GAVIRIA, RISURREZIONE AL TOUR OF GUANGXI

ottobre 17, 2019 by Redazione  
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Esordio nel segno di Fernando Gaviria per l’ultimo appuntamento del World Tour, il Gree-Tour of Guangxi. La prima frazione della corsa a tappe cinese ha visto il velocista colombiano tornare alla vittoria davanti a Pascal Ackermann e a Matteo Trentin, saliti con lui sul podio di giornata. Buona prova globale degli italiani presenti, con sei azzurri piazzati nella TopTen.

L’ultimo appuntamento World Tour del sempre più affollato calendario agonistico è il Gree-Tour of Guangxi, che ha preso il via oggi nella cittadina di Beihai, che è stata sede anche d’arrivo. La tappa pianeggiante si è conclusa con il ritorno alla vittoria di Fernando Gaviria (UAE Team Emirates),che non alzava più le braccia al cielo dalla terza tappa dell’ultimo Giro d’Italia ad Orbetello. Le posizioni di rincalzo sono andate a Pascal Ackermann (Bora Hansgrohe), che sembrava destinato alla vittoria, e a Matteo Trentin (Mitchelton-Scott), che continua ad attraversare un ottimo momento di forma. Il trentino, medaglia d’argento agli ultimi mondiali, non è stato però l’unico italiano a ben figurare nell’ordine d’arrivo poichè nella TopTen sono entrati anche Matteo Moschetti (Trek-Segafredo, quinto), Davide Martinelli (Deceuninck-Quick Step, settimo), Jakub Mareczko (CCC Team, ottavo), Riccardo Minali (Israel Cycling Academy, nono) e Davide Ballerini (Astana Pro Team, decimo). Gli unici “stranieri” oltre al tedesco secondo classificato sono stati i suoi connazionali Phil Bauhaus, quarto, e Max Kanter, sesto, entrambi in forze al Team Sunweb.
La fuga di giornata ha portato la firma dei tre coraggiosi che si sono mossi subito dopo il via, il ceco Josef Černý (CCC Team), il danese Mikkel Frølich Honoré (Deceunicnk-Quick Step) e ’irlandese Ryan Mullen (Trek-Segafredo). L’avventura del trio, che ha raggiunto un vantaggio massimo di due minuti e mezzo, è durata fino ai meno 49, quando dal terzetto di testa l’irlandese della Trek ha provato l’azione solitaria, mentre i suoi compagni di strada si sono rialzati e fatti raggiungere, stessa sorte capitata al battistrada dopo una ventina di chilometri di solitudine davanti a tutti.
A ricongiungimento avvenuto hanno tentato la sorte in molti, ma tutti senza fortuna. In un susseguirsi di scatti e controscatti diversi corridori si sono avvicendati senza successo davanti a tutti e tra gli altri ci hanno provato Rémi Cavagna (Deceuninck-Quick Step), Michael Schwarzmann (Bora-Hansgrohe); Benjamin Perry (Israel Cycling Academy), Maximilian Schachmann (Bora Hansgrohe), Daniel Martínez (EF Education First) e Victor Campenaerts (Lotto Soudal), con quest’ultimo che ci ha riprovato con un secondo tentativo, seguito dal solo Lars van den Berg (EF Education First). Ma anche per loro, come per chi li ha preceduti, non c’è stato scampo perchè le squadre dei velocisti avevano messo nel mirino questa facile tappa, movimentata solo da un facilissimo GPM da ripetere tre volte.
Domani si ripartirà da Beihai alla volta di Qinzhou, traguardo di una frazione di 152 km simile a quella odierna e che, dunque, strizzerà ancora l’occhio agli sprinter.

Mario Prato

Fernando Gaviria torna al successo nella prima tappa della corsa cinese (Getty Images)

Fernando Gaviria torna al successo nella prima tappa della corsa cinese (Getty Images)

17-10-2019

ottobre 17, 2019 by Redazione  
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GREE-TOUR OF GUANGXI

Il colombiano Fernando Gaviria Rendón (UAE-Team Emirates) si è imposto nella prima tappa, circuito di Beihai, percorrendo 135.6 Km in 2h53′42″ alla media di 46.84 Km/h. Ha preceduto allo sprint il tedesco Pascal Ackermann e l’italiano Matteo Trentin (Mitchelton-Scott). Gaviria Rendón è il primo leader della classifica con 4″ su Ackermann e 6″ su Rendon

TOUR OF PENINSULAR (Malesia)

Il malesiano Nur Amirul Fakhruddin Mazuki (Terengganu Cycling Team) si è imposto nella terza tappa, Kuantan – Karak, percorrendo 172.7 Km in 3h49′09″ alla media di 45.05 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’iraniano Amir Kolahdozhagh e di 11″ il connazionale Mohamed Harrif Saleh. Mazuki è il nuovo leader della classifica con lo stesso tempo dell’azero Elchin Asadov e 4″ sul moldavo Cristian Raileanu.

GRAND PRIX CHANTAL BIYA (Camerun)

L’algerino Azzedine Lagab (nazionale algerina) si è imposto nella prima tappa, Bertoua – Abong-Mbang, percorrendo 109.6 Km in 2h28′32″ alla media di 44.27 Km/h. Ha preceduto di 8″ il connazionale Yacine Hamza e l’olandese Florian Smits. Lagab è il primo leader della classifica con 8″ su Hamza e Smits

16-10-2019

ottobre 16, 2019 by Redazione  
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TOUR OF PENINSULAR (Malesia)

Il sudafricano Rohan Du Plooy (ProTouch) si è imposto nella seconda tappa, Kuala Terengganu – Chukai, percorrendo 157.4 Km in 3h30′43″ alla media di 44.82 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’iraniano Amir Hossein Jamshidian e il malesiano Mohamed Harrif Saleh. L’azero Elchin Asadov (nazionale azera) è il nuovo leader della classifica con 4″ sul moldavo Cristian Raileanu e 6″ sul malesiano Muhammad Danieal Haikal Eddy Suhaidee

