MESTA LIEGI: ADDIO MICHELE

aprile 24, 2017 by Redazione  
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Difficile scrivere di corse con nella testa e nel cuore la notizia della morte di Scarponi, ucciso mentre si allenava dall’errore omicida del guidatore di un furgone. Ci pensa Alejandro Valverde a immortalare il ricordo di Michele trionfando tra le lacrime a Liegi.

È uno strazio pensarci ora, ma Michele Scarponi è stato – anche – il miglior corridore italiano per la Liegi fra tutte le generazioni successive all’epoca dorata dei Bettini, Rebellin e Di Luca. Con la solita umiltà sorniona, non ha mai strombazzato la propria solidità nella decana delle Classiche, quella che sa sorridere anche agli scalatori ma solo se se dotati di guizzo, intuito e classe: ha sempre coltivato in modo quasi intimo una storia d’amore personale con la severa signora belga, sfiorando il podio all’esordio, un neoprofessionista di appena ventitré anni col completo zebrato della Domina, e di nuovo quando fu quinto dieci anni dopo, all’ultima stagione in Lampre, non mancando di intascare nel frattempo un altro paio di top ten. I Gasparotto o Nibali, invece, pur avendo dato una più netta impressione di poter agguantare la vittoria, non han brillato che per un paio di stagioni su queste strade. Il ricordo più recente e indelebile è quello di Scarponi che nel 2015 scala la leggendaria Redoute in testa alla corsa, mezzo minuto davanti al gruppo, con il giovanissimo e talentuoso Chaves in scia. Stava lavorando in funzione del capitano Fuglsang, oggi in lacrime alla partenza, ma quell’istantanea di Michele che scollina davanti a tutti sulle rampe del mito è un piccolo regalo che si fece e ci fece: proprio oggi acquista una rilevanza speciale.
È bello allora che arrivi qui il primo di una serie di omaggi a Michele Scarponi da parte dei suoi amici nel mondo del ciclismo, e la parola “amici” per una volta non sembra abusata come troppo spesso accade: Valverde, vincitore con gli indici e lo sguardo puntati al cielo, stenta a parlare nell’intervista, rifiuta come prima domanda di commentare il finale di gara e impone, anzitutto, il ricordo commosso, con la voce rotta e gli occhi rossi di pianto, del collega italiano e della famiglia di questi, a cui devolverà il premio.
Lo sprint folgorante di Valverde, a conclusione di una progressione che sgretola e spazza via la concorrenza, è uno dei pochi gesti tecnici che danno lustro a una giornata a cui, oggi, non ci sentiamo di rimproverare il solito, oppressivo grigiore e l’andamento mesto, contratto, come di chi corra con il cuore in un pugno. Sembra ormai questo il destino costante della Liegi, in attesa di novità che la ravvivino, però, solo per quest’anno, è davvero già molto riuscire a trovare la voglia di correre, spingere, scattare, soffrire.
Poche note di cronaca. La fuga del mattino dilaga, ma si sfalda sulla Rocca dei Falchi nonostante i sussulti finali dell’indefessa coppia Cofidis con Rossetto e Perez. Dietro bisogna aspettare il Maquisard affinché prenda corpo una mossa robusta, con in luce gli ottimi De Marchi, Brambilla e Benedetti rodando i motori per il Giro, assieme a nomi noti come Latour o Betancur, che fa respirare i suoi compagni Movistar fino ad allora in testa al gruppo, o la coppia Dimension Data di Fraile e Haas. La Redoute però, invece che spaccare la corsa, la rimpasta, con le trenate di Sebastian Henao e Kreuziger che ricuciono i distacchi. Eccoci alla Rocca dei Falchi dove ci prova l’altro Henao, il più forte Sergio Luis, con Kreuziger stavolta più aggressivo che difensivo. La testa del gruppo si rimescola con gli abituali giri di mano che vedono gruppetti diversi provare a sganciarsi tra scatti e controscatti – tutti piuttosto timidi, invero – finché non se ne va un’altra buona azione con il sempre coraggioso Tim Wellens a fare la parte del leone, più di nuovo un paio di italiani, Villella che scorta il suo capitano Woods, e Damiano Caruso che sembra pensare soprattutto ai suoi capitani belgi rimasti in gruppo, Van Avermaet e Teuns. Ci sono anche l’assatanato Kreuziger e la promessa Sam Oomen (oltre a Vuillermoz e Konrad).
La Sky è rimasta fuori dal mazzo e si incarica dunque di menare le danze dietro, levando le castagne dal fuoco a un Valverde provvisoriamente a corto di compagni. Moscon, il trentino 23enne che già fu splendido alla Roubaix, viene speso in un’infinita menata da mulo che smonta le velleità degli attaccanti, dei quali si rilancia in avanti solo l’indomito Wellens, senza che però il suo vantaggio faccia mai sperare che possa superare il Saint-Nicolas, la salita degli italiani che ci introduce al gran finale. Fedele al suo nome, la côte tra le case di mattoni imbruniti si apre e si chiude con begli spunti italici: il primo è ancora Villella, che allunga fluido, e viene agguantato solo dalla duplice fucilata di Sergio Henao e Albasini, ansiosi di anticipare. Il gruppo si ricompatta grazie all’intensità di Ion Izagirre altro gregario più o meno involontario di Valverde (in Movistar l’anno scorso, ma ora sarebbe pure capitano in casa Bahrein-Merida!): tuttavia prima che spiani l’ultimo metro del Saint-Nicolas squilla di nuovo un acuto italiano, con Formolo che allunga decisissimo e prende il largo, mentre dietro si tentenna.
Formolo regge bene sui saliscendi infarciti di sanpietrini, ma lo strappo finale di Ans incombe: il primo allungo è di Fraile, ma le polveri sono bagnate da quella fuga di tanti km fa.
Al fulmicotone la sparata di Daniel Martin ai -800 metri dal traguardo, lui sì prende il largo e dribbla Formolo in scioltezza: dietro però è l’Orica che s’incarica di tirare il guinzaglio, peraltro con un’azione confusa in cui non è chiaro se Adam Yates e Albasini collaborino o pensino ciascuno a sé – l’impressione è che entrambi pensino a Valverde, finiranno infatti settimo e ottavo. Quando Valverde innesca la sua progressione, lo sparpaglìo è graduale ma inesorabile, la lunga fila indiana di una ventina di uomini che serpeggiava per le vie delle periferie belghe si sbriciola, perdono le ruote i Bardet, i Majka, i Van Avermaet, mentre Valverde piomba su Daniel Martin come il falco su un coniglio, rifiata in curva, riapre il gas in piena spinta ma in appena pochi metri già capisce di aver schiantato tutti e con ampio anticipo si rialza, leva gli indici, guarda lassù, oltre il cielo di polvere e limatura, lasciandosi alle spalle gli affanni di Martin ancora secondo, di Kwiatkowski in rimonta affannosa, di Matthews che sprinta forte in salita dopo aver sgomitato sorprendentemente sulla Redoute, di Izagirre indomito, e poi tutti gli altri. Pozzovivo dodicesimo, primo degli italiani nell’ordine d’arrivo, ma il primo italiano, oggi, passava il traguardo con Valverde.
Comunque Scarponi oggi sarebbe stato contento dell’azzardo e della smorfia sofferta di Formolo, delle sortite di Villella, delle puntate offensive in funzione dei capitani fatte da De Marchi, Brambilla o Caruso, di Moscon duro, umile e fedele, del proprio capitano di anni anteriori Fuglsang, che arriva a dieci secondi dopo una gara cominciata con un pianto a dirotto ma altresì del compagno e collega Cataldo che, già distrutto emotivamente al via, non ce l’ha fatta a finire.
Eppure, va detto, questa corsa da italiani vede gli italiani anche se degnissimi sempre più outsider e gregari. Forse c’è un qualche rapporto con il calo di oltre il 40% dei km in bici percorsi all’anno per abitante, in Italia rispetto al 1997, vent’anni fa, quando Michele era juniores?
Michele Scarponi fu tra i primi e più entusiasti professionisti a sostenere, l’iniziativa #salvaiciclisti, innescata ormai cinque anni fa. Da allora i ciclisti morti in Italia hanno superato i milleduecento. Michele è uno fra le centinaia di ciclisti che ogni anno vengono ammazzati sulle strade italiane, chi per lavoro – come nel suo caso, o di chi in bici ci va in fabbrica o in ufficio – chi per il puro piacere di spostarsi senza rumore e inquinamento. Non credete a chi dice che è perché la bici è intrinsecamente pericolosa: la straripante maggioranza delle morti è causata da un veicolo a motore. Non credete a chi dice che non potrebbe essere diversamente, perché le strade sono fatte per le automobili: negli altri Paesi europei la situazione è ben diversa rispetto all’Italia. In Francia, dove il ciclismo, numeri alla mano, si pratica quanto in Italia, i morti si attestano intorno ai 150 all’anno. La media italiana dal 2001 al 2015 è di 300.
L’Italia è di gran lunga il Paese con la peggior combinazione di pratica ciclistica relativamente moderata e gran numero di morti: la Polonia, con cui ci disputavamo il poco ambito trofeo, ha rivoluzionato la propria sicurezza stradale nell’ultimo quinquennio. La Spagna, vent’anni fa uno dei Paesi meno pedalatori del continente nonostante il mito Indurain, ha cambiato in modo sempre più radicale il proprio codice della strada dal 2001 al 2014, con governi di ogni colore, e nell’ultimo biennio il ciclismo amatoriale ha scavalcato calcio, nuoto e atletica diventato lo sport più praticato nel tempo libero.
L’isteria dei guidatori italiani, sulle strade o in rete, ignora che vent’anni fa la presenza ciclistica sulle strade del Belpaese era quasi doppia e l’auge recente ha recuperato solo parte di quel prezioso patrimonio. Come si circolava allora? E come faranno mai in Germania, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Corea del Sud con tre, quattro, dieci volte i ciclisti che ha l’Italia? Saranno tutti in coda, o viceversa la mobilità è molto più fluida ed efficiente per tutti?
Mentre in altri Paesi, come appunto la Spagna, le leggi obbligano i guidatori di veicoli motorizzati a contemplare perennemente la possibilità della presenza di un ciclista per reagire di conseguenza (dal metro e mezzo di distanza obbligatoria per sorpassare, fino ai limiti di velocità ridotti in orari di forti flussi ciclistici, o all’obbligo di considerare il gruppo come un tutt’uno e quindi attendere il passaggio fino all’ultimo ciclista nelle rotonde, e molto altro), in Italia invece non si stimola questa cura costante, per cui il ciclista italico o è invisibile o disturba. Se l’occhio non si abitua a guardare sempre con la massima attenzione per individuare ciclisti, pedoni, motociclisti, insomma, la cosiddetta utenza debole, ebbene la probabilità del “non l’ho visto” incrementa esponenzialmente. Non è un caso: è un evento reso possibile o probabile da un contesto. Magari sei controluce, hai fretta, non vedi bene, e se non c’è niente “di grosso” in arrivo, ti butti. Con l’incuranza di chi non sa o finge di non sapere che sta conducendo, a tutti gli effetti, una potenziale arma omicida.
Il Presidente della Federciclismo dichiara che per Scarponi si è trattato di un “destino scritto male”: ad essere scritto male è il codice della strada italiano. “Si sta lavorando”, dice Di Rocco: ma è in carica da dodici anni e mentre in questo stesso periodo altre nazioni hanno fatto passi da gigante sia nella pratica ciclistica, sia nella sicurezza, noi arranchiamo nella prima e sprofondiamo nella seconda. Se davvero ci si tiene, sarebbe il caso di fare un gesto di rottura e dare le dimissioni, di fronte a un caso così eclatante. Che cosa ha fatto la FCI, ad esempio, dall’incidente gravissimo di Marina Romoli a oggi? Quali azioni concrete, quali proposte, quali pressioni sulla politica? Incrociare le dita, sperando che non accadesse qualcosa di ancora più grave? Con centinaia di morti all’anno non è questione di auspici, è solo una questione di tempo. Il tempo corre, i ciclisti vengono uccisi. E fare ciclismo diventa sempre più duro perché ancor più dei morti è il non sentirsi rispettati che fa crescere, giustamente, la paura. Michele – lo dichiarò – percepiva un aumento dei rischi e dell’aggressività del traffico, ma rimaneva ad allenarsi in Italia perché amava la propria famiglia e perché amava questo Paese: sarebbe ora che il Paese ricambiasse l’amore che Scarponi e i ciclisti e cicliste italiani di ogni età, passione, velocità riversano sulle strade dell’Italia.
Scarponi non era in doppia fila. Non era passato col rosso. Non parlava con un amico. Non era in gruppo. Non era uno “che crede di essere al Giro”, perché il Giro lui sapeva benissimo che cosa fosse. Non era uno “che si compra la bici da corsa poi non la sa guidare”. Non si prendeva rischi. Non faceva il prepotente. Aveva il casco.
E noi non dovremmo più tollerare queste sciocchezze sulle centinaia di ciclisti che come Michele vengono uccisi da mezzi a motore, per poi subire l’insulto di vedersi colpevolizzati senza alcun fondamento logico.
Se l’Italia fosse un Paese al passo con gli altri, almeno cento, centocinquanta, duecento vite di ciclisti all’anno non andrebbero perse. È pura matematica. E magari, tra esse, anche quella di un grande uomo e grande campione come Michele Scarponi. O magari no, magari sarebbero stati altri “i morti in meno”: il rischio è e sarà sempre parte del ciclismo come della vita, ogni ciclista lo accetta. Ma vogliamo davvero tollerare di rimanere con il dubbio che, se solo avessimo costruito una cultura stradale migliore, lui, Michele, come tanti altri, sarebbe tornato a casa leggero sui pedali?

