. La conclusione è a sorpresa perché, oltre a registrare il bis di Mottet, cambia il padrone della maglia gialla grazie al tentativo di cinque corridori che la caratterizza e tra i quali c’è il vincitore del Giro del 1988, Andrew Hampsten: la sorpresa ha il volto raggiante del francese Luc Leblanc che, grazie ai quasi sette minuti guadagnati sul gruppo Lemond, si porta al vertice della classifica con 2’35” sull’americano.

L’era Lemond ha, però, i minuti contati, per la precisione i sette minuti e diciotto secondi che perderà l’indomani nel tappone di Val Louron: è da questo giorno che prende a eclissarsi l’astro di Greg, nel cui corpo cominciano in questo momento a farsi sentire i venefici effetti dei trenta pallini di piombo che i medici non erano riusciti a estrargli e che sono il “souvenir” di un incidente di caccia avvenuto nell’aprile del 1987, quando era stato scambiato dal cognato per un esponente del mondo della selvaggina. Per una stella che si spegne, ce n’è una pronta a splendere, quella di Indurain che al termine del tappone si trova a vestire la prima maglia gialla della sua vita dopo esser andato all’attacco nella discesa dal Tourmalet. Gli fa compagnia il solo Chiappucci, che poi lo precede allo sprint a un traguardo dove terzo si piazza Bugno, quasi un minuto e mezzo dopo l’arrivo dei primi due. Ora è “Miguelon” in testa al Tour, con tre minuti netti su Mottet e qualcosa di più su Bugno, mentre Chiappucci si piazza al quarto posto a 4’06”.

Quella del “Diablo” è la prima di cinque vittorie consecutive italiane, con i nostri che monopolizzano la più alta piazza degli ordini d’arrivo tra Pirenei e Alpi. Ventiquattrore dopo l’affermazione dello scalatore varesino arriva il successo in fuga del vicentino Bruno Cenghialta, che per l’emozione perde per qualche istante i sensi subito dopo aver tagliato il traguardo della Saint-Gaudens – Castres. Tocca poi a Moreno Argentin al termine della Albi – Alès e quindi a Gap arriva una tripletta da incorniciare per l’Ariostea con Marco Lietti, che si prende il lusso di battere allo sprint un corridore del calibro di Lemond.

Dalla gioia al dolore trascorrono solo poche ore per il corridore comasco, che il mattino successivo si frattura clavicola e femore, a causa dello scontro con un mezzo della carovana pubblicitaria, mentre si sta recando in bici al raduno di partenza della tappa diretta all’Alpe d’Huez. E poi è ancora festa in casa Italia con il bis di Bugno in cima all’Alpe, dove il monzese si era già imposto dodici mesi prima e dove stavolta precede allo sprint Indurain, mentre Chiappucci perde 43” ma sale al terzo posto della classifica (con Bugno secondo) a causa del cedimento di Mottet.

C’è ancora un duro tappone da scavalcare, ma tra Bourg-d’Oisans e Morzine oltre alle salite il gruppo incontra anche il maltempo a complicare una giornata nella quale i big non si danno battaglia, giungendo al traguardo trenta secondi dopo l’arrivo di Thierry Claveyrolat, scalatore francese che morirà suicida otto anni più tardi per il rimorso di un incidente stradale nel quale aveva causato quattro feriti.

Anche l’ultima salita del Tour, il Mont Revard di gimondiana memoria, scivola via senza troppi patemi per la Banesto di Indurain, che controlla la corsa lasciando andar via solo i corridori che meno teme. Così è ancora la fuga ad andare in porto e sul traguardo di Aix-les-Bains a giungere per primo è Dimitri Konychev, seconda vittoria russa al Tour dopo di quella conseguita l’anno prima a Pau dallo stesso corridore. E la festa per i sovietici non finisce qua perché l’indomani faranno poker con l’affermazione di Vjačeslav Ekimov sul traguardo di Mâcon, dove riesce a precedere di sette secondi la volata del gruppo, vinta dal suo connazionale Abdoujaparov.

Si rimane per un altro giorno a Mâcon dove, alla vigilia della conclusione del Tour, è prevista un’altra tappa favorevole allo spagnolo che da una settimana staziona indisturbato al vertice della classifica. Infatti, è ancora Indurain a imporsi nella lunga crono che parte da Lugny e che vede lo spagnolo percorrere i 57 Km in programma alla media di 47.665 Km/h, mentre riescono a contenere lo svantaggio entro il minuto solo Bugno e Lemond, rispettivamente staccati di 27 e 48 secondi.