TOUR 2020: PERCORSO MOLTO VARIO, SALITE INEDITE E UNICA CRONO AL PENULTIMO GIORNO

ottobre 15, 2019 by Redazione  
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E’ stato finalmente svelato il percorso dell’edizione 2020 della Grande Boucle, un percorso certamente impegnativo con qualche significativo passo in avanti rispetto agli anni scorsi e qualche aspetto che, invece, non appare del tutto convincente.
La prima nota piacevole è l’assenza l’assenza della cronosquadre che aveva funestato le precedenti edizioni concedendo un grosso vantaggio agli uomini dotati di squadre attrezzate per l’occasione, facendo dipendere in buona parte l’esito della corsa da una prestazione non individuale del corridore. A ciò, però, non ha fatto da contraltare un soddisfacente assetto delle cronometro individuali, perché l’unica prova contro il tempo, posta peraltro al penultimo giorno di gara, non appare del tutto soddisfacente per i motivi che si esporranno parlando nel dettaglio delle singole frazioni.
Il percorso misura complessivamente meno di 3300 Km, uno dei chilometraggi più esigui della storia. Anche in altre edizioni si sono verificati chilometraggi simili, ma va considerato il fatto che nella edizione 2020 è prevista una sola tappa a cronometro, mentre nelle altre annate che hanno visto chilometraggi al di sotto dei 3300 Km erano sempre presenti 3 o addirittura 4 frazioni contro il tempo. L’andamento del trend negativo è confermata dalla presenza di una sola frazione oltre i 200 Km, la dodicesima tappa che condurrà da Chauvigny a Sarran di 218 Km, che sarà disputata il 9 luglio. Si tratta, tra l’altro, di una frazione mista e non di alta montagna.
Come contraltare deve registrarsi la presenza di due sole tappe sotto i 150 Km, una delle quali è quella conclusiva di Parigi. Pertanto, se la presenza di una sola tappa over 200 è un aspetto fortemente negativo, l’assenza delle orribili minitappe proposte negli ultimi anni attenua, anche se non risolve, questa involuzione.
Nel disegno complessivo è ancora da notare che il percorso si snoda interamente nelle parte centromeridionale della Francia, tralasciando completamente tutto il nord, che ospiterà soltanto la cronometro della Planches des Belles Filles e la passerella finale parigina. Vero che nella parte settentrionale della Francia non sono presenti asperità che possano fare la differenza, ma in passato si era riusciti a limitare parzialmente questo handicap proponendo tappe con tratti in pavè o giri accidentati con qualche muro sulle Ardenne.
Il nome Grande Boucle (letteralmente “grande boccolo”) veniva proprio dal fatto che il percorso ripercorreva bene o male il perimetro della Francia, almeno parzialmente. Guardando il disegno complessivo viene davvero difficile immaginare un grande ricciolo.
Aspetti positivi del disegno complessivo stanno in una buona distribuzione delle difficoltà, nel senso che la prima settimana appare impegnativa e, anche se non impossibile, costringerà comunque i corridori a presentarsi ai nastri di partenza con una condizione che non potrà essere deficitaria. Nella prima e nella seconda settimana andrà di scena il massiccio centrale, con tappe che finalmente non saranno banali, mentre la terza decisiva settimana sarà dedicata alle Alpi ed alla cronometro sui Vosgi.
Si affronterà una sola montagna oltre i 2000 metri (cosa insolita per il Tour de France), il Col del Loze, ascesa inedita da poco asfaltata che assegnerà anche il premio in ricordo di Henry Desgrange. La presenza di altre tre ascese inedite sono, infine, l’ultimo dato positivo da sottolineare prima di passare alla descrizione delle singole tappe. Una corsa come il Tour de France, che per anni ha proposto e riproposto sempre le stesse salite in modo quasi ossessivo (Tourmalet e Alpe d’Huez specialmente), si sta finalmente orientando alla ricerca di nuove ascese. Il sale del ciclismo è proprio la scoperta di nuovi percorsi sui quali confrontarsi, ciò che rende questo sport meraviglioso è proprio la possibilità di spaziare su strade sempre diverse.
Passando al dettaglio delle frazioni bisogna evidenziare come il Tour 2020 sarà ospite di Nizza per ben tre giorni. Le prime due tappe vedranno partenza e arrivo nella cittadina della Costa Azzurra, mentre la terza terminerà a Sisteron. La prima proporrà qualche insidia di rilevanza collinare, ma non dovrebbe sfuggire ai velocisti, mentre la seconda presenterà 4000 metri di dislivello ed ascese di tutto rispetto come il Col de la Colmiane, il Col de Turini e il Col d’Èze, salite vere delle Alpi Marittime (soprattutto le prime due che presentano scollinamenti oltre i 1500 metri e chilometraggi intorno ai 15 chilometri). Difficile che si muovano i big, ma su quelle salite il gruppo subirà una severa selezione e la maglia gialla cambierà padrone. La terza tappa sarà di nuovo dedicata alle ruote veloci, ma nella quarta ecco il primo arrivo in salita ai 1825 metri di Orcières-Merlette. L’ascesa misura 7 Km e non presenta pendenze impossibili (la media è del 6,7%), ma visto il complessivo disegno della tappa appaiono favoriti corridori dotati di una buona esplosività nel finale e per questo potrebbero registrarsi distacchi nell’ordine di alcuni secondi tra gli uomini di classifica, senza dimenticare i possibili abbuoni.
Di nuovo appuntamento per i velocisti alla quinta tappa (Gap – Privas), mentre la sesta sarà abbastanza complessa perché nel finale si affronterà una lunghisima salita divisa in tre tronconi con arrivo al Mont Aigoual. Il tratto più difficile è il secondo, quello che scollina al Col de la Lusette (11 km al 7,4%) ed è ideale per un attacco serio, anche se la collocazione alla sesta tappa sembrerebbe sconsigliare un tentativo di uomini di classifica. Attenzione, però, a possibili attacchi bidone sul Lusette, mentre l’ascesa finale con pendenze molto dolci potrebbe favorire sia tentativi di rientro, sia fughe ben strutturate. Un uomo di classifica che dovesse mandare via una fuga nutrita potrebbe trovare compagni di squadra e uomini interessati alla vittoria parziale nella dolce salita finale con pendenze tra il 3 e il 5%.
La settima tappa per velocisti (Millau – Lavaur) precederà il week-end pirenaico che non sarà terribile ma molto insidioso. La prima delle due tappe sui Pirenei sarà anche la più corta dopo quella di Parigi, 140 chilometri con Col de Menté, Port de Balès e Col de Peyresourde prima della picchiata verso Loudenville. Sembra una tappa adatta ad un attacco simile a quello che fece Marco Pantani nel 1998 proprio sul Peyresourde, prima della discesa verso il traguardo (in quell’occasione fissato a Luchon). Anche in questo caso si tratterà della prima tappa pirenaica e potrebbe servire a chi ha perso qualche secondo sulle prime montagne per cercare segnali di miglioramenti nelle condizioni di forma.
La seconda tappa pirenaica da Pau a Laruns presenterà il tratto più difficile, quello che propone le ascese al durissimo Col de la Hourcère ed al Col du Soudet nella parte centrale. Dopo la discesa ci sarà un lunghissimo tratto interlocutorio prima di affrontare il Col de Marie-Blanque, la cui sommità è posta a 19 Km dall’arrivo di Laruns ove nel 2018 trionfò Primož Roglič con un’azione in discesa. Il Marie-Blanque presente pendenze molto severe negli ultimi 4 Km (tra l’11% e il 13%), ma anche questa è, ancora una volta, una tappa che non si presta ad attacchi incisivi. Poco conteranno i primi due colli piazzati a metà frazione con lunga pianura a seguire, mentre il Marie-Blanque potrebbe ispirare corridori dotati di una buona dose di coraggio.