Gabriele Bugada

1 Alejandro Valverde (Spa) Movistar Team 6:24:27
2 Daniel Martin (Irl) Quick-Step Floors
3 Michal Kwiatkowski (Pol) Team Sky 0:00:03
4 Michael Matthews (Aus) Team Sunweb
5 Jon Izaguirre (Spa) Bahrain-Merida
6 Romain Bardet (Fra) AG2R La Mondiale
7 Michael Albasini (Swi) Orica-Scott
8 Adam Yates (GBr) Orica-Scott 0:00:07
9 Michael Woods (Can) Cannondale-Drapac
10 Rafal Majka (Pol) Bora-Hansgrohe
11 Greg Van Avermaet (Bel) BMC Racing Team
12 Domenico Pozzovivo (Ita) AG2R La Mondiale
13 Sergio Henao (Col) Team Sky
14 Rui Costa (Por) UAE Team Emirates 0:00:10
15 Jakob Fuglsang (Den) Astana Pro Team
16 Fabio Felline (Ita) Trek-Segafredo 0:00:14
17 Rudy Molard (Fra) FDJ
18 Julien Simon (Fra) Cofidis, Solutions Credits
19 Jelle Vanendert (Bel) Lotto Soudal
20 Patrick Konrad (Aut) Bora-Hansgrohe
21 Rigoberto Uran (Col) Cannondale-Drapac
22 Tom Dumoulin (Ned) Team Sunweb
23 Davide Formolo (Ita) Cannondale-Drapac
24 Dylan Teuns (Bel) BMC Racing Team 0:00:24
25 Omar Fraile (Spa) Dimension Data 0:00:28
26 Michael Gogl (Aut) Trek-Segafredo
27 Roman Kreuziger (Cze) Orica-Scott 0:00:34
28 Daniel Moreno (Spa) Movistar Team 0:00:51
29 Alexis Vuillermoz (Fra) AG2R La Mondiale 0:00:54
30 Diego Ulissi (Ita) UAE Team Emirates
31 Damiano Caruso (Ita) BMC Racing Team
32 Lawrence Warbasse (USA) Aqua Blue Sport
33 Jay McCarthy (Aus) Bora-Hansgrohe
34 Gianluca Brambilla (Ita) Quick-Step Floors
35 Tim Wellens (Bel) Lotto Soudal
36 Simone Petilli (Ita) UAE Team Emirates
37 Enrico Gasparotto (Ita) Bahrain-Merida
38 Warren Barguil (Fra) Team Sunweb
39 Davide Villella (Ita) Cannondale-Drapac
40 Antwan Tolhoek (Ned) Team LottoNl-Jumbo
41 Jacques Janse Van Rensburg (RSA) Dimension Data
42 Floris De Tier (Bel) Team LottoNl-Jumbo
43 Igor Anton (Spa) Dimension Data
44 Maurits Lammertink (Ned) Katusha-Alpecin
45 Tom-Jelte Slagter (Ned) Cannondale-Drapac
46 Pavel Kochetkov (Rus) Katusha-Alpecin
47 Sam Oomen (Ned) Team Sunweb
48 Louis Meintjes (RSA) UAE Team Emirates
49 Cyril Gautier (Fra) AG2R La Mondiale
50 Serge Pauwels (Bel) Dimension Data 0:01:00
51 José Gonçalves (Por) Katusha-Alpecin
52 Samuel Sanchez (Spa) BMC Racing Team
53 Jarlinson Pantano (Col) Trek-Segafredo
54 Tanel Kangert (Est) Astana Pro Team 0:01:08
55 Tosh Van Der Sande (Bel) Lotto Soudal 0:01:56
56 Lilian Calmejane (Fra) Direct Energie
57 Enrico Battaglin (Ita) Team LottoNl-Jumbo 0:02:13
58 Pello Bilbao (Spa) Astana Pro Team
59 Jose Rojas (Spa) Movistar Team
60 David De La Cruz (Spa) Quick-Step Floors 0:03:22
61 Stéphane Rossetto (Fra) Cofidis, Solutions Credits 0:03:29
62 Nathan Haas (Aus) Dimension Data 0:03:38
63 Gregor Mühlberger (Aut) Bora-Hansgrohe
64 Tiago Machado (Por) Katusha-Alpecin 0:03:50
65 Thomas Degand (Bel) Wanty – Groupe Gobert
66 Simon Clarke (Aus) Cannondale-Drapac
67 Stefan Denifl (Aut) Aqua Blue Sport
68 Alex Howes (USA) Cannondale-Drapac 0:04:42
69 André Cardoso (Por) Trek-Segafredo
70 Pawel Poljanski (Pol) Bora-Hansgrohe
71 Nick Van Der Lijke (Ned) Roompot – Nederlandse Loterij 0:04:50
72 Giovanni Visconti (Ita) Bahrain-Merida 0:05:01
73 Manuele Mori (Ita) UAE Team Emirates 0:05:31
74 Carlos Betancur (Col) Movistar Team
75 Eliot Lietaer (Bel) Sport Vlaanderen – Baloise
76 Dion Smith (NZl) Wanty – Groupe Gobert
77 Yoann Bagot (Fra) Cofidis, Solutions Credits
78 Gianni Moscon (Ita) Team Sky 0:05:35
79 Diego Rosa (Ita) Team Sky
80 Alessandro De Marchi (Ita) BMC Racing Team
81 Bart De Clercq (Bel) Lotto Soudal 0:05:41
82 Fabien Grellier (Fra) Direct Energie 0:06:14
83 Bram Tankink (Ned) Team LottoNl-Jumbo 0:07:27
84 Thomas Sprengers (Bel) Sport Vlaanderen – Baloise 0:07:40
85 Alexey Vermeulen (USA) Team LottoNl-Jumbo
86 Arthur Vichot (Fra) FDJ
87 Mikael Cherel (Fra) AG2R La Mondiale
88 Rúben Guerreiro (Por) Trek-Segafredo
89 Sebastian Henao (Col) Team Sky
90 Mark Christian (GBr) Aqua Blue Sport
91 Anthony Roux (Fra) FDJ
92 Laurens De Plus (Bel) Quick-Step Floors
93 Matej Mohoric (Slo) UAE Team Emirates
94 Guillaume Martin (Fra) Wanty – Groupe Gobert
95 Yukiya Arashiro (Jpn) Bahrain-Merida
96 Sébastien Delfosse (Bel) WB Veranclassic Aqua Protect
97 Tomasz Marczynski (Pol) Lotto Soudal
98 Alexey Lutsenko (Kaz) Astana Pro Team
99 Luis Angel Mate (Spa) Cofidis, Solutions Credits
100 José Mendes (Por) Bora-Hansgrohe
101 Paul Martens (Ger) Team LottoNl-Jumbo
102 Tao Geoghegan Hart (GBr) Team Sky
103 Lennard Hofstede (Ned) Team Sunweb
104 Michal Golas (Pol) Team Sky
105 Cesare Benedetti (Ita) Bora-Hansgrohe
106 Amael Moinard (Fra) BMC Racing Team
107 Toms Skujins (Lat) Cannondale-Drapac
108 Benoit Vaugrenard (Fra) FDJ
109 Arnaud Courteille (Fra) FDJ
110 Kevin Reza (Fra) FDJ
111 Rory Sutherland (Aus) Movistar Team
112 Thomas Voeckler (Fra) Direct Energie
113 Jonathan Hivert (Fra) Direct Energie
114 Alberto Losada (Spa) Katusha-Alpecin
115 Ángel Vicioso (Spa) Katusha-Alpecin
116 Jesus Herrada (Spa) Movistar Team 0:07:52
117 Anthony Perez (Fra) Cofidis, Solutions Credits 0:08:41
118 Romain Sicard (Fra) Direct Energie 0:09:15
119 Antoine Warnier (Bel) WB Veranclassic Aqua Protect 0:10:39
120 Bryan Nauleau (Fra) Direct Energie
121 Andrea Pasqualon (Ita) Wanty – Groupe Gobert
122 Perrig Quemeneur (Fra) Direct Energie
123 Gregory Habeaux (Bel) WB Veranclassic Aqua Protect
124 Christophe Masson (Fra) WB Veranclassic Aqua Protect
125 Dries Van Gestel (Bel) Sport Vlaanderen – Baloise
126 Matteo Bono (Ita) UAE Team Emirates
127 Marco Minnaard (Ned) Wanty – Groupe Gobert
128 Odd Christian Eiking (Nor) FDJ
129 Jeroen Meijers (Ned) Roompot – Nederlandse Loterij
130 Tsgabu Grmay (Eth) Bahrain-Merida
131 Pieter Weening (Ned) Roompot – Nederlandse Loterij
132 Matvey Mamykin (Rus) Katusha-Alpecin 0:10:44
133 Guillaume Bonnafond (Fra) Cofidis, Solutions Credits 0:11:32
134 Imanol Erviti (Spa) Movistar Team 0:13:11
135 Remy Mertz (Bel) Lotto Soudal
136 Aaron Gate (NZl) Aqua Blue Sport
137 Andriy Grivko (Ukr) Astana Pro Team
138 Lukas Pöstlberger (Aut) Bora-Hansgrohe
139 Simon Gerrans (Aus) Orica-Scott
140 Jaco Venter (RSA) Dimension Data
141 Oscar Riesebeek (Ned) Roompot – Nederlandse Loterij
142 Dries Devenyns (Bel) Quick-Step Floors
143 Michel Kreder (Ned) Aqua Blue Sport
144 Romain Guillemois (Fra) Direct Energie 0:13:32
145 Grega Bole (Slo) Bahrain-Merida
146 Pierre Roger Latour (Fra) AG2R La Mondiale 0:13:55
147 Quentin Jauregui (Fra) AG2R La Mondiale
148 Petr Vakoc (Cze) Quick-Step Floors 0:14:09
149 Benjamin Declercq (Bel) Sport Vlaanderen – Baloise 0:14:41
150 Aime De Gendt (Bel) Sport Vlaanderen – Baloise
151 Rein Taaramäe (Est) Katusha-Alpecin
152 Nicolas Edet (Fra) Cofidis, Solutions Credits 0:15:35
153 Simon Yates (GBr) Orica-Scott 0:16:39

NEVE E TULIPANI A LIEGI

aprile 24, 2016 by Redazione  
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L’olandese Wouter Poels ha vinto una Liegi-Bastogne-Liegi disputata per diversi tratti sotto la neve ed interamente con temperature decisamente più invernali che primaverili. La nuova “côte” della Rue Naniot, dalle arcigne pendenze in pavè e molto vicina al traguardo, è stata decisiva già al suo debutto, ma forse ha anche contribuito a ritardare la vera esplosione della corsa tra gli aspiranti vincitori. Valverde, uomo più atteso oggi, non è stato in grado di esprimersi nel momento decisivo, nonostante la condotta di gara della sua squadra avesse fatto pensare che il campione spagnolo fosse intenzionato a fare la corsa.