L’ultima tappa è una pura formalità, 178 Km per andare da Melun al tradizionale approdo degli Champs-Élysées, sui quali sono ancora i corridori russi a farsi notare, tra il bis di Konychev e la tremenda caduta di Abdoujaparov, che tocca il piede di una transenna a poche centinaia di metri dal traguardo. “Abdou” salta letteralmente per aria, per poi ripiombare pesantemente sull’asfalto riportando un trauma cranico e la frattura alla clavicola. Ma ha il coraggio e la forza di volontà di rimettersi in sella e, con il volto grondante di sangue, percorrere l’ultimo tratto fino al traguardo, che deve completare affinchè la giuria possa assegnargli definitivamente quella maglia verde che indossa ininterrottamente dalla terza tappa. È l’ultimo brivido del primo dei cinque Tour vinti da Indurain, che lo spagnolo conquista con 3’36” su Bugno e 5’56” su Chiappucci.

Mauro Facoltosi

LE ALTIMETRIE

Indurain e Chiappucci allattacco nella tappa di Val-Louron, che consentirà allo spagnolo di indossare al sua prima maglia gialla

Indurain e Chiappucci all'attacco nella tappa di Val-Louron, che consentirà allo spagnolo di indossare al sua prima maglia gialla

TRICOLORE STORY: ARGENTIN 1989

giugno 23, 2020 by Redazione  
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Terminiamo di sfogliare l’album dei ricordi del campionato nazionale con l’edizione del 1989, come quella del 1972 disputata sul tracciato del Giro dell’Appennino e vinta da Moreno Argentin

In occasione della cinquantesima edizione, quella del 1989, il Girodell’Appennino ha nuovamente l’onore di essere scelto quale prova unica per l’assegnazione della maglia tricolore. Sono passati diciassette anni dal successo di Gimondi e nuovi campioni si sono avvicendati sul traguardo di Piazza Arimondi.
Italo Zilioli, nel 1973, ha bissato il successo di dieci anni prima e, dopo di lui, sono saliti sul gradino più alto del podio Giovanni Battaglin, Fabrizio Fabbri e Francesco Moser. Per sei anni consecutivi è stato il turno di Gianbattista Baronchelli, che ha stabilito un record difficilmente battibile negli anni a venire. Poi,dall’83 all’85 sono stati Marino Lejarreta, Mario Beccia e ancora, Moser ad iscrivere il loro nome nel prestigioso albo d’oro. Negli ultimi tre anni, infine, Gianni Bugno ha inanellato un successo dopo l’altro, uguagliando il tris di vittorie di Michele Dancelli.
Sull’auto del direttore di corsa non ci sarà più “Luigin” Ghiglione: se n’è andato nell’86, cinque anni dopo aver svolto il suo ruolo per l’ultima volta.
Alla vigilia della competizione si respira aria di battaglia.Gianni Bugno cerca il poker, ma deve vedersela con Fabio Giupponi, uscito bene dal Giro d’Italia. Ci sono Maurizio Fondriest in maglia iridata e Moreno Argentin, che ha più volte domato la Redoute ma non ancora la Bocchetta. Sono loro i nomi dei favoriti: non è terreno per Pierino Gavazzi, campione nazionale uscente.
Erano partiti in 70, diciassette anni prima, ora sono quasi il doppio, record assoluto di partecipanti. C’è persino Giuseppe Saronni, ormai sul viale del tramonto. Anche il percorso è in parte cambiato, rispetto a quello degli ultimi anni, che aveva subito diverse modifiche ed un accorciamento del consueto tracciato.
Gli organizzatori hanno previsto un passaggio nel tortonese per rendere omaggio alla memoria di Fausto Coppi e hanno inserito la salita della Crocetta d’Orero da Pedemonte. Ma il finale rispetta la tradizione perché la corsa si decide in quell’anello di cinquanta chilometri che è parte della storia del ciclismo. Sulla Bocchetta hanno promesso di esserci Ettore Milano e Andrea Carrea, che sono di casa su quelle strade. Ricordano troppo bene il volo di Fausto nel 1955, tant’è che alla vigilia della gara Carrea minaccia di passare un mazzo di ortiche sulle gambe dei corridori se nessuno oserà attaccare sulla salita della leggenda.