Dopo il giorno di riposo la seconda settimana partirà con due tappe per sprinter (Île d’Oléron – Île de Ré e Châtelaillon-Plage – Poitiers), quindi si affronterà una tappa accidentata con finale che tira leggermente e chilometraggio sopra i 200 Km (la citata Chauvigny – Sarran) , mentre nella 13a frazione si tornerà a salire con decisione con l’arrivo al Puy Mary, al termine di una tappa tutta saliscendi senza un metro di pianura. Nel finale ci sarà il Col de Néronne (3,8 Km al 9%), poi nove chilometri tra pianura e salita lieve ed infine gli ultimi 2,5% al 12% di pendenza media, con punte del 15%, per raggiungere il traguardo del Pas du Peyrol. Anche in questo caso, sembra un finale adatto ai corridori esplosivi e quindi sembra lecito ipotizzare il classico attacco alla morte negli ultimi 2 Km, ma qualcuno che volesse anticipare la terza settimana potrebbe provarci sul Néronne, magari avendo preventivamente mandato in fuga un compagno in grado di dare un aiuto nei nove chilometri di falsopiano, che risulterebbero molto logoranti se percorsi in solitaria.
La quattordicesima tappa da Clermont-Ferrand a Lione sarà adatta alle fughe (finale mosso con varie salitelle, che Prudhomme ha paragonato a quello della Milano-Sanremo), mentre i big rimarrano al coperto in attesa della frazione successiva, che sarà la più dura delle prime due settimane: si affronteranno in rapida successione la Montèe de la Selle de Fromentel (ultimi 5 chilometri sempre in doppia cifra ed una pendenza massima del 22%) e il non meno duro Col de la Biche (7 Km al 9% medio) prima dell’ascesa finale al Col du Grand Colombier (17 Km al 7% con punte del 12%). Probabilmente l’attacco potrebbe partire su quest’ultima salita, vista anche la sua lunghezza, ma le squadre cercheranno di fare una selezione spietata sulle precedenti ascese e questo potrebbe portare a crisi o comunque a distacchi considerevoli.
Dopo il giorno di riposo la terza settimana su aprirà con la La Tour-du-Pin – Villard-de-Lans, tappa con 5 GPM sui quali spicca nel finale la salita di Saint-Nizier-du-Moucherotte (14,6 km al 6,5%). Da qui inizieranno 20 Km in quota verso lo strappo che condurrà al traguardo di una tappa che ricorda quella di Asiago del Giro d’Italia del 2017, anche se in quel caso non c’era lo strappo finale dopo la salita di Foza. In questa frazione un attacco prima del finale potrebbe verificarsi , ma sarebbe consigliabile avere qualche uomo davanti per il tratto in pianura sull’altopiani, che non si addice ad un uomo solo.
Il giorno seguente si disputerà la tappa regina da Grenoble al Col de la Loze. Ci sono solo due ascese, ma sono entrambe terribili: per prima si affronterà lo straconosciuto Col de la Madeleine (ma da un versante inedito, 18 km con una pendenze media dell’8,4%), una salita che non molla mai e non finisce mai. Nel 1998 Ullrich attaccò proprio su questo colle, portandosi dietro Pantani in maglia gialla e i due diedero due minuti a tutti sulla Madeleine, portando a compimento positivamente l’attacco, nonostante lo scollinamento fosse posto a 40 Km dall’arrivo. Dopo la Madeleine ci saranno i 22 Km verso il Col de la Loze, recentemente asfaltato ed inedito per il Tour: l’arrivo è a 2300 metri di quotam la pendenza media è del 7,8%, e gli ultimi 5 Km sono sempre in doppia cifra, con una punta del 20%. La selezione sulla Madeleine ad opera delle squadre e il forcing nella prima parte della salita potrebbe portare a gravi danni nel tratto conclusivo, che potrebbe diventare un calvario per chi dovesse incappare in una giornata storta.
Il giorno dopo andrà in scena tra Méribel e La Roche-sur-Foron una tappa con cinque colli che rappresenterà l’occasione ideale per chi volesse osare. La frazione presenterà le maggiori difficoltà nella parte iniziale con il Cormet de Roselend (saltato nel 2019 a causa di una frana) ed il Col de Saisies, quindi il Col de Aravis; ma ecco che a trenta chilometri dall’arrivo i corridori si troveranno sotto le ruote la durissima ascesa verso il Plateau des Glières, 6 Km tutti in doppia cifra con punte del 15% e 2 Km al 12% medio. Percorso un tratto sterrato proprio in vetta, dopo la discesa ci saranno ulteriore 5 Km di salita al 4,5% verso l’ultimo colle e quindi la discesa che terminerà sul traguardo di La Roche-sur-Foron: Il terreno dopo il Plateau des Glières non è certo il migliore per chi voglia tentare un attacco a lunga gittata, tuttavia si tratta di una tappa senza un metro di pianura che arriva al diciottesimo giorno di corsa, quando le energie per organizzare un inseguimento potrebbero non essere al top, specialmente se le squadre si saranno ridotte dopo le varie salite.
Nella diciannovesima tappa (Bourg-en-Bresse – Champagnole) torneranno protagonisti i velocisti, mentre nella ventesima andrà in scena una crono divisa in due parti, prima una trentina di chilometri per specialisti poi la scalata alla Planches des Belles Filles (senza la rampa finale sterrata affrontata nell’ultima edizione). Questa cronometro presenta più ombre che luci, innanzitutto a causa della collocazione al penultimo giorno di gara, che appare come una scelta pessima perché non darà la possibilità ai passisti di avvantaggiarsi per poi vedere la battaglia con gli scalatori all’attacco e i passisti intenti a difendere il vantaggio. Si rischiano tattiche attendiste anche se scalatori come Bernal dovranno cercare di avvantaggiarsi per difendersi da uomini come Roglič e Froome. In secondo luogo la netta divisione è poco affascinante e la fa assomigliare un po’ alla cronometro del Passo del Bocco affrontata al Giro del 1994. Meglio sarebbe stato proporre un paio di crono movimentate, un po’ come quelle che vengono proposte alla Corsa Rosa, prove accidentate con vari saliscendi che rendono difficile trovare il ritmo e possono provocare più difficoltà di una salita secca proprio perché più difficili da gestire
L’atto finale come sempre avverrò all’ombra dell’Arco di Trionfo con la tappa passerella da Mantes-la-Jolie agli Champs-Élysées.
In definitiva, si tratta di un bel Tour, specialmente per la continua alternanza tra tappe per sprinter e tappe insidiose, grazie alla quale non ci sono tre o quattro giorni consecutivi di volate di gruppo e in tal modo la corsa ne guadagna in interesse. Bbuone anche le tappe significative della prima settimana. I Pirenei sono un po’ soft, ma nell’economia generale della corsa ci può stare. Le tappa alpine sono abbastanza dure ma, come al solito, manca il tappone vero e proprio. Solo la tappa di La Roche-sur-Foron presenta il formato del tappone con cinque colli in sequenza senza soluzione di continuità: tuttavia il finale lascia un po’ a desiderare tanto che alcuni commentatori hanno considerato la tappa non decisiva.
Molto dipenderà da come si comporteranno i corridori in quelle tappe che potrebbero favorire azioni di lungo respiro.
Il tracciato non sembra sorridere molto a Tom Dumoulin, che quest’anno sembrerebbe intenzionato a disputare il Tour lasciando il Giro d’Italia a Roglič. Una scelta andrà fatta vista la presenza di entrambi nella stessa squadra, ma il Giro che sarà presentato il 24 ottobre, in base a quelle che sono le anticipazioni, potrebbe essere molto più adatto alle caratteristiche dell’olandese rispetto ad un Tour in cui ci saranno solo 28 Km a cronometro in pianura per tentare di fare la differenza.

