UN BATTITO D’ALA E I MONDIALI TORNANO IN FRANCIA

settembre 27, 2020 by Redazione  
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La corsa si è accesa solo al penultimo giro grazie ad una grandissima e coraggiosa azione del recente vincitore del Tour de France che avrebbe meritato maggior fortuna. Nell’ultima ascesa verso Cima Gallisterna parte Alaphilippe in contropiede su un attacco di Kwiatkowski e approfitta della mancanza di accordo tra gli inseguitori per riportare la maglia iridata in Francia, 23 anni dopo la vittoria di Brochard.

Sarà Julian Alaphilippe a vestire la maglia iridata per i prossimi dodici mesi. Il francese ce l’ha messa tutta ed ha sfruttato al meglio le proprie doti, tuttavia deve buona parte del successo alla condotta di gara di Wout Van Aert che, trovatosi davanti con un gruppo portato allo scoperto da Vincenzo Nibali, non ha collaborato all’azione nonostante fosse di gran lunga il più forte in volata, come dimostrerà il secondo posto conquistato allo sprint.
Anche dopo l’affondo micidiale di Alaphilippe sulle pendenze più ripide della salita di Gallisterna, Van Aert non ha voluto accollarsi la maggior parte del lavoro come sarebbe stato logico. E’ ovvio che il maggior peso dell’inseguimento deve gravare sul corridore di gran lunga più veloce, perché è quello che ha maggiore interesse a chiudere il gap. La riluttanza del belga ha ovviamente indispettito gli altri inseguitori, che comunque si sentivano battuti in volata (come è poi puntualmente avvenuto) e non volevano quindi caricarsi del lavoro per far vincere il belga. Questi avrebbe dovuto tirare a tutta come ha fatto Alaphilippe davanti ed a quel punto, forse, qualche breve cambio lo avrebbe ricevuto da parte di quei corridori che avrebbero potuto sperare che il belga ed il francese accusassero lo sforzo al momento dello sprint. Era ovviamente un rischio per Van Aert, ma era anche l’unico modo per sperare di chiudere sul nuovo campione del mondo.
Una grande nota di merito va a Tadej Pogačar. Molti penseranno che la sua azione al penultimo giro sia stata sconsiderata, in quanto il vincitore dell’ultimo Tour de France avrebbe potuto trovarsi con il compagno di nazionale Primož Roglič all’ultimo giro a tentare di far valere la superiorità numerica. Per quanto la contemporanea presenza nella medesima nazionale dei primi due classificati al Tour possa essere suggestiva, chi scrive ritiene che, invece, la situazione di superiorità non sarebbe stata sufficiente a far virare le sorti del campionato del mondo verso Lubiana. Il punto chiave, infatti, sarebbe stata comunque la salita verso Gallisterna, sulla quale gli sloveni non sarebbero stati in grado di staccare un corridore esplosivo come Alaphilippe, né avrebbero avuto speranze in una eventuale volata con Van Aert.
Pogačar è stato comunque bravissimo a tentare l’impresa nello stesso punto in cui ieri si era involata Anna van der Breggen, andata poi a vincere in solitaria la prova dedicata alle donne.
Vero è che le corse femminili sono più aperte di quelle maschili, perché non c’è l’esasperazione della ricerca ossessiva della massima tecnologia e della forma fisica senza un filo di grasso e, quindi, le differenze sono inevitabilmente più marcate. Tuttavia è anche vero che spesso, in altre corse abbastanza importanti, abbiamo visto il gruppo disorientato da azioni come quelle di Pogačar e in quei casi basta una distrazione di pochi chilometri perché il fuggitivo, specie se è un atleta potente e temibile come lo sloveno, riesca a conseguire un vantaggio che diviene poi difficile da annullare.
Il recente vincitore della Grande Boucle va quindi certamente apprezzato per il bel tentativo che ha offerto ad una corsa che, sino a quel momento, era stata piuttosto sonnecchiosa, nonostante il tracciato offrisse l’occasione per tentare di impostare una corsa dura.
Il percorso elaborato in fretta e furia da Davide Cassani per sostituire quello per scalatori puri di Martigny, sorrideva decisamente agli uomini esplosivi da classiche. Le due salite di lunghezza limitata con tratti a forti pendenze non sono paragonabili per caratteristiche alla Petite Forclaz, punto chiave del tracciato elvetico.
Tuttavia, il percorso andato in scena presentava comunque molti punti insidiosi, a cominciare dalla ripidissima discesa che precedeva l’attacco della salita di Mazzolano, che comunque presentava pendenze elevate. Il tratto che seguiva la dura ascesa verso Cima Gallisterna era, invece, molto irregolare, con vari tratti in contropendenza. Su quel tratto, la potenza e la freschezza potevano fare la differenza.
Ciononostante la corsa si è svolta tranquilla fino all’attacco di Pogačar, che probabilmente ci ha salvati dall’assistere ad un penultimo giro di attesa.
La fuga va via quasi subito ed è popolata dal tedesco Jonas Koch, dal norvegese Torstein Træen, dall’austriaco Marco Friedrich, dal kazako Daniil Fominykh, dal giapponese Yukiya Arashiro, dal rumeno Eduard Grosu e dal messicano Ulises Castillo.
Il gruppo lasciaquesti uomini, obiettivamente per nulla pericolosi, un vantaggio che arrivo sino a sette minuti, per poi stabilizzarsi per molto tempo sui cinque minuti. Nel quinto giro perdono contatto dal gruppetto al comando prima Friederich e poi Grosu, mentre all’inizio del sesto giro si staccano Castillo, Fomyinikh e Arashiro.
Il giapponese, però, vuole farsi riassorbire e rimane per parecchi chilometri a bagnomaria tra la coppia al comando ed il gruppo che, nel frattempo, recupera velocemente grazie all’azione di Danimarca e Svizzera. Tra gli elvetici, è soprattutto Silvan Dillier a prendere su di sé il maggior carico di lavoro, rendendo chiare le intenzioni bellicose di Marc Hirschi, che ha dimostrato la propria combattività vincendo il relativo premio all’ultimo Tour de France.
E’ però la Francia ad imprimere l’accelerazione più violenta, grazie alla quale il gruppo ritorna compatto intorno al settimo passaggio sulla Gallisterna e resta tale sino al successivo passaggio quando Pogačar, da poco rientrato in gruppo dopo un cambio di bicicletta, attacca deciso sulle arcigne pendenze, salutando il gruppo e guadagnando sino a 25 secondi sotto lo striscione del traguardo, mentre suona la campanella dell’ultimo giro, nonostante il forcing dei belgi.
Sull’ultimo passaggio sulla salita di Mazzolano, però, il gruppo si avvicina e Tokm Dumoulin ne approfitta per uscire allo scoperto e portarsi sullo sloveno. L’azione dei due non dura molto, anche perché dietro vanno a tutta. Ci prova Nibali, che porta allo scoperto un gruppo con Mikel Landa, Van Aert e Rigoberto Urán. Si tratta di uomini di primo piano che potrebbero tentare di andare all’arrivo ma manca l’accordo. In particolare, Van Aert non sembra intenzionato a dare linfa al tentativo nonostante ne abbia tutto l’interesse, essendo di gran lunga il più veloce del plotoncino. Il tentativo quindi naufraga in brevissimo tempo.
L’azione decisiva nasce dal tentativo di Michał Kwiatkowski, che parte deciso dopo gli allunghi effimeri quanto inefficaci di Greg Van Avermaet ed Marc Hirschi. A questo punto è questione di esplosività e Alaphilippe in fatto di esplosività non è secondo a nessuno. Il francese stacca tutti e riesce a mantenere nel tratto successivo quei 10/15 secondi di vantaggio che gli permettono di tagliare braccia al cielo il traguardo e di riportare il mondiale in Francia, 23 anni dopo la vittoria di Laurent Brochard a San Sebastián.
Il gruppetto inseguitore, composto da Hirschi, Kwiatkowski, Jakob Fuglsang, Roglič e Van Aert, non trova l’accordo, soprattutto a causa della riluttanza del belga ad accollarsi il maggior peso dell’inseguimento. Ovviamente, gli altri non hanno nessuna voglia di far da gregari al belga, che quindi si deve accontentare del secondo posto davanti ad Hirschi.
Ha fatto certamente piacere vedere la salita verso Gallisterna tappezzata da scritte inneggianti a Marco Pantani a vent’anni dalla sua ultima vittoria. Sicuramente la cosa si ripeterà durante la tappa di Cesenatico del Giro d’Italia, che ricalcherà la mitica Nove Colli.
Non ci sarà da aspettare molto perché il prossimo 3 ottobre prenderà il via dalla Sicilia l’amatissima Corsa Rosa, che tutti gli appassionati aspettano con ansia, sperando che il grande spettacolo che il Giro non manca mai di offrire non vada incontro a problemi meteorologici che, verso la fine di ottobre, a certe altitudini sono tutt’altro che una mera possibilità.