Domenica 25 giugno partono in 138. La corsa è veloce, con alcuni tentativi di fuga di comprimari: dapprima Mauro Monarca e poi Danilo Gioia e Stefano Cecini animano le prime fasi della gara. È Alessandro Giannelli a lanciarsi in fuga dopo il traguardo volante di Carrosio. L’atleta della Titanbonifica passa per primo in vetta alla Castagnola con 40” sul gruppo allungato. Il battistrada prosegue la sua azione e, dopo i Giovi, affronta ancora in solitudine la Crocetta di Orero. Alle sue spalle sono gli uomini della Chateau d’Ax di Gianni Bugno a guidare l’inseguimento e, a metà salita, il fuggitivo viene raggiunto. La media di corsa è da primato: dopo tre ore si viaggia sui 41 chilometri all’ora. Sulla Scoffera è Baronchelli, Signore dell’Appennino, a transitare per primo, davanti a Camillo Passera e Roberto Gusmeroli, mentre Guido Bontempi e Roberto Pagnin si ritirano. Dopo la lunga discesa il gruppo compatto attraversa Genova. In questa occasione gli organizzatori hanno deciso di far passare la corsa nel centro città anzichè sulla sopraelevata, come accadeva da tanti anni. È una processione laica quella dei corridori che sfilano tra due ali di folla, la stessa che il giorno prima aveva fatto corona alla processione di San Giovanni Battista, il patrono della Superba.
Dopo il rifornimento di Sampierdarena il gruppo risale la Valpolcevera e a Campomorone, quando si attacca la Bocchetta, si accendono le ostilità. Giupponi, Bugno, Marco Giovannetti, Franco Vona, Stefano Della Santa ed Enrico Zaina sono i più attivi sulle prime rampe, ma anche Fondriest resiste fino al muro di Langasco. Bugno e Zaina sembrano poter fare la differenza, ma in realtà non c’è nessun atleta in grado di prendere il largo. C’è grande equilibrio, forse troppo. In vetta, davanti al Cippo di Coppi e a quello di Ghiglione, passa per primo Giupponi. Suo il miglior tempo della scalata, ma quei 25 minuti e 26 secondi sono lontani anni luce dal record di Baronchelli stabilito dodici anni prima. A Voltaggio sono in tredici al comando: Marino Amadori, Argentin, Bugno, Davide Cassani, Stefano Colagè, Giorgio Furlan, Giovannetti, Giupponi, Passera, Alessandro Pozzi, Alberto Volpi, Vona e Zaina, gli stessi che (ad eccezione di Roberto Conti, saltato per crampi) erano alle spalle di Giupponi in cima alla Bocchetta, racchiusi nello spazio di pochi secondi.
Bugno, che ha ben quattro compagni di squadra, non riesce a fare ulteriore selezione sulla Castagnola e sui Giovi e solo Pozzi perde terreno. Giupponi, ancora lui, è l’unico a cercare la soluzione isolata: si ricorda di Gimondi e vuole imitarlo, proprio a Mignanego dove il bergamasco era partito 17 anni prima, ma la marcatura è spietata.
Si presentano in dodici a giocarsi il Tricolore. Un gruppetto composito, con campioni e comprimari.
Bugno e Argentin si lanciano gomito a gomito in un appassionante volata e tagliano insieme il traguardo. Bisogna aspettare il verdetto del fotofinish per decretare il vincitore. Sono minuti interminabili, alla fine dei quali arriva il responso:primo Argentin per quattro centimetri! Bugno, incredulo, impreca mentre il corridore veneto – pur vittorioso – ha da ridire sul comportamento dell’elicottero della RAI ed è polemico nei confronti della sua squadra, la Gewiss-Bianchi.
La corsa è stata tanto veloce (media record di 40,059 km/h!) da prendere in contropiede anche la RAI, la cui diretta inizia proprio mentre è in corso di svolgimento la volata finale.
Argentin è ancora una volta, dopo sei anni, campione italiano e con la maglia tricolore conquistata a Pontedecimo si aggiudicherà, l’anno successivo, il Giro delle Fiandre e la Freccia Vallone.
Bugno avrebbe dovuto aspettare altri due anni per fregiarsi del titolo italiano, replicando il successo nel 1995: la sfida tricolore a distanza tra i due campioni sarebbe finita in parità.
Appaiati anche in questo speciale palmarès, proprio come quella volta sul traguardo di Pontedecimo.