Benedetto Ciccarone

Linedito Col de La Loze (www.cycling-challenge.com)

L'inedito Col de La Loze (www.cycling-challenge.com)

15-10-2019

ottobre 15, 2019 by Redazione  
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TOUR OF TAIHU LAKE (Cina)

L’italiano Marco Benfatto (Androni Giocattoli – Sidermec) si è imposto nella sesta ed ultima tappa, circuito di Jinhu, percorrendo 73.6 Km in 1h35′55″ alla media di 46.04 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’italiano Matteo Pelucchi (Androni Giocattoli – Sidermec) e il belga Boris Vallée. Il neozelandese Dylan Kennett (St George Continental Cycling Team) si impone in classifica con 23″ su Vallée e 27″ sull’austriaco Matthias Brändle. Miglior italiano Imerio Cima (Nippo Vini Fantini Faizanè), 6° a 38″

TOUR OF PENINSULAR (Malesia)

L’azero Elchin Asadov (nazionale azera) si è imposto nella prima tappa, Dungun – Kuala Terengganu, percorrendo 180.6 Km in 3h57′26″ alla media di 45.64 Km/h. Ha preceduto allo sprint il moldavo Cristian Raileanu e il malesiano Muhammad Danieal Haikal Eddy Suhaidee. Asadov è il primo leader della classifica con 4″ su Raileanu e 6″ su Eddy Suhaidee

14-10-2019

ottobre 14, 2019 by Redazione  
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TOUR OF TAIHU LAKE (Cina)

L’australiano Brenton Jones (Delko Marseille Provence) si è imposto nella quinta tappa, circuito di Jurong, percorrendo 121.8 Km in 2h59′55″ alla media di 40.62 Km/h. Ha preceduto allo sprint il belga Boris Vallée e l’italiano Imerio Cima (Nippo Vini Fantini Faizanè). Il neozelandese Dylan Kennett (St George Continental Cycling Team) è ancora leader della classifica con 27″ sull’austriaco Matthias Brändle e 28″ su Vallée. Miglior italiano Imerio Cima, 6° a 38″

WALLAYS FIRMA L’IMPRESA ALLA PARIGI-TOURS 2019

ottobre 13, 2019 by Redazione  
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Jelle Wallays (Lotto Soudal) vince la Parigi-Tours 2019 dopo essere scattato all’inseguimento di Søren Kragh Andersen (Team Sunweb), che era andato in fuga solitaria a 70 km dall’arrivo. Il danese, bloccato da una foratura, dà il via libera al belga che se ne va tutto solo costruendo la vittoria nei tratti in sterrato posti tra i 30 e i 13 km al termine. Lo sprint per il secondo posto è vinto da Niki Terpstra (Direct Énergie) su Oliver Naesen (AG2R La Mondiale).

