MOENA – ORTISEI: OTTANT’ANNI DI EMOZIONI IN EN(ROSA)DIRA

Ottant’anni fa si disputava la prima tappa dolomitica della storia. Il Giro celebrerà quest’anniversario nell’anniversario con una tappa breve ma intensa, che nel tratto iniziale porterà i corridori sui grandi passi – nell’ordine Pordoi, Falzarego e Gardena – per poi riservare nel finale salite meno note ma più “cariche” di pendenze che, pur non essendo estreme, sicuramente proporranno quelle emozioni che solo le ascese dei Monti Pallidi sanno donare.

Il 2017 non è soltanto l’anno della centesima edizione della corsa rosa. Esattamente il 26 maggio, il giorno successivo a questa frazione, cadrà un altro importante anniversario, quello della prima tappa dolomitica della storia. Correva l’anno 1937 e la Vittorio Veneto – Merano attraverso i passi Rolle e Costalunga fu ideata dall’allora direttore Armando Cougnet, che era alla ricerca di un qualcosa che rendesse unica la venticinquesima edizione del Giro. Se, 26 anni prima, gli organizzatori del Tour si erano presi degli assassini per aver osato inserire nel tracciato della Grande Boucle i Pirenei, a Cougnet rischiò d’andar peggio poiché, subito dopo la presentazione del percorso e l’annuncio dell’attraversamento delle Dolomiti nel corso della 16a frazione, ci fu chi quasi arrivò a dargli del matto. Si temeva che fosse un azzardo portare la carovana su strade che all’epoca non ancora ricoperte dall’asfalto, letteralmente “scassate”, pressochè prive di protezioni verso i burroni e ancora segnate dalle vicissitudini della Grande Guerra. L’impatto con il Giro avrebbe potuto essere disastroso… e invece ebbe ragione Cougnet, anche se questi forse non si aspettava che quel giorno sarebbe scoccata la scintilla di un amore, quello tra le Dolomiti e il Giro, che continua ad ardere anche nel XXI secolo, anche se talvolta il percorso della corsa le ha un po’ tradite e in alcune edizioni c’è girato al largo e le ha fatte vedere solo da lontano, col binocolo. Di certo non potevano mancare nel tracciato della centesima edizione, che il giorno precedente quello dell’anniversario del primo tappone (per la cronaca vinto dalla maglia rosa Gino Bartali con 5’38” su Enrico Mollo e Walter Generati) proporrà una frazione breve ma intensa che in 137 Km porterà i “girini” da Moena a Canazei: la distanza è breve ma, come si suol dire, il vino nella botte piccola è solitamente il più buono e in questa giornata avrà la corposità di cinque salite che, a fine giornata, avranno fatto complessivamente percorrere 46 Km all’insù. C’è chi ha criticato il fatto che mancano nomi storici come la Marmolada o le Tre Cime, ma non sarebbe bastata una tappa – o forse un Giro intero – se si fossero volute proporre tutte le ascese affrontate tra questi monti in ottant’anni di storia. Altri hanno puntato il dito sulla distanza, ma va ricordato che talvolta le tappe di montagna brevi hanno provocato più selezioni dei tapponi vecchio stile, talvolta affrontati con troppa prudenza nel timore di clamorosi crolli nel finale. E poi c’è anche chi bocciato la collocazione delle ascese perché i tre storici passi in programma – Pordoi, Falzarego e Gardena, che non sono certo i più appetitosi sotto l’aspetto delle pendenze – sono stati posizionati nella prima parte di gara, mentre nel finale si dovranno affrontare le meno nobili ascese del Passo Pinei e di Pontives. Quest’ultima, però, ha pendenze non trascurabili negli ultimi 3 Km e a quel punto – o anche prima – potrebbe improvvisamente spegnersi la luce per qualche corridore di punta, soprattutto se ci sarà stata corsa vera già sui passi affrontati in partenza. È quel che è successo, per esempio, a Ivan Basso nel 2005 quando, attaccato proprio sulla stessa salita finale verso Ortisei, perse circa un minuto dai rivali, prima avvisaglia della profonda crisi che lo colpirà l’indomani nel tappone dello Stelvio quando, complici anche problemi di natura gastrica, giungerà al traguardo di Livigno quasi tre quarti d’ora dopo l’arrivo dei primi.
Il tappone dolomitico dell’edizione n° 100 scatterà da Moena e vedrà nei primi 15 km il gruppo ripercorrere fedelmente il finale della tappa del giorno prima, per tagliare quello che era stato il traguardo di Canazei e da lì andare all’attacco del primo colle di giornata, il mitico Pordoi. È una presenza quasi obbligata quella del passo che svetta a 2239 metri di quota, luogo di sfide belliche prima dell’avvento del ciclismo a queste latitudini come ci ricorda l’ossario militare tedesco costruito lassù negli anni ’50: il Pordoi è, infatti, la salita dolomitica più affrontata dalla corsa rosa e quello di quest’anno sarà il 40° passaggio in assoluto, quaranta come il numero dell’anno del secolo scorso nel quale questo colle fu affrontato per la prima volta e anche in quell’occasione fu Gino Bartali il corridore che vi transitò per primo in vetta davanti al compagno di squadra Fausto Coppi, fasciato della maglia rosa. Quel giorno si salì da Arabba, stavolta l’ascesa sarà affrontata dal versante che sulla carta è il meno impegnativo, ma che è divenuto il più frequentato per la possibilità d’abbinarlo alla Marmolada e che raggiunge il passo in 11,8 Km e 28 tornanti, con una pendenza media del 6,7% e un picco massimo del 9%, raggiunto al secondo chilometro dell’ascesa.
Arrivati ad Arabba, forse l’unica stazione di sport invernali dell’area dolomitica concepita secondo gli schemi delle stazioni “sky-total” delle alpi francesi, in attesa del colle successivo si percorreranno 10 Km privi di difficoltà nella zona del Livinallongo, toponimo con il quale è identificata l’alta valle del torrente Cordevole, terra che porta ancora oggi le “cicatrici” della Prima Guerra Mondiale, la più celebre delle quali è il cratere che sventrò il Col di Lana il 17 aprile del 1916, quando i militari dell’Arma del Genio fecero saltare la montagna con 5 tonnellate di dinamite per impedire all’esercito austo-ungarico di conquistarne la vetta. Oggi non si combatte più da queste parti e le uniche sfide avvengono a colpi di pedale, come accadde lo scorso anno sul Passo Falzarego, che fu l’ascesa chiave del tappone di Corvara vinto dal colombiano Esteban Chaves. Sarà proprio questa la prossima meta del gruppo che, rispetto a dodici mesi fa, salirà dal versante meridionale, il più impegnativo in quanto a pendenze, scandito dalla presenza di 17 tornanti “sorvegliati” dall’imponente Castello di Andraz, che appartenne ai principi-vescovi di Bressanone. Raggiunti i 2117 metri del valico, punto dove la strada principale comincia la discesa verso Cortina, la fatica non sarà ancora terminata perché si dovrà affrontare l’appendice di 1,2 Km verso i 2200 metri del Passo di Valparola, nella quale si raggiunge il punto di pendenza massima (14%) di un’ascesa che complessivamente è lunga 12,2 Km e sale al 6,4% medio. Lasciato il Veneto, sulle cui strade si pedalava dalla cima del Pordoi, nel corso della successiva planata la corsa farà il suo ingresso in Alto Adige, che accoglierà la corsa sulle strade della Val Badia. Si transiterà per La Villa, la più nota tra le frazioni che compongono il comune sparso di Badia per la presenza della celebre pista nera della Gran Risa, che “precipita” per 1,255 Km dal Piz la Ila e che dal 1985 ospita, nel mese di dicembre, uno slalom gigante della Coppa del Mondo di sci alpino. Un dolce falsopiano introdurrà quindi la corsa in Corvara dove, per rimaner in tema d’anniversari, esattamente 70 anni fa era collaudata e aperta al pubblico la prima seggiovia d’Italia, realizzata in legno e che permetteva di raggiungere la zona degli impianti del Col Alto. Non ci saranno “scorciatoie” per i corridori che ora dovranno affrontare il terzo e ultimo dei grandi colli di giornata, il Passo Gardena (2121 metri), che si raggiungerà con un’ascesa di 8,5 Km al 6,8%, movimentata da 17 tornanti dominati dalle verticali pareti del Gruppo del Sella, da questo lato raggiungibile attraverso una delle più spettacolari vie ferrate delle Dolomiti, la Tridentina. Il passo rappresenta la più bassa delle due porte d’accesso in quota alla Val Gardena (l’altra è la Sella di Col de To, situata a 2244 metri d’altezza, poco sopra il celebre Passo Sella), che i corridori percorreranno quasi per intero nei chilometri successivi, incontrando per primo il centro di Plan de Gralba, dove si trovava il più elevato capolinea della “Ferata de Gherdëina”, linea ferroviaria costruita dall’impero austro ungarico durante la Grande Guerra e che, molti anni dopo la cessazione del servizio (28 maggio del 1960), è stata trasformata in una suggestiva pista ciclopedonale. Pochi chilometri più avanti si giungerà sulle strade di Selva, la più rinomata località di villeggiatura della valle, che offre ai turisti anche una piccola “perla” nascosta, gli incantevoli resti di Castel Wolkenstein, costruito nel XIII secolo in un crepaccio del Gruppo delle Odle. Un altro bel maniero, non visitabile poiché ancora abitato, è quello che porta lo stesso nome della valle e che dal 1641 fa buona guardia alla vicina Santa Cristina. Superato il 100° chilometro di gara, la corsa già sarà giunta a Ortisei, ma non sarà ancora giunto il momento di mettere la parola fine al tappone che ora abbandonerà la lunga discesa dal Gardena per affrontare il Passo di Pinei, la più breve tra le cinque salite in programma oggi. Sono appena 4,2 Km, ma non vanno per questo presi troppo sottogamba perché la pendenza media è del 6,2%, con un tratto centrale di 1800 metri all’8,4% (massima del 15%): se il Gardena dava accesso all’omonima valle, questo è uno degli ingressi allo Sciliar, altipiano conosciuto in particolare per il fieno, qui utilizzato sia per corroboranti bagni termali, sia come ingrediente di una deliziosa zuppa, servita all’interno di una scodella di pane. Più impegnativa della salita è la discesa dal Pinei, 12 Km al 7,8% nel corso dei quali si transiterà per Castelrotto, centro del quale sono originari gli sciatori Peter Fill e Denise Karbon e dal quale lo scorso anno scattò la cronoscalata all’Alpe di Siusi, vinta dal russo Alexandr Foliforov per pochissimi centesimi di secondo sull’olandese Kruijswijk, che in quel momento vestiva la maglia rosa. Terminata l’ultima picchiata, una brevissima tregua pianeggiante nella valle dell’Isarco anticiperà l’attacco dell’ultima ascesa, ritornando in Val Gardena percorrendo la vecchia strada d’accesso alla valle, inaugurata il 26 ottobre del 1856 e fortemente voluta dai Moroder, i celebri scultori – prevalentemente d’arte sacra – originari di Ortisei. L’opera si rivelò costosa al punto che, per rientrare nelle spese, si fu costretti a predisporre un casello per il pedaggio a Ponte Gardena, la località dove la salita ha inizio e dove è possibile visitare Castel Trostburg, maniero del XII secolo che oggi ospita un museo dedicato ai castelli della regione. Come avveniva 160 anni, all’epoca dell’apertura di questa strada, anche stavolta sarà chiesto un esborso – in termini d’energie e non pecuniari, però – perché i 9,3 Km al 6,8% verso la località di Pontives, con i 3,3 Km conclusivi al 9,3% medio, anche in quest’occasione potranno rivelarsi indigesti per qualcuno, com’erano stati per Basso dodici anni fa. Anche perché dopo la conclusione ufficiale della salita, questa in realtà continuerà nei rimanenti 4 Km che si dovranno coprire per raggiungere il traguardo, inizialmente in maniera piuttosto blanda per poi riprendere mordente subito dopo esser transitati sotto lo striscione dell’ultimo chilometro, quando un dentello al 13% a 400 metri dalla linea d’arrivo precede la breve discesina finale verso il traguardo. È apparentemente sottono ma potrebbe “suonarle” a molti questo finale disegnato nella patria dei Moroder, che hanno dato al mondo dell’arte non solo scultori ma anche un alto esponente della musica come Giorgio Moroder, conosciuto in particolare per aver composto diverse colonne sonore cinematografiche. Chissà che sinfonie ci soneranno quest’anno le Dolomiti….