Benedetto Ciccarone

Julian Alaphilippe si impone nel mondiale e riporta in Francia la maglia iridata (Getty Images)

Julian Alaphilippe si impone nel mondiale e riporta in Francia la maglia iridata (Getty Images)

VAN DER BREGGEN ILLUMINA IMOLA: BIS IRIDATO PER L’OLANDESE

settembre 26, 2020 by Redazione  
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Al termine di una strepitosa cavalcata lunga oltre 40 km, Anna Van Der Breggen si laurea Campionessa del Mondo su strada per la seconda volta in carriera. L’Olandese, che aveva già vinto il mondiale in linea due anni fa ad Innsbruck, si è resa protagonista di un’irresistibile azione in solitaria partita nel corso del penultimo giro e che non ha lasciato scampo alle avversarie. Alle spalle della Van der Breggen, la battaglia per la medaglia d’argento è stata conquistata dalla connazionale Annemiek Van Vleuten che battuto allo sprint l’Italiana Elisa Longo Borghini, splendida medaglia di bronzo. La fuoriclasse di Zwolle ha così ottenuto il bis nella rassegna iridata di Imola dopo la vittoria nella prova a cronometro disputata due giorni fa.

La prova in linea femminile prevedeva 5 giri di un circuito lungo 28,8 km con partenza e arrivo all’interno dell’Autodromo “Enzo e Dino Ferrari” di Imola, per un totale di 143 km. Il percorso era uno dei più esigenti degli ultimi anni: una volta uscite dall’autodromo, le atlete dovevano affrontare il falsopiano che porta a Bergullo e quindi, dopo un breve tratto in discesa, il primo strappo del circuito, posto al km 8,8. La salita, lunga 2,7 km e con una pendenza media del 6,1%, presentava un primo tratto di 1 km al 9,6% e una seconda parte più morbida fino allo scollinamento di Mazzolano. La successiva discesa portava nel centro di Riolo Terme dove iniziava la seconda asperità del percorso, la salita di Cima Gallisterna, lunga 2,7 km e con un pendenza media del 6,4%. Lo strappo era caratterizzato da un tratto centrale di 1,4 km al 10,6%, con punte del 14%. Dopo lo scollinamento, le atlete dovevano percorrere un tratto di saliscendi prima della tortuosa e stretta discesa che precedeva il tratto finale posto all’interno dell’autodromo.

Al via della corsa iridata si sono presentate 142 atlete. Oltre al forfait della Statunitense Chloe Dygert, caduta malamente nella cronometro e gravemente infortunata, non sono partite la Bielorussa Alena Amialiusik, la Norvegese Mie Ottestad e l’Uzbeka Olga Zalelinskaya. Al via invece l’Olandese Annemiek Van Vleuten, nonostante la frattura al polso rimediata poco più di una settimana fa al Giro d’Italia.

Il nervosismo e la voglia di stare davanti sin dalle prime fasi della corsa hanno causato una caduta nel tratto di trasferimento, costringendo la direzione di corsa ad attendere le atlete attardate prima di dare il via ufficiale alla corsa. La scena si è ripetuta poco dopo il “chilometro zero”. In entrambi i casi non ci sono state conseguenze per le atlete.
Per tutto il primo giro la corsa è andata avanti senza particolari sussulti, anche se già dopo il primo passaggio sugli strappi di Mazzolano e Gallisterna, diverse atlete sono andate in difficoltà.
Al km 23, una caduta avvenuta nel tratto di discesa verso Imola ha coinvolto Anna Van der Breggen, recente vincitrice del Giro d’Italia e della Cronometro iridata. L’Olandese, aiutata dalle compagne Chantal Blaak ed Ellen Van Dijk, è riuscita a rientrare in gruppo pochi metri dopo il primo passaggio sul traguardo.

Il primo attacco di giornata è arrivato solo nel corso del secondo giro (al km 36), durante l’ascesa verso Mazzolano. A scattare dal gruppo è stata Valerie Demey. La Belga, probabilmente intenzionata a portare via un drappello, è riuscita a guadagnare 30” nel giro di pochi chilometri, grazie anche al ritmo non proibitivo del gruppo, ma è stata ripresa poco dopo lo strappo di Gallisterna.
Lungo la discesa che porta all’autodromo è giunto un secondo attacco, questa volta ad opera di Alison Jackson. La Canadese ha guadagnato qualche secondo prima di rialzarsi. Proprio quando stava per essere riassorbita dalla testa del gruppo, l’australiana Grace Brown è scattata andado a riprenderla. Il duo di testa ha proceduto di comune accordo, passando sulla linea del traguardo con 26” di vantaggio sul gruppo.

La corsa si è animata ulteriormente all’inizio del terzo giro. Ai -85, sulle due battistrada è rinvenuto un gruppetto formato da altre 9 atlete: Katia Ragusa (Italia), Amy Pieters (Paesi Bassi), Lisa Brennauer (Germania), Taylor Wiles (USA), Christine Majerus (Lussemburgo), le sorelle Alice e Hanna Barnes (Gran Bretagna), Juliette Labous (Francia) e Susanne Andersen (Norvegia). Le fuggitive hanno raggiunto rapidamente un vantaggio di circa 25”, finchè la Spagna, rimasta tagliata fuori dal tentativo, ha imposto un forcing in testa al gruppo con l’obiettivo avvicinare la fuga. L’azione delle iberiche ha consentito a Mavi Garcia di scattare e rientrare sul drappello di testa proprio all’inizio dello strappo di Mazzolano.

Lungo la salita, dal gruppo di testa hanno perso contatto la britannica Alice Barnes e l’australiana Grace Brown, mentre in coda al gruppo principale, numerose atlete si sono staccate a causa di un ritmo decisamente più alto rispetto a quello dei precedenti giri.
Le 10 battistrada sono riuscite a guadagnare un discreto margine, raggiungendo circa 1’30” di vantaggio all’inizio del terzo passaggio sullo strappo di Gallisterna. Lungo la salita il gap è cresciuto ulteriormente, superando i 2’ su un gruppo evidentemente non troppo impensierito dalla fuga. Il ritmo relativamente tranquillo ha così consentito alla slovena Eugenia Bujak di evadere all’inseguimento delle battistrada quando mancavano 67 km all’arrivo.
Al termine del terzo giro (a -57 dall’arrivo), le fuggitive sono transitate sul traguardo con 1’12” sulla Slovena e 2’28” sul gruppo tirato da Tiffany Cromwell (Australia) e composto da circa 80 atlete.