Mario Silvano

TRICOLORE STORY: GIMONDI 1972

giugno 22, 2020 by Redazione  
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Dopo la rassegna sui campionati nazionali più recenti torniano indietro nel tempo con più decisione per portarvi sulle strade di gare iridate più datate. Abbiamo scelto di raccontarvi le due edizioni che si disputarono sul tracciato del Giro dell’Appennino, cominciando con quella vinta dall’indimenticato Felice Gimondi nel 1972

Agli albori delle competizioni ciclistiche italiane Genova ebbe l’onore di ospitare – era il 1886 – la seconda edizione del campionato nazionale per biciclisti e triciclisti. Le gare su pista vennero disputate sulla spianata dell’Acquasola, in centro città, mentre per la prova su strada (il cosiddetto “campionato italiano di resistenza”) ci si trasferì a Busalla, nell’entroterra genovese. Tredici concorrenti per centoventi chilometri di gara dalla località della Valle Scrivia sino a Santa Giulietta – nell’Oltrepò Pavese – e ritorno, passando per Serravalle, Voghera e Casteggio.
Dopo cinque ore e 48 minuti fu Geo Davidson – lo “scozzese di Liguria” che sarà futuro presidente del Genoa e, poi, della Federazione cCclistica Italiana – a precedere in volata il forte Giuseppe Loretz, campione nazionale uscente.
Fu un successo quella manifestazione e Genova, negli anni a seguire, ospitò nuovamente competizioni a carattere nazionale. Come nel 1892 e ancora l’anno successivo.
Nel 1893 si registrò un fatto curioso: al momento della partenza della gara per l’assegnazione del titolo di campione italiano su pista i corridori si presentarono in abiti borghesi e senza bicicletta. Fu una specie di sciopero motivato – pare – dall’asserita insicurezza del terreno di gara.
Si replicò dieci anni dopo, nel nuovo velodromo in legno (337 metri di sviluppo) costruito nella spianata del Bisagno. Furono giorni di fine giugno intensi, con grande partecipazione di pubblico incoraggiato anche dal fatto che i prezzi erano gli stessi di dieci anni prima! Alle gare di velocità e resistenza (così venivano chiamate) seguì, come gran finale, una spettacolare gara di tandem.
“Che tempi!”, avrebbe esclamato Gilberto Govi (ma in senso positivo, s’intende).
Poi, dopo quegli anni ruggenti (ma anche nel calcio era andata così, con il Genoa grande protagonista nei primi campionati), la Superba dovette cedere il passo ad altri palcoscenici.
Ci fu, è vero, un campionato nazionale di ciclocampestre – negli anni Trenta, il periodo d’oro del genovese Luigi Ferrando, cinque volte campione italiano della specialità – ma ne dovette passare del tempo, prima che la Lanterna rivedesse il Tricolore.
Nel 1972 il Giro dell’Appennino (che in altre occasioni era stato inserito tra le prove per l’assegnazione del titolo tricolore, sia individuale che a squadre) ha finalmente l’onore di ospitare la prova unica valida per l’assegnazione del campionato italiano professionisti. E’ la trentatreesima edizione della corsa ideata nel 1934 da Luigìn Ghiglione ed organizzata dall’Unione Sportiva Pontedecimo. È la corsa della Bocchetta, la salita che Adriano De Zan definiva “la più dura salita inserita in una corsa in linea italiana”, sulla quale si involò Fausto Coppi nel 1955 per cogliere la sua ultima vittoria per distacco.
I campioni nostrani sono usciti malconci dal Giro d’Italia e ci si aspetta da loro una prova d’orgoglio:ci sono tutti a Pontedecimo quel 25 giugno.
Felice Gimondi e Gianni Motta, Michele Dancelli e Italio Zilioli, Franco Bitossi e Franco Balmamion: i piu bei nomi di quel ciclismo si danno appuntamento sulle strade dell’Appennino. Bitossi è il campione uscente che, dopo i successi dei due anni precedenti, cerca il prestigioso tris nel campionato nazionale.
Ci sono anche il vecchio Aldo Moser e Silvano Schiavon. E Miro Panizza, reduce da un brillante quinto posto al Giro e, ancora, il ligure Giuseppe Perletto, giovane scalatore che cerca la gloria sulle strade della sua regione. Settanta partenti per affrontare i 248 chilometri del percorso tra Genova ed il basso Piemonte, con le ascese dei Giovi, della Castagnola da Borgo Fornari e della Scoffera prima di affrontare gli ultimi, splendidi cinquanta chilometri caratterizzati dall’ascesa della Bocchetta, da un nuovo passaggio sulla Castagnola (da Voltaggio, stavolta) e dall’ultimo dente di giornata, i Giovi dal versante di Busalla.
