A TU PER TU CON I MURI

È il giorno dei muri, salite brevi ma ripide sulle quali si possono gettare alle ortiche minuti preziosi. Le verticali che si dovranno affrontare negli ultimi 50 Km di gara sono tutte inedite e questo potrebbe costituire un handicap se non si sarà andati in ricognizione in precedenza sulle strade della tappa teramana. E c’è chi potrebbe patire anche la ripartenza dopo il giorno di riposo.

Parlare con il muro, è risaputo, è esercizio inutile…. Ma il muro risponde, eccome se risponde, se lo s’interroga a pedali. E sarà un interrogatorio dai verdetti interessanti quello al quale saranno sottoposti i “girini” al momento di rimettersi in sella dopo il giorno di riposo (e anche quest’ultimo costituirà un handicap da tenere in conto, non sopportando diversi corridori questo improvviso stop). Dai sesti gradi delle grandi pendenze ai terzi gradi di giudizio il passo sarà breve e anche al termine di questa frazione di bassa collina potrebbe esserci qualche corridore che sarà condannato alla rinuncia alle ambizioni più rosee.
Non si supereranno oggi i 318 metri di quota, ma strada facendo dovranno essere superati sei muri, il primo dei quali sarà, però, isolato rispetto a tutti gli altri: dopo il Tricalle chietino, infatti, bisognerà percorrere una settantina di chilometri agevoli prima di arrivare ad affrontare i rimanenti muri, ammassati in un finale di gara che non concederà un attimo di respiro. E poi ci sarà il fattore novità da tenere in conto perché, con l’esclusione del Tricalle, tutti gli altri muri saranno inediti, mai affrontati prima nemmeno alla Tirreno-Adriatico, che spesso transita da quelle parti e non lesina a proporli nel tracciato; va anche detto che solitamente i corridori prediligono andare in preventiva ricognizione sui percorsi delle tappe di montagna e così le ascese di questa giornata per molti rappresenteranno delle autentiche sorprese, anche se qualcuno potrebbe approfittare della conclusione della Tirreno-Adriatico nella vicina San Benedetto del Tronto (quest’anno prevista il 17 marzo) per fermarsi un giorno di più e andare ad effettuare una preziosa perlustrazione sul finale di Tortoreto.
L’intera tappa si dipanerà in territorio abruzzese partendo da San Salvo, località che già nel 2013 fu sede d’avvio di una frazione molto simile a questa, che terminò a Pescara e fece una vittima illustre, il favoritissimo per la vittoria finale Bradley Wiggins, che in una giornata resa ulteriormente insidiosa dalla pioggia arrivò al traguardo con quasi un minuto e mezzo di ritardo da Vincenzo Nibali, che prenderà la maglia rosa il giorno dopo al termine della cronometro di Saltara e poi manterrà le insegne del primato fino alla fine del Giro.
Come in quella tappa subito dopo il via si dovrà affrontare la poco impegnativa salita verso Vasto (2 Km al 5%), uno dei principali centri della cosiddetta “Costa dei Trabocchi”, che prende il nome dalle caratteristiche macchine da pesca montate su palafitte che s’incontrano lungo quello che è anche l’unico tratto della costa abruzzese a presentarsi spigoloso, mentre altrove è costantemente rettilineo.
Procedendo verso nord si transiterà dalla marina di Fossacesia, frazione balneare del paese che diede i natali ad Alessandro Fantini, velocista che corse tra i professionisti dal 1954 fino alla drammatica morte in conseguenza di una caduta allo sprint sul traguardo di Treviri, al Giro di Germania del 1961. Sfiorata la collina sulla quale sta la romano-gotica abbazia di San Giovanni in Venere si proseguirà alla volta di Ortona, la cittadina che il primo ministro inglese Winston Churchill soprannominò la “Stalingrado d’Italia” per le ingenti distruzioni patite durante la battaglia qui combattuta tra alleati e tedeschi nel dicembre del 1943 e che provocò danni anche al patrimonio artistico cittadino.
Dopo Francavilla al Mare si abbandoneranno temporaneamente le coste dell’Adriatico per l’escursione nell’entroterra che porterà il gruppo, dopo aver superato come antipasto la pedalabile ascesa di Torrevecchia Teatina, a misurarsi con il muro del Tricalle. Il nome è quello del quartiere di Chieti attraverso il quale si snoda quest’autentica parete, 800 metri al 12% dei quali gli ultimi 500 metri totalmente in rettilineo che puntano dritti come un fuso verso l’antica Teate, centro che è nella storia del Giro d’Italia per aver ospitato il 16 maggio 1909 l’arrivo della seconda tappa della prima edizione del Giro d’Italia, vinta dal corridore piemontese Giovanni Cuniolo. Si trattò anche del primo arrivo in assoluto della storia della Corsa Rosa, affrontanto dal più agevole versante della Colonnetta, che i “girini” del 2020 percorreranno in discesa verso la valle del fiume Aterno, imboccandola poi in direzione di Pescara. Non si giungerà, però, nella città natale di Gabriele d’Annunzio, che il gruppo eviterà scavalcando la morbida collina di Spoltore (4 Km al 3.8%), il centro del quale è originario Danilo Di Luca, il corridore abruzzese che è stato il vincitore più meridionale del Giro (2007) prima della doppietta di Nibali (2013-2016). Scesi a Montesilvano Marina si tornerà quindi a pedalare sulla statale litoranea e per una quarantina di chilometri le salite diventeranno un ricordo. All’inizio di questo veloce tratto la corsa transiterà per Pineto, dove il gruppo sfilerà accanto alla Torre di Cerrano, situata nel luogo dove nel primo secolo dopo Cristo fu realizzato il porto di Atri (i cui resti sono visibili solo immergendosi nelle acque dell’Adriatico) e che nel 1970 fu la principale location del film thriller di Sergio Bergonzelli “Nelle pieghe della carne”. Si toccheranno quindi Roseto degli Abruzzi e successivamente Giulianova, sede dell’unico porto della provincia di Teramo e cittadina dalla doppia anima, suddivisa tra la popolosa frazione balnerare del Lido e il centro storico situato su di una bassa collina che guarda verso la spiaggia e sulla quale bisogna salire per ammirarne il principale monumento, il rinascimentale Duomo di San Flaviano.
La natura di Giulianova è la stessa della vicina Tortoreto e per prima i “girini” vedranno quella del borgo appollaiato su una collina alta 221 metri, il cui nome fa riferimento al periodo nel quale in questa zona era particolarmente diffusa la presenza di tortore. È, infatti, arrivato il momento di affrontare il secondo muro di giornata, 2 Km al 9% caratterizzati da due balze feroci alternate a due tronconi più pedalabili: si comincerà con mezzo chilometro al 13.2% di media, seguita da 500 metri al 3.7% e da altrettanti nuovamente “cattivi” (13%) prima di incontrare nuovamente inclinazioni più umane in prossimità dello scollinamento. Poi ci sarà ancora spazio per respirare nei successivi 12 Km, nei quali i corridori ritroveranno la statale Adriatica, che si percorrerà fino al confine con le Marche, dove si svolterà bruscamente verso l’entroterra per intraprendere gli ultimi 40 Km di gara, nei quali tratti per tirare il fiato non se ne incontreranno più. Un altro muro si prospetta all’orizzonte ed è quello che in 2.3 Km al 9% conduce al borgo di Colonnella, il cui simbolo è la scalinata che sale verso Piazza del Popolo, sede della chiesa dei Santi Cipriano e Giustina, realizzata tra il 1795 e il 1816 dagli architetti elvetici Pietro e Gaetano Maggi. Appena 6 Km più avanti si dovrà affrontare il successivo muro, che tra quelli odierni sarà il più breve (1 Km al 9%), ma anche quello dotato della pendenza massima più elevata (24%), reso ancor più selettivo dalla ristrettezza della carreggiata che si dovrà percorrere per raggiungere Controguerra, centro che negli ultimi anni si è meritato gli appellativi di “Città dell’olio” e, soprattutto, di “Città del vino” (il Controguerra Bianco e il Controguerra Rosso sono entrambi DOC).
Si planerà quindi nella Val Vibrata, percorsa dall’omonimo torrente che ha le sue sorgenti sui Monti della Laga, il gruppo montuoso che gli appassionati di ciclismo hanno imparato a conoscere grazie alle numerose frazioni della Tirreno-Adriatico che si disputarono tra quelle montagne diversi anni fa, serie di tappe che culminarono con l’arrivo in salita del Giro d’Italia a San Giacomo nel 2002, quando sul quel traguardo si impose lo scalatore messicano Julio Alberto Pérez Cuapio.
Sfiorata la millenaria abbazia di Santa Maria di Mejulano, utilizzata come campo di concentramento durante il secondo conflitto mondiale e oggi sede di una scuola superiore, si attraverserà Corropoli prima di andare incontro all’unica “intrusa” di questo finale di gara perché la facile salita di Valle Luna (2.4 Km al 4%) quasi “stecca” al confronto con le altre ascese. La prossima meta del gruppo sarà ancora Tortoreto, alla quale si salirà dal muro delle Badette, 500 metri al 10.2% e un picco al 20% che costituiscono il tratto iniziale di un’ascesa lunga 1800 metri e la cui pendenza media si attesta al 7.9%. Giunti a poche centinaia di metri dal precedente scollinamento si svolterà nella direzione opposta per scendere di qualche chilometro e ritrovare quindi il versante affrontato quasi cinquanta chilometri prima, imboccandolo leggermente più in quota e quindi percorrendome una versione “ridotta” (1.9 Km al 7.4%), saltando così il tratto più aspro situato a inizio ascesa. Sono gli ultimi “mattoni” di una tappa che avrà l’epilogo 11 Km più avanti, mattoni che potrebbero restare sullo stomaco a qualche pesce grosso della classifica apparso già in affanno nelle tappe della prima settimana e mandarlo ancora più a fondo.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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San Salvo, chiesa di San Giuseppe

Vasto, Piazza Rossetti

Ortona, trabocco Mucchiola

Chieti, muro del Tricalle

Pineto, la Torre di Cerrano vista nel film “Nelle pieghe della carne” (www.davinotti.com)

Pineto, la Torre di Cerrano vista nel film “Nelle pieghe della carne” (www.davinotti.com)

Giulianova, Duomo di San Floriano

Tratto iniziale del muro di Tortoreto

La scalinata che sale verso il centro storico di Colonnella

L’imbocco del muro di Controguerra

Corropoli, abbazia di Santa Maria di Mejulano (www.cityrumors.it)

Corropoli, abbazia di Santa Maria di Mejulano (www.cityrumors.it)

Il muro delle Badette, all’inizio della seconda ascesa verso Tortoreto

Il borgo di Tortoreto Alto e, in trasparenza, l’altimetria della decima tappa del Giro 2020 (tripadvisor.com)

Il borgo di Tortoreto Alto e, in trasparenza, l’altimetria della decima tappa del Giro 2020 (tripadvisor.com)

TRA LE GRINFIE DEL GARGANO

Caratteristica del Giro 2020 sarà la massiccia presenza di tappe trabocchetto, frazioni bastarde nelle quali si può perdere la corsa rosa in un amen malgrado non presentino altimetrie da “urlo”. Ne sono state previste quattro e la prima fra queste vedrà i “girini” pedalare tra gli incantevoli scenari naturali del Gargano, panorami che non si avrà certo il tempo per ammirare. Gli ultimi 70 Km particolarmente tortuosi, infatti, costringeranno massima attenzione da parte dei corridori e il muretto finale tra le campagne di Vieste potrebbe far male a più d’uno.