L’inizativa australiana ha provocato un deciso cambio di ritmo all’inizio del 4° e penultimo giro. Nel corso di pochi km, il gap si è ridotto notevolmente: all’imbocco dello strappo di Mazzolano, le fuggitive vantavano solo 15” su Eugenia Bujak e 50” sul gruppo principale da cui numerose atlete perdevano contatto. Proprio nel tratto più duro dello strappo, è arrivata l’accelerazione di Anne Van der Breggen che ha prodotto una evidente selezione nel gruppo. Contemporaneamente la Bujak era rientrata sulle battistrada a cui ormai restavano solo 18” di vantaggio.
Le fuggitive sono riuscite a mantenere un margine esiguo sul gruppo, finchè ai -43 è arrivato l’attacco delle Olandesi Marianne Vos e Annemiek Van Vleuten che ha neutralizzato definitivamente il tentativo delle fuggitive. Appena iniziato lo strappo di Gallisterna, la Van Vleuten ha accelerato ulteriormente distruggendo letteralmente il gruppo. Le uniche in grado di resistere al forcing sono state la danese Cecilie Ludwig, Anne Van der Breggen ed Elisa Longo Borghini.

Poco dopo, a 41,5 km dall’arrivo, Anna Van der Breggen ha piazzato un violento scatto riuscendo rapidamente a fare il vuoto. Alle sue spalle Longo Borghini, Van Vleuten e Ludwing hanno scollinato con 20” di ritardo, mentre quel che restava del gruppo inseguitore era segnalato gia ad oltre 1’.
Lungo il saliscendi successivo la Van der Breggen è risucita a guadangare ulteriormente (35” ai -38) nei confronti del trio inseguitore su cui nel frattempo era rientrata Elizabeth Deignan (Gran Bretagna). Le contrattacanti non sono riuscite a trovare un buon accordo, soprattutto a causa della presenza della Van Vleuten che non aveva intenzione di collaborare. Il vantaggio della Van der Breggen è dilagato in discesa raggiungendo 1’ ai 33 km dall’arrivo. Le quattro inseguitrici una volta entrate nell’autodromo si sono quindi rialzate facendosi riprendere dal gruppo poco prima del passaggio sulla linea d’arrivo.

Anna Van der Breggen ha continuato a guadagnare iniziando l’ultimo giro con 1’43” di vantaggio sul gruppo tirato dall’Italia. Ma l’inseguimento non ha sortito nessun effetto. Anzi, la Van der Breggen ha incrementato ulteriormente il margine, superando i 2’ ai 18 km dall’arrivo. Il gruppo inseguitore, forte di una trentina di unità, si è così rassegnato a dover lottare per l’argento.
La battaglia si è riaperta ai -12, quando lungo lo strappo di Gallisterna, Cecile Ludwig ed Elisa Longo Borghini hanno attaccato. L’Italiana ha proseguito il suo forcing facendo staccare la Danese, superata anche dalla Van Vleuten. L’olandese è rapidamente rientrata sulla Longo Borghini dando vita ad una coppia che ha subito preso un buon margine sulle altre inseguitrici.
A 5 km dall’arrivo Longo Borghini e Van Vleuten sono transitate con 1’35″ di ritardo dalla Van der Breggen e circa 30” vantaggio sul gruppo inseguitore formato da Elizabeth Deignan (Gran Bretagna), Marianne Vos (Olanda), Liane Lippert (Germania) Katarzyna Niewadoma (Polonia) e Cecilie Ludwig (Danimarca).

Anna Van der Breggen, forte dell’ampio vantaggio, si è potuta godere gli ultimi chilometri della sua lunga cavalcata vincente, tagliando il traguardo con 1’20” sulla connazionale Annemiek Van Vleuten che ha preceduto Elisa Longo Borghini nella volata per la medaglia d’argento. Lo sprint per il 4° posto è stato vinto da Marianne Vos (a 2’01”) davanti a Lippert, Deignan e Niewadoma. Cecilie Ludwig è giunta ottava a 2’41” mentre Lisa Brennauer (Germania) ha vinto la volata per il 9° posto (a 3’08”) davanti a Marlen Reusser (Svizzera).

Domani è in programma l’ultima prova dei Mondiali, la corsa in linea maschile. I corridori dovranno affrontare 9 giri del circuito iridato per un totale di 258,2 km.

Pierpaolo Gnisci

Anna Van der Breggen: bis Mondiale (foto:Getty Images)

Anna Van der Breggen: bis Mondiale (foto:Getty Images)

GANNA NON INGANNA! E’ ORO MONDIALE.

settembre 25, 2020 by Redazione  
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Filippo Ganna trionfa nella cronometro mondiale di Imola battendo il belga Wout Van Aert e lo svizzero Stefan Kung. La vittoria per l’italiano non è mai stata in discussione visto che già al primo intermedio aveva un vantaggio di 20 secondi sull’ex iridato Rohan Dennis, poi crollato nel finale. Ai Mondiali questo è il primo oro per l’Italia nella specialità e fa ben sperare in vista delle prove in linea.

Dal siriano Ahmad Badreddin Wais, primo a partire alle ore 14.30 all’australiano Rohan Dennis, ultimo a prendere il via alle 15.54, saranno 57 i ciclisti che percorreranno i 31 km e 200 metri sui quali si svolge la prova a cronometro dei Campionati Mondiali di Imola 2020. Lo stesso percorso affrontato ieri dalle donne e che ha visto il trionfo dell’olandese Anna Van Der Breggen. Rispetto a ieri, potrebbero influire le condizioni meteo, visto che nel pomeriggio è previsto vento da moderato a forte, con raffiche superiori ai 60 km all’ora. Dennis vuole il terzo titolo iridato consecutivo ma dovrà fare i conti con ciclisti che hanno dimostrato il loro valore in questo scorcio di stagione. Tom Dumoulin per l’Olanda e Wout Van Aert per il Belgio escono molto bene dal Tour de France e vorranno dire la loro su un percorso che forse non gli si addice completamente ma che potrà comunque mettere in mostra le indubbie qualità dei due. Grande attesa per Filippo Ganna, che dopo il bronzo dello scorso anno sembra poter puntare ad una medaglia più pregiata. Da segnalare anche la presenza del campione europeo Stefan Kung. Lo svizzero, da molti considerato il nuovo Cancellara, ha messo tutti in fila agli scorsi Campionati Europei e sogna di ripetere le gesta del più noto connazionale. Esce bene dal Tour anche Remi Cavagna, che potrebbe essere la sorpresa sulla quale punta la Francia. Altri papabili per la top five, e perché no anche qualcosa in più, sono Victor Campenaerts, Geraint Thomas, Alex Dowsett e Kasper Asgren, per una prova mondiale che non ha un favorito principe. Molti pronostici danno un testa a testa tra Dennis e Ganna ma, come detto all’inizio, bisognerà vedere anche come si evolverà la situazione meteo. In una cronometro che vedeva sostanzialmente tutti gli atleti competere con le condizioni meteo uguali per tutti, il palcoscenico se lo prendeva Filippo Ganna che dominava la prova iridata già nei riferimenti cronometrici del primo intermedio, quando faceva segnare un vantaggio di oltre 20 secondi su Rohan Dennis. Soltanto Wout Van Aert e Stefan Kung cercavano di limitare i danni sullo scatenato atleta piemontese, che aumentava il vantaggio nella seconda parte del percorso, in leggera discesa e con il vento a favore. Ganna sfrecciava sul traguardo dell’autodromo di Imola chiudendo in 35 minuti e 54 secondi, alla media di 52.981, unico ciclista a scendere sotto i 56 minuti. In seconda posizione Van Aert conquistava l’argento a 26 secondi di ritardo da Ganna mentre Kung era terzo e medaglia di bronzo con 29 secondi di ritardo dall’italiano. Chiudevano la top five in quarta posizione Geraint Thomas a 37 secondi di ritardo e un deludente Rohan Dennis in quinta posizione a 39 secondi di ritardo. La delusione era ancora più per Tom Dumoulin, ex iridato nel 2017 e soltanto decimo oggi con 1 minuto e 14 secondi di ritardo da Ganna. Da segnalare infine la quattordicesima posizione di Edoardo Affini, l’altro ciclista italiano in gara. Concluse le prove a cronometro, domani e dopodomani sarà la volta delle prove in linea. Gareggeranno prima le donne con l’Olanda squadra da battere – basti pensare che lo squadrone orange ha vinto le ultime tre edizioni con Chantal Blaak, Anna Van der Breggen e Annemiek Van Vleuten; quest’ultima ha sciolto le riserve e sarà al via nonostante un polso malconcio. Dopodomani il gran finale con la prova su strada Uomini, in cui come per la prova a cronometro si paventa una sfida tra Van Aert ed Alaphilippe, ma la durezza del percorso e la lunghezza di quasi 260 km lascia aperte le porte a molte alternative.

