GIRO DELLE FIANDRE: IL RITORNO DEI VAN DER POEL

ottobre 19, 2020 by Redazione  
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Vittoria di Mathieu Van der Poel (Alpecin-Fenix) dopo il successo di 34 anni fa del padre Adrie. Volata a due vinta contro il rivale di sempre Wout Van Aert (Jumbo-Visma). Caduta per un sorprendente Julian Alaphilippe(Deceunick-QuickStep).

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Edizione 2020 vinta da un bravissimo Mathieu Van der Poel, il quale sempre attento nelle fasi cruciali della corsa, si avvantaggiava con Julian Alaphilippe (deceunicnk-quickstep) e Wout Van Aert sul Koppenberg staccando i rivali. Dopo la caduta del francese causata dal rallentamento brusco di una moto, il duo Van der Poel-van Aert, si ritrovava a giocarsi la vittoria finale in un testa a testa emozionante tra due rivali di sempre. Duello vinto dall’olandese in volata per soli 3 centimetri.

Corsa unica con i suoi muri e le sue cotes leggendarie dal fascino irresistibile, il Giro delle Fiandre è da sempre una delle gare più importanti del panorama ciclistico internazionale. Anche quest’anno, nonostante i vari problemi dovuti al covid-19, la corsa ha espresso il meglio del ciclismo. Partenza tirata dal gruppo che creava non poche difficoltà alla creazione di una fuga. Dopo vari tentativi, solamente dopo 25 chilometri di corsa si assisteva al primo attacco di giornata con una fuga composta da sei ciclisti, tra i quali l’esordiente​ Samuele Battistella​ (Ntt Pro Cycling), Gregor Mühlberger​ (Bora Hansgrohe),​ Danny Van Poppel​ (Circus – Wanty), Gijs Van Hoecke (CCC Team), Dimitri Peyskens (Bingoal – Wallonie Bruxelles) e Fabio Van Den Bossche (Sport Vlandereen – Baloise). Buon segnale da parte di Battistella, giovane corridore che nel futuro potrà ben figurare in corse di questo genere. Per gli attaccanti, un vantaggio massimo che arriverà a 8’20” dopo 75 km, e che andrà piano piano a scemare a causa del lavoro, prima della​ Trek-Segafredo​ di Mads Pedersen, vincitore qualche giorno fa della Gent-Wevelgem, e poi della Deceuninck-QuickStep, oggi in formato Elegant-QuickStep grazie al nuovo sponsor, che si presentava al via con una roster di altissimo livello: Julian Alaphilippe, Kasper Asgreen, Yves Lampaert, Zdenek Stybar e Florian Sénéchal, tutti possibili capitani unici in molte altre squadre World Tour. Prima parte di corsa dove si registrava una caduta per fortuna senza gravi conseguenze di Wout Van Aert e una NTT agguerrita che faceva attaccare di volta in volta uno dei propri ciclisti. Ci provava anche la Ineos con Michel Kwiatkowski lanciato da Luke Rowe, ma il polacco non riusciva a sorprendere i big dove Alberto Bettiol (Ef) e soprattutto Matteo Trentin (CCC Team) faticavano.

La corsa esplodeva definitivamente​ sul​ Koppenberg, dove già si notava l’assenze di Stephen Kung (Groupama-Fdj) e dove Mads Pedersen (Trek-Segafredo) rimbalzava terribilmente indietro staccandosi in malo modo. A 45 chilometri dalla conclusione, sulla mitica cote, l’attacco di Alaphilippe. frantumava il gruppo allungato in più tronconi. Il francese, non contento, attaccava nuovamente 6 chilometri più tardi quando rispondeva e rilanciava all’attacco di un buon Anthony Turgis (Direct). che ha frantumato letteralmente il gruppo. Alle spalle di Alaphilippe si accodavano solamente Van der Poel e Van Aert. Alle loro spalle nel primo gruppo inseguitore si trovavano una decina di ciclisti tra cui Lampaert, Naesen (Ag2r-LaMondiale), Bettiol, John Degenkolb (lotto soudal) e Alexander Kristoff (UAE-Team Emirates). Gruppo inseguitori che non trovava l’accordo per organizzare l’inseguimento consegnando così la vittoria ai tre davanti.
Ai meno 35 chilometri dall’arrivo, un brutto colpo di scena riduce la sfida a tre ad una sfida a due. In un tratto in discesa, una moto della giuria rallenta pericolosamente sulla destra della carreggiata. Van der Poel riesce ad evitare l’impatto con la moto per un soffio, mentre Alaphilippe che è immediatamente dietro la vede all’ultimo momento centrandola in pieno. Il campione del mondo in carica cadeva a terra e doveva dire ai suoi sogni di vincere il Fiandre alla prima partecipazione. Restavano così 34 chilometri di strada dove si assisteva al testa a testa fra i due campioni più attesi di giornata, Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert. I due ciclisti, entrambi i maggiori indiziati alla vigilia come vincitori del Fiandre, collaboravano incessantemente fino al momento della volata. Una volata compiuta a sangue freddo da entrambi, i quali con molta attenzione e grinta davano il tutto per tutto per tagliare per primi il traguardo. Due ciclisti che si conoscevamo bene e che da anni lottavano con alterni successi nel ciclocross. Lanciata la volata, tatticamente molto bella, Van der Poel riusciva ad anticipare il rivale per pochissimi centimetri, riuscendo a vincere il Giro delle Fiandre 34 dopo il successo del padre Adrie. Terzo posto per Alexander Kristoff cheregolava allo sprint il gruppetto degli inseguitori. Quarto un ottimo Turgis. Miglior italiano di giornata Alberto Bettiol, sedicesimo e ultimo posto del gruppetto giunto alle spalle dei due di testa. Male Trentin a oltre 10 minuti dal vincitore Van der Poel, mentre un generoso Andrea Pasqualon (Wanty) terminava ventiquattresimo.

LE PAGELLE

Mathieu Van der Poel: Vittoria cercata e finalmente trovata. 34 anni dopo la vittoria del padre Adrie, tocca al figlio riportare la Ronde a casa Van der Poel. Lancia l’attacco decisivo ai meno 39 km, e da lì, a causa della caduta di Alaphilippe, sarà un duello a due contro il rivale di sempre Van Aert. Ultimi chilometri da sangue freddo e volata perfetta. Chapeau. Voto 10

Wout Van Aert: Parte col piede sbagliato quando si ritrova coinvolto in una caduta nelle primissime fasi della corsa. Sempre attento, deve fare i conti con un Van der Poel in grande spolvero. Un testa a testa finale bellissimo e volata a due persa per 3 cm. Unica pecca, non aver messo più pressione a Van der Poel sui muri, sapendo che l’olandese è più forte in volata. Voto: 8

Julian Alaphilippe: ha una squadra fortissima e la fa muovere bene. Dopo la beffa della Liegi corre un Fiandre stupendo, attacca, rilancia e contrattacca, purtroppo la sfortuna lo perseguita. Cade a causa di una moto che aveva rallentato troppo a 35 km dall’arrivo. Sfortunato. Voto: 7

Alexander Kristoff: non ha la gamba degli scorsi anni, ma c’è sempre. Il norvegese arriva terzo dopo i mostri Van der Poel e Van Aert. Sempre attento, una garanzia. Voto: 7

Anthony Turgis: l’olandese è la sorpresa del Fiandre. Un peperino, sempre saldo nel primo troncone del gruppo. Attacca sul koppenberg e da il via all’azione che lancerà Alaphilippe, Van Aert e Van der Poel. Purtroppo per lui non riuscirà a reggere il contrattacco dei tre. Chiude comunque​ quarto. Voto: 7

Yves Lampaert: uno dei capitani della Deceunicnk-QuickStep, dove rimane nel gruppo alle spalle di Alaphilippe. Una volta caduto Julian si mette a collaborare con gli altri inseguitori, ma il duo Van der Poel-van Aert è ormai troppo lontano. Chiude al quinto posto. Voto: 6.5

Oliver Naesen: il corridore dell’Ag2r-LaMondiale è un eterno piazzato, arriva sesto Ma gli va dato atto di aver provato da solo sull’oude Kwaremont a staccare il resto del gruppo inseguitore per il terzo posto invece di giocarsi il gradino più basso del podio in volata dove Kristoff e Lampaert erano più forti. Voto:6

Alberto Bettiol: un sedicesimo posto che purtroppo ci sta. Il corridore italiano della Ef Pro Cycling già sui primi muri mostra una gamba non eccelsa e lontana dal Fiandre del 2019. Quando la corsa esplode rimane indietro sorpreso. Voto:5

Stefan Küng: 102° a oltre 10 minuti da Van der Poel. Si arrende subito quando la corsa si inizia ad infiammare. Una delle più grosse delusioni di giornata. Voto: 5

Matteo Trentin: Capitano unico della ccc-team, sparisce subito dai radar. Aveva fatto ben sperare alla Gent-Wevelgen, ma al Fiandre crolla subito. Voto: 5

Mads Pedersen: Erano molte le attese per il corridore danese della Trek-Segafredo dopo la vittoria della Gent-Wevelgen.​ Sul Koppenberg viene respinto brutalmente. Voto:5

Luigi Giglio

Lo sprint tra Van der Poel e Van Aert sul rettilineo darrivo del Giro delle Fiandre (Getty Images Sport)

Lo sprint tra Van der Poel e Van Aert sul rettilineo d'arrivo del Giro delle Fiandre (Getty Images Sport)

MADS PEDERSEN METTE LA FIRMA ALLA GAND-WEGELVEM

ottobre 12, 2020 by Redazione  
Filed under 2) GAND - WEVELGEM, News

Corsa esplosa a 15 chilometri dal finale, l’ex campione del mondo batte in volata Florian Senechal (Deceuninck-QuickStep). Bene gli italiani Matteo Trentin (CCC Team) e Alberto Bettiol (EF Pro Cycling) rispettivamente terzo e quarto.

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Ottantaduesima edizione della Gand-Wevelgem che veniva vinta da Mads Pedersen (Trek-Segafredo), il quale aver condotto una corsa attenta e sempre nelle prime posizioni pronto a sfruttare l’azione decisiva. Edizione corsa in autunno come tutte le classiche del nord a causa dell’emergenza Covid-19. Al via col dorsale numero 1, si presentava il campione in carica Alexander Kristoff (UAE-Team Emirates), insieme a Wout Van Aert (Team Jumbo-Visma), Mathieu Van der Poel (Alpecin-Fenix), mentre tra gli italiani con ambizioni di vittoria, ultimo connazionale a vincere la Gand-Wevelgem Luca Paolini nel 2016, c’erano Matteo Trentin (CCC Team) e Alberto Bettiol (EF Pro Cycling).
Corsa che partiva da Ypres in Belgio, località nota per una serie di bataglie durante la prima guerra mondiale. Dopo sei settori in pavé e nove cote nei 232,5 chilometri di gara, la corsa sarebbe terminata a Wevelgem. Pronti e via e partivano i primi attacchi di giornata, tra i vari tentativi, prendevano il largo sette corridori: Alexis Gougeard (AG2R La Mondiale), Mark Cavendish (Bahrain-Mclaren), Alexander Konychev (Mitchelton-Scott), Leonardo Basso (Ineos Grenadiers), Julien Morice (B&B Hotels – Vital Concept), Kenny Molly (Bingoal – Wallonie Bruxelles) e Gilles De Wilde (Sport Vlaanderen – Baloise). Un’annotazione per Cavendish, che a fine corsa, ai microfoni di Sporza diceva che la Gand-Wegelvem potrebbe essere stata l’ultima corsa della propria carriera. Speriamo di no. Collaborando bene tra loro, i fuggitivi raggiungevano un vantaggio di 7′34”. Gruppo che trainato dalle squadre dei big, li ripredeva a circa 65 km dalla conclusione.
Al primo passaggio sul Kemmelberg il gruppo si frantumava, mentre prima del secondo passaggio, tra il gruppo in testa attaccava Matteo Trentin (CCC Team). Dietro l’italiano della CCC Team si portavano Stefan Küng (Groupama -FDJ), Mads Pedersen (Trek-Segafredo),Gianni Vermeersch (Alpecin-Fenix), Mike Teunissen (Jumbo-Visma), ancora Alexis Gougeard, Florian Vermeersch (Lotto Soudal), Luke Rowe (Ineos Granadiers), Sep Vanmarcke (EF Pro Cycling). Il gruppeto veniva ripreso durante la terza scalata del Kemmelberg da un gruppetto che si era formato sempre sul Kemmelberg, ma al secondo passaggio grazie ad un attacco di Wout Van Aert. Il campione fiammingo aveva attaccato portandosi dietro altri ciclisti tra cui: Mathieu Van der Poel (Alpecin-Fenix), Kasper Asgreen, Florian Sènèchal e Yves Lampaert (Deceunicnk QuickStep), Dylan Teuns (Bahrein McLaren), John Degenkolb (Lotto Soudal) e Alberto Bettiol (EF PRo Cycling).
Un Trenti scatanto a 15 km dall’arrivo attaccava nuovamente, alle sue spalle reagivano e lo raggiungevano Mathieu Van der Poel (Alpecin-Fenix), Wout Van Aert (Jumbo-Visma), John Degenkolb (Lotto-Soudal), Alberto Bettiol (EF Education First), Stefan Kung (Groupama – FDJ), Florian Sènèchal e Yves Lampaert (Deceuninck – Quick-Step). Tra vari falsi tentativi di attacco, si arriva ai chilometri finali, Trentin attaccava ancora lasciando di stucco Van Aert e Van der Poel il quale si marcavano a vicenda non preoccupandosi colpevolmente degli altri avversari. Non si faceva sorprendere un attento ma stanco Bettiol e sopratutto Senechal, Kung e Pedersen. Proprio l’ex Campione del Mondo rilanciava, e si arrivava così allo sprint con i quattro che arrivavano a giocarsi la vittoria allo sprint con Pedersen che sprintava di prepotenza battendo Senechal. Terzo posto per un combattivo Trentin, quarto Bettiol. Solo ottavi e noni Van Aert e Van der Poel, i quali avevano fatto lavorare tanto i gregari per far uscire una corsa dura ma alla fine, marcandosi troppo, si erano lasciati sfuggire la vittoria. Dall’altra parte, grande successo meritato di Pedersen che dimostrava come il titolo di Campione del Mondo del 2019 non è stato un caso, ma un trionfo meritato.