Saranno tra le cifre identificative della 103a edizione del Giro d’Italia. Stiamo parlando delle tappe trabocchetto, frazioni insidiose nelle quali si corre il rischio di giocarsi le possibilità di vittoria finale al Giro nonostante non siano classificabili d’alta montagna. Solitamente se ne incontrano una o due al massimo ma quest’anno gli organizzatori hanno scialato in tal senso e ne hanno disegnate ben quattro di queste delicate tappe, dove occorrerà elevate dosi d’attenzione per evitare di lasciar per strada l’occasione di imporsi in classifica: la prima sarà questa del Gargano, poi s’incontreranno la tappa dei muri del teramano, quella tracciata sulle rotte della Nove Colli e, infine, la più dura tra queste quattro, quella di San Daniele del Friuli. La tappa in questione presenterà due volti ben distinti, con i primi 100 Km definiti dalla “scioglievolezza” della pianura e della strada litoranea mentre i restanti 70 saranno strutturati nel susseguirsi delle tortuosità della penisola garganica, introdotte dalla lunga ma non difficile salita verso Monte Sant’Angelo. L’ipotesi più probabile è che oggi vada in porto la fuga da lontano, come accadde nel 2017 nella non distante Peschici, al termine di una tappa che percorreva le stesse strade e che vide imporsi lo spagnolo Gorka Izagirre mentre protagonista sfortunato di quella frazione fu Valerio Conti che, mentre si trovava in testa al gruppetto in fuga, cadde nell’affrontare un tornante all’ultimo chilometro e vide lì sfurmarsi tutte le possibilità di vittoria, sfortuna che sarà ripagata lo scorso anno con la conquista della maglia rosa nella tappa che terminava a San Giovanni Rotondo, sempre da queste parti. Tra i big non dovrebbero esserci grosse sorprese – ma, ripetiamo, questa è tappa trabocchetto – e, nel caso la fuga si spenga prima del finale, potrebbe esserci uno sprint ristretto in quel di Vieste con la possibilità di vedere qualche grosso nome sgomitare per arraffare qualche secondo d’abbuono: in caso di volata un corridore che potrebbe far bene è Sagan, anche perché nel palmares ha diverse classiche del nord e il circuito finale presenta una salita breve ma ripida che ricorda certi strappi che s’incontrano nei meandri delle colline fiamminghe.
La bandierina dal via sarà abbassata in quel di Giovinazzo e poi si punterà filanti verso Molfetta, tra i cui monumenti principali spiccano i due duomi, quello romanico di San Corrado e quello barocco dell’Assunta. Ancor più spettacolare è la cattedrale della vicina Trani, tra le più ammirate della regione, innalzata utilizzando un particolare tipo di tufo calcareo originario della zona e per questo motivo noto con il semplice nome di “pietra di Trani”. La Corsa Rosa farà poi visita a Barletta, che non è soltanto la città della celebre disfida, ma che fu teatro anche della storica battaglia di Canne, combattuta durante la Seconda Guerra Punica tra l’esercito della Repubblica Romana e quello cartaginese comandato da Annibale, che ottenne una “schiacciante” vittoria: se gli studiosi non sono mai riusciti a derimere definitivamente la questione sul luogo dove si svolse fisicamente il combattimento, gli appassionati di storia e archeologia possono “consolarsi” visitando i resti dell’antica Canne, centro sorto tra il VI e il IV secolo a.C. e situato nell’immediato entroterra, ad una decina di chilometri da Barletta.
Si giungerà quindi a Margherita di Savoia, centro conosciuto per la presenza delle saline più estese d’Europa, area umida preservata da una riserva naturale istituita nel 1977 e ai cui margini si staglia il Capannone Nervi, magazzino del sale così chiamato perché progettato da Pier Luigi Nervi (l’ingegnere celebre per aver disegnato il Grattacielo Pirelli di Milano e l’Aula delle Udienze Pontificie in Vaticano) e che sarà destinato a ospitare una sezione del già esistente Museo del Sale.
Seguirà un lunghissimo tratto da pedalare lontano dai centri abitati e con l’unica, costante compagnia dell’Adriatico, che in questo tratto bagna le spiagge del Tavoliere, la più vasta pianura d’Italia dopo di quella padana, in epoca preistorica fondale marino. Sempre più vicina al gruppo si farà la penisola del Gargano, ai cui piedi si giungerà al passaggio da Manfredonia, comune che deriva il nome da quello dell’ultimo sovrano svevo del Regno di Sicilia, Manfredi, che nel XIII secolo fondò questo centro impreziosito da monumenti di notevole pregio come l’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara e la basilica romanica di Santa Maria Maggiore di Siponto, realizzata sul luogo dove in precedenza si trovava una scomparsa chiesa paleocristiana, i cui resti sono oggi sormontati da una struttura metallica realizzata dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia e che ne riproduce le fattezze.
Usciti da Manfredonia ci sarà un ultimo scampolo di pianura prima d’intraprendere la lunga salita – poco meno di 10 Km al 6.2% – verso Monte Sant’Angelo, antica capitale religiosa del Gargano che vedeva i pellegrini diretti fin dal VI secolo al Santuario di San Michele Arcangelo, consacrato nel 493 d.C. nel luogo dove era apparso l’Arcangelo Michele e tappa di un itinerario di fede che lo collegava alla Sacra di San Michele in Piemonte e alla celebre abbazia francese di Mont-Saint-Michel. È stato anche set cinematografico questo centro appollaiato su uno sperone del Gargano, quando nel 1972 fu scelto da Lucio Fulci per girare gran parte di “Non si sevizia un paperino”, thriller considerato come il capolavoro del regista romano e che trattava lo scottante tema della violenza sui minori.
I “girini” dovranno ora riprendere la strada verso il mare, che ritroveranno al termine di una discesa di circa 12 Km movimentata da una dozzina di tornanti. Stavolta, però, non troverà ad attenderli una strada litoranea comoda come quella percorsa in precedenza, perché il tracciato di gara d’ora in avanti andrà ad assecondare l’andamento tortuoso della costa proponendo una serie di saliscendi, che inizieranno dopo il passaggio da Mattinata, località balneare che più volte si è vista assegnare il riconoscimento della “Bandiera Blu” e che è nota anche con l’appellativo di “città delle orchidee spontanee” per la presenza di ben 54 specie di questo fiore, alcune delle quale esclusive di questo luogo. Sfiorata l’incantevole Baia della Zagare, dalle cui acque emergono i faraglioni dell’“Arco di Diomede” e delle “Forbici”, il percorso tornerà a puntare verso il cielo con la salita della Coppa Santa Tecla, discretamente impegnativa nei primi 3 Km (media del 6.3%) e nettamente più pedalabile nel tratto finale di una salita che nel complesso è lunga 8 Km e presenta una pendenza media di poco inferiore al 4%. Da Santa Tecla si transitò anche nella citata tappa del 2017, ma poi si percorreva in discesa un versante diverso, più veloce rispetto a quello, più tortuoso e spettacolare, che quest’anno farà planare la corsa su Pugnochiuso, incantevole località presso la quale si trova l’omonima torre costiera, i cui lavori di costruzione iniziarono nel 1568 e che fu per lungo tempo utilizzata come faro. Riprenderanno immediatamente i “mangia e bevi” con lo strappo di 500 metri all’8% di Portopiatto e quello successivo di 700 metri al 5.6% con il quale si andrà a doppiare la Testa del Gargano, massima estremità orientale della penisola, dove si trova un’altra antica torre costiera, questa intitolata a San Felice. Un altro acuminato dentello – 300 metri al 7% – anticiperà l’ingresso del gruppo in Vieste, che sarà raggiunta costeggiando la spiaggia del Pizzomunno, svettante faraglione che emerge dall’acqua del mare ma che si può comodamente toccare con mano dal bagnasciuga. Non si andrà subito al traguardo perché prima si dovrà superare l’esame “Saragat”, affrontando la salita che percorrere l’omonima via, 1000 metri al 9% che mettertanno in fila indiana il gruppo non solo per le sue inclinazioni ma anche per la sede stradale stretta. Superato questo scoglio mancheranno poco più di 8 Km al traguardo, ma a quel punto non sarà ancora finita perché, iniziato il circuito finale, ci sarà un ulteriore esame sull’infida rampa viestana e il rischio d’esser bocciati sarà dietro l’angolo…

Mauro Facoltosi

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Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Il porto di Giovinazzo

Molfetta, Duomo di San Corrado

Trani, Cattedrale di San Nicola

Barletta, area archeologica di Canne della Battaglia

Margherita di Savoia, Magazzino Nervi

Manfredonia, basilica romanica di Santa Maria Maggiore di Siponto

In salita verso Monte Sant’Angelo

Monte Sant’Angelo, Santuario di San Michele Arcangelo

Scena di “Non si sevizia un paperino” girata a Monte Sant’Angelo (www.davinotti.com) src="https://www.davinotti.com/images/fbfiles/images49/paperik18.jpg" width="424" height="180" />

Scena di “Non si sevizia un paperino” girata a Monte Sant’Angelo (www.davinotti.com)

Baia delle Zagare

La Torre San Felice presso la Testa del Gargano

Il Pizzomunno di Vieste e, in trasparenza, l’altimetria della nona tappa del Giro 2020 (viaggianza.com)

Il Pizzomunno di Vieste e, in trasparenza, l’altimetria della nona tappa del Giro 2020 (viaggianza.com)

UNA TAPPA D’APPARENTE CALMA PIATTA

Una tappa di totale pianura può risultare indigesta? Sì, se si corre in zone dove il vento la fa spesso da padrone e dove Pantani corse il rischio di giocarsi la vittoria al Giro d’Italia del 1998. La tappa era quella di Lecce, che attraversava le stesse terre che ospiteranno il finale di questa frazione e lungo la quale il “Pirata” e i suoi uomini della Mercatone Uno si ritrovano nel ventaglio sbagliato, arrivando ad accumulare un passivo che impiegarono quasi 20 minuti d’affannosa rincorsa per annullare.