È una fuga di Luciano Armani a caratterizzare la prima parte della corsa. Il portacolori della Scic si lancia all’attacco subito dopo la partenza. Il suo vantaggio cresce a vista d’occhio. Solo Enrico Guadrini si lancia al suo inseguimento e lo raggiunge a Carrosio, in Val Lemme, dopo il primo passaggio sulla Castagnola. La fuga si conclude a Serravalle, dopo tre ore di corsa. I corridori risalgono la Valle Scrivia senza sussulti. In vista della Scoffera allunga Schiavon, ripreso da Donato Giuliani e da Mario Anni, che passa per primo in vetta, ma come inizia la lunga discesa su Genova il terzetto è raggiunto.
Giacinto Santambrogio scatta dopo il rifornimento di Sampierdarena, in Via Fillak, proprio sotto il ponte Morandi, e attacca la Bocchetta con un esiguo vantaggio sul gruppo. Panizza si esalta sulle prime dure rampe della salita ed opera la selezione. Motta non trova il passo giusto e anche Zilioli fatica. I primi chilometri dell’ascesa sono i più temibili e quattro corridori si trovano in vantaggio a metà salita: oltre a Panizza, ci sono Gimondi, Fabrizio Fabbri e un sorprendente Mario Lanzafame.
Quando De Zan apre la telecronaca diretta le telecamere mobili – per la prima volta al Giro dell’Appennino – inquadrano un uomo solo al comando, poco prima dello scollinamento. È Fabbri che lassù, ai 772 metri del culmine della “salita delle Streghe”, davanti al cippo del Campionissimo precede di pochi secondi Panizza. Gimondi è terzo a 17”. Perletto, incoraggiato in dialetto dalla sua gente, è quarto insieme a Lanzafame, che sta disputando la sua migliore gara da professionista. I due, a 28 secondi, precedono la coppia della Filotex con Bitossi e Giovanni Cavalcanti, attardati di 39 secondi. Michele Dancelli, rabbioso, insegue da solo a cinquanta secondi. Dopo di lui Schiavon a cinquantacinque e Wilmo Francioni a un minuto e quindici.
Nella discesa su Voltaggio Perletto cade, vola in un fosso e deve abbandonare i sogni di gloria. Bitossi e Dancelli compiono vere e proprie acrobazie e si riportano sui primi in vista del paese degli amaretti. Sono quindi in sette ad imboccare la salita della Castagnola. Fabbri – secondo all’arrivo l’anno precedente -è in gran spolvero: cerca di andarsene, invano, ma è comunque il primo a transitare in vetta e ad affrontare la discesa verso Borgo Fornari. Ci sono un paio di brutte curve e una di esse è fatale all’intraprendente ragazzo toscano. Cade, rompe la bicicletta e anche per lui svanisce il sogno tricolore.
Ora sono rimasti in sei a giocarsi la vittoria: tre vecchi leoni (Gimondi, Bitossi, Dancelli), un Panizza mai domo e due gregari (Lanzafame e Cavalcanti).
Ci sono ancora i Giovi, dal versante di Busalla (i “Giovetti), e Dancelli non si lascia sfuggire l’ultima occasione. Michele, che ha già vinto tre di Giri dell’Appennino, scatta verso la cima e si lancia in discesa con un margine di vantaggio di pochi secondi sugli inseguitori. Armani, che dopo la lunga fuga di 120 chilometri si è ritirato e commenta la corsa con De Zan, giura sul buon esito della sortita. Ma il coraggio del bresciano non è premiato: gli altri non ci stanno e si dannano l’anima per riprenderlo. E ci riescono. Sul falsopiano di Mignanego, al termine della discesa, sono ancora insieme.
Il tempo di capire le intenzioni dei compagni di fuga e Gimondi tenta l’allungo. È ancora Dancelli a riportarsi su di lui e ad annullare il tentativo. Poi Felice ci riprova. Gli altri si guardano: chi deve scattare? Non certo Dancelli, che è stato appena ripreso, ma nemmeno i due della Filotex si muovono. È sufficiente un attimo di indecisione ed il bergamasco scompare dietro una curva, rapportone e testa bassa: mancano poco più di cinque chilometri al traguardo di Pontedecimo.
Felice insiste nella sua azione ed in poco tempo il vantaggio cresce a vista d’occhio. Ormai è fatta ed il campione bergamasco si presenta tutto solo sul traguardo di Piazza Arimondi, bissando il successo di tre anni prima.
I battuti arrivano staccati di quasi un minuto: Bitossi precede in volata Dancelli e Panizza e deve rinunciare (ma l’appuntamento è solo rimandato) alla terza maglia tricolore. Lo sfortunato Fabbri conclude al decimo posto e grande è il suo rammarico.
L’Appennino, ancora una volta, ha dimostrato di essere una corsa dura e selettiva: solo in trenta terminano la prova.
E mentre Gimondi indossa la maglia tricolore la seconda della sua carriera, dopo quella conquistata nel 1968 al Giro di Romagna) non manca una nota polemica ad infiammare il dopocorsa.
È Dancelli ad accendere la miccia: toccava a Bitossi andare a riprendere Gimondi, rimarca il bresciano, perché poteva contare sull’aiuto di Cavalcanti, suo gregario alla Filotex. E si capisce che il comportamento del toscano, quel giorno, non gli è proprio andato a genio.