LE PAGELLE

MADS PEDERSEN: Sempre attento in testa, su chiunque attaccasse si portava lui! Corre concentrato e senza scoprirsi più di tanto. Vittoria meritata con uno sprint regale. VOTO: 10

MATTEO TRENTIN: Vuole la vittoria e ci prova in tutti i modi. Il più combattivo di giornata, il terzo posto gli va stretto. VOTO: 8,5

FLORIAN SÉNÉCHAL: Anche lui corre in modo accorto. Ha uno squadrone dalla sua e lo fa lavorare bene. Viene battuto in volata da un strepitoso Pedersen. VOTO: 7,5

ALBERTO BETTIOL: Fra una settimana dovrà difendere il titolo del Giro delle Fiandre, al momento si tiene in formissima correndo un’ottima Gand-Wevelgem. VOTO: 7

STEFAN KÜNG: Ha trenate che fanno male ma allo sprint non è una macchina da guerra. Quinto posto sufficiente e che gli fa ben sperare per le prossime corse del nord. VOTO: 6,5

JOHN DEGENKOLB: La cancellazione della Parigi-Roubaix è una brutta cosa per tutti, per il tedesco più di altri, data la buona forma che non dimostrava da anni. VOTO: 6

ALEXANDER KRISTOFF: Il campione in carica arriva scarico all’appuntamento, 19° a oltre 3 minuti. VOTO: 5

WOUT VAN AERT e MATHIEU VAN DER POEL: Fanno lavorare tanto e molto i gregari per poi marcarsi a vicenda nel finale e lasciando la possibilità di giocarsi la vittoria finale ad altri. VOTO: 5

OLIVER NAESEN: Arriva scarico sul Kemmelberg, non riesce a seguire nè il primo attacco di Trentin, nè il secondo attacco di Van Aert. VOTO: 5

MARK CAVENDISH: Oggi protagonista in fuga, forse è la sua ultima corsa. per lui una mega Standing-Ovation. VOTO: 48, come le tappe vinte nei Grandi Giri.

Luigi Giglio

È il giorno dei Pedersen: dopo la vittoria di Casper alla Parigi-Tours arriva quella dellex campione del mondo Mads alla Gand-Wevelgem (Getty Images Sport)

È il giorno dei Pedersen: dopo la vittoria di Casper alla Parigi-Tours arriva quella dell'ex campione del mondo Mads alla Gand-Wevelgem (Getty Images Sport)

LIEGI-BASTOGNE-LIEGI: ROGLIC PRIMEGGIA E BATTE TUTTI

ottobre 4, 2020 by Redazione  
Filed under 7) LIEGI - BASTOGNE - LIEGI, News

Primoz Roglic (Team Jumbo-Visma) beffa in volata un Julian Alaphilippe (Deceuninck-QuickStep) poi declassato. Classica che parla sloveno grazie anche ai piazzamenti di Tadej Pogacar (UAE-Team Emirates) e Matej Mohoric (Bahrein-McLaren).

—IN CALCE ALL’ARTICOLO TROVERETE LE PAGELLE DELLA “DOYENNE”—

Centoseiesima edizione della Liegi-Bastogne-Liegi, quest’anno in veste autunnale a causa dello stravolgimento del calendario ciclistico UCI dovuto all’emergenza Covid-19. Edizione che come il Tour de France parla sloveno grazie al vincitore Primoz Roglic (Team Jumbo-Visma) e a Tadj Pogacar (UAE Team-Emirates) e Matej Mohoric (Bahrein-McLaren) risettivamente quarto e quinto all’arrivo. Classica monumento delle Ardenne che regalava emozioni nonostante la concomitanza del Giro d’Italia e perciò una startlist meno ricca rispetto agli anni passati. Solo 9 gli italiani al via, escluso Damiano Caruso (Bahrein-McLaren), nessuno che aveva velleità di vittoria o piazzamento. Tutti i riflettori erano puntati su Julian Alaphilippe (Deceuninck-QuickStep), vincitore una settimana fa del Mondiale di ciclismo in linea su strada a Imola. Alaphilippe che poteva contare sul supporto di Bob Jungels, vincitore dell’edizione del 2018, e sul lombardo Andrea Bagioli, autore di una buona Freccia Vallone. Al via si presentavano anche Mathieu Van der Poel (Alpecin -Fenix), Daniel Martin (Israel Start-Up Nation) e Wout Poels (Bahrein-McLaren). Van der Poel partecipava dopo qualche incertezza alla vigilia, incertezza sciolta solo un giorno prima del via, dopo aver vinto tappa e classifica finale del BinckBank Tour. Da ricordare che il padre Adri Van der Poel vinse la Liegi nel 1988. Dan Martin e Wout Poel invece erano i due ciclisti che insieme a Bob Jungels avevano già trionfato nella Liegi-Bastogne-Liegi, il primo nel 2013 e il secondo nel 2016. Assente, perchè partecipante in al Giro d’Italia, il vincitore in carica Jakob Fuglsang (Astana), con i kazaki che provavano a difendere il titolo in Belgio con più punte, gli spagnoli: Omar Fraile, Luis Leon Sanchez e Gorka Izagirre.
Percorso di quasi 260 chilometri pressochè identico a quello dell’edizione del 2019, e come l’anno scorso, la linea d’arrivo veniva designata a Liegi e non più ad Ans. Undici le côte che il gruppo avrebbe affrontato, La Roche en Ardenne, Saint Roch, Mont le Soie, Wanne, Stockeu e Haute Levée da affrontare quando all’arrivo mancheranno oltre 70 km. La mitica Redoute invece veniva affrontata a 35 km dall’arrivo per far da trampolino di lancio all’accoppiata finale, Forges e Roche aux Faucons, con quest’ultime da completare prima degli ultimi 13,5 chilometri finali di falsopiano. Un’edizione che lasciava anche la mite temperatura primaverile per trovare in corsa 8° gradi che si sarebbero fatti sentire, specie nei chilometri finali.
Corsa che prendeva il via alle 10:20 circa di mattina, con la maglia iridata di Alaphilppe in posa in primo piano. Già dal terzo chilometro di strada iniziavano i primi tentativi di attacco per formare ed entrare nella prima fuga di giornata. Fuga che prendeva il via dopo 15 chilometri con otto ciclisti: Iñigo Elosegui (Movistar Team), Kobe Goossens (Lotto-Soudal), Michael Schär (CCC Team), Kenny Molly (Bingoal WB), Omer Goldstein (Israel Start-Up Nation), Valentin Ferron (Total Direct Energie), Paul Ourselin (Total Direct Energie) e Gino Mäder (NTT Pro Cycling). Gli otto corridori venivano raggiunti una decina di chilometri dopo da Mathijs Paasschens (Bingoal WB), il quale uscito insolitaria dal gruppo, dopo tanta fatica riusciva ad entrare nella fuga al chilometro 30. Una fuga che intorno al cinquantesimo chilometro toccava i 4 minuti di vantaggio dal gruppo trainato dalla Deceuninck-QuickStep, segno che Alaphilippe, dopo il 2° posto del 2015, era davvero intenzionato a far sua l’edizione numero 106.
Gli attaccanti affrontavano le prime cote di giornata, dove grazie alla verve della loro giovane età, età media dei fuggitivi bassissima nonostante lo svizzero trentaquattrenne Michael Schär, riuscivano ad aumentare il vantaggio portandolo sopra i cinque minuti. Michel Kwiatkowski (INEOS Grenadiers) e Primoz Roglic (Team Jumbo Visma), altri due favoriti, mettevano i propri uomini in testa al gruppo a dar manforte, tanto che il gap si riduceva drasticamente nei chilometri successivi. A 97 chilometri dall’arrivo, una brutta caduta nella coda del gruppo, causata da uno spartitraffico, vedeva coinvolti Greg Van Avermaet (CCC Team) e Adam Yates (Mitchelton Scott), due dei favoriti di giornata che venivano purtoppo costretti al ritiro. Per il belga purtroppo si registrava una frattura alla clavicola. Unica colpa dei due corridori, quella di essersi fatti trovare nella coda del gruppo, mentre ciclisti più accorti come Van der Poel, Kwiatkowski e Roglic per non correre rischi, erano perennemente nei primi venti corridore del plotone. Anche Alaphilippe, nonostante sia sempre stato nei primi posti, veniva coinvolto in una caduta quando di chilometri ne mancavano poco più di 80, buon per lui una caduta innocua che non gli impediva di riprendere la propria bicicletta e rientrare in gruppo. Il campione del mondo però doveva fermarsi altre due volte, la prima per un cambio bici e per togliersi il giubbino termico, la seconda per ricambiare nuovamente bici, questa volta senza compagni di squadra ad aspettarlo. Alaphilippe visibilmente nervoso, oltre a sprecare energie per rientrare nel gruppo dei big, stava sprecando anche molte energie mentali, dovute ad un nervosismo anomalo e inusuale al talento transalpino.
Mentre la Trek-Segafredo di Richie Porte e la Circus Wanty Gobert di Jans Bakelants e di Simone Petilli spuntavano in testa al plotone, i fuggitivi perdevano terreno. Gli elvetici Scharr e Mader, rendendosi conto di averne di più degli altri fuggitivi, decidevano di prendere il largo abbandonando gli ex compagni di fuga. Si aveva così un duetto in testa con un vantaggio di 1′09″ sugli immediati inseguitori: Iñigo Elosegui, Kobe Goossens, Kenny Molly e Valentin Ferron, mentre gli altri fuggitivi veniva ripresi dal gruppo. Lo stesso Scharr, sul Col du Rosier, attaccava nuovamente staccando Mader portandosi da solo in testa alla corsa. Lo stesso ciclista della NTT Pro Cycling, una volta staccato, rallentava e si faceva raggiungere dal gruppo principale, il quale a 47 chilometri dal traguardo aveva raggiunto tutti i fuggitivi tranne Schärr (CCC Team) che resisteva con un vantaggio di 44″.
Lo svizzero del CCC Team veniva raggiunto ai meno 37 chilometri dal traguardo, in prossimità della Redoute, quando il Team Sunweb di Marc Hirschi prendeva il posto della Trek-Segafredo in testa al plotone. Gruppo che si rimescolava proprio a poche centinaia di metri dalla Redoute, dove si assisteva una lotta per i primi posti, con Hirschi, Alaphilippe, Michał Kwiatkowski e Porte (Trek Segafredo) in testa. Una cote dal grande fascino che assottigliava le file del gruppo ma non faceva uscire allo scoperto i big. Da segnalare un Van der Poel che si era fatto trovare impigliato nel centro del gruppo, non un bel segnale per il campione olandese.
Nelle ultime due cotes di giornata si assisteva prima all’attacco di Michael Albasini (Mitchelton Scott) alla sua 15° Liegi e alla ultima stagione da professionista, seguito qualche centinaia di metri più tardi, sulla Cote des Forges dall’allungo di Alaphilippe, Alberto Rui Costa (UAE-Team Emirates) e Luis Leon Sanchez. Allunghi che sarebbero durati pochi e che vedevano nuovamente il gruppo unito, da segnalare un ottimo Tom Dumoulin in versione gregario per il capitano Roglic. A 15 chilometri dall’arrivo, il gruppo seppur sfoltito e molto allungato, arrivava unito sulle prime rampe della Roche aux Faucons. Sull’ultima cote di giornata, il primo a dar fuoco alle polveri non poteva essere che Julian Alaphilippe. All’attacco del Campione del Mondo rispndeva porntamente Hirschi, mentre Roglic e Tadej Pogacar (UAE-Team Emirates), dopo qualche esitazione, risondevano a loro volta. Si aveva così un quartetto in testa: Alaphilippe, Roglic, Pogacar e Hirschi. I quattro lavoravano in sintonia, e a 5 chilometri dal traguardo avevano 20 secondi dagli inseguitori. Quartetto che sarebbe diventato un quintetto nel chilometro finale grazie a Matej Mohoric (Bahrein-McLaren) che rientrava di gran lena.
Mohoric raggiungeva i quattro avanti, e appena raggiunti rilanciava attaccando nuovamente. Alaphilippe era il primo che seguiva prontamente il corridore della Bahrein-McLAren, e una volta ripreso, partiva lanciando lo sprint. Alaphilippe in testa a pochi centimetri dalla linea d’arrivo smetteva di pedalare e alzava le braccia al cielo, purtoppo per lui, non si accorgeva che alla sua destra c’era un indomito Primoz Roglic che con un colpo di reni lo superava di qualche millimetro. Incredibilmente Alaphilippe aveva gettato alle ortiche una Liegi-Bastogne-Liegi che aveva già vinto. Una giornataccia per il ciclista della Deceuninck dopo una caduta e due cambi di bici, un finale davvero amaro dove veniva persino declassato per aver effettuato una manovra non consentita che aveva danneggiato Hirschi e Pogacar. Dall’altra parte merito a Roglic che non si dava per vinto e riusciva a beffare il Campione del Mondo. Per Roglic un successo meritato dopo il Tour de France perso nella cronometro finale. Roglic che dimostrava ancora una volta di essere un fuoriclasse, capace di primeggiare sia nelle corse di un giorno che nelle corse a tappe.

