23-11-2020

novembre 24, 2020 by Redazione  
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VUELTA AL ECUADOR

L’ecuadoregno Cristian Alexander Toro Caicedo (Movistar Team Ecuador) si è imposto nella prima tappa, Los Bancos – Pedernales, percorrendo 177.5 Km in 4h16′30″ alla media di 41.43 Km/h. Ha preceduto di 5″ il guatemalteco Esdras Donaldo Morales Pinzon (nazionale guatemalteca) e di 7″ il connazionale Rommel Andrés Caza Viteri (Best PC Ecuador). Nessun italiano in gara. Toro Caicedo è il primo leader della classifica con 9″ su Morales Pinzon e 13″ su Caza Viteri

22-11-2020

novembre 22, 2020 by Redazione  
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GRAND PRIX CHANTAL BIYA (Camerun)

Il burkinese Paul Daumont (nazionale burkinese) si è imposto nella quinta ed ultima tappa, Sangmelima – Yaoundé, percorrendo 166.4 Km in 4h05′18″ alla media di 40.70 Km/h. Ha preceduto allo sprint il camerunense Hervé Raoul Mba (SNH Vélo Club) e il connazionale Saidou Bamogo ((nazionale burkinese). Nessun italiano in gara. Il ruandese Moise Mugisha (nazionale ruandese) si impone in classifica con 39″ sullo slovacco Lukáš Kubiš (nazionale slovacca) e 45″ sul camerunense Clovis Kamzong (SNH Vélo Club)

21-11-2020

novembre 21, 2020 by Redazione  
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GRAND PRIX CHANTAL BIYA (Camerun)

Il ruandese Moise Mugisha (nazionale ruandese) si è imposto nella quarta tappa, Zoétélé – Meyomessala, percorrendo 116.4 Km in 2h46′33″ alla media di 41.93 Km/h. Ha preceduto di 5″ lo slovacco Lukáš Kubiš (nazionale slovacca) e di 11″ il connazionale Rnus Byiza Uhiriwe (nazionale ruandese). Nessun italiano in gara. Mugisha è ancora leader della classifica con 39″ su Kubiš e 45″ sul camerunense Clovis Kamzong (SNH Vélo Club)

20-11-2020

novembre 20, 2020 by Redazione  
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GRAND PRIX CHANTAL BIYA (Camerun)

Lo slovacco Lukáš Kubiš (nazionale slovacca) si è imposto nella terza tappa, Yaoundé – Ebolowa, percorrendo 167 Km in 3h51′36″ alla media di 43.26 Km/h. Ha preceduto allo sprint il camerunense Clovis Kamzong (SNH Vélo Club) e il ruandese Moise Mugisha (nazionale ruandese). Nessun italiano in gara. Mugisha è ancora leader della classifica con 34″ su Kubiš e Kamzong

19-11-2020

novembre 19, 2020 by Redazione  
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GRAND PRIX CHANTAL BIYA (Camerun)

Il burkinese Paul Daumont (nazionale burkinese) si è imposto nella seconda tappa, Akonolinga – Abong-Mbang, percorrendo 139.5 Km in 3h21′29″ alla media di 41.54 Km/h. Ha preceduto allo sprint lo slovacco Lukáš Kubiš (nazionale slovacca) e l’ivoriano Issiaka Cissé (nazionale ivoriana). Nessun italiano in gara. Il ruandese Moise Mugisha (nazionale ruandese) è ancora leader della classifica con 34″ su Daumont e Kubiš

18-11-2020

novembre 19, 2020 by Redazione  
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GRAND PRIX CHANTAL BIYA (Camerun)

Il ruandese Moise Mugisha (nazionale ruandese) si è imposto nella prima tappa, circuito di Douala, percorrendo 95.9 Km in 2h15′41″ alla media di 42.41 Km/h. Ha preceduto allo sprint il camerunense Michel Tientcheu (SNH Vélo Club) e di 44″ il camerunense Rodrigue Eric Kuere Nounawe (nazionale camerunense). Nessun italiano in gara. Mugisha è il primo leader della classifica con lo stesso tempo di Tientcheu e 44″ su Kuere Nounawe

VUELTA 2020: LE PAGELLE

novembre 10, 2020 by Redazione  
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Ecco le ultima pagelle di questa rivoluzionata stagione, quella della Vuelta terminata domenica con la seconda vittoria consecutiva dello sloveno Primož Roglič

