VENARIA REALE – BARDONECCHIA (JAFFERAU): FINESTRE CON VISTA SULLO SPETTACOLO

Non sono mancate le critiche anche su questa tappa e stavolta gli organizzatori sono stati messi in “croce” per la collocazione del Colle delle Finestre, piazzato a 73 Km dall’arrivo. È un bel rischio perché ciò potrebbe non invogliare i corridori alla battaglia, rimandandola all’ascesa finale. Ma vogliamo pensare positivo, perché il Finestre provocherà comunque una bella selezione naturale e qualche nome già lassù potrebbe pagar dazio. E se qualcuno dei corridori che ambiscono alla maglia rosa dovesse decidere di dissotterrare l’ascia di guerra da quelle parti oggi se ne vedranno davvero delle belle. Altro che la vittoria di Merck nel 1972!

L’Italia è un popolo di santi, poeti e navigatori…. e di lamentatori, aggiungiamo noi. Non possiamo negarlo perché, forse mai come da noi, ci si lamenta di tutto, dal governo al vicino di casa molesto passando anche per le tappe del Giro. Dopo la frazione di Pratonevoso, infatti, criticata per la tanta pianura prima dell’ascesa finale, c’è chi ha borbottato anche per il disegno della tappa che si concluderà sul Monte Jafferau e che prevede il Colle delle Finestre a 73 Km dal traguardo. È stata proprio la notevole distanza che separa la cima del passo piemontese dall’arrivo a stimolare i “lamentatori” che, a dire il vero, stavolta non hanno tutti i torti. Considerato l’andazzo di molte corse viste nel recente passato, con i “big” in azione solamente negli ultimi chilometri prima del traguardo, effettivamente ci sarebbe il rischio che sul Finestre si assista a quel che viene definito “greggismo”, ossia a un’ascesa affrontata dal gruppo dei migliori senza azioni da parte di qualche uomo di classifica. In realtà tappe come queste devono, invece, servire proprio a smuovere il gruppo dalla sonnolenza e a motivare i corridori alle azioni in salita che tanto piacciono ai tifosi, nonostante la notevole mole di chilometri che poi si dovranno percorrere per andare al traguardo. Va, però, detto che, anche se non si dovessero muovere i grandi primattori della corsa rosa, l’ascesa rimarrà sicuramente nelle gambe perché è dura, lunga e, com’è noto, presenta un considerevole tratto sterrato e, sicuramente, in vetta qualche grosso nome potrebbe transitare con distacco più o meno lieve. Recuperare non sarà per nulla facile perché il tracciato non lo consentirà nell’immediato, dovendosi subito affrontare le docili pendenze del Sestriere e oramai lo sanno anche i muri che una salita pedalabile affrontata di seguito a una molto più dura finisce spesso per far lievitare i distacchi. È vero che poi ci saranno quasi 40 Km di strada agevole, parte in discesa e parte in falsopiano, grazie ai quali si potrebbe anche annullare completamente il gap, ma lo sforzo fatto potrebbe essere pagato a caro prezzo nel momento nel quale si tornerà a fare i conti con una salita impegnativa come quello della Jafferau, 7,2 Km al 9,1% che hanno nel “curriculum” un precedente di lusso datato 1972 quando, salendo sul monte che domina Bardonecchia, Eddy Merckx castigò tutti e in particolare lo scalatore spagnolo José Manuel Fuente, favorito per il successo quel giorno dopo aver già staccato il belga sul Blockhaus e che sullo Jafferau chiuderà terzo con 47 secondi di ritardo. È un precedente che fa ben sperare perché la tappa del 1972 era molto più lunga – si partiva da Savona percorrendo 256 Km mentre stavolta ne sono in programma 184 – ma anche molto meno esigente di quella odierna a causa della presenza del solo Sestriere prima dell’ascesa finale e, dunque, a dispetto di un disegno che qualcuno ha giudicato infelice, potrebbe invece risultare molto più dura del previsto, con distacchi al traguardo ben maggiori di quelli fatti registrare il giorno dell’impresa del “Cannibale”.
In questo terzultimo giorno di gara la carovana si radunerà presso la reggia di Venaria Reale, la residenza di caccia voluta dal Duca Carlo Emanuele II di Savoia che ha ospitato il “Big Start” del Giro nel 2011, quando la corsa rosa scattò da Torino, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, con una cronometro a squadre vinta dalla HTC-Highroad, formazione statunitense che si sciolse al termine di quella stagione. Nel tratto da percorrere fuori gara verso il “chilometro 0”, l’effettivo avvio della tappa, i corridori transiteranno lungo i confini di un’altra tenuta venatoria sabaudia, il Parco della Mandria, oggi area naturale protetta nel cui cuore si erge un castello, celebre per esser stato il nido d’amore di Re Vittorio Emanuele II e della sua consorte morganatica Rosa Vercellana. I primi 20 Km si snoderanno dritti in direzione delle montagne del Canavese, percorrendo in dolce falsopiano ascendente la statale che conduce a Lanzo Torinese, il principale centro delle tre “Valli di Lanzo”: la più settentrionale è la Val Grande, quella mediana è la Val d’Ala mentre il gruppo risalirà il tratto iniziale della più meridionale delle tre, la Valle di Viù, percorrendo la quale è possibile arrivare in auto fino al Lago di Malciaussia mentre gli escursionisti possono raggiungere anche il Lago della Rossa, la cui diga è la più alta d’Europa, costruita a una quota di 2718 metri. I “girini”, come detto, percorreranno solo il primo tratto di valle e poi, appena attraversato il comune di Viù – conosciuto dagli appassionati di “bob kart” in quanto sede sin dal 1959 di un gran premio di questa particolare gara che ricorda le “Soapbox Race” americane – svolteranno a sinistra per tornare verso Torino attraverso il Colle del Lys. È un’ascesa inedita per la corsa rosa, che sarà affrontata dal suo versante più pedalabile (13,8 Km al 4,3% con un tratto intermedio di 5,4 Km al 7,1%) e che vedrà i corridori in vetta transitare prima davanti all’omonimo e panoramico rifugio – set nel 2013 di una scena del film “Aspirante Vedovo” con Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto, remake di un quasi omonimo film del 1959 con Alberto Sordi e Franca Valeri – e poi al cospetto del monumento che ricorda i 26 partigiani che lassù furono catturati e fucilati dai tedeschi il 2 luglio del 1944. Pendenze molto più sostenute – sono 13 Km al 6,7% – presenterà la discesa sull’altro versante, che ricondurrà la corsa in pianura dopo il passaggio da Almese, centro presso il quale negli anni ’80 sono stati rinvenuti i resti di una villa eretta in epoca romana a breve distanza dalla strada consolare che da Augusta Taurinorim (Torino) conduceva prima a Segusium (l’attuale Susa) e poi al Mons Matrona, il valico che oggi chiamiamo Monginevro. Sarà proprio questa la direzione che ora andrà a imboccare il gruppo, che prima di arrivare all’appuntamento con il Colle delle Finestre dovrà percorrere una trentina di chilometri agevoli, toccando all’inizio di questo tratto Sant’Ambrogio di Torino, il centro nel cui territorio comunale ricade uno dei monumenti simbolo della regione Piemonte, l’Abbazia di San Michele della Chiusa, costruita tra il X e il XIII secolo sulla cima del monte Pirchiriano e che è più nota con il nome di “Sacra di San Michele”. Alle porte di Susa, che in quest’occasione non sarà attraversata dalla corsa ma il giorno successivo ospiterà la partenza del tappone di Cervinia, si attaccherà l’atteso Colle delle Finestre, che proprio all’inizio propone il suo tratto più aspro (14%), unica impennata di una salita che sale sempre costante attorno al 9% per 18 chilometri e mezzo, movimentata da ben 44 tornanti e resa unica dallo sterrato che s’incontrerà negli ultimi 7,8 Km, un fondo che un tempo caratterizzava l’intera strada, tracciata nel XVIII secolo dal genio militare per collegare le numerose fortificazioni erette su quelle montagne: tra queste la più celebre è quella monumentale di Fenestrelle, mentra un’altra, oggi in cattivo stato di conservazione , era stata innalzata nel 1891 proprio in prossimità del valico. Raggiunta la Cima Coppi dell’edizione 2018 – un “titolo” che al Fineste era toccato anche nel 2015, quando lo speciale premio dedicato al Campionissimo fu conquistato dallo spagnolo Mikel Landa – si ritroverà l’asfalto nella ripida discesa verso la Val Chisone, dove si attraverserà Pragelato, la località di sport invernali che ospita lo Stadio del Trampolino, costruito per le Olimpiadi Invernali del 2006 e successivamente utilizzato anche in occasioni di gare della Coppa del Mondo di combinata nordica e di Coppa del Mondo di salto con gli sci. A questo punto già da qualche chilometro si sarà ripresi a salire per affrontare i 16,2 Km al 3,8% che conducono al Sestriere, inserito per la prima volta nel percorso del Giro nel 1911, quando ancora non esisteva la celeberrima stazione di sport invernali, sviluppatasi negli anni ’30 su iniziativa del fondatore della FIAT Giovanni Agnelli (padre dell’avvocato), e questo era ancora un semplice valico di passaggio sfruttato sin dal tempo dei romani, epoca nella quale vi era stata posizionata la “petram sextarium”, il cippo miliare dal quale poi derivò il nome di Sestriere.
In discesa, tra le due strade possibili, s’è scelto di percorrere il vecchio itinerario che transita per Sauze di Cesana, località di villeggiatura situata all’imbocco della solitaria Valle Argentera, frequentata sia d’estate, sia d’inverno, quando le sue cascate ghiacciano e gli appassionati di sci fuoripista trovano parecchio pane per i loro denti. Ufficialmente la discesa avrà termine con il passaggio da Cesana Torinese – il paese del quale secondo alcuni studiosi sono originari gli antenati del celebre pittore francese Paul Cézanne, il cui cognome altro non sarebbe che una “francesizzazione” del toponimo Cesana – anche se poi si continuerà a perdere quota più gradatamente percorrendo la statale del Monginevro in direzione di Oulx, nel cui borgo superiore si trova la medioevale Torre Delfinale, detta anche “dei Saraceni” e restaurata da non molti anni. È da questo centro che ha inizio il falsopiano di una dozzina di chilometri che, costeggiando l’autostrada diretta al traforo stradale del Frejus (aperto nel 1980 affiancandosi a quello ferroviario, in esercizio fin dal 1871), condurrà la corsa nel cuore di Bardonecchia, una delle stazioni sciistiche più “anziane” d’Italia, nell’inverno del 1904 teatro delle prime gare. Oggi ben due comprensori ricadono all’interno del comune piemontese e uno di questi è realizzato sulle pendici dello Jafferau, il monte che accoglierà le ultime fasi di gara e sulla cui cima si trovano gli scarsi resti dell’omonima batteria, seconda fortezza più alta della catena alpina (2775 metri), costruita 120 anni fa con lo scopo di poter colpire da lontano la vicina Francia. Altri tempi, altri bellicismi, oggi scongiurati dal trattato di pace firmato con la Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e che prevedeva di bombardare e distruggere il forte. Ma sul far della sera del 25 maggio 2018 su quelle pendici si tornerà cruentemente a battagliare, stavolta per la pacifica conquista della Rosa.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Col San Giovanni (1116 metri). Valicato dalla SP 197 “del Colle del Lys” nel corso della salità da Viù al Colle del Lys.

Colle del Lys (1311 metri). Aperto tra i monti Arpone e Pelà, è valicato dalla SP 197 “del Colle del Lys” e mette in comunicazione Viù con Almese. Talvolta il suo nome viene scritto “Lis”.

Colletto di Meana (1455 metri). Valicato dalla SP 172 “del Colle delle Finestre”, che mette in comunicazione Meana di Susa con Fenestrelle passando per il Colle delle Finestre. Il valico si trova sul versante di Meana (quello che il Giro affronterà in salita) e s’incontra nel punto nel quale inizia il tratto sterrato. Quotato 1456 sulle cartine del Giro 2018.