Volata? Fuga? Attacco dell’ultim’ora? La Parigi-Tours in questi ultimi anni da corsa prettamente dedicata alle ruote veloci ha intrapreso un percorso votato al trasformismo che la rende una delle corse più incerte del calendario ciclistico internazionale. Già il vento può caratterizzare le tattiche di squadra, dirigendoci dalla periferia meridionale di Parigi alla mitica Avenue de Grammont di Tours dopo 217 km; in più, gli organizzatori hanno di recente aggiunto al tracciato alcune insidiose “côtes” negli ultimi 30 km. Oltre a queste, dallo scorso anno i ciclisti hanno dovuto affrontare anche una decina di chilometri su tratti sterrati, confermati per sommi capi anche per l’edizione 2019, che rendono la corsa ancora più incerta ed entusiasmante. La rosa dei papabili alla vittoria è quindi più che variegata e la starting list conferma la composizione eterogenea delle squadre, che contano ciascuna tra le proprie fila ciclisti adatti alle volate o classicomani abituati all’”Inferno del Nord”. Un chiaro esempio è la Groupama-FDJ, che presenta ai nastri di partenza fior di velocisti come Arnaud Démare e Marc Sarreau ma non disdegna un approccio da classica con Stefan Küng, medaglia di bronzo ai recenti campionati del mondo. Sono sette le squadre WT alla partenza, su un totale di 23. La corsa ha visto la fuga di giornata composta da sette elementi: Kenny Molly e Mathijs Paasschens (Team Wallonie Bruxelles), Andreas Nielsen (Rival Readynez Cycling Team), Adam De Vos (Rally Cycling), Tony Hurel (ST Michel Auber 93), Tom Dernies e Samuel Leroux (Natura4Ever Roubaix Lille Métropole). Dopo 40 km la fuga aveva 2 minuti e 50 secondi di vantaggio sul gruppo. A 120 km dal termine il vantaggio della fuga si stabilizzava a meno 3 minuti; erano Groupama-FDJ e Cofidis a controllare la situazione. L’azione della fuga si esauriva a un’ottantina di chilometri dal termine poi, a 70 km dall’arrivo, Søren Kragh Andersen (Sunweb) rompeva gli indugi e partiva tutto solo. L’azione del danese si interrompeva bruscamente nel tratto in sterrato successivo alla Côte de Chançay, a 42 km dall’arrivo, quando una foratura lo costringeva a mettere il piede a terra ed ad aspettare il cambio ruote. Nel frattempo Jelle Wallays (Team Lotto Soudal), che era evaso qualche chilometro prima dal gruppo, si ritrovava così in testa alla corsa, mentre scatti e controscatti si susseguivano nel drappello di testa, ridotto ormai a meno di trenta unità. A 35 km dall’arrivo Wallays aveva 45 secondi di vantaggio su Reto Hollenstein (Katusha Alpecin) e 55 secondi sul gruppo, in testa al quale tiravano gli uomini della Groupama-FDJ. Hollestein veniva ripreso a 33 km dall’arrivo mentre Wallays portava il proprio vantaggio sul gruppo a quasi 1 minuto e 20 secondi. Nonostante una decisa accelerazione dell’AG2R, Wallays restava saldamente al comando e conservava 1 minuto e 15 secondi di vantaggio a 20 km dall’arrivo su un gruppetto ridotto ad una decina di unità. Il belga terminava l’ultimo tratto di sterrato, a 13 km dall’arrivo, con 1 minuto e 24 secondi di vantaggio su di un gruppo che ormai sembrava essersi arreso alla progressione del belga. Wallays vinceva così tutto solo sull’Avenue de Grammont con 29 secondi di vantaggio su Niki Terspstra (Direct Énergie) e 30 secondi di vantaggio su Oliver Naesen (AG2R La Mondiale). Chiudevano la top five Démare e Amaury Capiot (Sport Vlaanderen Baloise) in quarta e quinta edizione. Questa è anche la seconda vittoria di Wallays alla Parigi-Tours dopo quella conseguita nel 2014, in quell’occasione precedento allo sprint il compagno di fuga Thomas Voeckler.

Il momento decisivo della Parigi-Tours 2019: Søren Kragh Andersen fora e Jelle Wallays si ritrova tutto solo al comando della corsa (foto Bettini)

Il momento decisivo della Parigi-Tours 2019: Søren Kragh Andersen fora e Jelle Wallays si ritrova tutto solo al comando della corsa (foto Bettini)

Giuseppe Scarfone

13-10-2019

ottobre 13, 2019 by Redazione  
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PARIGI-TOURS

Il belga Jelle Wallays (Lotto Soudal) si è imposto nella corsa francese, Chartres – Tours, percorrendo 217 Km in 5h34′20″ alla media di 38.94 Km/h. Ha preceduto di 29″ l’olandese Niki Terpstra e di 30″ il connazionale Oliver Naesen. Miglior italiano Alexander Konychev (Team Dimension Data), 39° a 4′22″

MEMORIAL RIK VAN STEENBERGEN / KEMPEN CLASSIC

Il belga Dries De Bondt (Corendon – Circus) si è imposto nella corsa belga, Beerse – Arendonk, percorrendo 199.8 Km in 4h24′08″ alla media di 45.39 Km/h. Ha preceduto di 4″ il connazionale Jimmy Janssens e l’olandese Piotr Havik. Miglior italiano Filippo Fortin (Cofidis, Solutions Crédits), 28° a 1′43″