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Passo Pordoi (2239 metri). Chiamato anche Pordoijoch, Jouf de Pordoi e Jou de Pordou, è una larga sella prativa costituita dal Sasso Beccè e dal Sass Pordoi. Vi transita la SS 48 “delle Dolomiti” tra Canazei e Arabba. Il Giro l’ha scalato 39 volte e, in alcune occasioni, con due passaggi nella stessa tappa: la prima volta, il 5 giugno del 1940, vi scollinò in testa Gino Bartali nel corso della tappa Pieve di Cadore – Ortisei, vinta dallo stesso corridore toscano; l’ultima scalata risale allo scorso anno, quando Damiano Cunego conquistò questo prestigioso GPM nel corso della tappa Alpago – Corvara vinta dal colombiano Chaves.

Passo di Falzarego (2105 metri). Quotato 2117 sulle cartine del Giro 2017, è aperto tra il Piccolo Lagazuoi e il Nuvolau ed è attraversato dalla SS 48 “delle Dolomiti” tra Cernadoi (Livinallongo del Col di Lana) e Cortina d’Ampezzo. È il terzo valico dolomitico per numero di passaggi del Giro (senza contare le cinque volte nel quale fu “prolungato” verso il Valparola), con 18 traguardi GPM disputati tra il 1940, quando fu conquistato da Bartali durante la citata Pieve di Cadore – Ortisei, e il 2008 quando Emanuele Sella vi transitò in testa durante la tappa Arabba – Passo Fedai vinta proprio dallo scalatore vicentino. Si ricordano inoltre i tre passaggi in testa di Fausto Coppi nel triennio 1946-47-48 e quello di Merckx durante la Misurina – Bassano del Grappa del 1974.
Passo di Valparola (2192 metri). Aperto tra il Sasso di Stria e il Piccolo Lagazuoi e quotato 2200 sulle cartine del Giro 2017, è attraversato dalla SP 24 “del Passo di Valparola” tra il Passo di Falzarego e San Cassiano. È stato inserito sette volte nel percorso del Giro ma nello speciale albo d’oro del Valparola si contano solo 5 passaggi perché la prima volta, nel 1976, lo striscione del GPM fu anticipato al sottostante Falzarego mentre nel 1992 fu tolto all’ultimo momento dal tracciato a causa di una frana. A legare i loro nomi a questo valico sono così stati lo spagnolo Fernández Ovies nel 1977 (tappa Cortina d’Ampezzo – Pinzolo), il francese Charly Mottet nel 1990 (tappa Dobbiaco – Passo Pordoi), l’elvetico Fabian Wegmann nel 2004 (San Vendemiano – Falzes), l’italiano Matteo Rabottini nel 2012 (Falzes – Cortina d’Ampezzo) e dodici mesi fa il colombiano Darwin Atapuma nella citata tappa di Corvara.

Passo di Gardena (2121 metri). Chiamato anche Grödner Joch, separa il gruppo del Sella da quello del Cir e vi transita la SS 243 “del Passo Gardena” tra Corvara e Selva di Val Gardena. Il Giro l’ha scalato 17 volte, tenuto a battesimo da Fausto Coppi che per primo lo conquistò nel tappone Bassano del Grappa – Bolzano del Giro del 1949, da lui vinto. L’ultimo suo successore è stato lo spagnolo Rubén Plaza, sempre in occasione della tappa di Corvara disputata lo scorso anno.

Sella del Culac’ (2018 metri). Chiamata anche Kulatsch Sattel, vi transita la SS 243 “del Passo Gardena” nel corso del tratto iniziale della discesa dal Passo Gardena, tra quest’ultimo e Selva di Val Gardena.

Passo di Pinei (1442 metri). Chiamato anche Panider Sattel, è valicato dalla SP 64 tra Ortisei e Castelrotto. Il Giro l’ha affrontato due volte come GPM, nel 1991 subito dopo la partenza della tappa Selva di Val Gardena – Passo Pordoi (vinta da Franco Chioccioli) e nel 1997 nel corso della tappa Predazzo – Falzes (vinta dallo spagnolo José Luis Rubiera): a conquistare i due traguardi della montagna furono rispettivamente lo spagnolo Iñaki Gastón e il colombiano José Jaime “Chepe” González. Sul Pinei si salì anche nel 2000, durante la tappa Selva di Val Gardena – Bormio, terminata con il successo di Gilberto Simoni, ma in quella occasione il passaggio non era valido per la classifica degli scalatori.

Sella di Telfen (1090m). Si trova nei pressi dell’omonima località ed è attraversata dalla SP 24 tra Castelrotto e Siusi. Coincide con il quadrivio dove inizia la salita verso l’Alpe di Siusi e dove nel 2017 i corridori svolteranno a destra nel corso della discesa dal Passo di Pinei, in direzione di Ponte Gardena

FOTOGALLERY

Passo Pordoi, monumento a Fausto Coppi


L’ossario militare tedesco del Passo Pordoi

Il cratere del Col di Lana

Castello di Andraz

Passo di Falzarego

La Villa, la pista della Gran Risa

La Torre Exner del Gruppo del Sella, sulla quale si sviluppa la Ferrata Tridentina, vista dalla strada per il Passo Gardena

Passo di Gardena

Selva di Val Gardena, Castel Wolkenstein

Santa Cristina Valgardena, Castel Gardena

L’altipiano dello Sciliar visto dalla discesa dal Passo di Pinei

Ponte Gardena, Castel Trostburg

Ortisei, chiesa parrocchiale di Sant’Ulrico e dell’Epifania del Signore

Il Gruppo del Sella visto dalla Val Gardena al momento dell’enrosadira e, in trasparenza, l’altimetria della diciottesima tappa del Giro 2017 (www.garni-astrid.com)

Il Gruppo del Sella visto dalla Val Gardena al momento dell’enrosadira e, in trasparenza, l’altimetria della diciottesima tappa del Giro 2017 (www.garni-astrid.com)

TIRANO – CANAZEI: CUSCINETTO SÌ… MA DI PIETRA!

Ultima frazione di trasferimento per la corsa rosa, ma quella che terminerà ai piedi delle Dolomiti non sarà una classica tappa “cuscinetto”, di quelle che s’inseriscono in mezzo ai tapponi e che di solito sono votate all’arrivo in volata. Il finale progressivamente “salente” e le salite previste nella prima parte del tracciato metteranno fuori causa i velocisti e le loro formazioni dei velocisti e nemmeno le squadre dei big saranno troppo interessate a spremersi quest’oggi: via libera ai fuggitivi, dunque, per un’occasione d’oro per tutti quei cacciatori di tappe che sono finora rimasti a bocca asciutta.