Colle delle Finestre (2176 metri). Quotato 2178 sulle cartine del Giro 2018, è costituito dai monti Carlei e Pintas ed è valicato dalla SP 172 “del Colle delle Finestre”, che mette in comunicazione Meana di Susa con Fenestrelle. Il Giro d’Italia l’ha valicato per la prima volta il 28 maggio del 2005, nel finale della tappa Savigliano – Sestriere, che vide Danilo Di Luca transitare primo in vetta mentre il successo di giornata andò al venezuelano José Rujano. Successivamente si è tornati sul Finestre in altre due occasioni, sempre con il traguardo finale fissato al Sestriere: nel 2011, partendo da Verbania, il bielorusso Vasil’ Kiryenka fece man bassa conquistando prima il GPM e poi il traguardo di tappa; nel 2015 la tappa, partita da Saint-Vincent, sarà dominata dagli Astana con Mikel Landa primo sul Finestre e Fabio Aru vincitore di tappa bissando il successo conseguito ventiquattrore prima a Cervinia.

Colle di Sestriere (2033 metri). È un’ampia depressione che separe il Monte Fraitève e dalla Punta Rognosa di Sestriere. Vi transita la SS 23 “del Colle di Sestriere” tra Cesana Torinese e Pragelato. Da Cesana vi sale anche il vecchio tracciato della statale, che transita per Sauze di Cesana e che quest’anno sarà percorsa in discesa dai “girini”. È quotato 2035 sulle cartine del Giro, dov’è riportata l’erronea grafia francese spesso utilizzata di Sestrière. La corsa l’ha superato per la prima volta nel 1911, nel corso della Mondovì – Torino vinta dal francese Lucien Georges Mazan, più conosciuto con il soprannome di “Petit Breton”. Dal 1933, anno dell’istituzione della classifica GPM, è stato inserito 16 volte sul tracciato della corsa rosa: l’ultimo conquistatore è stato Fabio Aru, vincitore della Saint-Vicent – Sestriere nel 2015.

FOTOGALLERY

Reggia di Venaria Reale

Castello della Mandria

Lanzo Torinese, Ponte del Diavolo

Valle di Viù, Lago di Malciaussia

Lago della Rossa

Il rifugio del Colle del Lys in notturna nel film “Aspirante vedovo” (www.davinotti.com)

Il rifugio del Colle del Lys in notturna nel film “Aspirante vedovo” (www.davinotti.com)

Il rifugio del Colle del Lys in notturna nel film “Aspirante vedovo” (www.davinotti.com)

Lo scollinamento del Colle del Lys con il monumento ai partigiani caduti nell’eccidio nazista

Resti della villa romana rinvenuta alle porte di Almese

La Sacra di San Michele vista da uno degli ultimi tornanti della discesa dal Colle del Lys

Sacra di San Michele

Un tratto sterrato del Colle delle Finestre

Vista aerea sullo scollinamento del Colle delle Finestre; al centro si riconosce uno scorcio del Forte

Pragelato, Stadio del Trampolino

Sestriere, il piazzale intitolato a Giovanni Agnelli senior

Sauze di Cesana, testata della Valle Argentera

Oulx, Torre Delfinale

Bardonecchia, Forte Bramafam

Bardonecchia, Palazzo delle Feste

Spettacolare vista dai resti della Batteria Jafferau e, in trasparenza, l’altimetria della diciannovesima tappa del Giro 2018 (Google Street View)

Spettacolare vista dai resti della Batteria Jafferau e, in trasparenza, l’altimetria della diciannovesima tappa del Giro 2018 (Google Street View)

ABBIATEGRASSO – PRATONEVOSO: MONTAGNA SÌ, MA OCCHIO ALLA PIANURA

Tanta, tantissima pianura caratterizza la prima delle tre frazioni di montagna finali. Quello che, a prima vista, appare come un “neo” potrebbe rivelarsi un valore aggiunto se qualche squadra dovesse partire agguerrita da Abbiategrasso. In passato ci furono campioni che riuscirono a infuocare sin dall’avvio tappe disegnate come questa, con il risultato di spremere gli avversari ben prima che si arrivasse sulle salite, dopo la classifica esplose letteralmente. E poi c’è la cabala a provocare un sottile brivido sulla pelle dei corridori: chi ha vinto a Pratonevoso si è poi sempre imposto nella classifica finale del Giro!