Giuseppe Scarfone

La vittoria di Ganna nella Crono Mondiale (foto Bettini)

La vittoria di Ganna nella Crono Mondiale (foto Bettini)

ROMBO VAN DER BREGGEN A IMOLA. E’ SUA LA CRONO MONDIALE

settembre 24, 2020 by Redazione  
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La caduta e il ritiro della statunitense Chloe Dygert, favorita della vigilia, favorisce l’olandese Anna Van Der Breggen che è prima sull’autodromo di Imola e mette la ciliegina sulla torta ad una carriera già eccezionale. Seconda è la svizzera Reusser, mentre terza l’altra olandese Ellen Van Dijk. Decima l’italiana Vittoria Bussi.

Il primo dei quattro giorni dei Mondiali di Ciclismo su Strada di Imola è riservato alla prova a cronometro femminile. Su un percorso che sfiora i 32 km la statunitense Chloe Dygert difende il titolo conquistato lo scorso anno, dimostrando una netta superiorità sulla coppia olandese formata da Anna Van Der Breggen ed Annemiek Van Vleuten, seconda e terza rispettivamente a 1 minuto e 32 secondi ed a 1 minuto e 52 secondi dalla Dygert. A causa della frattura al polso rimediata la scorsa settimana al Giro Rosa, proprio la Van Vleuten, campionessa iridata della specialità nel 2017 e nel 2018, è costretta al forfait ed alla Van Der Breggen si unisce così Ellen Van Dijk, per una coppia orange comunque di tutto rispetto. Erano cinquanta le atlete al via. Non partente la ciclista uzbeka Olga Zabelinskaya. Le speranze dell’Italia erano tutte sulle spalle di Vittoria Bussi, detentrice della record dell’ora. Una Bussi, diciamolo subito, che si è difesa sulla distanza ottenendo un onorevole decimo posto. L’attesa Chloe Dygert, prima al rilevamento cronometrico di metà percorso posto al km 14.9, vedeva svanire il sogno del bis iridato quando a circa 10 km dall’arrivo, nei pressi della frazione di Codrignano, prendeva troppo larga una curva in discesa verso destra uscendo di strada dopo aver battuto sul guardrail. L’atleta statunitense veniva caricata sull’ambulanza e trasportata all’ospedale di Imola per accertare le sue condizioni di salute. Nel frattempo la svizzera Marlen Reusser andava a concludere la sua prova in prima posizione scavalcando di 31 secondi l’olandese Ellen Van Dijk. A sua volta però incombeva Anna Van Der Breggen, che dopo un confronto testa a testa con la svizzera, nel finale dava un’accelerata decisiva che le permetteva di fare meglio della Reusser per 15 secondi. La trentenne di Zwolle mette così la ciliegina sulla torta ad una carriera fin qui strepitosa. Dopo l’oro olimpico su strada del 2016 e l’oro mondiale ancora su strada del 2018, oltre ai successi in tutte le grandi classiche del Nord, nonché la terza maglia rosa conquistata la scorsa settimana, l’olandese ottiene la medaglia più ambita nell’unica prova iridata che ancora le mancava, dopo i quattro argenti conquistati rispettivamente nel 2015, 2017, 208 e 2019. Chiudevano la top five mondiale la tedesca Lisa Brennauer in quarta posizione e l’australiana Grace Brown in quinta posizione, rispettivamente a 45 secondi di ritardo e a 1 minuto e 1 secondo di ritardo dalla Van der Breggen. Domani spazio agli uomini che si affronteranno sullo stesso percorso. Grande attesa per Filippo Ganna, che dopo aver vinto i Campionati Italiani e la cronometro finale della Tirreno Adriatico punta deciso ad una medaglia pregiata. Dovrà vedersela, tra gli altri, con Rohan Dennis, che ambisce al terzo mondiale consecutivo. L’australiano è uno dei grandi favoriti nonché l’unico che potrebbe portare l’oro al di fuori dell’Europa, visto che oltre a Ganna sono presenti atleti del calibro di Remi Cavagna, Geraint Thomas, Tom Dumoulin e la temibilissima coppia belga formata da Victor Campenaerts e Wout Van Aert. Ma attenzione anche a Stefan Kung, attuale campione europeo della specialità: da molti definito il nuovo Cancellara , il talento svizzero è quello che potrebbe far saltare il banco domani a Imola.

Giuseppe Scarfone

Anna van der Breggen in azione nella crono iridata (Getty Images Sport)

Anna van der Breggen in azione nella crono iridata (Getty Images Sport)

GIRO DEL LUSSEMBURGO: DIEGO ULISSI DOMINATORE

settembre 22, 2020 by Redazione  
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Due tappe, un secondo posto e classifica generale per Diego Ulissi, vero padrone della corsa dall’inizio alla fine. Alle sue spalle Hoelgaard, distanziato di 25″, e Aimé De Gendt

Non si può affermare che l’edizione 2020 del Giro del Lussemburgo non sia stata ricca di sorprese e colpi di scena, in ambito sportivo e non solo. Pronti via e durante la prima frazione è stata subito la cronaca a farla da padrone: traffico aperto in alcune zone del percorso, auto in strada e persino un camion fermo che ha provocato la caduta di alcuni corridori. Al termine di questa giornata surreale è stato Diego Ulissi (UAE-Team Emirates) a spuntarla sul belga Amaury Capiot (Sport Vlaanderen) e sul rumeno Eduard-Michael Grosu (Nippo Delko – One Provence) grazie ad uno sprint degno dei tempi migliori sul traguardo di Lussemburgo che gli è valso così anche il primato provvisorio in classifica generale.
Anche la seconda giornata si è svolta all’insegna della polemica: il gruppo ha indetto uno sciopero proprio in seguito dei problemi relativi alla sicurezza in corsa e la tappa è stata così neutralizzata fino al circuito finale. Si è giunti così alla volata a ranghi compatti sul traguardo di Hesperange, regolata da un brillante Arnaud Démare (Groupama FDJ) davanti a Jasper Philipsen (UAE-Team Emirates) e Alexander Krieger (Alpecin -Fenix).
Terza frazione di nuovo appannaggio delle ruote veloci: a Schifflange è stato John Degenkolb (Lotto Soudal) il più veloce, battendo Grosu (NippoDelko) e Pieter Vanspeybrouck (Circus – Wanty Gobert). Grazie al brillante secondo posto e all’abbuono, il giovane rumeno è riuscito a sfilare la maglia di leader ddalle spalle di Ulissi, sceso dal primo al secondo posto della classifica con un passivo di cinque secondi.
Il corridore toscano l’indomani ha nuovamente ribaltato la situazione a suo favore nella quarta frazione, al termine della quale è stato lo stesso Ulissi ad esultare, dopo aver portato via dal gruppo un quartetto interessante composto da Aimé De Gendt (Circus – Wanty Gobert), Markus Hoelgaard (Uno-X Pro Cycling Team) e Tim Wellens (Lotto Soudal), che poi ha messo in fila in volata.
Nella quinta e ultima frazione, ancora con arrivo a Lussemburgo città, è stato di nuovo il leader della classifica a smuovere le acque e dare il via al tentativo decisivo. Sulla linea del traguardo soltanto Andreas Kron, giovane danese della Riwal Securitas, è riuscito a mettere le proprie ruote davanti ad Ulissi, che con il secondo posto di giornata ha potuto in questo modo consolidare il primato in classifica finale. Terzo di giornata e in classifica si è piazzato Hoelgaard, risultato di prestigio ottenuto davanti a due corridori di tutto rispetto come De Gendt e Wellens.
In classifica Ulissi si impone con 25″ su Hoelgaard e 27″ su De Gendrt, candidandosi come uno degli corridori più interessanti della nazionale che Davide Cassani domenica schiererà al mondiale di Imola

Lorenzo Alessandri

La vittoria di Ulissi nella decisiva quarta frazione (foto Bettini)

La vittoria di Ulissi nella decisiva quarta frazione (foto Bettini)

TUTTO IL BOTTO IN MEZZORA: POGI FA F5-REFRESH SU UN TOUR IN CONSERVA

settembre 21, 2020 by Redazione  
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Al Tour Pogačar vince quasi tutto, ribalta il mondo e fa la Storia. Ancora emozionati per questo finale col botto dopo mesi di astinenza ciclistica, speriamo di veder liquidato il modo di correre per la generale che ha dominato in venti tappe su ventuno.

