ROGLA TORNA RE: ANCORA IN PIEDI ALLA 17ESIMA RIPRESA CONTRO CARAPAZ

novembre 9, 2020 by Redazione  
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Vuelta bella, godibile nei paesaggi autunnali inconsueti rispetto allo stereotipo spagnolo, da subito animatissima anche se via via appiattitasi nella terza settimana. Prova di forza fisica e mentale di Roglič, ma anche dell’organizzazione e del ciclismo tutto contro la pandemia.

Roglič non resta giù. Lo sloveno, reduce dal brutale KO del Tour, non rincasa a leccarsi le ferite, e anzi prolunga fino all’estremo una stagione certamente concentratissima, ma da lui corsa a pieno gas dalla prima all’ultima gara. Un approccio generoso che ha dato adito fin da subito a colpi a effetto e docce gelate, in un ottovolante di sensazioni che ha ravvivato una stagione nel complesso non così brillante per i grandi giri. Primoz era già apparso in forma, forse troppo in forma, fin dai campionati nazionali sloveni, in cui lo scambio di colpi a sorpresa con Pogačar, strappandosi la vittoria l’uno nel terreno favorito dell’altro, pareva una mera curiosità di un ciclismo tardivamente sbocciato al sole di giugno. Invece quella sparata finale in salita di Roglič e quella crono di Pogačar erano il presagio di ben più roboanti fatti futuri, oltreché una prima chiave di lettura di una stagione che sarebbe stata improntata, per il campione sloveno, a un’ottica pugilistica, di colpi dati e incassati ripresa dopo ripresa, tenendosi sulle gambe fino allo stremo, per poi essere giustiziato o salvato proprio sul gong.
Il Tour è nei libri di storia e non serve ripassarlo; quindi c’è stato quel Mondiale con un finale al gancio, con Roglič tramortito dagli scattisti in salita e soprattutto, nel dopogara, dalle folle social dei belgi infuriati. Poi, la risalita. Alla Liegi ancora a incassare, reggere, recuperare, ma stavolta rimanendo in gioco nel gruppo di testa fino all’ultimissima ripresa, e lì, quando la campana della vittoria già suonava nelle orecchie di Alaphilippe, ma un istante prima che rintoccasse davvero, il guizzo, quel crederci per un paio di pedalate ancora, il colpo di reni che regala un Monumento insperato.
E ora, la doppia doppietta. “Doppietta” in primo luogo perché con la Vuelta 2020 Roglič si associa a Di Luca 2007 e Cunego 2004 nel comporre un trio di atleti che, unici nell’ultimo quarto di secolo, hanno saputo vincere un Grande Giro e una Classica Monumento nel corso della medesima stagione. Un tipo di accoppiata che non era così stravagante fino alla metà degli anni Novanta, con Bugno, Jalabert, Rominger e Berzin (nel suo anno magico) ancora capaci di proporla nel volgere di un solo lustro, ma poi divenuta progressivamente – con l’imporsi della specializzazione estrema – una vera e propria peculiarità, a maggior ragione se immaginiamo che fra i vincitori di Grandi Giri degli anni Duemila solo Nibali, Valverde e Vinokourov han saputo vincere, pur in anni differenti, una classica Monumento. L’accoppiata, come detto, è una vera perla, e testimonia della qualità di un atleta che in questa Vuelta più che mai ha dimostrato, come vedremo, di essere davvero a tutto tondo.
“Doppietta” è anche sapersi confermare come vincitore della maglia “roja” per la seconda stagione filata: questo genere di filotti è piuttosto comune nel Tour de France, per sua natura gara più prevedibile e soggetta a un dominio economico-atletico che si autoalimenta e perpetua se stesso. Non a caso il Giro, gara dal carattere sostanzialmente opposto alla sorella francese, in mezzo secolo non ha registrato altre vittorie “back to back” se non quelle di Indurain e Merckx. La Vuelta, invece, è gara giovane quanto a spessore internazionale, e i primi personaggi di caratura internazionale a interessarvisi con costanza, non come semplice escursione puntuale, furono i grandi svizzeri Rominger e Zülle, che la razziarono, come pure seppe poi imporsi a ripetizione un purosangue quale fu Roberto Heras. Da quindici anni in qua, tuttavia, l’incremento travolgente di internazionalità e investimento tecnico avevano reso inaccessibile qualsivoglia bis consecutivo, nonostante le partecipazioni reiterate, quasi insistite, dei principali pezzi da novanta nel campo delle corse a tappe, che si chiamassero Froome o Valverde, Nibali o Contador, Menchov o Quintana. Confermarsi significa imporsi a circostanze e avversari anche assai differenti.
Quando parliamo di “confermarsi”, non possiamo neppure scordare che Roglič ha vinto 9 delle ultime 14 gare a tappe da lui disputate: c’è un ritiro al Dauphiné, e delle quattro “sconfitte” restanti tre sono podi, più un quarto posto, anche se proprio quel 4º al Tour 2018 nemmeno può definirsi un brutto risultato, e giunse probabilmente meno sgradito del 2º al Tour 2020. Dall’aprile del 2018, molto pochi ciclisti possono vantarsi di aver concluso una gara a tappa davanti a Roglič, e in questo senso si vede in altra prospettiva anche quel secondo posto di Nibali davanti allo sloveno nel Giro 2019. Con negli occhi un 2020 in cui si fatica a riconoscere lo Squalo e ci si chiede se avesse senso imbarcarsi a competere una stagione in più, è interessante vedere in questa Vuelta e in questo Roglič un termine di paragone per comprendere a quale livello si potesse ancora esprimere Nibali solamente la stagione scorsa, e dunque le logiche aspettative scontratesi con un anno decisamente complicato.
Va detto, ad ogni modo, che Roglič è sempre stato supportato, e così pure in questa Vuelta, da una squadra superlativa: meno qui che al Tour, indiscutibilmente, ma qui con più intelligenza nella gestione tattica. Questo spiega perché, in realtà, il dominio di Roglič non riesca così innaturale, tutto sommato: nel tempo è andato affinando il suo ruolo di terminale in un dispositivo efficace, finalizzando con attacchi che si apprezzano perché svariano su ogni tipo di terreno, ma che, d’altro canto, sono pure progressivamente meno profondi quanto a estensione. Si rimpiange, in un certo senso, la memorabile tappa del Tour 2018 che pure non lo portò più in su del quarto posto. E viene da chiedersi se tornerà a confrontarsi con il Giro, certamente la gara più ostica quando si parla di profondità dell’azione, l’esatto opposto delle fucilate finali ormai spesso imperanti al Tour come da sempre lo sono alla Vuelta.
Fra le altre cose, in questa Vuelta si consuma anche la vendetta da parte di Primoz, puramente sportiva nel suo caso (a differenza di quella di matrice extrasportiva made in Movistar), su Richard Carapaz. I pesi massimi di questa Vuelta erano chiaramente loro due, con un Mas ancora acerbo poco supportato dai co-capitani Soler e Valverde votati all’ambizione personale, sia pure spettacolare nel caso del primo, e più appannata per un Valverde ormai decisamente agguantato per la sella dall’età: l’obiettivo del vecchio volpone Alejandro, peraltro raggiunto, era però raggiungere il record all-time di piazzamenti fra i dieci di un Grande Giro, ben 20 volte in carriera (mai nessuno come lui, surclassando grandi longevi come Bartali o Gimondi a 18, così come bei regolaristi recenti quali Nibali o Sastre a 15). Bei comprimari gli anglosassoni Hugh Carthy e Dan Martin, capaci di vincere una tappa di montagna ciascuno oltreché di piazzarsi in top 5: tuttavia sono più che altro un riflesso del livello generalmente non eccelso della lotta per la generale, per ragioni simmetriche. Dan Martin non è mai stato davvero un uomo da tre settimane, e men che meno a 34 anni compiuti: raggiunge qui il suo miglior piazzamento di sempre in un Grande Giro. Carthy è un fenomeno della salita, ha molta esperienza in Spagna e in Asturias in particolare, e sta entrando ora, a 26 anni, nel suo picco atletico. Il suo attacco sull’Angliru è rimasto negli occhi. Sono però ancora molte le lacune tattiche e nell’approccio di corsa che devono essere limate: basti pensare – e qui entriamo in cronaca – ai quasi 30” incassati da Carthy nella passerella di Madrid, per una distrazione che gli fa pigliare un buco fra le ultime curve. Il cuscinetto su Dan Martin era confortante, un paio di minutini, ma con una classifica così corta non era certo il caso di lasciarsi andare a queste sviste dell’ultimo km su oltre tremila percorsi, e rischiando proprio il podio. Un aneddoto, certo, ma anche un dato sintomatico.
Con questi avversari, pregevoli ma non travolgenti, è stata anche più appassionante del previsto l’alternanza in maglia di leader fra Roglič e Carapaz, un vero e proprio duello da boxe cinematografica.
Roglič esordisce con un diretto alla mandibola alla prima ripresa, nella mitica tappa basca di Arrate, dove gli sforzi del trenino Ineos vengono ribaltati da un attacco nella breve discesa finale che porta lo sloveno subito avanti con autorità. La Vuelta ridisegnata comincia con tappe immediatamente selettive e appassionanti, portando subito a mille il livello di adrenalina e attenzione degli appassionati. Una via l’altra si succedono tappe dal finale complicato: salite vere quasi sterrate a precedere un finale mosso, e Roglič agguanta un abbuono dietro all’evaso Soler; poi ancora un arrivo in salita, e altro abbuono per Roglič battuto solo dallo scatto esperto di Dan Martin. I Jumbo dominano in testa al peloton. Ma basta una tappa di pioggia battente, su un tracciato che ricalca quella giornata del Formigal in cui Froome e Sky affondarono sotto i colpi da lontano di Quintana e Contador, per scompaginare le carte. Problemi con l’abbigliamento, imprevisti tecnici, squadra disunita, qualche giro a vuoto nell’alimentazione, e, dietro ai fuggitivi di giornata che conquistano la tappa, Carapaz stravince il round andando in maglia “roja”. Nella seconda settimana Roglič diventa un martello. Si porta a casa due tappe in tre giorni, un arrivo in salita rognoso e un insidioso finale da pura classica. Torna leader. Non risparmia energie pur con davanti un fine settimana tremendo fra i monti asturiani: a questo proposito, e osservando nel complesso queste prime due settimane – con le loro tappe mosse, arrivi in discesa e salite tecniche – possiamo dire che, a dispetto di qualche incertezza nel disegno, specie nella disposizione spaziotemporale delle tappe, la Vuelta ha fatto passi da gigante nel tracciare ciascuna di esse. Finalmente compaiono salite concatenate, chilometraggi rispettabili. Meno inutili rampe di garage isolate come ascesa finale e più trappole.
Se la Farrapona delude un po’ (capita), l’Angliru anche in assenza di enormi faville regala spettacolo visuale e ciclistico: siamo alla 12esima ripresa, ma questo è un pugilato di ultraresistenza e bisogna farne 18! Roglič cede, subisce, recupera, ma alla fine è dietro. Carapaz di nuovo in testa. Non è finita.
Arriva la crono con cui Roglič è in predicato di chiudere la gara. Piattone con muro finale. E dopo la sezione piatta Roglič guadagna poco, troppo poco. Tira aria di Tour. Di crisi di testa. Ma lo sloveno si è tenuto tutto per gli ultimi duemila metri, una parete con punte del 30%. E stavolta, invece che incagliarsi, propone una sparata con cui surclassa totalmente la concorrenza, mangiandosi anche la tappa. La quarta su tredici.
Sembra fatta, ma il vantaggio è poco. Il resto dell’ultima settimana, fino all’arrivo in salita del sabato, è interlocutorio. Tappe potenzialmente insidiose, ma la Jumbo è solida e soprattutto nessuno l’assalta davvero. Scelta curiosa, questa di proporre una settimana conclusiva più di fatica che di selezione, con poca salita vera. Forse gli organizzatori cercavano la magia, l’ennesimo Fuente Dé. Ma qui non ci sono i requisiti. L’unica squadra ad averne i mezzi è quella Movistar sempre più in bambola dal punto di vista strategico e spesso assolutamente incapace di costruire questi contesti. È comunque inquietante questa tendenza che filtra dalla matrice ASO di alleggerire la terza settimana dei Grandi Giri, per fortuna con il Giro a costituire una vera e propria irriducibile resistenza di segno opposto. Certamente nel caso della Vuelta si è vissuto un vero anticlimax che ha smorzato il ricordo di una prima parte (due terzi) davvero notevole.
L’ultima tappa prima della passerella finale è bellissima, ma nessuno la sfrutta davvero fino ai -3 km quando Carthy e Carapaz fan partire la tipica gragnuola di colpi dell’ultimo round. Siamo alla 17esima ripresa e Roglič barcolla. I suoi secondi che lo supportano abitualmente, Kuss e Bennett, sono nel pallone, già saltati. Il vento contro è tremendo, Carapaz se ne va e scava un solco crescente. La pedalata di Roglič è quella della Planche al Tour, da KO tecnico. Da colpito e affondato. Ma ecco un compagno dal nulla: era in fuga. Un respiro, un sollievo per le gambe in fiamme che possono ritrovare fluidità, sbloccarsi. E poi la cavalleria azzurra: i Movistar si mettono a tirare per Rogla. O meglio, contro Carapaz, che se ne andato malamente l’anno scorso dal Team Movistar in un clima da psicodramma. Gestaccio di rancore, brutto in sé, ma da romanzo del ciclismo, che titilla lo spettatore. Anche un gesto decisivo? Quasi certamente no. Quando vede la flamme rouge, Primoz riaccende i suoi reattori da finale a tutta e si rialza da terra. L’arbitro aveva appena cominciato a contare. E siamo già all’indomani. Suona la campana del circuito di Madrid, ultimo giro, la Vuelta è di Roglič. Rialzatosi ancora una volta per finire la stagione, probabilmente, come il miglior ciclista dell’anno – nonostante Pogačar! (in una stagione dai molti cadidati e tutti plausibilissimi, divisa fra chi ha vinto “poco” ma grandiosamente e decisivamente, come Pogačar o van der Poel, e chi ha fatto tantissimo, ma con la sensazione che sia sfuggito di mano irreparabilmente fra le dita quell’uno con cui far trentuno, come per Alaphilippe o Van Aert).
La tappa finale la vince Ackermann su Bennett, ma francamente, oltre allo svarione di Hugh Carthy già riferito, non c’è altro da annotare in cronaca: i duelli fra velocisti, francamente, non han detto moltissimo in questa edizione. Lo stesso Ackermann dice di considerarsi “fermo” a una vittoria, non accettando in pieno una assegnatagli in precedenza per squalifica altrui. Se prendiamo per buona la sua parola, potremmo quasi dire che tutti gli sprinter sono fermi alla casella “uno”, mentre il solo Rogla di tappe ne ha vinte quattro (non per nulla conquista la maglia a punti e ci ride sopra, definendosi scherzosamente in più interviste come “uno sprinter”). In effetti, c’è stato di che lustrarsi gli occhi molto di più con la doppietta di Tim Wellens, ciclista favoloso di cui c’eravamo un po’ scordati per l’infortunio che gli ha impedito di correre il Tour, oppure con la duplice vittoria in salita del giovanissimo francese Gaudu, scalatore 24enne peso piuma che comincia a trasferire fra i pro lo scintillio dei suoi trionfi giovanili. Grimpeur di razza come l’altro francese Guillaume Martin, che dopo un bel Tour si porta a casa qui la maglia dei GPM, dominata a forza di fughe fiume e scatti in salita, prospettandosi quale degno erede di Moncoutié. Per l’Italia, c’è un po’ di malinconia, ricordando le soddisfazioni che la Vuelta aveva schiuso in passato rivelando il talento di Nibali e quello, più fugace, di Aru, ma anche confermando lo spessore internazionale dei Trentin, Ballan, Cunego, Di Luca, De Marchi e tanti altri… da due edizioni, invece, siamo a zero tappe e zero uomini in top ten. Stavolta un propositivo Mattia Cattaneo, piaciuto come cane sciolto in Quickstep, fa 17esimo pur cacciando la tappa: ma nei primi 40 c’è solo lui, e l’anno scorso non c’era nessuno. La Vuelta è pur sempre un Grande Giro e il sintomo comincia a essere estremamente preoccupante per il nostro ciclismo, ancor più essendosi trattato tradizionalmente di un terreno amico.