La tappa è liscia liscia e, vista l’altimetria, al telespettatore di ciclismo verrebbe quasi voglia di passare oltre, di prendersi un altro impegno e di rimandare l’appuntamento al giorno successivo, quando è in programma la più tormentata frazione di Vieste. Il consiglio, comunque, è di registrarsela questa tappa e di rivedersela con calma la sera, perché le sorprese potrebbero comunque non mancare, nonostante il tracciato sembri non promettere emozioni. Anche oggi il vero osso duro da digerire sarà costituito dal vento e non soltanto per il lungo tratto da percorrere in riva allo Jonio a inizio tappa; infatti, i tratti più insidiosi arriveranno nel finale, quando ci si allontanerà dalla costa per inoltrarsi sull’altopiano delle Murge, zona dove le folate – che hanno libero sfogo a causa della mancanza di elevazioni – spesso sono risultate determinati al Giro di Puglia, corsa a tappe disputata l’ultima volta nel 1998. Anche alla Corsa Rosa il gruppo si trovò a fare i conti con il vento da queste parti e in particolare nello stesso anno Marco Pantani rischiò di compromettere l’edizione del Giro che poi vincerà proprio nella frazione che si disputava tra Matera e Lecce, nel cui finale si percorreranno le stesse terre attraversata dalla Castrovillari-Brindisi. Quando mancavano 50 Km al traguardo il “Pirata” e la sua ciurma della Mercatone-Uno si ritrovarono di parecchio staccati dal gruppo principale e ci vollero quasi 20 minuti di rincorsa forsennata per ricucire il ventaglio e tornare in testa alla corsa, dove la Mapei si era schierata compatta davanti a tutti nel tentativo di “far fuori” lo scalatore di Cesenatico.
Questa frazione d’apparente calma piatta prenderà il via in discesa da Castrovillari, planando dolcemente dalle prime pendici del Pollino nei primi 20 Km, tanta strada si dovrà percorrere prima d’approdare in riva al Mar Jonio, che poi farà da costante compagno di viaggio al gruppo fino a Taranto, per quasi 130 Km. All’inizio di questo tratto si percorreranno le strade della cosiddetta “Costa degli Achei”, toccando per prima la località balneare di Villapiana Lido, presso la cui spiaggia si erge la Torre Vicereale del Capo Saraceno, costruita nel 1535 a protezione di queste terre dalle scorribande dei pirati. Ancor più imponente è il Castrum Petrae Roseti (Castello della Pietra di Roseto), voluto nell’XI secolo dall’imperatore Federico II di Svevia, nipote del celebre “Barbarossa”, e che il gruppo sfiorerà pochi chilometri dopo aver doppiato il promontorio di Capo Spulico, frequentata meta dagli appassionati d’immersioni subacque, diretti alla spettacolare “Secca di Amendolara”. A una sessantina di chilometri dal via i “girini” saluteranno la Calabria e giungeranno sulle strade della Basilicata, che sarà attraversata in direzione della Puglia per circa 40 Km, tratto nel quale si sfioreranno le aree archeologiche di Heraclea, situata nei pressi dell’odierna Policoro, e di Metaponto, delle due la più importante e il cui monumento di spicco era il Tempio di Hera, noto anche il soprannome di “Tavole Palatine”.
Al termine del tratto “marinaro” dell’ottava frazione si giungerà a Taranto dove il gruppo transiterà sul ponte di San Francesco di Paola, costruito nel 1887 e più noto come “Ponte Girevole” poiché progettato per “aprirsi” e permettere il passaggio delle navi dirette al Mar Piccolo. Attraversata una città che vanta anche interessanti monumenti (come la romano-gotica chiesa di San Domenico Maggiore, al cui esterno nel 1992 Lina Wertmüller girò con Paolo Villaggio alcune scene di “Io speriamo che me la cavo”), s’imboccherà il settore murgiano di questa frazione, introdotto da un tratto in leggero falsopiano ascendente che rappresenterà l’unica variante alla costanza della pianura e che inizierà dopo il passaggio da San Giorgio Jonico, centro situato presso la sommità della Serra del Belvedere, alta appena 137 metri sul livello del mare ma che consente una mirabile vista sul golfo di Taranto. Raggiunto lo scollinamento di quest’impercettibile ascesa si entrerà in provincia di Brindisi poco prima di giungere a Francavilla Fontana, la “Città degli Imperiali” così chiamata per il cognome della casata che governò per quasi due secoli questo centro che vanta, tra i suoi monumenti, la basilica pontificia minore del Santissimo Rosario, la chiesa di Maria Santissima della Croce, quella di San Sebastiano e, per l’appunto, il castello Imperiali, oggi sede municipale. Lasciata Francavilla inizierà il velocissimo tratto conclusivo di questa frazione, in quanto gli ultimi 35 Km si snoderanno in rettilineo quasi costante, disegnato in lievissima discesa lungo quello che era il tratto conclusivo della “regina viarum”, l’antica Via Appia che fu costruita tra la fine del fine IV secolo a.C e il III secolo per collegare Roma a “Brundisium”, l’odierna Brindisi. Seguendo la direttrice dell’antica strada consolare il gruppo giungerà così a Mesagne, comune tra i più popolosi della penisola salentina (vanta ben 22 frazioni) e il cui centro storico ricco di monumenti barocchi (come la chiesa matrice) è stato spesso scelto per girare videoclip da cantanti di fama come Gigi d’Alessio, Elisa e il gruppo dei Boomdabash, fondato nel 2002 proprio a Mesagne.
Non ci sarà tempo per distrazione canterine per il gruppo, che nelle orecchie avrà a questo punto solo il fruscio delle ruote e quello del quasi immancabile vento che spazza il Salento. E per qualcuno, se Eolo ci avrà messo ancora lo zampino, a Brindisi non ci sarà certamente la voglia di brindare…


Mauro Facoltosi

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Castrovillari, castello aragonese

Villapiana Lido, Torre Vicereale del Capo Saraceno

Immersione nella Secca di Amendolara (www.policorotv.it)

Uno scorcio del fondale della Secca di Amendolara (www.policorotv.it)

Castrum Petrae Roseti, Roseto Capo Spulico

L’area archelogica dell’antica Heraclea a Policoro

Metaponto, tempio di Hera

Taranto, Ponte Girevole

Scena di “Io speriamo che me la cavo” girata all’esterno della chiesa di San Domenico Maggiore a Taranto (www.davinotti.com)

Scena di “Io speriamo che me la cavo” girata all’esterno della chiesa di San Domenico Maggiore a Taranto (www.davinotti.com)

Francavilla Fontana, Castello Imperiali

Mesagne, Chiesa Matrice

Un tratto dell’infinito rettilineo che s’imbocca all’uscita da Mesagne

La scalinata e le due colonne romane poste al termine della Via Appia Antica a Brindisi e, in trasparenza, l’altimetria dell’ottava tappa del Giro 2020 (Google Street View)

La scalinata e le due colonne romane poste al termine della Via Appia Antica a Brindisi e, in trasparenza, l’altimetria dell’ottava tappa del Giro 2020 (Google Street View)

SULLA SILA UNA TAPPA DA BRIGANTI

La Corsa Rosa sbarca in continente con una tappa molto insidiosa per le continune tortuosità di un tracciato che avrà il suo culmine nell’interminabile ascesa al Valico di Monte Scuro. Considerati i soli 10 Km che ne separeranno la cima dal traguardo di Camigliatello Silano può essere considerato alla stregua di un arrivo in salita e, nonostante non presenti pendenze difficili, potrebbe risultare fatale per qualche corridore che punta a vestire le insegne del primato in quel di Milano.