Pogačar, Pogačar, Pogačar. Una media di una tappa a settimana: il più giovane dal dopoguerra a far tripletta al Tour. Tre maglie su quattro: e con una distribuzione dei punteggi meno focalizzata sugli sprint, come s’è vista talora al Giro, avrebbe vinto pure quella a punti. Il solo Merckx si è permesso questo lusso nella storia del ciclismo tutta. E già sappiamo a menadito che vediamo trionfare il più giovane vincitore dal dopoguerra: ma stavolta parliamo del primo dopoguerra, perché lo batte solo Cornet col Tour del 1904. E Cornet, quel Tour, non lo vinse nemmeno sulla strada, dove fu quinto, bensì mesi e mesi dopo, a seguito di un ribollire di scandali e accuse incrociate. La bellezza di 116 anni fa. Vincendo da debuttante, il giovanissimo sloveno va a far compagnia a Fignon, Hinault, Merckx, Gimondi, Anquetil e Coppi. Un Olimpo nel quale compaiono pochissimi fuochi di paglia, e tutti riconducibili all’epoca dei pionieri o, al massimo, agli anni Cinquanta, quando il Tour ancora veleggiava al di sotto del Giro d’Italia per competitività.
Il colpo di teatro con cui si è materializzata la vittoria, poi, ne amplifica la memorabilità già decretata dagli annali: una prova devastante in cui Pogačar ha distrutto non solo Roglič, ma anche, assai simbolicamente, i suoi due scherani più fedeli nel blindare la corsa, due uomini di classe immensa contro il tempo – ancor più su tracciati tecnici – come Tom Dumoulin e Wout Van Aert, quest’ultimo pure in forma strabordante. Dopo settimane di fatiche da muli e sacrificio delle proprie ambizioni, i due fissano stralunati il monitor su cui si consuma il finale di partita. La chiave, probabilmente, nell’approccio di un Roglič partito per consolidare quel che dava per acquisito, ma gradatamente andato in panico nel vederselo strappare di tra le dita da parte di un Pogačar che invece, contro ogni pronostico esterno, si è lanciato come una furia ad azzannare il primato dannandosi fin dal primo metro e dando il tutto per tutto in ogni singolo minuto di quell’ora interminabile.
La grande domanda di fondo è forse quanto sapesse ciascuno dei giocatori in campo, sulla strada o in ammiraglia. Se fra Pogačar e il suo staff tecnico c’era una pur vaga coscienza di avere del margine, specialmente contro il tempo, l’intero Tour assumerebbe le vesti di una colossale beffa strategica mossa dal team UAE Emirates ai danni della corazzata Jumbo Visma. In assenza di altre crono in cui doversi esporre, ed evidentemente apparendo più equilibrato il confronto in salita, anche per via di una miscela di fattori tattici, decidere di segnare il punto decisivo quando non esiste altro terreno per rispondere avrebbe un retrogusto di astuzia crudele e sublime, specialmente perché in casa Emirates dopo i forfait di Aru e Formolo, e stante la forma precaria dell’altro sloveno Polanc, per gestire la situazione nei tapponi di salita c’era solo il redivivo David de la Cruz. Un po’ poco. A maggior ragione perché questo Tour offriva, sorprendentemente, un percorso ricco di potenziali spunti tattici e strategici, per quanto tutti regolarmente sperperati o neutralizzati dalla monotonia dei trenini alpini, quasi sempre in giallonero. Così non solo i Jumbo Visma hanno giocato sulla difensiva evitando di infierire con manovre collettive su un avversario il cui punto debole era la squadra, ma addirittura hanno condotto il tipo di gara che andava alla perfezione anche per quest’ultimo.
In questo senso, l’altro dato comunque clamoroso della prestazione di Pogačar viene, per lo meno, contestualizzato: il baby fenomeno ha polverizzato i record storici di ogni epoca quanto a velocità di scalata su ben sei salite del Tour, in ogni catena montuosa, ovvero in ogni momento della gara. I mitici Peyresourde e Marie-Blanque sui Pirenei, lo spettacolare Pas de Peyrol nel massiccio centrale, e sulle Alpi il Gran Colombier e la Planche des Belles Filles. Caduti dopo quasi vent’anni i temponi stabiliti dalle grosse cilindrate dei primi Duemila, così come vengono disintegrate le performance più recenti dei Pinot, Aru o Froome. In questo senso, impreziosisce il dato il fatto che nei colli precedenti di ciascuna tappa, a differenza che nell’era Sky, si pestasse sempre sodo: va però anche detto che il ritmo imposto dallo sciame Jumbo era estremamente regolare, per quanto esasperato, il che favorisce, per chi abbia le gambe di reggerlo, l’ottenimento del tempone con un’apnea finale di pochi minuti. Il ciclismo più autentico degli scatti e controscatti è per definizione meno efficace per la scalata rapida perché presuppone momenti di recupero e fasi di studio.
Questo elemento è altresì importantissimo per capire alcuni aspetti della nouvelle vague del ciclismo poco più che adolescente in travolgente ascesa: la disciplina si fa estremamente fisica, l’accento si sposta spesso su erogazioni focalizzate di potenza, il tutto in accordo con le qualità di atleti giovani. Ciò non vuol dire assolutamente che questi fenomeni appena ventenni manchino di visione di gara, anzi alcuni di loro hanno già dimostrato di averne in abbondanza: tuttavia una gara com’è stato questo Tour per tre settimane meno un giorno, non esige necessariamente di aver sviluppato chissà che fiuto o esperienza per discernere se e quando muoversi in funzione di giochi tattici più complessi. In un certo senso, potremmo dire che determinati aspetti della “fordizzazione” del ciclismo, specie al Tour, replicati massivamente dal Team Sky e ora importati in terra orange, vadano a rendere più plausibile l’affermazione di diversi atleti quasi imberbi ma fisicamente dotati, prima ancora che accumulino l’esperienza necessaria in altri periodi dello sport, quando l’età d’oro si situava a partire dai 27 o 28 anni proprio per questo fattore (unitamente ad altri).
Come hanno esplicitamente lamentato ai microfoni della stampa spagnola i vari Landa o Superman López durante il secondo giorno di riposo, si pensa a tener le ruote perché, quando si mette il naso al vento, è pressoché improduttivo farlo se non per il rush finale. L’han provato sulla propria pelle lo stesso Landa ma anche Adam Yates. Escursioni in avanscoperta “lontano” dall’arrivo durate pochi minuti e senza mai accumulare più di 30” di vantaggio. Al guinzaglio. In questo modo sparisce completamente il problema di come erogare o distribuire lo sforzo in modo articolato lungo una tappa e la questione si riduce a quanto gas si conservi dopo essersi attaccati al trenino per tutto il dì.
Certo che in questo modo, senza il gran botto della Planche, avevamo per le mani un Tour piuttosto monocorde, in cui un buon numero dei principali protagonisti previsti o prevedibili son saltati per disgrazie fisiche o incidenti più che per dinamiche di gara (Bernal, Quintana, Pinot, Bardet, ma anche su un altro piano Formolo o Mollema). Per il resto, gran parte dei distacchi seri andava maturando per cedimenti a turno nell’una o nell’altra tappa, magari ancor prima che partissero gli attacchi veri e propri, come capitò a Mas o López nella prima parte di gara, a Urán, Yates o Guillaume Martin nella seconda. Frequenti, nonostante gli affondi di Pogačar, le tappe di montagna in cui alla fin fine si arrivava assieme fra i migliori in sette o otto, seppur variabili. Tutto “very very Tour de France”, ma anche alquanto stantio. Gli arrivi in salita davvero emozionanti si sono ridotti a pochi minuti sulle pendenze caprine del Pas de Peyrol o del Col de la Loze, lasciando per strada le occasioni offerte da vere e proprie tappe trappola come l’ultima cavalcata alpina, l’escursione nel Vercors o quella nell’Auvergne. Mai, ma proprio mai, si è vista un’azione concertata da parte degli uomini di classifica se non su quella che di volta in volta fosse l’ultima ascesa. E, pure questo un classico del Tour, lo spettacolo viene semmai dai ventagli, oppure, come no, dalle fughe, ormai il piatto più appetibile che la gara transalpina possa offrire con una certa regolarità agli appassionati.
E, via, possiamo dirlo: meritava anche la lotta per la maglia verde in cui Sagan è uscito per la prima volta davvero sconfitto, sul campo e non immeritatamente e ingiustamente per un errore della giuria come in passato. Unica maglia non vinta da Pogačar, fra parentesi. Bravissimo l’irlandese Bennett, che, e qui andiamo in cronaca, vince anche la tappa finale dei Campi Elisi, coronando la devozione della sua squadra, la schiacciasassi Quickstep, a questa causa, nonostante la combattività dei Bora di Peter. La lotta fra lo sprinter puro, anche per stare in tempo massimo, l’ex tricampione mondiale e, nel suo piccolo, il nostro Trentin (che domina negli sprint intermedi ma paga troppo dazio in quelli finali di tappa), ha regalato grandi momenti tattici. Oltre a questo dato pur minore che concerne Trentin, l’Italia che pedala annovera fra gli elementi positivi il decimo posto di Caruso, agguantato con una splendida crono conclusiva. Già top ten a Giro e Vuelta, qui al Tour il piazzamento ha ben altro peso e sembra un bel regalo per chi di solito sgobba in funzione dei capitani. Per il resto poco da segnalare in casa Italia, se non un po’ di onesto gregariato “mercenario” qui e là, i patimenti di Aru, l’infortunio di Formolo, e, ancor piu triste, una certa abulia di Cataldo, De Marchi e Bettiol, proprio in una corsa improntata alle fughe.
Gli affanni di Aru e Sagan (ben più seri quelli del primo, sia chiaro) inducono a qualche pensiero finale sui nati nel magico anno 1990, perché la loro parabola di fenomeni tutti precocissimi potrebbe costituire – speriamo di no – una sorta di anticipazione rispetto a questa tendenza attuale all’esplosione giovanile. Oltre ai due suddetti in quell’anno ciclisticamente stellare nacquero anche Quintana, Dumoulin, Bardet, Pinot, Esteban Chaves, Kwiatkowski. Alla faccia, tutti in un anno. Orbene, anche se è stata globalmente significativa la messe di grandi giri, classiche monumento, mondiali in linea o contro il tempo, podi in CG, e via dicendo, colpisce assai che in molti se non tutti i casi l’evoluzione tecnica dell’atleta non sia andata molto oltre le premesse già stabilite solidamente attorno ai 25 anni, anno più anno meno. Proprio presso l’atteso salto verso il picco classico dei 27-28 si è anzi riscontrato spesso un plateau, se non un accumularsi di difficoltà svariate che si traducono – di caso in caso – in occasioni perse, sconfitte brucianti, cambi di squadra al ribasso, gregariato, ritiri, crolli e chi più ne ha più ne metta. Tutti loro paiono, ora come ora, schiantarsi su una crisi dei trent’anni che soleva appartenere più al cinema generazionale che al ciclismo. Tutto nei limiti della casualità? Forse sì, se non fosse che, a un livello minore di qualità, sembra riscontrarsi una parabola affine anche fra certe promesse del 1989 come Majka, Zakarin o lo stesso Landa. E, viceversa, i loro predecessori di lungo corso nati nel decennio precedente, addirittura nella prima parte dello stesso, hanno continuato fino a una o due stagioni fa, se non perfino in questa, a dar filo da torcere pur stagionatissimi: pensiamo a Nibali e Valverde, ma pure a nomi meno altisonanti come Urán o Fuglsang, e fino al 2016 anche a Purito Rodríguez.
I numeri aggregati di tutto il peloton paiono confermarlo: l’età di massima resa è passata dai 28 anni per i nati nei Settanta ai 27 susseguenti, e ora slitta sui rispettivi 26. Quel che è più sconcertante, però, è che il declino in termini di risultati – ripeto, a livello aggregato – è rapidissimo per i nati dopo l’86 come mai lo è stato nell’ultimo quarto di secolo, con una fascia di trentenni che rende come i trentaquattrenni che furono.
C’è ora da capire se i virgulti straordinari che stiamo vedendo sbocciare siano un’ulteriore e più veemente manifestazione della medesima tendenza, il che comincerebbe a essere preoccupante, oppure se – ferma restando la regola generale del ciclismo (dotata di belle eccezioni) per cui chi presto inizia presto finisce – sapranno confermarsi al massimo livello anche nei prossimi otto o nove anni, sopportando il peso del carico crescente in notorietà e sacrifici.
Ma intanto godiamoci la freschezza con cui in un solo giorno, in una sola ora, in un solo quarto d’ora, questo Pogačar con la faccia da studente ha spazzato via come una brezza l’aria pesante di un Tour, al solito, troppo ingessato e poco spumeggiante, benché finalmente eccitante nel tracciato e, quantomeno, a tutto tondo nell’intensità del passo.