PRIMOŽ ROGLIČ: La beffa al Tour de France gli ha fatto bene, un’esperienza che lo ha fortificato e reso implacabile. Vince la Vuelta 2020 di intelligenza e sagacia tattica non lasciando nulla al caso. Attacca dove meno te lo aspetti, è micidiale a crono e raccoglie abbuoni dappertutto, fatto gli consente di vincere anche la classifica a punti. La Slovenia con Roglič e Pogačar è ormai il faro delle corse a tappe. VOTO: 10

HUGH CARTHY: Il britannico della EF Pro Cycling è il mattatore sull’Angliru, un corridore brutto da vedere sulla bici ma che aggrada per il temperamento aggressivo in corsa. Un terzo posto in classifica generale che gli fa bene e che lo merita tutto. VOTO: 8

DAVID GAUDU: Un’ottima Vuelta per il giovane francesino agli ordini di Madiot. Due tappe importanti vinte e un’ottavo posto in classifica generale sono buoni presupposti per il prosieguo della sua carriera ciclistica, dove si dovranno anche rivedere le gerarchie in casa Groupama – FDJ tra lui e Pinot. VOTO: 7,5

TIM WELLENS: Quando decide di attaccare fa male. Vince due tappe in questa edizione della corsa iberica, la prima di gran classe a Sabiñánigo e la seconda a Ourense battendo un gruppetto allo sprint. Corridore efficace e talentuoso. VOTO: 7,5

DANIEL MARTIN: Il trentaquattrenne irlandese dice ancora la sua. Vince una tappa, quella della Laguna Negra de Vinuesa, e riesce a centrare un quarto posto in classifica generale che si merita pienamente. VOTO: 7

PASCAL ACKERMANN: Il tedescone è il re delle volate di questa Vuelta 2020. Poche le chances per i velocisti, ma il corridore della Bora Hansgrohe centra due vittorie su quattro. Sua la firma nella tappa finale di MAdrid. VOTO: 7

RICHARD CARAPAZ: Perde il duello con Roglič, pur dimostrando di non essere inferiore in salita allo sloveno, ma la testa, il coragggio e l’astuzia non sono pari al rivale. Attacca in ritardo sulla Covatilla e l’amarezza è tanta, come gli abbuoni persi per strada. VOTO: 7

SEPP KUSS: L’olandese della Jumbo-Visma è ormai un punto fermo per Roglič. Quando la strada sale lui c’è sempre a fianco del capitano, a volte bisogna fermarlo tanta è la gamba che gli scappa. VOTO: 7

ALEJANDRO VALVERDE: Si sprecano gli aggettivi per il quarantenne murciano alla sua ventottesima partecipazione in un Grande Giro di tre settimane. Non riesce a vincere alcuna tappa, ma riesce ad entrare nella top ten finale. Chapeau. VOTO: 6,5

ENRIC MAS: Lo spagnolo era il capitano della Movistar e, come dimostrato in passato, corre con giudizio ma con pochi guizzi. Un buon quinto posto per il venticinquenne, ma se vuole raccogliere qualcosa d’importante deve cambiare attaggiamento in corsa. Vince la classifica riservata ai giovani. VOTO: 6,5

FELIX GROSSSCHARTNER: Dopo le fatiche del Tour si ritrova in Spagna coi gradi di capitano. Sfiora la vittoria a Suances, dove viene battuto da Roglič allo sprint. Nono posto in generale strameritato. VOTO: 6,5

JASPER PHILIPSEN: Il belga è tra i velocisti più resistenti e attenti in Spagna, molti piazzamenti e una vittoria allo sprint a Puebla de Sanabria dove uccella Ackermann. Un buon biglietto da visita per il ventiduenne della UAE-Team Emirates per le stagioni successive. VOTO: 6,5

MARC SOLER: Il capitano in casa Movistar è Mas e così il buon Soler cerca di sfruttare le occasini buone quando ha carta bianca. Trionfa a Lekunberri e ci va vicino sulla Ferrapona. VOTO: 6,5

MICHAEL WOODS: Il canadese è un cacciatore di tappe fenomenale, anima sempre le tappe e raramente non riesce a conquistare un buon piazzamento. Vince una tappa e ne sfiora altra due. VOTO: 6,5

DAVID DE LA CRUZ: La UAE – Team Emirates punta sullo spagnolo per la classifica generale, non gli chiedono miracoli ma solo un piazzamento dignitoso. Lui li accontenta. VOTO: 6