PRIMOZ ROGLIC: La sconfitta all’ultima tappa del Tour de France poteva condizionare la sua autostima, invece lo sloveno si dimostra solido nell’animo e nello spirito combattivo. Sempre nelle prime posizioni, fa lavorare bene la squadra, attento, e quando scatta Alaphilippe non si da per vinto andando a prendere una vittoria insperata. Prima classica monumento per Roglic, scommettiamo che non sarà l’ultima? VOTO: 10

MATEJ MOHORIC: Spunta dal nulla, nell’ultimissimo chilometro, vede i quattro davanti, li raggiunge e li semina. Manca il bersaglio grosso per poco. Unico rammarico, quello di non essersi fatto trovare pronto sulla Roche aux Faucons. VOTO: 7,5

MARC HIRSCHI: Periodo d’oro per lo svizzero. Danneggiato da una manovra scorretta in volata da Alaphilippe, terminerà terzo, poi secondo dopo il declassamento del francesce. VOTO: 7

TADEJ POGACAR: Sempre attento, non ha la gamba esplosiva di qualche settimana fa, ma Tadej c’è sempre. Gran terzo posto per il fenomeno. VOTO: 7

MICHAEL SCHAR: L’ultimo dei fuggitivi ad alzar bandiera bianca, ed anche il più anziano. VOTO: 6,5

TOM DUMOULIN: Anche oggi, come al Tour, un lavoro eccelente per Roglic. VOTO: 6,5

GINO MADER: Fuggitivo di giornata, prova l’allungo quando il gruppo rinviene, ci riesce, poi non tiene le ruote di Schar sul Col du Rosien e si rialza. VOTO:6

MADS PEDERSEN: L’ex campione del Mondo si vede spesso nella parte centrale della corsa in testa al gruppo a lavorare per il capitano Porte. VOTO: 6

MATHIEU VAN DER POEL: Non il miglior Van der Poel. Sulle cotes più dure non riesce a stare al passo dei migliori, scarico. Terminerà comunque sesto vincendo lo sprint del gruppo inseguitore. VOTO: 6

MICHAEL KWIATKOWSKI: Fa lavorare bene la squadra, segno che ne ha di benzina. Sparisce sulla Roche aux Faucons. Terminerà decimo. VOTO: 5,5

JULIAN ALAPHILIPPE: Oggi era il più forte, solo lui poteva perderla e così è stato. Cade, si rialza, si innervosisce, cambia due volte la bici, problemi col tacchetto, nervosismo che lo potrebbero condizionare, invece arriva sulla linea del traguardo nei migliori dei modi. Risponde qualche attimo in ritardo a Mohoric, allunga nuovamente con una manovra che pagherà col declassamento, sprinta, arriva al traguardo, si ferma e alza le braccia mentre Roglic lo sorpassa. Giornata fantozziana. VOTO: 5

Luigi Giglio

Il momento nel quale Alaphilippe realizza che Roglic lha battuto (Getty Images Sport)

Il momento nel quale Alaphilippe realizza che Roglic l'ha battuto (Getty Images Sport)

IL CAPOLAVORO DI VAN AERT RIPORTA LA SANREMO IN BELGIO

agosto 8, 2020 by Redazione  
Filed under 1) MILANO - SANREMO, News

Non la vincevano dal 1999, quando sul traguardo di Via Roma era giunto per primo Andrei Tchmil, russo di nascita ma da un paio di stagioni naturalizzato belga. E senza questo passaggio burocratico il digiuno dei belgi dalla classicissima sarebbe stato ancora più lungo perchè la precedente vittoria risaliva al 1981, quando si era imposto Alfons De Wolf. Ora la straordinaria affermazione di Wout Van Aert potrebbe riaprire il discorso, perchè il belga ha tutte le carte per cercare di avvicinare l’inavvicinabile primato delle sette vittorie del suo connazionale Eddy Merckx.

Centoundicesima edizione della Classicissima di Primavera, la Milano-Sanremo, quest’anno corsa in estate inoltrata a causa della pandemia di Covid-19. Percorso stravolto nei suoi 305 chilometri di strada, tranne il finale con Poggio, Cipressa e arrivo in via Roma invariati, ma con alcune località storiche come il Passo del Turchino, Capo Mele e Capo Berta messe da parte in attesa di essere rispolverate nel 2021, Coronavirus permettendo. Dopo il fondo, oltre 300 chilometri che hanno messo a dura prova la resistenza e la forma fisica dei ciclisti soprattutto in questa stagione anomala, le difficoltà maggiori per le ruote veloci venivano rappresentate dalle asperità delle salite di Niella Belbo al 161° chilometro, edel Colle di Nava al 269° Km (3.9 chilometri di lunghezza al 3% di pendenza media). Alla partenza si schieravano ventisette squadre formate da sei ciclisti ciascuno per un totale di centosessantadue corridori e tra di loro c’erano i vincitori delle ultime edizioni (2015 escluso): Julian Alaphilippe (Deceuninck-Quick Step), Vincenzo Nibali (Trek-Segafredo), Michał Kwiatkowski (Ineos), Arnaud Démare (Groupama-FDJ) e Alexander Kristoff (UAE-Team Emirates). Tra gli altri partenti si segnalavano il campione slovacco Peter Sagan (Bora Hansgrohe), Greg Van Avermaet (CCC Team) e gli scoppiettanti Mathieu Van der Poel (Alpecin-Fenix) e Wout Van Aert (Jumbo-Visma), vincitore della Strade Bianche a Siena pochi giorni fa. Fernando Gaviria (UAE-Team Emirates), Elia Viviani (Cofidis) e Caleb Ewan (Lotto Soudal) erano, invece, tre tra i velocisti più pericolosi al via che avrebbero subito attacchi dalle squadre dei passisti sul Poggio e sulla Cipressa, tenendo presente che la riduzione a sei ciclisti per squadra rendeva più difficile il controllo della corsa ai vari team. La Lotto Soudal, per esempio, oltre al già citato Ewan poteva contare anche su Philippe Gilbert, corridore che non ha certo bisogno di presentazione e al cui nutrito palmarès manca proprio la Milano-Sanremo.
La partenza avveniva qualche minuto dopo le undici, sotto un caldo pungente. Dopo solo 2 Km partivano all’attacco sette ciclisti Mattia Bais (Androni Giocattoli Sidermec), Manuele Boaro (Astana), Alessandro Tonelli (Bardiani), Damiano Cima (Gazprom), Héctor Carretero (Movistar), Marco Frapporti (Vini Zabù) e il giovane Fabio Mazzucco (Bardiani), che li raggiungeva qualche chilometro più tardi. Nonostante le alte temperature, dopo due ore di gara la media della corsa toccava i 43,6 km/h, mentre la fuga al comando viaggiava con 6′30″ di vantaggio sul gruppo. A guidare il plotone all’inseguimento si alternavano le squadre dei velocisti ed in particolare Lotto Soudal, Jumbo-Visma, Deceuninck-Quick Step e Groupama-FDJ, formazioni rispettivamente di Caleb Ewan, Van Aert, Alaphilippe e Démare.
Sulla salita di Niella Belbo si raggiungevano le 3 ore di corsa con la fuga che manteneva sempre 6 minuti di vantaggio dagli inseguitori, nel quale non si facevano ancora notare i favoriti per la vittoria, ben protetti nella pancia del gruppo. Solo 4 ore dopo la partenza della Classicissima il vantaggio dei fuggitivi calava vistosamente scendendo sotto i 3 minuti e mezzo. Prima dell’inizio del Colle Nava tale gap calava per la prima volta sotto i tre minuti grazie all’impulso delle squadre dei favoriti e in quel frangente era da segnalare il buon lavor di Oliviero Troia (UAE-Team Emirates).
Il primo colpo di scena avveniva ai meno 88 km dall’arrivo, quando una caduta nella pancia del gruppo metteva a terra diversi ciclisti tra i quali Simone Consonni (Cofidis) e Matteo Trentin (CCC Team). Proprio quest’ultimo, vice campione del mondo in carica, era quello che ne faceva le spese venendo costretto al ritiro. Per lui una brutta botta alla spalla mentre il gruppo ìera a quasi 2 minuti dai sei al comando, che a pochi chilometri della vetta del Colle di Nava perdeva Carretero, che esausto si faceva inghiottire dalle fauci del gruppo guidato dalla Bora-Hansgrohe. Da segnale all’inizio della discesa Nibali nelle primissime posizioni, con Sagan attento alle sue ruote.
A 60 chilometri dall’arrivo, con il gruppo che lasciava il Piemonte per entrare in Liguria e con un ritardo di 1′10” dai fuggitivi, le squadre dei big iniziavano a fare le prime mosse. Nel tratto di falsopiano che seguiva la discesa del Colle di Nava Mazzucco si fermava a causa di problemi mecccanici, mentre la Trek-Segafredo di Nibali mandava all’attacco il giovane e promettente Nicola Conci, con i compagni Giulio Ciccone e Gianluca Brambilla nelle prime venti posizioni del gruppo, pronti a rilanciare in caso di tentativo vano da parte di Conci. Data la distanza dal traguardo, questa era una mossa che serviva più che altro per stanare le squadre dei favoriti e per far lavorare e stancare i gregari dei velocisti in vista di Cipressa e Poggio. Il tentativo veniva, però, annullato dalla Deceuninck-Quick Step di Alaphilippe, che prendeva le redini della corsa portandosi a 15” dai fuggitivi, nel frattempo rimasti solo in cinque, definitivamente ripresi a 35 chilometri dall’arrivo, mentre si transitava dal centro di Imperia e il gruppo si apprestava a tornare sulle strade classiche della Sanremo.
Intanto due pedine fondamentali della Deceuninck Quick Step, Alaphilippe prima e Bob Jungels poi, erano costretti a cambiare bici per problemi meccanici e a rientrare frettolosamente nel plotone, pilotato dall’Alpecin-Felix che si era messa a totale disposizione del proprio capitano Matheu Van der Poel. Si attaccava la Cipressa con la Trek di Nibali pronta a chiudere ogni velleità di attacchi ed in particolare era bravo Jacopo Mosca a raggiunger Loïc Vliegen (Circus-Wanty Gobert): i due prendevano il largo mentre Ewan era in difficoltà nelle retrovie e si staccava, sorte che un paio di chilometri più tardi toccherà anche a Fernando Gaviria. Ripresi un ottimo Mosca e Vliegen, la discesa successiva vedeva l’attacco del ligure Niccolò Bonifazio (Direct Énergie), seguito poco dopo da Daniel Oss (Bora-Hansgrohe). Dietro si assisteva ad un immobilismo che francamente nessuno si aspettava e così Oss, non nuovo ad azioni sulla Cipressa, riusciva a guadagnare 15” di vantaggio prima di essere ripreso dal gruppo poco prima dell’inizio del Poggio.
A 10 chilometri dall’arrivo iniziava la bagarre e la Milano-Sanremo entrava nel clou. Il primo ad attaccare era Gianni Moscon, primo tentativo di un Team Ineos deludente, azione che veniva bloccata da un attento Zdeněk Štybar (Deceuninck-Quick Step). Poi ci provava ancora la Trek-Segafredo con Gianluca Brambilla, al cui inseguimento si lanciava il belga Aimé De Gendt (Circus-Wanty Gobert); intanto il ritmo costava caro ai velocisti reduci dalla Cipressa e tra quelli che si staccavano sul Poggio c’erano gli italiani Sonny Colbrelli (Bahrain) e Viviani. La Trek-Segafredo era molto attiva, con l’unica pecca di Ciccone, il cui timido attacco non riuscito dopo il Nava non aveva avuto seguito A meno di sette chilometri all’arrivo ci provava un pezzo da 90, lo squalo Vincenzo Nibali, ma questo attacco non faceva il vuoto come invece riuscirà ad Alaphilippe, che si lasciava tutti alle spalle e scollinava da solo. Van Aert si era inizialmente fatto sorprendere, ma in discesa riusciva a raggiungere il transalpino, con il quale andava a formare un duetto micidiale per gli inseguitori. Gli ultimi tre chilometri veniva affrontanti con un vantaggio limitato per i primi due e con il francese consapevole di avere uno spunto meno veloce del corridore belga: Alaphilippe si incollava alla ruota di Van Aert senza dargli un cambio, ma l’avversario, dimostrando sangue freddo e un’esperienza fuori dal comune per la sua giovane età, rispondeva prontamente tenendo alta l’andatura e controllando sia il rivale, sia il plotone che era a soli 5 secondi. Van Aert e Alaphilippe a ridosso del traguardo si giocavano il tutto per tutto, con il francese che cercava di mettere pressione e stuzzicare Van Aert. Ma tale strategia risultava inutile perchè il campione belga che accelerava e andava a vincere in volata la sua prima Classica Monumento con mezza ruota di vantaggio.
Alle loro spalle, dopo due secondi, Michael Matthews (Sunweb) vinceva la volta del gruppo inseguitori. Peter Sagan era quarto, ancora una volta piazzato, quinto era Giacomo Nizzolo (NTT). Tra i big Van Avermaet terminava ottavo, Gilbert nono, Van der Poel tredicesimo, Davide Formolo (UAE-Team Emirates) sedicesimo, Alberto Bettiol (EF Pro Cycling) diciottesimo e Vincenzo Nibali ventitreesimo.
Consegnata alla storia questa straordinaria Sanremo d’agosto, ora l’attenzione dei tifosi si sposterà sul Giro di Lombardia di Ferragosto e sul Delfinato che scatterà il 12 agosto, prova generale del Tour de France che prenderà le mosse sabato 29 da Nizza.