Gabriele Bugada

Il podio della Vuelta 2020 (Getty Images)

Il podio della Vuelta 2020 (Getty Images)

CARAPAZ ATTACCA, ROGLIČ SI DIFENDE E RESTA PRIMOŽ

novembre 7, 2020 by Redazione  
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Primož Roglič (Jumbo-Visma) ipoteca la Vuelta 2020, Richard Carapaz (Ineos Grenadiers) attacca in ritardo e riesce a recuperare solo una ventina di secondi. David Gaudu (Groupama – Fdj) vince la tappa partendo dalla fuga di giornata.

Diciassettesima e penultima tappa della Vuelta a Espagna, frazione montana di 178 chilometri con arrivo sull’Alto de la Covatilla, una salita di Horse Category lunga più di 11 chilometri e una pendenza media del 6,9%, uno scenario ideale per attaccare la maglia roja di Primož Roglič (Jumbo-Visma), e così è stato. Bravo lo sloveno a gestire e a difendersi dagli attacchi del rivale Richard Carapaz (Ineos Grenadiers, secondo in classifica generale con 45 secondi di ritardo.
Subito dopo il via iniziavano gli attacchi in testa al gruppo, con una fuga ben numerosa di ben 34 ciclisti che prendevano il largo. Tra i fuggitivi una serie di ciclisti delusi dalle loro prestazioni di questo 2020 come Rui Costa (UAE Team Emirates) unica vittoria al prologo della Saudi Tour a febbraio, e il compagno di team Sergio Henao ancora a secco questa di vittorie quest’anno. Tra gli attaccanti il vincitore di giornata David Gaudau (Groupama – FDJ), con lui anche corridori che erano ormai degli abitueé della fuga di giornata come il duo Astana Omar Fraile e Ion Izagirre. Gli altri ciclisti che componevano la fuga erano: Hofstede (Jumbo-Visma), Cavagna (Deceuninck-Quick Step) De la Cruz e Ivo Oliveira (UAE Team Emirates), Lopez (Trek-Segafredo), Donovan, Storer e Sütterlin (Sunweb), Ackermann e Schwarzmann (Bora-Hansgrohe), Van den Berg (EF Pro Cycling), Wright (Bahrain-McLaren), Godon (AG2R La Mondiale), Schultz e Smith (Mitchelton-Scott), Armirail (Groupama-FDJ), Dewulf e Van der Sande (Lotto Soudal), Herrada, Martin e Lafay (Cofidis), De Bod e Mäder (NTT), Arcas, Erviti e Oliveira (Movistar), Bagües e Lastra (Caja Rural) e Molenaar (Burgos-BH). La Ineos Grenadiers non mandava nessun ciclista in fuga, un’errore tattico che poteva far guadagnare qualche secondo in più sulle pendenza dell’Alto de la Covatilla.
Alle loro spalle il gruppo principale veniva controllato dalla Jumbo-Visma di Roglič e dalla Movistar di Enric Mas, quinto con oltre minuti di ritardo dalla maglia Roja ma con tre compagni in fuga, situazione che gli poteva permettere anche qualche azione da lontano. Chilometro dopo chilometro, mentre i big si guardavano tra loro, i fuggitivi vedevano i loro sogni di gloria realizzarsi. David Gaudu, già vittorioso in questa edizione della Vuelta, attaccava e staccava gli ex compagni della fuga di giornata sull’Alto de la Covatilla. Il francese della Groupama FDJ, il quale gestiva con grande intelligenza la salita finale, tagliava il traguardo con 28 secondi di vantaggio dallo svizzero Gino Mäder. Terzo posto per Ion Izagirre che precedeva il connazionale David de la Cruz.
La situazione nel gruppo cambiava sugli ultimi chilometri di salita della Covatilla con Carapaz che attaccava tardi, troppo tardi per voler ribaltare le sorti della Vuelta. Hugh Carthy (Ef Pro Cycling), terzo in classifica generale con 8 secondi di ritardo da Carapaz, era il primo a dar fuoco alle polveri con l’ecuadoriano che rispondeva prontamente con a ruota Roglič e Mas. Ai meno 4 chilometri dal traguardo l’azione che ha fatto tremare Roglič: nuovo attacco di Carthy, Carapaz reagisce e contrattacca lasciandosi tutti alle alle spalle.
Roglič non era nella sua giornata migliore, si difenva salendo col suo passo, sulla sua strada trovava anche Lennard Hofstede, compagno di squadra mandato in fuga ad inizio tappa, purtroppo per lo sloveno però il contributo del compagno dura poco. Hugh Carthy non collaborava, con la speranza che lo sloveno crollasse per poter attaccare nuovamente e scalare una posizione sul podio. Mas con la speranza di recuperare il gap di 1′30” dal quarto posto occupato da Daniel Martin (Israel Start-Up Nation), si metteva in testa al terzetto a fare l’andatura. Carapaz dava il tutto per tutto, purtroppo in ritardo nonostante il terreno favorevole, ma la differenza tra lui e Roglič si stabilizzava sui 20 secondi e non si muoveva più fino al traguardo.
Per Roglič una seria ipoteca per la vittoria della Vuelta a Espana 2020, un risultato giusto e meritato per quello che ha fatto vedere. Per Carapaz tanta amarezza per qualche disattenzione di troppo e il ritardo nell’attaccare nella tapa odierna, 28 secondi di differenza tra i due che sono stati frutto più della testa e sagacia tattica che dalle gambe.

