GHIRMAY SFRECCIA AL TROFEO ALCUDIA. PRIMA VITTORIA DEL 2022 DEL CICLISTA ERITREO

gennaio 27, 2022 by Redazione  
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Biniam Ghirmay (Team Intermarchè Wanty Gobert) vince in volata il Trofeo Alcudia davanti a Ryan Gibbons (UAE Team Emirates) e Giacomo Nizzolo (Team Israel Start Up Nation). Il giovane ciclista eritreo, che ha già fatto vedere alcuni lampi di classe nelle stagioni passate, si ‘traveste’ da Evenepoel (entrambi classe 2000) e prova a conquistarsi un posto di rilievo tra i ciclisti da seguire con attenzione nel corso della stagione.

La seconda delle cinque prove del Challenge Mallorca 2022 è il trofeo d’Alcudia, lungo quasi 174 km, che ha come partenza ed arrivo la località di Port d’Alcudia. Dal punto di vista altimetrico, è sicuramente la più facile delle cinque prove, dal momento che il percorso è quasi del tutto pianeggiante se si esclude la parte finale con il Coll Sa Batalla ed il Coll Femenia sui quali potrebbe scoppiare la battaglia per la vittoria finale. Si inizierà a salire poco dopo il km 120 e l’ultimo scollinamento sarà al km 143. Chissà che la bella prova di ieri di Brandon McNulty (UAE Team Emirates) al Trofeo Calvia, autore di un attacco solitario nella seconda metà della corsa, non possa magari ispirare qualche ciclista e far esplodere la corsa già prima del fatidico km 120. Sono otto le squadre WT alla partenza, su un totale di venticinque. Curiosità per l’esordio stagionale con le nuove squadre di nomi importanti come Pascal Ackermann (UAE Team Emirates), Ivan Ramiro Sosa (Team Movistar), Giacomo Nizzolo (Team Israel Start Up Nation), Max Walscheid (Team Cofidis) ed Alexander Kristoff (Team Intermarchè Wanty Gobert). Dei cinque ciclisti appena citati, quattro sono velocisti e se tengono sulle due salite conclusive potranno senz’altro giocarsi la vittoria in volata. La fuga di giornata si formava intorno al km 20 grazie all’azione di quattro ciclisti: Mikel Bizkarra (Team Euskaltel Euskadi), Tuur Denz (Team Sport Vlaanderen Baloise), Yentl Vandevelde (Minerva Cycling Team) e Raul Colombo (Team Work Service). Dopo 26 km il ritardo del gruppo era superiore ai due minuti. La fuga aumentava il vantaggio dopo 45 km quando il gruppo era segnalato a più di 5 minuti di ritardo. Al km 100 la fuga manteneva ancora 4 km e mezzo di vantaggio, mentre si avvicinava la parte decisiva della corsa. Il Team Bora Hansgrohe si portava in testa al gruppo e il vantaggio della fuga iniziava a scendere più rapidamente. All’inizio della salita di Sa Batalla il gruppo era segnalato a circa 2 minuti di ritardo dalla testa della corsa. Il ritmo dei fuggitivi rallentava e così Bizkarra accelerava in testa e tentava l’azione in solitaria. L’UAE Team Emirates accelerava ed imprimeva un nuovo scossone al gruppo inseguitore; anche il Team Movistar si faceva vivo nelle prime posizioni del gruppo. Bizkarra, pur riuscendo a scollinare da solo sul Coll de Sa Batalla e sul successivo Coll de Femenia, veniva ripreso in discesa, quando mancavano circa 25 km all’arrivo. Il gruppo passava sotto la flamme rouge dell’ultimo km forte di una sessantina di ciclisti. Era Biniam Ghirmay (Team Intermarchè Wanty Gobert) ad imporsi in volata davanti a Ryan Gibbons (UAE Team Emirates) e Giacomo Nizzolo (Team Israel Start Up Nation). Chiudevano la top five Ivan Garcia Cortina (Team Movistar) in quarta posizione e Matis Louvel (Team Arkea Samsic) in quinta posizione. Nella top five si registrava la presenza di altri velocisti di un certo spessore come Ackermann, Matthews e d Allegaert. Il giovane ciclista eritreo classe 2000 inizia al meglio la stagione 2022 ottenendo la prima vittoria stagionale e facendo intravedere le sue doti di passista-scalatore con un ottimo spunto veloce. Battere gente come Gibbons, Nizzolo, Ackermann e Matthews è tanta roba. Domani è in programma la terza prova del Challenge Mallorca, il Trofeo Serra de Tramuntana, per un totale di quasi 159 km. Questa volta non mancheranno i gpm, e pure belli tosti: in tutto sono quattro, tre di seconda e uno di prima categoria. Proprio su quest’ultimo, il Coll Puig Major, a circa 30 km dall’arrivo, si potrebbe decidere la corsa. Sono quasi 15 km con una pendenza media intorno al 6%.

Giuseppe Scarfone

Biniam Ghirmay vince il Trofeo Alcudia (foto: Getty Images)

Biniam Ghirmay vince il Trofeo Alcudia (foto: Getty Images)

BIG MCNULTY SI PAPPA IL TROFEO CALVIA

gennaio 26, 2022 by Redazione  
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Oggi di scena il Trofeo Calvia, gara iniziale del Challenge Mallorca 2022 della durata di cinque giorni, conquistato da Brandon McNulty (UAE Team Emirates) grazie ad un’azione solitaria confezionata a ben 60 Km dall’arrivo, azione irresistibile per un gruppetto di inseguitori arrivato con oltre 1’ di ritardo dallo statunitense, che torna alla vittoria dopo un digiuno lungo quasi tre anni

Lo scenario è quello delle Baleari con un sole che invoglia ad animare le prime fasi della corsa, ed infatti pronti via si accende la lotta per portare via la prima fuga della stagione ciclistica dell’anno 2022, a mettersi subito in evidenza abbiamo Mirco Maestri (Eolo-Kometa), James Piccoli (Israel – Premier Tech) e Pablo Montes (Electro Hiper Europa – Caldas). I tre attaccanti di giornata riescono ad avere fin dai chilometri iniziali un vantaggio di circa 6’ ai piedi del Col des Grau Gpm di seconda categoria posto a 31,5 Km di corsa. Tappa mossa, questa di apertura, con ben 5 Gpm, tre di seconda categoria e due di terza per un totale di 155 Km da percorrere. Dopo lo scollinamento il ritmo del gruppo inseguitore cambia decisamente quando verso il successivo Gpm del Coll de Sòller arrivano davanti Lotto Soudal e Movistar, che decidono di iniziare a fare sul serio, grazie all’impulso di Lotto Saudal e Movistar il vantaggio dei tre uomini di testa scende a 50” per essere definitivamente riassorbito lungo la discesa. Velocità altissima, forza fresche di inizio stagione, e parte subito un contrattacco che sorprende il gruppo, questa volta ad evadere sono Kobe Goossens (Intermarchè-Wanty-Gobert), Brandon McNulty (UAE Team Emirates), Diego Rosa (Eolo-Kometa), Einer Augusto Rubio Reyes (Movistar), Cian Uijtdebroeks (Bora-hansgrohe) e Tim Wellens (Lotto Soudal), bravi ancora Mirco Maestri (Eolo-Kometa) e James Piccoli (Israel – Premier Tech) a ritornare protagonisti in testa alla corsa. La nuova azione di attacco stenta però a crescere in termini di tempo guadagnato, soltanto 26”, complice anche i numerosi “mangia e bevi” con tratti veloci in discesa che favoriscono chi insegue. Quando tutti si aspettavano un nuovo ricongiungimento in testa ecco l’azione a sorpresa, a 63 Km dall’arrivo creata da Brandon McNulty (UAE Team Emirates), in un tratto in salita lo statunitense allunga tutto solo verso l’ascesa al Gpm del Coll den Claret ultima asperità di seconda categoria. A 50Lm dall’arrivo il vantaggio di McNulty è di 50”, intanto dietro un gruppetto numerose prova ad organizzare l’inseguimento con dentro: Vincenzo Albanese (EOK), Warren Barguil (ARK), Emanuel Buchmann (BOH), Simon Clarke (IPT), Kevin Colleoni (BEX), Raul Garcia Pierna (EKP), Elie Gesbert (ARK), Simon Geschke (COF), Kobe Goossens (IWG), Ben Hermans (IPT), Laurens Huys (IWG), Jaakko Hänninen (ACT), Matteo Jorgenson (MOV), Andreas Kron (LTS), Michael Matthews (BEX), Adria Moreno Sala (BBH), Gregor Mühlberger (MOV), Lukasz Owsian (ARK), Aurélien Paret Peintre (ACT), James Piccoli (IPT), Einer Augusto Rubio Reyes (MOV), Joel Suter (UAD), Cian Uijtdebroeks (BOH), Alejandro Valverde (MOV), Harm Vanhoucke (LTS), Davide Villella (COF), Tim Wellens (LTS), Filippo Zana (BCF) e Ben Zwiehoff (BOH). Da questo gruppo evadono successivamente Vincenzo Albanese (EOK), Emanuel Buchmann (BOH), Simon Clarke (IPT), Simon Geschke (COF), Kobe Goossens (IWG), Matteo Jorgenson (MOV), Lukasz Owsian (ARK), Joel Suter (UAD), Alejandro Valverde (MOV), Tim Wellens (LTS) e Ben Zwiehoff (BOH) e questa volta la voglia di prendere la testa della corsa sembra essere più incisiva, il gruppetto a tratti guadagna ma negli ultimi tratti di corsa, quando la strada è intervallata da piccoli strappi, lo statunitense riesce ancora a guadagnare secondi indice di una forma eccezionale. A 25 Km da Palmanova, sede di arrivo, McNulty supera il minuto vi vantaggio con il restante gruppo principale a oltre 2’:40”. Ormai è una passerella trionfale quella che avrà vissuto il 23enne in forza alla UAE Team Emirates che si gusta tutto solo il traguardo volante a 13 Km dalla conclusione e si appresta ad alzare le braccia al cielo. Prova di forza schiacciante per la prima vittoria stagionale, impreziosita dal secondo posto di Joel Suter, nuovo compagno di squadra del vincitore, terzo Vincenzo Albanese (Eolo-Kometa) che perde la volata del secondo gradino del podio. Appuntamento domani con il Trofeo d’Alcudia, seconda prova del Challenge Mallorca 2022.

Antonio Scarfone

Brandon NcNulty vince il Trofeo Calvia (foto: Getty Images)

Brandon NcNulty vince il Trofeo Calvia (foto: Getty Images)

È SEMPRE PIÙ AMORE ETNA, CRONACA ROSA DELLA CORSA ROSA

Il Giro sbarca in Sicilia e trova nuovamente l’Etna ad attenderlo. È dal 2011 che l’ascesa al vulcano è una presenza fissa ogni qualvolta la Corsa Rosa fa scalo nell’isola e stavolta si andrà alla scoperta di un versante finora ancora inesplorato, almeno in parte. I 26 Km che da Biancavilla porterà fino al Rifugio Sapienza daranno un nuovo volto alla classifica generale, anche se il recente passato ci insegna che una salita del genere affrontata così presto spesso fa meno danni del previsto, complici energie ancora fresche e un certo interesse a non ammazzare subito la corsa, con il rischio di cadere vittima di se stessi.