Giudicare l’altimetria di una tappa come quella di Pratonevoso è un po’ come osservare un bicchiere di vino ricolmo a metà, con tutti i punti di vista connessi. C’è chi noterà per prima cosa la parte “piena” del bicchiere, che ha i connotati della lunga ascesa finale verso il traguardo, non particolarmente cattiva nelle pendenze, ma sono comunque 14 Km al 6,9% che, a quattro giorni dalla fine di una grande corsa a tappe, possono lo stesso far molto male perché ci sono corridori di punta che patiscono la terza settimana di gara mentre più o meno tutti dovranno fare i conti con le energie in progressivo declino.
Altri, invece, coloro che per loro natura sono abituati a notare per prima cosa il bicchiere “mezzo vuoto”, punteranno il dito sui 180 Km precedenti, nei quali la pianura regnerà quasi dappertutto sovrana, tranne un paio di sporadiche occasioni. Sono critici dal palato fine, che sostengono che tappe simili vanno bene a inizio corsa mentre per il finale di un grande giro “reclamano” percorsi più consistenti che prevedano più colli da affrontare in successione perché è a questo punto della corsa che emergono i campioni con gli attributi. Ma tutta quella pianura potrebbe anche non rivelarsi un punto a sfavore per la prima tappa del trittico finale e, anzi, potrebbe anche rivelarsi determinante se ci saranno all’avvio da Abbiategrasso corridori e squadre con intenzioni bellicose a livello classifica. Merckx e Hinault, per esempio, con l’aiuto dei loro compagni di squadra spesso trasformavano in vere e proprie “corride” quelle che, altrimenti, sarebbero state estenuanti e piattissime marce d’avvicinamento alle ascese finali, tenendo sempre elevata la velocità e facendo così giungere gli avversari già stanchi ai piedi delle salite. C’è un precedente al proposito che avvenne in una tappa molto simile a quella odierna, datato 2 giugno 1982, e che ha come protagonista il francese Bernard Hinault. Il corridore transalpino, che quell’anno prendeva parte per la prima volta in carriera al Giro, aveva conquistato la maglia rosa già nella cronosquadre d’apertura di Milano e poi, dopo averla ceduta a Bonnet, Fignon e Moser, l’aveva ritrovata nel tappone appennico di Roccaraso, conservandola sino alla prima frazione alpina di San Martino di Castrozza. Il giorno successivo, primo giugno, i piani del francese saltarono, però, sulla salita del Passo Croce Domini, inserita nel finale della Fiera di Primiero – Boario Terme che vide il varesino Silvano Contini fare doppietta, vincendo la tappa e prendendo la maglia rosa con un distacco molto importante su Hinault, ora secondo in classifica a 2’14”. Il 2 giugno si correva una tappa brevissima e tutta pianeggiante fino ai piedi dell’ascesa finale, soli 85 Km da Piamborno a Montecampione, in previsione della quale Bernard organizzò una levataccia per i suoi compagni di squadra, portandoli a compiere un allenamento a tutta velocità. Così al via da Piamborno i corridori della Renault si presentarano molto più “caldi” e carichi degli avversari e nel tratto pianeggiante continuarono a proporre i ritmi del loro allenamento “privato”: il risultato fu una vera e propria “esplosione” del gruppo sulla salita finale (molto più breve rispetto a quella dell’impresa di Pantani nel 1998), in cima alla quale Hinault si presentò tutto solo, riprendendosi definitivamente la maglia rosa con gli interessi. Infatti, se prima di Boario il ritardo di Contini dal primato era di 26 secondi appena, ora il divario era accresciuto a 1’41”.
È dunque una frazione solo apparentemente disegnata con scarsa lungimiranza quella che vedrà i corridori partire da Abbiategrasso e, superato il corso del Ticino, giungere a una decina di chilometri del via a Vigevano, il capoluogo della Lomellina celebre per la sua bellissima Piazza Ducale, realizzata in epoca rinascimentale su iniziativa di Ludovico il Moro per fungere da spettacolare ingresso al Castello Sforzesco, la cui torre realizzata dal Bramante alla fine dell’ottocento fu presa a modella per la ricostruzione della torre del castello di Milano, che era andata perduta a causa dello scoppio di un deposito di polvere da sparo.
Il tratto successivo, l’ultimo in terra di Lombardia per il 101esimo Giro d’Italia, vedrà i corridori pedalare nel caratteristico paesaggio delle risaie in direzione di Mortara, l’antica “Selva bella” (Pulchra Silva), che poi diventerà “Mortis ara” (altare della morte) in memoria degli oltri 70000 caduti nella cruenta battaglia combattuta il 12 ottobre 773 tra le truppe di Carlo Magno e quelle del re longobardo Desiderio sul luogo dove fu successivamente costruita un’abbazia dedicata a Sant’Albino, divenuta in epoca medioevale una tappa della Via Francigena. Prima di sbarcare in Piemonte la corsa rosa toccherà anche i centri di Cozzo – nel cui castello nel 1499 fu ospite il re di Francia Luigi XII – e di Candia Lomellina, poi si varcherà il corso del Po per la seconda e ultima volta quest’anno alle porte di Casale Monferrato, una delle più interessanti città d’arte piemontesi, conosciuta anche per una delle più celebri sinagoghe d’Italia, costruita nel 1585 in stile barocco dopo che, 25 anni prima, il duca Guglielmo Gonzaga aveva concesso alla locale comunità ebraica la libera professione della loro religione. Dopo il passaggio da Casale s’interromperà per una decina di chilometri la linearità del grafico altimetrico che s’incresperà leggermente nell’attraversare i colli del Monferrato, dove si dovranno superare in rapida successione tre brevi “zampellotti”, un poco puntuto tridente che ha i suoi apici nei passaggi da Vignale Monferrato, Montemagno e Castagnole Monferrato: tra i primi due la corsa sfiorerà il colle sul quale si trova il centro di Altavilla Monferrato, passando proprio accanto a un vecchio deposito dei tram, oggi utilizzato come parcheggio dalla locale società di autolinee ma che ospita anche il piccolo Museo dei Tramway a Vapore, inserito nel circuito dell’Ecomuseo del Basso Monferrato Astigiano.
Ripresa la pianura, la prossima meta del gruppo sarà proprio la città di Asti, conosciuta non solo per i suoi vini ma anche per il Palio che vi si tiene annulmente fino dal XII secolo e che dal 1988 ha il suo “campo” nella centralissima piazza dedicata a Vittorio Alfieri, il drammaturgo celebre per la frase “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli“, vergata in una lettera che l’Alfieri inviò al collega poeta toscano Ranieri de’ Calzabigi. Il successivo tratto si svolgerà nel lungo “corridoio naturale” della valle del Tanaro che funge da collegamento tra il Monferrato e le Langhe, lasciando ai margini del tracciato le colline sulle quali sorgono centri abitati come Guarene, il cui sontuoso castello fa bello sfoggio di sé in alcune scene del film storico “Ferdinando e Carolina”, anche questo firmato dalla regista romana Lina Wertmüller.
La corsa rosa transiterà quindi per Alba, cittadina che inebria il visitatore non solo con i nettari prodotti in queste terre ma anche con l’aroma del Tarfufo Bianco – al quale è annualmente dedicata una fiera che si tiene tra i mesi di ottobre e novembre – e con le leccornie preparate con le nocciole della varietà “Tonda Gentile delle Langhe”. Sono i vini, però, a farla da padrone a queste latitudini e in particolare nella vicina Grinzane Cavour, il cui castello medioevale, appartenuto alla famiglia del primo Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, oggi ospita la più prestigiosa enoteca del Piemonte. Non meno nota è la vicina Barolo, che il gruppo sfiorerà al termine del secondo settore pianeggiante di questa frazione, al momento d’affrontare l’unico GPM intermedio previsto dal tracciato; molto pedalabile, la salita condurrà in poco più di 5 Km inclinati al 4,6% al piccolo borgo di Novello, nei cui vigneti dalla metà degli anni ‘90 è ripresa la coltivazione di un vitigno unico e raro, il Nascetta. Ritrovato il corso del Tanaro al termine della discesa, bisognerà poi percorrere altri 40 Km privi di difficoltà prima di arrivare ai piedi di Pratonevoso, nei quali la pianura avrà stavolta il formato d’un interminabile falsopiano in leggerissima pendenza. In questa fase si lascerà il territorio langarolo a Carrù, centro nel quale si trova una delle cinque “panchine giganti” realizzate dal designer statunitense Chris Bangle, che ha lavorato nel settore automobilistico fino al 2009 – in Fiat, Alfa Romeo e Bmw – e dopo aver lasciato quest’attività, si è trasferito nel vicino centro di Clavesana, da dove dirige una società a suo nome che opera nel campo del design.
L’ultima grande cittadina attraversata nel corso della frazione sarà Mondovì che, a poco meno di 30 Km dalla conclusione, accoglierà il gruppo nella piazza centrale del Breo, il quartiere d’aspetto prevalentemente moderno che sorge ai piedi del nucleo storico della medioevale Mons Regalis, detto Piazza, i cui monumenti sono in gran parte “firmati” dall’architetto monregalese Francesco Gallo, che per il suo paese natale progettò la Cattedrale di San Donato mentre nella vicina Vicoforte lascerà una delle sue opere più celebri, la cupola ellittica – la più grande del mondo – dell’omonimo santuario.
A Frabosa Sottana terminerà finalmente l’attesa e si andrà all’attacco dell’ascesa finale, 14 Km che hanno sempre sorriso a 32 denti al Giro d’Italia, perché chi si è imposto a Pratonevoso poi ha sempre vinto il Giro. È successo nel 1996, quando la corsa rosa si spinse per la prima volta sulle pendici del Monte Mondolè, con il successo di Pavel Tonkov che sulla montagna cuneese indosserà quella maglia rosa che, a parte il breve e traballante interregno dello spagnolo Olano sulle Dolomiti, vestirà sino a Milano. La cabala si ripeterà nel 2000, quando a imporsi lassù sarà Stefano Garzelli, ancora senza indosso la rosa che farà sua due giorni più tardi, alla vigilia della conclusione meneghina, dopo la cronoscalata del Sestriere. Sarà così anche nel 2018?