Dicesi tappe cuscinetto quelle frazioni che s’interpongono tra due giornate focali di corsa. In parole povere, una tappa di trasferimento inserita tra due tapponi per permettere di rifiatare e di ricalcolare i propri obiettivi, proprio come accadrà il 24 maggio, quando ci si metterà in sella lasciandosi alle spalle la durissima giornata caratterizzata dalla doppia scalata dello Stelvio e con il pensiero rivolto alle Dolomiti, che saranno teatro di gara ventiquattrore più tardi. Ma stavolta il cuscinetto non sarà affatto morbido e non poteva essere altrimenti, giungendo in una delle più note località dei Monti Pallidi e avendo in programma 219 Km che avranno un aspetto montagnoso nei primi 140 Km. Le difficoltà si esauriranno a quel punto ma, di fatto, la strada poi continuerà a puntare verso l’alto per tutto il tratto restante, su pendenze dolcissime che non si possono definir salita ma che certamente non faranno di questa tappa un’ennesima occasione per i velocisti, di solito protagonisti al traguardo in tappe del genere. A calcare il palcoscenico del Giro oggi saranno i fuggitivi che, proprio per l’impossibilità degli sprinter di primeggiare, avranno ben poche formazioni sguinzagliate al loro inseguimento, principalmente quelle di corridori che rischiano l’uscita dalla momentanea top ten della classifica e che dunque staranno attente che il vantaggio degli attaccanti non assuma dimensioni preoccupanti. Un’opportunità da non perdere, dunque, soprattutto per quei corridori e per quelle squadre che finora sono rimaste a secco di vittorie. Generale, invece, dovrebbe essere il disinteresse delle squadre dei big, che oggi cercheranno soprattutto di non sprecare troppe energie in vista della frazione di Ortisei. Le salite previste in questa tappa, tra l’altro, sono di “ordinaria amministrazione” e potrebbero far male solo se la tappa partirà molto velocemente, anche perché la prima inizierà ad appena 3 Km dal via, quando si lascerà la Valtellina per salire dal versante più impegnativo all’Aprica, stazione di villeggiatura nata “per caso” sull’omonimo passo in seguito ad un incidente capitato a una comitiva diretta a Sankt Moritz e che a causa di un guasto alla loro carrozza fu costretta a una breve vacanza forzata all’Aprica, risultata gradevole al punto che dall’anno successivo ci si tornerà puntualmente. Percorsi gli 11,5 Km al 6,8% dell’ascesa che ricondurrà la corsa rosa in Valcamonica, si completerà la risalita di quest’ultima in direzione del Tonale, toccando i principali centri dell’alta valle del fiume Oglio come Vezza e Temù, sede di un museo dedicato alla “Guerra Bianca” combattuta durante la Prima Guerra Mondiale sul lunghissimo fronte che andava dallo Stelvio fino al Lago di Garda attraversando i gruppi montuosi dell’Ortles-Cevedale e dell’Adamello-Presanella. Dopo la rinomata Ponte di Legno – il cui nome deriva dall’antica denominazione di Dalaunia di queste terre, citate per la prima volta come “Indalaunias” nell’atto di donazione della valle alla basilica di S. Martino di Tours (Francia) da parte di Carlo Magno – il percorso della 17a frazione andrà a raggiungere il suo culmine ai 1883 metri del Tonale, passo che nel 1933 accolse il quarto e ultimo dei traguardi GPM previsti in quell’edizione, la prima nella quale gli scalatori ebbero il riconoscimento di una speciale classifica, non ancora contraddistinta dalla maglia verde e conquistata da Alfredo Binda che quell’anno vinse anche il suo quinto e ultimo Giro d’Italia. Superati gli 8,2 Km al 6,3% del versante lombardo, la corsa entrerà in Trentino sfiorando il sacrario costruito negli anni ’30 dallo scultore bresciano Timoteo Bortolotti per accogliervi le spoglie di oltre 800 soldati caduti durante la Grande Guerra. I successivi 46 chilometri avranno come scenario la “valle dell’acqua”, come si potrebbe chiamare la Val di Sole, il cui nome deriverebbe, infatti, da quello di Sulis, la divinità celtica che diventerà Minerva per i romani e che era qui venerata quale protettrice delle fonti termale della zona, quelle di Peio e Rabbi. I corridori la percorreranno per intero, avendo per lunghi tratti la compagnia della linea ferroviaria a scartamento ridotto Trento-Malè-Mezzana, aperta nel 1909 – è una “coscritta” del Giro d’Italia, quindi –
E percorsa da un trenino che i locali ironicamente ribattezzarono “vaca nonesa” perché il fischio che annunciava il suo arrivo era molto simile a un muggito. Dopo Malè, paese del quale è originaria l’astronauta Samantha Cristoforetti, la corsa rosa giungerà tra i meleti della Val di Non approdando quindi a Cles, centro che ha tra i suoi figli più illustri Maurizio Fondriest e, andando molto più indietro nel tempo, il cardinale Bernardo Clesio, uno dei promotori del Concilio di Trento, evento per il quale tanto si prodigò, ma al quale non riuscì a partecipare perché morì a Bressanone nel 1539, sei anni prima dell’apertura della prima sessione: presso il borgo si trova ancora il castello che appartene al suo casato e che fu costruito a sorveglianza del Ponte Alto, manufatto romanico che collegava Cles al resto della Val di Non e che oggi non è più possibile ammirare poiché sommerso dalle acque del lago artificiale di Santa Giustina, la cui diga fu inaugurata nel 1951 e per molti anni fu la più alta d’Europa.
Al termine dela discesa si attraverserà la Chiusa della Rocchetta, stretta gola al di là della quale si apre la Piana Rotaliana, area del Trentino conosciuta per la produzione del Teroldego Rotaliano, vino il cui nome deriverebbe dal termine tedesco Tiroler gold (letteralmente “Oro del Tirolo”) oppure dalla Teroldola, varietà d’uva che ebbe il suo primo momento di gloria quando fu citata in un documento del Concilio di Trento. La pianura che qui troveranno i “girini” sarà di breve durata perché, una volta attraversato il corso dell’Adige, subito si riprenderà a salire, stavolta diretti in Val di Cembra, culla della dinastia dei Moser, famiglia nella quale sono nati ben 10 corridori che portano questo cognome – il più celebre dei quali è Francesco, vincitore di Giro d’Italia, Milano-Sanremo e record dell’ora nella fantastica stagione 1984 – ai quali si affianca anche il due vincitore della corsa rosa Gilberto Simoni, che dei Moser è cugino di secondo grado. La meta della salita – 8,1 Km al 5,7% – sarà collocata poco oltre Palù, la piccola frazione del comune di Giovo che ha dato i natali non solo ai Moser ma anche all’ex campionessa italiana di lancio del giavellotto Cinzia Dallona. Si scollinerà in frazione Ville, nella quale svetta la torre del cosiddetto “Castello della Rosa”, ma poi la strada continuerà a prender quota risalendo il tratto finale della pittoresca Val di Cembra, percorsa dal torrente Avisio e famosa per le “Piramidi di Segonzano”, pinnacoli di roccia scolpiti 50000 anni dall’azione erosiva delle acque. Altre acque che colorano d’azzurro quest’angolo del Trentino sono quelle del lago di Stramentizzo, bacino realizzato artificialmente nel 1956 sommergendo l’omonimo borgo e che oggi è frequentato dagli appassionati della pesca alla trota iridea. Giunti alle porte della Val di Fiemme inizierà l’interminabile tratto in leggera pendenza che si potrarrà per ben 45 Km sino a Canazei, superando in quest’ultima porzione di gara 634 metri di dislivello, che corrispondo a una pendenza media globale dell’1,4%. Solamente all’inizio di questo tratto questa salita si “concretizza”, esattamente nel momento nel quale si affronteranno i 3,6 km al 5,5% che si concludono alle porte del capoluogo della valle, la cittadina di Cavalese, il cui principale monumento è proprio il palazzo dalla facciata affrescata che accoglie dal 1810 la sede della Magnifica Comunità di Fiemme. Subito dopo Cavalese una lunga porzione di strada priva d’inclinazione attraverserà i centri di Tesero – dal quale parte la ripida strada d’accesso all’Alpe di Pampeago, scoperta dal Giro nel 1998 e alla quale si è poi tornati in altre quattro occasioni – e di Ziano, per poi giungere a Predazzo, località di villeggiatura situata nel punto dove la valle volge bruscamente in direzione delle Dolomiti e dove dal 1920 ha sede la più antica scuola militare alpina del mondo, quella della Guardia di Finanza, ospitata in una caserma che era stata originariamente costruita per i “cacciatori imperiali” dell’esercito asburgico e nella quale ha sede anche il 5° nucleo atleti sciatori del gruppo sportivo Fiamme Gialle, nel quale hanno militato campioni del calibro di Gustav Thöni, Piero Gros, Kristian Ghedina e, in campo femminile, Isolde Kostner e Denise Karbon.
Attraversata Predazzo – nel cui territorio comunale, lungo la strada diretta al Passo Rolle, si trova il Forte Dossaccio, costruito dagli austro-ungarici lungo quello che un tempo era il confine di stato – la strada riprenderà a puntare con dolcezza verso l’alto e, dopo il piccolo abitato di Forno (il cui nome ricorda l’abbandonata attività di lavorazione di una pietra locale, il Bol Ross, dalla quale era estratta una tintura usata come vernice protettiva) il gruppo saluterà la Val di Fiemme e passerà in Val di Fassa, giungendo poco dopo a Moena, località celebre tra gli appassionati di formaggi per il Puzzone DOP e tra quelli del ciclismo per la gran fondo di mountain bike “Val di Fassa Bike” (fino al 2007 nota come “Rampilonga”) e per i due tapponi del Giro che vi furono organizzati nel 1962 e nel 1963 sul medesimo tracciato e che Vincenzo Torriani ribattezzò “Cavalcata dei Monti Pallidi”. Solamente nel 1963 però – quando s’impose Vito Taccone, alla sua quinta affermazione in quell’edizione della corsa rosa – si riuscì ad andare regolarmente al traguardo perché l’anno prima le estreme condizioni meteorologiche costrinsero l’organizzazione a interrompere la corsa in vetta al Passo Rolle, dove fu dichiarato vincitore un altro corridore abruzzese, Vincenzo Meco.
Mentre le Dolomiti si faranno fisicamente più vicine, si giungerà a Vigo di Fassa, una delle principali stazioni di villeggiatura della valle, situata ai piedi del Catinaccio e non distante dalle spettacolari Torri del Vajolet, ai cui piedi giunsero altre due difficilissime frazioni della corsa rosa, entrambe vinta da corridori spagnoli, Andrés Gandarias nel 1976 e Mikel Nieve nel 2011.
Sono immagini di giri passati, recenti e più remoti, che s’affaccerrano alla finestra della memoria nel finale di questa tappa di transizione, in attesa dell’approdo odierno a Canazei e con già l’acquolina alla bocca al pensiero dello spettacolo che il tappone di Ortisei potrà offrire l’indomani. Oggi le Dolomiti faran solo da scenografica quinta, nulla di più.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Passo di Aprica (1113 metri). Ampia sella pianeggiante, lunga quasi 3 Km, che mette in comunicazione la Valtellina con la Valcamonica tramite la Valle di Corteno. È valicato dalla SS 39 “dell’Aprica” e vi sorge l’omonima stazione di sport invernali, costituita dai tre nuclei di Madonna, Mavigna e San Pietro. Quotata 1173 sulle cartine del Giro 2017, è stata affrontata alla corsa rosa 12 volte come GPM, una come traguardo volante Intergiro (nel 1992, tappa Palazzolo sull’Oglio – Sondrio, vinta da Marco Saligari che transitò in testa anche sul valico) e due come traguardo di tappa senza gran premio (nel 2006, quando Ivan Basso s’impose in rosa nella Trento – Aprica, e al termine della Brescia – Aprica del 2010, vinta da Scarponi). Il primo a transitare in testa sotto lo striscione GPM è stato Fausto Coppi, nel corso della tappa Locarno – Brescia del Giro del 1950, vinta da Luciano Maggini. In seguito hanno conquistato questo traguardo Vittorio Adorni nel 1962 (tappa Moena – Aprica), Bruno Vicino nel 1979 (Trento – Barzio, vinta da Amilcare Sgalbazzi), lo svizzero Stefan Joho nel 1988 (la mitica tappa del Gavia, Chiesa Valmalenco – Bormio, vinta dall’olandese Erik Breukink), il venezuelano Leonardo Sierra nel 1990 (Moena – Aprica), Ivan Gotti nel 1996 (Cavalese – Aprica), Mariano Piccoli nel 2000 (Bormio – Brescia, vinta da Biagio Conte) , Emanuele Sella nel 2008 (Rovetta – Tirano, vinta dallo stesso corridore), l’ucraino Yuriy Krivtsov nel 2010 (passaggio intermedio nella citata tappa Brescia – Aprica), lo spagnolo Pablo Lastras Garcia nel 2011 (tappa Feltre – Tirano, vinta da Diego Ulissi) e Matteo Rabottini nel 2012 (Caldes – Passo dello Stelvio, con Matteo Rabottini primo in vetta e il belga De Gend). Nella tappa Pinzolo – Aprica del 2015, l’ultima volta, ci furono due passaggi, conquistati il primo dal canadese Ryder Hesjedal e il secondo dal vincitore della tappa che vi si concludeva, lo spagnolo Mikel Landa.