Possiamo scriverlo a caratteri cubitali, è nato un AMORE vero e proprio, degno delle pagine tra cronaca rosa, tra l’Etna e il Giro d’Italia. Come due amanti che non possono far a meno l’uno dell’altro, dal 2011 ogni qual volta il Giro scende in Sicilia l’Etna è inserito nel percorso e nell’ultimo decennio è già successo quattro volte, sempre proponendo l’ascesa al vulcano da un versante diverso, così da non far stancare gli spettatori della corsa con le “solite repliche” e non far abituare troppo i corridori delle pendenze del vulcano. Così nel 2011 si è saliti dal versante più tradizionale, quello di Nicolosi che era stato affrontato anche nel 1967 e nel 1989, poi nel 2017 si è percorsa la strada del “Salto del Cane”, nel 2018 si è arrivati fino all’osservatorio astrofisico salendo da Ragalna e nel 2020 si è iniziata l’ascesa da Linguaglossa, quando s’è scelto di far terminare la tappa a Piano Provenzana. Al momento rimangono ancora due versanti da “esplorare” e, se per quello di Zafferana Etnea – il più impegnativo, a sentire i cicloamatori locali – bisognerà attendere ancora, quest’anno si andrà alla scoperta di quello di Biancavilla, un vero e proprio “collage” perché la salita si comporrà di un tratto iniziale inedito e recentemente intitolato a Marco Pantani, del tratto conclusivo del versante di Ragalna e di un breve tratto di raccordo con quello classico di Nicolosi, del quale si percorreranno gli ultimi 3 Km. Il tutto andrà a comporre una salita monstre di quasi 23 Km, caratterizzata da una pendenza media del 6%… ma niente paura perché gli arrivi sulle pendici del Mongibello nel 2017 e nel 2018 hanno provocato una selezione piuttosto contenuta, sia perché proposti – proprio come accadrà quest’anno – nei giorni iniziali della corsa, quando le energie sono ancora fresche, sia perché anche gli scalatori più incalliti non avranno certo la voglia di sprecare molte energie così presto, considerato che il resto del tracciato è molto impegnativo. Di certo qualche grosso nome tra i big al via potrebbe saltare, soprattutto se ci si è schierati ai nastri di partenza con una condizione non ancora ottimale o si è esagerato nelle brevi corse a tappe di preparazione che si sono succedute in calendario ad aprile.
Dopo il lungo trasferimento aereo dall’Ungheria il gruppo si radunerà per il via oggi in quel di Avola, cittadina della costa ionica famosa per il suo “Nero”, vino noto per la sua elevata gradazione alcolica e che ben conosce un avolese DOC come Paolo Tiralongo, l’ex corridore che è stato in gruppo per ben 17 anni e nella sua lunga carriera ha conquistato tre vittorie di tappa al Giro, a Macugnaga nel 2011, a Rocca di Cambio nel 2012 e a San Giorgio del Sannio nel 2015.
I primi 6 Km pianeggianti rappresenteranno l’estremo lembo meridionale del percorso del Giro 2022, la cui risalita inizierà dopo il passaggio da Noto, l’incantevole capitale del barocco siciliano che dal 2009 si è arricchita ulteriormente grazie agli affreschi realizzati dal pittore russo Oleg Supereko sulla ricostruita cupola della cattedrale, crollata nel 1996 quale conseguenza indiretta del terremoto che l’aveva colpita sei anni prima. All’uscita da Noto il gruppo andrà ad affrontare la prima di una serie di dolci salite che movimenteranno i primi 70 Km di gara, nel corso dei quali si andrà ad attraversare la catena dei Monti Iblei. Per prima si supererà quella di 6.7 Km al 4.1% che condurrà a San Corrado di Fuori, località cara ai netini per il santuario costruito presso l’eremo nel quale visse il patrono della città, San Corrado Confalonieri (1290 – 1351),, penitente originario dell’Emilia che, dopo la conversione, pellegrinò attraverso l’Italia fino a giungere a Noto. Di strada ne dovranno percorrere ancora tanta anche i “girini”, che intraprenderanno ora un altalenante tratto in quota che li porterà a sfiorare prima l’estremità occidentale della Cavagrande del Cassibile, caratterizzata da una suggestiva serie di laghetti collegati da cascate, e poi il centro di Palazzo Acreide, le cui chiese barocche di San Sebastiano e di San Paolo le hanno valso l’inserimento nella lista dei centri della Val di Noto protetti sin dal 2002 dall’UNESCO. Subito dopo il passaggio da Palazzolo inizierà la più consistente tra le salite iniziali (più per la sua lunghezza che per la sua pendenza, una dozzina di chilometri al 3.4%), percorrendo la veloce superstrada che evita il passaggio nei centri di Buscemi – presso il quale si trovano i ruderi del Castello Requisenz – e Buccheri, raggiungendo quindi il punto più alto di questa porzione del tracciato poco sotto la vetta del Monte Lauro (987 metri), antico vulcano sottomarino che rappresenta la massima elevazione degli Iblei e la cui vetta è oggi popolata da una selva di ripetitori. Nel corso della discesa che riporterà il gruppo in pianura si andrà infine a toccare Vizzini, il centro del quale è originaria la famiglia dello scrittore Giovanni Verga (secondo alcuni studiosi sarebbe anche la sua città natale, invece di quella “ufficiale” di Catania), che vi ambientò diverse sue novelle, come “Mastro Don Gesualdo” e “La Lupa”.
Sfiorata Francofonte terminerà la mossa fase introduttiva di questa frazione e inizierà una successiva fase di quiete che si protrarrà sin ai piedi dell’Etna, circa 45 Km di pianura che si snoderanno attraverso le terre di produzione dell’Arancia Rossa di Sicilia, agrume IGP al quale nel 2002 la Gazzetta dello Sport pensò di dedicare una corsa in linea, per l’appunto il “Trofeo Arancia Rossa”, inserito in calendario per prendere il posto del cancellato Giro della Provincia di Siracusa e del quale si riuscì a disputare una sola edizione. A vincerla fu l’attuale direttore sportivo dell’UAE Team Emirates Fabio Baldato, che precedette allo sprint Mario Manzoni e l’ucraino Mychajlo Chalilov sul traguardo fissato nel centro di Scordia, il prossimo comune che sarà attraversato dai “girini” nella marcia di avvicinamento al gran finale. A mettere la parola fine a questa fase sarà il passaggio sul Ponte Barca, così chiamato perché un tempo per superare il corso del Simeto, il principale fiume della regione per portata, era necessario trasbordare su imbarcazioni, che facevano la spola nella zona dove oggi è istituita un’oasi naturalistica abitata da 70 specie di uccelli migratori, con l’unica eccezione dello stanziale pollo sultano, che dopo molti anni d’assenza è tornato a nidificare in questo luogo negli anni ’70.
Mancheranno a questo punto poco più di 40 Km al traguardo, tutti da percorrere in salita, anche se quella ufficiale misurerà, come detto, 23 Km. Prima dovrà essere superato un tratto che potremmo definire di acclimatazione di circa 15 Km, nel corso del quale già si dovranno colmare quasi 600 metri di dislivello, incontrando una pendenza media del 4.3% nei 5 Km centrali, a loro volta preceduti da 1.7 Km al 4.7% che termineranno alle porte di Paternò, centro che offre ai turisti parecchi edifici d’interesse artistico, a partire dal Castello Normanno dalla cui terrazza la vista va ad abbracciare la Piana di Catania. Un momentaneo momento di tregua precederà l’ingresso in Biancavilla, dal quale si andrà ancora una volta alla scoperta di una faccia inedita dell’Etna, pronta ad arroventare la corsa e incenerire le rosee speranze dei big meno in palla del momento.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Passo del Ladro (496 metri). Valicato dalla Strada Statale 287 “di Noto” tra lo svincolo per Canicattini Bagni e Palazzolo Acreide

Nota. Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

L’Etna in attività e l’altimetria della quarta tappa (www.siciliatouring.it)

L’Etna in attività e l’altimetria della quarta tappa (www.siciliatouring.it)

CIAK SI GIRO

Giovanni Verga è stato una fonte d’ispirazione per diversi registi, che hanno trasportato su pellicola alcune delle più celebri novelle firmate dal padre del Verismo. Così Luchino Visconti nel 1948 girò “La terra trema” ispirandosi ai “Malavoglia”, Carlo Lizzani nel 1969 portò sul grande schermo “L’amante di Gramigna”, mentre due sono le opere verghiane che stuzzicarono l’indimenticato Franco Zeffirelli (“Cavalleria rusticana” nel 1982 e “Storia di una capinera” nel 1993). Inevitabile fu anche scegliere location siciliane per mettere in scena questi film e in alcuni casi si optò per tornare sul luogo del misfatto, laddove il Verga aveva collocato l’azione nei suoi libri. È quel che accadde, per esempio, nel 1996 quando il regista milanese Gabriele Lavia decise di girare a Vizzini “La lupa”, trasposizione della novella che Verga aveva ambientato nella città d’origine della sua famiglia. Per ricreare l’ambiente rurale nel quale abitata la donna protagonista del film – la “lupa” del titolo, interpretata dall’attrice romana Monica Guerritore – si scelse di truccare a dovere una vecchia conceria alle porte del paese, esempio di archeologia industriale ottocentesca, nella quale uno degli edifici che la componevano fu nascosto dietro la finta facciata di una chiesa inventata di sana pianta dagli scenografi, luogo nel quale si uniranno in matrimonio la figlia della “lupa” e il giovane Nanni Lasca, interpretato da Raul Bova. Altre scene furono girate presso la stazione della stessa Vizzini (spacciata per quella del vicino centro di Mineo), presso la Masseria Musso di Noto e presso i ruderi del Castello Requisenz di Buscemi.

Lantica conceria di Vizzini trasformata in borgo nel film La lupa (www.davinotti.com)

L'antica conceria di Vizzini trasformata in borgo nel film "La lupa" (www.davinotti.com)

Cliccate qui per scoprire le altre location del film

https://www.davinotti.com/forum/location-verificate/la-lupa/50015870

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Avola, la centralissima Piazza Umberto I

Noto, cattedrale di San Nicolò

Il santuario di San Corrado di Fuori

Palazzolo Acreide, chiesa di San Sebastiano

Buscemi, ruderi del Castello Requisenz

Vetta del Monte Lauro

Vizzini, Palazzo Verga

Agrumeto alle porte di Scordia

Oasi di Ponte Barca

Il castello normanno di Paternò

VOLATA AL VENTO DEL BALATON

Ultima giornata ungherese per il Giro d’Italia, che oggi offrirà un’altra tappa destinata ai velocisti, stavolta senza l’insidia della salita finale. Il Gran Premio della Montagna che gli organizzatori hanno piazzato negli ultimi chilometri è troppo morbido per incutere timore tra gli sprinter, maggiori apprensioni potrebbero darle il vento, come sempre quando si pedala a lungo con la compagnia del mare.

Il Giro saluta l’Ungheria e gli dice ciao con una lunga tappa – una delle rare nelle quali si supereranno, seppur di poco, i 200 Km – la cui altimetria annuncia volata certa sulle rive del Balaton. L’altimetria è solo leggermente increspata e non fa di certo paura ai velocisti il microscopico GPM di Tihany che gli organizzatori hanno piazzato a una dozzina di chilometri dall’arrivo, salita talmente facile che non riuscirà nemmeno a respingere quegli sprinter che solitamente soffrono le salitelle brevi piazzate nei finali di gara. Ma l’ultima delle tre frazioni disegnate sul suolo ungherese potrebbe non rivelarsi una passeggiata perchè gli ultimi 80 Km di gara si snoderanno prevalentemente, a parte due brevi deviazioni nell’entroterra, lungo le rive del Balaton, il più vasto lago dell’Europa centrale, che si estende per quasi 600 Km quadrati. È risaputo che le ambientazioni rivierasche sono tra le più esposte all’azione del vento, che ha campo libero grazie ai vasti spazi del “mare magiaro”, e se Eolo dovesse mettersi d’impegno potrebbe rendere la gara più impegnativa del previsto. Così chi correrà con il pensiero rivolto alla classifica finale non dovrà distrarsi e cercare di rimanere davanti perché, se il gruppo si dovesse spezzare sotto l’azione del vento e si finisse nel ventaglio sbagliato, si correrà il rischio di sprecare energie preziose per rientrare o, peggio, di lasciare fin d’ora per strada parecchi minuti.
L’ultima tappa ungherese prenderà le mosse da Kaposvár, cittadina che è anche un po’ “romana” perché, come la nostra capitale, le fanno corona sette piccole colline tra le quali ce n’è una che, non a caso, si chiama Rómahegy (dove “hegy”significa collina, ma anche montagna).
Pedalando sul velluto delle steppe ungheresi si toccheranno nel tratto iniziale i centri di Nagybajom e Iharosberény, pressi i quali è rispettivamente possibile ammirare il museo di storia locale Sárközy István (la famiglia dell’ex presidente della repubblica francese è di origini ungheresi) e il castello Inkey, risalente al XVIII secolo. Percorsi i primi 70 Km i “girini” giungeranno in quella che nel 2020 sarebbe dovuta essere l’ultima meta della Grande Partenza dall’Ungheria, la cittadina di Nagykanizsa, dove si disputerà il primo dei due traguardi volanti giornalieri prima di invertire rotta e puntare in direzione del Kis-Balaton, il cosiddetto “Piccolo Balaton”, specchio d’acqua un tempo appartenente al bacino principale e in seguito separatosi a causa della sedimentazione del corso del fiume Zala. Oggi è divenuto un biotopo incluso dal 1997 nel parco nazionale del Balaton, interessante anche per la presenza di una riserva di bufali, introdotti in quest’area nel 1800 dai conti Festetics e rinfoltitasi dopo la creazione dell’area protetta, che ha portato nel giro di vent’anni il numero di questi animali da 16 a 200. Per giungere sulle sponde del vero Balaton bisognerà percorrere quasi 120 Km dal via da Kaposvár, quando la corsa sbarcherà sulle strade di Keszthely, cittadina il cui nome significa “castello” (e, infatti, qui non manca uno spettacolare maniero, costruito dai conti Festetics tra il 1745 e il 1880) e che il nome l’ha dato alla “cultura” qui fiorita dopo la caduta dell’impero romano d’occidente attorno al villaggio di Gorsium – Herculia, la cui area archeologica si trova nei pressi del centro di Székesfehérvár (attraversato due giorni prima nel corso della prima tappa). Il primo dei tre tratti disegnati lungo le rive del lago misurerà poco meno di 30 Km e si concluderà con il passaggio dalla località di villeggiatura di Badacsony, alla quale si giungerà dopo esser transitati ai piedi della collina sulla quale sono pittorescamente collocate le rovine del castello di Szigliget, costruito tra il 1260 e il 1262 dall’abate Favus di Pannonhalma. La prima “scampagnata” porterà il gruppo a inoltrarsi nell’entroterra del lago per una ventina di chilometri, attraversando un’area caratterizzata da colline d’origine vulcanica tra le interessante è l’Hegyestű (337 metri), in passato molto sfruttata per l’estrazione del basalto, attività che da una parte ne ha modificato l’originario aspetto conico e dall’altra ne ha riportato alla luce la sua particolare struttura interna, risalente all’epoca nella quale questo colle era un vulcano attivo. Affrontati in questo tratto alcuni modestissimi dislivelli, si tornerà a pedalare in pianura al momento del rientro sul lungolago, che il gruppo ritroverà all’altezza del centro di Zánka. Per circa 14 Km si pedalerà nuovamente con la compagnia di quello che gli antichi latini chiamavano “Lacus Pelso”, attraversando in questo tratto il centro di Balatonudvari, presso il quale si trova un cimitero dove si possono vedere numerose e curiose lapidi a forma di cuore, realizzate in marmo tra il 1808 e il 1840. È a questo punto che si andrà ad affrontare il piccolo GPM che l’organizzazione ha previsto a una dozzina di chilometri dall’arrivo, più interessante per il luogo dove terminerà questa salita che per le pendenze di un’ascesa che farà a malapena il solletico: percorsi i suoi 1600 metri al 3.1% i “girini” si troveranno al cospetto di una delle principale mete turistiche dell’area del Balaton, la millenaria abbazia benedettina di Tihany, fondata su di una piccola penisola dal sovrano Andrea I d’Ungheria, che dopo la morte sarà sepolto nella cripta della chiesa del monastero (la sua tomba è l’unica di un re ungherese vissuto in epoca medioevale ad essersi conservata fino ad oggi), dedicata alla Vergine Maria e Sant’Aniano di Orléans. Dopo quest’ultimo tributo all’arte e alla storia della nazione magiara, in un attimo il gruppo tornerà a pedalare in pianura, filando via veloce sulla litoranea in direzione di Balatonfüred, località climatica celebre anche per la sua rinoma clinica cardiologica, che ha avuto tra i suoi pazienti il poeta bengalese Rabindranath Tagore, Premio Nobel per la letteratura nel 1913. I battiti qui saranno ancora tutti per il Giro, che si appresta a salutare l’Ungheria con un appassionante volatone. Poi tutti di corsa a prendere l’aereo per l’Italia.