DORIAN GODON: Il giovane ventiquattrenne prova a salvare la Vuelta di un Ag2r LaMondiale negativa e falcidiata dai ritiri. Scatenato nell’ultima settimana, entra sempre nella fuga di giornata; purtroppo per lui le gambe non sono ai livelli degli avversari. Buona l’intenzione. VOTO: 6

GUILLAME MARTIN: Il parigino si divide tra l’ambizione di vincere una tappa importante e far classifica, sfiora la vittoria di tappa in più occasioni e non riesce a far classifica. In futuro gli conviene aver le idee più chiare. Vince la classifica scalatori. VOTO: 6

ION IZAGIRRE: L’esperto spagnolo timbra come sempre il cartellino. VOTO: 6

MAGNUS CORT: A Ciudad Rodrigo i velocisti saltano ma lui no e riece a far sua una tappa anche in questa Vuelta. VOTO: 6

MARK DONOVAN: Il britannico del Team Sunweb ha solo ventuno anni, eppure non ha timori ad attaccare e a ritagliarsi i suoi spazzi. Buoni piazzamenti nel suo primo Grande Giro. VOTO: 6

SAM BENNETT: Nelle poche occasioni che ha il velocista della Deceunick Quick-Step riesce a mettere lo zampino a Ejea de los Caballeros; purtroppo per lui non si ripeterà più perdendo lo scettro di miglior velocista della Vuelta a favore di Ackermann. VOTO: 6

WOUT POELS: Si ritrova capitano della Bahrain McLaren e, pur senza lo smalto degli anni d’oro, riesce comunque a far classifica. VOTO: 6

ALEKSANDR VLASOV: Lo sfortunatissimo kazako del Team Astana si ritrova in Spagna dopo i problemi di salute al Giro d’Italia, che lo avevano costretto al ritiro durante la seconda tappa. La condizione non è al meglio, si fa vedere con azioni interessanti, soprattutto sull’Angliru. Non riesce però ad entrare nella top ten della Vuelta. VOTO: 5,5

CHRIS FROOME: Si mette a disposizione di Carapaz, ma il keniano è lontano dalla condizione migliore e l’ombra del dubbio che non vedremo più il Froome che conoscevamo è sempre più incalzante. VOTO: 5,5

MATTIA CATTANEO: Il lombardo della Deceuninck QuickStep ci prova, attacca, tiene duro, stringe i denti, ma i risultati latitano. VOTO: 5,5

RUI ALBERTO FARIA DA COSTA: Pochissimi sprazzi e nulla più. VOTO: 5

JAN HIRT: Arriva in Spagna dopo aver corso il Tour de France e si ritrova con gambe pesanti che lo relegano ad una condizione ”fantasma” che lo porterà a correre una Vuelta in totale anonimato. VOTO: 5

MIKEL NIEVE: Prova a far classifica per la Mitcheton-Scott, le gambe però lo tradiscono. VOTO: 5

NIKLAS EG: Il giovane danese della Trek-Segafredo ha talento e lo ha dimostrato tra gli under23: purtroppo dopo il salto tra i professionisti non riesce a dimostrarlo. Annata negativa. VOTO: 5

ESTEBAN CHAVES: Il quarto posto nella prima tappa di Arrate faceva ben sperare, il nono posto sull’Alto de Moncalvillo sembrava relegarlo tra i pretendenti per un posto in top ten generale. Invece, nella terza settimana incassa solo un crescendo di delusioni. VOTO: 4,5

Luigi Giglio

ROGLA TORNA RE: ANCORA IN PIEDI ALLA 17ESIMA RIPRESA CONTRO CARAPAZ

novembre 9, 2020 by Redazione  
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Vuelta bella, godibile nei paesaggi autunnali inconsueti rispetto allo stereotipo spagnolo, da subito animatissima anche se via via appiattitasi nella terza settimana. Prova di forza fisica e mentale di Roglič, ma anche dell’organizzazione e del ciclismo tutto contro la pandemia.