Se il Giro si fosse disputato alla fine dell’800 la tappa in questione sarebbe stata una delle più temute, non solo per le difficoltà di gara ma anche per il concreto pericolo di incappare negli agguati dei briganti, vera e proprio piaga che imperversava all’epoca sulla Sila ed anche in altre zone del Mezzogiorno d’Italia.
Nel 2020, però, sconfitto il brigantaggio da quasi un secolo, non è che il rischio possa dirsi scongiurato perché la frazione che terminerà a Camigliatello è tra le più adatte a simili azioni, stavolta vissute all’interno del gruppo e che potrebbero anche cambiare il volto alla classifica per chissà quanti giorni. Nel finale si dovrà superare una salita molto lunga e subito prima un ampio tratto caratterizzato da continue tortuosità, un vero e proprio toboga tra curve e saliscendi lungo il quale chi si troverà all’attacco sarà maggiormente agevolato rispetto al grosso del gruppo inseguitore, costretto a sfilacciarsi e a rallentare. Il concreto rischio è di ritrovarsi con parecchie energie spese ai piedi dell’ultimo colle di giornata, il Valico di Monte Scuro, non particolarmente dotato in pendenze (la media è del 5.7%) ma interminabile: si pensi che i suoi quasi 23 Km ne fanno la terza salita per lunghezza di questa edizione del Giro, preceduta solo da Stelvio e Agnello, e lassù qualche uomo di classifica potrebbe giungere con un ritardo che nell’immediato potrebbe essere complicato recuperare, considerati i soli 10 Km che ne separano la cima dal traguardo di Camigliatello.
In salita sarà anche la partenza da Mileto poiché si dovrà subito rimontare sull’altopiano del Monte Poro, raggiungendo poi al termine di un breve tratto in quota la città di Vibo Valentia, l’antica Monteleone dominata dal castello svevo-normanno costruito nel luogo dove si trovava l’acropoli della colonia magnogreca di Hipponion. Si scenderà quindi verso la piana di Sant’Eufemia, una delle più vaste della Calabria, che i corridori eviteranno percorrendo la strada a lievi saliscendi disegnata lungo le prime pendici delle Serre Calabresi, procedendo in direzione dell’Istmo di Catanzaro, il punto più stretto della nazione italiana, corridoio naturale che collega in 35 Km il litorale tirrenico con quello jonico. In questa fase si pedalerà lontano dai centri abitati e bisognerà così percorrere ben 55 Km tra Vibo Valentia e il successivo comune direttamente toccato dalla corsa, Borgia, attraversato il quale si scenderà poi verso la frazione balneare di Roccelletta, frequentata anche dagli appassionati d’archeologia per la presenza dei resti della città di Scolacium, nella quale visse il celebre letterato romano Cassiodoro, e deila basilica di Santa Maria della Roccella. Dopo un brevissimo tratto in riva al mare, ultimo tratto di vera quiete di questa frazione, il percorso punterà verso la Sila per andare ad affrontare la salita di Catanzaro (3.3 Km al 5.5%), antipasto a quella immediatamente successiva e più impegnativa del Monte Trearie (17 Km al 4.5%), nel corso della quale si toccherà il centro di Tiriolo, nel cui territorio ricade anche la “città fantasma” di Rocca Falluca, abbandonata nel XVI secolo, quando gran parte dei pochi abitanti rimasti decisero di trasfersi sulla collina dove in seguito sorgerà l’abitato di Settingiano, e presso la quale si trova il santuario della Madonna della Rocca nel quale è venerata una statua che fu incoronata personalmente da Papa Giovanni Paolo II. È dopo lo scollinamento del Trearie che inizierà il tratto più complicato di questa frazione e prima di iniziare la discesa bisognerà percorrere quasi 30 Km in quota, dolcemente vallonati fino al passaggio da Soveria Mannelli, dove si giungerà dopo aver lasciato sulla destra, all’altezza del “Bivio Bonacci”, la strada che permette di raggiungere i suggestivi resti dell’Abbazia di Santa Maria di Corazzo, fondata dai benedettini nel XII secolo e in rovina dal 1783, quando fu distrutta da un terremoto, il più catastrofico tra quelli che colpirono l’Italia meridionale in quel secolo. Transitati da Soveria si dovranno affrontare due brevi salite consecutive – la prima verso l’altopiano di Borboruso (2.7 Km al 5.3%), la seconda diretta al Passo di Agrifoglio (1,6 Km al 5,5%) – scavalcate le quali inizierà finalmente la discesa, giunti al termine della quale si dovrà nuovamente “prendere l’ascensore” per salire in quasi 5 Km al 6.2% a Rogliano, il principale centro della valle del fiume Savuto, noto con il soprannome di “borgo delle dodici chiese”, la più interessante delle quali è il sontuoso duomo intitolato ai Santi Pietro e Paolo. In un continuo “caleidoscopio” di cambiamenti di fronte, dopo la salita si dovrà affrontare un tratto in quota, seguito da una discesa che, interrotta da un secco strappo, si concluderà alle porte di Cosenza. Qui un ultimo tratto di tregua anticiperà l’assalto al Monte Scuro, andandone ad affrontare i tronconi più impegnati proprio all’inizio di questa infinita salita, prima di giungere nel centro di Spezzano della Sila. È quest’ultimo il comune ospitante, situato alle porte della Sila Grande, in una vera e propria “full immersion” nella rigogliosa natura silana, prevalentemente costituita da boschi di castagno, conifere e faggi, veri e propri “giganti” che un tempo furono muti testimoni dei misfatti dei briganti e che ancora oggi sorveglieranno silenti gli assalti alla malcapitata maglia rosa di turno.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Valico del Bivio Zeta (772 metri). Valicato dall’ex SS 19 “delle Calabrie” tra San Pietro Apostolo e Soveria Mannelli, coincide con il bivio per Serrastretta.

Passo Arena Bianca (713 metri). Valicato dall’ex SS 19 “delle Calabrie” tra San Pietro Apostolo e Soveria Mannelli.

Valico del Bivio Bonacci (812 metri). Valicato dall’ex SS 19 “delle Calabrie” tra San Pietro Apostolo e Soveria Mannelli, coincide con il bivio per Carlopoli.

Passo di Borboruso (936 metri). Valicato dall’ex SS 19 “delle Calabrie” tra Soveria Mannelli e Coraci.

Colle della Ferrara (928 metri). Valicato dall’ex SS 19 “delle Calabrie” tra Coraci e Carpanzano, è noto anche con il toponimo di Passo di Agrifoglio. Sulle cartine del Giro 2020 lo scollinamento è segnalato con il toponimo di Porticelle.

Valico di Monte Scuro (1618 metri). Valicato dall’ex SS 648 “del Valico di Monte Scuro” tra Spezzano della Sila e Camigliatello Silano. In vetta si trova un monumento celebrativo del giornalista cosentino Nicola Misasi, scomparso nel 1923. Il Giro d’Italia l’ha già inserito in due occasioni al Giro, affrontandolo la prima volta nel 1972 dallo stesso versante di quest’anno nei chilometri iniziali della Cosenza-Catanzaro, vinta dallo svedese Gösta Pettersson dopo che in vetta al Monte Scuro era transito per primo “sua maestà” Eddy Merckx. Nel 1985 si salì da Camigliatello nel corso della Crotone-Paola: sia il traguardo GPM, sia il successo di tappa furono conquistati dal portoghese Acácio da Silva.

Valico Serra del Fiego (1435 metri). Valicato dall’ex SS 648 “del Valico di Monte Scuro” nel corso della discesa dal Valico di Monte Scuro a Camigliatello Silano.

Nota.

Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

FOTOGALLERY

Mileto, cattedrale

Il castello svevo normanno domina il centro storico di Vibo Valentia

Roccelletta di Borgia, basilica di Santa Maria della Roccella

Il teatro di Scolacium

Catanzaro vista dal Viadotto Bisantis

Tiriolo, santuario della Madonna della Rocca

Carlopoli, ruderi dell’abbazia di Santa Maria di Corazzo

Vista retrospettiva sul Duomo di Rogliano

Il monumento dedicato a Nicola Misasi sulla cima del Valico di Monte Scuro

Il bosco dei “Giganti della Sila” a Camigliatello Silano e, in trasparenza, l’altimetria della settima tappa del Giro 2020 (www.camigliatellosilano.eu)

Il bosco dei “Giganti della Sila” a Camigliatello Silano e, in trasparenza, l’altimetria della settima tappa del Giro 2020 (www.camigliatellosilano.eu)

SALUTO ALLA SICILIA NELLA VAMPA DEL VENTO

Il Giro lascia la Sicilia con una tappa sulla carta adatta ai velocisti, almeno a quelli che avranno superato senza troppi problemi la lunga salita della Portella Mandrazzi. In realtà ben altra insidia si nasconde negli ultimi 40 Km di pianura verso il traguardo di Villafranca Tirrena e risponde al nome del vento: in quei frangenti si correrà, infatti, in una delle zone più ventose della Sicilia e ne sa qualcosa Mario Cipollini che al Giro del 1999 proprio dalle parti del traguardo odierno fu protagonista di una brutta disavventura…

Sulla carta sembra una tappa di trasferimento sulla quale pende un unico dubbio: riusciranno i velocisti a superare indenni i quasi 12 Km dell’ascesa verso i 1125 metri della Portella Mandrazzi, che svetta praticamente nel mezzo del cammino di questa tappa? La facilità delle pendenze (la media è 5,2%) e il fatto che nei successivi 63 Km non s’incontreranno più difficoltà altimetriche depongono a favore di un arrivo allo sprint, anche se non a ranghi compattissimi e con i velocisti che arriveranno a disputarsi la volata con i muscoli leggermente provati alla precedente ascesa. Fin qui l’esame alla “carta”, che però non tiene conto della principale insidia che questa frazione potrebbe proporre nei chilometri conclusivi, tracciati lungo le rive del Tirreno: il vento. Fu proprio dalle parti di Villafranca che una folata particolarmente violenta innescò una brusca sbandata durante la Catania-Messina del Giro del 1999, repentino cambio di direzione che causò la caduta di una ventina di corridori, tra i quali finirono a terra il futuro vincitore di quell’edizione Ivan Gotti, la maglia azzurra (all’epoca destinata al leader della classifica dell’Intergiro) Massimo Apollonio e Mario Cipollini, che rimase a terra per quasi un minuto e poi rimonterà in sella, ovviamente non riuscendo a competere per il successo di tappa in quel di Messina, dove a imporsi fu l’olandese Jeroen Blijlevens, che grazie a quell’affermazione riuscirà anche a conquistare la maglia rosa, togliendola proprio dalle spalle del velocista toscano. Ecco, dunque, quale sarà il principale “babau” della frazione con la quale il Giro saluterà la Sicilia, un arrivederci perché nel 2021 la Corsa Rosa tornerà nell’isola per la “Grande Partenza” della 104a edizione.
Come nella tappa del Giro di 21 anni fa si partirà da Catania pedalando in direzione della “malavogliana” Aci Trezza, conosciuta anche per il piccolo arcipelago d’origine vulcanica delle Isole dei Ciclopi, secondo la leggenda massi di pietra lavica scagliati in mare da Polifemo, infuriato con Ulisse. Con un tratto in lieve ascesa si giungerà nella meravigliosa Acireale, nota per i suoi monumenti in stile barocco sui quali spicca la Basilica di San Sebastiano. Si planerà dolcemente verso Giarre per poi giungere a Fiumefreddo di Sicilia, presso il quale si trova il Castello degli Schiavi, edificio del 1700 che il celebre regista statunitense Francis Ford Coppola scelse per girarvi diverse scene di uno dei suoi più noti film, “Il Padrino”, ispirato all’omonimo romanzo di Mario Puzo.
Ci sarà spazio per la commozione a questo punto, perché al momento del passaggio da Giardini-Naxos il pensiero di tutti sarà rivolto a Felice Gimondi, che proprio nel mare di questa nota località balneare ha chiuso la sua parabola terrena in un caldo pomeriggio della scorsa estate. Proprio adesso i corridori volgeranno le spalle al mare per virare verso l’interno, anche se non sarà ancora arrivato il momento di misurarsi con la salita di Portella Mandrazzi. Prima dovranno essere messi nelle gambe più di venti chilometri di dolce falsopiano risalendo la valle dell’Alcantara, frequentata meta turistica per via delle spettacolari grotte, alte fino a 25 metri, formatesi in seguito a remote colate dell’Etna. Raggiunta Francavilla si andrà quindi all’attacco della salita vera a propria, lungo la quale si toccherà uno dei sette “Villaggi Schisina”, oggi in abbandono, costruiti nel 1950 per dare alloggio ai contadini che la regione incaricò di coltivare le terre circostanti.
Se lunga era stata la salita, ancor più lo sarà la successiva discesa dal versante tirrenico, oltre 20 Km nel corso dei quali si transiterà ai piedi della spettacolare Rocca Salvatesta, una delle cime più elevate della catena dei Monti Peloritani, poco prima di giungere nel centro di Novara di Sicilia, inserito nel circuito dei “borghi più belli d’Italia”.
Terminata la discesa, la pianura sarà unica protagonista dell’altimetria negli ultimi 40 Km, all’inizio dei quali la corsa transiterà dalla località termale di Vigliatore, frequentata per scopi curativi fin dall’epoca romana, periodo al quale risale la Villa di San Biagio, rinvenuta negli anni 50 del secolo scorso. Successiva meta dei “girini” sarà la cittadina di Barcellona Pozzo di Gotto, il centro più popoloso della provincia di Messina dopo il capoluogo, dotata di numerosi edifici di culto come la Basilica minore di San Sebastiano, inagurata nel 1936, e l’antichissima chiesa rupestre di Santa Venera.
È a questo punto che inizierà il tratto più esposto di questa frazione, poiché nell’ultima ventina di chilometri il percorso s’avvicinerà decisamente alle acque del Tirreno, laddove queste vanno a infrangersi contro l’estremità orientale della Sicilia. E, tra un colpo di vento e l’alto, rischieranno d’infrangersi anche le speranze di chi non sarà riuscito a tener aperti gli occhi nel concitato finale di gara e rimanere agganciato al ventaglio giusto.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Portella Mandrazzi (1125 metri). Valicata dalla SS 185 “di Sella Mandrazzi” tra Francavilla di Sicilia e Novara di Sicilia, separa la catena dei Monti Peloritani da quella dei Nebrodi. In tre precedenti occasioni è stata GPM al Giro d’Italia: nel 1954 fu conquistata da Giuseppe “Pipaza” Minardi (tappa Palermo – Taormina, vinta dal medesimo corridore), nel 1999 da Mariano Piccoli (la tappa Catania – Messina citata nell’articolo e vinta da Jeroen Blijlevens) e nel 2003 dal colombiano Freddy González durante la Messina – Catania vinta da Alessandro Petacchi.