Gran bella edizione, quella campionato italiano del 1972, con un signor podio che rappresenta la sintesi di un epoca d’oro del nostro ciclismo. Gimondi sarebbe andato al Tour, da lì a pochi giorni, e avrebbe conquistato il secondo posto, alle spalle di Eddy Merckx.
Patron Ghiglione può ritenersi soddisfatto e pazienza se nel trambusto del dopocorsa qualcuno gli ha sfilato il portafoglio. Il suo Giro ha regalato agli appassionati una grande giornata di ciclismo e un vincitore che va ad impreziosire un albo d’oro di assoluto prestigio.
E anche Fausto, quella sera, avrà senz’altro apprezzato.

Mario Silvano

TRICOLORE STORY: PELLIZOTTI 2012

giugno 21, 2020 by Redazione  
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Concludiamo la rassegna sui campionati nazionali più recenti (ma nei prossimi giorni ve ne riproporremo due più “datati” con l’edizione del 2012, conquistata da Franco Pellizotti sul difficile circuito di Borgo Valsugana

PELLIZOTTI, UNA GIOIA ATTESA TRE ANNI

Dopo il podio al Giro 2009, la maglia a pois al successivo Tour de France e la lunga squalifica malgrado non fosse mai risultato positivo a nessun controllo antidoping il Delfino di Bibione torna alla ribalta in un durissimo campionato italiano imponendosi per distacco in quel Borgo Valsugana davanti a Di Luca e Moser. Grande protagonista anche Scarponi autore di una fuga di oltre 100 km e 6° al traguardo subito dietro a Nibali.

La prova in linea del campionato italiano professionisti, che si è disputata con un giorno di anticipo rispetto a quanto avviene nella grande maggioranza delle nazioni europee, è andata in scena lungo un percorso di 254,7 km da Pergine a Borgo Valsugana contrassegnato dopo i primi 50 km in linea da un circuito di 13,8 km da ripetere 15 volte considerato in assoluto il più duro delle ultime stagioni per via della salita di Telve, che altro non è che l’inizio dell’ascesa verso il Passo Manghen affrontato all’ultimo Giro d’Italia: 3 km con una pendenza media intorno all’8% e punte oltre il 10 con la vetta posta a 9 km dal traguardo per un totale di quasi 4000 metri di dislivello complessivo. Gli uomini da battere erano pertanto gli scalatori o in ogni caso gli atleti a proprio agio in classiche come la Liegi o il Lombardia da Nibali e Moser (Liquigas) a Cunego, Scarponi e Ulissi (Lampre) passando per Pellizotti (Androni), Giampaolo Caruso (Katusha), Nocentini (Ag2r), Pozzovivo (Colnago-Csf), Rebellin (Meridiana), Di Luca (Acqua&Sapone), Cataldo (Omega-QuickStep) e il campione uscente Visconti (Movistar), che si presentava però al via con una condizione non ideale dopo aver abbandonato il Giro d’Italia nella tappa di Piani dei Resinelli.
Per la prima volta in tutta la Settimana Tricolore le temperature sono state miti e nelle prime ore di gara anche la pioggia ha fatto la sua comparsa sul percorso ma la corsa si è ugualmente rivelata molto dura fin dalle prime battute con la fuga di Baggio (Utensilnord), De Marchi (Androni), Belletti (Ag2r), Bandiera (Omega-QuickStep), Modolo, Delle Stelle e Paolo Locatelli (Colnago-Csf), Viviani (Liquigas), Donati (Acqua&Sapone), Guardini e Caccia (Farnese), Palini (Team Idea) e Cimolai (Lampre) che hanno guadagnato oltre 6′ sul gruppo che guidato dalla Liquigas ha imposto fin dalle prime tornate del circuito di Borgo Valsugana un’andatura elevata di cui hanno fatto le spese tra gli altri Visconti, Cataldo, l’iridato di Varese Ballan (Bmc), un Cunego che già al Tour de Suisse aveva mostrato di essere ormai in riserva dopo una prima parte di stagione molto intensa e Nocentini dal quale invece ci si attendeva molto di più dopo le ottime prove al Giro del Delfinato. La corsa si è accesa nel sesto giro quando Scarponi, reduce da un periodo in altura allo Stelvio per preparare il Tour de France dopo la delusione del Giro in cui ha fallito l’obiettivo podio, si è mosso in prima persona portandosi dietro l’atleta di casa Oss (Liquigas) in compagnia del quale ha recuperato il minuto che ancora separava il gruppo dai battistrada e ha proseguito nell’azione supportato da Cimolai, con i soli De Marchi, Donati, Belletti e Bandiera oltre a Oss in grado di mantenere il ritmo dei due Lampre che ha consentito loro di guadagnare fino a 3′ sul plotone già ridotto a una cinquantina di unità e sempre tirato principalmente dalla Liquigas coadiuvata in parte da Farnese e Astana: una volta esauritosi il lavoro del compagno di squadra Scarponi ha tirato dritto rimanendo dapprima con Oss e un tenace De Marchi e quindi involandosi in solitudine aulla quartultima ascesa di Telve a circa 50 km dal traguardo.