Le previsioni meteo, che sovente annunciano tragedie per essere poi smentite più o meno clamorosamente, questa volta sono state confermate e gran parte della decana delle classiche si è svolta sotto la pioggia e la neve. Fortunatamente, questi momenti si sono alternati a momenti di sole con locali aperture sul percorso.
La corsa, dopo il tramonto della fuga di giornata, ha visto una selezione molto lenta del gruppo causata dalle elevate andature in testa, ma non ha riservato che tentativi effimeri di accelerazione prima di esplodere ai -3 dal traguardo con la nuova Côte de la Rue Naniot, inserita per la prima volta nel tracciato. Le pendenze e il fondo in pavè del nuovo tratto hanno certamente favorito la bagarre finale, ma forse hanno anche frenato le intenzioni di coloro che magari ci avrebbero provato, non dico sulla Redoute, ma magari sulla Côte tede la Roche-aux-Faucons o sul Saint Nicolas. Il gruppo, invece, pur allungatissimo e con continue accelerazioni nelle prime posizioni, dovute anche ai moltissimi tentativi di allungo pur senza pretese, è arrivato sostanzialmente con tutti i big ai piedi della Rue Naniot, a parte qualche eccezione, invero prevedibile, come Vincenzo Nibali che si è staccato sul Saint-Nicolas.
Il tempo ha anche indotto gli organizzatori ad una modifica dell’ultim’ora, eliminando dal tracciato il tratto previsto dal chilometro 45 al chilometro 75, preferendo deviare la corsa su una statale più ampia e meno problematica. In ogni caso nessuna “côte” è stata eliminata, dato che la corsa è rientrata sul percorso originariamente previsto proprio in corrispondenza dell’attacco della prima asperità, la Côte de la Roche-en-Ardenne.
Sulla Rue Naniot il più brillante è sembrato lo svizzero Albasini, corridore completo che si è voltato un po’ troppe volte per studiare la situazione, rimanendo tuttavia davanti. La situazione ha favorito Wouter Poels che, dopo un primo allungo neutralizzato proprio da Albasini, ha lanciato lo sprint riuscendo a mantenere dietro la svizzero che aveva provato ad uscire negli ultimi 50 metri.
Nonostante il tempo si presentasse minaccioso sin dalle prime battute e nonostante un ritmo elevatissimo già dalle prime fasi di gara, dopo 8 chilometri riescono ad involarsi Nicolas Edet (Cofidis e promotore dell fuga), Pavel Brutt (Tinkoff), Paolo Tiralongo (Astana), Alessandro De Marchi (BMC), Cesare Benedetti (Bora – Argon18), Jérémy Roy (FDJ) e Thomas De Gendt (Lotto Soudal). Il gruppo lascia andare i sette, ma tenta di non far dilatare eccessivamente il distacco, anche perché gli uomini di testa non sono esattamente comprimari in cerca di visibilità, ma uomini, come De Gendt, De Marchi e Tiralongo, che con le fughe hanno una certa confidenza, riuscendo spesso a portarle all’arrivo.
Intorno al chilometro 50 anche Vegard Stake Laengen (IAM Cycling) si aggiunge ai battistrada che così diventano otto. Il norvegese, sfruttando un momento di rallentamento sia in gruppo che in seno ai battistrada, riesce a raggiungere la testa dopo un primo tratto percorso a bagnomaria tra il gruppo e i fuggitivi.
Il rallentamento del gruppo dura un po’ troppo e il vantaggio dei battistrada sfonda il muro dei 9 minuti, ragion per cui in gruppo qualcuno prova a mettere la testa davanti come Johnny Hoogerland (Team Roompot – Oranje) e Preben Van Hecke (Topsport Vlaanderen – Baloise), i quali propongono una breve accelerata senza pretese. Poco dopo, però, si portano in testa la Etixx-Quick Step e soprattutto la Movistar di Valverde che, proprio quando la neve ricomincia a scendere copiosa sulla corsa, opera un deciso cambio di ritmo ad opera in particolare di Imanol Erviti e Rory Sutherland. Il lavoro dei due Movistar provoca un dimezzamento del vantaggio dei battistrada che conservano comunque un gap da gestire superiore ai 4 minuti.
Sul Col du Rosier iniziano i tentativi di allungo in gruppo, il primo ad opera di Thomas Voeckler che si accoda a Lilian Calmejane (Direct Energie) e viene seguito da Adam Yates. I due tuttavia si rialzano rapidamente, mentre Voeckler prosegue tutto solo all’inseguimento dei fuggitivi che, nel frattempo, hanno visto il loro vantaggio scendere sotto i due minuti, insieme alle speranze di concludere positivamente la fuga.
Con il gruppo che si avvicina rapidamente, De Marchi tenta di dare nuova linfa al tentativo, accelerando sul Col du Maquisard. Edet, De Gendt e Laegen riescono ad accodarsi all’italiano, mentre gli altri restano staccati. Nel frattempo, in gruppo si verifica un nuovo tentativo di evasione da parte di Tosh Van der Sande (Lotto Soudal), Loïc Vliegen (BMC), Bjorn Thurau (Wanty – Groupe Gobert) e Pawel Poljanski (Tinkoff), ma anche questi uomini non sono in grado di creare un apprezzabile distacco e devono rassegnarsi a rientrare nei ranghi, con la Movistar che continua a fare il cane da guardia di chiunque tenti di uscire.
Si arriva dunque alla Redoute, la “côte” simbolo della Liegi-Bastogne-Liegi, sulla quale il gruppo riprende la seconda parte della fuga di giornata che, nel frattempo, era stata ripresa da Voeckler, mentre nel drappello di testa portato via da De Marchi deve mollare prima Laegen e successivamente allo scollinamento anche De Gendt che viene raggiunto da Grivko, autore di un ulteriore tentativo di uscire dal gruppo. Anche questo tentativo ha però vita breve, dato che gli uomini della Etixx, che nel frattempo avevano rilevato i Movistar in testa al gruppo, non permettono ai due di restare a lungo in avanscoperta. Il gruppo torna compatto ai -23 quando anche De Marchi ed Edet vengono raggiunti. Naturalmente, l’espressione compatto è un eufemismo dato che il gruppo principale risulta essersi estremamente sfoltito negli ultimi chilometri, un po’ per le condizioni climatiche e un po’ per il susseguirsi delle “côtes” percorse a ritmi molto elevati.
Lo sfoltimento decisivo arriva però sulla Côte de La Roche-aux-Faucons, con gli Etixx che impongono un ritmo talmente elevato da ridurre il gruppo ad una cinquantina di unità. Dopo lo scollinamento prova ad uscire Carlos Betancur, la cui sorte sarà simile a quella toccata a coloro che ci avevano provato prima di lui, ossia essere ripreso dopo pochi chilometri allo scoperto, nell’impossibilità di conseguire un vantaggio sufficiente per coltivare speranze di vittoria.
Il colombiano, però, non vuole gettare la spugna e riprova ad allungare sul Saint-Nicolas. Anche in questa occasione il gruppo è rapido a riportarsi sul colombiano, ma la reazione del gruppo provoca problemi a vari corridori tra i quali Vincenzo Nibali (Astana) e Simon Gerrans (Orica GreenEDGE), uno dei favoriti, che si staccano irrimediabilmente.. Dopo Betancur è la volta Diego Rosa (Astana) che viene prontamente raggiunto da Ilnur Zakarin (Katusha). Anche in questo caso la coppia è bene assortita, ma il gruppo non è in vena di concedere alcunchè ed anche questi due bravi atleti si vedono riprendere nella successiva discesa.
L’azione decisiva a questo punto deve nascere sull’inedita salita della Rue Naniot ed è Albasini a rompere gli indugi, con una accelerata che riesce a creare il buco. Alla sua ruota si porta rapidamente Rui Costa con Poels e Sánchez che rimangono però staccati di qualche metro, con Albasini che non fa altro che voltarsi (decisamente un po’ troppo) per controllare cosa succeda dietro.
Nella discesa dalla Rue Naniot Pouls e Sanchez si riportano sulla coppia di testa mentre in gruppo provano ad abbozzare un inseguimento, ma dopo 250 chilometri sotto pioggia e neve e dopo una gara corsa a ritmi elevati nessuno è in grado di chiudere il gap creato principalmente da Albasini, che si è accollato gran parte del peso dell’azione. E’ forse proprio per questo motivo che, quando Poels, che aveva cercato di non strafare, lancia per primo lo sprint Albasini, pur nella posizione ideale per superarlo negli ultimi metri, non riesce nell’intento e deve accontentarsi del secondo posto.
La corsa è stata, come al solito, impegnativa con in più l’ostacolo del tempo da lupi; tuttavia non si sono registrate grosse emozioni prima della Rue Naniot e la corsa ha visto vari tentativi di uscire dal gruppo, ma nessuno di questi aveva in realtà serie pretese. Anche i ritmi elevati hanno causato una sorta di stasi della situazione tattica che ha iniziato ad evolversi sul Saint-Nicolas, con una riduzione significativa del gruppo ma senza tentativi veri di attacco. Anche nella Liegi cominciano a verificarsi quelle situazioni poco desiderabili che portano la corsa a decidersi negli ultimi 2/3 chilometri.
In realtà, le sorprese ci sono comunque state, poiché uomini favoriti come Gerrans e Valverde sono rimasti del tutto fuori dai giochi, il primo addirittura staccato sul Saint-Nicolas, il secondo rimasto imbrigliato sulla Rue Naniot, mentre Poels, che ha avuto il merito di riuscire a prendere il treno giusto senza sfiancarsi per essere poi brillante allo sprint, è il primo uomo in forza Sky a conquistare la vittoria in una classica monumento.
Dopo questa corsa la prossima battaglia tra i big sarà sulle strade del Giro d’Italia.

Benedetto Ciccarone

ORDINE D’ARRIVO

1 Wouter Poels (Ned) Team Sky 6:24:29
2 Michael Albasini (Swi) Orica-GreenEdge
3 Rui Alberto Faria Da Costa (Por) Lampre – Merida
4 Samuel Sanchez Gonzalez (Spa) BMC Racing Team 0:00:04
5 Ilnur Zakarin (Rus) Team Katusha 0:00:09
6 Warren Barguil (Fra) Team Giant-Alpecin 0:00:11
7 Roman Kreuziger (Cze) Tinkoff Team 0:00:12
8 Joaquin Rodriguez Oliver (Spa) Team Katusha
9 Bauke Mollema (Ned) Trek-Segafredo
10 Diego Rosa (Ita) Astana Pro Team
11 Tanel Kangert (Est) Astana Pro Team
12 Enrico Gasparotto (Ita) Wanty – Groupe Gobert
13 Romain Bardet (Fra) AG2R La Mondiale
14 Michael Valgren (Den) Tinkoff Team
15 Patrick Konrad (Aut) Bora-Argon 18
16 Alejandro Valverde Belmonte (Spa) Movistar Team
17 Dylan Teuns (Bel) BMC Racing Team
18 Arnold Jeannesson (Fra) Cofidis, Solutions Credits
19 Stephen Cummings (GBr) Dimension Data
20 Lars Petter Nordhaug (Nor) Team Sky
21 Alex Howes (USA) Cannondale Pro Cycling
22 Jelle Vanendert (Bel) Lotto Soudal
23 Julian Alaphilippe (Fra) Etixx – Quick-Step
24 Manuele Mori (Ita) Lampre – Merida 0:00:40
25 Giovanni Visconti (Ita) Movistar Team
26 Sam Oomen (Ned) Team Giant-Alpecin
27 Luis Leon Sanchez Gil (Spa) Astana Pro Team
28 Daniel Moreno Fernandez (Spa) Movistar Team
29 Jan Bakelants (Bel) AG2R La Mondiale 0:00:47
30 Jon Izaguirre Insausti (Spa) Movistar Team 0:01:18
31 Louis Meintjes (RSA) Lampre – Merida 0:01:29
32 Huub Duyn (Ned) Roompot – Oranje Peloton
33 Simon Gerrans (Aus) Orica-GreenEdge
34 Daniel Navarro Garcia (Spa) Cofidis, Solutions Credits
35 Andriy Grivko (Ukr) Astana Pro Team
36 Michal Kwiatkowski (Pol) Team Sky
37 Lawson Craddock (USA) Cannondale Pro Cycling 0:01:41
38 Toms Skujins (Lat) Cannondale Pro Cycling 0:01:51
39 Pieter Serry (Bel) Etixx – Quick-Step 0:01:53
40 Floris De Tier (Bel) Topsport Vlaanderen – Baloise
41 Stefan Denifl (Aut) IAM Cycling
42 Igor Anton Hernandez (Spa) Dimension Data
43 Robert Kiserlovski (Cro) Tinkoff Team 0:01:56
44 Ben Swift (GBr) Team Sky
45 Mikael Cherel (Fra) AG2R La Mondiale
46 Enrico Battaglin (Ita) Team LottoNl-Jumbo
47 Daniel Martin (Irl) Etixx – Quick-Step
48 Tim Wellens (Bel) Lotto Soudal
49 Maurits Lammertink (Ned) Roompot – Oranje Peloton
50 Carlos Alberto Betancur Gomez (Col) Movistar Team 0:02:01
51 Vincenzo Nibali (Ita) Astana Pro Team 0:02:21
52 Tomasz Marczynski (Pol) Lotto Soudal
53 Merhawi Kudus Ghebremedhin (Eri) Dimension Data 0:02:22
54 Luis Angel Mate Mardones (Spa) Cofidis, Solutions Credits 0:02:35
55 Diego Ulissi (Ita) Lampre – Merida 0:02:40
56 Adam Yates (GBr) Orica-GreenEdge 0:02:49
57 Anthony Roux (Fra) FDJ 0:02:51
58 David De La Cruz Melgarejo (Spa) Etixx – Quick-Step
59 Gaetan Bille (Bel) Wanty – Groupe Gobert
60 Ryder Hesjedal (Can) Trek-Segafredo 0:03:00
61 Laurens De Plus (Bel) Etixx – Quick-Step 0:03:11
62 Jean-Christophe Peraud (Fra) AG2R La Mondiale 0:03:39
63 Domenico Pozzovivo (Ita) AG2R La Mondiale 0:04:02
64 Pieter Weening (Ned) Roompot – Oranje Peloton 0:04:17
65 Loic Vliegen (Bel) BMC Racing Team 0:04:33
66 Steve Morabito (Swi) FDJ
67 Christopher Juul Jensen (Den) Orica-GreenEdge
68 Jakob Fuglsang (Den) Astana Pro Team
69 Sebastian Henao Gomez (Col) Team Sky 0:04:38
70 Jan Polanc (Slo) Lampre – Merida 0:05:27
71 Emanuel Buchmann (Ger) Bora-Argon 18
72 Odd Christian Eiking (Nor) FDJ
73 Chris Anker Sörensen (Den) Fortuneo – Vital Concept
74 Laurent Pichon (Fra) FDJ
75 Benoît Vaugrenard (Fra) FDJ
76 Pierrick Fedrigo (Fra) Fortuneo – Vital Concept
77 Paul Martens (Ger) Team LottoNl-Jumbo
78 Robert Gesink (Ned) Team LottoNl-Jumbo
79 Sander Armee (Bel) Lotto Soudal
80 Bertjan Lindeman (Ned) Team LottoNl-Jumbo
81 Yury Trofimov (Rus) Tinkoff Team
82 Salvatore Puccio (Ita) Team Sky
83 Michal Golas (Pol) Team Sky
84 Cyril Gautier (Fra) AG2R La Mondiale
85 Peter Stetina (USA) Trek-Segafredo
86 José Joao Pimenta Costa Mendes (Por) Bora-Argon 18
87 Preben Van Hecke (Bel) Topsport Vlaanderen – Baloise
88 Florian Vachon (Fra) Fortuneo – Vital Concept
89 Romain Sicard (Fra) Direct Energie 0:05:47
90 Rudy Molard (Fra) Cofidis, Solutions Credits
91 Richie Porte (Aus) BMC Racing Team
92 Ivan Rovny (Rus) Tinkoff Team
93 Kanstantsin Siutsou (Blr) Dimension Data
94 Simon Geschke (Ger) Team Giant-Alpecin 0:06:11
95 Matteo Bono (Ita) Lampre – Merida 0:06:49
96 Jurgen Van Den Broeck (Bel) Team Katusha 0:06:50
97 Christian Meier (Can) Orica-GreenEdge 0:07:18
98 Ben Hermans (Bel) BMC Racing Team
99 Serge Pauwels (Bel) Dimension Data 0:07:24
100 Pieter Vanspeybrouck (Bel) Topsport Vlaanderen – Baloise
101 Alberto Losada Alguacil (Spa) Team Katusha
102 Tosh Van Der Sande (Bel) Lotto Soudal 0:07:49
103 Ben Gastauer (Lux) AG2R La Mondiale
104 Antwan Tolhoek (Ned) Roompot – Oranje Peloton 0:08:01
105 Maxime Bouet (Fra) Etixx – Quick-Step 0:08:17
106 Thomas Voeckler (Fra) Direct Energie 0:08:19
107 Bjorn Thurau (Ger) Wanty – Groupe Gobert 0:08:31
108 Pawel Poljanski (Pol) Tinkoff Team 0:08:42
109 Anthony Delaplace (Fra) Fortuneo – Vital Concept 0:09:07
110 Bartosz Huzarski (Pol) Bora-Argon 18 0:09:31
111 Eliot Lietaer (Bel) Topsport Vlaanderen – Baloise 0:10:31
112 Christopher Froome (GBr) Team Sky
113 Rafal Majka (Pol) Tinkoff Team
114 Yoann Bagot (Fra) Cofidis, Solutions Credits
115 Fredrik Ludvigsson (Swe) Team Giant-Alpecin
116 Lawrence Warbasse (USA) IAM Cycling
117 Joseph Rosskopf (USA) BMC Racing Team
118 Rory Sutherland (Aus) Movistar Team
119 Nicolas Edet (Fra) Cofidis, Solutions Credits 0:11:35
120 Guillaume Martin (Fra) Wanty – Groupe Gobert
121 Nathan Brown (USA) Cannondale Pro Cycling 0:11:47
122 Johannes Fröhlinger (Ger) Team Giant-Alpecin 0:12:25
123 Silvan Dillier (Swi) BMC Racing Team 0:12:48
124 Julien Vermote (Bel) Etixx – Quick-Step
125 Ruben Fernandez (Spa) Movistar Team
126 Alessandro De Marchi (Ita) BMC Racing Team 0:12:53
127 Anthony Turgis (Fra) Cofidis, Solutions Credits 0:12:56
128 Julien Simon (Fra) Cofidis, Solutions Credits
129 Vegard Stake Laengen (Nor) IAM Cycling
130 Reinier Honig (Ned) Roompot – Oranje Peloton 0:13:27
131 Thomas De Gendt (Bel) Lotto Soudal 0:13:36
132 Laurent Didier (Lux) Trek-Segafredo
133 Brice Feillu (Fra) Fortuneo – Vital Concept 0:14:06
134 Fumiyuki Beppu (Jpn) Trek-Segafredo
135 Otto Vergaerde (Bel) Topsport Vlaanderen – Baloise
136 Simon Clarke (Aus) Cannondale Pro Cycling
137 Chad Haga (USA) Team Giant-Alpecin
138 Tim Declercq (Bel) Topsport Vlaanderen – Baloise
139 Sindre Skjoestad Lunke (Nor) Team Giant-Alpecin
140 Jacques Janse Van Rensburg (RSA) Dimension Data
141 Mathew Hayman (Aus) Orica-GreenEdge
142 Oliver Zaugg (Swi) IAM Cycling
143 Paul Voss (Ger) Bora-Argon 18
144 Angel Vicioso Arcos (Spa) Team Katusha
145 Cesare Benedetti (Ita) Bora-Argon 18
146 Sergey Lagutin (Rus) Team Katusha
147 Koen Bouwman (Ned) Team LottoNl-Jumbo
148 Johnny Hoogerland (Ned) Roompot – Oranje Peloton
149 David Tanner (Aus) IAM Cycling
150 Haimar Zubeldia Agirre (Spa) Trek-Segafredo 0:14:42
151 Kiel Reijnen (USA) Trek-Segafredo 0:14:44
152 Sébastien Minard (Fra) AG2R La Mondiale
153 Caleb Fairly (USA) Team Giant-Alpecin
154 Jérémy Roy (Fra) FDJ