Roglič non resta giù. Lo sloveno, reduce dal brutale KO del Tour, non rincasa a leccarsi le ferite, e anzi prolunga fino all’estremo una stagione certamente concentratissima, ma da lui corsa a pieno gas dalla prima all’ultima gara. Un approccio generoso che ha dato adito fin da subito a colpi a effetto e docce gelate, in un ottovolante di sensazioni che ha ravvivato una stagione nel complesso non così brillante per i grandi giri. Primoz era già apparso in forma, forse troppo in forma, fin dai campionati nazionali sloveni, in cui lo scambio di colpi a sorpresa con Pogačar, strappandosi la vittoria l’uno nel terreno favorito dell’altro, pareva una mera curiosità di un ciclismo tardivamente sbocciato al sole di giugno. Invece quella sparata finale in salita di Roglič e quella crono di Pogačar erano il presagio di ben più roboanti fatti futuri, oltreché una prima chiave di lettura di una stagione che sarebbe stata improntata, per il campione sloveno, a un’ottica pugilistica, di colpi dati e incassati ripresa dopo ripresa, tenendosi sulle gambe fino allo stremo, per poi essere giustiziato o salvato proprio sul gong.
Il Tour è nei libri di storia e non serve ripassarlo; quindi c’è stato quel Mondiale con un finale al gancio, con Roglič tramortito dagli scattisti in salita e soprattutto, nel dopogara, dalle folle social dei belgi infuriati. Poi, la risalita. Alla Liegi ancora a incassare, reggere, recuperare, ma stavolta rimanendo in gioco nel gruppo di testa fino all’ultimissima ripresa, e lì, quando la campana della vittoria già suonava nelle orecchie di Alaphilippe, ma un istante prima che rintoccasse davvero, il guizzo, quel crederci per un paio di pedalate ancora, il colpo di reni che regala un Monumento insperato.
E ora, la doppia doppietta. “Doppietta” in primo luogo perché con la Vuelta 2020 Roglič si associa a Di Luca 2007 e Cunego 2004 nel comporre un trio di atleti che, unici nell’ultimo quarto di secolo, hanno saputo vincere un Grande Giro e una Classica Monumento nel corso della medesima stagione. Un tipo di accoppiata che non era così stravagante fino alla metà degli anni Novanta, con Bugno, Jalabert, Rominger e Berzin (nel suo anno magico) ancora capaci di proporla nel volgere di un solo lustro, ma poi divenuta progressivamente – con l’imporsi della specializzazione estrema – una vera e propria peculiarità, a maggior ragione se immaginiamo che fra i vincitori di Grandi Giri degli anni Duemila solo Nibali, Valverde e Vinokourov han saputo vincere, pur in anni differenti, una classica Monumento. L’accoppiata, come detto, è una vera perla, e testimonia della qualità di un atleta che in questa Vuelta più che mai ha dimostrato, come vedremo, di essere davvero a tutto tondo.
“Doppietta” è anche sapersi confermare come vincitore della maglia “roja” per la seconda stagione filata: questo genere di filotti è piuttosto comune nel Tour de France, per sua natura gara più prevedibile e soggetta a un dominio economico-atletico che si autoalimenta e perpetua se stesso. Non a caso il Giro, gara dal carattere sostanzialmente opposto alla sorella francese, in mezzo secolo non ha registrato altre vittorie “back to back” se non quelle di Indurain e Merckx. La Vuelta, invece, è gara giovane quanto a spessore internazionale, e i primi personaggi di caratura internazionale a interessarvisi con costanza, non come semplice escursione puntuale, furono i grandi svizzeri Rominger e Zülle, che la razziarono, come pure seppe poi imporsi a ripetizione un purosangue quale fu Roberto Heras. Da quindici anni in qua, tuttavia, l’incremento travolgente di internazionalità e investimento tecnico avevano reso inaccessibile qualsivoglia bis consecutivo, nonostante le partecipazioni reiterate, quasi insistite, dei principali pezzi da novanta nel campo delle corse a tappe, che si chiamassero Froome o Valverde, Nibali o Contador, Menchov o Quintana. Confermarsi significa imporsi a circostanze e avversari anche assai differenti.
Quando parliamo di “confermarsi”, non possiamo neppure scordare che Roglič ha vinto 9 delle ultime 14 gare a tappe da lui disputate: c’è un ritiro al Dauphiné, e delle quattro “sconfitte” restanti tre sono podi, più un quarto posto, anche se proprio quel 4º al Tour 2018 nemmeno può definirsi un brutto risultato, e giunse probabilmente meno sgradito del 2º al Tour 2020. Dall’aprile del 2018, molto pochi ciclisti possono vantarsi di aver concluso una gara a tappa davanti a Roglič, e in questo senso si vede in altra prospettiva anche quel secondo posto di Nibali davanti allo sloveno nel Giro 2019. Con negli occhi un 2020 in cui si fatica a riconoscere lo Squalo e ci si chiede se avesse senso imbarcarsi a competere una stagione in più, è interessante vedere in questa Vuelta e in questo Roglič un termine di paragone per comprendere a quale livello si potesse ancora esprimere Nibali solamente la stagione scorsa, e dunque le logiche aspettative scontratesi con un anno decisamente complicato.