Portella Pertusa (974 metri). Valicata dalla SS 185 “di Sella Mandrazzi” nel corso della discesa dalla Portella Mandrazzi a Novara di Sicilia, all’altezza del bivio per Fondachelli.

Nota.

Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

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La Fontana dell’Elefante e il duomo di Catania

Aci Trezza, Isole dei Ciclopi

Acireale, Basilica di San Sebastiano

Il Castello degli Schiavi di Fiumefreddo di Sicilia, dimora del boss Michael Corleone ne “Il Padrino” (www.davinotti.com)

Il Castello degli Schiavi di Fiumefreddo di Sicilia, dimora del boss Michael Corleone ne “Il Padrino” (www.davinotti.com)

Gole dell’Alcantara

Una fontana abbandonata presso il villaggio fantasma di Borgo Schisina

Rocca Salvatesta (www.corrieredeinebrodi.it)

Rocca Salvatesta (www.corrieredeinebrodi.it)

Uno dei mosaici rinvenuti nella Villa romana di San Biagio a Terme Vigliatore (www.tripadvisor.com)

Uno dei mosaici rinvenuti nella Villa romana di San Biagio a Terme Vigliatore (www.tripadvisor.com)

Barcellona Pozzo di Gotto, Basilica minore di San Sebastiano

Barcellona Pozzo di Gotto, Chiesa di Santa Venera

La spiaggia di Villafranca Tirrena e, in trasparenza, l’altimetria della sesta tappa del Giro 2020 (www.tripadvisor.com)

La spiaggia di Villafranca Tirrena e, in trasparenza, l’altimetria della sesta tappa del Giro 2020 (www.tripadvisor.com)

SULL’ETNA PER LA PRIMA “AMMAZZATINA”

Al quinto giorno di gara debuttano le montagne e, come puntualmente avviene da qualche anno tutte le volte che il Giro visita la Sicilia, sarà l’Etna a dare i primi amari verdetti. Il Mongibello mostrerà stavolta un volto inedito, quello del versante di Piano Provenzana, i cui 18 Km al 6.7% di certo non provocheranno una “carneficina”, anche se i suoi numeri faranno già saltare qualche grossa pedina. Verosimilmente di grosse sorprese non se ne dovrebbero vedere fino a 3 Km dal traguardo, quando inizieranno i tratti più esigenti dell’ascesa sicula.

Non ci sarà un’ecatombe, non conosceremo dopo questa tappa il nome del vincitore della 103° edizione del Giro d’Italia, ma di certo l’Etna escluderà diversi corridori dai giochi per la conquista della maglia rosa. L’Etna – dal 2011 divenuto un irresistibile richiamo per gli organizzatori del Giro, che da quell’anno l’hanno sempre inserito nel percorso ogni qual volta la corsa passa dalla Sicilia – non è, infatti, il classico arrivo in salita da prima settimana, che solitamente si predilige non troppo duro per non uccidere subito la corsa. Metterà subito alla frusta i pretendenti alla vittoria finale in virtù della sua lunghezza e delle sue pendenze, pur non essendo estreme quella che s’incontranno salendo dal versante di Linguaglossa verso l’inedito approdo di Piano Provenzana. Anche stavolta, infatti, s’è scelto d’andare alla scoperta di una nuova strada d’accesso al Mongibello, dopo che anche nei precedenti arrivi sull’Etna si era sempre andati alla “caccia” di scenari differenti e così nel 2011 si era arrivati al Rifugio Sapienza salendo dal versante classico di Nicolosi, nel 2017 era stata inserita la strada del “Salto del Cane” per raggiungere il medesimo traguardo e nel 2018 la linea d’arrivo era stata collocata all’Osservatorio Astrofisico con salita da Ragalna. Va detto che la “Mareneve”, la strada che si percorrerà quest’anno, non sarà del tutto inedita, essendo già stata inserita come GPM di passaggio nella tappa del 2011, mentre lo saranno gli ultimi 3 Km, i più impegnativi (media del 9,1% con un picco dell’11%) di un’ascesa che complessivamente sale per 18 Km al 6.7% medio.
Non solo la conclusione di questa tappa si svolgerà in montagna, ma lo sarà anche la partenza, prevista ai quasi 1000 metri di Enna, il più elevato capoluogo di provincia italiano, sulla quale svettano la Torre di Federico II e il Castello di Lombardia, uno dei manieri medievali più vasti d’Italia, il cui nome ricorda la regione di provenienza dei soldati della guarnigione che lo sorvegliavano in epoca normanna.
I primi chilometri saranno, di conseguenza, in discesa ma poi s’inizierà subito a salire verso il centro di Leonforte, ai cui margini dell’abitato si trova la monumentale fontana barocca del Granfonte, nel 2010 scelta quale set de “La bella società” per una scena girata con Raoul Bova e Maria Grazia Cucinotta.
Serpeggiando in dolce discesa tra i Monti Erei i “girini” si porteranno quindi ad Agira, uno dei centri più antichi della regione, fondato seconda la leggenda in epoca precedente alla guerra di Troia e che vanta tra i suoi monumenti la chiesa dell’abbazia di San Filippo, che si presenta ai visitatori con la facciata ricostruita all’inizio del secolo scorso dopo che la precedente era crollata durante una bufera. Lambito nel corso della successiva discesa il cimitero di guerra canadese, nel quale riposano le salme di soldati appartenenti al Commonwealth Britannico caduti durante la seconda guerra mondiale, il tracciato della tappa offrirà viste panoramiche sul sottostante lago artificiale di Pozzillo – il più vasto della Sicilia, spesso teatro di gare di canottaggio organizzate dalla federazione nazionale – prima di giungere, al termine di un tratto in lieve falsopiano, a Regalbuto, conosciuta a livello folcloristico per il suo Carnevale, caratterizzato non solo dalla sfilata di carri allegorici ma anche dai caratteristici balli delle “contradanze”. Si riprenderà quindi la discesa per portarsi nella valle del Salso e intraprendere una lunga porzione di tracciato pianeggiante, una ventina di chilometri di strada priva di difficoltà proprio all’inizio del periplo dell’Etna, che la corsa aggirerà da sud muovendo inizialmente in direzione di Catania. Si seguirà questa direttrice fino a Paternò poi, attraversato questo centro che offre ai turisti parecchi edifici di culto d’interesse artistico, s’inizierà a risalire le pendici del vulcano imboccando la strada che conduce a Nicolosi toccando Belpasso, dove si trova la sesta campana d’Italia per dimensioni, installata presso la chiesa di Santa Maria Immacolata. Percorsa una salita di 9 Km al 4% si raggiungerà la principale porta d’accesso all’area etnea, sede del parco che preserva il territorio del vulcano (ospitato ufficialmente dal 2005 nell’edificio che un tempo era il monastero di San Nicolò l’Arena), per poi scendere in direzione di Trecastagni, nel cui territorio si trova la masseria dove Giovanni Verga ambientò uno dei suoi più celebri romanzi, “Storia di una capinera”. Una decina di chilometri più avanti, al termine di un altro breve tratto di pianura, si giungerà in uno dei più noti centri della zona, quella Zafferana che deve la sua celebrità al suo planetario e alla colata che nel 1992 si fermò miracolosamente a pochi metri dall’abitato, nel luogo dove sarà poi innalzato un capitello votivo dedicato alla Madonna della Provvidenza. È da Zafferana che ha, inoltre, inizio un altro versante dell’Etna, l’unico finora rimasto “inesplorato” dalla corsa rosa e che permette di raggiungere il Rifugio Sapienza in una ventina di chilometri. A questo punto della gara i corridori andranno, invece, ad affrontare i 6.5 Km al 4.7% della salita di Andronico, che qualche elemento del gruppo ricorderà d’aver affrontata nel 2017 nelle fasi iniziali della Pedara – Messina, tappa di tutt’altro spessore terminata con il successo allo sprint del colombiano Fernando Gaviria. A un breve tratto in quota dopo la scollinamento seguirà il “tuffo” su Linguaglossa, dalla quale si andrà a imboccare l’ombrosa “Mareneve”, la strada immersa nella pineta che condurrà fino alla stazione sciistica realizzata sul versante nord dell’Etna. Di neve certamente i corridori non ne troveranno, il mare sì… quello di tifosi che avvolgeranno come una coltre il gruppo e lo scalderà come solo le genti del sud sanno fare.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Enna, Torre di Federico II