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Colla del Prel (1615 metri). Negli anni ’60 vi è stata realizzata la stazione di sport invernali di Pratonevoso, amministrativamente appartente al comune di Fabrosa Sottana. La tappa si conclude poche centinaia di metri prima di giungere al valico vero e proprio, nello stesso luogo dove terminò la tappa del 2000 vinta da Garzelli. Nel 1996, invece, si arrivò presso il piazzale situato circa 2 Km più a valle, all’ingresso della stazione invernale, nello stesso luogo dove nel 2008 giungerà una frazione del Tour de France vinta dall’australiano Simon Gerrans, finora unico caso nel quale la “cabala” non si avverò perché a imporsi in quell’edizione della Grande Boucle fu lo spagnolo Carlos Sastre.

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Abbiategrasso, Basilica di Santa Maria Nuova

La torre del Bramante svetta sulla Piazza Ducale di Vigevano

Mortara, abbazia di Sant’Albino

Castello di Cozzo

La sinagoga di Casale Monferrato

Vignale Monferrato

Altavilla Monferrato, la sede del Museo dei Tramway a Vapore

Asti, Palazzo Alfieri, dimore natale del drammaturgo e poeta Vittorio Alfieri

Il castello di Guarene fa da sfondo ad una scena del film “Ferdinando e Carolina” (www.davinotti.com)

Il castello di Guarene fa da sfondo ad una scena del film “Ferdinando e Carolina” (www.davinotti.com)

Il castello di Guarene fa da sfondo ad una scena del film “Ferdinando e Carolina” (www.davinotti.com)

La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba

Castello di Grinzane Cavour

Barolo, Castello Falletti di Barolo

Carrù, la Panchina Gigante progettata dal designer Chris Bangle

Mondovì, Cattedrale di San Donato

Santuario di Vicoforte

Spettacolare panorama invernale di Pratonevoso con il Monviso sullo sfondo e, in trasparenza, l’altimetria della diciottesima tappa del Giro 2018 (www.pratonevoso.com)

Spettacolare panorama invernale di Pratonevoso con il Monviso sullo sfondo e, in trasparenza, l’altimetria della diciottesima tappa del Giro 2018 (www.pratonevoso.com)

RIVA DEL GARDA – ISEO: VINO ANDANTE MA NON TROPPO

Quest’anno la “wine stage” non sarà accompagnata dal ticchettio dei cronometri, che il giorno prima avranno sancito importanti verdetti lungo l’asse Trento-Rovereto. La tappa dei vini si correrà in linea e sarà una frazione sulla carta destinata ai velocisti ma che potrebbe riservare anche qualche sorpresa. La salita di Molina di Ledro in partenza, infatti, potrebbe ispirare le fughe da lontano e magari anche il tentativo di qualche corridore intenzionato a recuperare fin da subito il terreno perduto a cronometro. Fantaciclismo? No, a rileggere le cronache d’un Giro di 26 anni fa…