Luigi Giglio

Wout Van Aert batte Alaphilippe alla Milano-Sanremo 2020 (Getty Images)

Wout Van Aert batte Alaphilippe alla Milano-Sanremo 2020 (Getty Images)

UNA TAPPA PER DESTRIERI DI RAZZA

I precedenti arrivi del 1998 e del 2017 la dicono lunga su una salita che, nella primavera di 22 anni fa, il lungimirante Evgenij Berzin arrivò a paragonare all’Alpe d’Huez. I fatti gli hanno già dato due volte ragione e, dunque, anche quest’anno l’arrivo a Piancavallo potrebbe lasciare il segno in classifica, nonostante questa sia la meno impegnativa tra le quattro frazioni alpine del Giro 2020. Un passaggio da non sottovalutare, dunque, anche perché la stretta strada del Monte Rest, apparentemente lontana dal traguardo, potrebbe rimanere sul groppone a molti per parecchi chilometri.

Dall’alto dei suoi trenta arrivi di tappa è indubbio che l’Alpe d’Huez si sia conquistata un grosso spazio nella storia del ciclismo. Dal basso dei suoi appena due arrivi la friulana Piancavallo non s’è dimostrata inferiore all’ascesa francese e un deciso segno è già riuscita a lasciarlo. Non aveva dunque tutti i torti Evgenij Berzin quando, salito lassù nella primavera del 1998 per testarla in vista dell’arrivo che il Giro d’Italia avrebbe proposto qualche settimana più tardi, disse che Piancavallo e l’Alpe erano salite gemelle, molto simili tra loro e i numeri gli davano ragione perché la salita francese è più corta di qualche centinaio di metri rispetto a quella friulana, che invece ha un dislivello complessivo leggermente superiore. E i fatti di cronaca sportiva ribadiranno tutto lo spessore di questa salita, che vide nel 1998 il successo in solitaria di Marco Pantani e nel 2017, quando s’impose lo spagnolo Mikel Landa, un ribaltone in classifica con il passaggio della maglia rosa dalle spalle di Tom Dumoulin a quelle del colombiano Nairo Quintana, anche se qualche giorno più tardi l’olandese si riprenderà il maltolto nella conclusiva tappa a cronometro di Milano.
Pur essendo sulla carta la meno difficile delle quattro frazioni alpine che caratterizzeranno il finale del Giro 2020, non si dovrà dunque sottovalutare la tappa che riporterà la Corsa Rosa a Piancavallo, tenendo anche presente che arriverà subito dopo la cronometro di Valdobbiadene e che il percorso della frazione disegnata quest’anno è più impegnativo sia di quello della tappa disputata nel 1998, sia di quella che detronizzò Dumoulin tre anni fa. In particolare s’incontrerà un tratto piuttosto delicato a cavallo del centesimo chilometro di gara – in tutto questa tappa ne misurerà 183 – quando la corsa imboccherà la “storica” salita della Forcella di Monte Rest (per i motivi ai quali accenneremo più avanti), problematica non solo per le sue pendenze ma anche, e forse soprattutto, per la carreggiata notevolmente ristretta che ne caratterizza i due versanti e che costituirà un bell’handicap non solo per i corridori che in quel momento di gara dovranno recuperare ma anche per il traffico delle ammiraglie in caso d’interventi a corridori incidentati. È non è finita qui perché anche la successiva Pala Barzana presenta una strada non larghissima e tutto questo inciderà sicuramente sulla corsa, con i “girini” che si presenteranno ai piedi del Piancavallo con parecchie energie già profuse, sia sul piano fisico, sia su quello mentale.
La tappa che chiuderà la seconda settimana di corsa scatterà dalla pista dell’aeroporto militare di Rivolto, noto per essere la sede delle Frecce Tricolori, delle quali quest’anno si celebrerà il 60° anniversario della fondazione. Da un simbolo della nostra nazione a quello della regione ospitante il passo è breve e, infatti, dopo lo start ufficioso da Rivolto e un breve tratto da percorrere fuori gara il fischio d’inizio sarà suonato in prossimità della barocca Villa Manin, una delle bandiere artistiche del Friuli-Venezia Giulia nella quale dimorarono l’ultimo doge di Venezia Ludovico Manin e per un paio di mesi anche Napoleone Bonaparte, che il 17 ottobre 1797 vi firmò con il conte austriaco Johann Ludwig Josef von Cobenzl il Trattato di Campoformio, atto che sancì la fine della “Serenissima” Repubblica di Venezia. In tempi moderni e più “tranquilli” la villa accoglierà avvenimenti di tutt’altro spessore come puntate di “Giochi senza Frontiere” e del “Festivalbar”, concerti (come quelli di Sting e dei Kiss) e set cinematografici, come quando nel 1997 Renzo Martinelli ne farà la sede di un comando nazista nel drammatico film “Porzûs”.
Il tratto iniziale della frazione vedrà il gruppo percorrere una trentina di chilometri in falsopiano risalendo la valle del Tagliamento in direzione di Dignano (vi si trova la Pieve dei Santi Pietro e Paolo, una delle più antiche della regione) e di San Daniele del Friuli, che quarantottore più tardi – dopo il secondo e ultimo giorno di riposo – sarà sede d’arrivo di un’insidiosa frazione di media montagna non meno impegnativa di quella in oggetto. Superato il Tagliamento sul ponte di Pinzano, nel corso della sua storia distrutto due volte, prima dai militari italiani durante la ritirata da Caporetto e poi da una disastrosa piena del fiume nel 1966, si affronterà la prima delle sette salite di giornata, che culmina dopo 2.3 Km al 6.4% – movimentati da otto tornanti – presso il borgo di Anduins, alla cui uscita si costeggerà la Falesia del Masarach, parete di roccia che è stata ribattezzata “la palestra più comoda d’Italia” per le quasi 130 vie di arrampicata che vi sono state tracciate e che ne fanno una delle più frequentate dagli appassionati di free climbing. Per i “girini” sarà l’aperitivo alla successiva Sella Chianzutan, poco meno di 10 Km al 5.6% superati i quali la corsa entrerà in Carnia scendendo verso il lago artificiale di Verzegnis, realizzato nel 1957 dalla SADE, la Società Adriatica di Elettricità il cui nome è rimasto tragicamente nella storia per aver progettato e realizzato la diga del Vajont qualche anno più tardi. Ritrovato il Tagliamento alle porte di Villa Santina, se ne risalirà nuovamente la valle per poco meno di 10 Km, tratto nel quale si lambirà il piccolo centro di Socchieve, dove costituisce l’occasione per una breve sosta la medievale chiesa di San Martino, adornata da un ciclo d’affreschi opera di Gianfrancesco da Tolmezzo. Superata l’intermedia Forcella di Priuso (3 Km al 6,4%), è giunta l’ora di affrontare la salita alla Forcella di Monte Rest, 6 Km e mezzo all’8.2% di pendenza media sui quali si decise Giro d’Italia del 1987, anche se in quell’occasione si viaggiava nella direzione opposta ed è infatti nella discesa dal passo che avvenne l’episodio passato alla storia come il “tradimento di Sappada”. È proprio qua che l’irlandese Stephen Roche attaccò il suo capitano Roberto Visentini, innescando una doppia crisi al suo superiore in maglia rosa – prima fisica e poi psicologica – che si concretizzerà con la riconquista delle insegne del primato per Roche sul traguardo di Sappada, episodio che il corridore bresciano mal digerirì e ancora oggi a più di trent’anni di distanza ancora non ha metabolizzato (in un’intervista rilasciata a Bicisport nel 1997 arrivò a definire il rivale un campione sul piano agonistico, ma lo etichettò come “morto” sullo spessore umano).
Percorsa una discesa che per qualcuno potrà avere l’aspetto di un incubo a causa della sede stradale stretta (fortunatamente le pendenze non saranno particolarmente accese, 9.5 Km al 6.5%) si arriverà in un luogo dal nome invece da sogno e molto poetico, la Val Tramontina, dove la corsa andrà a specchiarsi nelle acque del lungo Lago dei Tramonti, realizzato nel 1952 per approviggionare d’acqua il complesso industriale di Torviscosa, sito in provincia di Udine, di proprietà della SNIA e dove si produceva fin dagli anni ’30 il rayon, la fibra tessile nota anche con i nomi di “viscosa” e “seta artificiale”. Da segnalare che nei periodi di secca del lago dalle sue acque torna a emergere il paese fantasma di Movada, che fu abbandonato prima della creazione del bacino. Alle porte di Meduno, il centro situato allo sbocco della valle nella pianura friulana, il gruppo svolterà a destra per imboccare un altro tratto a careggiata ristretta che lo condurrà ai piedi della successiva asperità di gara, la Forcella di Pala Barzana, ascesa inedita per il Giro d’Italia e per quei corridori che in carriera non hanno mai disputato il Giro della Regione Friuli Venezia Giulia, corsa che fino a qualche stagione fa era esclusivamente riservata alla categoria degli under23 (quelli che un tempo si definivano “dilettanti”) e che ha avuto tra i suoi vincitori futuri campioni del calibro di Felice Gimondi (1963), Claudio Chiappucci (1983) e per due volte Gilberto Simoni (1991 e 1993), mentre due anni fa la vittoria è andata all’astro nascente del ciclismo sloveno Tadej Pogačar, che nel 2019 si è fatto notare al primo anno da professionista conquistando due corse a tappe (la Volta ao Algarve e il Tour of California) e tre tapponi di montagna all’ultimo Giro di Spagna. Anche le donne hanno nel “curriculum” questa salita, inserita due volte nel tracciato del Giro d’Italia a loro dedicato, l’ultima volta lo scorso anno in occasione della tappa di Maniago, vinta dalla britannica Elizabeth Banks, mentre nella tappa di Montereale Valcellina del 2017 s’impose l’imbattibile olandese Annemiek Van Vleuten. In entrambe queste ultime occasioni si percorse in discesa il versante che i professionisti affronteranno in salita, composto da un primo tratto di 3 Km al 6,3% che si conclude all’altezza di Poffabro, da una porzione intermedia di quasi 2 Km in quota e da una balza finale di 4.5 Km al 7.2%. Più “compatta” è la successiva disceva che in 5 Km al 7.6% farà planare la corsa su Andreis, comune di poco meno di 300 anime che ospita una delle sedi del parco naturale delle Dolomiti Friulane, istituito nel 1990. Subito dopo la fine della discesa il gruppo s’infilerà nell’oscurità dell’interminabile Galleria Fara, vero e proprio traforo di 4 Km scavato all’inizio degli anni ’80 in seguito alla dismissione della spettacolare ma pericolosa strada che attraversava l’orrido della Valcellina, costruita nel 1906 e oggi – dopo l’istituzione della Riserva Naturale Forra del Cellina – parzialmente accessibile a pedoni e ciclisti. L’ingresso nel tunnel segnerà anche l’inizio di un tratto, lungo una ventina di chilometri, nei quali si procederà costantemente in lieve discesa e che terminerà proprio al momento d’incominciare la salita finale. Tornati alla luce del sole, i “girini” attraverseranno Montereale Valcellina, centro il cui nome deriva dal vetusto “Castrum Montis Regalis”, castello ridotto in ruderi prima dall’invasione turca del 1499 e poi da due terremoti che completano l’opera di distruzione nel secolo successivo.
Da qui fino all’imbocco della salita finale si procederà rasente le pendici del Monte Cavallo, toccando all’inizio di questo tratto il centro di Malnisio, presso il quale si trova l’ex centrale “Antonio Pitter”, che nel 1905 ebbe l’onore di illuminare per la prima volta con la luce elettrica Piazza San Marco a Venezia e che dopo la chiusura nel 1988 è stata convertita in museo, sede distaccata dello Science Centre Immaginario Scientifico di Trieste.
Sfiorata Aviano, sede di una nota base aerea di proprietà dell’Aeronautica Militare italiana e utilizzata come appoggio dalla NATO e dall’USAF (United States Air Force), decolleranno i “caccia” a pedali, pronti a ricalcare le rotte che, un caldo pomeriggio di ventidue anni fa, videro Marco Pantani posare la prima pietra della sua vittoria nell’81a edizione della Corsa Rosa.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Sella Chianzutan (954 metri). Valico prativo aperto tra i monti Piombada e Verzegnis, vi transita la SP 1 “della Val d’Arzino“ tra la località Pozzis e Verzegnis. Quotata 955 sulle cartine del Giro, è stata finora inserita due volte nel percorso del Giro: nel 2010 durante la tappa Mestre – Monte Zoncolan, vinta da Ivan Basso, a tagliare per primo la linea d’arrivo del GPM della Sella Chianzutan fu il francese Ludovic Turpin; nel 2018 sarà il colombiano Sebastián Henao il primo a transitare in vetta durante la tappa San Candido – Piancavallo vinta dallo spagnolo Mikel Landa.

Sella degli Stavoli Fuignis (700 metri). Vi transita la SP 1 “della Val d’Arzino” nel corso della discesa dalla Sella Chianzutan verso Verzegnis.

Sella Col di Zuca (504 metri). Vi transita la SP 72 “di Invillino” tra Villa e Invillino.

Forca di Priuso (654 metri). Vi transita l’ex SS 552 “del Passo Rest” tra Priuso e la Forcella di Monte Rest. Sulla cartina del Giro 2020 è segnalata come “Forcella di Priuso” e quotata 664 metri.