Mauro Facoltosi

Spettacolare vista panoramica del Balaton e l’altimetria della terza tappa  (fringeintravel.com)

Spettacolare vista panoramica del Balaton e l’altimetria della terza tappa (fringeintravel.com)

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La cattedrale di Kaposvár

Iharosberény, Castello Inkey

Nagykanizsa, monumento alla “Grande Ungheria”

Uno scorcio del Kis-Balaton

Mandria di bufali all’interno della riserva naturale creata presso il Piccolo Balaton (www.bfnp.hu)

Mandria di bufali all’interno della riserva naturale creata presso il Piccolo Balaton (www.bfnp.hu)

Mandria di bufali all’interno della riserva naturale creata presso il Piccolo Balaton (www.bfnp.hu)

Keszthely, Castello Festetics

Castello di Szigliget

L’Hegyestű

Le curiose tomba a forma di cuore del cimitero di Balatonudvari

L’abbazia di Tihany

I SECONDI SCORRONO SUL BEL DANUBIO BLU

Chi sarà il giudice della breve cronometro budapestina? Il vento che spira dal Danubio potrebbe dare del filo da torcere ai passisti, naturali favoriti per la vittoria di tappa, ma anche la salita finale potrebbe risultare determinante e ribaltare i verdetti del cronometro.

Sarà l’ingrediente meno presente nel percorso del Giro 2022, ma sarà un ingrediente da non sottovalutare perché per qualcuno potrebbe comunque rivelarsi indigesto. Stiamo parlando dei chilometri da percorrere a cronometro perché quest’anno ne saranno previsti poco più di 26 e mai così pochi se ne sono visti da quando nel 1933 per la prima volta furono inserite le prove contro il tempo nel tracciato del Giro, che tra l’altro fu la prima delle tre grandi corse a tappe a proporle. Le uniche eccezioni, da quell’edizione disputata quasi novant’anni fa, furono le rarissime volte nelle quali il percorso proprio non ne mise in cartellone di tappe a crono, ma quest’anno ci saranno e dovranno comunque essere messe in conto. È vero che, per com’è stato disegnato il Giro, dopo la penultima tappa la classifica generale dovrebbe essere già ben delineata, ma non va esclusa la remota possibilità che i primi si presentino al via della conclusiva crono di Verona con distacchi ridotti e che il Giro possa essere ribaltato proprio in extremis, come già successo in tempi recenti, nel 2012 con il sorpasso di Ryder Hesjedal ai danni di Joaquim Rodríguez per appena 16”, nel 2016 con il definitivo passaggio di consegne al vertice tra Tom Dumoulin e Nairo Quintana per 31” e nel 2020 con l’ancora fresco ricordo della detronizzazione di Jai Hindley a Milano, con la maglia rosa passata per 39” sulle spalle di Tao Geoghegan Hart.
Della torta dei 26 Km programmati quest’anno la prima “fetta” sarà servita sul prestigioso vassoio di Budapest, 9 Km e 200 metri favorevoli ai cronoman almeno sino ai piedi dell’ascesa finale che strizza un attimo l’occhio agli scalatori, anche se i 1300 metri conclusivi non presentano una pendenza particolarmente sensibile (4.7% la media, 14% la massima). Di fatto si gareggerà, pur se con qualche “ritocchino”, sul percorso che era stato pensato per la “Grande Partenza” del 2020, disegnato tra le due anime della capitale ungherese, Pest e Buda.
Come da programma originario, dunque, la rampa di lancio sarà piazzata nel bel mezzo di Piazza degli Eroi, una delle principali di Budapest, al cui centro si colloca il Monumento del Millenario, costruito tra il 1896 e il 1929 per celebrare i primi mille anni di vita dello stato magiaro. Il tratto iniziale della tappa si snoderà sull’Andrássy út, il viale realizzato a partire dal 1872 per snellire il traffico della città e per fungere da collegamento diretto tra Buda e il Városliget, parco all’interno del quale si possono ammirare edifici come il castello Vajdahunyad e i Bagni Széchenyi, il più grande complesso termale d’Europa. Il progetto iniziale previsto per il 2020 prevedeva di percorrere questo viale nella sua interezza, 2400 metri perfettamente rettilinei che avrebbero costituito un vero e proprio invito a nozze per i passisti come Filippo Ganna; nel percorso rimodulato per il 2022 si è scelto di ridurre il rettilineo di partenza a poco più di un chilometro per poi proporre ai corridori la prima delle 22 curve che contribuiranno a spezzare la linearità della prima parte di gara, una svolta a gomito dopo la quale si taglierà nel mezzo il Terézváros, quartiere famoso per la sua vita notturna e nel quale si trova, non distante dal percorso di gara, la Casa del Terrore, museo-memoriale dedicato alle vittime delle dittature comuniste e naziste.
Un altro paio di curve porteranno a imboccare il Ponte Ferdinando, costruito nel 1874 per superare la linea ferroviaria, poco prima di giungere al cospetto della Stazione di Budapest Ovest, la seconda per importanza della città, progettata da August de Serres e Victor Bernard, architetti francesi che in precedenza avevano lavorato nello studio di Gustave Eiffel, l’ideatore della celebre torre parigina. Le successive pedalate verso la maglia rosa, che oggi dovrebbe cambiare padrone, si snoderanno sulle strade di Lipótváros, quartiere tra i più importanti poiché vi ha sede il Palazzo del Parlamento, edificio in stile neogotico eretto a simbolo dell’indipendenza dall’Impero Austro-Ungarico dichiarata nel 1848, anche se diventerà veramente effettiva solo con la dissoluzione dell’impero a seguito della sconfitta nella Prima Guerra Mondiale (1918). Prima di giungere al cospetto della scenografica facciata dell’Országház (così i magiari definiscono il loro Parlamento) bisognerà percorrere una strada intitolata a Giuseppe Garibaldi, che coinciderà anche il breve tratto di discesa che sull’altimetria ufficiale spezza temporaneamente la continuità della pianura nella prima parte di gara. A questo punto con una strettissima curva a U si imboccherà il tratto danubiano della cronometro, con il “bel fiume blu” – immortalato nel 1867 dal celebre valzer composto da Johann Strauss figlio – che sarà compagno di viaggio dei “girini” nei successivi tre chilometri e mezzo, lasso di strada nel quale qualche corridore potrebbe trovarsi la marcia infastidita dal vento che spira dal fiume. Ci si allontanerà temporaneamente dalle sue rive per affrontare le quattro curve ravvicinate che precederanno l’ingresso sul Ponte Margherita, cosi chiamato perché a metà del suo cammino va a lambire l’estremità meridionale dell’omonima isola, in gran parte occupata da un parco e sulla quale si trovano importanti impianti sportivi, come lo stadio del nuoto che ha ospitato tre edizioni dei campionati europei di nuoto (l’ultima nel 2010) e due dei similari di pallanuoto (nel 2001 e nel 2014). Lasciatasi alle spalle Pest i partecipanti al Giro 2022 sbarcheranno sulle strade di Buda, la parte più antica della capitale ungherese, e invertiranno la direzione di marcia sempre avendo il Danubio al fianco, lanciandosi nel secondo dei due rettilinei che caratterizzano la prima parte di gara e che termina all’altezza della chiesa calvinista di Buda, costruita su progetto dell’architetto Samu Pecz alla fine del XIX secolo sul luogo che in epoca medioevale ospitava un mercato e che fu realizzata imitando le forme di una chiesa tradizionale, pur se questo modello non si conciliava con i riti e le liturgie tipiche della confessione fondata dal teologo francese Giovanni Calvino. Subito dopo il passaggio dinanzi ad un altro luogo di culto, la chiesa dei cappuccini dedicata a Santa Elisabetta d’Ungheria, una stretta curva a destra rappresenterà l’inizio della rampa finale, già facile di suo ma ulteriormente addomesticata un morbido tornantone disegnato ai piedi della gotica chiesa di Mattia, così chiamata in onore del re ungherese Mattia Corvino – che vi si sposò due volte – ma che più propriamente è intitolata a Nostra Signora Assunta della Collina del Castello. Dopo aver “dominato” il passaggio dei corridori, la chiesa accoglierà al suo esterno anche l’approdo di questa breve crono, dopo averne percorso il più ruvido tratto conclusivo perché all’ingresso del centro storico l’asfalto lascerà il passo al pavé per le ultime emozioni di una cronometro veloce… ma non troppo.

Mauro Facoltosi

Il Ponte delle Catene, simbolo di Budapest, e l’altimetria della seconda tappa  (www.andiamoabudapest.it)

Il Ponte delle Catene, simbolo di Budapest, e l’altimetria della seconda tappa (www.andiamoabudapest.it)

CIAK SI GIRO

La chiesa di Mattia, presso la quale si concluderà la seconda frazione del Giro 2022, non è conosciutoa solamente tra gli appassionati d’arte. Anche gli amanti del “brivido” se la ricorderanno bene perché un maestro del genere, il nostro Dario Argento, nel 1989 vi girò quasi per intero – almeno per le riprese esterne – il film “La chiesa”, del quale non fu però regista (ruolo affidato al suo “erede” Michele Soavi) ma autore del soggetto e produttore. La pellicola si svolge quasi per intero all’interno di una basilica i cui visitatori vengono man mano posseduti da demoni risvegliati da un’incauta restauratrice, successione di tragici eventi che ha termine solo quando un giovane sacerdote riesce ad attivare il meccanismo che causa l’autodistruzione della chiesa, effetto ottenuto inquadrando alla fine del film una vera chiesa in rovina, quella di San Nicola ad Amburgo. Pur trattandosi di una produzione nostrana, il film fu quasi per intero girato all’esterno, ricorrendo a set italiani unicamente per le scene ambientate all’interno della chiesa (per ovvie ragioni ricostruita in studio, dove furono utilizzati gli studi Elios, oggi di proprietà di Mediaset) e una sola piccola scena in esterni, quella nel quale il sacerdote protagonista ha la visione di uno dei cavalieri tedeschi che in epoca medioevale avevano sterminato un villaggio di streghe, successivamente sepolte nel luogo dove sarà poi costruita la chiesa protagonista del film. Per quella specifica scena si scelse uno dei cortili del Castello Odescalchi di Bracciano (Roma), una delle location più sfruttate dal cinema italiano: vi si sono stati girati oltre 150 film e tra i suoi ambienti si sono aggirati “mostri sacri” del calibro di Vittorio De Sica, Alberto Sordi e Marcello Mastroianni, ma anche celebrità straniere come il monumentale attore (e non solo) statunitense Orson Welles

La chiesa di Mattia a Budapest inquadrata nel film La chiesa (www.davinotti.com)

La chiesa di Mattia a Budapest inquadrata nel film "La chiesa" (www.davinotti.com)

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Piazza degli Eroi

Bagni Széchenyi

La secca svolta a destra per imboccare Izabella utca, prima curva del tracciato della crono

Il palazzo sede del museo-memoriale dedicato alle vittime delle dittature comuniste e naziste.