Passo del Tonale (1883 metri). Ampio valico prativo aperto tra il Monticello e la Cima di Cadì, costituisce anche il punto di separazione tra i massicci dell’Adamello e dell’Ortles-Cevedale. Sede della principale stazione di sport invernali della provincia di Trento, è valicato dalla SS 42 “del Tonale e della Mendola”, tra Vermiglio e Ponte di Legno. Vi transita il confine tra Lombardia e Trentino-Alto Adige. Dal 1933, anno dell’istituzione dei GPM, è stato inserito 28 volte nel tracciato del Giro, contando anche la tappa alternativa che avrebbe dovuto sostituire la Ponte di Legno – Val Martello nel 2013 e sulla quale neppure si potè gareggiare. Il primo a conquistare questa storica vetta fu Binda nel 1933, nel corso della conclusiva Bolzano – Milano, pure vinta dall’asso varesino. L’ultima scalata avvenne nel 2015 durante la tappa Pinzolo – Aprica vinta dallo spagnolo Meana, con il connazionale Rubén Fernández primo sul passo. Il Tonale è stato teatro anche di due arrivi di tappa, conquistati dal colombiano José Jaime González Pico nel 1997 e dall’elvetico Johann Tschopp nel 2010.

FOTOGALLERY

Santuario della Madonna di Tirano

Uno degli ultimi tornanti della salita al Passo dell’Aprica

Scorcio di Temù

Il sacrario del Passo del Tonale

Un piccolo viadotto della linea ferroviaria Trento-Malè-Mezzana: qui siamo all’uscita da Malè

Cles, Castel Cles fa capolino tra i meleti

La Chiusa della Rocchetta

Distesa di vigneti nella Piana Rotaliana

Uno scorcio di Palù di Giovo

Ville di Giovo, Castello della Rosa

Piramidi di Segonzano

Lago di Stramentizzo

Cavalese, Palazzo della Magnifica Comunità

Predazzo, la caserma sede della Scuola Alpina della Guardia di Finanza

Predazzo, Forte Dossaccio

La chiesa di Forno e, sullo sfondo, le Dolomiti

Moena, chiesetta di San Volfango e chiesa parrocchiale di San Vigilio

Il Rifugio Gardeccia, presso il quale si conclusero I due tapponi terminati ai piedi delle Torri del Vajolet

Canazei, chiesa parrocchiale

 La conca di Canazei con le Dolomiti sullo sfondo e, in trasparenza, l’altimetria della diciassettesima tappa del Giro 2017 (Google Street View)

La conca di Canazei con le Dolomiti sullo sfondo e, in trasparenza, l’altimetria della diciassettesima tappa del Giro 2017 (Google Street View)

ROVETTA – BORMIO: STELVIO, ANCORA STELVIO, FORTISSIMAMENTE STELVIO

È il giorno del doppio Stelvio, affrontato prima dal versante di Bormio e poi da quello inedito che sale dalla Svizzera. Prima del 23 maggio 2017 non era ancora successo che una grande corsa a tappe proponesse due scalate nella medesima tappa a uno dei suoi “giganti”. E non sarà l’unica difficoltà di un tappone che vedrà i “girini” salire anche sul Passo del Mortirolo, pur se dal suo versante meno impegnativo. Alla fine, quasi 50 Km di salita e un dislivello complessivo che supera i 3600 metri lasceranno sicuramente il segno e cambieranno i connotati al Giro che festeggerà la sua centesima edizione con un tappone d’una durezza quasi estrema.