Forca di Monte Rest (1060 metri). Vi transita l’ex SS 552 “del Passo Rest” tra Priuso e Tramonti di Sopra. Sulla cartina del Giro 2020 è segnalata come “Forcella di Monte Rest” e quotata 664 metri. Prima del citato episodio del 1987 era stata inserita nel tracciato del Giro in altre tre occasioni: i corridori a conquistare questo valico sono stati il belga Martin Van Den Bossche nel 1970 (tappa Jesolo – Arta Terme, vinta da Franco Bitossi), lo spagnolo Santiago Lazcano nel 1974 (tappa Pordenone – Tre Cime di Lavaredo, vinta dal connazionale José Manuel Fuente), Roberto Ceruti nel 1979 (tappa Treviso – Pieve di Cadore, vinta dal medesimo corridore) e il francese Jean-Claude Bagot durante la storica Lido di Jesolo – Sappada del 1987, che ebbe come vincitore l’olandese Johan van der Velde. Da allora sono dovuti trascorrere 32 anni prima di rivedere questa salita affrontata in una gara professionistica, lo scorso anno inserita nel tracciato del tappone dell’Adriatica Ionica Race, terminata a Misurina con il successo dell’ucraino Mark Padun.
Forcella di Pala Barzana (842 metri). Quotata 840 metri sulle cartine del Giro, è valicata dalla SP 63 “di Pala Barzana” tra Poffabro e Andreis.

Valico Pianetti (360 metri). Valicato in galleria dall’ex 251 “della Val di Zoldo e Val Cellina” tra l’uscita dalla Galleria Fara e Montereale Valcellina.

Sella Pian del Cavallo (1277 metri). Coincide con la località d’arrivo (il traguardo sarà posto a 1290 metri di quota, poco sopra il valico geografico). Oltre ai due arrivi di tappa citati nell’articolo, ha ospitato un GPM di “passaggio” nel 2011 durante la tappa Conegliano – Gardeccia/Val di Fassa, vinta dallo spagnolo Mikel Nieve dopo che sulla salita friulana era scollinato in testa Emanuele Sella. La prima parte della salita, fino al Rifugio Bornass, è stata spesso affrontata – sia come GPM, sia come traguardo finale – al Giro del Friuli per professionisti, la cui ultima edizione risale al 2011.

Nota

Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

FOTOGALLERY

Ingresso all’aeroporto militare di Rivolto

Villa Manin (Passariano di Codroipo) vista nel film “Porzûs” (www.davinotti.com)

Villa Manin (Passariano di Codroipo) vista nel film “Porzûs” (www.davinotti.com)

Dignano, Pieve dei Santi Pietro e Paolo

Pinzano al Tagliamento, ponte sul fiume Tagliamento

Anduins, Falesia del Masarach

Lago di Verzegnis

Socchieve, Chiesa di San Martino

Un tratto dell’insidiosa discesa dalla Forcella di Monte Rest


Lago dei Tramonti

Il borgo fantasma di Movada torna ad emergere dalle acque del Lago dei Tramonti

Scorcio panoramico dalla Casera Salinchieit, nel Parco delle Dolomiti Friulane

Tratto abbandonato della vecchia strada che percorreva l’orrido della Valcellina

Montereale Valcellina, colle del castello “Montis Regalis”

Malnisio, Centrale Antonio Pitter

Aviano, aeroporto militare

Il Monte Cavallo e, in trasparenza, l’altimetria della quindicesima tappa del Giro 2020 (flickr.com)

Il Monte Cavallo e, in trasparenza, l’altimetria della quindicesima tappa del Giro 2020 (flickr.com)

UNA CRONO TRA VIGNE, ELEFANTI E SCIMMIE

Si torna tra i vigneti del Prosecco per una cronometro che fa il paio con quella disputata a queste latitudini nel 2015. Il percorso non sarà lo stesso di quella frazione, che prevedeva di percorrere quasi 60 Km contro il tempo, una distanza che favorì esageratamente i corridori più dotati sul passo e che decise le sorti del Giro ben prima di arrivare ai tapponi di montagna. Così non dovrebbe essere quest’anno perché gli organizzatori hanno quasi dimezzato il chilometraggio di quella crono, conservandone il tratto finale collinare e aggiungendoci l’ascesa al muro di Ca’ del Poggio, che potrebbe rivelarsi determinante per il successo nella tappa che darà la stura alle fasi finali del Giro 2020.

Un elefante in una cristalleria. Potremmo utilizzare questa figura per riassumere in poche parole la tappa a cronometro che si disputò tra i vigneti del Prosecco al Giro del 2015. I suoi effetti in classifica furono gli stessi che provocherebbe un pachiderma in una vetreria, sia per l’altisonante chilometraggio (quasi 60 Km, roba che non si vedeva dai tempi dei Tour di Indurain), sia per il percorso pianeggiante nella prima metà e morbidamente vallonato nel finale, sul quale i cronoman appiopparono pensati legnate agli scalatori puri. Si pensi solo ai distacchi subiti da parte di Fabio Aru e da Mikel Landa nei confronti di Alberto Contador che, pur non vincendo quella crono (la vittoria andò al bielorusso Vasil’ Kiryenka), quel giorno affibbiò 2’47” al corridore sardo e quattro minuti netti al basco, che al traguardo finale di Milano si ritrovarono in classifica alle spalle del “Pistolero” con passivi rispettivamente di 1’53” e di 3’05”. È chiaro che con un percorso dal chilometraggio più contenuto la storia di quel Giro sarebbe potuta essere diversa e che, se si cancellesse quella crono con un colpo di spugna, ora staremo qui a raccontare della vittoria finale di Landa, con un secondo appena di vantaggio su Aru e 55 su Contador.
Memori di questo precedente, quando è stato loro proposto di riportare una crono tra i vigneti del Prosecco gli organizzatori del Giro hanno subito capito che non era il caso di riproporre quel tracciato così com’era e si è scelto di “addomesticare l’elefante”, decapitandolo della prima parte del percorso, quella totalmente pianeggiante, e conservando “quasi” tali e quali le colline del finale. I 34 km della Conegliano-Valdobbiadene, infatti, ripercorreranno le medesime strade affrontate nel tratto conclusivo di quella crono, con una piccola variante all’inizio perché a San Pietro di Feletto non si salirà dalla strada principale, percorsa nella prova contro il tempo di cinque stagioni fa, ma dal versante di Ca’ del Poggio, quello del muro. E sarà un handicap di non poco conto per i cronoman, anche perché lo s’incontrerà pochi chilometri dopo la partenza e per molti potrebbe divenire una pesante zavorra che, per rimanere su tematiche enologiche, si potrebbe paragonare alla “scimmia” che grava sulle spalle di coloro che hanno alzato un po’ troppo il gomito. Le ripide inclinazioni del muro trevigiano, infatti, potrebbero intossicare non poco i muscoli e i suoi effetti farsi sentire nei successivi più veloci tratti e poi anche nella dolce ascesa che il tracciato prevede dopo il 25° Km.
Ci sarà anche un tratto subdolamente insidioso ed è quello che si affronterà uscendo da Conegliano, costituito da un rettilineo pianeggiante lungo quasi 6 Km. Percorrendo la strada che, dritta come un fuso, punta verso la catena delle Prealpi Bellunesi i corridori più dotati sul passo potrebbero essere invogliati a scatenare i loro “cavalli” perché su un percorso del genere potrebbero già distanziare gli scalatori di un paio di secondi al chilometro… invece dovranno correre con le briglie un po’ tirate perché è proprio al termine di questo rettifilo che s’incontrerà la svolta a sinistra con l’inizio del muro di Ca’ del Poggio. Sono appena 1100 metri, pari al 3,2% dell’intero tracciato di questa crono, ma i dati percentuali che più ci interessano sono quelli delle pendenze, e in questo caso si attestano al 12,7% la media e al 18%, numeri che i corridori già conoscono perché questa salita è già stata inserita in diverse occasioni nel percorso del Giro, la prima nel 2009 proprio nel finale di un’altra tappa con arrivo a Valdobbiadene, disputata però in linea e vinta allo sprint da Alessandro Petacchi. È evidente come una condotta troppo dispendiosa nel tratto iniziale potrebbe essere pagata a caro prezzo una volta imboccato il muro e se la citata “scimmia” dovesse palesarsi potrebbe rivelarsi molto difficile sbarazzarsi di lei, almeno nell’immediato. Anche perché, una volta terminato il muro, la strada continuerà a procedere in lieve salita per quasi un chilometro, sino allo scollinamento fissato nel centro di San Pietro di Feletto, presso il quale si trova una delle chiese più antiche della marca trevigiana, la pieve di San Pietro, dove non è solo possibile ammirare il prezioso ciclo di affreschi che l’adorna ma anche la spettacolare vista tutt’intorno sui colli del Prosecco ammantati di boschi e vigneti. La dolce discesa successiva, spezzata dopo un primo tratto da una breve e poco pendente risalita, farà planare i “girini” su Refrontolo, paesino conosciuto per una particolare tipologia di vino Marzemino che qui è prodotto e che è per l’appunto noto come “Refrontolo Passito D.O.C.G.”. Lasciato questo piccolo centro, che merita una sosta presso l’antico e delizioso Molinetto della Croda (risalente al 1630, nel 1977 vi sosterà anche la bellissima e indimenticata Laura Antonelli in una scena del film “Mogliamante”), s’intraprenderà la seconda, ultima e più lunga tratta di pianura, poco meno di 15 Km che i passisti avranno a completa disposizione per tentare d’arginare i danni eventualmente provocati dal precedente muro. Transitati di fronte al monumentale duomo di Pieve di Soligo, innalzato in stile neoromanico all’inizio del secolo scorso, rimanendo pianeggiante il percorso si accosterà al piede delle colline del Prosecco, che costituiscono al momento l’ultimo ingresso, in ordine di tempo, di un bene italiano nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, avvenuto nel 2019. Dominati dal complesso fortificato medioevale delle Torri di Credazzo si pedalerà ora sulle strade del comune di Farra di Soligo in direzione di Col San Martino dove, in vetta a una piccola elevazione, sin dal 1100 si staglia la chiesa di San Vigilio, anch’essa circondata da vigne e pure “dotata” di una bella vista panoramica. È qui che la strada tornerà a lievitare, anche se non sono assolutamente paragonabili al precedente muro i 2.2 Km al 5.4% che si dovranno affrontare per giungere al paesino di Guia, che è già una frazione del comune di Valdobbiadene, la cui chiesa parrocchiale si dice sia stata progettata dal celebre scultore Antonio Canova, nativo della non distante Possagno. A questa salita seguirà un tratto in quota di circa 3 Km e mezzo, in lieve falsopiano, prima di lanciarsi nella discesa che terminerà all’interno dell’abitato di Valdobbiadene e che è stata addolcita nel finale rispetto alla crono del 2015, evitando così un’insidiosa curva a gomito che il pomeriggio di cinque anni fa diede problemi a diversi corridori. Infine, si tornerà a salire nei 400 metri conclusivi al 5.5%, ma a quel punto non dovrebbe esserci più spazio per stravolgimenti. L’elefante, se anche stavolta si trovasse di passaggio dalle parti della Marca Trevigiana, a questo punto i suoi danni dovrebbe già averli fatti…

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Sella di Mire (220 metri). Valicata dalla SP 86 “delle Mire” nel corso della discesa da San Pietro di Feletto a Refrontolo

Nota

Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

FOTOGALLERY

Castello di Conegliano

La svolta a sinistra ai piedi del muro di Cà del Poggio

Muro di Cà del Poggio

San Pietro di Feletto, Pieve di San Pietro

I colli del Prosecco visti da San Pietro di Feletto

Refrontolo, il Molinetto della Croda visto in “Mogliamante” (www.davinotti.com)

Refrontolo, il Molinetto della Croda visto in “Mogliamante” (www.davinotti.com)

Pieve di Soligo, Duomo di Santa Maria Assunta

Farra di Soligo, le Torri di Credazzo dominano i vigneti del Prosecco

Col San Martino, vista retrospettiva sulla chiesa di San Vigilio

Guia, la chiesa che si ritiene progettata dal Canova

Valdobbiadene, Duomo di Santa Maria Assunta

I vigneti del Prosecco e, in trasparenza, l’altimetria della quattordicesima tappa del Giro 2020 (donnasommeliereuropa.files.wordpress.com)

I vigneti del Prosecco e, in trasparenza, l’altimetria della quattordicesima tappa del Giro 2020 (donnasommeliereuropa.files.wordpress.com)

UNA TAPPA AMLETICA

Alla vigilia della cronometro di Valdobbiadene va in scena una tappa di difficile interpretazione. Non è facile fare un pronostico sugli esiti di una giornata che potrebbe premiare un velocista abile a rimanere a galla nei finali più complicati, di quelli che danno parecchio filo da torcere alle loro formazioni, oggi chiamate sia a tenere a bada i fuggitivi di giornata, sia a guardarsi le spalle dalle “pugnalate” che i finisseur sanno assestare a tradimento su colli come quelli che punteggeranno il finale di Monselice.