Malgrado il vantaggio in quel momento non superasse il 1′30” e il grande sforzo compiuto nei km precedenti sembrava che la coraggiosa azione dell’Aquila di Filottrano potesse risultare vincente dal momento che in gruppo la Liquigas era rimasta solo con un Agnoli come sempre encomiabile a poter tirare e tutte le altre squadre si erano ormai sfaldate, e non a caso fossero iniziati gli scatti, il più significativo dei quali quello di Puccio (Sky) e Montaguti (Ag2r) che si sono riportati su Oss e De Marchi: il quartetto è stato comunque riassorbito e al penultimo passaggio a Telve si è avuta la svolta della corsa con Nibali e Moser, strepitoso se si considera che per la prima volta in carriera disputa una prova di oltre 250 km, si sono mossi con decisione immediatamente seguiti da un brillantissimo Pellizotti che ha rilanciato l’azione scollinando con una decina di secondi sulla coppia Liquigas, su Giampaolo Caruso e Di Luca mentre Pozzovivo, reduce da un ottimo Giro di Slovenia concluso al 2° posto a soli 6” da Brajkovic, ha a sua volta tentato di replicare all’accelerazione ma è stato costretto a cedere venendo raggiunto da Ponzi e Gavazzi (Astana), seguiti a breve distanza da Mori e Bertagnolli (Lampre), Ratto (Liquigas), Failli e Rabottini (Farnese), Santaromita (Bmc) e Rebellin; tutti gli atleti che si trovavano alle loro spalle hanno invece abbandonato la corsa al termine della quale hanno tagliato il traguardo solo 16 corridori, ulteriore dimostrazione della durezza del percorso.
Nella successiva discesa Pellizotti è stato ripreso dapprima da Nibali e Moser e poche centinaia di metri dopo anche da Caruso e Di Luca e il quintetto si è riportato su un ormai stremato Scarponi, con Nibali che ha tentato un allungo solitario nel tratto pianeggiante che precedeva l’ultimo passaggio sulla salita di Telve; quello del messinese è apparso un segnale di debolezza e in effetti sulla salita finale sia lui che Scarponi hanno immediatamente perso contatto mentre uno scatenato Pellizotti si è prodotto in un primo allungo al quale hanno resistito Moser e Caruso e, replicando a un contrattacco dell’atleta della Katusha, ha proseguito in maniera ben più decisa rimanendo solo al comando e ha continuato a incrementare il vantaggio negli ultimi 9 km pianeggianti, tagliando il traguardo con 27” su un ottimo Di Luca, che dopo l’esclusione della sua Acqua&Sapone dal Giro d’Italia aveva preparato specificatamente il campionato italiano; l’abruzzese ha superato nello sprint per la piazza d’onore Moser e Caruso con Nibali, che seppur nettamente cresciuto rispetto al Giro del Delfinato continua a destare qualche perplessità a una settimana dall’inizio del Tour de France, 5° a 2′11”, l’eroe di giornata Scarponi 6° a 2′13”, Ponzi 7° a 2′30” e Ratto 8° a 3′11” davanti a Gavazzi, Rabottini, Santaromita, Failli, Mori, Pozzovivo, Rebellin e Bertagnolli. Per Pellizotti, si tratta della fine di un incubo iniziato nell’aprile 2010 quando, a pochi giorni dall’inizio del Giro d’Italia, a causa di anomalie nel passaporto biologico è stato costretto a rinunciare alla corsa rosa e successivamente squalificato per due anni e privato del podio ottenuto al Giro 2009 e della maglia a pois conquistata al successivo Tour de France, sebbene non fosse mai risultato positivo ad alcun controllo antidoping; l’Androni di Gianni Savio ha in ogni caso dato fiducia al 34enne di Bibione che, malgrado dopo la lunga inattività abbia potuto disputare solo il Trofeo Melinda chiuso al 5° posto e la Route du Sud in Francia, si è presentato in grande condizione a Borgo Valsugana e ha conquistato il più grande successo della sua carriera: poco edificante peraltro quanto accaduto sul palco della premiazione con il presidente della FCI Renato Di Rocco che ha evitato di stringere la mano sia a Pellizotti che a Di Luca in nome di una presunta guerra al doping condotta negli ultimi anni. La Settimana Tricolore si concluderà con le prove a cronometro, che per i professionisti si disputerà lungo due giri di un circuito con partenza e arrivo a Levico Terme per un totale di 37 km e avrà in Pinotti (Bmc), Malori (Lampre) e Boaro (Saxo Bank) gli uomini da battere; in gara anche le categorie under 23 e donne elite sulla medesima distanza di 22,8 km e quella amatori che ne dovranno percorrere 16.