FATIH SULTAN MEHMET KIRKLARELI RACE

Il turco Ahmet Örken (Salcano-Sakarya) si è imposto nella corsa turca. Ha preceduto allo sprint l’azero Samir Jabrayilov e il marocchino Lahcen Sabbahi

TOUR OF TAIHU LAKE (Cina)

L’italiano Matteo Pelucchi (Androni Giocattoli – Sidermec) si è imposto nella quarta tappa, circuito di Suzhou, percorrendo 116 Km in 2h30′58″ alla media di 46.10 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’italiano Marco Benfatto (Androni Giocattoli – Sidermec) e l’estone Mihkel Räim. Il neozelandese Dylan Kennett (St George Continental Cycling Team) è ancora leader della classifica con 27″ sull’austriaco Matthias Brändle e 29″ su Räim. Miglior italiano Imerio Cima (Nippo Vini Fantini Faizanè), 9° a 42″

MOLLEMA NON MOLLA: LE FOGLIE DEL LOMBARDIA SONO D’ALLORO ANCHE PER GLI SCONFITTI

ottobre 13, 2019 by Redazione  
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Il giro di Lombardia presenta per l’ennesima volta in anni recenti una startlist di fenomeni in gran forma. Alla fine trionfa il sempre solido ma di rado vincente Mollema con un gesto di intuito e coraggio. Valverde secondo, tutti marcano Roglic.