È il regalo che gli organizzatori del Giro hanno voluto fare alla loro “creatura” e ai suoi “amanti” per solennizzarne la centesima edizione. Mai, in una grande corsa a tappe, era stata proposta nella medesima frazione la doppia scalata a uno dei “moloch” della corsa, ascese come Gavia o Agnello, come Galibier o Tourmalet. Tale lacuna sarà colmata mercoledì 23 maggio quando i corridori dovranno salire per due volte sul re dei passi italiani, lo Stelvio, che sarà al primo “assalto” approcciato dal versante lombardo, quello sulla carta meno impegnativo, per poi scendere in Alto Adige e quindi andare a indagarne l’inedito e difficile versante elvetico, completamente asfaltato da pochissimi anni, completando quest’ultima scalata circa 3 Km sotto lo scollinamento ufficiale per poi lanciarsi in discesa verso Bormio. Infatti, non spalancherà le proprie braccia solamente agli scalatori puri questa tappa dalle “taglie forti” (48 Km di salita, 3645 metri di dislivello, 2758 metri di quota massima) poiché frecce al loro arco ne avranno anche quei “grimpeur” dotati di fondo e che dunque sanno resistere al comando anche quando la salita è finita, senza dimenticare i discesisti di razza, com’è stato Paolo Savoldelli, dal cui paesino di residenza scatterà l’unico vero tappone dell’edizione 2017, che proporrà anche il Passo del Mortirolo, preso però dal lato meno acclive, che comunque facile non è. Sarà una tappa, dunque, dove – rubando e manipolando la celebre frase che Garibaldi disse sul campo di battaglia di Calatafimi – “Qui si fa il Giro d’Italia o si muore!”, anche se nelle giornate successive ci saranno ancora quattro occasioni per cambiare la classifica, se i giochi non si saranno chiusi sullo Stelvio.
Lasciando Rovetta e l’altopiano di Clusone i primi chilometri saranno in dolce discesa – e non poteva essere altrimenti, partendo da casa del “Falco” – in direzione del lago d’Iseo, del quale sarà brevemente costeggiata l’estremità settentrionale, dove s’affaccia sul Sebino la ridente località di villeggiatura di Lovere, nella quale si può visitare uno dei più antichi musei della Lombardia, la galleria dell’Accademia di belle arti Tadini, fondata nel 1829 dal conte Luigi Tadini. S’intraprenderà poi la lunga e lentissima risalita della Valcamonica, che sarà l’”oggetto” dei successivi 70 Km, caratterizzati da un progressivo prender quota ma privi di tratti di strada in reale pendenza. All’inizio di questo tratto si toccherà il celeberrimo centro curativo di Boario Terme, presso le cui fonti – sfruttate sin dalla metà del XIX secolo – lo scorso anno si laureò campione nazionale Giacomo Nizzolo, un titolo che quest’anno difficilmente potrà difendere essendo la gara tricolore prevista su di un tracciato decisamente più impegnativo rispetto a quello del 2016 (si gareggerà in Piemonte, tra Asti e Ivrea, con l’organizzazione tecnica curata da RCS Sport, lo stesso gruppo che allestisce il Giro d’Italia). Il tracciato toccherà poi Breno, transitando ai piedi del colle sul quale sorge quello che fu per secoli il principale castello della valle, posto a dominio dell’imbocco della strada che saliva al Passo di Croce Dominii, vecchia conoscenza della corsa rosa, affrontato in cinque occasioni al Giro e che in passato fece tribolare campioni del calibro di Merckx e Hinault.
In seguito si toccherà uno dei comuni più visitati della valle, Capo di Ponte, meta turistica principalmente frequentata per la presenza del parco archeologico delle incisioni rupestri iscritto nelle liste dei patrimoni dell’umanità ma che merita la sosta anche per ammirarne la Pieve di San Siro e il Monastero di San Salvatore.
Dopo Edolo si andrà incontro alla prima delle tre grandi salite che caratterizzano il percorso, il Passo del Mortirolo che, come anticipato, sarà affrontato dal versante di Monno, conosciuto come il più facile del valico lombardo, anche se non si può certo considerare tale un’ascesa che sposa 962 metri di dislivello a uno sviluppo di 12,6 Km, pari a una pendenza media del 7,6%. È la “faccia” buona del Mortirolo, la prima a essere stata svelata al grande pubblico perchè è da questo lato che si salì il 3 giugno del 1990, la prima volta che la corsa rosa inserì questa salita nel percorso. In cima transitò in testa Leonardo Sierra, che poi s’impose al traguardo dell’Aprica con 52” su Alberto Volpi nonostante le due cadute che subì nella ripidissima discesa su Mazzo e che lo terrorizzarono al punto di convincerlo a scendere di sella e di percorrere a piedi i tratti più pendenti. Per evitare gli stessi pericoli nei quali incappò lo scalatore venezuelano, a un certo punto della discesa i “girini” saranno “dirottati” sul meno ripido versante che scende verso Grosio e che fu percorso anche nel 2012, quando la scalata al Mortirolo fu proposta dal versante di Tovo di Sant’Agata, caratterizzato anche da un impegnativo tratto dal fondo in cemento. Alla periferia di Grosio – centro presso il quale si possono vedere altre interessanti incisioni rupestri – il percorso del tappone inizierà a risalire verso l’alta Valtellina, attraversando dopo un tratto in dolce ascesa la Valdisotto, la gola alle porte di Bormio che alle 7.23 del 28 luglio fu sconvolta da una ciclopica frana precipitata dal Monte Zandila e che, oltre a formare un piccolo lago artificiale, spazzò via per sempre una delle più antiche chiese della valle, quella di San Martino di Serravalle, risalente al X secolo.
Transitati una prima volta dal traguardo e poi dalla centralissima Piazza Cavour – al cui centro troneggia il “Kuérc”, la loggia sotto la quale un tempo si tenevano le assemblee e che fa bello sfoggio di sé in alcune scene del film “Una breve vacanza”, girato nel 1973 dall’indimenticato Vittorio De Sica – arriverà il momento del primo appuntamento con lo Stelvio. La strada che si percorrerà per salire fino a 2758 metri di quota, Cima Coppi non solo del Giro ma anche dell’intera rete stradale italiana, è l’erede di un’antica mulattiera calcata sin dall’antichità e che fu percorsa anche da Leonardo Da Vinci nel 1494, durante il lungo corteo nuziale che condusse da Milano al Tirolo Bianca Maria Sforza e il neomarito, l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo. L’attuale rotabile è opera dell’ingegnere bresciano Carlo Donegani, artefice anche della strada che supera il Passo dello Spluga, e fu realizzata tra il 1822 e il 1825 attrezzandola sul lato lombardo con quattro case cantoniere che davano alloggio ai “rottieri”, gli operai incaricati di spalare la neve poiché un tempo il passo era mantenuto aperto anche nei mesi invernali. I quasi 22 Km d’ascesa al 7,2% sono “conditi” da 34 tornanti, rimasti immutati nel numero anche dopo la recente modifica del tratto immediatamente sottostante il passo, che ha definitivamente “pensionato” una porzione particolarmente esposta dell’opera del Donegani. Decisamente più spettacolare è la serie che si affronterà nella discesa verso l’Alto Adige, percorrendo al contrario il versante più celebre del passo, non solo per lo scenario e per le maggiori pendenze ma anche perché è da quel lato che si salì il primo giugno del 1953, che non fu soltanto il giorno della prima scalata allo Stelvio, ma anche quello dell’ultima grande impresa sulle strade della corsa rosa di Fausto Coppi, che riuscì a ribaltare un Giro che sembrava oramai compromesso, apparentemente saldo nelle mani dell’elvetico Hugo Koblet che alla partenza da Bolzano vestiva la maglia rosa con quasi due minuti di vantaggio sul Campionissimo. Attraversata Trafoi – paese natale del celebre ex sciatore Gustav Thöni, presso il quale si trova il venerato santuario delle Tre Fontane Sacre – si scenderà a Prato allo Stelvio, dove incomincerà un tratto decisamente inatteso a queste latitudini, 7 Km di strada perfettamente pianeggiante e quasi interamente rettilinea che permetterà di tirare il fiato tra uno Stelvio e l’altro, pedalando in direzione di Glorenza, uno dei più incantevoli borghi della Val Venosta, la cui cinta muraria che le fece erigere il citato Massimiliano I è giunta intatta ai giorni nostri ed è uno dei vanti della più piccola città dell’Alto Adige.
Terminato l’intervallo, il tracciato tornerà a “lievitare” anche se non è ancora arrivato il momento di affrontare lo Stelvio inedito, preceduto da una quindicina di chilometri di dolce apprendistato risalendo verso Tubre (da non perdere gli affreschi medievali della chiesetta di San Giovanni, inserita nel progetto culturale “Scalinate verso il cielo – la via romanica delle Alpi”) e il valico doganale che introdurrà la corsa in Svizzera, sulle cui strade si rimarrà per poco meno di venti chilometri, nella zona della Val Monastero, la più orientale delle valli elvetiche, geograficamente appartenente al sistema montuoso italiano e il cui nome fa riferimento all’abbazia di San Giovanni Battista, fondata nel 780 a Müstair e i cui affreschi carolingi, casualmente rinvenuti durante un restauro nel secolo scorso, le hanno concesso l’inserimento nella lista dei patrimoni dell’umanità. Giunti a Santa Maria Val Müstair si abbandonerà il fondovalle per andare alla scoperta dello Stelvio elvetico, quell’ascesa che gli appassionati cicloamatori – e anche chi ama salire verso i grandi passi in sella a rombanti moto – conoscono come Giogo di Santa Maria e Umbrailpass, i due nomi ufficiali del valico sul quale si scollina all’altezza del rientro in Italia, dopo aver affrontato 13500 metri di strada inclinati all’8,4%, rimasta in gran parte sterrata fino al mese di agosto del 2015 e che avrebbe potuto non essere stata una novità per il ciclismo professionistico se, 22 anni fa, l’allora direttore della corsa rosa Carmine Castellano fosse riuscito a farla percorrere al Giro del 1995: la salita, infatti, faceva parte del percorso originario della tappa Val Senales – Lenzerheide ma, poche settimane prima della partenza del Giro, la neve costrinse Castellano a ripiegare sul tracciato alternativo. Oggi le insidie della strada bianca non sussistono più, dunque, ma la salita rimane ugualmente molto dura anche perché presenta un tracciato più lineare rispetto agli altri versanti dello Stelvio, pur presentando quasi lo stesso numero di tornanti della strada che sale da Bormio e che, una volta ritrovata la rotta progettata dal Donegani all’altezza dell’ultima cantoniera, sarà nuovamente percorsa dai “girini”, stavolta nel verso della discesa, atto di chiusura del tappone che cambierà la sorti del Giro numero 100.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Sella di Breno (342 metri). Vi sorge l’omonimo centro.

Passo della Foppa (1852 metri). È il valico comunemente identificato come Mortirolo, attraversato da una strada provinciale che mette in comunicazione Monno con Mazzo di Valtellina. Sulle cartine del Giro è quotato 1854 metri. In realtà, il vero Mortirolo si trova a breve distanza dal valico stradale. Anzi, ne esistono due, il Passo del Mortirolo-Nord e il Passo del Mortirolo-Sud, entrambi alti 1896 metri: il primo si trova a nord est della Foppa ed è raggiunto da una strada sterrata a fondo cieco, che si stacca dal tratto terminale del versante Edolo / Monno – Foppa; il valico sud, invece, è toccato da una strada di cresta asfaltata che permette di raggiungere la Foppa direttamente dall’Aprica, passando per Trivigno. Il Giro vi è finora salito 12 volte e gli “eroi” di quest’ascesa sono stati, in rigoroso ordine d’apparizione, il citato Sierra nel 1990 (tappa Moena – Aprica, vinta dallo stesso Sierra), Franco Chioccioli nel 1991 (Morbegno – Aprica, identico vincitore), Marco Pantani nel 1994 (Merano – Aprica, idem), Ivan Gotti nel 1996 (Cavalese – Aprica, idem), Wladimir Belli nel 1997 (Malè – Edolo, primo il russo Pavel Tonkov), ancora Gotti nel 1999 (Madonna di Campiglio – Aprica, primo al traguardo lo spagnolo Roberto Heras), Raffaele Illiano nel 2004 (Bormio – Presolana, primo Stefano Garzelli), Ivan Basso nel 2006 (Trento – Aprica, idem), lo spagnolo Antonio Colom nel 2008 (Rovetta – Tirano, vinta da Emanuele Sella), nuovamente Basso nel 2010 (Brescia – Aprica, vinta da Michele Scarponi) e l’elvetico Oliver Zaugg nel 2012 (Caldes – Passo dello Stelvio, vinta dal belga Thomas De Gendt) e l’olandese Steven Kruijswijk nel 2015 (tappa Pinzolo – Aprica, vinta dallo spagnolo Mikel Landa)