Luigi Giglio

Roglič esulta al traguardo della Covatilla: è stato staccato di 21 secondi da Carapaz ma la Vuelta è definitivamente sua (Getty Images)

Roglič esulta al traguardo della Covatilla: è stato staccato di 21 secondi da Carapaz ma la Vuelta è definitivamente sua (Getty Images)

NIELSEN VINCE IN VOLATA A CIUDAD RODRIGO. ROGLIČ FA UN ALTRO PASSETTINO PER LA VITTORIA DELLA VUELTA

novembre 6, 2020 by Redazione  
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Magnus Cort Nielsen (Team EF Education First) si impone a Ciudad Rodrigo in una volata ristretta, dopo che la fuga di giornata veniva ripresa a soli 2 km dall’arrivo. Primož Roglič (Team Jumbo Visma), secondo al traguardo, ottiene sei secondi d’abbuono che male non fanno in vista dell’ultimo tappone di domani con arrivo sull’Alto de la Covatilla, dove si deciderà la Vuelta 2020.

Finisseur? Fuga? Lotta tra i big? Anche oggi alla Vuelta va di scena una tappa dalla difficile interpretazione, nei 186 km da Salamanca a Ciudad Rodrigo, seppur le attese per la battaglia finale per la maglia rossa sembrano rimandate alla tappa di domani. Ieri la fuga sembrava scontata e invece un’improvvisa accelerazione della Bora Hansgrohe al lavoro per Ackermann ha tarpato le ali ai 13 fuggitivi molti dei quali potrebbero riprovarci proprio oggi. Una tappa che presenta due insidiosi GPM, il Puerto El Portillo ed il Puerto El Robledo, rispettivamente di seconda e di prima categoria. I quasi 40 km che separano lo scollinamento dell’ultimo GPM dall’arrivo non presentano insidie altimetriche evidenti, per cui non possiamo escludere dalla rosa di alternative che la tappa può offrire un nuovo duello tra i velocisti più resistenti. Da Salamanca non partiva Luis Leon Sanchez (Team Astana). Il primo attacco, dopo una partenza velocissima, era portato da Angel Madrazo (Team Burgos BH) al km 14. Al suo inseguimento si lanciava il compagno di squadra Juan Felipe Osorio. Dopo 20 km la coppia di testa aveva un minuto di vantaggio circa sul gruppo maglia rossa. Al km 30 rientravano sulla testa della corsa Rémi Cavagna (Team Deceuninck-Quick Step), Robert Stannard (Team Mitchelton-Scott), Kobe Goossens (Team Lotto Soudal) e Jesus Ezquerra (Burgos-BH). Nelle prime posizioni del gruppo erano gli uomini della Bora Hansgrohe e della UAE team Emirates a imporre un ritmo tale da non far dilatare troppo il vantaggio del sestetto in testa. La fuga iniziava la scalata al Puerto El Portillo con 4 minuti di vantaggio sul gruppo. Il primo a scollinare era Stannard. A 50 km dall’arrivo, sulle prime rampe del Puerto El Robledo, in testa restavano Goossens, Cavagna, Madrazo e Stannard con 1 minuto e mezzo di vantaggio sul gruppo maglia rossa sempre più minaccioso alle loro spalle. Stannard si aggiudicava anche il secondo GPM di giornata ma ormai il gruppo era nel mirino dei fuggitivi. Stannard aveva ancora la forza di imporsi sul traguardo intermedio di Serradilla del Llano, posto al km km 139.7. Cavagna tentava un’azione disperata ai meno 18, e facendo valere le sue doti da cronoman manteneva una ventina di secondi di vantaggio sul gruppo inseguitore . A 5 km dall’arrivo il francese aveva 15 secondi di vantaggio sul gruppo tirato dal Team Movistar. La coraggiosa azione di Cavagna si interrompeva ai meno 2. Una quarantina di ciclisti si sarebbe giocato la vittoria. A spuntarla era Magnus Cort Nielsen (Team EF Education First) su Primož Roglič (Team Jumbo Visma) e Rui Costa (UAE Team Emirates). Dopo la vittoria a Febbraio nella seconda tappa dell’Etoile de Besseges al danese ci sono voluti otto mesi per riassaporare il gusto di tagliare per primo il traguardo. Roglič con i 6 secondi d’abbuono aumenta il vantaggio sui diretti avversari in classifica generale. Adesso Richard Carapaz (Team INEOS Grenadiers) è distante 45 secondi, mentre Hugh Carthy (Team EF Education First) è a 53 secondi. Domani è in programma la diciassettesima e penultima tappa della Vuelta 2020 da Sequesros all’Alto de la Covatilla. Sono ben sei i GPM che dovranno essere affrontati con l’ultima salita che determinerà il vincitore della Vuelta 2020. Roglič, Carapaz e Carthy sono racchiusi in 53 secondi e ci aspettiamo attacchi dell’ecuadoriano e del britannico per provare a insidiare la maglia rossa dello sloveno.

Giuseppe Scarfone

La vittoria di Magnus Cort Nielsen a Ciudad Rodrigo (foto Getty Images)

La vittoria di Magnus Cort Nielsen a Ciudad Rodrigo (foto Getty Images)

PHILIPSEN, PRIMA GIOIA WORLD TOUR

novembre 5, 2020 by Redazione  
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La 15a tappa della Vuelta a Espana 2020 regala il primo successo nel World Tour a Jasper Philipsen (UAE-Team Emirates). Il giovane talento belga, che dal prossimo anno sarà compagno di squadra di Mathieu Van der Poel nell’Alpecin-Fenix, ha battuto allo sprint i tedeschi Pascal Ackermann (Bora-Hansgrohe) e Jannik Steimle (Deceuninck-Quick Step) al termine di una frazione caratterizzata dal maltempo. Resta letteralmente immutata la classifica generale che vede sempre Primož Roglič (Jumbo-Visma) in maglia rossa seguito da Richard Carapaz (Ineos Grenadiers) e Hugh Carthy (EF Pro Cycling), rispettivamente distanziati di 39 e 47 secondi.

La 15a frazione, da Mos a Puebla de Sanabria, era stata interamente ridisegnata dopo l’annullamento dello sconfinamento in Portogallo a causa della pandemia da coronavirus, diventando la più lunga della corsa iberica. I corridori erano infatti attesi da ben 230,8 km caratterizzati da ben 5 gran premi della montagna di terza categoria che rendevano il percorso abbastanza nervoso. I primi 50 km erano sostanzialmente piatti. Giunti ad A Frieira, iniziava un lungo saliscendi che sarebbe terminato solo in prossimità del traguardo. L’ultimo gpm di giornata, l’Alto de Padornelo, era posto a 18,8 km dal traguardo. Una frazione che favoriva una lunga fuga da lontano pur lasciando buone possibilità anche ai velocisti.

La prima ora di corsa è stata caratterizzata come al solito dalla bagarre per andare in fuga. Il primo tentativo che è riuscito a guadagnare un margine significativo sul plotone è arrivato dopo una quindicina di km grazie all’azione di Stan Dewulf (Lotto-Soudal), Alexander Edmondson (Mitchelton-Scott), Victor Lafay (Cofidis), Pim Ligthart (Total Direct Energie) e Michael Valgren (NTT Pro Cycling). Il quintetto dopo circa 20 km ha raggiunto un vantaggio di 1’20”, ma il forcing della Caja Rural-Seguros RGA ha neutralizzato il tentativo poco prima del km 40. La fuga di giornata ha quindi preso vita soltanto lungo il primo gpm di giornata, l’Alto de San Amaro (6 km al 6,2%) posto al km 55, quando si è formato un drappello composto da 13 uomini: Alex Aranburu e Luis Leon Sanchez (Astana Pro Team), Mattia Cattaneo (Deceuninck-Quick Step), Rui Costa (UAE-Team Emirates), Mark Donovan e Robert Power (Team Sunweb), Jonathan Lastra (Caja Rural-Seguros RGA), Guillaume Martin (Cofidis), Josè Joaquin Rojas (Movistar Team), Nick Schultz e Robert Stannard (Mitchelton-Scott), Julien Simon (Total Direct Energie) e Tim Wellens (Lotto-Soudal), quest’ultimo fresco vincitore della tappa di Ourense. I battistrada hanno rapidamente guadagnato un buon margine raggiungendo i 3’54 al km 70, continuando poi ad incrementare il gap nei km successivi arrivando fino ad un massimo di 5’50 (km 120).
A quel punto, quando la fuga sembrava destinata ad andare in porto, in testa al gruppo è arrivato il forcing della Bora-Hansgrohe. L’accelarazione della formazione tedesca ha subito prodotto una notevole diminuzione del distacco, sceso a soli 4 minuti quando al traguardo mancavano 100 km. Nei chilometri successivi, agli uomini della Bora si sono aggiunti quelli della NTT Pro Cycling e della Trek-Segafredo. Il gap, che si era stabilizzato intorno ai 3 minuti, è ricominciato a calare soprattutto per effetto del lavoro della formazione Statunitense, scendendo sotto i 2’ ai -50. Nel frattempo, Guillaume Martin aveva fatto incetta di punti per la maglia a pois, vincento i primi 4 gpm di giornata, mentre Tim Wellens aveva deciso di rialzarsi ai -55, una volta capito che la fuga non sarebbe arrivata al traguardo.

La fuga ha continuato a perdere pezzi nelle fasi successive, finchè ai 30 km dall’arrivo è arrivato l’attacco in solitaria di Mattia Cattaneo. Il corridore della Deceuninck-Quick Step è parito quando il gruppo era ormai ad appena 40” ed è ruscito a guadagnare immediatamente sia sugli ex-compagni di fuga, distanziati di 1 minuto, sia sul gruppo principale, rispedito ad 1’40” ai -25. Lungo le rampe dell’ultimo gpm di giornata, l’Alto de Padornelo (-18), Gino Mader (NTT Pro Cycling) è evaso dal gruppo e nel giro di poche pedalate ha ripreso e saltato i reduci della fuga, lanciandosi all’inseguimento di Cattaneo. Lo scatto del corridore svizzero ha lettaralmente risvegliato il gruppo, che era nel frattempo scivolato a 2 minuti da Cattaneo. Sono state in particolare la Caja Rural e la ‘solita’ Bora a sobbarcarsi il lavoro. Nel giro di pochi chilometri, il plotone ha ripreso gli ex-fuggitivie e Mader, transitando con 50” da Cattaneo sotto lo striscione dei -10. A quel punto anche altre squadra, evidentemente ingolosite dal sempre più probabile epilogo in volata, sono giunte in testa al gruppo per neutralizzare l’azione del corridore bergamasco che ai -7 aveva poco pià di 30 secondi vantaggio. Di lì a poco (ai -4) Cattaneo ha deciso di rialzarsi.

Il gruppo è passato sotto lo striscione degli ultimi 3 km quando era ancora composto da una novantina di unità. Di lì a poco tutti gli uomini di classifica hanno deciso di rialzarsi, poichè la giuria aveva deciso di neutralizzare i tempi proprio ai -3 a causa di una macchia sulla sede stradale. A giocarsi la tappa è stato quindi un gruppo abbastanza ristretto. Zdenek Stybar (Deceuninck-Quick Step) ha approccatio gli ultimi 300 metri in testa, intenzionato a lanciare il compagno Jannik Steilme. A fare la differenza è stata però l’accelerazione di Jasper Philipsen (UAE-Team Emirates), bravo a lanciare il suo sprint ai 150 dall’arrivo. Il 22enne Fiammingo ha resistito al tentativo di rimonta di Pascal Ackermann che, dopo un contatto, ha dovuto accontentarsi del secondo posto davanti al connazionale Steimle. Alle loro spalle Alfred Wright (Barhain-McLaren), Dion Smith (Mitchelton-Scott), Reinardt Janse Van Rensburg (NTT Pro Cycling). Chiudono la top ten di giornata Magnus Cort (EF Pro Cycling), Dorian Godon (Ag2r La Mondiale), Stan Dewulf (Lotto-Soudal) e Michael Morkov (Deceuninck-Quick Step).