La “wine stage” quest’anno sarà servita liscia e non avrà il solito aspetto di un’appassionante sfida contro l’orologio ma quello di una tappa secondaria, di quelle che di primo acchito si definiscono di “trasferimento”, collocata come un cuscinetto tra la crono di Rovereto e il trittico sulle alpi occidentali che definirà la classifica generale e che comincerà 24 ore più tardi con l’arrivo in salita a Pratonevoso. Vista l’altimetria vien subito da preconizzare un arrivo allo sprint come più probabile conclusione di questa frazione che, però, potrebbe anche riservarci inattese emozioni. Infatti, pur con diverse differenze, il tracciato da percorrere tra Riva del Garda e Iseo ricorda quello di una tappa disputata al Giro del 1992 e che non si rivelò per nulla tranquilla per la maglia rosa di turno, il grande Miguel Indurain. Quel giorno pure si partiva dalla località trentina sulle spone del Benaco per arrivare a Palazzolo sull’Oglio e il percorso nei primi 100 Km quasi coincideva con quello odierno, con l’ascesa al Passo del Cavallo al posto del GPM di Lodrino mentre anche in quell’occasione si saliva a Molina di Ledro subito dopo il via e a San Giovanni di Polaveno al termine di questo primo tratto di gara. Completamente diverso era il finale ma, allora come oggi, era previsto un circuito finale tra i vigneti della Franciacorta, caratterizzato da un profilo dolcemente vallonato ma privo di vere e proprie salite. Quel giorno vinse il francese François Simon ma poco ci importa l’ordine d’arrivo, ci interessa di più cosa avvenne sulla lunga salita da affrontare in avvio – 10 Km al 5,5% – ovvero un attacco a 7 Km dalla partenza al quale presero parte il secondo della classifica generale (Conti), il terzo (Chiappucci), il quarto (Giovannetti) e il settimo (Chioccioli), mentre non c’era la maglia rosa Indurain e questo fu una sorpresa anche perché fino a quel momento si era visti ben pochi attacchi al vertice e la corsa rosa si era rivelata agonisticamente abbastanza deludente, parzialmente salvata dai tentativi di Chioccioli. Il campione navarro, nonostante il prezioso aiuto apportatogli dallo statunitense Hampsten, faticò non poco a rintuzzare l’attacco e gli occorsero ben 40 Km per completare l’inseguimento alle “lepri”, che avevano raggiunto un vantaggio di poco superiore al minuto, spremendo il gruppo al punto che poi questi non ebbe più la forza per reagire al successivo tentativo di fuga, stavolta apportato da corridori di seconda schiera lontani dai piani alti della classifica, che riuscì ad andare al traguardo dove, come abbiamo detto, s’impose il transalpino Simon. Sull’esito della diciassettesima tappa del 101° Giro d’Italia, dunque, potrebbe pesare la particolare situazione in classifica che si avrà all’uscita della cronometro di Rovereto e che, memori della giornata sportiva vissuta 26 anni fa, potrebbe nuovamente ispirare un tentativo sulla salita iniziale verso la valle di Ledro, iscritta nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO per il sito archeologico palafitticolo scoperto nel 1929 grazie a un temporaneo abbassamento del livello delle acque del Lago di Ledro. Dopo lo scollinamento della salita di Molina, a tutto vantaggio degli eventuali attaccanti inizierà un tratto in quota di una decina di chilometri nel corso del quale l’itinerario di gara toccherà Bezzecca, celebre per l’Obbedisco con il quale il 9 agosto del 1866 Giuseppe Garibaldi, che qui si trovava dopo avervi vinto alcune settimane prima la Battaglia di Bezzecca a capo del Corpo Volontari Italiani, rispose al telegramma del generale Alfonso La Marmora che lo invitava ad arrestare la sua marcia in direzione di Trento, episodio della Terza Guerra di Indipendenza. Raggiunte le sponde di un altro specchio lacustre, il piccolo laghetto d’Ampola, inizierà la discesa che porterà la corsa nella valle del fiume Chiese, dove il tracciato diventerà pianeggiante per circa 25 Km, tratto a cavallo del quale la corsa rosa lascerà il Trentino per passare in Lombardia. La regione natale del Giro, che quest’anno non toccherà la sua “culla” Milano, accoglierà la corsa sulle sponde del Lago d’Idro, dove i “girini” transiteranno ai piedi della Rocca d’Anfo, forticazione eretta sul Monte Censo nel XV secolo dalla Repubblica di Venezia, utilizzata nel corso dei secoli utilizzata anche come santabarbara e carcere. Dopo Vestone si lasceranno le rotte percorse nella citata tappa del 1992, che a questo punto proseguiva verso Barghe e Lumezzane, per elevarsi dal fondovalle del Chiese verso i 735 metri dell’abbordabile valico della Cocca di Lodrino (6 Km al 5,2%), raggiungendolo dal versante che sfiora il Parco delle Fucine di Casto, all’interno del quale si trovano spettacolari cascatelle e percorsi attrezzati con zip lane, ponti tibetani e pareti per arrampicate. Si scenderà poi in Val Trompia, la centrale tra le “tre valli bresciane” (le altre sono la Val Sabbia e la Val Camonica), famosa fin dall’antichità per le sue miniere di ferro, oggi non più estratto ma ancora lavorato nei centri della valle e in particolare a Lumezzane. Da queste parti non si “forgiano” solo manufatti in ferro ma anche campioni e lo ricorda la cronoscalata che da Gardone Val Trompia conduce ai Prati di Caregno: organizzata per la prima volta nel 1972, questa corsa riservata a quelli che un tempo erano definiti “dilettanti” è spesso un’osservata speciale da parte dei dirigenti delle squadre professionistiche alla ricerca di futuri talenti come fu, per esempio, il vincitore dell’edizione 1989 Ivan Gotti, che passerà nella massima categoria due anni più tardi e che s’imporrà in due edizioni del Giro d’Italia. Dopo Gardone – dove si trovano la gotica Basilica di Santa Maria degli Angeli e Villa Beretta, che fu a lungo dimora della famiglia dela storica azienda d’armi fondata nel 1526 – si ritroveranno i “binari” della tappa del 1992 ai piedi dell’ultima ascesa che caratterizza il tratto iniziale di questa frazione e che culmina ai 592 metri della frazione San Giovanni del comune di Polaveno, dove si giunge dopo aver affrontato 6 Km di strada inclinata al 4,6%. Più pendente è la successiva picchiata verso Ome (4,5 Km al 7,3%), terminata la quale si entrerà in Franciacorta, terra celebre per i suoi spumanti sulla quale gli studiosi non sono mai riusciti a far chiarezza sull’origine del particolare toponimo. Da qui in avanti le difficoltà altimetriche saranno quasi nulle, con il grafico che si “esibirà” al massimo in dolci falsipiani disegnati tra vigneti che offrono spettacolari visioni verso il Lago d’Iseo e la più grande isola lacustre d’Italia, Montisola, nell’estate del 2016 resa accessibile anche ai pedoni dalla terraferma mediante la celebre “The Floating Piers”, la passerella galleggiante temporanea creata dall’artista bulgaro Christo. Quello era un monumento “provvisorio” aggiuntosi a quelli “stabili” presenti in questa zona, com’è per esempio, proprio all’inizio del tratto franciacortino, l’abbazia di San Nicola, situata alle porte di Rodengo-Saiano e fondata da monaci cluniacensi nell’XI secolo: successivamente sarà totalmente ricostruita a partire dal 1450 da monaci olivetani, ai quali era stata affidata da papa Eugenio IV e ai quali tornerà nel 1969 su iniziativa del pontefice bresciano Paolo VI. Si giungerà quindi a Passirano, centro che un tempo era diviso in due borghi rispettivamente soprannominati Mattina e Sera, con quest’ultimo caratterizzato da un castello che è uno dei meglio conservati della Lombardia. Alle porte di Rovato – paese d’origine del direttore sportivo dell’Astana Giuseppe Martinelli, nativo della frazione di Lodetto – il percorso proseguirà parallelo alla catena del Monte Orfano, “exclave” della catena prealpina completamente circondata dalla pianura padana e che funge da confine naturale tra questa e l’area collinare della Franciacorta. È in questo tratto che la corsa transiterà da Erbusco, centro che per vent’anni tempo ha abbinato il piacere del bere a quello del mangiare grazie al grande chef Gualtiero Marchesi, che vi ha trasferito il suo celebre ristorante dal 1993 al 2013, ospitato all’interno di uno degli hotel più di “charme” della Franciacorta. Raggiunta la vicina Adro, situata ai piedi della massima elevazione di queste “colline che danno vino” (il Monte Alto, 651 metri, non a caso definito il “belvedere della Franciacorta”), la corsa entrerà nel circuito conclusivo tagliando per la prima volta la linea d’arrivo di Iseo quando mancheranno 24 Km alla conclusione, dopo aver costeggiato la zona umida di importanza internazionale delle Torbiere del Sebino, che si possono ammirare dall’alto in film di Lina Wertmüller del 1973, “Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…”. Siamo all’inizio di un finale di gara apparentemente agevole ma che riserverà comunque alcune insidie, sotto la forma di rotatorie, strade a carreggiata ristretta (in particolar modo nell’attraversamento dei borghi) e di passaggi a livello, l’ultimo dei quali sarà superato a 6 Km dall’arrivo. All’inizio del circuito ci sarà il passaggio per Provaglio d’Iseo, il paese dei Gavazzi: non stiamo parlando dell’attuale corridore professionista Francesco Gavazzi (Androni Giocattoli-Sidermec), che ha origini valtellinesi e non ha quindi nessun legame di parentela con Mattia, Nicola e soprattutto il più celebre “Pierino”, che gareggiò tra il 1973 e il 1992 e che si espresse in particolar modo allo sprint, dove conquistò 5 tappe al Giro e la Milano-Sanremo del 1980 precedendo Giuseppe Saronni e Jan Raas. È un’ebbrezza tutta particolare quella sprint – e approfittiamo dell’occasione per ricordarvi che sono nati in Franciacorta altri due grandi velocisti italiani degli anni ’80, Paolo Rosola e “Guidone” Bontempi – che il Giro 2018 tornerà a rivivere qualche chilometro più avanti, al momento di far ritorno sulle sponde del Sebino per la penultima volata della 101a edizione della corsa rosa.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Soglia di Molina di Ledro (655 metri). Quotata 656 metri sulle cartine del Giro 2018, vi transita la SS 240 “di Loppio e di Val di Ledro” nei pressi dell’omonimo abitato. È stata valida come Gran Premio della Montagna nella citata tappa del 1992, quando vi scollinò in testa Giorgio Furlan, e anche nelle fasi iniziali della Rovereto – Brescia del 2002 (vinta da Cipollini), quando conquistò il GPM Alessio Galletti, il corridore tragicamente scomparso tre anni dopo per un attacco cardiaco durante la Subida al Naranco.