Se Amleto fosse di casa nel castello di Monselice e fosse appassionato di ciclismo già ce lo immaginiano aggirararsi nelle stanze del maniero arrovellato dal dubbio, che stavolta non sarà lo storico “Essere o non essere” ma il più pratico “tappa per velocisti o azione di un finisseur”? Perché la frazione che terminerà nella cittadina veneta è tra le più indefinibili per quel che concerne il pronostico finale. Verrebbe da dire, di primo acchito, che questa è tappa per sprinter per via dei suoi 190 Km quasi totalmente pianeggianti, dai quali spuntano come funghetti due salite che non arrivano a malapena ai 4 km di lunghezza. Se si guardano con più attenzione i dati delle due ascese si scopre, però, che presentano entrambe pendenze non estreme ma in grado di rimanere nelle gambe dei velocisti, se si pensa che sono piazzate nel finale di gara e che, una volta ritrovata la pianura negli ultimi 11 Km, si percorrerà una strada poco filante poiché disegnata lungo il piede dei Colli Euganei, assecondandone il limite geografico con un andamento tortuoso che mal si sposerà con le operazioni di recupero del gruppo sui fuggitivi di giornata o sui finisseur che saranno riusciti a lasciare la compagnia sulle precedenti ascese.
Questa tappa prenderà ancora le mosse dalla riviera romagnola con il tratto iniziale da pedalare da Cervia in direzione di Ravenna, dov’è previsto il passaggio del gruppo sulla circonvallazione che eviterà l’ingresso nella cittadina celebre per i suoi monumenti d’epoca paleocristina e bizantina che ne hanno fatta la “capitale del mosaico”.
Lasciato il ravennate per la provincia di Ferrara, il percorso di gara sfiorerà il seicentesco Santuario della Celletta, uno dei pochi monumenti a essere risparmiati dal terremoto che, pochi anni dopo la sua costruzione, nel 1624 distrusse quasi completamente la vicina Argenta, violento al punto da provocare uno tsunami nel Po di Primaro e addirittura la liquefazione del terreno sabbioso circostante il paese. L’aspetto moderno del duomo del paese, intitolato a San Nicolò e al cui interno è ospitata la tomba di Don Giovanni Minzoni, è però dovuto a un altro dramma che colpì Argenta, il bombardamento alleato del 12 aprile 1945 che provocò danni non meno ingenti rispetto a quelli causati dal sisma e che è ricordato da un cimitero di guerra qui voluto dagli alleati.
Raggiunta la frazione di Consandolo – nei cui pressi si può ammirare la delizia estense di Benvignante, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dal 2000 insieme alla città di Ferrara – si cambierà direzione di marcia per portarsi a Portomaggiore, centro che offre al turista un’altra “delizia”, quella del Verginese, per poi dirigersi verso il Polesine, nel quale si giungerà dopo aver superato il corso del Po alle porte di Polesella. Fu questo uno dei centri maggiormente colpiti dalla disastrosa alluvione del 1951, otto anni dopo esser stato scena di un altro evento drammatico, ma fortunatamente solo di finzione, perché è alle porte di Polesella che nel 1943 Luchino Visconti aveva girato la scena del mortale incidente della protagonista femminile di Ossessione, uno dei capolavori del celebre regista milanese, considerato come una delle pellicole che diede vita al filone del neorealismo.
Nel frattempo la corsa sarà entrata in Veneto, regione universalmente conosciuta anche per le sue ville (e proprio a Polesella, presso l’argine del Po, si trova Villa Morosini, affascinante location per indimenticabili matrimoni), e s’imboccheranno i veloci rettilinei pianeggianti che condurranno a Rovigo, dove il gruppo “ballerà” sui sampietrini del centralissimo Corso del Popolo, dove si transiterà al cospetto dei due simboli della cittadina, le torri Donà e Grimani.
Avvicinandosi velocemente al gran finale si toccherà quindi Stanghella, primo comune della provincia di Padova a esser attraversato dal gruppo e paese di residenza dell’ex corridore Massimo Ghirotto, che fino al 2018 è stato commentatore in moto del Giro d’Italia per Radio Rai e che in carriera ha conquistato tre tappe al Giro (Felino 1991, Oropa 1993 e Bra 1994) e due al Tour (e di queste ultime si ricorda ancora oggi a distanza di 32 anni quella rocambolescamente conquistata nel 1988 a Guzet-Neige, sui Pirenei, che aveva praticamente perduto a poche centinaia di metri dall’arrivo, quando i corridori che lo precedevano e lo avevano staccato in salita persero tempo infilandosi per sbaglio nella deviazione riservata alle ammiraglie).
Quando mancheranno 45 Km al traguardo i “girini” già giungeranno a Monselice, dove si transiterà nel centro cittadino, a due passi dal romano-gotico Castello Cini, che in apertura abbiamo immaginato abitato da Amleto e che a sua volta è dominato dagli imponenti resti del più vetusto maniero detto “Mastio Federiciano”. I Colli Euganei già si stagliano all’orizzonte ma prima di raggiungerli bisognerà “trangugiare” ancora una dozzina di chilometri sul velluto della pianura, transitando in questo frangente di corsa particolarmente adrenalinico le località termali di Battaglia e di Galzignano, quest’ultima conosciuta anche per la presenza in località Valsanzibio di Villa Barbarigo, ammirata soprattutto per il suo giardino all’italiana, recentemente insignito del titolo di più bello d’Europa. È giunta l’ora di cogliere i due velenosi funghetti finali e il primo di questi è il Roccolo, 3.7 Km al 8.3% e salita simbolo dello scomparso Giro del Veneto, corsa organizzata per l’ultima volta nel 2012, anche se – quando questa aveva il suo epilogo in Prato della Valle a Padova – generalmente veniva affrontata dal versante che i “girini” percorreranno in discesa. Non ci sarà nemmeno il tempo di apprezzarne l’aroma perché ci sarà solo iun brevissimo intervallo prima di assaporare il fungo successivo, che si coglierà dopo aver toccato il centro di Cinto Euganeo, adagiato ai piedi dell’omonimo monte, punteggiato da cave di trachite che ci ricordano come questa elevazione un tempo emergesse dal fondo del mare e si fosse creata in seguito ad un’eruzione vulcanica. Il gruppo imboccherà ora la strada che condurrà verso Arquà Petrarca, che ha questo nome perché il famoso poeta aretino vi trascorse gli ultimi quattro anni di vita; i “girini” non raggiungeranno, però, l’ultimo buen ritiro di colui che fu anche tra i primi esseri umani a salire sul Mont Ventoux, da lui scalato per scopi “mistici” il 26 aprile 1336 (ma dal boscoso versante nord); per loro sarà riservata la decisamente meno probante ascensione verso i 227 metri del borgo di Calaone, il cui castello – oggi scomparso – fu dimora della storica famiglia Este durante le cruente lotte con i padovani e prima del definitivo trasferimento a Ferrara in seguito alla sconfitta del loro “nemico numero uno”, il temuto condottiero Ezzelino III da Romano. Superato anche questo scoglio – 3.2 Km al 6.3% – rimarranno solo il tuffo verso la piccola città d’arte di Este e poi i chilometri finali veloci ma non troppo per togliere tutti i dubbi sull’esito di una delle ultime frazioni tranquille del Giro d’Italia 2020. Il giorno dopo ci sarà la cronometro di Valdobbiadene, poi inizieranno finalmente le montagne alpestri e la musica cambierà decisamente.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Sella di Torreglia (116 metri). Valicata dalla SP 43 “Speronella” tra Torreglia e Castelnuovo, nel corso del tratto iniziale della salita del Roccolo

Valico del Roccolo (393 metri). Quotato 358 sulle carte del Giro d’Italia, è valicato da una strada che mette in comunicazione Torreglia con Faedo. Mai affrontato alla Corsa Rosa, è stato spesso inserito nel tracciato del Giro del Veneto.

Passo Roverello (269 metri). Valicato dalla SP 99 “Cingolina” tra Galzignano Terme e Faedo. In corrispondenza del valico si stacca la strada che sale al Roccolo, dal quale proveranno i corridori in discesa.

Sella di Cinto Euganeo (75 metri). Valicato dalla SP 21 “del Poeta” (chiaro riferimento nel nome a Petrarca) tra Fontanafredda e Cinto Euganeo.

Sella di Calaone (227 metri). Quotata 229 metri sulle cartine del Giro d’Italia, vi sorge l’omonimo borgo, frazione del comune di Baone.

Nota

Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

FOTOGALLERY

Saline di Cervia

Cervia, Basilica di San Vitale

Argenta, Santuario della Celletta

Delizia Estense di Benvignante

Portomaggiore, Delizia Estense del Verginese

Le drammatiche scene finali di “Ossessione” girate a Polesella (si rimanda al sito www.davinotti.com per una visione ingrandita dell’immagine)

Le drammatiche scene finali di “Ossessione” girate a Polesella (si rimanda al sito www.davinotti.com per una visione ingrandita dell’immagine)

Polesella, Villa Morosini

Rovigo, le due torri simbolo della città viste da Corso del Popolo

Monselice, Castello Cini

Valsanzibio di Galzignano Terme, uno scorcio del giardino di Villa Barbarigo

Scorcio dei Colli Euganei (sulla sinistra il Monte Cinto soprastante Cinto Euganeo)

Arquà Petrarca, casa di Francesco Petrarca (tripadvisor.com)

Arquà Petrarca, casa di Francesco Petrarca (tripadvisor.com)

Este, Castello Carrarese

La collina del Mastio Federiciano dominante il centro di Monselice, in trasparenza, l’altimetria della tredicesima tappa del Giro 2020 (www.euganeamente.it)

La collina del Mastio Federiciano dominante il centro di Monselice, in trasparenza, l’altimetria della tredicesima tappa del Giro 2020 (www.euganeamente.it)

NOVE COLLI DI PASSIONE

È la tappa che ricalca fedelmente il tracciato della più celebre gran fondo italiana, quella “Nove Colli” che è anche la più anziana tra queste manifestazioni e quest’anno festeggerà la 50a edizione. Sul percorso che tutti gli anni dal 1971 vede sfidarsi gli amatori stavolta saranno di scena i professionisti, impegnata in una tappaccia di collina che potrebbe fare più male del previsto. Tra un colle e l’altro, infatti, non ci saranno spazi per rifiatare e se qualche corridore di punta dovesse soffrire un momento d’affano potrebbe vedersi il gruppo sfuggirgli sotto il naso, irrimediabilmente.

Non ci sono solo gli appassionati di ciclismo che si limitano a guardare le corse alla televisione o sobbarcandosi lunge ore d’attesa a bordo strada. Ci sono anche gli appassionati più appassionati che amano salire in sella alle loro bici, magari dello stesso costoso modello di quelle utilizzate dai loro beniamini, e percorrere chilometri e chilometri sulle rotte dei campioni. È per loro che sono state inventate le “gran fondo”, gara nate come amatoriali e che col trascorrere delle stagioni sono state “contaminate” da sempre più elevati tassi d’agonismo, con cicloamatori che oggi si preparano con lo stesso scrupolo e le stesse metodologie dei professionisti, talvolta esagerando. È a loro che è dedicata questa frazione che andrà a ricalcare per filo e per segno il tracciato della “decana” di queste manifestazioni, organizzata per la prima volta nel 1971 e che, dunque, quest’anno giungerà al traguardo della 50a edizione, nel 2020 in programma il 24 maggio, vale a dire soli tre giorni dopo la tappa del Giro. Stiamo parlando della “Nove Colli”, competizione che prende ovviamente il nome dal numero di ascese che si dovranno affrontare nei suoi 205 Km, tutte a quote collinari ma talvolta dotate di pendenze rognose. Non è percorso da scalatori, considerata la brevità delle ascese e i 30 Km di pianura che si dovranno percorrere dopo l’ultimo colle per tornare a Cesenatico, e lo sapeva bene anche Marco Pantani che, intervistato dalla rivista Cicloturismo nel 1995, disse che non avrebbe avuto grandi possibilità se un giorno si fosse trovato ad affrontare una versione professionistica della Nove Colli. Non si poteva dargli torto, ma sarà sbagliatissimo prendere sottogamba un tracciato che, tra un colle e l’altro, presenterà una fase centrale di 120 Km nella quale non s’incontrerà mai un momento per tirare il fiato. E se la bagarre dovesse scoppiare dalle parti del Barbotto (il colle dotato delle pendenze più cattive) o su una delle ascese successive, qualche grosso nome potrebbe pagare e tanto, anche perché i big rimasti davanti cercheranno di menare più duro possibile affinchè il suo distacco possa lievitare. E così anche questa tappa trabocchetto potrebbe far scattare alla perfezione le sue tenaglie e incastrarvi irrimediabilmente le speranze di ambire alla possibilità di giocarsi la vittoria finale nel 103° Giro d’Italia.
Lasciata Cesenatico si pedalerà sul velluto della pianura nei primi 26 Km, transitando per le campagne a nord di Cesena e andando a terminare questa prima porzione di gara alle porte di Forlimpopoli, la romana Forum Livii Popilii nel cui centro troneggia la rocca detta albornoziana in ricordo di chi ne ordinò l’edificazione, il cardinale spagnolo Egidio Albornoz. È già ora d’intraprendere le strade dei colli e affrontare la prima nelle nove ascese della gran fondo romagnola, caratterizzata da una prima rampa di 2.5 Km al 5.6% che termina in corrispondenza del centro di Bertinoro e da una successiva di eguale lunghezza al 4.2% per raggiungere il borgo di Polenta, principalmente conosciuto per la sua pieve intitolata a San Donato, alla quale Carducci dedicò una sua poesia e che fu cara anche all’indimenticato “signor Mapei” Giorgio Squinzi, che la scelse per le sue nozze. Planati a Fratta Terme inizierà un altro tratto tranquillo di questa frazione, uno degli ultimi, nel corso del quale si sfiorerà il borgo di Meldola, dominato da una rocca risalente al X secolo, prima di dirigersi verso i piedi del colle successivo, come il precedente caratterizzato da due rampe. La meta è il piccolo borgo di Pieve di Rivoschio, al quale si giunge dopo aver affrontato prima 4 Km di strada inclinata al 6.3% e poi, dopo una lunga contropendenza in discesa, un dentello finale di 800 metri al 7.2%. Si scenderà ora nella valle del Borello per entrare nella fase più complicata della “Nove Colli”, introdotta dalla salita verso il borgo di Ciola, 6.3 Km al 6.1% che fanno da aperitivo a uno dei colli più temuti dagli amatori, il Barbotto. Prima di affrontarlo si dovrà fare una capatina nella valle del Savio, terra d’origine della famiglia Pantani (nonno Sotero era originario della vicina Sarsina), dove si attraverserà il centro di Mercato Saraceno, nel cui territorio ricade l’interessante Pieve di Monte Sorbo, risalente all’epoca bizantina. Il “babau” si esaurisce nel volgere di 4 Km e mezzo, che salgono all’8.2% di pendenza media e strappano violentemente nei 500 metri conclusivi, un muretto dove la pendenza arriva fin al 18% e lungo il quale si racconta che al Giro del 1973 salirono le imprecazioni di un corridore che cadde nell’affrontarlo. La prossima meta sarà ben conosciuta dal gruppo perché nel corso della discesa dal Barbotto si toccherà Sogliano al Rubicone, centro che gli estimatori del buon cibo frequentano perché terra di produzione del prelibato “formaggio di fossa” e che fin dal 2013 è puntualmente sede d’arrivo della seconda tappa della “Settimana Internazionale di Coppi e Bartali”, traguardo che lo scorso anno vide transitare per primo lo scalatore spagnolo Mikel Landa. Si viaggerà ora in direzione del quinto e del sesto dei “Nove Colli”, che sono quasi un’unica ascesa, con l’intermedio spartiacque di una brevissima discesa. La prima parte è la più impegnativa ed è quella che i cicloamatori conoscono come Monte Tiffi (2 Km all’8%, massima del 16%), dal nome del borgo che sorge in vetta e al cui culmine si trova l’antica abbazia benedettina di San Leonardo, costruita nel XI secolo. Decisamente più pedalabili sono i successivi 7.6 Km che al 5.1% di media salgono a Perticara, certamente non “sulfurei” come un tempo, invece, era l’aria che si respirava in questo borgo per la presenza della più grande miniera di zolfo d’Europa, chiusa nel 1964 e oggi sede del museo Sulphur. Lo scenario delle prossime pedalate sarà la Valmarecchia, dove la “Nove Colli” propone la sua Cima Coppi ai 790 metri della Madonna di Pugliano che, per ovvie ragioni, è la più lunga delle ascese della gran fondo, anche se non certo tra le più difficili (9 Km al 5.9%). Sfiorata proprio in vetta la liberty Villa Battelli (oggi Villa Labor, attrezzata come albergo) ci si volgerà nuovamente verso la valle del fiume Marecchia lambendo lungo la discesa il pittoresco borgo di San Leo, sul cui profilo si staglia il soprastante forte che ha avuto tra i suoi ospiti più celebri il famigerato Conte di Cagliostro, qui incarcerato a vita per eresia dal 1791 alla morte (1795), e la star di Hollywood Bruce Willis, che nel 1991 vi girò le scene finali del film d’azione “Hudson Hawk – Il mago del furto”.
Siamo oramai agli sgoccioli di questa frazione che ora andrà ad affrontare gli ultimi due colli, il primo dei quali è il Passo delle Siepi, pedalabile nelle pendenze (4.3 Km al 4.8%) e separato da quasi 16 Km di strada priva di particolari insidie dal successivo Gorolo. Qui le pendenze tornaro a mordere perché, nel contesto dei suoi 4 Km al 6%, la strada “batte in testa” fino al 17% mentre si procede verso lo scollinamento, situato in prossima del borgo di San Giovanni in Galilea, tra i più antichi della zona, dotato del suo bel castello d’ordinanza la cui costruzione fu terminata nel XVI secolo su spinta del condottiero Sigismondo II Malatesta.
I “nove colli” finiscono e le difficoltà pure, anche se in realtà c’è ancora da superare un subdolo decimo strappo, un colle non colle che sull’altimetria neanche si vede, uno sputo di centinaia di metri secchi e ripidi per attraversare il borgo di Borghi prima di riprendere la scorrevole discesa che rigetterà la corsa in pianura. Scorrevole per l’appunto e, come detto, se a questo punto il gruppo si sarà spaccato chi si troverà davanti avrà terreno agevole per accelerare ancor di più e far lievitare non solo i distacchi ma anche il mito della Nove Colli, che si appresterà a celebrare la sua cinquantesima volta con il sapore del Giro ancora sulla pelle.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Valico di Collinello (305 metri). Valicato dalla SP 83 “Polenta”, vi si transita salendo da Bertinoro a Polenta.