Il Giro di Lombardia è gara in grandissima ascesa negli ultimi anni, soprattutto in termini di quello spessore internazionale che finalmente gli conferisce il lustro corrispondente al ruolo di classica Monumento: un concetto, quest’ultimo, che pur sempre presente nei fatti, è maturato in ambito soprattutto anglosassone nell’ultimo quarto di secolo, e ha via via contribuito a fare del Lombardia un obiettivo fra i più prestigiosi in assoluto, appetito dal gotha del ciclismo mondiale nonostante la collocazione in calendario peculiare, di estrema chiusura, in simmetria con la Sanremo ma di fatto costituendo una soglia ancor più radicale. E tutto ciò a dispetto di un certo snobismo interno agli stessi organizzatori di RCS, che gli han sempre preferito la Sanremo stessa, per l’appunto, maltrattando il proprio secondo Monumento fin nel ridicolo battesimo di ILombardia (con una “L” sparita per crasi).
Cambi di percorso a tratti suicidi, inseguendo soldi e favori politici nella sponda lecchese, copertura televisiva talora insultante (specie a paragone delle interminabili ore di Sanremo), GPS ai limiti dell’ubriachezza, come accaduto oggi stesso: tanta approssimazione, a volte sconfinante nella pochezza, non è bastata a frenare un percorso di crescita che ha condotto dall’appannamento qualitativo degli anni Novanta al fulgore attuale, passando prima per vittorie italiane di peso, pur su un campo partenti non eccelso (Bartoli e Di Luca), poi per un’epoca di vincitori sempre nazionali ma a fronte di una concorrenza più ampia geograficamente (gli anni di Cunego e Bettini), e infine giungendo alla maturità di una gara contesa da campioni plurivincitori di Grandi Giri e Classiche Monumento. Con l’eccezione dello svizzero Zaugg, un podio al Tour de France, o almeno in un altro GT, è divenuto il requisito minimo per ambire alla vittoria sulle sponde lariane se già non si era campioni col sigillo di qualità di una Liegi nel palmarés. Possiamo anzi dire tranquillamente che nell’ultima dozzina di edizioni o giù di lì il Giro di Lombardia ha consolidato un albo d’oro perfino più robusto di quello della Doyenne e forse perfino del Fiandre. L’altra faccia della medaglia, o sintomo, di questa situazione è che dopo quasi trent’anni ci ritroviamo per la prima volta come nel 1990 senza italiani in top ten, a dimostrazione, certamente, della competitività globale della gara, ma anche di una difficile fase di transizione che il movimento italiano si trova ad affrontare.
Certo, se c’è un aspetto sul quale si è cominciato a lavorare davvero bene, dopo anni di insistenza da parte degli appassionati, è l’elaborazione di un calendario di avvicinamento e preparazione ben costruito. L’autunno italiano sta prendendo la forza di un vero e proprio polo della stagione, sfuttando la fionda gravitazionale della Vuelta e del Mondiale per condurre al Lombardia attraverso gare sempreverdi o rinverdite, tutte di enorme tradizione, come il Giro dell’Emilia (e contorno emiliano), la Tre Valli Varesine (e resti scorporati del Trittico Lombardo), la vera “Doyenne” o “Decana”, cioè la Milano-Torino ed anche il Giro del Piemonte, o Gran Piemonte che dir si voglia. Peccato che, siccome è destino non fare mai trentuno, al risveglio tardivo ma finalmente innegabile degli organizzatori italici, corrisponde in questo frangente un duro attacco da parte dell’UCI di matrice francese, che nel riorganizzare il calendario ha declassato la gran parte di queste corse in modo spudorato, per fare invece spazio all’ascesa in termini di categoria dei propri eventi nazionali fra cui garette in termini di albo d’oro quali Drôme Classic, GP Plumelec e simili, GP Fourmies. Spetterà al movimento italiano l’onore e l’onere di non perdere per strada la potente rivalorizzazione vissuta dal bel blocco autunnale di classiche e semiclassiche nonché dal Lombardia stesso a cui conducono.
Un altro sintomo di questa rivalorizzazione e del concomitante cambiamento di tempi, tutto positivo, a cui assistiamo è che per la prima volta dal lontano, udite udite, 1987 (se per la fretta non inciampo nelle statistiche sbagliate), ebbene, un vincitore del Tour de France conquista nella medesima stagione anche il podio di una Monumento. Naturalmente Nibali – ed è lui stesso una bella eccezione, più unico che raro – ha vinto il Tour e un tris di Monumenti, ma non nello stesso anno. E finalmente c’è voluto un Egan Bernal, con la freschezza dei suoi 22 anni, non appagato da un nonnulla come la maglia gialla, per ripresentarsi in forma e gasato al via delle classiche d’autunno. Lo si era visto pimpante al Toscana, ma la startlist non eccelsa giocava un ruolo in quel secondo posto, poi tanta fatica e km di corsa fra Peccioli e il Pantani, nono all’Emilia, sesto su Superga alla Mi-To, infine vincente a Oropa per il Gran Piemonte, supportato da un gran Ivan Ramiro Sosa. La coppia colombiana di casa Ineos torna a carburare nel triangolo lariano, in una gara vera, tattica, difficile, e nonostante tanti umanissimi stenti in gara, arriva questo terzo posto che sa davvero di statistica storica.
D’altronde non è cosa da poco vedere al via, e tirati a lucido, non solo il già nominato vincitore del Tour, ma anche quello della Vuelta, Roglic, che sarà faro della corsa, nonché il trionfatore della Liegi Fuglsang. Anche se non altrettanto brillanti ci sono pure il secondo del Giro, Nibali, e il vincitore della Roubaix, Gilbert. Insomma, diciamo che mancano giusto Alaphilippe (scusabilissimo) e il vincitore del Giro Carapaz, fuori causa per un presunto infortunio ma sopratutto per pesanti giochi di potere, nella fattispecie per il conflitto fra il gruppo dei suoi procuratori e la Movistar, uscita sconfitta, con gran parte dei propri talenti, tra cui lo stesso Carapaz, dirottati in massa alla Ineos. Forse la fine di una delle eminenze grigie di trent’anni di ciclismo, Unzué, e il segnale definitivo dei cambi di equilibri in questo sport.
Ma veniamo finalmente alle note di cronaca, che sono quasi il meno, a fronte di questo scenario complessivo e di ciò che rappresenta per il ciclismo a venire, italiano e non solo.
Della solida fuga del mattino segnaliamo solo Masnada, caparbio nel valicare per primo il Ghisallo, e Skuijns, che lo insegue, prima pedina di un importante gioco di squadra della Trek-Segafredo. L’avventura degli evasi del giorno si estingue fra Ghisallo e Muro di Sormano, capolinea per i due superstiti testé nominati, anche se non senza che Skujins dia il suo piccolo contributo all’allungo di Ciccone, seconda pedina importante in chiave tattica, sulle pendenze impossibili del Muro. La robustezza della fuga iniziale così come un tracciato non privo di asperità sono stati elementi funzionali al debilitamento delle due squadre faro, la Ineos devastante nel Gran Piemonte e la Movistar di Valverde, già secondo a Superga. Avventizio, fra Ghisallo e Muro, un allungo senza conseguenze di Jungels, salvo il fatto di scoppiare e lasciare poi isolato Enric Mas.
Sul Muro gli attacchi ripetuti di Ciccone generano una situazione fluida in cui mettono il naso davanti i vari Woods (strepitoso vincitore della Mi-To), Latour, Kuss (ottimo scalatore gregario di Roglic), Majka, Fuglsang, Gaudu e altri specialisti della salita. È però una scrollata di Nibali a far drizzare le antenne a Roglic prima e poi, definitivamente, a Valverde, che con una sparata conclusiva delle sue riporta tutti assieme in vista del Gpm. Discesa tesa ma asciutta, per fortuna senza i soliti incidenti, e poi fase tattica nel piano che costeggia il lago verso Como, fra infiniti mangia e bevi. Se ne vanno Buchmann (quarto in CG al Tour de France!) e il sempre valoroso Tim Wellens, mettendo in luce il fatto che a Valverde resta solo Rubén Fernández e a Bernal il fedelissimo Sosa. Meglio va a Roglic, che deve però spremere a fondo Kuss e Bennett, non fenomenali in pianura. Il gruppo giù dalla Colma si era ridotto a meno di venti unità, ma si va rimpolpando per la poca veemenza della caccia in questo tratto di transizione.
Poco cambia, perché il Civiglio è un vero castigamatti: anzitutto, però, è Nibali a essere castigato dalla sfortuna, quasi casca per una borraccia vagante e scivola in fondo al gruppo nel momento esatto in cui si scatena un forcing davanti. A Vincenzo scende la catena, almeno in termini morali, e dopo un accenno di inseguimento molla botta per passeggiare sereno fino all’arrivo.
Il forcing in testa al selezionato gruppetto, che in breve si mangia i due evasi di cui sopra, lo porta l’ultima pedina di Valverde, un ritrovato Rubén Fernández, talentuoso spagnolo tormentato da infiniti infortuni e dolori cronici. Qui il suo ritmo in salita fa malissimo e in un niente si è all’uno contro uno fra capitani. Ai nomi piu grossi in assoluto, cioè lo stesso Valverde, più Roglic, Fuglsang e naturalmente Bernal, si sommano l’uomo in forma del momento, ovvero Woods della EF1, nonché dei giovani scalatori di belle promesse: Pierre Latour, l’uomo dei rapporti impossibili che fece sudare Contador e Quintana; Jack Haig, il gregario degli Yates che spesso e volentieri va più forte dei capitani (come oggi con Adam, steso dal Civiglio); gli ancor più giovani spauracchi per le grandi montagne, il francese David Gaudu e lo spagnolo Enric Mas. E l’intruso di turno… Bauke Mollema! L’olandese, un predestinato in gioventù, ha raggiunto la maturità collezionando top ten nei GT e in qualche grande classica dal tracciato impervio, anche se le vittorie sono state sporadiche, seppur talora di peso: una tappa alla Vuelta o al Tour, una Classica di San Sebástian. La squalifica del Bisonte Cobo nella Vuelta 2011, oltre a omaggiare il povero Froome nel suo letto d’ospedale, si è tradotta in un podio di GT per Bauke, che così – lo diciamo fra il serio e il faceto – ha ottenuto il passaporto che descrivevamo sopra per viaggiare verso una legittima vittoria del Lombardia. Non pochi i suoi podi, da uomo poco veloce nelle gare di un giorno e da solido contendente senza guizzi nelle gare a tappe più prestigiose, come Tirreno o Svizzera.
Mollema coglie l’attimo, subito dopo una sfuriata di Valverde volta a finalizzare il lavoro di Fernández. Ma mentre lo spagnolo è marcato a uomo, all’olandese si lascia spazio: clamoroso errore. Bauke indovina la scalata della vita, probabilmente stacca il record del Civiglio con i suoi rapportoni e l’andatura a pendolo, poi è una crono fino alle fine (d’altronde l’abbiamo visto campione del mondo pochi giorni fa, nella nuova specialità di crono a staffetta mista per nazioni, con la sua Olanda).
Dietro è Pierre Latour a picchiare duro, un altro che più che ballare dondola sui pedali con un cambio mostruoso. Due, tre, quattro attacchi, lo tallonano sempre, con conseguenti pause di respiro in cui si decide a chi tocchi tirare, e intanto Mollema va. Quando il francese ottiene un provvisorio via libera, è roba da niente: la discesa e il piano precedente il San Fermo riportano tutti assieme.
Ancora asfissia tattica, marcature a uomo, recriminazioni… fra Valverde e Roglic, il tasso di succhiaruotismo è in effetti stellare. Nessuno si prende la responsabilità finché lo sloveno si incavola pesante e piazza uno scatto in pianura mostruoso, seguito da accelerazione tipo manetta aperta. Pare di un altro pianeta, pare minacciare Mollema. Ma la molla di Roglic si scarica e tutti gli altri tornano sotto. Valverde ci prova sul serio, e screma la compagnia: come previsto, restano lui, Woods, Fuglsang, Roglic, e Bernal, fino ad ora poco appariscente. Ma è proprio Bernal che lancerà in fondo al San Fermo la sparata più violenta, seminando solo provvisoriamente gli altri, con Roglic in debito permanente di ossigeno dopo il numero in solitaria. Si rimescolano le carte, per la gioia di un Mollema ormai involato verso le lacrime di gioia, e Valverde ritenta in discesa. Allunga, lo riprendono Bernal e Fuglsang – che batterà in volata. La volata del secondo posto.
Bernal è sul podio, un podio davvero incredibilmente storico, come dicevamo più sopra. Valverde, che fra sei mesi fa quarant’anni, porta a casa il secondo posto di un Lombardia in cui era probabilmente il più forte – non forse il più sveglio – a fare pendant con l’altrettanto clamoroso secondo posto in classifica generale alla Vuelta, il tutto condito da secondi posti pure alla Mi-To, al Gp Beghelli, dietro a Nibali nell’ultima tappa alpina del Tour, nella generale dei giri a tappe di Valencia e Murcia e via dicendo (un paio di “corsette” le ha vinte comunque, una tappa alla Vuelta e il campionato nazionale più tappa e generale alla Route du Sud). Fuglsang, quarto, si conferma alla miglior stagione della carriera, 34enne, con Liegi e Delfinato, tappe a Vuelta e Tirreno, posti d’onore a Strade Bianche e Freccia. Roglic finisce settimo ma è stato il vero faro della corsa: poco aggressivo, forse, ma tutti guardavano lui. Se ne lamenterà a fine gara, però tocca abituarsi: chiude l’anno come il numero uno al mondo. Lui e Bernal portano allori a questo Lombardia, che a sua volta li glorifica come corridori a tutto tondo.
Giovanni Visconti è il miglior italiano, a stento nei venti. Peggior risultato di tutti i tempi per i corridori di casa in questa corsa. Adesso che (forse) abbiamo salvato, almeno in parte, il patrimonio delle gare italiane, ci sarà da salvare il movimento dei corridori. La strada da fare non è poca.