Va detto, ad ogni modo, che Roglič è sempre stato supportato, e così pure in questa Vuelta, da una squadra superlativa: meno qui che al Tour, indiscutibilmente, ma qui con più intelligenza nella gestione tattica. Questo spiega perché, in realtà, il dominio di Roglič non riesca così innaturale, tutto sommato: nel tempo è andato affinando il suo ruolo di terminale in un dispositivo efficace, finalizzando con attacchi che si apprezzano perché svariano su ogni tipo di terreno, ma che, d’altro canto, sono pure progressivamente meno profondi quanto a estensione. Si rimpiange, in un certo senso, la memorabile tappa del Tour 2018 che pure non lo portò più in su del quarto posto. E viene da chiedersi se tornerà a confrontarsi con il Giro, certamente la gara più ostica quando si parla di profondità dell’azione, l’esatto opposto delle fucilate finali ormai spesso imperanti al Tour come da sempre lo sono alla Vuelta.
Fra le altre cose, in questa Vuelta si consuma anche la vendetta da parte di Primoz, puramente sportiva nel suo caso (a differenza di quella di matrice extrasportiva made in Movistar), su Richard Carapaz. I pesi massimi di questa Vuelta erano chiaramente loro due, con un Mas ancora acerbo poco supportato dai co-capitani Soler e Valverde votati all’ambizione personale, sia pure spettacolare nel caso del primo, e più appannata per un Valverde ormai decisamente agguantato per la sella dall’età: l’obiettivo del vecchio volpone Alejandro, peraltro raggiunto, era però raggiungere il record all-time di piazzamenti fra i dieci di un Grande Giro, ben 20 volte in carriera (mai nessuno come lui, surclassando grandi longevi come Bartali o Gimondi a 18, così come bei regolaristi recenti quali Nibali o Sastre a 15). Bei comprimari gli anglosassoni Hugh Carthy e Dan Martin, capaci di vincere una tappa di montagna ciascuno oltreché di piazzarsi in top 5: tuttavia sono più che altro un riflesso del livello generalmente non eccelso della lotta per la generale, per ragioni simmetriche. Dan Martin non è mai stato davvero un uomo da tre settimane, e men che meno a 34 anni compiuti: raggiunge qui il suo miglior piazzamento di sempre in un Grande Giro. Carthy è un fenomeno della salita, ha molta esperienza in Spagna e in Asturias in particolare, e sta entrando ora, a 26 anni, nel suo picco atletico. Il suo attacco sull’Angliru è rimasto negli occhi. Sono però ancora molte le lacune tattiche e nell’approccio di corsa che devono essere limate: basti pensare – e qui entriamo in cronaca – ai quasi 30” incassati da Carthy nella passerella di Madrid, per una distrazione che gli fa pigliare un buco fra le ultime curve. Il cuscinetto su Dan Martin era confortante, un paio di minutini, ma con una classifica così corta non era certo il caso di lasciarsi andare a queste sviste dell’ultimo km su oltre tremila percorsi, e rischiando proprio il podio. Un aneddoto, certo, ma anche un dato sintomatico.
Con questi avversari, pregevoli ma non travolgenti, è stata anche più appassionante del previsto l’alternanza in maglia di leader fra Roglič e Carapaz, un vero e proprio duello da boxe cinematografica.
Roglič esordisce con un diretto alla mandibola alla prima ripresa, nella mitica tappa basca di Arrate, dove gli sforzi del trenino Ineos vengono ribaltati da un attacco nella breve discesa finale che porta lo sloveno subito avanti con autorità. La Vuelta ridisegnata comincia con tappe immediatamente selettive e appassionanti, portando subito a mille il livello di adrenalina e attenzione degli appassionati. Una via l’altra si succedono tappe dal finale complicato: salite vere quasi sterrate a precedere un finale mosso, e Roglič agguanta un abbuono dietro all’evaso Soler; poi ancora un arrivo in salita, e altro abbuono per Roglič battuto solo dallo scatto esperto di Dan Martin. I Jumbo dominano in testa al peloton. Ma basta una tappa di pioggia battente, su un tracciato che ricalca quella giornata del Formigal in cui Froome e Sky affondarono sotto i colpi da lontano di Quintana e Contador, per scompaginare le carte. Problemi con l’abbigliamento, imprevisti tecnici, squadra disunita, qualche giro a vuoto nell’alimentazione, e, dietro ai fuggitivi di giornata che conquistano la tappa, Carapaz stravince il round andando in maglia “roja”. Nella seconda settimana Roglič diventa un martello. Si porta a casa due tappe in tre giorni, un arrivo in salita rognoso e un insidioso finale da pura classica. Torna leader. Non risparmia energie pur con davanti un fine settimana tremendo fra i monti asturiani: a questo proposito, e osservando nel complesso queste prime due settimane – con le loro tappe mosse, arrivi in discesa e salite tecniche – possiamo dire che, a dispetto di qualche incertezza nel disegno, specie nella disposizione spaziotemporale delle tappe, la Vuelta ha fatto passi da gigante nel tracciare ciascuna di esse. Finalmente compaiono salite concatenate, chilometraggi rispettabili. Meno inutili rampe di garage isolate come ascesa finale e più trappole.
Se la Farrapona delude un po’ (capita), l’Angliru anche in assenza di enormi faville regala spettacolo visuale e ciclistico: siamo alla 12esima ripresa, ma questo è un pugilato di ultraresistenza e bisogna farne 18! Roglič cede, subisce, recupera, ma alla fine è dietro. Carapaz di nuovo in testa. Non è finita.