La stazione di Budapest Ovest

Il palazzo del Parlamento visto dal Danubio

L’Isola Margherita vista dall’omonimo ponte

La chiesa calvinista di Buda

Il tornante della salita verso Buda

VUELTA 2022, SPUNTI INTERESSANTI MA PERCORSO INSUFFICIENTE

dicembre 17, 2021 by Redazione  
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Presentato il tracciato della Vuelta 2022. Un percorso piuttosto deludente, nel proporre molta monotonia e tappe di montagne praticamente tutte uguali, anche se va valutata positivamente la scelta di cercare salite inedite. Partenza dall’Olanda con cronosquadre ed una seconda prova contro il tempo a metà tracciato.

Nessuna tappa oltre i 200 Km, una assurda cronosquadre di 23 Km in apertura, nessun tappone e pochissime occasioni per fare un vero e proprio attacco da lontano. Questi sono gli ingredienti che rendono insufficiente il percorso predisposto da ASO per la prossima Vuelta a España.
Sotto questo aspetto bisogna dire che RCS, anche se aiutata dalla conformazione del territorio italiano, riesce a proporre ormai da anni percorsi di gran lunga superiori a quelli elaborati da Amaury Sport Organisation.
Tutte le tappe di montagna terminano con un arrivo in salita che è l’ascesa più difficile della giornata, con conseguente invito allo scattino dell’ultimo chilometro (visto il comportamento degli squadroni degli ultimi anni). Bisogna però dire, a parziale discolpa degli organizzatori, che gli arrivi in salita non sono le solite rampe di garage, bensì salite vere e proprie con pendenze non estreme ma che favoriscono le rasoiate degli arrampicatori che potrebbero tentare di mettere in crisi i regolaristi.
Mentre il Giro è stato infarcito di tappe da imboscate, in questa Vuelta ne troviamo solo una, quella con arrivo a Bilbao che però arriverà molto presto, quando le energie sono ancora molte nel serbatoio e quindi difficilmente potrà stimolare gli uomini di classifica.
Si partirà Utrecht con una cronosquadre di 23 Km. Ci scrive ha spesso manifestato la propria contrarietà per la partenze dall’estero. Se è comunque una croce da sopportare, non è invece tollerabile una cronometro a squadre di 23 km in un grande giro. Per le strutture delle squadre attuali e per i distacchi che si riescono oggettivamente a scavare nel ciclismo moderno, la cronosquadre appare una totale assurdità, soprattutto con un chilometraggio così elevato. Le squadre, nel ciclismo attuale, rivestono infatti un’importanza molto maggiore rispetto al passato e quindi non c’è alcun bisogno di accentuare ancor di più questo aspetto con una tappa che va a falsare la corsa, favorendo ancor di più chi già parte favorito e ha alle spalle una una squadra attrezzata. Invece di cercare di escogitare percorsi che rendano difficile controllare la corsa, si vanno a proporre scempiaggini come questa.
La seconda e la terza tappa in terra olandese (traguardi fissati ancora Utrecht e poi a Breda) saranno pianeggianti e favorevoli ai velocisti, ma sarà importante fare attenzione al vento che potrebbe giocare brutti scherzi.
Dopo il giorno d riposo la carovana si sposterà nei Paesi baschi per una tappa dal finale insidioso. Una salita di 6 Km al 5% a 16 Km dall’arrivo di Laguardia e un ultimo chilometro all’insù potrebbero inspirare i cacciatori di traguardi parziali. La successiva frazione, da Irun a Bilbao per 187 Km, sarà una delle più interessanti della corsa iberica, forse l’unica per poter uscire dagli schemi anche se arriva troppo presto. Dopo numerosi saliscendi, nel finale si affronterà per due volte la salita dell’Alto del Vivero, quasi 5 Km che presentano un paio di chilometri in cui si sfiora la doppia cifra. La prima volta sarà affrontata a 42 km dalla conclusione, la seconda a soli 14 Km da Bilbao. Qui si potrebbe certamente inventare un numero ma, come si diceva, la collocazione al quinto giorno di gara probabilmente offrirà la frazione ad una fuga.
La sesta tappa presenta il primo arrivo in salita, meta l’inedito Pico Jano. La salita finale di quasi 12 km al 6.7% sarà preceduta dalla Collada de Brenes (6.3 Km all’8.6% su strada stretta) di prima categoria sulla quale, in teoria, si potrebbe davvero tentare un primo affondo già sulla penultima salita. Ma, anche in questo caso, la collocazione alla sesta tappa non permette di poter sperare di fare davvero la differenza.
La settima tappa da Camarg a Cisterna, di 194 km, presenterà una salita di quasi 20 Km a circa metà percorso, ma il resto del tracciato è in falsopiano e quindi, se i velocisti stringeranno i denti e i ritmi non saranno elevatissimi, si potrebbe addirittura assistere ad uno sprint con il gruppo compatto.
La prima settimana sarà conclusa dalle due tappe asturiane che stavolta non saranno grandi tapponi da finale di giro. La prima proporrà l’arrivo al Colláu Fancuaya, salita inedita, dopo soli 154 Km conditi con asperità concentrate soprattutto nella prima parte. Dopo metà percorso, infatti, si incontreranno solo due piccole collinette, comunque ben lontane dall’inizio della ascesa finale che misura 10 Km ed ha una pendenza media del 7,7% con tratti in doppia cifra. Si tratta di una bella ascesa in cui gli scalatori puri potrebbero tentare nel duro tratto centrale con un chilometro al 10% di piazzare la rasoiata decisiva e poi tentare di andare all’arrivo, dato che nei successivi chilometri le pendenze sono sempre intorno al 9%. Certo, l’assenza di difficoltà credibili prima di questa ascesa finale e la brevità della tappa non aiutano ma, come finale di prima settimana, può anche andare.
I primi nove giorni si concluderanno con l’arrivo in salita ai 744 metri di Les Praeres, dopo 176 Km. Anche in questo caso, le ascese credibili sono lontane dall’arrivo e la salita finale, di 4 Km e con pendenze molto severe, inviterà gli uomini di classifica alla sparata nel finale. Va ricordato che nel 2018 la tappa con arrivo su questo traguardo fu vinta dal britannico Simon Yates, che quel giorno si reimpossessò della maglia rossa di leader della classifica generale, insegna del primato che vestirà da lì fino all’approdo finale di Madrid.
Dopo il trasferimento ed il giorno di riposo, ecco una cronometro di 31 Km con arrivo ad Alicante. La frazione è completamente pianeggiante e dedicata agli specialisti e va considerata ottima la scelta di piazzare una crono con un certo chilometraggio a metà Vuelta, cosa che purtroppo Giro e Tour non hanno fatto. La collocazione alla decima tappa dopo il giorno di riposo è ideale ed anche il chilometraggio è adeguato. Il top sarebbe stato un percorso mosso con qualche collina, ma anche così rimane una buona scelta.
L’undicesima tappa sarà riserva di caccia per gli sprinter (arrivo presso il promontorio di Cabo de Gata), mentre la dodicesima proporrà l’arrivo in salita ai 1265 metri delle Peñas Blancas, sopra Estepona, dopo oltre 170 Km di nulla. La salita finale misura 18 Km, le pendenze non sono impossibili, c’è qualche tratto duro, ma nel complesso si viaggia sempre attorno al 6%: sarà difficile scavare grossi distacchi, tuttavia il ritmo elevato potrebbe mettere in difficoltà chi dovesse incontrare una giornata no.
La tredicesima tappa da Ronda a Montilla sarà pianeggiante, mentre il copione delle giornate di montagna di questa edizione si ripeterà nella quattordicesima frazione che vede, anche in questo caso, la salita finale ai 1817 metri della Sierra de la Pandera arrivare al termine di un tracciato senza grosse difficoltà. La salita finale è molto lunga, oltre 20 km, e si divide in due tronconi, il primo molto pedalabile, e il secondo caratterizzato da un tratto di circa 3 Km nel quale l’inclinazione media della strada supera il 10%. Il tratto duro terminerà a circa 2 Km dalla conclusione, mentre gli ultimi mille metri si snoderanno praticamente in quota.
La quindicesima tappa terminerà, manco a dirlo, con un ennesimo arrivo in salita ma, in questo caso, ci sarà un po’ d pepe in più. Purtroppo la frazione misura solo 148 km, ma la salita finale verso la Sierra Nevada sarà preceduta dall’Alto del Purche, che presenta una pendenza media del 9,5% sui 6,2 Km di ascesa. Non si tratta di pendenze estreme sulle quali è impossibile scattare, ma non sono nemmeno quelle pendenze regolari sulle quali si sta bene a ruota, quindi gli scalatori potranno cercare di far valere le loro doti.
Attenzione poi alla salita finale che misura 20 Km e presenta, nella primissima parte, due chilometri al 13% di pendenza media seguiti da un altro chilometro al 10%. Successivamente, le pendenze diventano più regolari, sempre attorno al 6/7%, ma se gli scalatori saranno riusciti a staccare i rivali sul Purche e sul tratto duro iniziale la cosa potrebbe farsi interessante, anche perché si arriva 2500 metri di altitudine e si pedalerà per circa 6 km oltre i 2000 metri di quota e gli appassionati sanno quanto questo dato possa incidere sul rendimento di certi atleti. Questa è forse la tappa più difficile delle Vuelta, anche se misura solo 148 Km.
Dopo una sedicesima tappa pianeggiante (arrivo a Tomares), la diciassettesima presenterà nuovamente l’arrivo in salita al termine di un percorso piuttosto insignificante. Stavolta il traguardo sarà collocato ai 1100 metri del monastero di Tentudía, percorsa una salita finale non molto dura, lunga poco meno di 10 Km e che presenterà i tratti più impegnativi negli ultimi 4 Km finali, che salgono con una inclinazione media del 7.6%.
Anche la diciottesima tappa non presenterà salite durissime, ma arriverà a fine Vuelta, quando le energie cominceranno a scarseggirare. Lunga quasi 200 Km, presenterà nel finale la doppia scalata (da due versanti diversi) all’Alto del Piornal. Va detto che il tratto di recupero tra le due ascesa sarà molto breve, ma c’è anche il problema che entrambi i versanti della salita non presentano pendenze che permettano di fare la differenza. Il fattore decisivo, quindi, potrebbe essere rappresentato proprio dalla collocazione nell’ultima settimana ultima e dalla doppia ascesa ravvicinata.
Attenzione alla diciannovesima tappa, con partenza e arrivo a Talavera de la Reina. Sono solo 132 km ma presentano la doppia ascesa al Puerto de Pielago, niente di impossibile (8.8 Km al 5.9%) ma attenzione perché qui si potrebbe tentare il “bidone”. Basta un attimo di distrazione e si può perdere il treno buono e finire con distacchi pesanti.
L’ultima occasione per tentare di ribaltare la classifica sarà offerta la penultima tappa, l’unica di montagna nel senso classico del termine perché presenterà cinque salite. C’è da dire che nessuna di queste è impossibile, anche se la penultima, il Puerto de la Morcuera, posta a 37 chilometri dall’arrivo, è abbastanza impegnativa. L’ultima salita verso il Puerto de Cotos ha invece una pendenza media del 4,7% e terminerà a sette chilometri dalla conclusione. Tutti in quota, invece, si svolgeranno i conclusivi 7 Km verso il traguardo del Puerto de Navacerrada. La possibilità di tentare dalla Morcuera c’è, ma bisogna dire che la salita, anche se abbastanza impegnativa, non è di quelle su cui si può fare davvero la differenza. L’unica opzione potrebbe essere rappresentata dalle energie complessive ormai scarse, tuttavia la tappa non sembra di quelle che possano provocare crisi, anche se non si può dimenticare che un giovanissimo Tom Dumoulin perse la maglia rossa in favore di Fabio Aru proprio in una tappa che presentava le stesse salite di questa frazione.
L’indomani la corsa si concluderà a Madrid con la classica passerella destinata ai velocisti.
Insomma si tratta di un percorso che lascia molto a desiderare, anche perché non possiede una propria logica, con frazioni sparse a caso per la Spagna senza un disegno complessivo ed organico.
L’ossessione per gli arrivi in salita sta raggiungendo livelli paradossali, mentre si trascurano i tapponi senza arrivi in salita che presentano tante montagne dure in successione e che possono provocare crisi e soprese (così era disegnata proprio la tappa che costò la maglia a Dumoulin, ricordata poco sopra).
Indubbiamente con lo spostamento in calendario dopo il Tour, la Vuelta può vantare una partecipazione di campioni superiore al Giro d’Italia, anche se si tratta di un premio di consolazione per gli sconfitti di Giro e Tour. Tuttavia negli ultimi anni i percorsi spesso non sono stati all’altezza della situazione.