Poels chiude in bellezza la stagione 2016 delle grandi classiche (fotoTim de Waele/TDWSport.com)

Poels chiude in bellezza la stagione 2016 delle grandi classiche (fotoTim de Waele/TDWSport.com)

VALVERDE, SONO TRE!

aprile 26, 2015 by Redazione  
Filed under 7) LIEGI - BASTOGNE - LIEGI, News

Lo spagnolo, già vincitore nel 2006 e nel 2008, coglie il terzo successo alla Liegi-Bastogne-Liegi, bruciando Alaphilippe e Rodriguez in una folta volata. Inutili gli attacchi profusi da Astana e Katusha, quest’ultima capace di portare Dani Moreno a 300 metri dalla vittoria. Al di sotto delle attese la prestazione di Nibali, rimbalzato dopo un breve affondo all’imbocco del Saint-Nicolas. Migliore degli italiani Pozzovivo, ottavo.

Se vincere la Liegi-Bastogne-Liegi è in assoluto un’impresa notevole, vincerla da favorito unico, pedalando per 253 km con un bersaglio sulla schiena, è qualcosa di eccezionale; e proprio di questo è stato capace Alejandro Valverde, al termine di una gara in cui ogni avversario era partito con il preciso intento di non portare il murciano allo sprint. Troppo forte l’ex Embatido, e forse troppo poco creativi i rivali, disabituati ormai a correre all’attacco, perlomeno quando il termine “attacco” indica qualcosa di diverso da una girandola di allunghi senza pretese negli ultimi 20 km. Unica eccezione la Astana di scuola Vinokourov, la cui enorme intraprendenza non è stata tuttavia supportata da altrettanta brillantezza degli interpreti.
Sono stati proprio i kazaki, freschi di conferma della licenza, ad infiammare la corsa, peraltro con largo anticipo sulle più ottimistiche tabelle di marcia: già sullo Stockeu, a quasi 80 km dal traguardo, dopo aver contribuito a ridurre ad un pugno di secondi il vantaggio della fuga della prima ora di Ulissi, Montaguti, Vergaerde, Chevrier, Minnaard, Turgis, Benedetti e Quaade, gli uomini di Nibali hanno mandato in avanscoperta Tanel Kangert, scatenando un florilegio di reazioni forse neppure immaginato. Guidati da Izagirre, infatti, non meno di una ventina di corridori si sono riportati sull’estone, con un’altra decina di elementi a poca distanza, dando per un attimo l’impressione che la corsa potesse impazzire.
Il solito, fatale istante di incertezza – sulla falsa riga di quello che a Ponferrada frenò la possibile maxi-fuga promossa dall’Italia a due terzi di corsa – ha però consentito ad un plotone ad un tratto spaesato di riparare il danno, concedendo via libera soltanto al ben più gestibile quintetto lanciato di lì a poco ancora da Kangert, al quale si sono accodati Chaves, Arredondo, Boaro e Scarponi.
I due Astana, chiamati dalla superiorità numerica a svolgere la maggior parte del lavoro, hanno seminato Boaro e Arredondo già sul Rosier, fino a dilatare il margine sul gruppo ad un massimo di 1’05’’. Con l’avvicinarsi della Redoute, Movistar e Katusha hanno provveduto a riportare il distacco intorno ai 20’’, senza rallentare nemmeno quando una maxi-caduta ai 40 dall’arrivo ha spezzato il plotone ed escluso dalla contesa nomi del calibro di Rolland, Roche, Gerrans (già acciaccato) e – soprattutto – Daniel Martin. Nibali ha evitato miracolosamente di restare coinvolto, frenando all’ultimo centimetro utile; un contrattempo costato qualche secondo – recuperato comunque in pochi chilometri – e forse anche un rinvio del successivo assalto Astana.
Com’è ormai consuetudine, il passaggio sulla Redoute è stato svilito da un gruppo transitato a ritmo di transumanza, che soltanto in cima è stato scosso dal tentativo di Siutsou, durato giusto il tempo necessario ad un primo piano in diretta tv. Scarponi e Chaves, sbarazzatisi di un esausto Kangert ai piedi dell’ascesa simbolo della Doyenne, non hanno potuto comunque resistere più di qualche chilometro ancora, permettendo al gruppo di presentarsi compatto ai piedi della Roche-aux-Faucons.
La salita cara ad Andy Schleck, solito infiammare qui la corsa nei suoi giorni di gloria, si è questa volta dovuta accontentare di assistere all’attacco di due outsider – sia pur di lusso – quali Kreuziger e Caruso, osservati da un gruppo ancora pressoché inerte. Soltanto nel successivo tratto di falsopiano la Astana, dopo aver inutilmente tentato di riportare tutti sotto con uno stracotto Taaramae, ha ridato fiato al suo piano tattico, spedendo Fuglsang in caccia del duo di testa. Con una notevole progressione, il danese è riuscito a trasformare la coppia in un trio, e chissà quale fisionomia avrebbe potuto assumere la corsa se un quintetto di contrattaccanti composto da Rui Costa, Bardet, Visconti, Moreno e Alaphilippe, non avesse mancato l’aggancio per un pugno di metri, prima che il marcamento reciproco portasse al naufragio l’azione.
Grazie ad un superlativo Stybar, i favoriti hanno potuto approcciare il Saint-Nicolas con un distacco di appena una decina di secondi dal terzetto di testa, prontamente azzerati da una progressione dimostrativa di Valverde e da un’ugualmente inefficace azione di Nibali, che in quel frangente produceva tuttavia il massimo sforzo. Henao e Caruso hanno a loro volta provato a scremare i resti del gruppo, riuscendo a far fuori un paio di grossi calibri (Gilbert e Kwiatkowski, oltre a Nibali, successivamente rientrato in vista dell’ultimo chilometro), ma non a promuovere un attacco degno di tale nome.
Caruso (nessuna omonimia: sempre Giampaolo, oggi inossidabile) si è incaricato di portare tutti assieme sotto lo strappo finale di Ans, dove Dani Moreno ha provato a giocare d’anticipo, con Joaquim Rodriguez ad incollarsi alla ruota di Valverde per chiudere il murciano in una tenaglia. Qui, però, Valverde – tante volte deriso con pieno merito per la sua insipienza tattica – ha messo in piedi un capolavoro strategico: anziché chiudere subito su Moreno, esponendosi a probabilissimi scatti in contropiede, ha atteso qualche centinaio di metri, inducendo addirittura a credere che le gambe lo avessero abbandonato sul più bello; soltanto in un secondo momento è arrivata la reazione, e quando Moreno è stato finalmente riassorbito, in vista della curva a sinistra che l’anno scorso costò la gara ad un altro Daniel (Martin), lo spazio per anticipare la volata era ormai esaurito.
Nello scenario per lui ideale, Valverde non ha tradito, mangiandosi facilmente i rivali di Firenze, Rodriguez e Rui Costa – 3° e 4° rispettivamente -, e trovando ancora in Alaphilippe, già secondo mercoledì alla Freccia e settimo all’Amstel, l’avversario più credibile, capace di una piazza d’onore alla Liegi prima dei 23 anni. Kreuziger ha trovato ancora la forza di guadagnarsi un ottimo 5° posto, mentre Pozzovivo provvedeva a piazzare il tricolore italiano in top 10, sia pur con un’ottava piazza che non può soddisfare fino in fondo.
Con il senno di poi, è fin troppo facile immaginare quali accorgimenti tattici da parte degli avversari avrebbero potuto complicare la vita a Valverde, messo davvero sotto pressione soltanto negli ultimi 20 km, e secondo piani strategici di facile lettura. La sensazione di generale mancanza di forze che ha destato la scalata al Saint-Nicolas e la disarmante progressione finale dello spagnolo, tuttavia, autorizzano a credere che i rivali, quest’oggi, potessero soltanto scegliere come farsi battere.

Matteo Novarini

ORDINE D’ARRIVO
1 Alejandro Valverde (Spa) Movistar Team 6:14:20
2 Julian Alaphilippe (Fra) Etixx – Quick-Step
3 Joaquim Rodriguez (Spa) Team Katusha
4 Rui Costa (Por) Lampre-Merida
5 Roman Kreuziger (Cze) Tinkoff-Saxo
6 Romain Bardet (Fra) AG2R La Mondiale
7 Sergio Luis Henao (Col) Team Sky
8 Domenico Pozzovivo (Ita) AG2R La Mondiale
9 Jakob Fuglsang (Den) Astana Pro Team
10 Daniel Moreno Fernandez (Spa) Team Katusha

La gioia di Valverde e il disappunto di Alaphilippe allarrivo di Ans (foto Tim De Waele/TDWSport.com)

La gioia di Valverde e il disappunto di Alaphilippe all'arrivo di Ans (foto Tim De Waele/TDWSport.com)

200 METRI DI FOLLIA: LIEGI A GERRANS

aprile 27, 2014 by Redazione  
Filed under 7) LIEGI - BASTOGNE - LIEGI, News

L’australiano conquista una corsa bloccata per oltre 260 km e folle negli ultimi 200 metri, battendo allo sprint Valverde e Kwiatkowski. Quarto e quinto Giampaolo Caruso e Domenico Pozzovivo, a lungo parsi in grado di difendere fino all’arrivo i secondi guadagnati sul Saint-Nicolas. Solo 8° Philippe Gilbert. Finalmente protagonisti gli italiani, con una buona prova anche da parte di Vincenzo Nibali.

La 100a Liegi-Bastogne-Liegi non entrerà di certo nel pantheon delle più grandi edizioni della decana delle classiche, ma il suo ultimo chilometro, e più in particolare i 200 metri finali, difficilmente potranno essere scordati da chi, nel volgere di una manciata di secondi, ha idealmente assegnato tre volte la corsa a tre corridori diversi, due dei quali molto in basso nella classifica dei favoriti di stamane.
Ad un chilometro dalla conclusione, ancora una quarantina di atleti erano sulla carta in lizza per vincere l’ultima classica monumento della lunga primavera del Nord, due dei quali forti di una decina di secondi di margine su un plotone mai così numeroso in tempi recenti a quel punto della gara. I due uomini in questione erano Giampaolo Caruso e Domenico Pozzovivo, evasi sulle rampe della Côte de Saint-Nicolas, levando di ruota Bauke Mollema e rintuzzando il tentativo di rientro di Daniel Martin e Philippe Gilbert su tutti. Una coppia impronosticabile alla partenza, ma non dopo l’ascesa alla Roche-aux-Faucons, sulla quale il lucano aveva portato un primo attacco, in compagnia di Julian Arredondo, e il siciliano era stato fra i più attivi inseguitori, insieme a Samuel Sanchez, Roman Kreuziger e Vincenzo Nibali.
Superata la salita degli italiani, i due hanno saputo ovviare alle scarse doti di passisti di entrambi, approfittando anche della poca collaborazione trovata dagli inseguitori, a dispetto dell’abbondanza di formazioni forti ancora di due o più uomini. Ancora Nibali e Sanchez, e come loro Rolland e Nordhaug, hanno a turno provato a ridurre un gap fossilizzatosi invece intorno ai 10-12 secondi, rimasti tali fino al triangolo rosso.
Quando l’impresa pareva ormai a portata di mano, complice un’ormai assodata mancanza di gambe tra gli uomini da battere, a minacciare l’insperata doppietta è stato Daniel Martin, il cui pur appesantito allungo negli 800 metri finali è stato sufficiente a distanziare Valverde, Gilbert e tutti gli altri, e a rientrare – ormai al termine del tratto di salita vera e propria – su Caruso, a sua volta in grado di staccare poco prima il compagno di viaggio. La neonata coppia ha approcciato l’ultima svolta a sinistra con qualche decina di metri su Pozzovivo e sul rientrante terzetto Valverde-Kwiatkowski-Gerrans, lasciando presagire la seconda affermazione consecutiva dell’irlandese.
Con la vittoria distante poche pedalate, Martin è invece incappato nel più incredibile degli incidenti: al momento di chiudere l’ultima curva, ad angolo retto, ma imboccata troppo lentamente per poter costituire un pericolo, specie su asfalto perfettamente asciutto, il nipote di Stephen Roche è finito fantozzianamente a terra, atterrando sul fianco destro, servendo un insperato assist a Caruso.
Il 33enne di Avola, con di fronte un traguardo che avrebbe potuto cambiare il bilancio di una carriera, è stato tradito dalle gambe al momento di rilanciare, inchiodandosi sui pedali come un Bitossi d’altri tempi, fino a subire, ad appena settanta metri dall’arrivo, il sorpasso di Simon Gerrans. La stessa azione dell’australiano, trionfatore due anni fa alla Sanremo, ma mai nei cinque nella decana fino ad oggi, è parsa negli ultimi metri più quella di un modesto scalatore intento a difendere la maglia gialla in un tappone alpino o pirenaico che non quella di un prossimo vincitore della Liegi, ma né Valverde né Kwiatkowski, secondo e terzo rispettivamente, hanno avuto la forza di sopravanzare l’australiano. Per Caruso, che speriamo possa smaltire quanto prima una delusione che immaginiamo essere di difficile assorbimento, e Pozzovivo – forse il più forte di tutti, ma affaticato da quel primo attacco in compagnia di Arredondo – sono arrivati un quarto ed un quinto posto, amari solo in considerazione del risultato sfiorato. A migliorare ulteriormente il primo bilancio positivo della primavera italiana delle classiche hanno provveduto il dodicesimo e tredicesimo posto di Gasparotto e Cunego, pur mai davvero protagonisti in testa, e la buona prova di Vincenzo Nibali, spesso davanti e attivo, malgrado il modesto trentesimo posto al traguardo. Molto peggio è andata invece ai padroni di casa, con il solo Philippe Gilbert in top 10, ottavo, ma ben al di sotto delle attese, sia in termini di piazzamento, sia per una condotta di gara insolitamente anonima.
In vista delle prossime edizioni della doyenne, Aso dovrà valutare le ragioni di uno sviluppo tanto piatto di una corsa in genere ben più animata e selettiva. Possibile vi sia una componente casuale (intesa come livellamento della concorrenza, indipendente dall’organizzazione), probabile quella di un dispendio di energie più elevato del solito nelle fasi centrali di gara, percorse dal gruppo ad andatura sempre sostenuta, per recuperare i quasi sedici minuti concessi – forse con troppa leggerezza – a Lang, Koch, Venter, Bono, Jakobs e Minnaard, fuggitivi della prima ora. Non ha però troppo convinto la modifica del tracciato, con il sacrificio di Rosier, Maquisard e Mont Theux a favore della Côte de la Vecquée, e l’allontanamento della Redoute dall’arrivo, con l’aggiunta della Côte des Forges prima della Roche-aux-Faucons. Ad onor del vero, la salita simbolo della Liegi, peraltro animata quest’anno dagli attacchi infruttuosi di Barguil, Arredondo, Bakelants e Hermans, rappresenta già da qualche anno un passaggio più suggestivo che decisivo, ma la nuova arrivata, teatro del solo scatto di Nathan Haas, in appoggio a Martin (e Slagter, 6° alla fine), non è sembrata in grado di favorire una vera selezione prima della Roche.
Da dopodomani, con il via del Giro di Romandia, la stagione ciclistica si focalizzerà sulle corse a tappe, a meno di due settimane dalla partenza del Giro d’Italia. Una Corsa Rosa che potrebbe aver trovato nel miglior Pozzovivo di sempre un pretendente in più, ma rischia di aver al contempo perso uno dei più attesi: Joaquim Rodriguez, già caduto ad Amstel e Freccia, è risalito in ammiraglia ad un’ottantina di chilometri dal traguardo, forse per problemi respiratori. Se il malanno dovesse rivelarsi serio, uno degli uomini da battere potrebbe essere obbligato al forfait.