Il Granfonte di Leonforte set del film “La bella società” (www.davinotti.com)

Il Granfonte di Leonforte set del film “La bella società” (www.davinotti.com)

Agira, chiesa dell’abbazia di San Filippo

Agira, Cimitero di guerra canadese

Lago di Pozzillo

Un “assaggio” delle contradanze del carnevale di Regalbuto

Chiesa di Santa Maria dell’Alto, la chiesa madre di Paternò

Belpasso, chiesa di Santa Maria Immacolata

Zafferana Etnea, la cappelletta eretta nel luogo dove s’arrestò miracolosamente una colata lavica nel 1792

L’Etna fumante e, in trasparenza, l’altimetria della quinta tappa del Giro 2020 (www.quotidiano.net)

L’Etna fumante e, in trasparenza, l’altimetria della quinta tappa del Giro 2020 (www.quotidiano.net)

PER NON “RUMPIRI I CABBASISI”

Il Giro sbarca in Italia con una tappa non troppo impegnativa, disegnata con mano leggera alla luce del lungo trasferimento dall’Ungheria e della mancanza del giorno di riposo una volta giunti in Sicilia. Sarà una tappa non piatta ma comunque soffice per gran parte del suo sviluppo, poi si affronterà verso Agrigento la salita dei mondiali del 1994 e lì la corsa si accenderà… un certo Peter Sagan potrebbe percepire il sentore dell’iride e proporci uno show dei suoi!

Sì è reduci da un lunghissimo trasferimento aereo effettuato senza riposo, non unico ma nemmeno raro perché di simili se ne erano già visti alla Vuelta del 1988 (dalle Canarie alla Spagna) e al Tour di Pantani dieci anni più tardi (dall’Irlanda alla Francia). Per questo motivo gli organizzatori hanno tracciato la prima tappa italiana con mano non eccessivamente pesante, breve e – pur se non totalmente pianeggiante – priva di vere e proprie difficoltà per non eccessivamente “rumpiri i cabbasisi” ai corridori provati dallo stress del lungo viaggio… almeno fino a 4 Km dall’arrivo quando la strada si rizzerrà sotto le ruote per superare il dislivello che separa la Valle dei Templi dal traguardo di Agrigento, andando a ricalcare quello che fu il finale dei mondiali del 1994, quell’ascesa che, ripetuta 19 volte. laurerò campione del mondo il francese Luc Leblanc, “collega” di quel Peter Sagan che la competizione iridata l’ha vinta 3 volte e che potrebbe lasciare il segno anche su questo traguardo, avendo preannunciato la sua presenza ai nastri di partenza del 103° Giro d’Italia. La mano “leggera” di Vegni non si nota solo nel disegno altimetrico di questa prima tappa italiana ma anche nella scelta delle strade da percorrere poiché la quasi totalità del tracciato si snoderà sulla strada a scorrimento veloce che collega Palermo ad Agrigento, evitando i centri abitati.
Si partirà in discesa dalla preziosa Monreale per raggiungere il “chilometro 0” alle porte del capoluogo siciliano e da lì costeggiare l’autostrada per Messina per una dozzina di chilometri fino allo svincolo di Villabate, antico borgo agricolo oramai saldato urbanisticamente a Palermo. È a questo punto che si andrà a imboccare la citata superstrada che taglia nel mezzo la Sicilia andando ad affrontare un paio di pedalabili tratti in salita entro i primi 65 Km di gara, che potrebbero rimanere nelle gambe solo la tappa prenderà il via a velocità elevata, a causa dell’ampiezza della carreggiata che tende a fare sembrare meno pendenti i tratti in salita.
Superato un piccolo zampellotto si andrà a lambire la cittadina di Misilmeri, nella cui frazione Gibilrossa si trova un obelisco eretto nel luogo dove, durante l’Impresa dei Mille, si radurano 4000 volontari la sera precedente la presa di Palermo. Un primo tratto di salita più consistente – 4 Km al 4.2% – terminerà nei pressi dello svincolo per Bolognetta, centro che fino al 1883 si chiamava Santa Maria d’Ogliastro, poi la superstrada procederà in assetto di dolce e costante falsopiano verso il successivo svincolo per Ciminna, dove presso la chiesa di San Vito nel 2009 Giuseppe Tornatore girò una scena del film “Baarìa” nella finzione ambientata sulla spiaggia di Bagheria, che sarà poi aggiunta in postproduzione con un fotomontaggio trovandosi il centro di Ciminna a quasi 500 metri sul livello del mare.
Al termine del tratto di falsopiano si andrà quindi a sfiorare Villafrati, centro dalla pianta a scacchiera dal quale è possibile raggiungere, deviando per qualche chilometro dal percorso di gara, il comune di Cefalà Diana, dove si trovano i resti di uno stabilmento termale che, a detta degli studiosi, sarebbero gli unici direttamente ascrivibili al periodo della dominazione araba.
Seguirà un dolce tratto in discesa nel corso del quale si andranno a lasciare sulla destra del percorso le diramazioni prima per Mezzojuso e poi per Vicari, presso il quale è possibile ammirare un’altra testimonianza lasciata dagli arabi, la Cuba di Ciprigna, costruita con la funzione di cisterna. Qui si tornerà a prender quota per superare la più lunga tra le ascese di giornata, dodici docili chilometri (la pendenza media non arriva al 4%) che condurrà al punto più elevato del tracciato odierno (723 metri di quota), in corrispondenza del cosiddetto “Bivio Manganaro”, dove il tracciato svolterà a destra per imboccare il tratto più veloce di questa tappa, che avrà la forma di una soave planata di 40 Km che si snoderà nella valle del Platani – il quinto fiume per lunghezza della Sicilia – e che sarà resa ancora più veloce dalla linearità del tracciato, caratterizzato da rare e comunque sempre morbide curve. È proprio all’inizio di questo tratto che i “girini” incontreranno l’unico centro abitato – Monreale e Agrigento a parte – quasi direttamente toccato dalla corsa, Lercara Friddi, noto per aver dato i natali al gangster Charles “Lucky” Luciano e al ramo paterno della famiglia di “The Voice”, l’intramontabile Frank Sinatra.
Anche lo scorrere dei successivi chilometri di gara sarà scandito dai passaggi dagli svincoli, come quello che conduce al comune di Cammarata, situato ai piedi dell’omonimo monte della catena dei Sicani, alto 1578 metri e dalla cui cima nelle giornate più limpide è possibile scorgere l’Etna, con il quale i pretendenti al successo al Giro 2020 si misureranno il giorno successivo. Un’altra interessante disgressione dalla “strada maestra” è quella che permette di raggiungere Mussomeli, dove ammirare lo spettacolare castello manfredonico situato a 2 Km dal centro. Superata con una breve galleria la gola del “Passo Fonduto” la corsa entrerà in provincia di Agrigento ai piedi di un tratto in lieve ascesa che terminerà in corrispondenza dello svincolo per Aragona, centro presso il quale fino al 2014 – anno della temporanea chiusura al pubblico della riserva naturale in seguito ad un incidente mortale – era possibile osservare da vicini le “macalube”, piccoli vulcanetti di fango alti all’incirca un metro.
Imboccata la superstrada che arriva da Caltanissetta, quando mancheranno poco meno di 10 Km al traguardo si entrerà su quello che era il circuito dei mondiali del 1994, sul quale gareggiarono i soli professionisti poiché per le categorie minori fu predisposto un tracciato molto meno impegnativo in quel di Capo d’Orlando. Gran parte dell’anello si svolgeva sulla strada di circonvallazione alla città, che i “girini” imboccheranno all’altezza dello svincolo per Favara, presso il cui castello chiaramontano nella settimana della Pasqua è allestita una sagra dedicata alla principale “delizia” del centro, l’Agnello Pasquale realizzato con pasta di mandorle e pasta di pistacchio. Per i corridori non ci sarà tempo per questo tipi di distrazioni, sia perché “fuori tempo massimo”, sia perché troppo caloriche… e soprattutto perché da lì a breve s’imboccherà la conclusiva salita di 4 Km al 5% sulla quale vedremo le prime scintille in terra italica del Giro 2020, scintille a tinte d’iride.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Portella di Mare. Valicata dalla SP 76 “di Portella di Mare” (ex SS 118 “Corleonese Agrigentina”) tra Villabate e Misilmeri. La corsa in questo tratto transiterà sulla parella SS 121 “Catanese”

Portella Manganaro (723 metri). Coincide con il “Bivio Manganaro”, punto più elevato di questa tappa nel quale dalla SS 121 “Catanese” si stacca la SS 189 “della Valle del Platani”, circa 5 Km a nord del comune di Lercara Friddi.

Passo Funnuto. Chiamato anche “Passo Fonduto”, è valicato in galleria dalla SS 189 “della Valle del Platani” tra gli svincoli di Milena e Casteltermini.

Nota. Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

FOTOGALLERY

Il duomo di Monreale

L’obelisco di Gibilrossa

Le terme arabe di Cefalà Diana

La chiesa di San Vito a Ciminna come appare nel film “Baarìa” (www.davinotti.com)

La chiesa di San Vito a Ciminna come appare nel film “Baarìa” (www.davinotti.com)

La medesima chiesa com’ènella realtà (www.davinotti.com)

La medesima chiesa com’ènella realtà (www.davinotti.com)

Vicari, Cuba di Ciprigna

Mussomeli, Castello Manfredonico

Le macalube di Aragona (Tripadvisor.com)

Le "macalube" di Aragona (Tripadvisor.com)

Favara, Castello Chiaramontano

Il tempio di Giunone e, in trasparenza, l’altimetria della quarta tappa del Giro 2020 (www.balarm.it)

Il tempio di Giunone e, in trasparenza, l’altimetria della quarta tappa del Giro 2020 (www.balarm.it)

LE INSIDIE DEL BALATON

Il Giro saluta l’Ungheria con un’altra tappa destinata all’arrivo allo sprint, ma che potrebbe rivelarsi più problematica del previsto a causa dell’ambiente nel quale si gareggerà. L’intera frazione si disputerà nella regione del Balaton, una zona dove non è infrequente nei mesi primaverili trovarsi a fare i conti con il vento, variabile che spesso dà filo da torcere al gruppo, spezzandolo in più tronconi: se non si sarà più che abili tra i ventagli che potrebbero verificarsi, qualche grosso nome rischierà di trovarsi al termine di questa tappa già con un pesante fardello sulle spalle.