Sella delle Connelle (486 metri). Valicata dalla SP 68 “Voltre” tra Pian di Spino e Cigno, coincide con il bivio sottostante la località di Pieve di Rivoschio.

Sella Pieve di Rivoschio (457 metri). Coincide con l’omonima località.

Valico di Ciola (545 metri). Quotato 565 metri sulle carte del Giro 2020 e valicato dalla SP 53 “Mercato-Linaro” tra Linaro e Mercato Saraceno, coincide con l’omonima località.

Valico del Barbotto (515 metri). Coincide con il bivio situato a nord dell’omonima località, dal quale transita la SP11 “Sogliano” tra gli abitati di Barbotto e Rontagnano; inoltre vi confluisce la SP12 “Barbotto”, che sale da Mercato Saraceno e dalla quale proverranno i corridori. Quotata 507 metri sulla carte del Giro 2020, questa salita è stato finora inserita tre volte nel percorso del Giro d’Italia e ha visto transitare in testa Nino Defilippis nella Ravenna – San Marino del 1964 (vinta dall’elvetico Rolf Maurer), Eddy Merckx nel corso della Lido delle Nazioni – Carpegna del 1973 (vinta dallo stesso corridore) e infine l’elvetico Rubens Bertogliati nel 2010, quando si disputò la Porto Recanati – Cesenatico, terminata con il successo di Manuel Belletti.

Passo delle Croci (574 metri). Vi transita la SP11 “Sogliano” tra Rontagnano e Montegelli.

Sella di Sogliano (351 metri). Coincide con l’abitato di Sogliano al Rubicone. Quotata 336 metri sulle cartine del Giro 2020, raggiunta da un altro versante è stata valida come GPM al Giro del 2004, quando vi è scollinato in testa Emanuele Sella, che poi s’impose sul traguardo della Porto Sant’Elpidio – Cesena.

Valico della Perticara (655 metri). Coincide con l’omonima frazione di Novafeltria ed è quotata 662 metri sulle carte del Giro 2020. È stato tre volte GPM al Giro, nel 1954, nel 2008 e nel 2010. Il primo passaggio avvenne nel corso della tappa Firenze – Cesenatico, vinta allo sprint da Pietro Giudici dopo che sul Perticara era scollinato per primo…. Primo Volpi. Nel 2008 è stato Alessandro Bertolini a conquistare il traguardo GPM durante la Urbania – Cesena che poi lo vide vincitore. L’ultimo a iscrivere il suo nome nel ristretto albo d’oro di questa salita è stato il tedesco Sebastian Lang, nella pocanzi citata frazione che si corse tra Porto Recanati e Cesenatico nel 2010.

Sella di Botticella (655 metri). Vi transita la SP8 “Santagatese” all’inizio della discesa che da Perticara conduce a Novafeltria. Coincide con il bivio per Sant’Agata Feltria.

Sella dei Quattoventi (550 metri). Valicata dalla SP 22 “Leontina” nel corso della discesa che dalla Madonna di Pugliano conduce a Secchiano. Coincide con il bivio per San Leo ed è quotata 578 metri sulle carte del Giro 2020.

Passo delle Siepi (434 metri). Chiamato anche Passo del Grillo e quotato 414 metri sulle cartine del Giro 2020, è valicato dalla SP 30 tra Secchiano e Ponte Uso. Nel 2004 è stato inserito nel percorso della tappa Porto Sant’Elpidio – Cesena, vinta da Emanuele Sella, ma non era valido come traguardo GPM.

Passo del Gorolo (318 metri). Valicato dalla SP 11 “Sogliano” tra Sogliano al Rubicone e Borghi.

Nota

Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

FOTOGALLERY

Forlimpopoli, Rocca Albornoziana

Polenta, Pieve di San Donato

Rocca di Meldola

Mercato Saraceno, Pieve di Monte Sorbo (tripadvisor.com)

Mercato Saraceno, Pieve di Monte Sorbo (tripadvisor.com)

Scritte inneggianti ai corridori del Giro sul tratto più ripido del Barbotto

Abbazia di Montetiffi

Perticara, ex miniera di zolfo

Madonna di Pugliano, ex Villa Battelli

Il forte di San Leo in fiamme: così appare nel film “Hudson Hawk - Il mago del furto“ (www.davinotti.com)

Il forte di San Leo in fiamme: così appare nel film “Hudson Hawk - Il mago del furto“ (www.davinotti.com)

San Giovanni in Galilea

La partenza di un’edizione della Nove Colli dal Porto Canale di Cesenatico e, in trasparenza, l’altimetria della dodicesima tappa del Giro 2020 (www.michaelhotels.com)

La partenza di un’edizione della Nove Colli dal Porto Canale di Cesenatico e, in trasparenza, l’altimetria della dodicesima tappa del Giro 2020 (www.michaelhotels.com)

NIENTE SPASSO, SIAM GIRINI

È una delle ultime occasioni per le ruote veloci del gruppo quella che sarà offerta in quel di Rimini. Il percorso li agevola, perché le poche difficoltà altimetriche previste saranno di bassa entità e si concluderanno lontano dal traguardo. Per i big si pospetta una giornata di relativa tranquillità alla vigilia di un’altra frazione “trabocchetto”, quella di Cesenatico disegnata sul percorso della “Nove Colli”.

Rimini è stata, è e sarà una delle mete più agognate da giovani e non più giovani, riconosciuta capitale del divertimento della riviera romagnola… ma non andatelo a dire ai “girini”. Per loro questa sarà una giornata di lavoro, pur essendo la frazione con arrivo a Rimini una delle più facili del 103° Giro d’Italia, una delle ultime che sono state riservate ai velocisti poichè dopo questa rimararrono solo quella di Monselice, caratterizzata però da un finale complicato, e quella di Asti, difficile da gestire per le loro squadre perché lunga oltre 250 Km e stretta tra gli ultimi due tapponi di montagna e, dunque, appuntamento al quale diversi sprinter potrebbero non giungere perché costretti alla via di casa dal tempo massimo oppure ritirati anzitempo, come spesso purtroppo accade.
Oggi le difficoltà non mancheranno, anche se si materializzeranno nella forma di piccoli ostacoli naturali di poca rilevanza, inseriti per dare un po’ di spessore a una tappa altrimenti piatta. Quando si sarà usciti dalla fase più intricata mancheranno 25 Km all’arrivo e ci sarà tutto lo spazio per preparare al meglio lo sprint, anche se bisognerà tenere in considerazione le “varie ed eventuali” che costituiscono le insidie nascoste di ciascun percorso, come vento, pioggia e incidenti meccanici di sorta.
La bandiera del “via” sarà sventolata in quel di Porto Sant’Elpidio, cittadina del litorale marchigiano conosciuta anche per essere uno dei centri del distretto calzaturiero fermano-maceratese, costituito principalmente da una serie di piccoli borghi appollaiati sulle colline dell’entroterra che gli appassionati di ciclismo ben conoscono perché hanno spesso ospitato l’arrivo di nervose tappe della Tirreno-Adriatico. Le colline, per adesso, faranno da quinta al percorso di gara, che seguirà la statale litoranea verso nord, giungendo dopo pochi chilometri a Civitanova Marche, la cui città alta è ancora circondata dalle mura erette in epoca rinascimentale. Arrivati a Porto Recanati, presso la quale si trovano la piccola area archeologica della città romana di Potentia e il medioevale castello d’epoca sveva (oggi trasformato in arena), il percorso si allontanerà dal mare per una quarantina di chilometri per doppiare il promontorio del Conero e “bypassare” la città di Ancona. All’inizio di questo tratto, caratterizzato da un impercettibile falsopiano, si transiterà ai piedi del celebre santuario di Loreto per poi sfiorare la Selva di Castelfidardo, che il 18 settembre 1860 fu teatro degli scontri più cruenti e decisivi della storica battaglia che vide l’esercito sabaudo sfidare quello dello Stato Pontificio, uscito sconfitto dal combattimento che come conseguenza ebbe l’annessione dell’Umbria e delle Marche all’allora ancora Regno di Sardegna, un anno prina della definitiva unità italiana.
Si ritroverà il mare alle soglie di Falconara Marittima e qui si riprenderà la litoranea puntando su Senigallia, celebre per la sua “spiaggia di velluto”, ma che ospita anche uno dei monumenti della regioni più “gettonati” dai turisti, la Rocca Roveresca che nel 1993 fece da sfondo alla partenza di una tappa a cronometro del Giro vinta da Miguel Indurain mentre esattamente 30 anni prima farà capolino in una scena di “Cuore”, film di Romano Scavolini che ambientò nel ‘900 il romanzo ottocentesco di Edmondo De Amicis. Con un andamento quasi costantamente rettilineo la strada maestra della tappa odierna porterà prima il gruppo prima a Fano e poi a Pesaro. Ricordate la tappa vinta in questa cittadina da Caleb Ewan al Giro dello scorso anno e, in particolare, il suo tortuoso e spettacolare finale lungo la strada panoramica del promontorio di Gabicce? Oggi ci sarà oggetto di una sorta di “ripetizione”, anche se i corridori imboccheranno quella strada al contrario, affrontando in uscita da Pesaro la salita del Monte San Bartolo (3 Km al 5%), piccola elevazione protetta da un parco naturale e in vetta alla quale si trova un faro gestito dalla Marina Militare. Subito prima di giungere a Fiorenzuola di Focara, piccolo borgo che fu citato anche da Dante nel ventottesimo canto dell’Inferno, si abbandonerà la panoramica per rientrare sulla parallela e più filante statale all’altezza della Siligata, modesto valico che vanta il primato di essere stato la prima salita affrontata al Giro d’Italia, inserita nel percorso della Bologna-Chieti, seconda tappa della storica edizione del 1909. Si entrerà velocemente in Romagna imboccando la circonvallazione di Cattolica prima di iniziare la seconda “escursione” sulle strade dell’entroterra adriatico, stavolta serpeggiando tra le basse collinette che fanno da collante tra il litorale e il Montefeltro. All’inizio di questo tratto il percorso sfilerà accanto all’Autodromo di Santamonica, inaugurato nel 1972 e dal 2012 intitolato alla memoria di Marco Simoncelli, poi si andrà ad affrontare la pedalabile ascesa di Cà Urbinati (2.6 Km al 3.6%), che precede di poco il passaggio da Coriano, borgo che si attraversa affrontando uno strappo di 800 metri al 6% e che presenta un castello che appartenne alla famiglia Malatesta. Immediatamente dopo si dovrà superare un’altra piccola e ripida “côte” (700 metri all’8%), poi si giungerà a Ospitaletto, dove s’incrocerà quello che era stato il tracciato della cronoscalata di San Marino del Giro dello scorso anno. In un succedersi di saliscendi si andrà a superare ora una salita di 1.4 Km al 5% che si concluderà nei pressi del bivio per San Patrignano, la comunità di recupero per tossicodipendenti fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli. Alle porte della Repubblica di San Marino si dovrà superare l’ultima collinetta di giornata (Santa Cristina, 300 metri al 6%) poi si riguadagnerà definitavamente la pianura procedendo in direzione di Santarcangelo di Romagna, centro nella cui rocca si ritiene siano avvenute le vicende amorose di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, i cognati che ispireranno a Dante Alighieri il quinto canto dell’Inferno.
Il finale di gara si snoderà sul tratto terminale della Via Emilia, che attraverserà ora le terre natali del ballo liscio (Secondo Casadei, l’autore di “Romagna Mia”, era nativo della vicina Gatteo) ma le note che a questo punto si uderanno in gruppo saranno quelle decisamente più rock dell’oramai prossima volata, uno sprint per il quale molti venderanno cara la pelle prima d’aggingersi ad affrontare percorsi decisamente più ardui.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