Matteo Novarini

ORDINE D’ARRIVO

1 Simon Gerrans (Aus) Orica Greenedge 6:37:43
2 Alejandro Valverde Belmonte (Spa) Movistar Team
3 Michal Kwiatkowski (Pol) Omega Pharma – Quick-Step Cycling Team
4 Giampaolo Caruso (Ita) Team Katusha
5 Domenico Pozzovivo (Ita) AG2R La Mondiale 0:00:03
6 Tom Jelte Slagter (Ned) Garmin Sharp
7 Roman Kreuziger (Cze) Tinkoff-Saxo
8 Philippe Gilbert (Bel) BMC Racing Team
9 Daniel Moreno Fernandez (Spa) Team Katusha 0:00:05
10 Romain Bardet (Fra) AG2R La Mondiale 0:00:06
11 Jelle Vanendert (Bel) Lotto Belisol 0:00:08
12 Enrico Gasparotto (Ita) Astana Pro Team 0:00:10
13 Damiano Cunego (Ita) Lampre-Merida
14 Cyril Gautier (Fra) Team Europcar
15 Bauke Mollema (Ned) Belkin Pro Cycling Team 0:00:12
16 Rudy Molard (Fra) Cofidis, Solutions Credits
17 Tiago Machado (Por) Team NetApp – Endura
18 Anthony Roux (Fra) FDJ.fr
19 Frank Schleck (Lux) Trek Factory Racing
20 Stefan Denifl (Aut) IAM Cycling
21 Przemyslaw Niemiec (Pol) Lampre-Merida
22 Sébastien Reichenbach (Swi) IAM Cycling
23 Pierre Rolland (Fra) Team Europcar 0:00:17
24 Simon Geschke (Ger) Team Giant-Shimano 0:00:19
25 Julian David Arredondo Moreno (Col) Trek Factory Racing
26 Jakob Fuglsang (Den) Astana Pro Team 0:00:23
27 Mathias Frank (Swi) IAM Cycling
28 Chris Anker Sörensen (Den) Tinkoff-Saxo 0:00:31
29 Warren Barguil (Fra) Team Giant-Shimano 0:00:48
30 Vincenzo Nibali (Ita) Astana Pro Team 0:00:51
31 Samuel Sanchez (Spa) BMC Racing Team 0:00:56
32 Ben Hermans (Bel) BMC Racing Team 0:01:09
33 Alexandr Kolobnev (Rus) Team Katusha
34 Pieter Weening (Ned) Orica Greenedge 0:01:11
35 Tony Gallopin (Fra) Lotto Belisol 0:01:27
36 Thomas Voeckler (Fra) Team Europcar
37 Lars Petter Nordhaug (Nor) Belkin Pro Cycling Team 0:01:29
38 Guillaume Levarlet (Fra) Cofidis, Solutions Credits 0:01:31
39 Daniel Martin (Irl) Garmin Sharp 0:01:37
40 Ivan Santaromita (Ita) Orica Greenedge 0:02:26
41 Simon Clarke (Aus) Orica Greenedge
42 Jerome Coppel (Fra) Cofidis, Solutions Credits
43 Tim Wellens (Bel) Lotto Belisol
44 Eduard Vorganov (Rus) Team Katusha
45 Paul Martens (Ger) Belkin Pro Cycling Team
46 Pieter Serry (Bel) Omega Pharma – Quick-Step Cycling Team 0:02:51
47 Mikael Cherel (Fra) AG2R La Mondiale
48 Jan Bakelants (Bel) Omega Pharma – Quick-Step Cycling Team
49 Thomas Degand (Bel) Wanty – Groupe Gobert
50 Angel Vicioso Arcos (Spa) Team Katusha 0:02:53

Al centro, Simon Gerrans si invola verso la prima Liegi in carriera; sulla destra, Giampaolo Caruso viene sfilato a pochi metri dal traguardo (foto Bettini)

Al centro, Simon Gerrans si invola verso la prima Liegi in carriera; sulla destra, Giampaolo Caruso viene sfilato a pochi metri dal traguardo (foto Bettini)

UNA DOYENNE COL QUADRIFOGLIO

Continua l’omaggio degli ex giornalisti di iciclismo.it nel decennale della fondazione della rivista online. Oggi tocca a Saverio Melegari.

Foto copertina: Martin e Hesjedal, i due grandi protagonisti della Liegi 2013 (foto Cor Vos)

Giratela come volete, ma questa Liegi-Bastogne-Liegi edizione numero 99 passerà alla storia per gli accordi, e soprattutto le gambe, di casa Garmin. Perché quando ti ritrovi, in una classica del genere, a lottare per il successo a 10 chilometri dall’arrivo sei già bravo. Ma se, dalla tua, hai anche la gamba giusta e un gregario che soltanto un anno fa ha vinto il Giro d’Italia ed è pronto a tirare fuori anche i polmoni pur di portarti in rampa di lancio allora sei fenomenale.
E quella rampa, per Daniel Martin, è arrivata sullo strappo di Ans, l’ultima storica cotè che conduce poi al breve rettilineo della periferia di Liegi che mette in palio un pezzo importante di stagione ciclistica.
Uno squillo di tromba in ottica grandi classiche molto importante quello dell’irlandese, una bordata pesante quella del canadese contro i vari Nibali, Contador, Wiggins e soci in vista del Giro d’Italia oramai sempre più vicino.
Rjder ha detto che c’è, che non vorrà venire ancora in Italia a fare una passeggiata e, soprattutto, sulle grandi salite cercherà l’acuto, unitamente alla costanza, che gli ha permesso di riportare in Quebec una storica maglia rosa.
Ci sono poi tutti i “trombati” (in questi tempi di terremoti politici ci sta sempre bene questo termine) della Doyenne e non solo. La Liegi consegna un Alejandro Valverde che ancora una volta si ferma sul più bello, un Joaquin Rodriguez che si fa ingolosire fin troppo quando vede che alle sue spalle c’è solo Daniel Martin e pensa di averla già fatta franca, un Philippe Gilbert che tutti volevano pronto a sgambettare in testa già sulla Redoute per poi tentare un arrivo trionfale ad Ans.
C’è poi, purtroppo, il capitolo peggiore per noi che è quello dei “trombati” con costanza, vale a dire ancora una volta l’Italbici. Anche la Campagna del Nord 2013 è di una stitichezza unica con nessun risultato di prestigio tanto che bisogna prendere come grande segnale il 5° posto di Scarponi ed il 6° di Gasparotto alla Liegi: nessuno ha fatto meglio di loro nelle grandi classiche.
Un rendimento dei corridori italiani al Nord che, oramai, sta diventando una cattiva costante nelle ultime stagioni, sintomo di mancanza di ricambio generazionale ed anche quelli che non sono vecchissimi (Gasparotto, Cunego ecc.) non la combinano giusta. Chi non si è mai tirato indietro in queste settimane, invece, è stato Caruso unitamente allo scatenato Betancour che torna a casa con un pugno di mosche in mano ma la consapevolezza, un giorno, di potersela giocare alla pari con tutti.
Ora ci si tuffa verso la “rosea” per capire se i segnali lanciati al Nord verranno verificati anche nel vecchio stivale oppure salterà fuori qualcuno che nessuno si aspetta.

Saverio Melegari

PAGELLE 2013: PROMOSSI E BOCCIATI DELLA LIEGI-BASTOGNE-LIEGI

Nel giorno della consacrazione di Daniel Martin, brillano anche Scarponi e Betancur mentre deludono Gilbert e Nibali.

Foto copertina: Rodriguez e Martin affiancati sulla salita verso Ans (foto EPA)

Daniel Martin: nelle pagelle dello scorso anno avevamo pronosticato per lui un successo alla Doyenne. Anche nella passata edizione, infatti, era risultato il più competitivo sull’arcigno strappo del St. Nicolàs dove aveva salutato la compagnia di Gilbert per cogliere un importante quinto posto. Oggi, grazie a un tandem perfetto con un pimpante Hesjedal, che si è testato a fondo in vista del Giro d’Italia, ha avuto nel finale la lucidità e le gambe per staccare di ruota con una forte progressione prima un Valverde inaspettatamente alla frutta e, successivamente, un Purito in riserva di energie dopo una delle sue solite sparate. Più che di una sorpresa, dunque, si tratta di una vera e propria consacrazione. Bisognerà marcarlo molto stretto al Campionato del Mondo di Firenze. Voto: 10

Joaquim Rodriguez: la caduta all’Amstel di domenica scorsa ha segnato pesantemente la sua settimana sulle Ardenne. Dopo essersi risparmiato nella gara a lui più congeniale, la Freccia Vallone, era evidente che puntasse tutto sulla Liegi contando una volta di più sull’appoggio di un Daniel Moreno al top della forma. Quest’ultimo, tuttavia, è stato messo fuori gioco da un incidente meccanico e così Purito ha dovuto rivedere tutta la sua strategia di corsa. La fucilata all’ultimo chilometro ha avuto il merito di scardinare certe pratiche attendiste tanto care ad alcuni corridori ma, evidentemente ancora non in perfette condizioni di forma, al capitano della Katusha è mancato il fondo per resistere alla rimonta di Martin. Voto: 8

Alejandro Valverde: uno dei più abili succhiaruote del plotone, oggi ha commesso l’errore di provare in prima persona una azione sul St. Nicolas. Dopo aver passato a doppia velocità Gilbert su quest’ultimo strappo (una piccola rivincita del Mondiale 2012), niente sembrava potesse ostacolare la corsa dell’ Embatido verso uno storico tris. Solo il suo ex gregario di fiducia Rodriguez, conoscendo a fondo le caratteristiche del murciano, giocando d’anticipo, ha evidenziato un momento di difficoltà che difficilmente sarebbe emerso nella volata finale. Conclude sempre piazzato una settimana sulle Ardenne che certamente non soddisfa le sue aspettative. Voto: 7

Carlo Alberto Betancur: anche alla Doyenne, così come accaduto alla Freccia Vallone, ha peccato di inesperienza. Sorretto da un ottimo stato di forma ha tuttavia sbagliato ancora i tempi dello scatto, provando a far saltare il banco con troppo anticipo. Bisogna, però,evidenziare l’intelligenza e la freschezza del giovane colombiano che, accortosi della presenza di Valverde, ha tentato di involarsi da solo verso il traguardo. Con il cambio di ritmo imposto agli inseguitori, ha contribuito a fiaccare definitivamente le resistenze di un Valverde fino a quel momento apparso in stato di grazia. Ancora una volta una vittoria sul San Luca (Giro dell’Emilia 2011), rappresenta un indicatore attendibile delle qualità di un ciclista. Voto: 9

Michele Scarponi: forse troppo in forma per poter lottare con i migliori nell’ultima settimana del Giro d’Italia, ha comunque interpretato splendidamente una corsa che anche in passato ha esaltato le sue caratteristiche di ciclista di fondo. Coadiuvato da un Cunego evidentemente non al massimo della forma, che ha svolto la funzione di stopper nei confronti degli avversari, Scarponi è stato addirittura il primo ad accendere la miccia in salita, mettendo in seria difficoltà Gilbert. Nel finale ha patito un po’ i cambi di ritmo, forse anche a causa dei soliti ‘rapportacci’ che si ostina a tirare, ma ha comunque colto, primo degli italiani, un ottimo quinto posto finale a coronamento di una corsa che lo ha visto tra i più combattivi. Voto: 8,5