Passo della Stelvio (2758 metri). Valicato dalla SS 38 “del Passo Stelvio” tra Bormio e Trafoi, costituisce il punto più elevato della rete stradale italiana. Nella speciale classifica dei valichi carrozzabili più alti d’Italia precede di una manciata di metri il franco-piemontese Colle dell’Agnello (2748m) mentre estendendo la lista anche ai valichi ciclabili su sterrato scende all’ottavo posto (il record è detenuto dai 3000 metri del Colle Sommeiller Est, situato in Piemonte, nei pressi di Bardonecchia). Lo Stelvio è stato regolarmente affrontato undici volte al Giro, mentre in cinque occasioni (1967, 1984, 1988, 1991 e 2013) la corsa è stata respinta dalla neve. Storica la prima scalata, nella tappa Bolzano – Bormio che consentì a Fausto Coppi, primo in vetta e al traguardo, di imporsi nel suo quinto e ultimo Giro d’Italia (1953). Gli altri corridori a tagliare in testa lo Stelvio sono stati: Aurelio Del Rio nel 1956 (Sondrio – Merano, vinta da Cleto Maule); il lussemburghese Charly Gaul nella Trento – Bormio del 1961 (da lui vinta); Graziano Battistini che nel 1965 si impose proprio sul passo, dove si decise di stabilire un traguardo d’emergenza perché la neve non permise di completare la Campodolcino – Solda; gli spagnoli José Manuel Fuente nel 1972 (tappa Livigno – Passo dello Stelvio) e Francisco Galdós nella storica tappa conclusiva del Giro del 1975 (Alleghe – Passo dello Stelvio), con il duello tra il corridore iberico e la maglia rosa Fausto Bertoglio; il francese Jean-René Bernaudeau nella Cles – Sondrio del 1980, che poi vinse davanti al capitano Bernard Hinault; Franco Vona nella non meno storica Merano – Aprica del 1994, la tappa che lanciò Marco Pantani nell’olimpo dei grandi; il colombiano Josè Rujano durante la Egna – Livigno del 2005, vinta dal connazionale Iván Ramiro Parra Pinto; il belga Thomas De Gendt al termine della citata tappa Caldes – Passo dello Stelvio dell’edizione 2012 mentre l’ultimo corridore ad aver conquistato il passo più alto d’Italia è stato Dario Cataldo nel corso della tappa Ponte di Legno – Val Martello del 2014, vinta dal colombiano Nairo Quintana. Nel 2010 vi si è conclusa, prima volta nella storia, anche una tappa del Giro Donne, conquistata dalla statunitense Mara Abbott, che si è imposta anche nella classifica finale.

Giogo di Santa Maria / Umbrailpass (2758 metri). Se lo Stelvio è il più alto valico carrozzabile d’Italia, il Giogo di Santa Maria ha lo stesso titolo per la Confederazione Elvetica. È valicato da una strada aperta nel 1901 che mette in comunicazione Santa Maria Val Müstair con Bormio e il Passo dello Stelvio. Meno di un chilometro oltre lo scollinamento, che coincide con il confine di stato, si trova la quarta ed ultima delle case cantoniere costruite lungo il versante lombardo dello Stelvio, 3,2 Km sotto il passo.

FOTOGALLERY

Rovetta, chiesa parrocchiale

Lovere, Accademia Tadini

Le terme di Boario

Castello di Breno

Capo di Ponte, Pieve di San Siro

Lo scollinamento del Passo del Mortirolo visto dal versante bresciano

Grosio vista dal colle del Castello Vecchio di San Faustino, attorno al quale si estende un piccolo parco archelogico con incisioni rupestri

La cicatrice della famosa frana che sconvolse la Valdisotto nell’estate del 1987

La più alta della quattro case cantoniere dello Stelvio

Scena del film Una breve vacanza girata nel 1973 presso il Kuérc di Bormio (www.davinotti.com)

Scena del film ''Una breve vacanza'' girata nel 1973 presso il ''Kuérc'' di Bormio (www.davinotti.com)

La spettacolare discesa dallo Stelvio

Il borgo fortificato di Glorenza visto dall’ultimo tratto della strada pianeggiante che separa I due “Stelvi”

Tubre, chiesetta di San Giovanni

L’abbazia di San Giovanni Battista a Müstair

Il versante altoatesino dello Stelvio e, in trasparenza, l’altimetria della quindicesima tappa del Giro 2017 (www.altoadigeinnovazione.it)

Il versante altoatesino dello Stelvio e, in trasparenza, l’altimetria della quindicesima tappa del Giro 2017 (www.altoadigeinnovazione.it)

VALDENGO – BERGAMO: VIAGGIO NELL’OROBIA FELIX

Oggi il Giro farà scalo a Bergamo, cuore di una delle provincie più prolifiche di Giro in virtù via delle ben otto edizioni vinte da corridori provenienti da questa terra. Alle “perle” delle tre vittorie conseguite da Felice Gimondi si affiancano l’affermazione di Antonio Pesenti nel 1932 e le doppiette firmate da Gotti e Savoldelli in tempi più recenti. Non poteva, per questo motivo, essere banale la tappa che vi giungerà e che andrà a riproporre il finale dell’ultima edizione del Giro di Lombardia. Il tracciato non è particolarmente impegnativo ma, se i pretendenti alla maglia rosa avranno voglia di menare le gambe, potrebbe uscirne una giornata importante ai fini della classifica e magari anche spettacolare, come accaduto lo scorso autunno nella “Classica delle foglie morte” vinta dal colombiano Chaves.