FOTOGALLERY

La spiaggia di Porto Sant’Elpidio

Civitanova Marche, porta d’accesso al borgo fortificato di Civitanova Alta

Porto Recanati, area archeologica di Potentia

Porto Recanati, Castello Svevo

La Selva di Castelfidardo vista dalla strada che percorreranno I “girini”

La Rocca Roveresca di Senigallia in una scena di “Cuore” (www.davinotti.com)

La Rocca Roveresca di Senigallia in una scena di “Cuore” (www.davinotti.com)

Faro di Monte San Bartolo

Autodromo di Santa Monica

Coriano, castello malatestiano

Comunità di San Patrignano

Santarcangelo di Romagna, Rocca Malatestiana

Turisti a passeggio sulla spiaggia di Rimini e, in trasparenza, l’altimetria dell’undicesima tappa del Giro 2020 (Centro Nautico Alla Deriva)

Turisti a passeggio sulla spiaggia di Rimini e, in trasparenza, l’altimetria dell’undicesima tappa del Giro 2020 (Centro Nautico Alla Deriva)

A TU PER TU CON I MURI

È il giorno dei muri, salite brevi ma ripide sulle quali si possono gettare alle ortiche minuti preziosi. Le verticali che si dovranno affrontare negli ultimi 50 Km di gara sono tutte inedite e questo potrebbe costituire un handicap se non si sarà andati in ricognizione in precedenza sulle strade della tappa teramana. E c’è chi potrebbe patire anche la ripartenza dopo il giorno di riposo.

Parlare con il muro, è risaputo, è esercizio inutile…. Ma il muro risponde, eccome se risponde, se lo s’interroga a pedali. E sarà un interrogatorio dai verdetti interessanti quello al quale saranno sottoposti i “girini” al momento di rimettersi in sella dopo il giorno di riposo (e anche quest’ultimo costituirà un handicap da tenere in conto, non sopportando diversi corridori questo improvviso stop). Dai sesti gradi delle grandi pendenze ai terzi gradi di giudizio il passo sarà breve e anche al termine di questa frazione di bassa collina potrebbe esserci qualche corridore che sarà condannato alla rinuncia alle ambizioni più rosee.
Non si supereranno oggi i 318 metri di quota, ma strada facendo dovranno essere superati sei muri, il primo dei quali sarà, però, isolato rispetto a tutti gli altri: dopo il Tricalle chietino, infatti, bisognerà percorrere una settantina di chilometri agevoli prima di arrivare ad affrontare i rimanenti muri, ammassati in un finale di gara che non concederà un attimo di respiro. E poi ci sarà il fattore novità da tenere in conto perché, con l’esclusione del Tricalle, tutti gli altri muri saranno inediti, mai affrontati prima nemmeno alla Tirreno-Adriatico, che spesso transita da quelle parti e non lesina a proporli nel tracciato; va anche detto che solitamente i corridori prediligono andare in preventiva ricognizione sui percorsi delle tappe di montagna e così le ascese di questa giornata per molti rappresenteranno delle autentiche sorprese, anche se qualcuno potrebbe approfittare della conclusione della Tirreno-Adriatico nella vicina San Benedetto del Tronto (quest’anno prevista il 17 marzo) per fermarsi un giorno di più e andare ad effettuare una preziosa perlustrazione sul finale di Tortoreto.
L’intera tappa si dipanerà in territorio abruzzese partendo da San Salvo, località che già nel 2013 fu sede d’avvio di una frazione molto simile a questa, che terminò a Pescara e fece una vittima illustre, il favoritissimo per la vittoria finale Bradley Wiggins, che in una giornata resa ulteriormente insidiosa dalla pioggia arrivò al traguardo con quasi un minuto e mezzo di ritardo da Vincenzo Nibali, che prenderà la maglia rosa il giorno dopo al termine della cronometro di Saltara e poi manterrà le insegne del primato fino alla fine del Giro.
Come in quella tappa subito dopo il via si dovrà affrontare la poco impegnativa salita verso Vasto (2 Km al 5%), uno dei principali centri della cosiddetta “Costa dei Trabocchi”, che prende il nome dalle caratteristiche macchine da pesca montate su palafitte che s’incontrano lungo quello che è anche l’unico tratto della costa abruzzese a presentarsi spigoloso, mentre altrove è costantemente rettilineo.
Procedendo verso nord si transiterà dalla marina di Fossacesia, frazione balneare del paese che diede i natali ad Alessandro Fantini, velocista che corse tra i professionisti dal 1954 fino alla drammatica morte in conseguenza di una caduta allo sprint sul traguardo di Treviri, al Giro di Germania del 1961. Sfiorata la collina sulla quale sta la romano-gotica abbazia di San Giovanni in Venere si proseguirà alla volta di Ortona, la cittadina che il primo ministro inglese Winston Churchill soprannominò la “Stalingrado d’Italia” per le ingenti distruzioni patite durante la battaglia qui combattuta tra alleati e tedeschi nel dicembre del 1943 e che provocò danni anche al patrimonio artistico cittadino.
Dopo Francavilla al Mare si abbandoneranno temporaneamente le coste dell’Adriatico per l’escursione nell’entroterra che porterà il gruppo, dopo aver superato come antipasto la pedalabile ascesa di Torrevecchia Teatina, a misurarsi con il muro del Tricalle. Il nome è quello del quartiere di Chieti attraverso il quale si snoda quest’autentica parete, 800 metri al 12% dei quali gli ultimi 500 metri totalmente in rettilineo che puntano dritti come un fuso verso l’antica Teate, centro che è nella storia del Giro d’Italia per aver ospitato il 16 maggio 1909 l’arrivo della seconda tappa della prima edizione del Giro d’Italia, vinta dal corridore piemontese Giovanni Cuniolo. Si trattò anche del primo arrivo in assoluto della storia della Corsa Rosa, affrontanto dal più agevole versante della Colonnetta, che i “girini” del 2020 percorreranno in discesa verso la valle del fiume Aterno, imboccandola poi in direzione di Pescara. Non si giungerà, però, nella città natale di Gabriele d’Annunzio, che il gruppo eviterà scavalcando la morbida collina di Spoltore (4 Km al 3.8%), il centro del quale è originario Danilo Di Luca, il corridore abruzzese che è stato il vincitore più meridionale del Giro (2007) prima della doppietta di Nibali (2013-2016). Scesi a Montesilvano Marina si tornerà quindi a pedalare sulla statale litoranea e per una quarantina di chilometri le salite diventeranno un ricordo. All’inizio di questo veloce tratto la corsa transiterà per Pineto, dove il gruppo sfilerà accanto alla Torre di Cerrano, situata nel luogo dove nel primo secolo dopo Cristo fu realizzato il porto di Atri (i cui resti sono visibili solo immergendosi nelle acque dell’Adriatico) e che nel 1970 fu la principale location del film thriller di Sergio Bergonzelli “Nelle pieghe della carne”. Si toccheranno quindi Roseto degli Abruzzi e successivamente Giulianova, sede dell’unico porto della provincia di Teramo e cittadina dalla doppia anima, suddivisa tra la popolosa frazione balnerare del Lido e il centro storico situato su di una bassa collina che guarda verso la spiaggia e sulla quale bisogna salire per ammirarne il principale monumento, il rinascimentale Duomo di San Flaviano.
La natura di Giulianova è la stessa della vicina Tortoreto e per prima i “girini” vedranno quella del borgo appollaiato su una collina alta 221 metri, il cui nome fa riferimento al periodo nel quale in questa zona era particolarmente diffusa la presenza di tortore. È, infatti, arrivato il momento di affrontare il secondo muro di giornata, 2 Km al 9% caratterizzati da due balze feroci alternate a due tronconi più pedalabili: si comincerà con mezzo chilometro al 13.2% di media, seguita da 500 metri al 3.7% e da altrettanti nuovamente “cattivi” (13%) prima di incontrare nuovamente inclinazioni più umane in prossimità dello scollinamento. Poi ci sarà ancora spazio per respirare nei successivi 12 Km, nei quali i corridori ritroveranno la statale Adriatica, che si percorrerà fino al confine con le Marche, dove si svolterà bruscamente verso l’entroterra per intraprendere gli ultimi 40 Km di gara, nei quali tratti per tirare il fiato non se ne incontreranno più. Un altro muro si prospetta all’orizzonte ed è quello che in 2.3 Km al 9% conduce al borgo di Colonnella, il cui simbolo è la scalinata che sale verso Piazza del Popolo, sede della chiesa dei Santi Cipriano e Giustina, realizzata tra il 1795 e il 1816 dagli architetti elvetici Pietro e Gaetano Maggi. Appena 6 Km più avanti si dovrà affrontare il successivo muro, che tra quelli odierni sarà il più breve (1 Km al 9%), ma anche quello dotato della pendenza massima più elevata (24%), reso ancor più selettivo dalla ristrettezza della carreggiata che si dovrà percorrere per raggiungere Controguerra, centro che negli ultimi anni si è meritato gli appellativi di “Città dell’olio” e, soprattutto, di “Città del vino” (il Controguerra Bianco e il Controguerra Rosso sono entrambi DOC).
Si planerà quindi nella Val Vibrata, percorsa dall’omonimo torrente che ha le sue sorgenti sui Monti della Laga, il gruppo montuoso che gli appassionati di ciclismo hanno imparato a conoscere grazie alle numerose frazioni della Tirreno-Adriatico che si disputarono tra quelle montagne diversi anni fa, serie di tappe che culminarono con l’arrivo in salita del Giro d’Italia a San Giacomo nel 2002, quando sul quel traguardo si impose lo scalatore messicano Julio Alberto Pérez Cuapio.
Sfiorata la millenaria abbazia di Santa Maria di Mejulano, utilizzata come campo di concentramento durante il secondo conflitto mondiale e oggi sede di una scuola superiore, si attraverserà Corropoli prima di andare incontro all’unica “intrusa” di questo finale di gara perché la facile salita di Valle Luna (2.4 Km al 4%) quasi “stecca” al confronto con le altre ascese. La prossima meta del gruppo sarà ancora Tortoreto, alla quale si salirà dal muro delle Badette, 500 metri al 10.2% e un picco al 20% che costituiscono il tratto iniziale di un’ascesa lunga 1800 metri e la cui pendenza media si attesta al 7.9%. Giunti a poche centinaia di metri dal precedente scollinamento si svolterà nella direzione opposta per scendere di qualche chilometro e ritrovare quindi il versante affrontato quasi cinquanta chilometri prima, imboccandolo leggermente più in quota e quindi percorrendome una versione “ridotta” (1.9 Km al 7.4%), saltando così il tratto più aspro situato a inizio ascesa. Sono gli ultimi “mattoni” di una tappa che avrà l’epilogo 11 Km più avanti, mattoni che potrebbero restare sullo stomaco a qualche pesce grosso della classifica apparso già in affanno nelle tappe della prima settimana e mandarlo ancora più a fondo.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

FOTOGALLERY

San Salvo, chiesa di San Giuseppe

Vasto, Piazza Rossetti

Ortona, trabocco Mucchiola

Chieti, muro del Tricalle

Pineto, la Torre di Cerrano vista nel film “Nelle pieghe della carne” (www.davinotti.com)

Pineto, la Torre di Cerrano vista nel film “Nelle pieghe della carne” (www.davinotti.com)

Giulianova, Duomo di San Floriano

Tratto iniziale del muro di Tortoreto

La scalinata che sale verso il centro storico di Colonnella

L’imbocco del muro di Controguerra

Corropoli, abbazia di Santa Maria di Mejulano (www.cityrumors.it)

Corropoli, abbazia di Santa Maria di Mejulano (www.cityrumors.it)

Il muro delle Badette, all’inizio della seconda ascesa verso Tortoreto

Il borgo di Tortoreto Alto e, in trasparenza, l’altimetria della decima tappa del Giro 2020 (tripadvisor.com)

Il borgo di Tortoreto Alto e, in trasparenza, l’altimetria della decima tappa del Giro 2020 (tripadvisor.com)

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