Resta invariata la classifica che vede in testa sempre Primož Roglič (Jumbo-Visma) con 39” su Richard Carapaz (Ineos Grenadiers) e 47” su Hugh Carthy (EF Pro Cycling).
Domani è in programma la 16a tappa, da Salamanca a Ciudad Rodrigo per un totale di 162 km. Il percorso propone il Puerto El Portillo (2a cat) al km 90,8 e il Puerto El Robledo (1a cat) al km 126,7. Potrebbe essere l’ultima occasione per i corridori che puntano ad entrare in fuga, alla vigilia della tappa di La Covatilla.

Pierpaolo Gnisci

TIM E’ SEMPRE PRONTO. WELLENS TIMBRA A OURENSE. ROGLIC RESTA IN MAGLIA ROSSA

novembre 4, 2020 by Redazione  
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A Ourense Tim Wellens (Team Lotto Soudal) corona la fuga partita dopo una cinquantina di chilometri grazie ad una spettacolare progressione effettuata nell’ultimo chilometro in salita ed ottiene così la seconda vittoria alla Vuelta 2020. In classifica generale tutto invariato con Primož Roglič (Team Jumbo Visma) che conserva agevolmente la maglia rossa.

Aspettando la resa dei conti sull’Alto de la Covatilla di sabato 7 Novembre, la Vuelta offre nella settimana finale tappe piuttosto interlocutorie che non dovrebbero modificare troppo la classifica generale fino, appunto, a sabato. Oggi va di scena la quattordicesima tappa da Lugo a Ourense per un totale di 204.7 km. Il tracciato è molto nervoso e costellato di saliscendi, con tre GPM di terza categoria a condire il tutto nella seconda metà del tracciato. In più, l’arrivo sulla collina dove si trova il Seminario di Ourense presenta un km abbondante all’insù, con una pendenza media superiore al 6%. La fuga sembra l’ipotesi più gettonata alla vigilia ma vedremo se gli abbuoni al traguardo stimoleranno qualche big di classifica per far mantenere chiusa la corsa e giocarsi la vittoria. Dopo la partenza da Lugo il primo tentativo di fuga era portato da Jonas Vingegaard (Team Jumbo-Visma), Rémi Cavagna (Team Deceuninck-Quick Step), Martin Salmon (Team Sunweb), Gorka Izagirre (Team Astana), Michael Schwarzmann (Team Bora-Hansgrohe), Nans Peters (Team AG2R La Mondiale), Stan Dewulf (Team Lotto Soudal) e Gino Mäder (Team NTT Pro Cycling). Il gruppo però si ricompattava al km 12. Nonostante attacchi e contrattacchi, al km 40 il gruppo era ancora compatto ed il ritmo era elevato. Ci riprovavano Zdeněk Štybar (Team Deceuninck-Quick Step), Dylan Van Baarle (Team INEOS Grenadiers), Michael Woods (Team EF Education First), Tim Wellens (Team Lotto Soudal) e Marc Soler (Team Movistar). Al km 50 la nuova fuga aveva 30 secondi di vantaggio sul gruppo maglia rossa. Sul drappello di testa rientravano Thymen Arensman (Team Sunweb) e Jean-Luc Perichon (Team Cofidis). Dopo 64 km i sette in testa avevano aumentato il proprio vantaggio sul gruppo a circa 3 minuti. Sull’Alto de Escairon, primo GPM della tappa posto al km 112.7, era Štybar a transitare in prima posizione. Il successo della fuga non era ancora scontato, visto che alle sue spalle uomini dell’Astana e della Bora Hansgrohe si impegnavano nell’inseguimento. Štybar si aggiudicava anche il successivo traguardo volante di Monforte de Lemos posto al km 126. Tim Wellens transitava in prima posizione sul successivo Alto de Guitara posto al km 142.8. A 50 km dall’arrivo la fuga aveva ancora un vantaggio di 4 minuti. Adesso era la Total Direct Energie che imprimeva un ritmo molto elevato in testa al gruppo maglia rossa. All’inizio dell’ultimo GPM dell’Alto de Abelaria, il vantaggio della fuga sul gruppo maglia rossa era di circa 2 minuti. Con il gruppo minaccioso alle loro spalle, Michael Woods decideva di contrattaccare a meno di 3 km dallo scollinamento. Il canadese riusciva a scollinare per primo anche se i suoi compagni di fuga, tranne Perichon, riuscivano a raggiungerlo. A 20 km dall’arrivo i sei ciclisti in testa avevano ancora 1 minuto e 55 secondi di vantaggio sul gruppo maglia rossa. La fuga però riprendeva vigore ed a 15 km dal termine il suo vantaggio risaliva a 3 minuti. Štybar, Wellens e Soler si avvantaggiavano in discesa di una decina di secondi su Woods, Arensman e Van Baarle. I due gruppetti si ricongiungevano proprio all’inizio dello strappo finale di 1 km e 300 metri. Era Wellens a partire a circa 200 metri dall’arrivo. La progressione del belga, favorito anche da una curva a 30 metri dall’arrivo, non lasciava scampo agli altri. Wellens sprintava in prima posizione su Woods e Štybar, ottenendo così la seconda vittoria alla Vuleta 2020. Il gruppo maglia rossa veniva regolato a 3 minuti e 44 secondi di ritardo da Daniel Martin. In classifica genarale tutto invariato nelle primissime posizioni con Primož Roglič (Team Jumbo Visma) che conserva la maglia rossa con 39 secondi di vantaggio su Richard carapaz (Team INEOS Grenadiers) e 47 secondi di vantaggio su Hugh Carthy (Team EF Education First). Domani è in programma la quindicesima tappa da Mos a Puebla de Sanabria. Cinque GPM di terza categoria testimoniamo un percorso altrettanto nervoso ma non eccessivamente duro, in cui la fuga avrà una nuova opportunità di concretizzarsi con successo.

Antonio Scarfone

La vittoria di Tim Wellens a Ourense (foto Getty Images)

La vittoria di Tim Wellens a Ourense (foto Getty Images)

MIRA QUE ROGLIČ! SUL MIRADOR DE ÉZARO SHOW DELLO SLOVENO CHE SI RIPRENDE LA MAGLIA ROSSA

novembre 3, 2020 by Redazione  
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L’unica tappa a cronometro della Vuelta 2020 vede la spettacolare vittoria di Primož Roglič (Team Jumbo Visma). Lo sloveno parte in sordina e per tre quarti della tappa sembra galleggiare nelle posizioni di rincalzo ma sul muro finale è autore di una fenomenale rimonta che gli permette di battere per un solo secondo Will Barta (Team CCC). Lo sloveno si riprende la maglia rossa ma le buone prove di Richard Carapaz (Team INEOS Grenadiers) e di Hugh Carthy (Team EF Education First) rendono ancora viva l’ultima settimana della Vuelta 2020

In tempo di covid le anomalie sportive sono all’ordine del giorno ed anche la Vuelta 2020 non fa eccezione. Già abbiamo dovuto accettare l’idea del taglio da 21 a 18 tappe. In più, caso abbastanza raro per i GT, oggi è in programma l’unica tappa a cronometro della corsa spagnola in cui riscontriamo, se vogliamo, un’altra anomalia nell’anomalia. Su un totale di 33 km e 700 metri, con partenza da Muros, i ciclisti dovranno effettuare la più classica delle cronometro, ovvero senza la benché minima difficoltà altimetrica, per i primi 31 km; dopodiché, svolta a sinistra e ci si inerpica per i quasi due km finali sul Mirador de Ézaro, vero e proprio muro dalle pendenze costantemente in doppia cifra, già proposto nel 2012 e nel 2016. Primož Roglič (Team Jumbo Visma) ha 10 secondi di ritardo sulla maglia rossa Richard Carapaz (Team INEOS Grenadiers) ed oggi è in pole position per riprendersi il simbolo del primato ed ipotecare la vittoria finale. Sul Mirador de Ézaro se la prende proprio il campione sloveno. Partito in sordina, al primo intermedio del km era soltanto quinto con 13 secondi di ritardo su Will Barta (Team CCC). Ancora peggio era il dato del secondo intermedio, al km 14.5: Roglič faceva segnare 30 minuti e 34 secondi, ben 17 secondi peggio dello statunitense. Ebbene ai piedi del muro finale, Roglič aveva approssimativamente 20 secondi di ritardo su Barta. Lo sloveno spianava il Mirador de Ézaro e chiudeva in 46 minuti e 39 secondi, facendo 1 secondo meglio di Barta, che a lungo aveva assaporato il suo giorno di gloria e la prima vittoria da professionista. Terzo era invece un coriaceo Nelson Oliveira (Team Movistar), a 10 secondi di ritardo. Da segnalare nella top ten la buona prova di Mattia Cattaneo (Team Deceuninck Quick Step), sesto a 46 secondi di ritardo. Roglič si prende così la quarta vittoria della Vuelta 2020, tornando in maglia rossa e dando un segnale, forse decisivo, per la vittoria finale. Diciamo forse perché Richard Carapaz (Team INEOS Grenadiers) è autore di un’ottima cronometro per i suoi standard, visto che conclude in settima posizione a 49 secondi di ritardo da Roglič e facendo meglio di gente decisamente più attrezzata per prove del genere come ad esempio Rémi Cavagna (Team Deceuninck Quick Step), uno dei favoriti per la vittoria di oggi, che termina con un deludente ottavo posto a 58 secondi di ritardo da Roglič. Lo stesso Hugh Carthy (Team EF Education First) va molto bene e fa segnare il quarto tempo parziale, ai piedi del podio di giornata, a 25 secondi di ritardo da Roglič. In classifica generale Roglič è primo con 39 secondi di vantaggio su Carapaz e 47 secondi di vantaggio su Carthy. Domani la quattordicesima frazione da Lugo ad Ourense presenta un tracciato altimetricamente molto nervoso, con la presenza di tre GPM di terza categoria nella seconda metà della tappa. L’assenza pressoché totale di tratti in pianura fa presumere la possibilità di una fuga vincente, ma non possiamo escludere del tutto una volata a ranghi ridotti. L’arrivo è posto inoltre su uno strappa in salita ad oltre il 6% di pendenza media. Se le squadre dei big terranno chiusa la corsa, questi ultimi potranno anche giocarsi la vittoria di tappa.