Vincenzo Nibali: capitano di una formazione che vedeva schierati gregari come Iglinskiy e Gasparotto, vincitori rispettivamente della Liegi e dell’Amstel della scorsa stagione, non ha recuperato le fatiche imposte da un trionfante ma esigente Giro del Trentino. Ha provato nel finale a far valere la superiorità numerica della sua squadra ma le gambe non hanno risposto come la testa avrebbe desiderato. Apprezzabile, anche se forse tardivo, il tentativo del siciliano di spendere le energie residue per tentare di ricucire sul gruppetto di testa e favorire quindi una volata del compagno Gasparotto (voto: 6). Lo attendiamo alla Corsa Rosa sperando nel mantenimento di uno stato di forma che comunque appare già oggi più che soddisfacente. Voto: 5

Philippe Gilbert: quello che sembrava dovesse divenire il dominatore assoluto delle Ardenne, dopo l’inaspettata tripletta firmata nel 2011, non ha più saputo da allora esprimersi a così alto livello sulle strade di casa. Vedere Philippe, superato a doppia velocità da Valverde, supplicare il gruppetto di cui faceva parte sul St. Nicolàs di collaborare per riprendere quest’ultimo, rappresenta una delle immagini più umilianti per un ciclista come il belga, abituato a deridere gli avversari con prestazioni fuori dal comune. Voto: 4,5

Jelle Vanendert: l’anno scorso ha stupito tutti cogliendo ottimi risultati sulle salitelle delle Ardenne, quest’anno non lo si è mai notato nelle prime posizioni. Voto: 4

Simon Gerrans: l’australiano nutriva forti ambizioni prima di incominciare questa settimana in Belgio ma agli intenti bellicosi della vigilia non sono seguiti i risultati sperati. Voto: 4

Samuel Sanchez: ha sfruttato le Ardenne per rifinire la condizione in vista del Giro d’Italia ma un ciclista con le sue caratteristiche doveva provare ad ottenere almeno qualche piazzamento significativo. Voto: 4

Andy Schleck: vedere un passato vincitore della Liegi non tentare nemmeno di seguire gli altri sulle ultime asperità che presentava la corsa è una delle immagini più deprimenti della giornata odierna. Voto: 4

Francesco Gandolfi
gandolfi.francesco@libero.it

ALLA LIEGI BRINDA MARTIN

aprile 21, 2013 by Redazione  
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Con un’azione di forza nell’ultimo chilometro, l’irlandese stacca i compagni di fuga e si impone in solitaria sul traguardo di Ans, diventando il secondo vincitore irlandese nella storia della Doyenne, dopo Sean Kelly. Piazza d’onore per Joaquin Rodriguez, primo ad attaccare sullo strappo finale. Completa il podio un Alejandro Valverde forse troppo attendista, che ha preceduto allo sprint Betancur e un ottimo Scarponi. Delusi Nibali, sacrificatosi per Gasparotto, e Gilbert, solo settimo.

Foto copertina: Daniel Martin festeggia a braccia alzate il trionfo alla Liegi-Bastogne-Liegi (foto AFP)

Contro i pronostici che vedevano in Gilbert l’uomo da battere e nella Astana la squadra faro, la Liegi-Bastogne-Liegi 2013 è stata il trionfo della Garmin e di Daniel Martin, capace di riuscire laddove l’illustre zio aveva fallito: nel 1987, alla vigilia della leggendaria tripletta Giro–Tour–Mondiale, Stephen Roche si fermò infatti sul secondo gradino del podio, beffato dal rientro in extremis di Moreno Argentin, dopo un’interminabile e fatale melina con il compagno di fuga Criquielion. Ventisei anni più tardi, il nipote d’arte, magistralmente pilotato da un impagabile Hesjedal, ha invece messo in strada la decisione che all’epoca difettò al consanguineo, neutralizzando l’attacco portato da Joaquin Rodriguez in vista del triangolo rosso, e salutando lo spagnolo poco prima dell’ultima curva, concedendosi tempo e spazio per festeggiare a dovere il terzo successo irlandese nella storia della Doyenne, dopo quelli del 1984 e del 1989, targati Sean Kelly.
La vittoria di Martin, sorprendente ma tutt’altro che casuale, si inserisce e si spiega nel contesto di una gara resa difficilmente leggibile dall’attendismo estremo che ha regnato tra i favoriti, forse rei di aver sottovalutato la sostituzione della Roche-aux-Faucons – snodo chiave delle più recenti edizioni – con la più tenera Côte de Colonster. Il risultato è stato che, se negli anni passati le pendenze estreme della Roche avevano compensato la spiacevole ma ormai consolidata tradizione del marcamento sulla Redoute, la bagarre che pure si è accesa sulla salita supplente non è stata sufficiente a scremare significativamente il plotone, forte ancora di una cinquantina di unità ai piedi del Saint-Nicolas.
Probabile che in tal senso abbia inciso anche il ritmo inusitatamente blando mantenuto dal gruppo nelle battute iniziali, nelle quali il vantaggio della fuga a sei della prima ora, prodotta da De Clercq, Jérôme, Fumeaux, Lang, Veuchelen e Armée, era giunto ad un emblematico tetto di un quarto d’ora. La Saxo aveva provato a smuovere le acque con un forcing deciso ma effimero tra Haute-Levée e Rosier, ma per veder ridotte sensibilmente le dimensioni del plotone si è dovuta attendere la Redoute, dove il Team Sky ha spedito in avanscoperta David Lopez, stimolando la replica di Rui Costa prima, e quindi di Fuglsang, Cunego, Frank, Losada, Bardet e Fédrigo.
Gli otto sono stati una prima volta riassorbiti già sullo Sprimont, dove, insieme a Ten Dam, sono nuovamente evasi dal gruppo, andando incontro ad analoga sorte pochi chilometri più tardi.
Sul già menzionato Colonster, Rui Costa ha stoicamente tentato un terzo allungo, soppiantato quindi in testa al gruppo da Caruso prima e Uran poi. La progressione dei tre ha spianato la strada ad un allungo di Alberto Contador, che proprio nel momento dell’attacco ha tuttavia palesato la distanza che ancora lo separa dalla condizione ottimale: in luogo della celeberrima frustata, il madrileno ha messo in scena una scialba accelerazione di poche pedalate, facilmente annullata da Enrico Gasparotto. La terzultima ascesa si è conclusa su un’offensiva di Hesjedal, capace di guadagnare una manciata di metri insieme ad Anton e ai soliti Caruso, Rui Costa e Contador.
Nel successivo tratto di falsopiano, il canadese si è messo in proprio, sbarazzandosi dei poco pimpanti compagni d’avventura, e difendendo in completa solitudine i 20’’ circa di vantaggio fino ai piedi del Saint-Nicolas. Laddove tutti aspettavano Nibali o Gilbert, è stato invece Carlos Betancur il primo a piazzare un affondo deciso, rintuzzato in un secondo momento da Scarponi, Martin e Rodriguez, e, poco prima dello scollinamento, da un Valverde che, passando di slancio un piantato Gilbert, poneva la sua candidatura al ruolo di favorito numero uno.
I cinque hanno raggiunto ma non staccato Hesjedal, che, vedendo sopraggiungere la maglia Garmin di Martin, ha tirato fuori insospettabili energie per pilotare il drappello nei chilometri antecedenti lo strappo di Ans, dando prova di una condizione che rende meno scontata l’abdicazione alla quale dovrebbe sulla carta costringerlo, al prossimo Giro d’Italia, uno fra Nibali e Wiggins. Il sestetto ha così conservato, ai piedi dell’erta finale, 8’’ di margine sul drappello inseguitore, trainato proprio dal siciliano della Astana, messosi al servizio del più veloce Gasparotto.
Rodriguez, temibilissimo su qualsiasi arrivo all’insù, ma più a suo agio su pendenze meno abbordabili, ha provato a giocare d’anticipo; Scarponi è stato il primo a replicare, piantandosi però prima di chiudere. Martin ha prima verificato le idee di Betancur, affaticato, e di Valverde, che per principio non prende però l’iniziativa due volte nella stessa gara, e che comunque aveva forse sparato le cartucce migliori per rientrare sul Saint-Nicolas. L’irlandese si è così messo in prima persona in caccia dello spagnolo, sfilando a velocità doppia Scarponi, e ricucendo poco dopo il gap dal leader.
Per un attimo, i due hanno dato l’impressione di studiarsi, riaprendo uno spiraglio al rientro degli ex compagni di viaggio; forse memore della sciagurata avventura dello zio di ventisei anni fa, cui si è accennato in apertura, l’irlandese ha però rotto gli indugi a 300 metri dalla conclusione, lasciando sul posto un Rodriguez ormai svuotato, costretto alla piazza d’onore per la seconda volta in carriera alla Liegi. Valverde si è dovuto accontentare del gradino più basso del podio, anticipando Betancur e uno Scarponi già in formato Giro. L’uomo più atteso, Philippe Gilbert – dato per favorito, per la verità, più per il sontuoso palmares che per quanto mostrato in questa stagione -, ha chiuso 7°, bruciato anche in volata da Gasparotto, secondo italiano in top 10. Dato, quest’ultimo, che forse non dirà molto, ma che, al termine di una campagna del Nord fallimentare, costituisce di gran lunga il miglior risultato complessivo della primavera azzurra.

Matteo Novarini

IL FANTASMA DI VINOKOUROV NEL CUORE DELLE ARDENNE

La Decana delle Classiche, giunta alla sua 98ª edizione, premia la sagacia tattica degli atleti Astana che concludono, grazie al trionfo di Iglinsky e al terzo posto di Gasparotto, una settimana fantastica iniziata con il successo all’Amstel Gold Race, di domenica scorsa, dello stesso atleta italiano. Punita, invece, l’esuberanza di Vincenzo Nibali che, dopo una splendida azione, si “pianta” letteralmente nel finale di gara. Prove del tutto deludenti hanno offerto i fratelli Schleck e Philippe Gilbert.

Foto copertina: Iglinskiy bacia il trofeo spettante al vincitore nella “Doyenne” (foto Bettini)

Maxim Iglinsky: il tenace atleta dell’Astana, che avevamo imparato ad apprezzare per le sue qualità di “solido” ciclista da pavé, oggi si è confermato come uno degli elementi migliori usciti dalla grande scuola del ciclismo kazako la quale ha, ovviamente, in Alexandre Vinokourov il proprio punto di riferimento. Anche se quest’ultimo (impegnato al Giro di Turchia per affinare la gamba in vista dell’imminente Giro d’Italia) non ha potuto essere al via di quella che può essere considerata a pieno titolo la “sua” corsa (ha trionfato nel 2005 e nel 2010), deve aver dato ottimi consigli ai ragazzi del team, almeno a giudicare da come hanno interpretato questa settimana di Grandi Classiche. In particolare Iglinsky, che si era già dimostrato in ottime condizioni di forma sia all’Amstel che alla Freccia, è stato impeccabile: ha saputo sfruttare alla perfezione la superiorità numerica creatasi nel finale di gara ed è stato bravissimo nel gestire le energie, ben consapevole che alla Liegi gli sforzi inutili o gli eccessi si pagano sempre. Freddezza e lucidità in corsa sono sempre state le principali caratteristiche di Vinokourov e lo stesso modo di pensare e di agire del “Capo” lo hanno ereditato i suoi corridori. Voto: 10

Vincenzo Nibali: al Giro di Lombardia della passata stagione aveva entusiasmato tutti grazie all’azione solitaria iniziata sul Ghisallo, dove era riuscito a fiaccare le resistenze di Gilbert con una progressione memorabile. All’euforia era poi seguita la delusione, nel momento in cui la fuga del siciliano era stata annullata. Oggi si è riproposta una scena analoga sulla salita “dei Falconi” quando l’atleta Liquigas, dopo due rasoiate assestate per bene, è riuscito a sbarazzarsi della compagnia dello stesso Gilbert e di Vanendert e sembrava destinato a conquistare la Doyenne. Peccato che si sia riproposto anche il medesimo epilogo del Lombardia, con Iglinsky, capace di riprendere e staccare di netto il siciliano ormai esausto. La sensazione è che l’atleta non sappia ben gestirsi, a differenza di chi l’ha battuto quest’oggi, nei finali di gara (probabilmente la “cotta” è stata causata da scarsa alimentazione) e in particolare quando si trova in fuga solitaria. È essenziale, per un atleta dalle sue caratteristiche, porre subito rimedio a questo deficit tattico se vorrà un giorno vincere una Grande Classica, dato che, non essendo veloce, si troverà sempre costretto a provare ad anticipare i suoi avversari con azioni da lontano. Bisogna solo augurarsi che ora i tecnici della squadra lo selezionino per il Tour de France e non per il Giro d’Italia, dal momento che difficilmente potrebbe mantenere questo stato di forma fino al termine della corsa rosa. Voto: 8

Enrico Gasparotto: dopo il successo all’Amstel arriva anche questo inaspettato terzo posto alla Liegi. Molto bravo nello svolgere il ruolo di stopper per favorire il compagno di squadra Iglinsky, ormai in fuga da qualche chilometro, è stato capace di compiere una bellissima progressione al termine della Cote di Ans. Se vederlo tra i primi sui muri che caratterizzano la classica olandese non è stata una novità, trovarlo battagliare per vincere questa corsa monumento è stata l’ennesima, piacevolissima sorpresa che ci ha riservato il ciclista veneto questa settimana. Al termine di questa campagna del Nord ci troviamo, cioè, di fronte ad un atleta maturo, sicuro dei propri mezzi, in grado di resistere anche sui percorsi più esigenti e su cui potremo contare nei prossimi anni. Voto: 8

Thomas Voeckler: davvero encomiabile la grinta dell’alsaziano che, in evidente ottimo stato di forma,viene messo fuori gioco a causa di un problema meccanico che lo obbliga a profondersi in uno sforzo inutile per poter rientrare nel gruppo principale. Nonostante questo, da suo solito, non s’è perso d’animo, ed è andato a cogliere il suo più bel risultato (quarto all’arrivo) in una delle classiche più importanti del calendario internazionale. C’è da credere che, se non avesse avuto quell’incidente, sarebbe stato il primo a scattare lungo il falsopiano che segue la Roche aux Faucons, il quale sembra disegnato apposta per le sue caratteristiche tecniche. Voto: 7

Daniel Martin: è sicuramente un gran fondista, sul Saint Nicolas si dimostra uno dei più freschi e si rende protagonista di una importante progressione proprio sulla “salita degli italiani”. La vittoria nella Tre Valli Varesine di qualche anno fa non è stato, evidentemente, un caso. Data la giovane età potrà sicuramente, in un futuro ormai non lontano, ottenere la vittoria nella corsa. Voto: 6