Gabriele Bugada

Il podio del Tour de France 2020 (Getty Images Sport)

Il podio del Tour de France 2020 (Getty Images Sport)

VAN DER BREGGEN “REGINA” D’ITALIA, L’ULTIMA TAPPA A ÉVITA MUZIC

settembre 20, 2020 by Redazione  
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Anna Van Der Breggen si è ufficialmente aggiudicata il Giro Rosa 2020. L’ultima tappa è andata alla francese Évita Muzic.

Anna Van Der Breggen ha chiuso la pratica “Giro Rosa” portandosi a casa definitivamente quella maglia rosa che simboleggia il primato di quella che, attualmente, è la corsa a tappe più importante del calendario femminile.
La tappa di Motta Montecorvino non ha scalfito la supremazia dell’olandese della Boels Dolmans Cyclingteam, che dopo aver conquistato la leadership ieri nella tappa di San Marco la Catola ha mantenuto la vetta della classifica anche dopo la complicata frazione conclusiva di Motta Montecorvino.
L’ultima tappa è così andata alla francese Évita Muzic (FDJ Nouvelle Aquitaine Futuroscope), che ha preceduto la neozelandese Niamh Fisher-Black (Équipe Paule Ka) e la connazionale Juliette Labous (Sunweb). La tappa è stata caratterizzata da un susseguirsi di attacchi che hanno portato alla ribalta varie atlete tra le quali, oltre alle citate Muzic e Niamh Fisher-Black, erano presenti la cubana Arlenis Sierra (Astana Womens), la russa Mariia Novolodskaia (Cogeas – Mettler Pro Cycling Team), l’olandese Sabrina Stultiens (CCC – Liv), la canadese Alison Jackson (Sunweb), la serba Jelena Erić (Movistar) e le italiane Ilaria Sanguineti (Valcar – Travel & Service), Laura Tomasi (Top Girls Fassa Bortolo), Katia Ragusa (Astana Womens), Elena Franchi (Eurotarget – Bianchi – Vittoria) ed Erica Magnaldi (Ceratizit-WNT Pro Cycling). In questo susseguirsi di attacchi si è arrivati così alle fasi finali, caratterizzate dall’attacco di Sierra, Stultiens e dell’italiana Letizia Borghesi (Aromitalia Vaiano). Successivamente è arrivato il tentativo della Magnaldi, ma alla fine la Muzic si è dimostrata la più forte precedendo allo sprint la Fisher-Black e la connazionale Labous.
Dopo l’arrivo è stato il momento delle varie premiazioni che hanno coinvolto oltre alla già citata Anna Van Der Breggen (Boels Dolmans Cyclingteam), che ha indossato la definitiva maglia rosa, l’olandese Marianne Vos (CCC – Liv), degna vincitrice della maglia ciclamino della classifica a punti, la danese Cecilie Uttrup Ludwig (Fdj Nouvelle – Aquitaine Futuroscope), impostati nella classifica dei Gran Premi della Montagna, mentre la neozeldandese Mikayla Harvey (UCI Bigla-Katusha) si è aggiudicata la maglia bianca di migliore giovane. Infine, la classifica a squadre è stata conquistata dalla CCC – Liv della Vos, che per 43 secondi ha preceduto l’Équipe Paule Ka.