Benedetto Ciccarone

LA ROSA SBOCCIA IN UNGHERIA

Parte dall’Ungheria il Giro d’Italia, con un programma d’apertura differente rispetto a quello che era stato previsto per il 2020, quando il via dalla nazione magiara era saltato a causa della pandemia. Non ci sarà la solita crono d’avvio, in calendario ma spostata al secondo giorno di gara, ma una tappa in linea favorevole ai velocisti, anche se non banale. Gli ultimi 5 Km in salita scremeranno, infatti, il gruppo epurandolo da qualche sprinter e aprendo anche ad altri corridori la possibilità di partecipare alla lotta per la conquista della prima maglia rosa.

Finalmente questo sarà l’anno giusto per vedere spuntare le rose in Ungheria. Il Giro l’aveva già messa in programma per il 2020 la sua quattordicesima partenza fuori dai confini nazionali, saltata dopo che le autorità magiare avevano ritirato la loro disponibilità a causa della pandemia, rimandandola a data da destinarsi. Una data che non poteva essere il 2021, per la quale era già stata opzionata Torino quale sede di partenza, e anche quella del 2022 sembrava essere molto incerta, come aveva lasciato intuire il direttore di corsa Mauro Vegni lo scorso mese di maggio. Ma durante l’ultima edizione del Giro era successo un evento che nessuno avrebbe immaginato, i tre giorni in maglia rosa di Attila Valter che hanno galvanizzato gli ungheresi al punto da tornare a bussare alle porte del Giro per chiedere di anticipare i tempi e organizzare nuovamente la “Grande Partenza”, che altrimenti – stando ai rumors – avrebbe potuto svolgersi nelle Marche. Così Vegni si è rimesso al lavoro per modificare i piani originari del 2020 perché, avendo ottenuto dall’UCI il permesso di anticipare di ventiquattrore la partenza (deroga che viene concessa una volta ogni 4 anni), sarebbe stato impensabile bloccare le strade di Budapest in un giorno feriale per la disputa della prevista crono d’apertura, rinviata al secondo giorno di gara. Sono stati ripensati anche i tracciati delle altre due frazioni in linea previste sul suolo ungherese e, in particolare, si è aggiunto un traguardo in salita per la prima tappa, al termine di un’ascesa breve e poco impegnativa, 5500 metri al 4.2% che non dovrebbero impedire l’arrivo allo sprint. Per fare un paragone, anche la prima frazione del Tour de France 2021 presentava un finale simile, ma in quel caso la rampa era più corta e impegnativa, con un muretto iniziale che mancherà nella tappa della Corsa Rosa e che favorì la vittoria di Julian Alaphilippe. Di certo ne scaturirà una volata atipica, nella quale vedremo gli sprinter più resistenti destreggiarsi al fianco di corridori che solitamente non si gettano nella mischia delle volate e che puntano a più alti traguardi: lo stesso Alaphilippe potrebbe far bene su questo traguardo, ma anche velocisti decisamente dotati (come l’australiano Michael Matthews, che lo scorso anno si piazzò secondo nella tappa d’esordio del Tour) avranno armi pari per competere e lanciarsi alla conquista della prima maglia rosa.
Lasciata Budapest, il tratto iniziale della prima tappa si svolgerà lungo le rive del Danubio, che si lasceranno dopo meno di 10 Km per puntare verso il centro di Érd, cittadina presso la quale è possibile ammirare uno dei tre minareti oggi esistenti in Ungheria, retaggio del periodo dell’occupazione turca. Proseguendo il gruppo giungerà sulle strade di Martonvásár, le stesse che nel 1800 furono solcate dal compositore tedesco Ludwig van Beethoven che, ospite del castello Brunszvik, qui compose uno dei suoi brani più celebri, la “Per Elisa”. Ci sarà anche il tempo per fare un tuffo virtuale in Italia nelle fasi iniziali di questa tappa e accadrà quando si giungerà presso le rive del lago di Velence, il quarto dello stato per dimensioni, sul quale si affaccia l’omonima località balneare. Il suo nome, tradotto in italiano, significa proprio “Venezia” ed è attribuito allo storico Antonio Bonfini, che nel XV secolo era stato assunto dal re ungherese Mattia Corvino come storiografo di corte e che volle con quel toponimo rendere omaggio ai numerosi veneti che erano immigrati in Ungheria, stabilendosi proprio in quella parte del regno. Toccata Lovasberény, dove il tracciato di gara lambirà il classicista castello Cziráky, la prima fase di questa tappa d’apertura si concluderà a circa 75 Km dalla partenza con il primo dei due traguardi volanti, messo in palio in quel di Székesfehérvár, centro il cui nome fa intrecciare la lingua agli stranieri ma che i magiari sanno pronunciare a menadito, anche perché si tratta di una delle città storiche della loro nazione, fino al 1526 sede nella cattedrale di Santo Stefano delle incoronazioni dei sovrani ungheresi.
Qui i “girini” effettueranno il giro di boa del percorso odierno che, dopo esser stato tracciato prevalentemente in direzione sud, ora tornerà a puntare verso nord, mentre l’altimetria proporrà un lieve falsopiano prima di giungere a Csákvár, pure dotato di un imponente castello, oggi sede di un ospedale e costruito in stile rococò prima di essere rifatto in stile neoclassico a causa di una serie di terremoti che colpì queste terre nell’800.
Dopo metà tappa la pianura, fin qui imperante, lascerà temporaneamente il passo a microscopiche collinette che poco si avvertono anche sull’altimetria, come lo strappo di 800 metri al 6,5% che s’incontrerà all’uscita da Bicske mentre leggermente più lunga – un chilometro esatto al 4.3% – sarà la salita che si dovrà affrontare alle porte di Zsámbék, la cui principale attrattiva turistica è rappresentata dai suggestivi ruderi dell’abbazia premonstratense costruita a partire dal 1220 e rovinata a causa di un altro terremoto nel 1736, in seguito al quale si preferì utilizzarne le pietre per ricostruire le case degli abitanti del villaggio.
Usciti da questa fase di leggera “tempesta” il tracciato tornerà a farsi scorrevole sotto le ruote del gruppo procedendo in direzione di Bajna, villaggio di circa 2000 abitanti presso il quale si trova un castello che appartenne alla famiglia Sándor- Metternich, il casato del celebre cancelliere austriaco Klemens von Metternich, tra i principali protagonisti del Congresso di Vienna che nel 1815 ridisegnò il volto dell’Europa politica dopo la fine dell’era napoleonica.
Tornati in pianura, il percorso andrà nuovamente a specchiarsi nelle acque del Danubio nel tratto dove il “bel fiume blu” funge da confine naturale con la Repubblica Slovacca, un’altra nazione che ha dimostrato interesse verso il Giro avendone richiesta la “Grande Partenza” per il 2023, anno nel quale Stefano Allocchio – che nei prossimi mesi prenderà il posto di Vegni alla direzione della Corsa Rosa – avrà l’imbarazzo della scelta perché anche Belgio, Turchia e Marocco hanno avanzato simili proposte. Intanto la storia della prima tappa dell’edizione 2021 entrerà nel vivo perché a 28 Km dall’arrivo saranno per la prima volta distribuiti abbuoni che potrebbero rivelarsi fondamentali per stilare la prima classifica generale e assegnare la prima maglia rosa. Accadrà al passaggio dall’antica Strigonio, l’attuale Esztergom, centro che riveste il ruolo di capitale religiosa dello stato avendo qui sede l’arcivescovo primate d’Ungheria: il principale monumento cittadino è, infatti, un luogo di culto, la neoclassica Cattedrale di Nostra Signora e di Sant’Adalberto, al cui interno è possibile ammirare la più grande pala d’altare al mondo realizzata su un solo pezzo di tela, realizzata nel 1854 dal friulano Michelangelo Grigoletti.
Con l’adrenalina per il gran finale che pian piano monterà si procederà avendo come costante compagno di viaggio il Danubio, nel punto dove il fiume fa una grande ansa per aggirare il promontorio del Juliánus Kilátó e cambiare contemporaneamente la sua direzione. Saranno gli ultimi scampoli di pianura di questa tappa, che si concluderanno con il passaggio nel centro di Visegrád, cittadina nota per aver ospitato gli incontri che hanno portato alla nascita del Gruppo di Visegrád, alleanza culturale e politica che ha rinsaldato i rapporti tra quattro nazioni dell’Europa orientale (oltre alle citate e confinanti Ungheria e Repubblica Slovacca, anche Polonia e Repubblica Ceca) e ha anche ispirato una competizione ciclistica composta da quattro gare in linea organizzate tra le varie nazioni del “gruppo”. E ora un altro gruppo sarà pronto a entrare in scena sulle strade della cittadina ungherese, che vedrà i “girini” affrontare la salita verso la spettacolare fortezza medievale che domina il Danubio, presso la quale si conoscerà il nome del primo corridore che nel 2021 avrà l’onore di vestire la maglia rosa.

Jó kirándulást Giro d’Italia

Mauro Facoltosi

La fortezza di Visegrád e l’altimetria della prima tappa (www.easybudapest.com)

La fortezza di Visegrád e l’altimetria della prima tappa (www.easybudapest.com)

CIAK SI GIRO

Anche nel 2022 continua la collaborazione con www.davinotti.com, sito che si occupa di cinema e in particolare di mappare le location utilizzate dalle varie produzioni cinematografiche, proponendo poi ai lettori un parallelo tra fotogrammi e foto dei posti dove furono girate le scene. In questo primo capitolo della rubrica vi porteremo alla scoperta dei film italiani girati sulle strade di Budapest (limitandoci a quelli mappati su Davinotti). Dopo l’italo-francese-tedesco “Barbablù” del 1972, firmato dallo statunitense Edward Dmytryk, in ordine di tempo il primo nostro regista ad aver immortalato scorci della capitale ungherese è stato Carlo Verdone che nel 1987 l’ha scelta per girarvi diverse scene de “Io e mia sorella” e in particolare si vedono il Ponte della Libertà e la chiesa di Sant’Anna, che fa una fugace comparsa sullo sfondo nella spassosa scena nella quale Verdone va ad acquistare in farmacia gli assorbenti per la sorella (interpretata da Ornella Muti). L’anno successivo il regista romano Gianfranco Giagni girerà a Budapest un paio di scene del film d’orrore “Il nido del ragno”, seguito dodici mesi più tardi dal maestro del brivido Dario Argento (ma del suo “La chiesa” parleremo nella seconda rubrica). Sempre nel 1989 sarà il turno di Peter Dal Monte, scomparso nel maggio del 2021, che vi girerà con attori prevalentemente stranieri “Étoile”, thriller ambientato nel mondo della danza. Nel nuovo millennio sarà il milanese Fabio Carpi a scegliere Budapest per una scena di “Nobel” (2001), film “on the road” che racconta del viaggio di uno scrittore italiano (interpretato dallo spagnolo d’origini argentine Héctor Alterio) verso la Svezia, dove gli sarà consegnato il premio nobel per la letteratura. Luca Zingaretti nel 2002 smetterà per un attimo i panni del commissario Montalbano per recarsi in terra magiara e girare la fiction RAI “Perlasca, un eroe italiano”, due puntate nel quale il popolare attore interpreterà il ruolo di Giorgio Perlasca, il commerciante italiano che nel 1944 aveva salvato la vita a più di cinquemila ebrei ungheresi destinati ai campi di concentramento. Nel 2016, infine, Ron Howard girerà a Budapest (spacciata per l’americana Harvard e per Istanbul) diverse scene di “Inferno”, coproduzione italo-americana ispirata all’omonimo romanzo di Dan Brown e in gran parte filmata in Italia, tra Venezia e Firenze.

Carlo Verdone a Budapest in una scena di Io e mia sorella (www.davinotti.com)

Carlo Verdone a Budapest in una scena di "Io e mia sorella" (www.davinotti.com)

Cliccate qui per scoprire le altre location del film

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Tratto iniziale lungo il Danubio all’uscita da Budapest

Il minareto di Érd

Martonvásár, castello Brunszvik

Bagnanti sulle sponde del Lago di Velence

Lovasberény, castello Cziráky

Székesfehérvár, Cattedrale di Santo Stefano

Il castello di Csesznek a Csákvár

Ruderi dell’abbazia di Zsámbék

Bajna, Castello Sándor- Metternich (www.szepmagyarorszag.hu)

La cattedrale di Esztergom vista dal ponte sul Danubio che collega l’Ungheria alla Repubblica Slovacca

La pala di Michelangelo Grigoletti all’interno della cattedrale di Esztergom

Uno scorcio dell’ansa del Danubio che anticipa l’arrivo a Visegrád

UN GIRO BELLO E VARIO MA IL CRONOMETRO PIANGE

novembre 11, 2021 by Redazione  
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Il percorso della prossima edizione della corsa rosa è vario ed affascinante, ricco di percorsi in cui scatenare la fantasia ed inventarsi azioni interessanti e spattacolari. Mancano però i tapponi da chilometraggio elevato e i chilometri contro il tempo sono pochi e piazzati male.