Non poteva mancare Bergamo nel percorso del Giro n° 100. In 107 anni di storia la provincia orobica è una di quelle che ha messo in bacheca un numero invidiabiale di affermazioni nella classifica finale della corsa rosa, otto in tutto, che non è record ma quasi. Il primo a portare a casa il Giro era stato l’Antonio Pesenti da Zogno, vincitore dell’edizione del 1932 con quasi undici minuti sul secondo, il belga Demuysere; arriveranno poi le tre vittorie del Felice Gimondi da Sedrina (1967, 1969 e 1976) e quindi, in tempi recenti, le doppiette dell’Ivan Gotti da San Pellegrino Terme (1997-1999) e del Paolo Savoldelli da Rovetta (2002-2005). Meglio hanno fatto solo le province di Torino e Varese, con un bottino di 9 Giri a testa, ma se per un attimo proviamo a immaginare il Giro senza Merckx, vera e propria bestia nera di Gimondi, ecco che il primato bergamasco sarebbe assoluto perché il campione di Sedrina avrebbe fatto sue almeno altre due edizioni della corsa rosa – quelle che lo videro secondo piazzato alle spalle dell’asso belga nel 1970 e nel 1973 – portando a 5 il numero delle sue affermazioni personali, come i grandi campioni del pedale, e a 10 il totale delle vittorie orobiche.
Per tutto questo e anche per la giornata domenicale non poteva essere banale il tracciato della tappa che terminerà nella “città dei Mille”, anche se non è stato allestito un palcoscenico di gara particolarmente impegnativo. Le voci che, mesi fa, cominciarono a girare subito dopo l’annuncio dell’arrivo a Bergamo avevano lasciato intendere che sarebbe stato ricalcato il finale dell’ultima avvincente edizione del Giro di Lombardia e così gli appassionati cominciarono a pregustare un tappone che avrebbe riproposto gli ultimi 100 Km della “classica delle foglie morte” vinta dal colombiano Chaves, con le durissime salite della Valcava e di Sant’Antonio Abbandonato prima e quelle meno impegnative verso Miragolo San Salvatore e Selvino poi, prima del tradizionale finale con la salita verso la città alta. Gli stessi appassionati saranno poi rimasti con l’amaro in bocca nello scoprire, il giorno della presentazione ufficiale della corsa rosa, che non ci sarebbero state le prime due salite, le più ripide, e si sarebbero affrontate solo le rimanenti, collocate al termine di una prima parte di gara totalmente pianeggiante. A ben guardare non si poteva far di più, poiché ne sarebbe uscita una tappa di quasi 260 Km, inserita in un Giro già zeppo di salite e che già di suo supera di una settantina di chilometri il tetto massimo di 3500 Km stabilito dall’UCI. Anche così, comunque, rimane una tappa interessante perché, se affrontata con spirito garibaldino sin dai primi chilometri, una partenza a tutta – come spesso avviene da diverse stagioni a questa parte in quasi tutte le frazioni – potrebbe far giungere qualcuno dei big ai piedi delle due ascese finali con parecchie tossine in corpo. È un po’ quel che faceva Merckx ai suoi tempi, mettendo alla frusta i suoi nei chilometri iniziali per tirare il collo agli avversari prima del tempo e presentarsi poi all’approccio delle salite del finale con molti degli sfidanti già alla frutta.
La tappa che chiuderà il terzo week end in rosa partirà da Valdengo, il centro del biellese che anche tre anni fa ospitò il via di una frazione, quella vinta da Fabio Aru a Plan di Montecampione. Dopo pochi chilometri si tornerà a pedalare sulle strade del vercellese, ritrovando il paesaggio delle risaie dopo il passaggio da Rovasenda, nel cui castello medioevale fu ospite durante i giorni della resistenza il partigiano “Silva”, nome di battaglia dietro il quale si nascondeva il futuro celebre ingegner Paolo Caccia Dominioni. Si supererà quindi il corso del Sesia alle porte di Carpignano, interessante per il suo “ricetto”, borgo fortificato nel quale si trova la romanica chiesa di San Pietro. Prima di lasciare il piemonte, la corsa toccherà Oleggio, dove un altro edificio religioso d’epoca romanica merita la sosta: è l’antichissima Pieve di San Michele, collocata all’interno del cimitero cittadino e che presenta brani d’importanti cicli affrescati in epoca romanica, uno dei pochi giunti fino ai nostri giorni nell’Italia settentrionale.
Attraversato il Ticino su un caratteristico ponte di ferro situato presso la dismessa diga Paladella, dalla quale ha inizio il Naviglio Grande, la corsa farà l’ingresso in Lombardia, dove si percorreranno inizialmente le strade della provincia di Varese che, come rammentavamo all’inizio, è stata ed è ancora oggi terra fertile di campioni del pedale. Si pensi soltanto che sono originari di quest’angolo d’Italia il primo vincitore della corsa rosa (Luigi Ganna) e il primo corridore a vincerne cinque edizioni (Alfredo Binda), anche se il tracciato si terrà lontano dai rispettivi borghi natali (Induno Olona e Cittiglio), percorrendo invece le industriose strade del Basso Varesotto, un’area che riserva anche inattese perle d’arte come i santuari di Santa Maria di Piazza a Busto Arsizio e della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno. Il passo verso la Brianza è breve e i corridori avvertiranno questo passaggio con un mutamento del panorama di corsa, quando le sconfinate estese pianeggianti che caratterizzeranno i primi chilometri lasceranno il posto alle morbide colline tipiche di questo contesto, senza tuttavia affrontarle. Infatti, il percorso rimarrà “aderente” alla pianura ancora per lunghi ttratti e solo saltuariamente l’altimetria si incresperà leggermente, in particolar modo dopo il centesimo chilometro di gara, dopo che la corsa sarà transitata dal centro di Arosio, comune della valle del Lambro che nel 1976, in occasione del terzo e ultimo Giro vinto da Gimondi, ospitò l’arrivo di una frazione che prevedeva la duplice scalata al Ghisallo e che terminò con il successo allo sprint del belga Roger De Vlaeminck proprio davanti al bergamasco. Successivamente il percorso toccherà Renate – paese natale dello schermidore Edoardo Mangiarotti, l’atleta italiano che ancor oggi vanta il maggior numero di medaglie conquistate alle Olimpiadi (6 d’oro, 5 d’argento e 2 di bronzo per un totale di 13) – per poi transitare ai piedi della collina di Montevecchia, verso la quale sale una delle più conosciute e ripide salite della Brianza, quel Colle del Lissolo che è un irrinunciabile “ingrediente” della Coppa Agostoni. È anchè una vera e propria oasi di pace, ben rappresentata dai luoghi di culto che vi si trovano, come il Santuario della Beata Vergine del Carmelo, che offre anche spettacoli panorami sulla Brianza, e il monastero della Bernaga nel quale trascorse gli ultimi anni di vita Mons. Pasquale Macchi, che fu segretario personale di Papa Paolo VI sin dagli anni nei quali il futuro pontefice era arcivescovo di Milano. Superato sul fiume Adda a Brivio quello che un tempo era il confine di stato tra il Ducato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia, i “girini” giungeranno finalmente sulle strade della provincia di Bergamo, ma ci sarà ancora parecchia pianura da “mangiare” prima di arrivare all’appuntamento con le salite odierne. In questi ultimi 25 Km di “tranquillità” ci sarà ancora il tempo per un paio di divagazioni artistiche, quando la corsa transiterà al cospetto della storica abbazia di Pontida – luogo presso il quale il 7 aprile del 1167 si tenne il famoso giuramento che porterà alla nascita della Lega Lombarda, alleanza militare tra diversi comuni della Pianura Padana in opposizione a Federico Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero – e poi lambirà il centro di Almenno San Bartolomeo, nelle cui campagne si trova una delle più pregevoli chiese romaniche della provincia di Bergamo, la Rotonda di San Tomè. Siamo alle porte di casa Gimondi, che da diversi anni abita a Paladina in una spettacolare villa in forma di castello ma che è originario di Sedrina, uno dei primi centri della Val Brembana, collocato all’uscita di una stretta gola che la strada supera con spettacolare serie ponti sovrapposti realizzati tra la seconda metà del ‘400 e il XX secolo. Raggiunta la vicina Zogno, il paese di Pesenti, terminerà il lungo preambolo della pianura e si attaccherà l’ascesa verso i due “Miragoli”, San Salvatore, punto d’inizio della discesa successiva, e San Marco, presso la quale sarà collocato lo striscione del GPM e che, delle due frazioni di Zogno, era un tempo la più celebre per la presenza della famiglia Gritti, che vi fabbricava apprezzatissimi orologi a pendolo d’altissima precisione, mentre oggi la principale meta dei turisti è rappresentata dal venerato santuario della Madonna del Perello. Per arrivar lassù, a 931 metri di quota, i corridori dovranno percorrere 8,7 Km di salita al 7%, numeri che alle soglie della terza settimana di gara potrebbero presentare il conto se qualche corridore deciderà di forzare l’andatura. Bisognerà muoversi ora perché troppo facile sarà l’ostacolo immediatamente successivo, anche – ma era un altro contesto di gara – se Chaves promuoverà l’attacco decisivo proprio lungo i 7 Km al 5,4% che conducono a Selvino, stazione di sport invernali tra le più “comode” d’Italia, distante appena una decina di chilometri dalla pianura padana, della quale sono originarie le ex sciatrici Paoletta e Lara Magoni e dove è in progetto la realizzazione dello Skidome, innovativo impianto sciistico sotterraneo. La panoramica discesa a tornanti su Nembro – spesso oggetto di appassionanti finali di tappa alla oramai “defunta” Settimana Ciclistica Lombarda, organizzato per l’ultima volta nel 2013 – riporterà i corridori a livello della pianura e per una decina di chilometri si ritroverà il “liscio” avvicinandosi al “ruvido” finale sulla Boccola, con la breve ma ripida salita verso Bergamo Alta che dal 1995 caratterizza tutti i finali delle corse con arrivo nella città di Gioppino, 1200 metri nei quali la pendenza media passa da “quota zero” al 7,9%, con un brevissimo tratto in acciottolato e un picco del 12% raggiunto in prossimità dello scollinamento, quando anche la sede stradale decisamente ristretta contribuirà a mettere in fila indiana quel che rimane del selezionato gruppo dei migliori.
Poi il tuffo verso la città bassa metterà il suggello a una tappa di media montagna, che media non lo sarà affatto… e il successo al Lombardia di Chaves, il corridore che concluse l’ultimo Giro d’Italia al secondo posto a 52” da Nibali, la dice lunga.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Sella di Cà del Colle (1012 metri). Attraversata nel corso della discesa da Miragolo San Salvatore a Rigosa.

Sella Selvino (941 metri). Vi sorge l’omonima località di sport invernali e mette in comunicazione la Val Seriana con la Val Brembana e la Val Serina. Quotata 948 sulle cartine del Giro 2017, è stata affrontata 4 volte alla corsa rosa, due come GPM di passaggio e altrettante come arrivo di tappa. La prima volta fu scalata nel 1969 nel finale della semitappa Zingonia – San Pellegrino Terme, vinta da Marino Basso dopo che al GPM era transitato in testa Michele Dancelli. Ci si tornerà nel 1976 nel finale della Terme di Comano – Bergamo, vinta in casa da Gimondi con Wladimiro Panizza primo a Selvino. I due arrivi di tappa saranno, infine, conquistati dall’americano Andrew Hampsten nel 1988 (Novara – Selvino) e dall’elvetico Tony Rominger nel 1995 (cronoscalata da Cenate): in entrambi i casi saranno i vincitori di tappa a imporsi, qualche giorno più tardi, anche nella classifica finale della corsa rosa.

FOTOGALLERY

Castello di Valdengo

Castello di Rovasenda

Carpignano Sesia, l’imbocco di uno dei vicoli del ricetto medioevale, lungo il quale si trova la Chiesa di San Pietro

Oleggio, Pieve di San Michele

Il Ponte di Oleggio visto dal punto dove il Naviglio Grande si stacca dal corso del Ticino

Busto Arsizio, Santuario di Santa Maria di Piazza

Saronno, Santuario della Beata Vergine dei Miracoli

Montevecchia, Santuario della Beata Vergine del Carmelo

La celebre abbazia di Pontida

Almenno San Bartolomeo, la Rotonda di San Tomè vista dalla strada che percorreranno I “girini”

I ponti sovrapposti di Sedrina, costruiti in diverse epoche

Miragolo San Marco, visione retrospettiva della chiesa parrocchiale

Uno dei venti tornanti della panoramica discesa da Selvino a Nembro

Bergamo, Porta San Lorenzo e il tratto in acciottolato della salita della Boccola

Bergamo Alta e, in trasparenza, l’altimetria della quattordicesima tappa del Giro 2017 (news.fidelityhouse.eu)

Bergamo Alta e, in trasparenza, l’altimetria della quattordicesima tappa del Giro 2017 (news.fidelityhouse.eu)

CASTELLANIA – OROPA: LA PIANURA E IL TOTEM

Ci sono luoghi sul pianeta Terra che gli appassionati di ciclismo hanno eletto a “totem”, veri e propri simboli della storia dello sport del pedale. Uno di questi svetta sopra la città di Biella: è il santuario di Oropa dove il 30 maggio del 1999 Marco Pantani scrisse una delle più belle pagine di ciclismo e dove 6 anni prima aveva corso il rischio d’affondare l’apparentemente indistruttibile Indurain. Nell’anno della sua centesima edizione il Giro tornerà su quelle strade, al termine di una frazione che unirà il ricordo del “Pirata” a quello del “Campionissimo”.