Michele Scarponi: al di là dell’ottavo posto finale raggiunto, quello che è importante evidenziare è la condizione in vista del prossimo Giro d’Italia, obiettivo numero uno dello scalatore marchigiano. I segnali dati sono incoraggianti e, anche se sulle ultime salite, la pedalata è un po’ legnosa, il tempo per migliorare c’è. Questo piazzamento rappresenta un’ottima base su cui lavorare. Voto: 6

Samuel Sanchez: quest’anno doveva assolutamente far sua la corsa, o almeno essere lì a giocarsela con i migliori, dato che ormai le primavere del corridore spagnolo sono 34 e le possibilità di vincere la Liegi nei prossimi anni sono davvero ridottissime. Come possibile attenuante della mediocre prova dell’olimpionico bisogna segnalare l’inconveniente meccanico occorsogli a circa 50 km dal traguardo, ma è davvero deludente vedere un ciclista del suo calibro concludere la gara con un misero settimo posto, al termine di una corsa a dir poco opaca. Voto: 5,5

Damiano Cunego: com’era ampiamente prevedibile, purtroppo, il Giro del Trentino, invece di servire come preparazione in vista della Liegi, lo ha debilitato. Le pendenze estreme di Punta Veleno e il freddo proibitivo del Passo Pordoi gli hanno tolto brillantezza, lo hanno privato di quella scioltezza e ritmo di pedalata necessari a vincere una gara impegnativa come la Decana. Bisogna chiedersi chi sia il responsabile della preparazione del veronese, dato che sarebbe stato molto più opportuno, e chiunque lo avrebbe capito, fargli correre la Freccia Vallone. Forse anche la pressione psicologica del pre-gara può avere contribuito alla cattiva prestazione del ciclista, dal momento che spesso ha dimostrato una certa fragilità sotto questo profilo. Voto: 4,5

Joaquim Rodriguez: quando le gare non si concludono su vere e proprie “rampe da garage” ma presentano caratteristiche tali da premiare i corridori più fondisti e completi del plotone, il ciclista spagnolo dimostra di soffrire. Sempre più specialista dei “muri” e sempre meno ciclista versatile, conclude lontano dai primi una gara in cui alla vigilia era dato tra i favoriti. Voto: 4

Frank Schleck: capitano designato della squadra per questa Liegi, nonostante anche il fratello Andy (a disposizione di Frank quest’oggi, voto: 6) lo dia in grande spolvero, non riesce minimamente a reggere il ritmo dei più forti nelle fasi calde della corsa. Delusione totale. Voto: 4

Jelle Vanendert: dopo aver messo alla frusta la sua squadra (Lotto, voto: 9), viene letteralmente sfiancato dalle sfuriate di Nibali sulla “salita dei Falconi”. Non va oltre il 10º posto. Voto: 5

Philippe Gilbert: corre davanti tutta la gara ma quello che ci troviamo di fronte appare davvero il Gilbert “vecchia maniera”, il ciclista che conoscevamo prima del biennio 2010-2011, tant’è vero che dopo aver provato invano a seguire Nibali nella sua azione, conclude ben lontano dai primi. Interrompe il trend positivo che sembrava vederlo in netta crescita nelle ultime gare. Voto: 4

Alejandro Valverde: come Samuel Sanchez e Voeckler, anche lo spagnolo ha avuto un incidente meccanico ma, a differenza di questi ultimi, non è stato in grado di rientrare nel gruppo dei migliori, a testimonianza del fatto che la condizione non gli avrebbe comunque permesso, al di là dell’inconveniente, di giocarsi la sua terza Liegi. Voto: 3

Francesco Gandolfi

GRAZIE VINCENZO. A IGLINSKY UNA LIEGI (QUASI) GRIGIA

aprile 22, 2012 by Redazione  
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Il kazako Iglinsky vince meritatamente un’edizione sottotono della Liegi, ravvivata quasi esclusivamente dalla strepitosa azione solitaria di Vincenzo Nibali, che attacca sulla Roche aux Faucons e resiste fino alla flamme rouge, concludendo comunque secondo.

Foto copertina: Nibali taglia il traguardo di Ans (foto Bettini)

Una Liegi grigia, uggiosa, trafitta qui e là da qualche raggio di sole. L’obiettivo della telecamera spesso si appanna, metafora di una situazione confusa, della nebbia di una battaglia che diventa mischia disordinata, così come trasmette la stessa deprimente sensazione la disastrosa informazione sui distacchi fornita dall’organizzazione di corsa. Nella foschia vaporosa di un gruppo polverizzato in mezzi favoriti e stelle cadute, privo di fari, si accende di improvviso la fiamma di Vincenzo Nibali, che realizza un’azione limpida, pura, lineare, e che verrà abbattuto solo dalla scheggia impazzita Iglinsky, fornito di una gran gamba, ma sparato verso la vittoria da una situazione tattica addirittura folle.

Andiamo con ordine: prima del via già assistiamo a un fatto sconcertante, la caduta di Igor Antón con tanto di frattura della clavicola. Colui che, prima della partecipazione decisa all’ultima ora di Samuel Sanchez, era il capitano della Euskaltel, finisce la sua gara prima di cominciarla. Parte una fuga a tre, nella quale va segnalata presenza dell’italiano Cataldo, unico che poi resisterà strenuamente quasi fino alle fasi calde della Rocca dei falchi: fuga pressoché irrilevante, se non per il fatto che servirà da testa di ponte per il rientro di due uomini importanti, un Rolland in bello spolvero che gioca d’anticipo per supportare il capitano Voeckler, e l’inossidabile Kyrienka, potenziale pedina per Valverde ma forse – vista l’abitudine alle lunghe gittate – già alternativa precauzionale. Dopo la Redoute resisteranno solo questi ultimi due “nuovi arrivati”, più Cataldo, al gancio ma cocciutamente presente.

Sulla Redoute, come ormai da anni è consuetudine (ma grazie al nuovo tracciato il problema è tutt’altro che drammatico), accade poco. Quel poco che accade è un nuovo rovescio della sorte, con Valverde appiedato da un problema meccanico proprio all’imbocco della salita, costretto a prendere la bici da un compagno e tentare un inseguimento semidisperato. In precedenza un rientro faticoso ma coronato da successo (pagato forse in tossine nelle gambe) era toccato a Samuel Sanchez. Anche Voeckler accusa qualche problema, ma lui sì potrà riportarsi sui migliori. Davanti Gilbert corra da leader, impiegando i due “Van” – Van Avermaet e Van Garderen – per scandire un ritmo assai sostenuto che impedisce sortite di seconde linee. A parte i problemi meccanici di cui abbiamo detto, a farne le spese sono più di tutto gli Schleck, con Andy che affonda miseramente e Frank che a stento sopravviverà, ma solo fino ai primi metri della salita successiva. Non ci sarà gara per loro e la Radioshack, che aveva molto lavorato, resta con il solo Monfort come capitano. Ben in vista invece, dietro Gilbert, Vanendert, Joaquim Rodriguez, Cunego, parecchie maglie Astana. Non tutte le impressioni della Redoute, tuttavia, troveranno riscontri.

Da qui l’andatura resta comunque sostenutissima, e in un baleno arriviamo alla Roche, vero snodo della gara. Si parte con un’accelerazione di Santambrogio che già screma il gruppo dagli uomini veloci ancora presenti, come Freire o Rojas, ma anche da Gesink (sempre più in crisi dopo i problemi personali degli anni scorsi), Visconti (se ancora qualcuno intravede per lui opzioni a questo livello), Chris Sorensen e Kroon (notte fonda in termini di punti UCI per Riis), Gerrans (effetto Australia, come già per Goss: ottimi atleti, senz’altro, ma i cui picchi godono di una stagione “con fuso orario” in termini di forma anticipata) e molti altri.
La vera selezione, però, la fa Vincenzo Nibali, con una prima frustata alla quale replicano assai faticosamente Gilbert, Vanendert e, più dietro, Mollema. Si è trattato solo di un “assaggio”, ma ha già procurato l’indigestione a molti: Cunego si dissolve, Joaquim Rodriguez arranca, Samuel Sanchez resta attardato, Scarponi occhieggia nelle retrovie. Come vedremo, però, non necessariamente la scelta di non replicare immediatamente si rivelerà erronea. A fine gara, scopriremo che della top five di giornata, il solo… Nibali (!) era in prima fila in questi momenti. Gli altri pagano caro. Gilbert si rassegnerà alla propria forma latitante con un finale mesto, Vanendert, nonostante l’ottima condizione, stenterà a finire nei dieci, Mollema, pure parso brillante, è quello che se la caverà meglio, con un opaco sesto posto. In questo senso la prestazione di Nibali acquisisce ancor più lustro, rimarcando una differenza qualitativa sostanziale rispetto al resto del parco partecipanti, anche perché, come abbiamo detto, quest’anno il livello degli iscritti era per vari versi appannato (senza con ciò togliere nulla a chi oggi ha spiccato).
Vincenzo contempla gli esiti del suo operato, e si lancia in un’altra micidiale progressione che sbriciola ulteriormente la compagine dei migliori. La scossa decisiva arriva tuttavia nel punto migliore, il falsopiano fatale con cui corona lo strappo. Qui le sagome degli avversari scompaiono disperatamente e miseramente nel punto di fuga dell’inquadratura, e il corridore siciliano comincia un’esaltante cavalcata solitaria. Posizione in sella splendida, pedalata rotonda ma non frenetica e assai efficace. Il distacco comincia a salire.

Dietro si agglomera un gruppetto di quasi venti corridori, a testimonianza di un livello invero appiattito. Un gruppetto che, a dispetto della logica e della tattica, si comporterà come una macchia di mercurio, disfandosi e ricomponendosi in sottogruppi, attacchi e contrattacchi, improvvisate e sonore dormite. A dirla tutta, se la situazione non fosse stata così scomposta, le speranze di Nibali sarebbero state poche. A meno di strampalate congiunture astrali come quella che permise la vittoria ad Andy Schleck (la media che il gruppo inseguitore tenne nel tratto di discese e falsipiani favorevoli fu di 39km/h circa: dei discreti cicloamatori avrebbero fatto meglio), con alle proprie spalle un assieme relativamente numeroso e, quel che più conta, molto strutturato in squadre chiave, la fuga è impresa impervia. Essendo presenti numerosi gregari, specie se “indubbiamente” gregari, ci si accorda, e sacrificando un uomo per squadra si fa velocità. Diverso sarebbe se nel gruppetto restassero solo capitani, ad esempio, perché nessuno vorrà rischiare di lavorare per la vittoria altrui…
Ma qui Rodriguez disponeva di Dani Moreno, Vanendert di Van den Broeck (capitano altrove, ma di sicuro non qui, non in questa situazione di corsa), Voeckler aveva Rolland (probabilmente più forte, ma già spremuto in fuga, e dunque ormai sacrificabile senza rimpianti), Martin aveva Hesjedal (un altro gregario “di lusso”, ma indubitabilmente subordinato a un corridore più scattista come Martin).
Caso a parte quello della Astana, in superiorità schiacciante con Gasparotto, Iglinsky e Kiserlovski. Qui sì che paradossalmente la superiorità numerica rendeva vantaggioso promuovere l’anarchia, perché altrimenti le altre squadre avrebbero potuto imporre proprio all’Astana uno sforzo maggiore, fino al momento in cui si fosse ristabilita la parità. Per gli altri, però, la convenienza era solo per un’azione congiunta ad alto ritmo, che portasse i capitani a giocarsela alla pari sulle rampe conclusive: a maggior ragione perché lo sparpaglio avrebbe favorito, come di fatto è accaduto, il team kazako.

Tutto il contrario. Probabilmente si assommano vari fattori: il timore per lo spauracchio Gilbert e per la rapidità di Gasparotto, da cui una diffusa volontà di isolarli, risultato attuabile solo disgregando il gruppo a suon di scatti; in più, una fiducia forse non proprio alle stelle verso gli apparentemente ovvi “capitani” al momento di dover bruciare i “gregari di lusso”; aggiungiamoci pure, anche se è difficile esserne certi, l’effetto delle sempre più incontrollabili regole UCI sui punteggi, che portano molti a correre per il piazzamento e non per la vittoria. L’esito è il caos più assoluto, con un incessante gioco al gatto e al topo che dopo innumerevoli giri del bussolotto proietta in avanti la strana coppia Rodriguez – Iglinsky. Così però il vantaggio di Nibali arriva fino ai 45”, un margine che di fatto permetterebbe una più che meritata vittoria.

Ma la stessa follia che ha permesso a Vincenzo di prendere il largo per la destrutturazione dell’inseguimento, manifestandosi in forma quasi opposta, materializzerà il dardo che abbatterà il siciliano. Difatti, benché Iglinsky non collabori minimamente all’azione, Rodriguez si danna l’anima, fuori da ogni appropriatezza tecnica (lui, in pianura!) e strategica, per dare fiato al contrattacco. Iglinsky ringrazia di tutto cuore, e speriamo che a fine gara abbia dato almeno una bella pacca sulle spalle all’atleta spagnolo. Spremendosi in questo modo, in effetti, Joaquim non ha nessunissima speranza di rimanere poi competitivo sulle rampe del Saint Nicolas. Non per niente beccherà in tutto un minuto da Iglinsky, ma, quel che la dice ancora più lunga sulla sciaguratezza della scelta, verrà bellamente passato e lasciato a mezzo minuto da tutti, e diciamo tutti, gli uomini del gruppetto, tolti Van den Broeck, spompatosi in un delirante inseguimento solitario (ma piuttosto tirare per Vanendert, o almeno tirargli la volata, era così sgradito?), e Gilbert, che si lascia andare alla deriva tra l’affetto incondizionato dei tifosi.
Davvero non troviamo una spiegazione a un gesto fuori da ogni logica ciclistica, ben diverso da quelli compiuti da Cancellara, che garantendo il successo della fuga alla Sanremo si assicurava comunque un piazzamento, e magari un pur piccola chance – altrimenti inesistente – di vincere. Qui siamo al viceversa.

Alle prime rampe del Saint Nicolas, Iglinsky si mette in testa e si fuma il Purito. Qui accade un altro episodio che dice molto di una gara sconclusionata sotto tutti i punti di vista: i distacchi forniti dall’organizzazione perdono il contatto con la realtà, continuano a riferirsi a un gruppo arretrato, senza specificarlo, e ignorano del tutto Iglinsky. Sarebbe cambiato qualcosa per Nibali? Probabilmente no, un po’ perché ci auguriamo che i diesse in auto facciano come i più pessimisti tra i telespettatori, cioè prendano manualmente il distacco, un po’ perché a quel punto c’era ben poco da fare: un uomo in fuga solitaria da oltre 20km, che ha maturato la fuga stessa con ben tre scatti di cui almeno un paio veramente ficcanti, può ben poco contro un onestissimo corridore (vincitore ad esempio di una gara dall’albo d’oro corto ma pesante come l’Eroica), che oltretutto è stato ininterrottamente a ruota fino al finale di gara. Comunque la mancanza di professionalità dell’organizzazione ASO suona davvero penosa, specie alla luce dei precedenti al Tour con distacchi inventati di sana pianta e con cartografia e altimetrie partorite da menti fin troppo creative (talora con esiti sullo svolgimento stesso della gara).