L’aspetto più negativo del percorso della edizione 2022 del Giro d’Italia è l’assurda presentazione a pezzi, non solo per l’insensatezza intrinseca di una presentazione frazionata, ma anche e soprattutto perché essa non è avvenuta seguendo l’ordine della tappe, bensì la loro tipologia (volate, tappe mosse e tappe di montagna).
In primo luogo la classificazione delle tappe risulta in molti casi abbastanza arbitraria (la Diamante – Potenza è una tappa mossa o una tappa di alta montagna?); in secondo luogo la presentazione in ordine sparso ha confuso gli appassionati che dovevano scegliere tra comporre un assurdo puzzle giorno per giorno oppure lasciar perdere e aspettare il disegno complessivo.
Si è trattato di una scelta che quasi tutti i commentatori hanno criticato e che si spera non verrà riproposta in futuro.
Detto questo, il percorso è molto bello, non c’è che dire, specialmente per la distribuzione omogenea delle difficoltà e per il gran numero di tappe insidiose, ricche di trabocchetti nelle quali organizzare azioni lavorando di fantasia e nelle quali gli uomini di classifica dovranno avere mille occhi, mentre la maglia rosa di turno dovrà rischiare di stressare oltremodo la squadra per cercare di controllare la corsa.
Se i corridori decideranno di accettare questa sfida, andrà in scena uno spettacolo da non perdere.
Le note negative sostanziali sono tre.
La prima è la partenza dall’Ungheria. Si tratta di una considerazione personale di chi scrive, tuttavia, dopo tanti anni, si continua a non comprendere il senso di queste scelte di natura meramente economica.
Un conto è partire da località anche estere poste vicino ai confini nazionali, cosa diversa è partire da posti distanti che richiedono un giorno di riposo per affrontare impegnativi trasferimenti aerei con l’unico scopo di far quattrini.
Il secondo aspetto negativo è la scelta delle prove contro il tempo, mal piazzate e insufficienti per chilometraggio. La prima crono di 9 Km (distanza da prologo) non scaverà quei distacchi necessari a invogliare chi soffre contro il tempo ad attaccare su percorsi che, comunque, consentono azioni di largo respiro. Questa circostanza rischia di neutralizzare le belle tappe in linea che caratterizzano il resto del tracciato, occasioni che possono essere colte e sfruttate solo se i corridori in forma che soffrono contro il tempo avranno distacchi tali da essere costretti a tentare l’imboscata da grosso distacco. La crono finale, oltre ad avere anch’essa un chilometraggio ridotto (17 Km), arriva dopo le montagne, quando le energie saranno ridotte e sarà decisiva solo in caso di distacchi molto contenuti.
L’ideale sarebbe stato mettere, al posto della cronometro finale, una prova contro il tempo di 30/40 chilometri con terreno misto (salite, discese, pianura) intorno a metà Giro, in modo da assestare la classifica prima delle grandi montagne, e magari allungare di qualche chilometro la crono di Budapest, portandola a 20 Km.
Il terzo aspetto negativo è la mancanza di tappe (ed in particolare di tappe di montagna) con chilometraggio elevato. La stagione passata ci ha dimostrato come il chilometraggio sia una difficoltà che spesso fa la differenza e ciò è emerso in modo nelle classiche e ai campionati del mondo di Lovanio. Negli ultimi anni alla Milano – Sanremo una salita come il Poggio, che al giorno d’oggi i velocisti potrebbero mangiare a colazione, si è rivelata sempre decisiva proprio perché arriva alla soglia dei 300 Km di corsa. La Roubaix, il Lombardia, i campionati del mondo e le varie monumento. oltre alla difficoltà tradizionali, pure presentano percorsi lunghi.
In questo giro, invece, abbiamo solo due tappe che superano appena i 200 Km e sono completamente pianeggianti. 200 Km tondi tondi, invece, misura la tappa dello Sforzato, quella con Mortirolo e Santa Cristina. Manca un tappone di montagna di 230, 240 o 250 Km, che sinora era sempre stato presente.
Il sospetto è che lo spettacolo indecoroso andato in scena gli ultimi due anni, con i corridori che si sono rifiutati di correre con la pioggia e l’organizzazione che ha scandalosamente ceduto a richieste oggettivamente irricevibili, abbiano ahinoi indotto RCS a ridurre i chilometraggi.
A questi tre aspetti negativi, va aggiunta un’ulteriore osservazione. Alcuni trasferimenti appaiono un po’ eccessivi e in particolare quelli da Potenza a Napoli, quello da Jesi a Santarcangelo di Romagna, quello da Genova a Sanremo e quelli praticamente quotidiani che si affronteranno nella terza settimana-
Sarebbe il caso di cercare di partire da una località non troppo lontana rispetto a quella dell’arrivo della tappa precedente, salvo i caso in cui c’è il giorno di riposo in mezzo.
Si è già detto come la varietà delle tappe sia il punto di forza di questo Giro e a questo si deve aggiungere l’ottima scelta di proporre dure salite inedite oppure non più battute da molto tempo in punti chiave delle singole frazioni, in modo che possano risultare determinanti.
Passiamo ora alla analisi delle singole frazioni.
Il Giro prenderà il via il 6 maggio da Budapest con una tappa pianeggiante di 195 Km che terminerà a Visegrád. La frazione è pianeggiante con l’esclusione degli ultimi 5 Km, in salita con pendenza del 4.2%. Sarà inevitabilmente volata, ma potrebbe essere uno sprint non affollatissimo e alcuni velocisti puri saranno inevitabilmente tagliati fuori.
La seconda tappa sarà una cronometro di 9 Km per le vie della capitale magiara, anch’essa piatta con il finale in salita (1.3 Km al 4.7%, in parte in pavè, con pendenza massima al 14%): i distacchi tra i big ci saranno, ma resteranno contenuti a causa dello scarso chilometraggio.
Anche la terza tappa ungherese sarà dedicata ai velocisti, che si sfideranno al termine della Kaposvár Balatonfüred , frazione priva di difficoltà altimetriche di rilievo, con un unico GPM di quarta categoria a 13 Km dall’arrivo che è quasi un cavalcavia e non farà alcun danno.
Dopo il giorno di riposo per ritornare in Italia si affronterà in Sicilia il primo arrivo in salita e si tratterà dell’onnipresente Etna, da affrontare partendo da Avola.
La prima parte dell’interminabile salita finale, da Paternò a Ragalna, è la stessa percorsa in occasione della tappa del Giro del 2018 (conclusasi all’osservatorio astrofisico con vittoria del colombiano Chaves) e presenta un tratto centrale di due chilometri con pendenza media all’11% e punte del 15%. Dopo due chilometri e mezzo di discesa, ci si immette sulla strada del versante classico per affrontare gli ultimi 14 km sino ai 1892 metri del Rifugio Sapienza, dove sarà collocato il traguardo. La salita, al netto della lunga contropendenza, misura quasi 25 Km e alla quarta tappa potrebbe anche provocare qualche sensibile distacco tra i big.
La successiva frazione, da Catania a Messina, proporrà la salita della Portella Mandrazzi, che però non potrà influire granché a circa 100 Km dalla conclusione: l’epilogo più probabile è una volata di gruppo, così come accadde al Giro del 1999, quando fu proposto questo esatto percorso e allo sprint si impose l’olandese Blijlevens.
Anche il ritorno in continente proporrà un arrivo allo sprint perchè tra Palmi e Scalea non s’incontreranno asperità degne di nota.
La tappa calabrese sarà, tuttavia, il preludio a una frazione davvero interessante, la Diamante-Potenza. Già nella prima parte si affronteranno il Passo Colla ed il famoso Monte Sirino, che è stato in passato sededi arrivo, poi s’incontrerà la difficile ed inedita salita di Monte Scuro, 6 Km con pendenza media superiore al 9%. In cima mancheranno ancora 60 Km all’arrivo, ma attenzione perché il tracciato prevede ancora la salita della Sellata a oltre 1200 metri di quota e lo strappo nel centro di Potenza prima di raggiungere il traguardo. Sarà difficile vedere attacchi tra i big, perché la salita che potrebbe fare la differenza è quella di Monte Scuro che è troppo lontana dall’arrivo, ma sarà importante non distrarsi perché le conseguenze potrebbero essere molto serie. La battaglia non mancherà tra gli outsiders e tra coloro che vorranno centrare un prestigioso successo parziale o vestire la maglia rosa prima che entrino in scena i favoriti per il successo finale.
A questo punto ci sarà il trasferimento a Napoli per una frazione dedicata a Procida, capitale italiana della cultura nel 2022. La tappa vedrà partenza ed arrivo nel capoluogo campano, ma gran parte del tracciato si svilupperà nel nervoso circuito di Monte di Procida da ripetere 5 volte. Dall’ultimo passaggio in vetta alla salita che caratterizzerà l’anello (1.7 Km al 7%) mancheranno quasi 50 Km all’arrivo, ma ci saranno altri mangia e bevi da affrontare prima di raggiungere un traguardo che sembra ideale per i finisseur.
La successiva Isernia – Blockhaus, ultimo giorno di gara della prima settimana, sarà una vera e propria tappa di montagna. Dopo una prima parte tutto sommato tranquilla, con la salita a Roccaraso molto facile, si arriverà a Fara Filiorum Petri dove inizierà la salita a Passo Lanciano dal versante meno duro, quello affrontato nel 2009. Si tratta comunque di una salita di quasi 20 Km che, specie nella seconda parte, presenta anche tratti abbastanza impegnativi. Arrivati a Passo Lanciano si scenderà verso Lettomanoppello e qui occorrerà fare attenzione perché la carreggiata è stretta ed esposta, anche se abbastanza rettilinea. Si riprenderà quindi a salire, dapprima sino a Roccamorice e poi verso l’Hotel Mammarosa, preso il quale sarà posto l’arrivo. Gli ultimi 10 Km hanno una pendenza media vicina alla doppia cifra e punte del 14%. Inoltre, per gran parte dello sviluppo dell’ascesa finale non s’incontreranno alberi e, in caso di sole forte, la cosa potrebbe causare problemi. Tutti ricordano il 2017 quando Quintana staccò tutti sulle arcigne rampe del versante di Roccamorice, le stesse che videro Vincenzo Nibali. Bisogna sapersi gestire, anche perché la pendenza cala solo dopo il triangolo rosso dell’ultimo chilometro. In questa tappa gli uomini di classifica potrebbero cercare di muovere le acque già fin dalla prima ascesa a Passo Lanciano per poi lanciare l’attacco decisivo lungo l’ascesa finale.
Dopo il secondo giorno di riposo si correrà tra Pescara e Jesi una frazione dedicata ai finisseur, caratterizzata nella seconda parte da piccole colline marchigiane in rapida successione, nulla di eclatante ma sicuramente una serie di mangia e bevi molto interessante in chiave lotta per il successo parziale.
La tappa successiva sarò un tavolo da biliardo di 200 Km per la gioia dei velocisti che si sfideranno sul traguardo di Reggio Emilia, raggiunto partendo da Santarcangelo di Romagna.
La Parma – Genova, pur essendo classificata solamente di media montagna, sarà invece una frazione che potrebbe lasciare il segno anche in classifica generale. Dopo il Passo del Bocco da lato facile ci saranno due strappi (Madonna delle Grazie, 2,2 Km al 6,7 Km e Ruta – Chiesa Vecchia, 3,5 Km al 7,4%), che faranno da antipasto alla salita decisiva, l’inedito GPM di seconda categoria di Monte Becco. Si tratta di una salita di 10 Km al 7% di pendenza media, ma con tratti nei quali l’inclinazione sfiora il 9%, che scollina a 20 Km dalla conclusione, molti dei quali in discesa e resi insidiosi dalla carreggiata notevolmente ristretta. L’attacco sul Monte Becco potrebbe essere una ghiotta occasione per sorprendere gli avversari e lasciare il segno.
La Sanremo – Cuneo proporrà un percorso naturalisticamente molto bello ma dedicato agli sprinter.
Altro discorso, invece, per la Santena – Torino, frazione in cui sarà possibile inventarsi azioni interessanti. Il Colle della Maddalena (7 Km al 5,4% con gli ultimi 3 Km al 7%) verrà affrontato 3 volte metre due saranno le ascese al Bric del Duca (5,4 Km al 7,9%), salita che coincide in gran parte con la quella di Superga, punto chiave della Milano-Torino). L’ultimo passaggio dal Colle della Maddalena sarà a 26 Km dall’arrivo, ma le asperità non saranno finite perchè le brevi ma ripide rampe di Rocca Santa Brigida e del Quadrivio Raby (posto a meno di 6 Km dall’arrivo) già affrontate nei precedenti giri di circuito, completeranno il quadro di una tappa che è perfetta per organizzare imboscate. Ricorda un po’ la tappa dei muri della Tirreno Adriatico 2020 nella quale Pogacar conquistò la classifica generale con un attacco da lontano.
La tappa di montagna che chiuderà la seconda settimana si svolgerà in gran parte in Val d’Aosta, dopo la partenza dalla località piemontese di Rivarolo Canavese. Non è un tappone di quelli durissimi, ma attenzione alle prime due salite. Sia quella verso Les Fleurs (12 Km al 7% che coincidono con la prima parte della dura salita verso Pila), sia quella di Verrogne (13,4 km al 7%) sono entrambe dure, a differenza di quella molto lunga che condurrà al traguardo di Cogne in 22 Km.. La prima parte dell’ascesa finale è la più impegnativa e contiente in particolare un tratto di 3 Km al 7,1%, mentre la seconda è caratterizzata da una inclinazione molto facile, 10 Km al 3,7% che si “spengono” man mano che ci si avvicinerà al traguardo. Date le caratteristiche del finale, è difficile pensare ad un attacco dei big, anche perché un’azione sulla salita di Verrogne, pur teoricamente possibile, si scontrerebbe con i successi 40 km da percorrere e un’ascesa finale che favorisce i recuperi.
Il terzo giorno di riposo sarà utile per ricaricare le batterie in vista di quella che sarà la tappa più dura del giro.
Si tratterà dell’immancabile “wine stage”, solitamente a cronometro e quest’anno da degustare in montagne, sulle strade dello Sforzato, passito originario della Valtellina. Da Salò si percorreranno una trentina di chilometri iniziali privi di difficoltà prima di salire a Bagolino per al Goletto di Cadino, affrontato l’ultima volta nel 1998 nello storica tappa di Montecampione. È una salita vera, di quasi 20 Km con pendenze a tratti aspre, e bisognerà fare attenzione anche alla lunghissima discesa su strada a carreggiata stretta e tecnica, che nella tappa del 1998 vide Garzelli protagonista sfortunato con una caduta all’uscita da un tornante. Da Breno si percorrerà il fondovalle sino ad Edolo e quindi da Monno si affronterà il Mortirolo dal lato meno duro, che comunque presenta una pendenza media del 7,5% distribuita sui 12,8 Km di strada. Scesi a Grosio, si percorrerà la Valtellina sino a Bianzone, da dove partirà la breve ma arcigna salita verso Teglio, 5 Km all’8,7% con punte in doppia cifra. Dopo la discesa si dovranno affrontare 12,7 Km di salita per raggiungere il Valico di Santa Cristina. La prima parte coincide con il lato più duro dell’Aprica, la seconda è quella più tosta, caratterizzata da 6 Km duri con pendenza media vicina al 10%. Su questa salita si potrà fare certamente la differenza tra i big, ma sarà necessario fare corsa dura sin dall’inizio per sfaldare le squadre già sul Goletto di Cadino e sul Mortirolo. Dal Valico di Santa Cristina solo 6 Km per andare all’arrivo dell’Aprica. Per capire la durezza della parte finale della salita, i meno giovani ricorderanno che nel 1994 quel tratto bastò a Pantani per infliggere 3 minuti e mezzo a Indurain e a uno scalatore di razza come “Cacaito” Rodriguez. Tuttavia Pantani aveva in precedenza fatto il diavolo a quattro già sul Mortirolo, in modo da costringere gli avversari a spendere energie per ricucire.
Finale duro ed interessante anche per la successiva Ponte di Legno – Lavarone. Il Tonale in apertura sarà ininfluente e la tappa entrerà nel vivo solo a Pergine Valsugana, a 45 chilometri dall’arrivo, quando sarà il momento di scalare il Passo del Vetriolo, salita che porta verso la rinomata località termale dopo 10 Km di strada al 7,6%, con punte in doppia cifra. Ancor più dura sarà l’inedita salita del Menador, con scollinamento ai 1262 metri di Monte Rovere dopo 8 km al 9,6%, gli ultimi 2,5 km dei quali hanno una pendenza media dell’11,2% e una massima del 15%. Dalla cima mancheranno solo 8 km per andare al traguardo. In questo caso sarà possibile sfaldare le squadre già sulla salita di Vetriolo per poi tentare l’affondo definitivo sul Menador e cercare di incrementare ancora un po’ negli ultimi 8 Km. Qui si rischia di andare in crisi dura, anche perchè il Menador ricorda un la salita di Sega di Ala, affrontata all’ultimo Giro subito dopo aver scalato il San Valentino. Qui a rendere tecnicamente più complesso il tracciato, ci saranno gli 8 Km finali che rappresentano un’incognita da non sottovalutare. Se si arriverà in cima sfiniti, le cose si complicheranno parecchio e i distacchi potrebbero letteralmente volate.
L’indomani sulle strade della Borgo Valsugana – Treviso torneranno di scena i velocisti. Ci sarà il muro di Ca’ del Poggio da scavalcare ma è piazzato troppo lontano dall’arrivo per rappresentare un problema. Comunque,va fatto notare che si è entrati nella terza settimana e le squadre dei velocisti potrebbero essersi nel frattempo ridotte nel numero ed aver sprecato fin qui parecchie energie, soprattutto se tra le loro fila ci sono anche uomini di classifica.
Molto interessante la tappa numero 19 che vedrà il secondo e ultimo sconfinamento del giro. Si partirà da Marano Lagunare e dopo il Passo di Tanamea si entrerà il Slovenia. A 56 chilometri dalla conclusione si inizierà a salire verso il GPM del monte Kolovrat a 1145 metri. Si tratta di una salita molto impegnativa, 10 Km con una pendenza media del 9,2% e punte del 12%: da notare che l’inclinazione non scende mai sotto l’8% e ci sono lunghi tratti sempre in doppia cifra. Si scollina a 43 chilometri dalla conclusione, ma nel finale si salirà ancora verso il Santuario di Castelmonte per approcciare un’ascesa conclusiva di 6,5 Km al 6%, caratterizza da un muro al 10% in prossimità del traguardo. Il Kolovrat è una salita sulla quale si può fare la differenza perchè le sue severe pendenze sono adattissime alle rasoiate degli arrampicatori. Sarà, però, necessario organizzare bene l’attacco perché dalla cima ci sono oltre 40 Km per andare all’arrivo, di cui alcuni in discesa non tecnica e una buona decina in pianura. Bisognerà orchestrare una attacco strutturato, mandando in fuga almeno due o tre compagni di squadra da ritrovare lungo il percorso e magari improvvisare un gentleman agreement con qualche avventuriero di giornata.
L’ultimo atto in alta montagna sarà costituito dal tappone dolomitico che scatterà da Belluno e proporrà il San Pellegrino e il Passo Pordoi (Cima Coppi, 2239 metri) prima del difficile arrivo in salita sulla Marmolada, unica frazione in cui si supereranno i 2000 metri di quota
Il Passo San Pellegrino presenta i tratti più impegnativi nel finale (ultimi 5500 metri al 9% medio con una massima del 15%), ma è molto lontano dall’arrivo. La salita verso il Pordoi è mitica e intrisa di storia ma, al giorno d’oggi, non può fare grosse differenze se piazzata, come in questo caso, a oltre 40 km dall’arrivo. In un simile quadro si rischia di avere un nulla di fatto sino a Malga Ciapela, dove inizierà un drittone verso il cielo con punte del 18% sul quale sarà necessario dare anche ciò che non si ha. Sarebbe forse stato meglio, visto anche lo scarso chilometraggio della tappa, proseguire dopo il Passo Fedaia, scendendo a Canazei per poi risalire sul Pordoi. La doppia scalata al Pordoi è un classico e avrebbe reso più appetibile l’attacco da lontano. I meno giovani ricorderanno certamente l’impresa di Zaina nel 1996, che staccò sulla Marmolada scalatori fortissimi come Tonkov (che poi vinse quel Giro) e Gotti, per poi incrementare il vantaggio sulle rampe del Pordoi.
Esaurite le montagne ci sarà la crono finale di Verona che, anche se presenta l’interessante passaggio sulle Torricelle (4 Km al 5,4%), offrirà pochi chilometri per scavare distacchi, specie a fine Giro quando le energie sono al lumicino. Se la situazione dovesse presentarsi come nel 2020, con due corridori a pari tempo, questa tappa sarà decisiva. Il percorso è comunque nel complesso molto bello e vario, caratterizzato da tappe equamente distribuite e diveese salite inedite.
Rimane solo da sistemare il chilometraggio a cronometro e la collocazione delle tappe contro il tempo, perché questi due aspetti valorizzerebbero ancor più un percorso come quello proposto quest’anno.