Marco Salonna

Pellizotti si gode il tricolore sul podio di Borgo Valsugana (foto Bettini)

Pellizotti si gode il tricolore sul podio di Borgo Valsugana (foto Bettini)

TRICOLORE STORY: SANTAROMITA 2013

giugno 20, 2020 by Redazione  
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Per due anni consecutivi è il Trofeo Melinda a decretare il campione nazionale. Vi abbiamo già parlato ieri della prima delle due affermazioni di Nibali del 2014; ora torniamo con la memoria al pomeriggio del 22 giugno 2013, quando a Fondo conquistò la maglia tricolore il varesino Ivan Santaromita.

SANTAROMITA, IN FONDO È UNA SORPRESA

Ivan Santaromita si laurea campione d’Italia sul durissimo tracciato di Fondo, battendo in una sfida a tre Michele Scarponi e Davide Rebellin. L’azione buona nasce al penultimo giro, promossa da Simone Stortoni. Delude il favorito Moreno Moser, mai protagonista in una gara salvata per la Cannondale dal quarto posto di Alessandro De Marchi.

Non Moser, né Scarponi, e nemmeno Cunego o Nocentini: il nuovo campione italiano è Ivan Santaromita, 29enne nativo di Clivio, incluso al più fra gli outsider della vigilia. Nulla ha però rubato l’alfiere BMC, al terzo centro tra i professionisti, secondo in stagione dopo quello al Giro del Trentino, su strade a lui evidentemente favorevoli, al quale nulla possono togliere le giornate nere di alcuni più quotati pretendenti o l’harakiri di altri.
Lo snodo chiave del Trofeo Melinda, valido quest’anno come prova tricolore, è arrivato al penultimo dei quattro giri sul durissimo circuito di Fondo, quando al traguardo mancavano poco più di 30 km e già erano state neutralizzate le fughe del trio Bertazzo – Borchi – Fortin, di Alessandro Proni e di Riccardo Chiarini – solo o in coppia con Mirko Selvaggi -, oltre ai soliti, sconcertanti scatti di Stefano Pirazzi, dall’aspettativa di vita inferiore ai 200 metri. A provarci è stato allora, lanciato da una violenta accelerazione di Mori, Simone Stortoni, con Santaromita primo fra tutti ad accodarsi, imitato da De Marchi, Rebellin e Scarponi. Moreno Moser, l’uomo da battere, non ha reagito, e il sospetto che potesse trattarsi di una scelta tattica è stato ben presto fugato dalla rapida scomparsa della sua divisa Cannondale dal gruppo inseguitore.
Diego Rosa e Angelo Pagani hanno tentato un tardivo rientro sulle ultime rampe della salita e nella successiva discesa, venendo però respinti dal generosissimo lavoro di Stortoni, che, pur evitando possibili rientri, sacrificava però l’iniziale superiorità numerica Lampre.
Rabottini, Caruso e Nocentini – fra gli altri – hanno tentato di ricucire a turno il mezzo minuto circa che li ha sempre separati dal quintetto di testa, sempre con uguale insuccesso, mentre, insieme a Moser naufragava nelle retrovie anche Cunego, altro azzurro atteso al prossimo Tour, lanciando segnali non del tutto confortanti ad una settimana dal via.
Sull’ascesa finale, Stortoni si è dovuto fare da parte, e il primo allungo di Scarponi ha messo a nudo le difficoltà di De Marchi, uscito dalla rosa dei papabili vincitori prima ancora di perdere definitivamente contatto. Divenuto ormai il netto favorito, il marchigiano ha però infilato una raffica di cambi di ritmo poco convinti, che anziché mettere in crisi i due rivali superstiti, hanno finito per traghettarli fino al triangolo rosso. L’ultimo affondo del portacolori Lampre, marcato in scioltezza da Rebellin, ha anzi finito per servire a Santaromita l’occasione per il contropiede vincente, avviato a poche centinaia di metri dal termine.
Scarponi ha preferito delegare l’onere della risposta al quasi 42enne veneto; quest’ultimo, dopo essersi riportato a pochi metri dall’attaccante, ha però vanificato l’inseguimento affrontando con piglio incerto una svolta a destra, concedendo un nuovo e decisivo allungo al battistrada. Scarponi si è lanciato solo allora in prima persona alla caccia di Santaromita, iniziando fuori tempo massimo una rimonta terminata con tanto rammarico nella scia della sagoma già esultante del lombardo. Rebellin si è dovuto accontentare del terzo gradino del podio, davanti a De Marchi e ad un Rinaldo Nocentini che ha dato l’impressione di aver gettato al vento una chance forse irripetibile, non infilandosi nel gruppetto buono a dispetto di una condizione apparsa più che brillante.
Proprio l’essersi messo alle spalle atleti più forti costituisce un ulteriore merito per il neo-campione italiano, il cui trionfo è impreziosito anche dall’essersi dovuto di fatto arrangiare senza compagni di squadra: con lui, la BMC ha potuto schierare soltanto il rientrante Ballan, per ovvi motivi ancora lontanissimo dalla versione 2012, capace di podi a Fiandre e Roubaix. Non ha invece preso il via Marco Pinotti, scoraggiato forse dalla scellerata collocazione della prova a cronometro – a lui ben più congeniale – all’indomani di quella in linea. Inevitabile dunque la rinuncia di molti specialisti, e altrettanto inevitabile – perlomeno per una federazione priva di tendenze autolesionistiche – appare una revisione del programma già a partire dalla prossima edizione. Edizione che Ivan Santaromita vorrebbe non arrivasse mai: da oggi e fino ad allora, sarà lui a portare in gruppo la maglia tricolore.

Matteo Novarini

Ivan Santaromita veste sul podio la maglia tricolore appena conquistata (foto Bettini)

Ivan Santaromita veste sul podio la maglia tricolore appena conquistata (foto Bettini)

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