Mario Prato

Anna Van der Breggen durante la conclusiva tappa del Giro dItalia femminile (Getty Images Sport)

Anna Van der Breggen durante la conclusiva tappa del Giro d'Italia femminile (Getty Images Sport)

RIBALTONE POGAČAR SULLA PLANCHE NEL TOUR DEI “BEAUX GARÇONS” DI SLOVENIA

settembre 19, 2020 by Redazione  
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Nella cronometro finale della Planche des Belle Filles Tadej Pogačar (UAE-Team Emirates) è artefice di una prestazione monstre che lo fa balzare al primo posto in classifica generale. La nuova maglia gialla rifila addirittura 1 minuto e 21 secondi a Tom Dumoulin (Jumbo Visma) e Richie Porte (Trek Segafredo), mentre Primož Roglič (Jumbo Visma) si arrende giungendo addirittura quinto. Pogačar domani potrà festeggiare, inaspettatamente ma meritatamente, il suo primo Tour de France sugli Champs-Élysées.

Il Tour 2020 si decide nella penultima tappa, la Lure – La Planche Des Belles Filles di 36 km e 200 metri, una cronometro individuale lunga per gli standard attuali dei GT e nella quale i ciclisti più forti dovranno stare in sella per quasi un’ora. I primi 30 km sono sostanzialmente piatti ma gli ultimi sei in costante ascesa, con punte che arrivano al 20%, potrebbero influire e non poco sulla prestazione degli atleti, che dovranno centellinare gli sforzi nella prima parte. La classifica generale vede Primož Roglič (Jumbo Visma )in maglia gialla con 57 secondi di vantaggio su Tadej Pogačar (UAE-Team Emirates). il quale ha a sua volta 30 secondi di vantaggio su Miguel Ángel López (Astana). Insomma, basta una crisi e può anche accadere di perdere un minuto o più nell’arco di un’ora circa di corsa. Interessante è anche la lotta per la maglia a pois perchè Richard Carapaz (INEOS Grenadiers)ha due punti di vantaggio su Pogačar: per la classifica di specialità la giuria ha comunicato che i punti saranno assegnati rispetto ai miglior tempi di scalata dell’ascesa finale. Il primo a scendere sotto l’ora era Rémi Cavagna (Deceuninck Quick Step), il quale faceva fermare le lancette a 57 minuti e 54 secondi. Il francese restava a lungo in prima posizione ma era da segnalare anche la buona prova di Alessandro De Marchi (CCC). L’italiano era artefice di un’ottima prova sulla salita finale, visto che ai piedi della Planche des Belles Filles era quinto parziale con Kasper Asgreen (Deceuninck Quick Step) in seconda posizione a un minuto e 2 secondi da De Marchi. Ebbene, De Marchi recuperava nei 6 km finali oltre un minuto e 20 secondi al danese, andando così a segnare il miglior secondo tempo. Col passare del tempo altri ciclisti si “introducevano” tra Cavagna e De Marchi. Tra questi i primi a scendere sotto il minuto, pur non impensierendo il francese, erano David de La Cruz (UAE-Team Emirates) in 58 minuti e 35 secondi, Søren Kragh Andersen (Sunweb) e Maximilian Schachmann (Bora Hansgrohe), entrambi in 59 minuti e 54 secondi. Il primo a scavalcare Cavagna era Wout Van Aert (Jumbo Visma), che faceva segnare 57 minuti e 27 secondi. Ma il suo compagno di squadra Tom Dumoulin faceva meglio, fermando il cronometro sul tempo di 57 minuti e 16 secondi. Ma era la lotta per la maglia gialla a sconvolgere un tranquillo pomeriggio di fine estate. Pogačar fin dall’inizio faceva segnare parziali migliori rispetto a Roglič. I 57 secondi che lo dividevano dal capitano della Jumbo Visma si riducevano chilometro dopo chilometro. fino alla resa dei conti sull’ascesa verso la Planche des Belle Filles. Entrambi gli sloveni cambiavano la bici all’inizio della salita e Pogačar, spingendo con un rapporto duro ma più regolare, continuava a migliorarsi su Roglič, che preferiva spingere un rapporto più agile ma sembrava meno incisivo del solito. Pogačar chiudeva in 55 minuti e 55 secondi, polverizzando Dumoulin e Richie Porte (Trek Segafredo), entrambi classificati a un minuto e 21 secondi di ritardo. Grande la delusione per Roglič, solo quinto a un minuto e 56 secondi, che dice addio ai sogni di gloria. Pogačar ipoteca così la maglia gialla avendo un vantaggio su Roglič di 59 secondi. Domani la passerella finale di Parigi servirà a incoronare il corridore dell’ UAE-Team Emirates, primo ciclista sloveno a vincere la Grande Boucle. Peter Sagan (Bora Hansgrohe), invece, si giocherà le ridotte speranze di conquistare quella maglia verde che ha già vinto sette volte e che Sam Bennett (Deceuninck Quick Step) sembra avere già ipotecato.

Giuseppe Scarfone

Tadej Pogačar affronta con grinta lascesa finale verso la Planche des Belles Filles (foto Bettini)

Tadej Pogačar affronta con grinta l'ascesa finale verso la Planche des Belles Filles (foto Bettini)

VIA LA GATTA VAN VLEUTEN, BALLA LA VAN DER BREGGEN (E LA LONGO BORGHINI)

settembre 19, 2020 by Redazione  
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Elisa Longo Borghini si è imposta nella penultima tappa del Giro Rosa. Seconda piazza per la Van der Breggen, nuova Maglia Rosa grazie anche al ritiro della capoclassifica Annemiek Van Vleuten