Benedetto Ciccarone

Uno scorcio della spettacolare salita del Menador, una delle salite inedite che saranno esplorate dal Giro dItalia nel 2022

Uno scorcio della spettacolare salita del Menador, una delle salite inedite che saranno "esplorate" dal Giro d'Italia nel 2022

LUTSENKO FA LA STORIA A PIAZZOLA SUL BRENTA

ottobre 16, 2021 by Redazione  
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Si è conclusa con la fantastica cornice di Villa Contarini a Piazzola sul Brenta, Padova, la prima storica ‘gravel’ riservata ai professionisti. 132 km, gran parte in sterrato, con partenza da Jesolo, 37 atleti a sfidarsi tra strade bianche, ponti e corsi d’acqua attraversando le province di Venezia, Treviso e Padova.

L’azione decisiva è partita a circa 80 km dal traguardo quando Aleksej Lutsenko (Astana) ha lasciato il gruppo, in quel momento composto da poco più di venti atleti, e ha intrapreso un’azione solitaria d’altri tempi. Alle sue spalle il plotoncino nulla ha potuto, perdendo poco a poco terreno ed entrando nel circuito finale di Piazzola con 1’50” di ritardo.
Nel primo dei tre giri finali il gruppetto ha alzato il ritmo recuperando metà dello svantaggio, ma pagando un prezzo troppo caro in termini di energie. Così pian piano gli inseguitori hanno dovuto alzare bandiera bianca e in tutto sono rimasti in 12, ormai stremati, a rincorrere il kazako, che ha potuto amministrare il vantaggio e arrivare al traguardo a braccia alzate.
Con 41 secondi di ritardo si è classificato secondo Riccardo Minali (Intermarché Wanty Gobert), vincitore della volata di gruppo su Nathan Haas (Cofidis), Davide Martinelli (Astana), Kevin Van Melsen (Intermarché Wanty Gobert), Simone Bevilacqua (Vini Zabù), Luca e Daniele Braidot (nazionale italiana du ciclocross), Samuele Battistella (Astana) e Taco van der Hoorn (Intermarché Wanty Gobert),. Alle loro spalle il resto dei corridori alla spicciolata, con solo 19 arrivati e 18 ritirati lungo il percorso.

Andrea Mastrangelo

Lutsenko in fuga sulle strade sterrate del Veneto (foto Bettini)

Lutsenko in fuga sulle strade sterrate del Veneto (foto Bettini)

TOUR DE FRANCE 2022: SPRAZZI POSITIVI MA ANCORA NON CI SIAMO

ottobre 15, 2021 by Redazione  
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Tracciato piuttosto deludente, con tappe di montagna troppo brevi, cronometro posizionate male e poche occasioni per rompere gli schemi ed attaccare da lontano. Tornano il pavè e l’Alpe d’Huez. Ottimo l’arrivo sul Granon e le diverse tappe di media montagna.