È la tappa altimetricamente più facile della tre giorni ungherese quella con la quale il Giro saluterà la terra magiara, tanti i chilometri da percorrere – 204 per la precisione – e poche le insidie altimetriche, che oggi avranno l’aspetto d’un paio di zampellotti collocati lontano dal traguardo. Ma la frazione che terminerà a Nagykanizsa non sarà per questo priva d’insidie e, anzi, ne proporrà una grossa che potrebbe complicare la corsa di qualche pretendente alla maglia rosa finale: il vento. La tappa si snoderà, infatti, nella regione del Balaton, il lago più vasto dell’Europa orientale, che si estende per quasi 600 Km quadrati e il cui bacino nei mesi primaverili è spesso attraversato da folate che talvolta raggiungono velocità sensibili e che potrebbero causare in seno al gruppo i famigerati “ventagli”, le fratture che spezzettano in tanti tronconi il plotone e nelle quali si possono perdere anche parecchi minuti. Spesso queste situazioni di gara sono risolte spendendo parecchie energie – che quest’oggi potrebbero rivelarsi preziose per le squadre che puntano alla vittoria con il loro velocista – ma in passato è capitato anche a campioni blasonati di non riuscire a ricucire e, anzi, di vedersi centuplicato il distacco accusato, come capitò per esempio all’ex campione del mondo Alejandro Valverde nella piattissima tappa di Saint-Amand-Montrond al Tour del 2013, che lo vide accusare al traguardo un passivo di quasi 10 minuti.
Il via di questa tappa apparentemente tranquilla sarà dato da Székesfehérvár, centro il cui nome fa intrecciare la lingua agli stranieri ma che gli ungheresi sanno pronunciare benissimo, anche perché si tratta di una delle città storiche della nazione, che fino al 1526 ospitò nella cattedrale di Santo Stefano le incoronazioni dei sovrani ungheresi. Percorsi i primi 30 Km in piano i corridori giungeranno alle porte della stazione balneare di Balatonalmádi dove andranno incontro al più impegnativo tra gli “zampellotti” che movimentano un po’ l’altimetria nelle fasi iniziali, 700 metri al 6,6% di pendenza media superati i quali la strada procederà in lieve falsopiano verso Veszprém, cittadina che è stata proclamata capita europea della cultura per il 2023 (l’unica altra cittadina ungherese che s’è fregiata di tale titolo è stata Pécs nel 2010) e che vanta legami con l’Italia attraverso la figura del cardinale Branda Castiglioni, che ne fu vescovo dal 1412 al 1424 e mecenate del celebre pittore umbro Masolino da Panicale, il quale nel palazzo che l’arcivescovo possedeva nel suo paese natale (Castiglione Olona, in provincia di Varese) dipinse proprio una veduta di Veszprém, rimasta nella storia dell’arte per esser stato il primo caso in Italia d’affresco di un paesaggio a sé stante, senza raffigurazioni di personaggi appartenenti alla sfera della religione o della mitologia. Si lascerà quindi la bassa collina di Veszprém – i suoi 267 metri rappresenteranno il “tetto” di questa tappa – per planare dolcemente verso le rive del Balaton, che s’incontrerà in uno dei tratti più pittoreschi del “mare magiaro”, verso il quale si protende la penisola di Tihany, che il gruppo attraverserà dopo aver toccato la località di villeggiatura di Balatonfüred, conosciuta non solo per le sue terme ma anche per la sua rinomata clinica cardiologica, che ha avuto tra i suoi pazienti il poeta bengalese Rabindranath Tagore, Premio Nobel per la letteratura nel 1913. Nel cuore della piccola penisola i “girini” andranno a effettuare anche l’ultimo tratto di vera salita previsto da questa frazione, meno ripido ma più lungo del precedente (1.3 Km al 4.5%), che terminerà in corrispondenza dell’abbazia benedettina di Tihany, la cui fondazione risale al 1055.
Lasciate le sponde del Balaton il percorso della terza frazione andrà a transitare ai piedi dell’Hegyestű, interessante collina alta 337 metri in passato sfruttata per l’estrazione del basalto, attività che da una parte ne ha modificato l’originario aspetto conico, ma dall’altra ha portato alla luce del sole la sua particolare struttura interna, risalente all’epoca nella quale questo colle era un vulcano attivo. Si punterà quindi su Tapolca, cittadina sotto alla quale si estendono per 3 Km grotte lacustri che si possono visitare a bordo di piccole imbarcazioni e le cui acque sono utilizzate per la cura delle malattie respiratorie.
È giunta l’ora di tornare in riva al Balaton per l’ultimo tratto disegnato a diretto contatto con le sue acque, che si concluderà con il passaggio da Keszthely, località il cui nome significa “castello” (e, infatti, qui non manca uno spettacolare maniero, costruito dai conti Festetics tra il 1745 e il 1880) e che il nome l’ha dato alla “cultura di Keszthely”, fiorita dopo la caduta dell’impero romano d’occidente attorno al villaggio di Gorsium – Herculia, la cui area archelogica si trova nei pressi della località dalla quale è partita questa frazione, Székesfehérvár.
Lasciato un Balaton se ne inconterà un altro perché, quando mancheranno una quarantina di chilometri dalla conclusione, il gruppo percorrerà la strada che taglia nel mezzo il Kis-Balaton (Piccolo Balaton), specchio d’acqua un tempo appartenente al bacino principale e in seguito separatosi a causa della sedimentazione del corso del fiume Zala: questo biotopo è incluso dal 1997 nel parco nazionale del Balaton ed è interessante anche per la presenza di una riserva di bufali, introdotti in quest’area nel 1800 dai conti Festetics e rinfoltitasi dopo la creazione dell’area protetta che ha portato nel giro di vent’anni il loro numero da 16 a 200 capi.
E, come animali imbufaliti che sentono l’afrore della preda oramai vicina, con l’approssimarsi del traguardo di Nagykanizsa i velocisti in gruppo cominceranno a scalpitare e a puntare voraci verso un approdo particolarmente adatto ai lori mezzi.
Poi tutti in aereo, alla volta dell’Italia.

Mauro Facoltosi

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Székesfehérvár, Cattedrale di Santo Stefano

Uno scorcio del centro storico di Veszprém

La penisola di Tihany vista da Balatonfüred

Abbazia di Tihany

L’Hegyestű

Le grotte lacustri di Tapolca (tripadvisor.com)

Le grotte lacustri di Tapolca (tripadvisor.com)

Keszthely, Castello Festetics

La strada che attraversa il “Piccolo Balaton”, sulla quale transiterà il gruppo diretto a Nagykanizsa

Mandria di bufali all’interno della riserva naturale creata presso il Piccolo Balaton (www.bfnp.hu)

Mandria di bufali all’interno della riserva naturale creata presso il Piccolo Balaton (www.bfnp.hu)

Nagykanizsa, piazza e monumento dedicati a Ferenc Deák, il politico ungherese noto con il soprannome di “savio della patria”

Il lago Balaton e, in trasparenza, l’altimetria della terza tappa del Giro 2020 (termalfurdok.com)

Il lago Balaton e, in trasparenza, l’altimetria della terza tappa del Giro 2020 (termalfurdok.com)

VOLATA TRA LE STEPPE

Assegnata la prima maglia rosa con la cronometro d’apertura sulle strade di Budapest, l’Ungheria ospiterà altre due frazioni della corsa rosa, entrambe destinate ai velocisti. La terra magiara è notoriamente pianeggiante, ma la tappa che condurrà il gruppo a Győr proporrà anche alcune difficoltà altimetriche, dotate di pendenze interessanti, che però difficilmente impediranno l’epilogo allo sprint.