Il Giro Rosa è ripartito orfano di Annemiek Van Vleuten (Mitchelton-Scott) che ha abbandonato la tenzone dopo la frattura riportata nella caduta di giovedì. La maglia rosa è così passata sulle spalle di Katarzyna Niewiadoma (Canyon SRAM Racing), che l’ha indossata al raduno di partenza e durante la tappa, una frazione che ha visto il successo di una splendida Elisa Longo Borghini (Trek-Segafredo Women), vittoria che fa ben sperare in chiave Imola 2020. La corsa si è decisa a tre dal termine, sulla dura salita di San Marco la Catola. È stato quello il teatro che ha visto la messa in scena dell’attacco della Longo Borghini, che ha avuto la meglio sull’olandese Anna van der Breggen (Boels – Dolmans Cycling Team). Terza dopo 31” è giunta la maglia bianca Mikayla Harvey (Équipe Paule Ka). La Niewiadoma ha concluso la tappa con un ritardo di 1′20” e, in virtù dei risultati odierni, la nuova maglia rosa del Giro è divenuta la Van der Breggen.
La tappa, lunga soli 91.5 chilometri, dopo un avvio spumeggiante – a causa di molteplici tentativi falliti di andare in fuga – è vissuto sull’attacco da lontano di nove atlete: Lucy Kennedy (Mitchelton-Scott), Katia Ragusa (Astana Womens), Amy Pieters (Boels – Dolmans Cycling Team), Pauliena Rooijakkers (CCC – Liv), Jelena Erić (Movistar), Coryn Rivera (Sunweb), Ruth Winder (Trek-Segafredo Women), Lisa Brennauer (Ceratizit-WNT Pro Cycling) e Mariia Novolodskaia (Cogeas – Mettler Pro Cycling Team). L’approssimarsi del finale di questo Giro Rosa ha fatto si che le fuggitive non avessero molta libertà d’azione, con le big ben intenzionate a giocarsi gli ultimi due traguardi disponibili. La Van der Breggen in particolare aveva tutta l’intenzione di rendere la vita difficile alla Niewiadoma per strapparle le insegne del primato. Il suo attacco è stato, infatti, portato con l’intenzione di fare la classica doppietta del ciclismo, tappa e maglia. A rompere le uova nel paniere alla campionessa olandese ci ha pensato la Longo Borghini, sempre nel vivo dell’azione, che nella volata a due si è aggiudicata la tappa, vittoria che l’ha proiettata in terza posizione della classifica generale, ora comandata dalla Van der Breggen con poco più di un minuto di vantaggio sulla polacca.
Tutto è rimandato alla giornata di sabato per l’ultima e decisiva tappa, che prevede un complicato circuito da da inanellare quattro volte e che avrà il suo momento clou nella salita di 6 Km al 4.5% che conduce al traguardo di Motta Montecorvino.

Mario Prato

La vittoria di Elisa Longo Borghini al termine della difficile ascesa di San Marco la Catola (Getty Images)

La vittoria di Elisa Longo Borghini al termine della difficile ascesa di San Marco la Catola (Getty Images)

KRAGH ANDERSEN, SCAMPAGNATA VINCENTE A CHAMPAGNOLE

settembre 18, 2020 by Redazione  
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In una tappa caratterizzata da numerosi mangia e bevi, un po’ come nel finale della tappa di Lione, Søren Kragh Andersen bissa il successo ottenuto sulle sponde del Rodano staccando un gruppetto di attaccanti formatosi dopo un rimescolamento, dovuto alla anticipata capitolazione della fuga solitaria di Rémi Cavagna. Giornata tranquilla per i big che hanno riposato in vista della tappa a cronometro di domani, dalla quale usciranno gli ultimi verdetti prima della sfilata lungo i Campi Elisi.

Søren Kragh Andersen (Sunweb) primo, Luka Mezgec (Mitchelton-Scott) secondo, come a Lione.
La tappa odierna, incastrata tra il tappone di ieri e la cronometro di domani, doveva essere di riposo per i big, ma non per questo dedicata ai velocisti, che ritroveranno terreno fertile domenica nella consueta conclusione parigina. La frazione era, infatti, caratterizzata da numerosi mangia e bevi, un po’ come nel finale della tappa con arrivo a Lione.
La giornata per i big è stata di tutto riposo e l’unica battaglia, se così si può chiamare, è stata quella per la maglia verde, oltre naturalmente alla quella per la vittoria di tappa.
La tappa è stata a lungo caratterizzata dalla fuga di Rémi Cavagna (Deceuninck – Quick Step). Alle sue spalle parte un gruppo di contrattaccanti composto da Dylan van Baarle (INEOS Grenadiers), Cyrli Barthe (B&B Hotels), Guillaume Martin e Christophe Laporte (Cofidis, Solutions Crédits). La convinzione non è quella giusta e ben presto il drappello viene riassorbito, mentre Cavagna resta da solo in testa alla corsa. La situazione resta invariata sino al traguardo volante di Mournans, posto ad una cinquantina di chilometri dalla conclusione. Poco dopo il passaggio Cavagna viene, infatti, raggiunto da un gruppetto di contrattaccanti con Benoît Cosnefroy (AG2R La Mondiale), Pierre Rolland (B&B Hotels) e Luke Rowe (INEOS Grenadiers), mentre dietro, dopo lo sprint per in punti valevoli per la maglia verde, rimangono in avanscoperta Matteo Trentin (CCC), Kasper Asgreen (Deceuninck – Quick Step), Casper Pedersen (Sunweb), Michael Mørkøv (Deceuninck – Quick Step) e Peter Sagan (Bora-Hansgrohe), che vengono comunque riassorbiti nel giro di qualche chilometro.
A questo punto, vista la debolezza della fuga, comincia una girandola di tentativi. I primi ad uscire sono Greg Van Avermaet (CCC), Pierre-Luc Périchon (Cofidis, Solutions Crédits), Tim Declercq (Deceuninck – Quick Step), Nils Politt (Israel Start-Up Nation) e Mathieu Burgaudeau (Total Direct Énergie), seguiti e tosto raggiunti da Pedersen, Valentin Madouas ( Groupama – FDJ), Omar Fraile (Astana), Jasper Stuyven (Trek – Segafredo) e Kragh Andersen.
Il gruppo non sembra in vena di regali e a 36 chilometri dal traguardo la situazione è di gruppo compatto.
Ovviamente è troppo presto per pensare che sia finita e, infatti, pochi chilometri dopo il ricongiungimento partono Van Avermaet, Kragh Andersen, Oliver Naesen (AG2R La Mondiale), Jack Bauer (Mitchelton-Scott), Sagan, Rowe e Sam Bennett (Deceuninck – Quick Step).
Su questi uomini si riportano poco dopo anche Stuyven, Trentin, Mezgec, Dries Devenyns (Deceuninck – Quick Step) e Nikias Arndt (Sunweb), mentre Edvald Boasson Hagen (NTT Pro Cycling), Hugo Hofstetter (Israel Start-Up Nation) e Bryan Coquard (B&B Hotels) non riescono nel tentativo di agganciare il drappello dei battistrada e vengono riassorbiti dal gruppo maglia gialla.
Il primo a provare la stoccata è Trentin, con una accelerata ai 16 all’arrivo, ma Sagan fa buona guardia. Mentre tutti stanno riordinando le idee parte deciso Kragh Andersen e gli altri fuggitivi si guardano un po’ troppo in faccia, lasciando che il danese scavi un distacco che si rivelerà presto incolmabile, arrivando sino a un minuto. Nella volata per il secondo posto si impone Mezgec su Stuyven, mentre Bennet si accontenta di mettersi alle spalle Sagan e Trentin.
Ovviamente i big hanno badato a preservare le energie per la tappa di domani, una cronometro mista che assomiglia molto alla prova del Passo del Bocco del Giro 1994, che vide battaglia a distanza tra Berzin, Pantani e Indurain.
Anche in quella occasione si dovevano percorrere circa 35 chilometri con una prima parte pianeggiante ed una salita finale. Si tratta di un percorso imprevedibile perché favorevole agli specialisti nella prima parte e più adatto agli scalatori nella seconda.
Considerando sia l’antico sia il moderno, va osservato che in una crono anche in salita l’importante è il ritmo, non tanto gli scatti che possono fare male solo se colui che viene attaccato è costretto a rispondere colpo su colpo, rischiando il fuori giri. Inoltre, la voglia di fare un buon tempo può indurre a commettere l’errore di forzare troppo nella prima parte pianeggiante e trovarsi in riserva proprio sulla salita, cosa che capitò a Pantani nella tappa del Giro del 1994.
Oggi, con la tecnologia, questo rischio è decisamente minore ma l’esito di una tappa del genere resta comunque imprevedibile, anche se il percorso strizza decisamente l’occhio all’attuale capoclassifica Primož Roglič (Jumbo-Visma).
Più interessante la battaglia per il terzo posto con Miguel Ángel López (Astana) che dovrà difendersi da assalti di corridori più specialisti di lui, corridori che però sono sembrati in affanno negli ultimi giorni e che devono comunque recuperare uno svantaggio non proprio esiguo.

Benedetto Ciccarone

La seconda vittoria di Søren Kragh Andersen al Tour de France 2020 (Getty Images Sport)

La seconda vittoria di Søren Kragh Andersen al Tour de France 2020 (Getty Images Sport)

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