Svelato il percorso del Tour de France 2022.
Nonostante siano state offerte numerose prove del fatto che gli elevati chilometraggi favoriscono spettacolo e sorprese, sembra che i francesi, incalzati delle insane pressioni delle TV, non ne vogliano sapere.
Il tracciato che i corridori dovranno percorre dal primo al 24 luglio prevede solo una tappa di oltre 200 km e tappe di montagna che assomigliano più a prove juniores o femminili piuttosto che a frazioni di un GT.
Inutile ripetere per l’ennesima volta che, con il livellamento attuale, in tappe come quelle disegnate da Christian Prudhomme non ci si può aspettare altro se non la sparata degli ultimi due chilometri, con i gregari ancora tutti nel gruppo principale.
Nelle tappe con chilometraggio elevato ci sono partenze più tranquille e questo è vero, però man mano che si macinano chilometri in salita la fatica si fa sentire, i gregari esauriscono le energie e le differenze vengono fuori.
L’attacco di Alaphilippe ai mondiali, la Roubaix in cui sono rimasti in pochissimi quando l’arrivo era ancora distante, l’attacco di Pogacar al Lombardia sono state tutte azioni riuscite proprio perché il chilometraggio elevato ha presentato il conto e molti si sono ritrovati senza le energie per rispondere agli attacchi decisivi.
Chi ha buona memoria e un età non giovanissima ricorderà i tapponi di 250 Km e le numerose tappe over 200 (al Tour del 1998, per esempio, furono 9) che facevano accumulare fatiche e provocavano crisi.
Come si è visto negli ultimi anni un corridore come Roglic, dotato di una buona sparata finale e di una squadra forte, mira a controllare la corsa fino agli ultimissimi chilometri, se non metri, per poi partire a tutta raggranellando qualche secondo e qualche abbuono. L’azione a lunga gittata ai laghi di Covadonga all’ultima Vuelta avvenne, infatti, solo perché Roglic era stato costretto a seguire un attacco da lontano di Bernal.
Il ricordo della tappa del Grand Colombier di due anni fa è ancora vivissimo, una tappa con una salita finale lunga e impegnativa in cui la Jumbo Visma è arrivata compatta sino all’ultimo chilometro.
Tapponi di montagna di oltre 200 Km renderebbero molto più difficile questa strategia perché i gregari sarebbero costretti a tirare per moltissimi chilometri e prima o poi le energie si esaurirebbero, specialmente nella terza settimana, aprendo alla possibilità di crisi e d’inaspettati capovolgimenti di fronte.
Anche le cronometro sono piazzate piuttosto male. La prima tappa è poco più che un prologo nel quale gli scalatori perderanno secondi che, però, difficilmente andranno ad influire sulla economia della corsa, mentre la seconda crono ha un chilometraggio adeguato ma è piazzata al penultimo giorno, quando è più difficile fare la differenza.
Molto meglio sarebbe stato eliminare la crono iniziale e piazzarne una di 30 o 40 Km, altimetricamente mossa, attorno alla decima tappa in modo da dare alla classifica una fisionomia che costringa gli scalatori ad attaccare.
Positivo il fatto che le Alpi siano state riproposte in modo un po’ più serio rispetto allo scempio andato in scena quest’anno e molto positivo è il ritorno sul Col de Granon, grande ed impegnativa salita che non veniva scalata dal lontano 1986, anche se la tappa poteva essere resa più dura inserendo qualche colle in più.
Sarebbe bello proporre il Granon anche al giro d’italia, magari preceduto da Sampeyre, Agnello e Izoard in un tappone per scalatori di razza.
Buono anche l’inserimento di diverse tappe di montagna o comunque insidiose, come quella di Mende e quella di Foix
Esaurite le considerazioni di carattere generale e le reprimende, andiamo a vedere le tappe nel dettaglio.
Si partirà da Copenaghen il primo luglio con una tappa a cronometro di 13 chilometri completamente piatta, movimentata da diverse curve a 90 gradi in contesto urbano.
Il giorno successivo da Roskilde scatterà una tappa per velocisti nella quale si dovrà fare attenzione al vento, perché nel finale si percorrerà un ponte di una quindicina di chilometri che scavalca lo stretto del Grande Belt e porterà i corridori al traguardo di Nyborg. In precedenza tre facilissime “côtes” inserita nella prima parte di gara assegnaranno assegnare la maglia a pois di leader degli scalatori
L’ultima tappa in terra danese sarà la seconda occasione per le ruote veloci del gruppo, 181 Km da Vejle a Sønderborg con altre tre modeste ascese piazzate lontano dal traguardo.
Dopo il primo giorno di riposo, il 5 luglio si entrerà in Francia con la Durkenque – Calais, tappa leggermente più movimentata rispetto a quelle danesi che prevede diverse colline, l’ultima di 1 Km al 6.5% posta a 11 Km dalla conclusione: potrebbe al massimo risolvere una questione tra i fuggitivi che quest’oggi potrebbero anche riuscire ad arrivare, anche se i principali indiziati di vittoria saranno ancora i velocisti.
La prima difficoltà vera sarà affrontata nella quinta tappa che partirà da Lilla per arrivare alle porte delle mitica foresta dell’Arenberg dopo aver affrontato 11 settori di pavè per un totale di una ventina di chilometri da percorre sulle pietre. La tappa è molto breve (solo 144,5 Km) e, come successo anche nel 2014, si arriva poco prima dell’imbocco del più leggendario settore della Parigi-Roubaix, che quindi non verrà affrontato: per gli appassionati si tratta di una grossa delusione perché il blasone e la difficoltà della foresta avrebbero certamente reso epica questa tappa. Va anche aggiunto che sarebbe stato molto semplice proporre questo settore, disegnando un circuito. Dopo aver percorso la foresta si sarebbe potuta, infatti, prendere la via Blanqui e ritornare a Wallers. Anzi, volendo essere ancor più cattivi, sarebbe stato possibile anche proporre due volte il passaggio nella foresta, vista la brevità del percorso disegnato.
In ogni caso, ci si potrà aspettare uno scossone in classifica generale, come accaduto nel 2014, perché le pietre fanno sempre danni.
Il giorno successivo si partirà dalla località belga di Binche per approdare a Longwy, dove si affronterà un finale collinare mosso ed interessante, caratterizzato da 3 GPM negli ultimi 10 Km: la Côte de Lexy (2,3 Km al 4,3%) ai – 10, il muro di Pulventeux (800 metri al 12.3%) ai – 5 e l’arrivo in cima allo strappo di Cotes des Religieuses, 1,76Km al 5,8% di pendenza media. Su questo arrivo si potrebbero vedere anche schermaglie tra i big della generale.
La settima tappa proporrà il primo arrivo in salita, La Planches des Belles Filles, al termine di una frazione di 175 Km che scatterà da Tomblaine e proporrà altri due facili GPM prima della salita finale, dove verrà riproposto l’arrivo in vetta alla terribile rampa finale al 24%, su fondo sterrato, sulla quale Giulio Ciccone compensò la delusione per la mancata vittoria di tappa con la conquista della maglia gialla.
E’ probabile che sia la lotta per la vittoria tappa, sia quella tra gli aspiranti al successo finale si decideranno sulle terribili pendenze dell’ultimo chilometro, con distacchi che alla fine saranno di pochi secondi.
Per l’ottava tappa il Tour approderà in Svizzera da Dole viaggiando in direzione Losanna, dove il traguardo sarà posto in cima ad una salita di 5 Km al 4,5% che non provocherà distacchi tra i big ma potrebbe essere decisiva per il successo parziale. Lungo la strada si incontreranno altri 3 gpm GPM facili ed un tratto di oltre 30 Km tra il secondo ed il terzo GPM nel quale la strada si snoderà in quota, a circa 1000 metri di altitudine.
Anche la nona tappa si disputerà per gran parte in Svizzera, ma si rientrerà in Francia a 9 km dalla conclusione.Si tratterà della prima delle quattro tappe alpine, impegnativa ma non durissima, che da Aigle - la sede dell’Unione Ciclistica Internazionale – condurrà a Chatel.
Il secondo GPM, il Col de la Croix posto a circa 60 km dalla conclusione, è impegnativo (8,5 Km al 7,2%), mentre il Pas de Morgins è più lungo ma meno arcigno, 16 Km al 5,7% con scollinamento a soli 9 Km dalla conclusione, a sua volta posta al termine di un breve tratto in salita. Sul Morgins sarà possibile cercare di orchestrare un agguato per guadagnare secondi, favoriti dal tratto successivo che, tra discesa e risalita, non agevola i recuperi.
Dopo il riposo a Morzine andrà in scena una tappa con 4 GPM ed una salita finale di 20 km che però non dovrebbe provocare danni. L’ascesa che condurrà al traguardo di Megève presenta, infatti, una pendenza media del 4% e quindi è prevedibile l’arrivo di un fuga e l’assenza di ostilità tra i big, rimandate al giorno successo quando andrà in scena il tappone del Granon. Partiti da Albertville si scalerà il mitico Galibier prima dell’ascesa finale ai 2400 metri del Col du Granon, affrontato per la prima e finora unica volta nel 1986, quandoi lassù si impose lo spagnolo Eduardo Chozas, mentre Greg Lemond strappò la maglia gialla al compagno di squadra Bernard Hinault.
La salita finale misura 11 Km e presenta una pendenza costantemente intorno al 9%. Proprio la costanza dell’inclinazione che non cala mai fa di questa salita uno dei punti chiave di questa edizione del Tour de France. Purtroppo, la tappa misura solo 150 Km e il Col de Granon è preceduto solo dal Galibier che, seppur preso dal lato più tosto, potrebbe non essere sufficiente per permettere di scavare distacchi seri.
Se gli organizzatori avessero proposto questo arrivo dopo un tappone di 250 km con quattro o cinque salite sicuramente ci saremmo potuti aspettare grandi cose. Ciò non toglie che comunque la tappa è molto dura e presenta un dislivello elevato; sarà quindi una frazione chiave nell’economia della corsa.
Come nell’86, anche in questo caso il giorno successivo al Granon si andrà sui 21 tornanti dell’Alpe d’Huez, assemnte da tre anni dal percorso del Tour. Anche questa sarà una tappa molto impegnativa, con il ritorno sul Galibier (dal lato meno nobile) e la Croix-de-Fer, entrambi over 2000, prima di salire ai 1842 metri di una delle più rinomate stazioni invernali alpine.
La partenza da Briançon farà decollare la tappa già in salita e questo potrebbe condizionare la frazione se, nel corso dell’ascesa al Galibier, qualcuno volesse tentare di far saltare il controllo delle squadre. La salita verso la Croix-de-Fer va su a gradoni e presenta un tronco di 5 Km al 9% nella prima parte ed il tratto finale verso la vetta di 6,5 Km all’8,3%. Dalla fine della discesa, ci sarà però un tratto di pianura di oltre 10 Km prima di attaccare la salita finale. La battaglia tra i big qui sarà senza esclusione di colpi.
Con la tredicesima tappa si abbandoneranno le Alpi per raggiungere il Massiccio Centrale da Le Bourg-d’Oisans, con traguardo a Saint-Étienne dopo aver affrontato 5 salitelle abbastanza facili che ne fanno una tappa da fughe, anche se non va totalmente esclusa la possibilità di un arrivo allo sprint.
Finale molto impegnativo, invece, nella quattordicesima tappa con il classico arrivo sopra Mende dopo 196 Km e tre GPM difila nella parte iniziale. A 30 km dall’arrivo si scollinerà il Col de Charpal a oltre 1400 metri di altitudine, ma il punto chiave sarà l’ascesa alla Côte de la Croix-Neuve, 3 Km con una pendenza media superiore al 10%, massime del 14,5% e scollinamento a soli 2 Km dall’arrivo. Su questo strappo si può certamente fare la differenza e i big si daranno battaglia.
La quindicesima tappa presenta un percorso collinare che condurrà il Tour da Rodez a Carcassone, dopo molti mangia e bevi. Anche questa sembra una tappa da fughe con possibilità anche per l’arrivo in volata.
Una delle tappe più interessanti sarà la sedicesima, prevista tra Limoux e Foix, nella quale sarà possibile organizzare un’imboscata che potrebbe portare anche a distacchi di una certa consistenza. Nel finale ci sono il Port de Lers, salita vera, e soprattutto il Mur de Péguère, che presenta gli ultimi 3,5 km con una pendenza media dell’11,4% e punte del 18%. Dai 1362 metri della vetta ci saranno 27 chilometri per andare al traguardo di Foix e proprio questo tratto potrebbe essere fatali a chi sarà rimasto staccato sulle arcigne rampe del muro. Se davanti si dovesse trovare un gruppetto di uomini forti, magari aiutati da gregari andati in fuga al mattino, i distacchi potrebbero dilatarsi parecchio. Vietate le distrazioni, dunque.
La seconda tappa pirenaica da Saint-Gaudens a Peyragudes misura ahinoi solo 130 Km. Si scaleranno Aspin, Horquette d’Ancizan e Val Louron prima di affrontare l’ascesa finale verso Peyragudes, 8,2 Km al 7,2% con il finale sulla terribile rampa dell’altiporto. L’epilogo più probabile è lo scattino sul rampone finale se qualcuno non riuscirà a fare danni sulle salite precedenti, cosa che appare piuttosto difficile visto che non ci sono i chilometri necessari per mettere tossine nella gambe, anche se nella terza settimana le energie potrebbero comunque cominciare a scarseggiare.
Molto breve sarà anche l’ultima tappa pirenaica, solo 144 chilometri da Lourdes ad Hautacam, e proporrà il Col d’Aubisque dal lato più duro, poi lo strappetto del Soulor, quindi il duro ed inedito Col de Spandelles (10,4 Km all’8,1%) prima dell’ascesa finale ad Hautacam, 13,6 km al 7,8%.
Attenzione perché dal termine della discesa dello Spandelles all’inizio dell’ascesa ad Hautacam ci saranno solo 5 km di pianura e quindi l’attacco sulle dure rampe dello Spandelles è possibile, anche perché questa sarà l’ultima occasione per gli scalatori. Purtroppo, come per la tappa del giorno precedente, il ridotto chilometraggio potrebbe complicare le cose, ma qui coloro che temono di perdere terreno nella cronometro dovranno cercare di staccare gli avversari più forti di loro nelle corse contro il tempo.
La tappa numero 19 (Castelnau-Magnoac – Cahors) è probabile che finisca nel palmares di un velocista, mentre la successiva che scatterà da Lacapelle-Marival sarà una cronometro con chilometraggio ideale (40 Km) ed alcuni saliscendi nel finale. In particolare, lo strappo che porta al traguardo di Rocamadour misura 1.5 Km e presenta una pendenza media vicina all’8%. Nonostante questo la prova contro il tempo è favorevole agli specialisti, anche se a questo punto conteranno parecchio le energie rimaste in corpo.
La tappa finale con partenza dalla Défense Arena e il consueto approdo a Parigi sarà la solita passerella finale a favore dei velocisti, con sette tornate del tradizionale circuito dei Campi Elisi.

Benedetto Ciccarone

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