Giuseppe Scarfone

Roglič vince sul Mirador de Ézaro (foto Getty Images)

Roglič vince sul Mirador de Ézaro (foto Getty Images)

TOUR 2021, SI CAMBIA REGISTRO

novembre 2, 2020 by Redazione  
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Tornano chilometraggio contro il tempo e tre tappe over 200 Km. Alpi soft prima dei Pirenei non durissimi. Apertura in Bretagna con due tappe da finisseur. Bella tappa con il Ventoux da scalare due volte e arrivo in fondo alla discesa.

Non è il solito festival di salite visto gli ultimi anni con le difficoltà altimetriche piazzate spesso in modo infelice.
Quest’anno gli organizzatori del Tour de France hanno seguito il motto che Vegni ha ripetuto negli ultimi anni parlando di giro umano.
Quello del 2021 sarà un Tour decisamente umano, due tappe alpine, tre pirenaiche ed una nella Provenza con il mitico Monte Calvo. Gli arrivi in salita in tappe di montagna saranno tre (Tignes, Col de Portet e Luz Ardiden), mentre ci saranno altrettante tappe di montagna con arrivo in discesa, Le Grand-Bornand, Malaucène e Andorra la Vella, in occasione dell’unico sconfinamento del Tour. Ad esse può essere aggiunta la quattordicesima tappa che costituisce l’antipasto ai Pirenei e presenterà tre salite non banali, con l’ultima posta a meno di 20 Km dalla conclusione.
Il souvenir Henri Desgrange sarà posto agli oltre 2400 metri del Port d’Envalira, salita lunga ma molto pedalabile. Come di consueto, invece, sul Tourmalet sarà posto il traguardo in ricordo di Jacques Goddet.
Sono programmate due cronometro: la prima di 27 Km alla quinta tappa e la seconda di 31 Km piazzata come di consueto alla vigilia della passerella sui Campi Elisi.
A questa tradizione i francesi non sanno proprio rinunciare. Il Giro d’Italia spesso negli ultimi anni ha proposto una cronometro all’ultimo giorno, facendo sì che anche nell’ultima tappa possa succedere qualcosa, come tra l’altro accaduto sia quest’anno, sia in epoca recente nel Giro vinto dal Tom Dumoulin, con il sorpasso su Quintana nella crono finale. Probabilmente, la sconffita dell’idolo di casa Laurent Fignon da parte di Greg Lemond nella cronometro di Parigi del 1989 brucia ancora nel ricordo dei transalpini.
Complessivamente, le tappe di montagna non sono molto dure, ma le salite non sono piazzate male.
Le Alpi nel 2021 saranno molto soft, ma arriveranno già all’ottava tappa con l’arrivo a Le Grand Bornand e, piazzata così presto, potrebbe risolversi in un nulla di fatto perchè c’è il rischio che big aspettino le ultime tappe; ma la cronometro di quasi 30 Km piazzata alla quinta frazione, quando le differenze tra specialisti e non vengono fuori in modo più marcato, potrebbe essere un’occasione ghiotta per tentare di cominciare a recuperare il tempo perduto nella cronometro da parte di coloro che soffrono questo tipo di esercizio.
L’accoppiata Romme – Colombière, con soli 6 Km tra la cima del primo e l’inizio del secondo e lo scollinamento a 15 Km dal traguardo, consentirà sicuramente di progettare un attacco ben strutturato. Un eventuale sgretolamento del gruppo sul Col de la Romme potrebbe essere fatale perché non c’è lo spazio per il rientro dei gregari nei soli sei chilometri che precedeno dell’inizio della Colombière. Non essendoci un arrivo in salita non ci sarà la sparata a tutta degli ultimi 500 metri. L’alternativa (per nulla remota) è che la tappa si risolva con un nulla di fatto, con una squadra che imporrà un ritmo elevato e i big che si controlleranno.
La seconda tappa alpina è invece ben poca cosa. La salita più dura, il Col du Prè, è posto a oltre 60 Km dall’arrivo, mentre il Cormet de Roselend verrà affrontato partendo da una quota già elevata e da un versante con pendenze pedalabili. Da lì ci saranno trenta chilometri, tra discesa e pianura, prima di attaccare la salita verso Tignes, molto lunga ma priva di quelle pendenze che permettono di fare la differenza. Ci sono un paio di tratti intorno al 9%, ma con la situazione del ciclismo moderno e con la collocazione nella prima parte del Tour non sembra ci siano spazio per scavare distacchi. Distacchi che, invece, potrebbero arrivare due giorni dopo nella tappa con arrivo a Malaucène dopo la doppia ascesa al Ventoux. Si tratta di una tappa ben disegnata che, dopo 72 Km senza difficoltà, prevede il Col de la Liguière (9,3 Km al 6,7%) e quindi subito il “Gigante della Provenza” dal versante di Sault, il meno duro tra i tre possibile, almeno fin quando, in località Chalet Reynard, la strada si riunisce con quella che versante classico, nel punto dove finisce la vegetazione e inizia la lunga pietraia che porta alla cima del monte reso famoso da Francesco Petrarca.
Al termine della discesa, ci saranno circa 12 Km per arrivare a Bédoin e affrontare di nuovo il Ventoux dal versante classico. Giunti in cima, i corridori dovranno affrontare la discesa lungo la quale nel 1994 Marco Pantani si gettò a folle velocità all’inseguimento di Eros Poli con la sua classica posizione con il sedere quasi sulla ruota posteriore. In quella occasione l’arrivo era posto a Carpentras, a oltre 40 Km dalla cima del “Monte Cavlo”, mentre in questo caso il traguardo sarà al termine della discesa, lunga 18 Km. Passare per due volte nella pietraia, specialmente se ci sarà vento contrario (come spesso accade) e gran caldo, potrebbe provocare difficoltà ad alcuni uomini di classifica ed in questo caso la faccenda potrebbe complicarsi alquanto. Manca l’arrivo in salita classico e quindi, anche in questo caso, non ci sarà la sparata degli ultimi metri. Un attacco ai tre chilometri dal GPM è possibilissimo e in discesa si potrà mettere anche altro fieno in cascina. Ovviamente, come sempre, sull’esito della tappa peserà il modo nel quale i corridori vorranno disputarla.
Le tappa pirenaiche, invece, saranno tre e un pochino più difficili rispetto a quelle previste sulle Alpi.
Le precederà una una sorta di antipasto costituito da una frazione di media montagna con arrivo a Quillan, nel corso della quale si dovranno affrontare tre salite brevi dalle pendenze non banali. L’ultima, il Col de Saint-Louis (4,7 Km al 7,4%), è posta a meno di 20 km dall’arrivo di una tappa che non ispirerà certamente i big, ma nella quale non ci sarà da annoiarsi perché le seconde linee potranno darsi battaglia.
La prima tappa pirenaica sarà quella in cui ci sarà l’unico sconfinamento previsto nel 2021 e si raggiungerà l’altitudine più elevata di tutto il tracciato. Si affroneranno i colli di Mont-Louis e di Puymorens che costituisce un’unica ascesa con il successivo Envalira (un po’ come il Télégraphe e il Galibier). Si tratta di salite molto pedalabili anche se l’altitudine dell’Envalira, che supera abbondantemente i 2000 metri, potrebbe dar fastidio a corridori come Valverde, che mal digeriscono le quote elevate.
Dopo una discesa di oltre 20 Km, su strade ampie, si affronterà il Col de Beixalis, ascesa di che non ha nulla a che vedere con le precedenti. Sono solo 6,5 Km, ma le pendenze sono molto severe perchè la media è dell’8,5% e le massime arrivano oltre il 13%. È stata affrontata già nel 2016 dal Tour ed in testa transitò Thibaut Pinot. Questa volta, però, non si arriverà ad Arcalis bensì nella capitale del principato, con il traguardo posto al termine di 15 Km di discesa. Anche in questo caso, l’attacco sarò possibile nei chilometri più duri (quelli centrali) del Beixalis, nei quali si potrà tentare di far la differenza prima di affrontare a tutta la picchiata verso l’arrivo.
Dopo una tappa da fughe prevista il giorno successivo a quella di Andorra si arriverà alla due giorni cruciale. Il 14 luglio, giorno della commemorazione della presa della Bastiglia, si affronterà una tappa pirenaica dal finale davvero duro. Dopo 113 Km pianeggianti si affronteranno in rapida successione Peyresourde, Val Louron e Portet. Si tratta di salite arcinote, la prime due sono storiche, mentre tutti ricordano la terza affrontata nella minitappa di 65 Km del 2018 vinta da un Quintana fuori classifica dopo la baggianata della partenza in griglia sul modello della Formula Uno che, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto favorire la bagarre dall’inizio ed invece provocò un ricompattamento immediato. Le salite sono tutte dure e non c’è spazio per rifiatare tra un colle e l’altro. L’ascesa finale presenta costantemente pendenze severe lungo tutti i 15 Km che portano ai 2215 metri del Col de Portet, dove sarà posto il traguardo. Per impostare un attacco vero in questa tappa bisognerà tentare di utilizzare le prime due salite per lasciare il leader da attaccare senza squadra e poi tentare l’affondo sull’ultima salita. Naturalmente in presenza di squadre coma la Jumbo di quest’anno la questione si presenterà piuttosto complessa. In questo caso tutto si giocherà nei chilometri finali, nei quali si potrà comunque tentare di scavare distacchi vista la durezza della parte finale della frazione.
Il giorno successivo andrà in scena l’ultima frazione di montagna, caratterizzata da un mini chilometraggio che in questi ultimi anni pare esercitare un fascino irresistibile sugli organizzatori del Tour (per fortuna non su quelli del Giro): 130 Km con Tourmalet ed arrivo a Luz Ardiden, un’accoppiata classica che di solito veniva proposta dopo molte altre salite, mentre quest’anno avremo solo queste due salite secche. Il Tourmalet costituirà un trampolino di lancio obbligato per gli scalatori e, con la cronometro di 31 chilometri che incombe, sarà obbligatorio cercare di guadagnare più di qualche secondo, un po’ come nella tappa dello Stelvio del Giro di quest’anno. Il Tourmalet lo conosciamo tutti, è una salita sulla quale si può fare la differenza ed anche la salita finale non è uno scherzo. Le pendenze non sono quelle estreme sulle quali non è possibile scattare, ma neppure quelle pedalabili sulle quali si sta benissimo a ruota. Sono le pendenze ideali sulle quali dare rasoiate che oggi, purtroppo, sono diventate merce rara in un ciclismo popolato di regolaristi che fanno la differenze grazie al ritmo elevato.
Al penultimo giorno la cronometro di 31 chilometri emetterà il verdetto finale. Sia al Tour che al Giro quest’anno la crono finale è stata decisiva e si vedrà se quanto successo in questi ultimi mesi spingerà coloro che non brillano a cronometro a cercare di attaccare a testa bassa sulle montagne.
Quanto alle altre tappe sono da segnalare le prime due che vedranno arrivi su degli strappi, la prima tappa arriva in cima ad un’ascesa di 3 Km al 5.7% di pendenza media (con un passaggio al 14% nella parte iniziale), la seconda sulla celebre rampa di Mûr-de-Bretagne (2 Km al 6.9% con i primi mille metri al 9.8%) che già ha ospitato l’arrivo nel 2011, nel 2015 e nel 2018.
Da segnalare anche la settima tappa per l’elevato chilometraggio (248 Km, davvero insolito per il Tour degli ultimi anni) e pe e il tracciato accidentato che potrebbe favorire le fughe.
In definitiva si tratta di un Tour con dei passi avanti rispetto agli ultimi anni, tappe di montagna discrete, chilometraggi che cominciano ad essere più consoni ad un GT e chilometraggio contro il tempo adeguato.
Quel che manca è un vero tappone, una tappa di montagna di oltre 200 Km con tante salite in successione, una tappa come poteva essere quella del Giro con Agnello, Izoard, Monginevro e Sestriere (poi modificata) o anche quella con Campo Carlo Magno, Castrin, Stelvio e Torri di Fraele. Il Giro si è deciso non a caso in quelle due tappe. In frazione del genere, specialmente se poste a fine corsa, viene fuori il fondo e la resistenza e possono venire le crisi.
Altra nota negativa sono le troppe tappe per velocisti. Purtroppo, in questo caso, va dato atto agli organizzatori del Tour de France che, vista la conformazione del territorio francese, non è semplice (come invece è molto più facile fare in Italia) inserire molte tappe mosse.
Il percorso comunque non durissimo presenta un generale equilibrio ed è apprezzabile il passo avanti compiuto rispetto al passato.
Purtroppo l’organizzazione delle squadre degli ultimi anni non aiuta lo spettacolo. I capitani sono affiancati da gregari al livello di tutti gli altri uomini di classifica, sicché diventa impossibile scardinare le squadre che spesso rimangono compatte anche lungo le salite finali, come è accaduto quest’anno sull’arrivo al Grand Colombier.
Proprio ieri Roglič è arrivato sull’Angliru insieme a Sepp Kuss e tutti ricordano, sempre sull’Angliru, Froome arrivato insieme a Poels. Se i gregari riescono a portare i capitani in cima a salite come l’Angliru, si può immaginare che non avranno problemi sulle ascese francesi.
Certo che se due uomini che hanno vinto il Giro come Carapaz e Dumoulin (che ha fatto anche secondo in un Tour) partono con i gradi di gregario diventerò sempre più difficile rompere la corsa. Certamente dovrebbero essere ridotte le squadre a sei unità e vietati misuratori di potenza, frequenzimetri, e radioline. argomenti di cui pure qualche commentatore sta iniziando a parlare. L’impressione è di essere ancora lontani dal traguardo.
Purtroppo, finché non si interverrà in questo senso il percorso potrà essere disegnato anche molto bene ma da solo non sarà sufficiente a garantire spettacolo.