Parlando di “se” e di “ma”, avrebbe fatto meglio Vincenzo, il più forte oggi in comproprietà con il kazako e Gasparotto, ad attendere le ultime ascese per attaccare? Difficile dirlo, sinceramente da un punto di vista personale crediamo di no. Non scordiamo che sui tratti più duri della Rocca dei falchi un comunque non brillante Gilbert ha tenuto la ruota, mentre altri si sono gestiti sapendo del recupero che sarebbe seguito. La differenza Vincenzo l’ha fatta all’ennesimo scatto, nel soffocante falsopiano. Lo spazio sul Saint Nicolas, e a maggior ragione ad Ans, sarebbe stato troppo esiguo.

Glissiamo con un’ellissi il momento davvero amaro in cui Iglinsky, dalle parti della flamme rouge che contraddistingue l’ultimo km, mette nel mirino Nibali, se lo mangia, e tira dritto vincendo con una corposa ventina di secondi. Amaro non tanto per nazionalismo, ma per il tifo che sempre ci ingenera un’azione bella e coraggiosa. Il fatto che Nibali regga comunque per fare secondo, come già fece terzo alla Sanremo (lì fu il primo atleta da GT a podio in un paio di decenni, dai tempi di Fignon, Bugno e Chiappucci!), dice di azioni che portano sì il marchio dell’atleta, che ci ha abituato a tentativi d’altri tempi certo arrischiati, ma che hanno un livello di concretezza e spessore più significativo rispetto a quanto visto nella tappa del Gardeccia o al Lombardia, dove la conclusione aveva gettato un’alone di velleitarietà sull’impresa. Qui no, qui si è tratto di scelte che imboccavano l’unico cammino possibile verso la vittoria per un’atleta, ahilui, poco dotato di quelle fibre che rendono bruciante lo scatto, sia esso sul traguardo o mirato a fare un buco secco. Un cammino che non è giunto a termine, ma davvero per poco, e qui per una combinazione della sorte, e non per “necessità” come allo Sanremo, dove a esser tre si era pur sempre troppi perché Vincenzo vinca…

Degli altri attori di giornata abbiamo già detto qualcosa per ciò che concerne un Gilbert orgoglioso ma ancora offuscato, e un Joaquim Rodriguez mandato in delirio forse dal freddo. Abbiamo nominato altri protagonisti, tra i quali va sottolineata la bella prova di Gasparotto, che vince la volatina e agguanta un prestigioso podio per mettere la ciliegina alla torta Astana, ma anche a una giornata finalmente non così cupa per l’Italia, anche se secondo e terzo non sono i posizionamenti finali migliori… C’è poi Scarponi buon ottavo, che fa fruttare un Trentino fatto davvero come allenamento (e non come Cunego, invece malamente 35.esimo; speriamo che questo modo confuso di programmare gli obiettivi, che già tanti danni gli ha fatto, possa essere corretto). Ma non dobbiamo ignorare un pimpante Nocentini a ridosso della top ten. Scarponi e Nocentini hanno pagato l’isolamento, se pensiamo che nei primi cinque ci sono solo, tolto Nibali, corridori la cui squadra aveva nel finale almeno due uomini. Fa quarto infatti l’arrembante Voeckler, che era scortato da Rolland (decimo), e non sappiamo se questa ennesima prestazione fuori dalle righe, per un atleta che si è inventato mezzo campione a trent’anni suonati (ormai ne ha quasi trentatre), testimoni più del mediocre livello della gara o piuttosto dello “strano caso” della sua formazione. Quinto è Martin, che fa coppia col nono Hejsedal.

Un Vincenzo così, però, forse al Giro è sprecato, senza contare il rischio di bruciarsi dopo una stagione con già parecchie corse all’attivo. Meglio riprendere le energie e focalizzarsi sul Tour, per poi fare un pensierino, chissà mai, al Mondiale che quest’anno strizza l’occhio alle côte.

Gabriele Bugada

Iglinskiy in trionfo nella Liegi - Bastogne - Liegi 2012 (foto Bettini)

Iglinskiy in trionfo nella Liegi - Bastogne - Liegi 2012 (foto Bettini)

UN VALLONE PER DOMARLI: GILBERT, IL SIGNORE DELLE CLASSICHE

aprile 24, 2011 by Redazione  
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Tripletta, anzi poker. Gilbert affianca il solo Rebellin nell’impresa straordinaria di conquistare in uno stesso anno l’intero trittico delle Ardenne, ma suggella la propria unicità quadrando il cerchio con l’ulteriore vittoria al Brabante, non a caso l’ibrido di transizione tra le pietre e le côtes. Ancora una volta schiacciati senza appello i vari e più eminenti specialisti di ciascuna delle corse in questione.

Foto copertina: Gilbert, il signore delle Ardenne, si gode il trionfo sul trono di Ans (foto Bettini)

Una progressione lineare verso la gloria. Una linea retta fissa sul numero uno. Un cerchio che si chiude. Un rettangolo aureo, quadrilatero di eccelsa armonia. Solo la geometria ci può regalare le metafore per raccontare la perfezione del cammino di Gilbert attraverso il suo regno, dal Brabante al cuore del Vallonia, al cuore del proprio cuore: alla Liegi.

Al Brabante era stato sottomesso Freire, plurititolato campione di una gara che si concede a chi sa adattarsi, a chi non si limita ad eccellere nei rigidi confini di una specialità pura. Lì Gilbert aveva rimarcato il passaggio da un Fiandre già di per sé brillante alle classiche a lui più congeniali. Poi l’Amstel, gara sfuggente come poche altre, insidiosa, nervosa, dominata proprio con la gestione strategica e con il sangue freddo. Quindi la Freccia Vallone, con il muro di Huy divelto di sotto i pedali al favoritissimo e quanto mai specialista di strappi in doppia cifra Joaquin Rodriguez, stracciato sul proprio terreno. E ora la Liegi, la classica più amica dei corridori da GT, corsa tattica, anzi strategica come poche altre: ghermita pur essendone il favoritissimo, di contro alle lamentele e alle scuse che aveva invece avanzato in tal senso l’altro Cannibale delle corse in linea, Cancellara; artigliata proprio sottraendola alla morsa del duo Schleck, i fratellissimi, compagni dello svizzero in una Leopard se vogliamo superiore all’Omega come squadra, e ciò nondimeno incapace di andare oltre a un altro podio pure “da collezione” (e in effetti la Leopard sta facendo proprio collezione di podi).

Una gara ridotta alla linearità più assoluta dalla legge del più forte, applicata ancora una volta in modo matematico da un corridore che, nato generoso e dissipatore, è diventato magnanimo e ponderato: magnanimo però nella condotta di gara (mai un cambio negato, mai un sotterfugio, mai un bluff), non nel dispensare regali, perché Gilbert è un asso che quest’anno ha pigliato tutto.

Come in un sistema di equazioni le sterminate variabili della corsa sono state ridotte implacabilmente, fino al risultato voluto; fino a individuare la singola variabile del talento puro, tradottasi immediatamente in una costante: Philippe Gilbert.

Sembrava complessa la corsa, se non complicata: sull’innocua fuga del mattino si era innestato un contrattacco più minaccioso, a una cinquantina dall’arrivo davanti si contavano più di una dozzina di atleti; c’erano figure di spessore come Van Avermaet, e uomini che allo spessore aggiungevano una possibile funzione tattica, come Gasparotto per l’Astana di Vinokourov. C’erano pure delle belle coppie di medesimo team, un fattore assai favorevole per la riuscita delle evasioni: il belga della BMC era spalleggiato da Frank, Cataldo faceva da gregario a un buon Pineau, Garate e Ten Dam si proponevano come supporto di qualità e quantità per la Rabobank di un Gesink ancora una volta carente. Segnaliamo per la cronaca la coraggiosa presenza del giovane Damiano Caruso della Liquigas.

Il vantaggio oscilla tra il minuto e i due minuti, gli uomini dell’Omega vanno esaurendosi. Dietro comincia a subentrare la Leopard, perché Gilbert è già pressoché isolato dopo aver spremuto Van den Broeck ed aver conservato solo un già stanco Vanendert. La Katusha che pure aveva in precedenza dato qualche bella frustata con Di Luca per alzare il ritmo e fare corsa dura ha pur sempre davanti Vorganov, la Liquigas appunto Caruso. Solo le due formazioni dei principali favoriti hanno tenuto tutto il proprio potenziale attorno ai leader, e ora lo devono spremere.

Sulla Redoute Fuglsang scandisce dietro, ma davanti uno scatenato Gasparotto si fa tutta la salita in testa, e frammenta i fuggitivi: così facendo però il vantaggio cala molto relativamente, una ventina di secondi appena, rimanendo poco sotto al minuto. Chi si giova di più di questo contesto è molto giustamente Vinokourov, l’unico ad aver orchestrato un piano collettivo di qualche rilievo, ancora circondato da pretoriani solidissimi, potenziali corridori da primi posti si direbbe quasi, come Kreuziger, Iglinsky, Di Gregorio. Monfort partorisce il massimo sforzo nell’avvicinamento alla Rocca dei Falchi, riducendo il gap sulla testa della corsa, che le prime pendenze dell’impervio strappo han ridotto ai soli Gasparotto e Van Avermaet. La variabile fuga è quasi azzerata.

Sulla Rocca, i due eventi fatali: Andy allunga, si slancia in micidiale progressione. Gli resistono unicamente il fratellone e Gilbert.
Dietro, Vinokourov rompe la bici, la cambia con Iglinsky ma è tardi! Vino non potrà più recuperare, e così decade anche la possibilità di avere un’armata Astana al gran completo per mantenere a tiro ed eventualmente riassorbire i falchi fuggiti dalla gabbia. Nell’Astana regna il caos, Gasparotto – faticando assai a tenere il passo dei primi cui pure si era agganciato con Van Avermaet – molla la presa nel terribile falsopiano che corona la Rocca, e preferisce tenersi per aiutare chi dei compagni è in rimonta (cosa che farà, a sigillo di una gara comunque encomiabile). La confusione sotto il cielo è grande, c’è Anton, sì, c’è Kolobnev, ci sono Kreuziger e Nibali, si intravedono Cunego e Samuel Sanchez, c’è anche qualcuno che tira come appunto Gasparotto o Dani Moreno.

La grande confusione però rende la situazione eccellente per i guastatori sublimi, per i sovrumani, quei tre che volano via di comunissimo accordo al di sopra del cielo tempestoso dei “corridori normali”; con l’aggiunta di Van Avermaet a ruota fisso, e in ciò bravissimo, ma, lo possiamo già anticipare, fatalmente staccato alle prime asperità del Sant Nicolas. Il destino ci ha messo del suo, perché con Vinokourov a rullare il tempo alla sua armata interamente dispiegata, la musica avrebbe potuto cambiare (visto anche che dopotutto il distacco ha rasentato il minuto, ma più spesso i venti-trenta secondi): ma al destino si è aggiunto il gesto discriminante, lo scatto, la selezione.

La gara è finita.

I chilometri passano nell’attesa che i due fratelli comincino una sequenza di fucilate alternate, ma l’attesa resta inesaudita. Il giovane Schleck, con l’arroganza che pare caratterizzare tutta la sua formazione, diceva che avrebbe firmato per trovarsi in trio con Gilbert e il fratello alla “salita degli italiani”. Che lì sì, che lì allora, che così certo.

Invece niente. Un timido allungo di Andy che non fa male a nessuno, poi invece una progressione violenta ma controllata, diremmo quasi contenuta, da parte di Philippe, conclusa in scatto appena pennellato: abbastanza per ammansire i due avversari, tra i quali il più in palla pare comunque Frank. Tra il talento non scortato dalla dedizione e dal carattere, e la combinazione inversa, sembra prevalere quest’ultima. Andy è insipido, moscio, si stacca poco prima dello scollinamento. Frank lo attende, Gilbert lascia fare, Andy rientra. Proverà a tirare la volata del comunque più veloce, o meno lento, Frank.

La gara è finita.

La gara è finita da un pezzo, principalmente nell’incapacità della coppia Leopard di infrangere il corso di pensiero dominante imposto da Gilbert. Il più forte ha vinto perché aveva le gambe più forti, sicuramente, ma ai nostri occhi soprattutto perché più forte era il suo animo, il suo carattere, la sua deliberazione, il suo carisma.

Gilbert ha sempre collaborato, sempre. Attentissimo, puntuale, presente. Un vero padrone. Ma non ha mai tentennato di fronte alla possibilità di prolungare senza risparmio l’impari sfida (impari a suo svantaggio in termini strategico-matematici, ma che si scoprirà impari in ben altro direzione nella verità della strada!).

Invece per gli altri due le infinite possibilità tattiche che si sciorinavano lungo gli ultimi venti (venti!) chilometri di Liegi si sono assottigliate, esaurite, impoverite. Fino all’epilogo, quasi patetico: Gilbert che decide come e quando e dove lanciare la propria inarrestabile volata, Andy che malamente cerca di lanciare Frank, e il Vallone che vince per distacco, che si rialza ai meno 100 per esultare, che si volta, che sorride, mentre i fratellini si allargano uno di qua e uno di là, in parata, come damigelle d’onore, per scortare la scia già evaporata del trionfatore.

Resta da dire degli uomini, lì dietro, dei bei promettenti nomi di Kreuziger, Uran e Nibali (4.o, 5.o, 8.o), dell’orgoglio magnifico di Van Avermaet (7.o), del mestiere di Kolobnev e Samuel Sanchez, a cavallo dei dieci. Ma è già “parlare d’altro”, perché la Liegi… “ha già detto tutto”.
Un Vallone per domarli tutti, e ultimi i “re degli elfi” lussemburghesi; un Vallone per ghermirle tutte, le Grandi Classiche che dopo lunga secessione paiono pronte a riunificarsi in un solo impero (che la soluzione alla crisi di governo belga possa essere fare primo ministro
Philippe?).

Gabriele Bugada

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