Dopo la breve cronometro d’avvio si comincia a pedalare su chilometraggi più consistenti – oggi si sfioreranno i 200 Km – anche se le due tappe in linea ungheresi non saranno particolarmente “saporite” sul piano altimetrico, pur sfatando il luogo comune di una nazione caratterizzata da sconfinate steppe pianeggianti. Ciò corrisponde al vero ma lo stato europeo presente anche aree collinari e lo dimostrerà in particolare proprio la frazione di Győr, nella quale s’incontreranno tratti in salita talvolta caratterizzati da pendenze non trascurabili. La pianura la farà comunque da padrona in questa giornata e, grazie alla quasi totale assenza di difficoltà negli ultimi 100 Km (brevissimo muretto di Pannonhalma a parte), molto difficilimente i velocisti si faranno scappare quella che è la prima delle sette occasioni di vittoria che gli organizzatori hanno riservato loro al Giro d’Italia 2020.
La seconda giornata di gara della 103a edizione della Corsa Rosa prenderà il via in pianura, assetto di gara nei primi 12 km verso Szentendre, centro noto con il soprannome di “città dei musei” per le numerose esposizioni che offre ai turisti, d’arte e non solo (per i golosi ce n’è uno dedicato al marzapane), come quello etnografico all’aperto che il gruppo si trova proprio ai piedi della prima salita di giornata, diretta al gran premio della montagna di Svábvár. Superata questa collina alta 450 metri, che i “girini” raggiungeranno scavalcheranno con 3 Km di strada inclinata al 7% medio, si planerà verso le rive del Danubio, nella cui valle si pedalerà in perfetta pianura per una trentina di chilometri, costeggiando il fiume nel tratto dove questo funge da confine la Repubblica Slovacca, in direzione di Esztergom, la capitale religiosa della nazione magiara. Qui ha sede l’arcivesco primate d’Ungheria – dal 2002 tale ruolo è rivestito dal cardinale Péter Erdő – e, infatti, il principale monumento cittadino è la Cattedrale di Nostra Signora e di Sant’Adalberto, che è anche la più grande chiesa ungherese, la cui pala dell’altar maggiore, opera dell’italiano Michelangelo Grigoletti, è la più grande del mondo tra quelle realizzate su un solo pezzo di tela.
Successivamente il gruppo saluterà il “Duna” (così gli ungheresi chiamano il “bel fiume blu”) per inoltrarsi in una zona di basse collinette, inizialmente incontrando dislivelli quasi impercettibili mentre si pedalerà alla volta di Bajna, villaggio di circa 2000 abitanti presso il quale si trova un castello che appartenne alla famiglia Sándor- Metternich, il casato del celebre cancelliere austriaco Klemens von Metternich, tra i principali protagonisti del Congresso di Vienna che nel 1815 ridisegnò il volto dell’Europa politica dopo la fine dell’era napoleonica.
Non hanno un disegno particolarmente deciso i successivi 25 km, movimentati da una serie di facili salitelle che porteranno i corridori sino a 388 metri di quota per poi iniziare la dolce discesa verso Tata, cittadina affacciata su due piccoli laghi, nel più grande dei quali si specchia un castello costruito nel XIV secolo come residenza estiva dei sovrani ungheresi.
Imboccati i 100 conclusivi chilometri di gara la corsa andrà quindi a toccare Kocs, la patria del cocchio, il mezzo di trasporto che prende il nome proprio da questo comune ungherese, dove ne fu iniziata la produzione nel XV secolo. Una decina di chilometri più avanti si giungerà quindi alle porte di Nagyigmánd, villaggio natale di Lajos Tóth, cestista che nel 1956 prese la cittadinanza italiana dopo esser fuggito come profugo dall’Ungheria e che gareggiò in serie A per il Varese dal 1957 al 1959 e dal 1961 al 1963.
Cambiata improvvisamente direzione di marcia, si prenderà verso sud in direzione di Kisbér, centro dove è possibile visitare l’Ungheria in pochi minuti grazie al piccolo Mini Magyarország Makettpark (un parco simile alla nostra Italia in Miniatura), mentre con una deviazione dal percorso di gara di una ventina di chilometri è possibile raggiungere prima l’Henryxcity di Császár, inaspettata ricostruzione di un villaggio western, e poi il lago Bokodi, costruito per scopi industriali e poi, dopo la chiusura della vicina centrale per la quale fungeva da bacino di raffreddamento, diventato uno dei più pittoreschi dell’Ungheria per il suo villaggio galleggiante abitato da pescatori.
Un altro cambio di direzione porterà i corridori verso l’ultima difficoltà altimetrica di giornata, un microscopico muro di 600 metri all’8,5% che, con tratti a doppia cifra di pendenza, terminerà alle soglie della storica abbazia benedettina di Pannonhalma, fondata nel 996 dal principe Géza, seconda al mondo per dimensioni dopo quella di Montecassino e inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
Superato quest’ultimo, piccolo scoglio mancheranno 26 Km al traguardo, fissato a Győr, il capoluogo della regione del Transdanubio Occidentale dove vedremo per la prima volta gli assi dello sprint contendensi la vittoria in questa edizione del Giro, al termine d’una tappa che per loro non dovrebbe proporre soverchie difficoltà.

Mauro Facoltosi

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Szentendre, museo etnografico all’aperto

La cattedrale di Esztergom vista dalla sponda slovacca del Danubio

La pala d’altare di Michelangelo Grigoletti all’interno della cattedrale di Esztergom

Bajna, Castello Sándor- Metternich (www.szepmagyarorszag.hu)

Bajna, Castello Sándor- Metternich (www.szepmagyarorszag.hu)

Bajna, Castello Sándor- Metternich (www.szepmagyarorszag.hu)

Il castello di Tata

Kisbér, Mini Magyarország Makettpark

Császár, Henryxcity

Il villaggio galleggiante di pescatori sul lago Bokodi

Abbazia di Pannohalma

Győr, la centralissima Piazza Széchenyi

Un cavallo sfreccia nella steppa e, in trasparenza, l’altimetria della seconda tappa del Giro 2020 (www.famigliaesploramondo.com)

Un cavallo sfreccia nella steppa e, in trasparenza, l’altimetria della seconda tappa del Giro 2020 (www.famigliaesploramondo.com)

JÓ KIRÁNDULÁST GIRO D’ITALIA

Ennesima “Grande Partenza” straniera per il Giro d’Italia, che stavolta ha deciso di “indagare” le veloci strade ungheresi. S’inizierà con una cronometro decisamente più adatta ai passisti rispetto all’impegnativa prova contro il tempo andata in scena al Giro 2019 sulle strade di Bologna, pur essendo disegnato in salita anche il finale della tappa di Budapest. L’abbondanza di tratti in rettilineo e la facilità dell’ascesa finale dovrebbero ulteriormente giocare a favore dei cronoman.

Riparte da Budapest l’avventura del Giro d’Italia, che nel 2020 si “concederà” la quattordicesima partenza fuori dai confini nazionali e lo farà con una cronometro che apparentemente fa il verso a quella disputata dodici mesi fa a Bologna. I due tracciati hanno una struttura simile – prima parte pianeggiante, finale in salita – ma in realtà quella budapestina sarà una prova contro il tempo più agevole di quella bolognese perché l’ascesa finale si annuncia nettamente più breve e dolce rispetto a quella ripidissima che conduceva a San Luca. I passisti come Primož Roglič, che nella prima tappa dello scorso Giro distanziò di 19” l’avversario giunto più vicino a lui, avranno così la possibilità di ottenere distacchi maggiori, favoriti anche da una distanza leggermente più elevata (8.6 Km contro 8 Km) e, soprattutto, da una prima parte di gara resante filante dall’abbondanza di rettilinei. Di questi ultimi il più lungo sarà il primo, quasi 2500 metri dritti come un fuso che inizieranno subito dopo esser scesi dalla rampa di lancio di questa cronometro, innalzata in Hősök tere (Piazza degli Eroi), una delle principali piazze della capitale ungherese, al cui centro si colloca il Monumento del Millenario, costruito tra il 1896 e il 1929 per celebrare i primi mille anni di vita dello stato magiaro.
Il tratto iniziale della tappa si snoderà sull’Andrássy út, viale realizzato a partire dal 1872 per snellire il traffico della città e che collega il centro di Budapest con il Városliget, parco all’interno del quale si possono ammirare edifici come il castello Vajdahunyad e i Bagni Széchenyi, il più grande complesso termale d’Europa. Si abbandonerà questo viale affrontando il tratto più spigoloso della prima parte di gara, due secche curve a gomito usciti dalle quali i “girini” sfileranno dinnanzi alla neoclassica Basilica di Santo Stefano, alla cui inaugurazione presenziò l’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria. Nel frattempo sotto le ruote dei corridori farà la comparsa il lastricato, che poi lascerà il passo al pavè prima di ritrovare l’asfalto nella piazza situata presso il Ponte delle Catene, uno dei simboli della capitale ungherese alla cui costruzione, iniziata per iniziativa dell’uomo politico István Széchenyi, lavorò anche manodopera italiana. Il tracciato della crono non imboccherà il ponte ma andrà a costeggiare il Danubio, laddove si specchia nel “bel fiume blu” il fastoso palazzo che ospita il Parlamento. Pedalando con l’insidia del vento che spira dal fiume e che potrebbe costituire il principale “handicap” della prima parte di gara, si andranno successivamente ad imboccare il Ponte Margherita, cosi chiamato perché a metà del suo cammino va a lambire l’estremità meridionale dell’omonima isola, in gran parte occupata da un parco e sulla quale si trovano anche importanti impianti sportivi, come lo stadio del nuoto che ha ospitato tre edizioni dei campionati europei di nuoto (l’ultima nel 2010) e due dei similiari di pallanuoto (nel 2001 e nel 2014). Lasciatasi alle spalle Pest, i “girini” sbarcheranno sulle strade di Buda, la parte più antica della capitale ungherese, e invertiranno la direzione di marcia continuando ad avere il Danubio come compagno di viaggio per un chilometro, tale misura il secondo dei due rettilinei che caratterizzano la prima parte di gara e che termina all’altezza della chiesa calvinista di Buda, costruita su progetto dell’architetto Samu Pecz alla fine del XIX secolo sul luogo che in epoca medioevale ospitata un mercato e che fu realizzata imitando le forme di una chiesa tradizionale, pur se questo modello non si conciliasse con riti e liturgie tipiche della confessione fondata dal teologo francese Jehan Cauvin (noto in Italia cone Giovanni Calvino).
Due curve ravvicinate introducono un altro tratto in rettilineo, 600 metri al termine dei quali si giungerà all’altro capo del Ponte delle Catene, luogo dove saranno resi noti i primi tempi di gara esattamente ai piedi dell’ascesa finale, un chilometro e 300 metri nel corso dei quali la pendenza media si attesta subito sotto il 5% e la strada propone due morbidi tornantoni, il primo dei quali disegnato ai piedi della chiesa di Mattia, luogo di culto gotico più propriamente dedicato a Nostra Signora Assunta della Collina del Castello e che ha avuto un “ruolo” anche nel cinema horror italiano perché nel 1989 vi fu girato “La chiesa”, film diretto da Michele Soavi ma scritto e prodotto da un “maestro” del genere, Dario Argento. Più ruvido appare l’ultimo tornante perché in corrispondenza di quest’ultima curva, che introduce il rettilineo d’arrivo, si tornerà a pedalare sul porfido per il finale di una crono d’apertura veloce… ma non troppo!

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

FOTOGALLERY

Castello Vajdahunyad

Bagni Széchenyi

Il rettilineo dell’Andrássy út visto dalla rampa di lancio della prima tappa

La secca curva (da destra verso sinistra) al termine del rettilineo dell’Andrássy út

Basilica di Santo Stefano

Il Ponte delle Catene e a destra la collina di Buda

Il lungofiume tra il Danubio e il Palazzo del Parlamento

Ponte e Isola Margherita

Il rettilineo di “ritorno”

Chiesa calvinista di Buda

Inizia la salita finale

Il tornante ai piedi della Chiesa di Mattia

Ultimo tornante, si ritorna sul porfido

La Chiesa di Mattia set de “La Chiesa”, film scritto e prodotto da Dario Argento (www.davinotti.com)

La Chiesa di Mattia set de “La Chiesa”, film scritto e prodotto da Dario Argento (www.davinotti.com)

Il primo rettilineo d’arrivo del Giro d’Italia 2020

Piazza degli Eroi e, in trasparenza, l’altimetria della prima tappa del Giro 2020 (Street View)

Piazza degli Eroi e, in trasparenza, l’altimetria della prima tappa del Giro 2020 (Street View)

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