Benedetto Ciccarone

Il Mont Ventoux (http://www.autoclassmagazine.com)

Il Mont Ventoux (http://www.autoclassmagazine.com)

CARAPAZ DOMA L’ANGLIRU E TORNA IN ROJA

novembre 1, 2020 by Redazione  
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Alla fine la montagna ha partorito il topolino. E’ questo il verdetto principale che emerge dalla tappa regina della Vuelta 2020. L’arrivo in cima al mitico Alto de l’Angliru ha premiato Hugh Carthy (EF Pro Cycling), bravo a piazzare lo scatto decisivo a 1300 metri dal traguardo, al termine di una tappa in cui i distacchi tra i big sono stati molto risicati deludendo un pò le attese. Il britannico, rivelazione della corsa iberica, ha staccando di 16” il redivivo Alexandre Vlasov (Astana Pro Team), Enric Mas (Movistar Team) e Richard Carapaz (Ineos Grenadiers). Poco più dietro (a 26”) è giunto Roglic che ha perso la maglia rossa tornata sulle spalle di Carapaz per appena 10”. Lo sloveno può però sorridere in vista della cronometro di martedì che potrebbe riportarlo in testa alla graduatoria.

La 12 frazione era la più breve di quest’edizione (solo 109 km) ma al contempo anche quella più attesa visto l’arrivo posto in cima al mitico Alto de l’Angliru. Dopo la partenza da Pola de Laviana, i corridori erano attesi da 25 km piatti per poi affrontre in rapida sequenza due gpm di terza categoria, l’Alto del Padrùn (3,5 km al 6,6%) al km 29,3 e l’Alto de San Emiliano (5,9 km al 4,9%) al km 43, ed uno di 1a categoria, l’ Alto de la Mozqueta (6,6 km al 8,4 %) posto al km 60. Dopo la lunga discesa e il successivo fondovalle, la strada tornava a salire lungo le dure rampe dell’Alto del Cordal (5,5 km al 8,9%). Infine, giunti al km 97 iniziava la durissima salita che porta in cima all’Alto de L’Angliru: 12,2 km al 10,2% di pendenza media. Particolarmente duri gli ultimi 7 km caratterizzati da pendenze che arrivano fino al 23,5%.

Nei primi 10 km diversi corridori hanno provato ad evadare dal gruppo, ma soltanto la coppia formata da Anthony Roux (Groupama-FDJ) e Julius Van den Berg (EF Pro Cycling) è riuscita avvantaggiarsi. Quando la coppia di testa aveva raggiunto un margine di 20”, dal gruppo si è sganciato un nutrito drappello formato da ben 18 corridori: Mattia Cattaneo (Deceuninck-Quick Step), Alexandre Riabuschenko (UAE-Team Emirates), Luis Leon Sanchez (Astana Pro Team), Andreas Schillinger (Bora-Hansgrohe), Nans Peters (Ag2r La Mondiale), Lukasz Wisniowski (CCC Team), Enrico Gasparotto (NTT Pro Cycling), Imanol Erviti (Movistar Team), Jhojan Garcia (Caja Rural-RGA Seguros), Cameron Wurf, Robert Stannard e Alex Edmondson della Ineos Grenadiers, Kobe Goossens e Tosh Van der Sande della Lotto-Soudal, Guillaume Martin e Pierre-Luc Perichon per la Cofidis e infine la coppia della Burgos-BH formata da Angel Madrazo e Juan Felipe Osorio.
Il gruppo inseguitore ha raggiunto i due battistrada intorno al km 20, mentre dal gruppo provavano a rientrare altri tre atleti: Tomasz Marczynski (Lotto-Soudal) e il duo del UAE-Team Emirates formato da Davide Formolo e Jasper Philipsen.
Nel tratto pianeggiante che precedeva la prima salita di giornata, l’Alto del Padrùn (3,5 km al 6,6%), il plotoncino di testa è riuscito a guadagnare oltre un minuto sul gruppo principale. Il trio inseguitore è invece rimasto a metà strada fra i battistrada e il gruppo. Il cima al gpm Formolo e Marczynski, da cui si era nel frattempo staccato Philipsen, sono transitati con 1’ di svantaggio mentre il gruppo era ormai distante quasi 2 minuti. I due inseguitori lungo la successiva discesa hanno raggiunto Osorio e Gasparotto, che avevano perso contatto dal gruppo durante la salita, ma non hanno trovato particolare collaborazione. Ai piedi dell’Alto de de Santo Emiliano (5,9 km al 4,9%) i 18 fuggitivi sono transitati con 1’10” sul quartetto inseguitore e 2’20” sul gruppo. Proprio lungo l’ascesa della seconda asperità di giornata, è iniziata la rimonta di Formolo e Marczynski che hanno poi completato l’inseguimento al termine della discesa, quando all’arrivo mancavano 60 km.

Nel tratto di fondovalle i battistrada hanno guadagnato ulteriormente sul gruppo approcciando l’Alto della Mozqueta (6,6 km al 8,4% di pendenza media) con 3’ di vantaggio. Dopo un km di ascesa, dal gruppo sono scattati Esteban Chaves (Mitchelton-Scott) e David De La Cruz (UAE-Team Emirates). A loro si sono poco dopo aggiunti Thymen Arensman (Team Sunweb) e Ivo Oliveira (UAE-Team Emirates). Il portoghese ha scandito un ritmo molto elevato in favore di De La Cruz, facendo staccare Chaves, per poi rialzarsi a sua volta dopo aver completato il forcing.
L’attacco di De La Cruz ha scosso il Team Movistar che ha immediatamente reagito alzando il ritmo del plotone, facendo scendere il vantaggio dei battistrada a 2 minuti. Come conseguenza anche il gruppetto dei fuggitivi ha alzato il ritmo. A farne le spese prima Jhojan Garcia, poi Andreas Schillinger e infine Riabushenko. Il gruppo però ha continuato ad avvicinarsi, scollinando con 1’22” di ritardo dalla testa della corsa e 50” dalla coppia De La Cruz-Arensman. Poco dopo il gpm due corridori del gruppo di testa hanno rallentato per ordine delle rispettive ammiraglie: Erviti ha atteso il gruppo per dare manforte ai compagni di squadra, mentre Davide Formolo ha rallentato per dare una mano a De La Cruz, impegnato nell’inseguimento.
Lungo l’insidiosa discesa, un quartetto formato da Guillaume Martin, Pierre-Luc Perichon, Angel Madrazo e Anthony Roux, si è sganciato dal gruppo di testa. Il quartetto non ha però preso il largo e ai -30 dall’arrivo vantava appena 10” sugli immediati inseguitori e 45” sul gruppo. Di lì a poco i due gruppetti di testa si sono ricongiunti, approcciando l’Alto del Cordal (5,5 km al 8,9%) con 40” di vantaggio sul plotone.
La bagarre nel drappello di testa è riscoppiata lungo la dura ascesa. Ad avvantaggiarsi mentre si scalavano le prime rampe del’Alto del Cordal sono stati Mattia Cattaneo e Luis Leon Sanchez. Alle loro spalle provava a tener duro Guillaume Martin, già vincitore dei primi 3 gpm di giornata, mentre gli altri compagni di fuga venivano ripresi uno alla volta dal gruppo sempre tirato dalla Movistar, da cui nel frattempo si era già staccato Esteban Chaves.
La tenacia ha ripagatao Guillaume Martin che è riuscito a rientrare su Cattaneo e Sanchez ad 1,3 km dal gpm. Contemporaneamente nel gruppo della maglia rossa è partito il forcing di Chris Froome (Ineos Grenadiers) oggi finalmente utile alla causa del suo compagno Richard Carapaz. Il ritmo del britannico ha letteralmente frantumato il gruppo e ha mandato in difficoltà Marc Soler (Movistar Team) evidentemente affaticato dopo la tappa di sabato.
Sul gpm è nuovamente transitato per primo Guillaume Martin, ormai padrone della maglia a pois, davanti Mattia Cattaneo e Luis Leon Sanchez. Il gruppo, ormai ridotto ad una ventina di unità, è passato con meno di 30” di ritardo. Al termine della successiva discesa il terzetto di testa aveva solo 25” sul gruppo, mentre il ritardo di Soler era di 45”.