Sembra quasi un totem che si erge maestoso dalla pianura la salita che s’innalza al termine della prima frazione alpina del Giro numero 100. Anzi, un totem lo è per davvero perché ci sono luoghi “sacri” per l’appassionato di ciclismo, tavolta profani come la sconnessa stradina della Foresta dell’Arenberg o lo Stelvio, talaltra realmente divini come la Madonna del Ghisallo o la cappelletta che sorge in vetta al muro di Grammont. A quest’ultima categoria appartiene Oropa e non solo per il suo santuario, entrata di diritto in questa lista per quanto vi avvenne il 30 maggio del 1999. Prima di tale data l’ascesa sopra Biella era celebre solo per aver visto in crisi – per la prima volta nella storia – un campione che pareva indistruttibile come Miguel Indurain che, sotto i colpi inferti dal russo Ugrumov, nella penultima tappa del Giro del 1993 perse 36 secondi, salvando comunque la maglia rosa per poco meno di un minuto. È con questo ricordo che la corsa rosa si approcciò al santuario piemontese 6 anni dopo, ignara d’andare in contro ad una delle pagine di ciclismo più belle della storia di questo sport, scaturicata da un episodio negativo, una foratura proprio ai piedi dell’ascesa finale, che Marco Pantani riuscì a ribaltare a suo favore e a trasformare in una cavalcata trionfale, letteralmente “saccagnando” gli avversari che si erano ritrovati in testa alla corsa e che pensavano che il “Pirata” avrebbe quel giorno perso terreno e quella maglia rosa che aveva ripreso il giorno prima a Borgo San Dalmazzo dopo aver perso nella crono di Ancona le insegne del primato che aveva conquistato sul Gran Sasso d’Italia. Quel che successe pochi giorni dopo a Madonna di Campiglio e negli anni successivi non farà altro che “consacrare” ancor più questo luogo alla memoria dello scalatore di Cesenatico e, anche per questo motivo, ci sarà sicuramente grande attesa per questa tappa, nonostante l’ascesa finale non sia certo delle più “pepate” e totalmente “sciapo” sarà il resto del percorso, costantemente tracciato sui binari della pianura e poco consistente anche nel chilometraggio poiché a fine giornata si saranno percorsi soli 131 Km. Sarà questa, inoltre, l’occasione per ricordare anche un altro grande campione poichè si renderà tributo pure a Fausto Coppi partendo da Castellania, il piccolo paesello natale del Campionissimo, abbarbicato sui colli del tortonese a 400 metri di quota e oggi abitato da meno di 100 persone che ne fanno il terzo comune meno popolato dalla provincia di Alessandria.
Dopo il via dal piazzale antistante il cimitero nel quale riposano le spoglie di Fausto e del fratello Serse la tappa partirà in discesa ma nulla potrà accadere nei primi 10 Km, perché quel tratto sarà percorso fuori gara, nel corso della consueta marcia d’avvicinamento alla partenza ufficiale – il famoso “chilometro zero” – che sarà data sulla piana sottostante, in direzione di Tortona. Toccata nuovamente la cittadina che aveva ospitato la corsa poche ore prima, il tracciato tirerà dritto in direzione della Lomellina, rientrando sul suolo lombardo dopo aver superato – per l’unica volta in questa edizione del Giro – il corso del fiume Po. A partire da questo momento il paesaggio delle risaie sarà per parecchi chilometri una presenza costante del percorso che, varcato il più lungo fiume d’Italia, per prima cosa attraverserà Pieve del Cairo, presso il quale si trova il Castello Beccaria, uno dei più grandi della provincia di Pavia, salito alla ribalta qualche anno fa per una presunta presenza di fantasmi. La corsa giungerà poi sulle strade di Mede, nel cui centro si trova la più antica riseria della Lomellina, il Mulino di San Rocco, costruito nel XVIII secolo da un gruppo di frati che vivevano in un convento poco distante. Pedalando tra le campagne si giungerà quindi a Sartirana Lomellina, dove si trova un altro interessante castello, che appartenne ai Duchi di Sartirana, promotori dello sviluppo della coltivazione del riso in queste terre grazie alla costruzione di un canale artificiale che vi condusse le acque del fiume Sesia. Sfiorato il centro di Cozzo – anche lui con il suo bel maniero, che nel 1499 ospitò nientemeno che il re francese Luigi XII – si tornerà a pedalare sulle strade del Piemonte, diretti a Vercelli, città celebre non soltanto per le sue emergenze monumentali (su tutte segnaliamo la basilica di Sant’Andrea e il Museo Francesco Borgogna, principale pinacoteca della regione) ma anche in quanto sede della Pro Vercelli, uno dei più antichi club sportivi d’Italia, fondato nel 1887 come società di ginnastica e dal 1902 presente nel calcio con una formazione che ha militato per sei stagioni in serie A e per dodici in serie B.
Imboccata la statale per Biella, il lungo serpente della carovana giungerà quindi a Quinto Vercellese dove s’incontra l’ennesimo castello di questa tappa, quello che appartenne inizialmente ai Conti di Biandrate, che nel 1170 lo cederanno alla famiglia degli Avogadro, proprietaria del maniero per oltre 700 anni, fino al 1922.
Passato il 100° km di gara la pianura lascerà il posto al falsopiano di una ventina di chilometri che, puntando costantemente verso l’alto senza assumere mai le caratteristiche di salita, “deporrà” il gruppo ai piedi dell’ascesa finale, alla quale si giungerà dopo aver costeggiato la “Baraggia”, area caratterizzata da fitte brughiere alternate a vaste praterie, un contesto ambientale protetto da una riserva naturale e che in certi aspetti ricorda la savana. Al termine di questo tratto si attraverserà il “Piano”, la parte bassa della città di Biella che – come quella di Bergamo che accoglierà il Giro l’indomani – ha una doppia anima e quella più antica sta in alto, sulla collina del Piazzo, con l’aspetto tipico dei borghi medioevali, il cui cuore è rappresentato da Piazza della Cisterna, sede del municipio sino alla seconda metà del XIX secolo. Inizieranno qui gli ultimi 12 Km di gara, che – per quanto ricordato all’inizio – sono un vero e proprio concentrato di emozioni e adrenalina, pur non avendo la consistenza della salita durissima, essendo abbastanza “normale” la pendenza media, che risulta essere del 6,2%, mentre il picco massimo si attesta al 13%. Costeggiati i confini del Parco della Burcina (conosciuto in particolare per la fioritura dei rododendri, che ha inizio proprio nelle settimane del Giro), si abbandonerà temporaneamente la statale d’accesso al santuario per imboccare il vecchio tracciato che attraversa la frazione di Favaro, dove s’incontrerà una breve porzione di strada pavimentata in porfido, poco più di 200 metri di pavè all’ingresso dei quali terminerà il tratto a maggior pendenza dell’ascesa, più o meno nel punto dove cominciò a scricchiolare la corazzata di Indurain nel 1993. Si ritroverà poi la strada “maestra” negli ultimi 4,2 Km che ricondurranno sul porfido, quello sul quale si pedalerà nelle ultime centinaia di metri, sul piazzale dolcemente salente verso il santuario dove, fin dal Trecento si venera la statua della Madonna Nera. Un pavè dai cui solchi sono sgorgate pagine di storia sportiva e di emozioni. Emozioni forti.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Passo Coppi (369 metri). È stato ufficialmente battezzato con questo nome il valico posto alle porte di Castellania, esattamente all’altezza del bivio sotto l’abitato, dove la SP 135 “Serravalle-Carezzano” si incontra con la SP 130 “della Valle Ossona”. Verrà toccato dai corridori durante il tratto di trasferimento verso il “chilometro zero”. Al Giro del 2010, durante la tappa Novara – Novi Ligure vinta dal francese Jérôme Pineau, il passaggio dal Passo Coppi è stato considerato valido come GPM, conquistato dal tedesco Paul Voss.

Sella del Cascinotto (327 metri). Valicata dalla SP 134 “Spineto – Villalvernia” tra Carezzano Superiore e Paderna. Attraversata durante il tratto di trasferimento verso il “chilometro zero”.

Selletta di Paderna (262 metri). Valicata dalla SP 134 “Spineto – Villalvernia” tra Paderna e Spineto Scrivia. Attraversata durante il tratto di trasferimento verso il “chilometro zero”.

Sella di Favaro (758 metri). Si trova quasi al centro dell’omonimo abitato, toccato dal vecchio tracciato della strada che sale a Oropa.

FOTOGALLERY

Castellania, casa natale di Fausto Coppi

Il ponte della Strada Provinciale 211 con il quale il gruppo supererà il corso del Fiume Po

Pieve del Cairo, Castello Beccaria

Mede, Mulino di San Rocco

Sartirana Lomellina, Castello dei Duchi di Sartirana

Castello di Cozzo

Vercelli, Basilica di Sant’Andrea

Quinto Vercellese, Castello degli Avogadro

Il tipico paesaggio delle baragge biellesi

Biella, Piazza della Cisterna

Rododendri in fiore nel Parco della Burcina

Il santuario di Oropa visto dal rettilineo d’arrivo e in trasparenza, l’altimetria della tredicesima tappa del Giro 2017 (Google Street View)

Il santuario di Oropa visto dal rettilineo d’arrivo e in trasparenza, l’altimetria della tredicesima tappa del Giro 2017 (Google Street View)