Gabriele Bugada

Lattacco di Mollema sulla salita di Civiglio (foto Bettini)

L'attacco di Mollema sulla salita di Civiglio (foto Bettini)

12-10-2019

ottobre 12, 2019 by Redazione  
Filed under Ordini d'arrivo

GIRO DI LOMBARDIA

L’olandese Bauke Mollema (Trek – Segafredo) si è imposto nella corsa lombarda, Bergamo – Como, percorrendo 243 Km in 5h52′59″ alla media di 41.31 Km/h. Ha preceduto di 16″ lo spagnolo Alejandro Valverde Belmonte e il colombiano Egan Arley Bernal Gómez. Miglior italiano Giovanni Visconti (Neri Sottoli – Selle Italia – KTM), 17° a 2′08″

TACX PRO CLASSIC / RONDE VAN ZEELAND

L’olandese Dylan Groenewegen (Team Jumbo-Visma) si è imposto nella corsa olandese, Middelburg – Neeltje Jans, percorrendo 204.6 Km in 4h29′18″ alla media di 45.58 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’italiano Elia Viviani (Deceuninck – Quick Step) e il connazionale Arvid de Kleijn.

FATIH SULTAN MEHMET EDIRNE RACE

Il turco Onur Balkan (nazionale turca) si è imposto nella corsa turca percorrendo 124.4 Km in 2h57′25″ alla media di 42.07 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’azero Samir Jabrayilov (nazionale azera) e il connazionale Ahmet Örken (nazionale turca).

TOUR OF TAIHU LAKE (Cina)

Il neozelandese Dylan Kennett (St George Continental Cycling Team) si è imposto nella terza tappa, Huzhou – Changxing, percorrendo 117 Km in 2h24′31″ alla media di 48.58 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’estone Mihkel Räim e l’algerino Youcef Reguigui. Miglior italiano Matteo Pelucchi (Androni Giocattoli – Sidermec), 6°. Kennett è ancora leader della classifica con 27″ sull’austriaco Matthias Brändle e 33″ su Räim. Miglior italiano Imerio Cima (Nippo Vini Fantini Faizanè), 9° a 42″

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