Si è così giunti alla scalata della terribile e affascinante salita de l’Alto de l’Angliru con i 3 battistrada ormai in procinto di essere riassorbiti dal gruppo tirato dagli uomini della Jumbo-Visma. Il primo ad essere ripreso è stato Mattia Cattaneo (ai -11). La stessa sorte è toccata a Guillaume Martin e Luis Leon Sanchez 500 metri più tardi.
Il ritmo della Jumbo-Visma ha ben presto fatto staccare Soler, che era rientrato poco prima e quindi (ai -10) anche Chris Froome, unico gregario rimasto a supporto di Carapaz dopo la caduta occorsa ad Andrey Amador. L’inesauribile Robert Gesink (Jumbo-Visma) ha continuato ad imporre un’andatura sostenuta per tutto il primo tratto (il più facile) dell’Angliru per poi spostarsi soltanto a 6,7 km dall’arrivo, quando era già iniziato il tratto più duro della salita.
Esaurito il compito di Gesink, in testa al gruppo formato da 10 uomini è arrivato un altro corridore della Jumbo-Visma, Jonas Vingegaard. Alla sua ruota vi erano i compagni Sepp Kuss e Primoz Roglic, quindi Enric Mas (Movistar Team), Daniel Martin (Israel Start-Up Nation), Richard Carapaz (Ineos Grenadiers), il duo della EF formato da Hugh Carthy e Michael Woods, Alexandre Vlasov (Astana Pro Team) e Wout Poels (Bahrain-McLaren).
Il gruppetto di testa ha affrontato senza sussulti il duro tratto di Las Cabanas (-6,2) con il danse Vingegaard sempre in testa.
A 5,2 km dall’arrivo Wout Poels è andato in difficoltà prima di arrendersi definitivamete ai -4,7. Il primo scatto è invece arrivato ai 3,6 per opera di Enric Mas. L’accelerazione prodotta dallo spagnolo ha fatto immediatamente staccare sia Vingegaard, che avea oramai esaurito il suo compito, che Michael Woods.
Sotto lo striscione dei -3 Mas guidava con una ventina di metri di vantaggio su un gruppetto tirato da Sepp Kuss e comprendente Roglic, Carpaz, Martin, Carthy e Vlasov. Approfittando della marcatura ad uomo con cui Roglic controllava Carapaz, Hugh Carthy e Alexandre Vlasov hanno provato ad avvantaggiarsi guadagnando qualche metro su Vlasov e Kuss, Roglic e un Daniel Martin in leggera difficoltà.
Si è così entrati nel tratto più duro, quello di Cuena les Cabres (-2,3), caratterizzato da una pendenza massima del 23,5%. Di li a poco è arrivato lo scatto di Richard Carapaz che ha subito mandato in difficoltà il leader Primoz Roglic. Carapaz ha raggiunto nel giro di poche pedalte Enric Mas, imitato da Hugh Carthy 200 metri più avanti. Dietro al terzetto di testa tirato da Carpaz vi erano Daniel Martin e Alexandre Vlasov, mentre Sepp Kuss si era fermato per aiutare Roglic, che a 1,5 km dal traguardo pagava 12” di ritardo.
L’azione di Carapaz è però andata calando e così ai 1300 metri dal traguardo Hugh Carthy ha prodotto una decisa accelerazione che ha fatto staccare sia Carapaz che Mas. Il britannico si è involato in solitaria aumentando ulteriormente il margine nel corso dell’ultimo km. Mas, che aveva provato a rientrare sul corridore della EF, ha dovuto desistere ed è stato poi ripreso da Vlasov.
Per Carthy è così arrivato il trionfo in cima alla salita più celebre e ambita della Vuelta. Ottima prestazione per Alexandre Vlasov 2° a 16” davanti ad Enric Mas e Richard Carapaz. Il trio comprendente Roglic, Kuss e Daniel Martin ha tagliato il traguardo con 26” di ritardo, mentre Poels e Woods hanno chiuso ad 1’35”. Ancora più indietro Felix Grossschartner (Bora-Hansgrohe) giunto 10° a 2’15” in compagnia di Mikel Nieve (Mitchelton-Scott).

Resta apertissima la classifica generale che vede ora Richard Carapaz in testa con appena 10” su Primoz Roglic, 32”sul trionfatore di giornata Hugh Carthy e 36” su un tenace Daniel Martin. Alle loro spalle si trova Enric Mas, sempre 5° ad 1’50”. Decisamente più staccati Wout Poels (6° a 5’13”), Felix Gossschartner (7° a 5’30) e Alejandro Valverde (Movistar Team), 8° a 6’22”. Entra in top 10 Alexandre Vlasov, 9° a 6’41”, davanti a Mikel Nieve, 10° a 6’42”.
La Vuelta riprenderà martedì, dopo il secondo giorno di riposo, con una cronometro individuale di 33,7 km. I primi 31 saranno completamente piatti, mentre negli ultimi 2 I corridori dovranno scalare le durissime rampe che portano al Mirador de Ezaro (1800 metri al 14,2%).

Pierpaolo Gnisci

Hugh Carthy in azione sulle dure rampe dellAngliru (Getty Images Sport)

Hugh Carthy in azione sulle dure rampe dell'Angliru (Getty Images Sport)

GAUDU BATTE SOLER A LA FARRAPONA. NO CONTEST TRA I BIG

ottobre 31, 2020 by Redazione  
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L’11a tappa della Vuelta a Espana, 170 km da Villaviciosa a l’Alto de LA Farrapona, sorride a David Gaudu (Groupama-FDJ). Il corridore Bretone ha alzato le braccia al cielo al termine di una fuga nata quasi a metà tappa, davanti ad un generoso Marc Soler (Astana Pro Team) e ai due alfieri del Team Sunweb, Michael Storer e Mark Donovan. No contest tra gli uomini della generale che si sono controllati in vista della tappa di domani. La classifica è sempre guidata da Primoz Roglic (Jumbo-Visma) a pari tempo con Richard Carapaz (Ineos Grenadiers) e con 25” su Daniel Martin (Israel Start-Up Nation).

La 11a frazione, disegnata per intero nel Principato delle Asturie, era una delle più esigenti da un punto di vista altimetrico visti i quasi 4800 metri di dislivello e ben 5 gran premi della montagna, di cui 4 di prima categoria. La prima salita di giornata, l’Alto de la Campa (3a cat) era posta immediatamente dopo il via, antipasto di una giornata molto dura. Arrivati al km 50 iniziava l’Alto de la Colladona (7,4 km al 6,7%), quindi in successione i corridori dovevano affrontare l’Alto de la Cobertoria (10 km al 8,7%) e il Puerto de San Lorenzo (10 km al 8,6%) prima di incontrare l’ascesa che porta a l’Alto de la Farrapona (16,5 km al 6,2%). La salita finale era caratterizzata da un andamento discontinuo e da un tratto finale lungo 4 km con pendenze sempre attorno all’8-9%.

La bagarre per andare in fuga è iniziata sin dal via, ma vista la voglia di tanti di andare in avanscoperta, il ritmo del gruppo nei primissimi chilometri è stato altissimo e non ha consentito a nessuno di sganciarsi.
Il primo ad evadere è stato Tim Wellens (Lotto-Soudal), partito ad 1,5 km dalla vetta del primo gpm di giornata, l’Alto de la Campa. Il fiammingo è scollinato in testa e ha poi proseguito in solitaria in attesa dell’arrivo di altri attaccanti, raggiungendo circa 15” di vantaggio sul gruppo che continuava a marciare ad andatura elevata. Dopo una ventina di chilometri Wellens è stato raggiunto da altri 7 corridori: Clement Champoussin (Ag2r La Mondiale), Magnus Cort (EF Pro Cycling), Ion Izagirre (Astana Pro Team), Pierre-Luc Perichon (Cofidis), Jose Joaquin Rojas (Movistar Team), Gonzalo Serrano (Caja Rural-Seguros RGA) e Tosh Van der Sande (Lotto-Soudal).
Gli 8 battistrada non hanno avuto vita facile visto che il gruppo, tirato dagli uomini del UAE-Team Emirates, non accennava a desistere. Il ritmo è leggermente calato soltanto quando altri 4 uomini sono riusciti ad evadere portandosi all’inseguimento dei battistrada: Ivo Oliveira (UAE-Team Emirates), Juan Pedro Lopez (Trek-Segafredo), Gino Mader (NTT Pro Cycling) e Tsgabu Grmay (Mitchelton-Scott). I contrattaccanti sono riusciti a rientrare sui battistrada poco prima del km 30, andando a formare un gruppo di testa composto da 12 corridori.
Il gruppo però non ha mollato la presa ed ha continuato a viaggiare ad alta velocità grazie all’andatura imposta da una Cofidis evidentemente non contenta della composizione del gruppo di testa. Di conseguenza il vantaggio dei fuggitivi non è decollato. Dopo 50 km di corsa, quandi i corridori stavano per iniziare la scalata dell’Alto della Colladona, il gap era di appena 35”.

Sulle prime rampe della salita è immediatamente scattato Tim Wellens alla cui ruota si è prontamente riportato Perichon. Gli altri fuggitivi, ad eccezione di Gino Mader, sono stati subito ripresi dal gruppo sempre tirato dalla Cofidis. Dopo un paio di chilometri di salita il plotone era già letteralmente frantumato in una diversi drappelli. A far esplodere ulteriormente il gruppo della maglia rossa è stata un’accelerazione di Guillaume Martin (Cofidis), intenzionato a riprendere Wellens, suo rivale nella classifica dei gpm. Nel giro di poche centinaia di metri la l’azione di Wellens è stata definitivamente neutralizzata.
Approfittando del successivo rallentamento, poco prima dello scollinamento si sono avvantaggiati Niklas Eg (Trek-Segafredo), Mark Donovan e Michael Storer (Team Sunweb), Bruno Armirail (Groupama-FDJ) e Nelson Oliveira (Movistar Team). Alle loro spalle nel frattempo era ripreso il duello tra Wellens e Guillaume Martin portatisi all’inseguimento dei 5 di testa poco prima del gpm.
La corsa si è finalmente stabilizzata lungo la successiva discesa quando Wellens, Martin e David Gaudu (Groupama-FDJ) sono rientrati sui 5 battistrada, dando vita ad un drappello di 8 corridori. Il ritmo del gruppo tirato da Jumbo-Visma e Ineos Grenadiers non ha però concesso ai fuggitivi di guadagnare un margine rassicurante. Ad 85 km dall’arrivo il gap era di appena 2’35”.