Arriva la crono con cui Roglič è in predicato di chiudere la gara. Piattone con muro finale. E dopo la sezione piatta Roglič guadagna poco, troppo poco. Tira aria di Tour. Di crisi di testa. Ma lo sloveno si è tenuto tutto per gli ultimi duemila metri, una parete con punte del 30%. E stavolta, invece che incagliarsi, propone una sparata con cui surclassa totalmente la concorrenza, mangiandosi anche la tappa. La quarta su tredici.
Sembra fatta, ma il vantaggio è poco. Il resto dell’ultima settimana, fino all’arrivo in salita del sabato, è interlocutorio. Tappe potenzialmente insidiose, ma la Jumbo è solida e soprattutto nessuno l’assalta davvero. Scelta curiosa, questa di proporre una settimana conclusiva più di fatica che di selezione, con poca salita vera. Forse gli organizzatori cercavano la magia, l’ennesimo Fuente Dé. Ma qui non ci sono i requisiti. L’unica squadra ad averne i mezzi è quella Movistar sempre più in bambola dal punto di vista strategico e spesso assolutamente incapace di costruire questi contesti. È comunque inquietante questa tendenza che filtra dalla matrice ASO di alleggerire la terza settimana dei Grandi Giri, per fortuna con il Giro a costituire una vera e propria irriducibile resistenza di segno opposto. Certamente nel caso della Vuelta si è vissuto un vero anticlimax che ha smorzato il ricordo di una prima parte (due terzi) davvero notevole.
L’ultima tappa prima della passerella finale è bellissima, ma nessuno la sfrutta davvero fino ai -3 km quando Carthy e Carapaz fan partire la tipica gragnuola di colpi dell’ultimo round. Siamo alla 17esima ripresa e Roglič barcolla. I suoi secondi che lo supportano abitualmente, Kuss e Bennett, sono nel pallone, già saltati. Il vento contro è tremendo, Carapaz se ne va e scava un solco crescente. La pedalata di Roglič è quella della Planche al Tour, da KO tecnico. Da colpito e affondato. Ma ecco un compagno dal nulla: era in fuga. Un respiro, un sollievo per le gambe in fiamme che possono ritrovare fluidità, sbloccarsi. E poi la cavalleria azzurra: i Movistar si mettono a tirare per Rogla. O meglio, contro Carapaz, che se ne andato malamente l’anno scorso dal Team Movistar in un clima da psicodramma. Gestaccio di rancore, brutto in sé, ma da romanzo del ciclismo, che titilla lo spettatore. Anche un gesto decisivo? Quasi certamente no. Quando vede la flamme rouge, Primoz riaccende i suoi reattori da finale a tutta e si rialza da terra. L’arbitro aveva appena cominciato a contare. E siamo già all’indomani. Suona la campana del circuito di Madrid, ultimo giro, la Vuelta è di Roglič. Rialzatosi ancora una volta per finire la stagione, probabilmente, come il miglior ciclista dell’anno – nonostante Pogačar! (in una stagione dai molti cadidati e tutti plausibilissimi, divisa fra chi ha vinto “poco” ma grandiosamente e decisivamente, come Pogačar o van der Poel, e chi ha fatto tantissimo, ma con la sensazione che sia sfuggito di mano irreparabilmente fra le dita quell’uno con cui far trentuno, come per Alaphilippe o Van Aert).
La tappa finale la vince Ackermann su Bennett, ma francamente, oltre allo svarione di Hugh Carthy già riferito, non c’è altro da annotare in cronaca: i duelli fra velocisti, francamente, non han detto moltissimo in questa edizione. Lo stesso Ackermann dice di considerarsi “fermo” a una vittoria, non accettando in pieno una assegnatagli in precedenza per squalifica altrui. Se prendiamo per buona la sua parola, potremmo quasi dire che tutti gli sprinter sono fermi alla casella “uno”, mentre il solo Rogla di tappe ne ha vinte quattro (non per nulla conquista la maglia a punti e ci ride sopra, definendosi scherzosamente in più interviste come “uno sprinter”). In effetti, c’è stato di che lustrarsi gli occhi molto di più con la doppietta di Tim Wellens, ciclista favoloso di cui c’eravamo un po’ scordati per l’infortunio che gli ha impedito di correre il Tour, oppure con la duplice vittoria in salita del giovanissimo francese Gaudu, scalatore 24enne peso piuma che comincia a trasferire fra i pro lo scintillio dei suoi trionfi giovanili. Grimpeur di razza come l’altro francese Guillaume Martin, che dopo un bel Tour si porta a casa qui la maglia dei GPM, dominata a forza di fughe fiume e scatti in salita, prospettandosi quale degno erede di Moncoutié. Per l’Italia, c’è un po’ di malinconia, ricordando le soddisfazioni che la Vuelta aveva schiuso in passato rivelando il talento di Nibali e quello, più fugace, di Aru, ma anche confermando lo spessore internazionale dei Trentin, Ballan, Cunego, Di Luca, De Marchi e tanti altri… da due edizioni, invece, siamo a zero tappe e zero uomini in top ten. Stavolta un propositivo Mattia Cattaneo, piaciuto come cane sciolto in Quickstep, fa 17esimo pur cacciando la tappa: ma nei primi 40 c’è solo lui, e l’anno scorso non c’era nessuno. La Vuelta è pur sempre un Grande Giro e il sintomo comincia a essere estremamente preoccupante per il nostro ciclismo, ancor più essendosi trattato tradizionalmente di un terreno amico.

Gabriele Bugada

Il podio della Vuelta 2020 (Getty Images)

Il podio della Vuelta 2020 (Getty Images)

08-11-2020

novembre 8, 2020 by Redazione  
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VUELTA A ESPAÑA

Il tedesco Pascal Ackermann (Bora – Hansgrohe) si è imposto nella diciottesima ed ultima tappa, Ippodromo della Zarzuela – Madrid, percorrendo 139.6 Km in 3h28′13″ alla media di 40.23 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’irlandese Sam Bennett (Deceuninck – Quick Step) e il connazionale Max Kanter (Team Sunweb). Unico italiano rimasto in gara Mattia Cattaneo (Deceuninck – Quick Step), 90° a 36″. Lo sloveno Primož Roglič (Team Jumbo-Visma) si impone in classifica con 24″ sull’ecuadoregno Richard António Carapaz Montenegro (INEOS Grenadiers) e 1′15″ sul britannico Hugh Carthy (EF Pro Cycling). Miglior italiano Cattaneo, 17° a 17′45″

CERATIZIT CHALLENGE BY LA VUELTA

L’italiana Elisa Balsamo (Valcar – Travel & Service) si è imposta nella terza ed ultima tappa, circuito di Madrid, percorrendo 98.6 Km in 2h16′49″ alla media di 43.24 Km/h. Ha preceduto allo sprint l’olandese Lorena Wiebes (Team Sunweb) e l’italiana Marta Bastianelli (Alé BTC Ljubljana). La tedesca Lisa Brennauer (Ceratizit-WNT Pro Cycling) si impone in classifica con 12″ sull’italiana Elisa Longo Borghini (Trek-Segafredo Women) e 13″ sull’olandese Ellen van Dijk (Trek-Segafredo Women).