Di li a poco I corridori hanno imboccato la terza salita di giornata, il gpm di 1a categoria de l’Alto de la Corbetoria (10 km al 8,7%). Sulle prime rampe è arrivato un pò a sorpresa lo scatto di Marc Soler (Movistar Team) 10° in classifica generale e clamorosamente in difficoltà lunga la precedente salita. L’iberico è evaso dal gruppo lanciandosi all’inseguimento dei battistrada e rientrando quando mancavano 4,8 km allo scollinamento. Il distacco del gruppo era sceso nel frattempo ad 1’45”.
Una volta rientrato Soler, Nelson Oliveria si è sacrificato alla sua causa imponendo un ritmo piuttosto elevato nel gruppetto di testa. A pagarne le consequenze è stato Tim Wellens, che si è staccato a circa 3 km dalla vetta.
Il gpm è stato vinto da Guillaume Martin che ha così potuto incrementare il vantaggio in classifica su un Wellens ormai irrimediabilmente staccato, mentre il gruppo è transitato con oltre 2’30” di distacco.
Nel successivo fondovalle, Marc Soler, Nelson Oliveira e Guillaume Martin hanno provato ad avvantaggiarsi, approfittando di un battibecco tra Armirail e Donovan. I Fuggitivi si sono ricompattati dopo un paio di chilometri. Ciò nonostante i battistrada sono riusciti ad aumentare nuovamente il vantaggio arrivato a 3’15” ai -50. Poco più avanti (ai -44) iniziava la penultima salita di giornata, il Puerto di San Lorenzo (10 km al 8,6%).
Nel gruppo di testa, così come nella precedente salita, è stato Oliveira a fare un ritmo che ha consentito ai fuggitvi di non perdere troppo rispetto ad un gruppo che nel frattempo aveva aumentato l’andatura grazie al lavoro della Jumbo-Visma.
Lungo le rampe più dura della salita (pendenze costantemente superiori al 9% negli ultimi 6 km) l’unico a perdere contatto tra i battistrada è stato il danese Eg. Gli altri 7 hanno preseguito regolari fino al gpm dove per primo è transitato nuovamente Guillaume Martin, ormai involato verso la conquista della maglia a pois. Il gruppo, sempre meno folto, è scollinato con un ritardo di 2’20”.
I fuggitivi hanno guadagnato qualche secondo lungo la discesa e nel successivo fondovalle, presentandosi all’imbocco della salita finale (16,5 km al 6,2%) con 3’ di vantaggio sul gruppo.

Il primo a staccarsi lungo la salita che porta in cima a l’Alto de la Farrapona è stato Bruno Armirail. Poco più tardi (ai –11,6) è stato il turno di un bravissimo Olivera ormai esausto dopo aver a lungo tirato il drappello di testa. Rimasto senza il compagno, Soler si è dovuto sobbarcare gran parte del lavoro, specialmente lungo i tratti di falsopiano incontrati nella fase centrale della salita. Nel gruppo maglia roja è invece andato in difficoltà Esteban Chaves (Mitchelton-Scott) che ha perso contatto ai -9.
Il vantaggio dei fuggitivi è diminuito poco alla volta senza però crollare (2’03” ai -6). La situazione è cambiata a 5,1 km dal traguardo quando Marc Soler, stanco di dover tenere alta l’andatura, ha piazzato uno scatto deciso che ha subito mandato in difficoltà Mark Donovan e Guillaume Martin. David Gaudu è invece riuscito a rientrare sul corridore della Movistar nel giro di un centinaio di metri. Alle loro spalle, già visibilmente staccato, il primo inseguitore era l’australiano Michael Storer. L’accellerazione prodotta da Soler e Gaudu ha consentito di conservare il vantaggio sul gruppo (2’03” ai -4), mentre Storer, primo degli inseguitori ha rapidamente accumulato mezzo minuto di ritardo.
Si è così entrati nel tratto finale caratterizzato da pendenze intorno al 10%. La coppia di testa ha proceduto di comune accordo passando ai -2 con 40” su Donovan e Storer e 2’15” sul gruppo. Proprio a 2 km dall’arrivo è arrivata la violenta accelerazione di Mikel Nieve (Mitchelton-Scott) che ha ulteriormente ridotto il gruppo maglia rossa. Poco dopo Alexandre Vlasov (Astana Pro Team) è riuscito a sganciarsi dai big e a guadangare rapidamente un discreto margine sul gruppo.

Davanti, una volta entrati nell’ultimo chilomentro, Gaudu e Soler hanno iniziato a controllarsi, ormai decisi a giocarsi la tappa allo sprint: ai 150 metri dall’arrivo il francese della Groupama-FDJ ha piazzato uno scatto secco a cui Marc Soler non è riuscito a rispondere. Gaudu ha così tagliato il traguardo a braccia alzate con 4” di vantaggio sullo spagnolo del Movistar Team. Nel gruppo maglia rossa gli uomini di classifica non si sono dati battaglia, probabilmente anche in virtù dell’arrivo in cima all’Alto de l’Angliru in programma domani.
Dietro a Gaudu e Soler sono giunti i due corridori del Team Sunweb, Michael Storer e Mark Donovan, rispettivamente 3° e 4° a 52”. Poco dopo è arrivato Guillaume Martin (55”) che ha anticipato Vlasov (58”). I big sono stati regolati da Daniel Martin (Israel Start-Up Nation), 7° a 1’03” davanti a Enric Mas (Movistar Team), Richard Carapaz (Ineos Grenadiers) e Primoz Roglic (Jumbo-Visma).

La classifica generale resta pressochè invariata. Primoz Roglic è primo a pari tempo con Richard Carapaz (2° per la somma dei piazzamenti). Dietro di loro Daniel Martin (3° a 25”), Hugh Carthy (EF Pro Cycling), 4° a 58”, ed Enric Mas che occupa la quinta posizione con 1’54” di ritardo. Marc Soler è risalito in 6a posizione (a 2’44”) superando Felix Grossscharnter, ora 7° a 3’31”. Chiudono la top ten Alejandro Valverde (Movistar Team), 8° a 3’44”, Wout Poels (Bahrain-McLaren), a 3’54”, e Mikel Nieve, 10° a 4’43”.

Domani è in programma l’arrivo più atteso dell’intera Vuelta, al termine della 12a tappa da La Pola Llaviana a l’Alto de l’Angliru. La frazione sarà particolarmente breve (solo 109,4 km) ma presenterà ben 4 gran premi della montagna (due di 3a e due di 1a categoria) prima della terribile ascesa finale: 12,2 km con una pendenza media del 10,2%. I primi 4 km sono caratterizzati da un andamento a gradoni e da una pendenza media non eccessiva. Subito dopo un km di falsopiano, iniziano gli ultimi terribili 7 km, costantemente al di sopra del 10% e con punte che arrivano al 23,5%
Potrebbe essere la tappa decisiva dell’edizione 2020 della Vuelta, alla vigilia di un’ultima settimana non particolarmente dura. I big dovranno necessariamente uscire allo scoperto. Nel 2017 l’Angliru fu teatro dell’ultima grande vittoria di Alberto Contador.

Pierpaolo Gnisci

Gaudu esulta a la Farrapona (Foto: Getty Images)

Gaudu esulta a la Farrapona (Foto: Getty Images)

ROGLIC NON DA’ SUANCES AI VELOCISTI. TAPPA E MAGLIA PER LO SLOVENO

ottobre 30, 2020 by Redazione  
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Il difficile finale di Suances toglie di mezzo i velocisti puri e ne approfitta un indiavolato Primož Roglič che scatta a qualche centinaio di metri dall’arrivo con una notevole azione da finisseur. Lo sloveno taglia per primo il traguardo ottenendo la terza vittoria alla Vuelta 2020 e tra abbuoni e buchi ritorna in maglia rossa ai danni di Richard Carapaz (Team INEOS Grenadiers)

Se ad una prima occhiata la decima tappa della Vuelta 2020 sembra offrire una nuova opportunità per i velocisti, con un unico GPM di terza categoria posto all’incirca a metà percorso, questi ultimo dovranno comunque fare attenzione alle insidie che ‘tramano’ alle loro spalle. Prima di tutto il vento, poiché la tappa odierna si svolgerà per tre quarti in riva al mare ed i ventagli sono sempre in agguato. Inoltre, l’arrivo di Suances è preceduto da uno strappo di 1 km e 300 metri che termina a 400 metri dall’arrivo. Ebbene, la pendenza media è superiore al 6% e ci sono punte del 10%, per cui i velocisti più pesanti potrebbero avere notevoli difficoltà a disputare la volata. Infine, non si può escludere una fuga vincente che possa arrivare a giocarsi la tappa. E proprio la fuga, partita subito dopo la partenza da Castro Urdiales, sembrava avere ciance di vittoria visto che già dopo 30 km aveva un vantaggio sul gruppo maglia rossa superiore ai 6 minuti. Erano quattro i ciclisti di cui faceva parte: Jonathan Lastra (Team Caja Rural-Seguros RGA), Brent Van Moer (Team Lotto Soudal), Pim Lingthart (Team Total Direct Energie) ed Alexander Molenaar (Team Burgos BH). La fuga raggiungeva un vantaggio massimo di 12 minuti sul gruppo maglia rossa, che dopo il km 50 iniziava ad organizzarsi per l’inseguimento. Erano soprattutto gli uomini del Team Astana e del Team Deceuninck Quick Step a farsi vivi nelle prime posizioni. Sull’Alto de San Cipriano Van Moer transitava per primo; il belga si aggiudicava anche il successivo traguardo volante di Cabezon de la Sal. A 40 km dall’arrivo il vantaggio della fuga sul gruppo maglia rossa era di 3 minuti e 20 secondi. Il ritmo imposto da Deceuninck ed Astana permetteva al gruppo inseguitore di recuperare ulteriormente sulla fuga, che veniva definitivamente ripresa a 20 km dal termine. Nella parte finale della tappa si segnalava un ultimo attacco portato da Remi Cavagna (Team Deceuninck Quick Step) e da Ivo Oliveira (UAE Team Emirates). Il francese restava da solo in testa con un minimo vantaggio sul gruppo maglia rossa, in cui si facevano vedere in testa anche gli uomini della Jumbo Visma e dell’INEOS Grenadiers. A 3 km dall’arrivo il gruppo tornava compatto e prendeva a tutta gli ultimi 1300 metri in salita. A 200 metri dal traguardo una irresistibile accelerazione di Primož Roglič (Team Jumbo Visma) consentiva allo sloveno di mantenere un vantaggio suficiente a dargli la terza vittoia alla Vuelta 2020. In seconda posizione si piazzava Felix Grossschartner (Team Bora Hansgrohe) ed in terza Andrea Bagioli (Team AG2R). Com’era prevedibile, su un arrivo del genere venivano meno i velocisti puri e la top ten rispecchiava tale situazione visto che erano presenti anche uomini di classifica – oltre a Roglič e Grossschartner infatti si segnalavano il settimo posto di Daniel Martin (Team Israel StartUp Nation) e l’ottavo di Guillaume Martin (Team Cofidis). In classifica generale dopo l’abbuono di 10 secondi per la vittoria ed i 3 del buco, Roglič riconquista la maglia rossa con lo stesso tempo di Richard Carapaz (Team INEOS Grenadiers) mentre Daniel Martin è terzo a 28 secondi. Domani e dopodomani i ciclisti sono attesi da un week end davvero tosto. Sabato l’Alto de la Farrapona concluderà una tappa molto dura che comprende cinque GPM di cui quattro di prima categoria. Domenica invece è la volta dell’Alto de l’Angliru: più di 12 km a quasi il 10% di pendenza media dicono tutto sulla difficoltà del gigante delle Asturie. Due tappe insomma in cui assisteremo ad un nuovo capitolo della battaglia tra Carapaz e Roglič per la vittoria della Vuelta 2020.

Antonio Scarfone

La vittoria di Roglič a Suances (foto Getty Images Sport)

La vittoria di Roglič a Suances (foto Getty Images Sport)

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