LA ETAPA DEL DÍA: HIPÓDROMO DE LA ZARZUELA – MADRID

novembre 8, 2020 by Redazione  
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L’edizione 2020 della Vuelta si conclude con quasi tre settimane di gara con la consueta passarella sulle strade di Madrid, occasione d’oro per i velocisti su di un traguardo prestigioso al pari di quelli di Milano e Parigi

Anche la Vuelta è arrivata al suo ultimo capitolo, un capitolo inutile e già scritto perchè sarà una fotocopia delle tappe conclusive dei Grandi Giri, vissute dai corridori come un’ultima giornata di scuola, quando non si ha più voglia di studiare e già si pensa alle meritate vacanze estive. La tappa vivrà, quindi, sul solito clichè delle passerelle conclusive, che prevede la partenza al piccolo trotto e l’aumento della velocità solo una volta entrati nel circuito finale di Madrid, un anello di 6 Km che dovrà essere ripetuto 5 volte a completamento degli ultimi 140 Km della Vuelta 2020, tassello conclusivo di un puzzle lungo quasi 2900 Km. Difficilmente oggi si riuscirà a sfuggire al ferreo controllo delle squadre dei velocisti, naturali favoriti su di un percorso che proporrà per loro, quali uniche insidie, le due curve ad U che movimentano il circuito finale, l’ultima delle quali da superare immediatamente prima del passaggio sotto lo striscione dell’ultimo chilometro, insidia che gli sprinter ben conoscono anche perchè il traguardo in Plaza de Cibeles viene proposto da diversi anni qualche ultima meta della corsa spagnola.

METEO

Hipódromo de la Zarzuela: nubi sparse, 13.9°C (percepiti 13°C), vento debole da S (6 Km/h), umidità al 78%
Madrid – 1 passaggio (110.1 Km): cielo coperto, 15.1°C (percepiti 14°C), vento debole da SSW (6 Km/h), umidità al 71%
Madrid (arrivo – 165.6 Km): cielo coperto, 14.8°C (percepiti 14°C), vento debole da SSW (6 Km/h), umidità al 72%

GLI ORARI DELLA VUELTA

Segnaliamo che la corsa non sarà seguita dalla RAI

13.30: partenza dall’ippodromo della Zarzuela a Madrid
14.35: inizio diretta su Eurosport 1
16.15-16.40: primo passaggio dal traguardo di Madrid
16.25-16.50: secondo passaggio dal traguardo di Madrid (traguardo volante)
16.35-17.00: terzo passaggio dal traguardo di Madrid
16.45-17.10: quarto passaggio dal traguardo di Madrid
16.55-17.20: quinto passaggio dal traguardo di Madrid
17.00-17.30: arrivo a Madrid

UN PO’ DI STORIA

Madrid è inevitabilmente la località più gettonata dalla Vuelta, come capita con Parigi per il Tour e con Milano con il Giro. Mentre la corsa francese non ha mai mancato l’appuntamento nella capitale per l’atto conclusivo, in Spagna in parecchie occasioni si è scelta una meta finale differente, come capitato anche con la Corsa Rosa che talvolta ha “tradito” il capoluogo lombardo. Successe in particolare nel periodo nel quale la Vuelta fu organizzata dal quotidiano basco “El Correo”, che tenne le redini dalla corsa dal 1955 al 1978, 23 anni nel corso dei quali Madrid accolse l’arrivo dell’ultima tappa solo in quattro occasioni (1958, 1963, 1964 e 1971). In quel periodo la parte del leone la fece ovviamente Bilbao che, in quanto sede del quotidiano organizzore, ospitò la tappa conclusiva ben 13 volte, seguita a ruota dall’altra nota cittadina basca di San Sebastián, dove la Vuelta terminò in 6 occasioni. Oltre ai quattro arrivi a Madrid, l’unica altra intrusa nel periodo basco fu Miranda de Ebro, centro della Castiglia dove si concluse l’edizione del 1977. Con il passaggio di consegne tra El Correo e Unipublic, che ha la sede alle porte della capitale spagnola, a partire dal 1979 Madrid tornerà ad essere sede stabile della frazione conclusiva con le eccezioni delle edizioni del 1985 (Salamanca), del 1986 (Jerez de la Frontera), del 1993 e del 2014, queste ultime due terminate a Santiago di Compostela. In quanto ai vincitori a Madrid, gli italiani sono stati sette ma le vittorie otto perchè Alessandro Petacchi ha conquistato uno strepitoso bis imponendosi nel 2003 e nel 2005: gli altri sono stati Celestino Camilla nel 1942, Donato Piazza nel 1955 (lo stesso giorno di una cronosquadre pomeridiana vinta dalla squadra A della nazionale azzurra), Nino Assirelli nel 1960, Daniele Bennati nel 2007, Matteo Trentin nel 2017 ed Elia Viviani nel 2018

Il palazzo reale di Madrid e, in trasparenza, laltimetria dellultima tappa (www.viajarmadrid.com)

Il palazzo reale di Madrid e, in trasparenza, l'altimetria dell'ultima tappa (www.viajarmadrid.com)

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