Passo dell’Ampola (747 metri). Vi transita la SS 240 “di Loppio e di Val di Ledro” tra l’omonimo lago e Storo.

Sella di Lodrino (735 metri). Quotata 736 metri sulle cartine del Giro 2018 e chiamata anche “Valico della Cocca di Lodrino”, vi transita la SP 3 “Lodrino-Nozza” tra Nozza e Lodrino. Il Giro l’ha scalata due volte, la prima durante la tappa Rovato – Monte Bondone del Giro del 2006, vinta da Ivan Basso, e che vide svettare per primo a Lodrino il colombiano Miguel Ángel Rubiano. L’anno successivo l’ascesa fu inserita nei chilometri iniziali dell’ultima tappa del Giro, Vestone – Milano vinta dall’argentino Maximiliano Ariel Richeze, ma il passaggio in vetta non fu “registrato” non essendo previsto il GPM in quest’occasione.

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

FOTOGALLERY

Riva del Garda

Il Lago di Ledro visto dal Museo delle Palafitte di Molina di Ledro

Il Museo Garibaldino di Bezzecca

Lago d’Ampola

Il Lago d’Idro visto dalla Rocca d’Anfo

Cascata nel Parco delle Fucine di Casto

Gardone Val Trompia, Basilica di Santa Maria degli Angeli

Gardone Val Trompia, Villa Beretta

Rodengo-Saiano, Abbazia di San Nicola (www.scopribrescia.com)

Rodengo-Saiano, Abbazia di San Nicola (www.scopribrescia.com)

Rodengo-Saiano, Abbazia di San Nicola (www.scopribrescia.com)

Castello di Passirano

La catena del Monte Orfano vista dalla Franciacorta

Panorama sulla Franciacorta e sul Monte Orfano visti dalla cima del Monte Alto

Montisola vista dalla “Floating Piers”, la passerella galleggiante installata nell’estate di due anni fa dall’artista bulgaro Christo sulle acque del Lago d’Iseo

Le Torbiere del Sebino viste da Provaglio dIseo come appaiono nel film Film damore e danarchia, ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza... (www.davinotti.com)

Le Torbiere del Sebino viste da Provaglio d'Iseo come appaiono nel film "Film d'amore e d'anarchia, ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza..." (www.davinotti.com)

Provaglio d’Iseo, Monastero di San Pietro in Lamosa

Iseo, Pieve di Sant’Andrea

Vigneti della Franciacorta con vista sul lago d’Iseo e, in trasparenza, l’altimetria della diciassettesima tappa del Giro 2018 (www.hellotaste.it)

Vigneti della Franciacorta con vista sul lago d’Iseo e, in trasparenza, l’altimetria della diciassettesima tappa del Giro 2018 (www.hellotaste.it)

Vigneti della Franciacorta con vista sul lago d’Iseo e, in trasparenza, l’altimetria della diciassettesima tappa del Giro 2018 (www.hellotaste.it)

TRENTO – ROVERETO: TIC-TAC, ROMBANO I CRONOMETRI

Non sarà la solita “wine stage” che gli organizzatori hanno proposto negli ultimi anni. In primis perché stavolta la “tappa dei vini” sarà quella che si disputerà l’indomani sulle strade della Franciacorta; e poi perché la tappa a cronometro disegnata fra Trento e Rovereto presenterà una fisionomia più snella rispetto a quelle proposte dai tracciati ondulati visti tra i vigneti del Sagrantino e del Chianti, che avevano costretto i grandi cronomen a “contenere” le loro cilindrate. Oggi gli scalatori rischiano grosso e i minuti voleranno nei luoghi dove, 100 anni, si spegnevano gli echi delle cannonate della Grande Guerra.

Fino alla scorsa edizione era stata soprannnominata “wine stage” la tappa a cronometro della corsa rosa, in grado di far “perdere la testa” alla classifica. Sarà così anche stavolta, anche se il titolo di “tappa del vino” è stato trasferito a quello della frazione in linea in programma il giorno successivo tra i vigneti della Franciacorta, perché i 34.5 Km che si dovranno percorrere contro il tempo fra Trento e Rovereto potrebbero per davvero stravolgere i piani alti della classifica a tutto vantaggio dei cronomen. I percorsi proposti lo scorso anno sulle strade del Sagrantino in Umbria e nel 2016 nel Chianti erano resi complicati da saliscendi e curve, elementi che strizzavano leggermente l’occhio agli scalatori e che, invece, scarseggeranno nel tracciato predisposto dagli organizzatori nella valle dell’Adige e che è scomponibile in cinque fasi distinte dal punto di vista altimetrico. I primi 15 Km saranno i più snelli per via di un profilo che ricorda quello del mare quando è perfettamente calmo e non è movimento da quelle lievi increspature che, al contrario, si notano nei successivi 9 Km. È a quel punto che si affronterà il tratto più arduo di questa crono che, per continuar a ragionare in termini marinari, è poco più di un’ondata che, trasposta sulla strada, prende la forma di uno strappo lungo poche centinaia di metri e neanche troppo impegnativo, superato il quale l’altrimetria riprendere una fisioniomia dolcemente beccheggiata per circa 4 Km. E poco meno di 4 Km misurerà la quinta e ultima fase di questa tappa, nella quale la strada tornerà quasi perfettamente piatta, con la tendenza leggermente a salire in direzione del traguardo. D’insidie, dunque, la strada ne presenterà ben poche mentre i problemi maggiori potrebbe proporli il vento, correndo in una valle stretta tra le montagne, e abbiamo chiesto di “illuminarci” al proposito a un ex corridore che ben conosce queste terre, il due volte vincitore del Giro Gilberto Simoni: “Il vento cambia a mezzogiorno e soffia verso Trento, verso nord, pressochè costante con le punte forti nel pomeriggio centrale e si fa sentire per poi calare sul tardi, quando scenderanno in strada i primi della classifica. Sicuramente sono avvantaggiati i veri cronomen, un po’ meno quelli che nei grandi giri sopportano più la fatica che la prestazione del momento”. E non sarà l’unico problema quello del vento perché questa tappa si correrà l’indomani del giorno di riposo ed è risaputo che questa sosta “forzata” – il regolamento dell’Unione Ciclistica Internazionale obbliga gli organizzatori a inserirne due (tre quando si parte dall’estero) – viene spesso pagata da quei corridori che mal sopportano i cambi di ritmo imposti dal riposo e che talvolta incappano in giornate di crisi quando si tratta di riprendere la gara.
Scendiamo ora nei dettagli di questa frazione che scatterà dalla centralissima Piazza Duomo e che vedrà i corridori pedalare sul porfido del centro storico di Trento nelle prime centinaia di metri, da affrontare con attenzione in caso di pioggia per la natura scivolosa di questo tipo di pavimentazione stradale. Sbarcati sull’asfalto i “girini” transiteranno quindi di fronte ad una delle più celebri chiese trentine, la Basilica di Santa Maria Maggiore, famosa per aver ospitato la terza sessione del Concilio di Trento, la riunione di cardinali che riformò la Chiesa Cattolica in seguito allo scisma protestante di Martin Lutero. Usciti dal centro cittadino si pedalerà velocemente verso la frazione di Mattarello, presso la quale si trova un complesso fortificato costruito dagli austriaci nella seconda metà del 1800 e che era inserito nel sistema difensivo della “Festung Trient” (Fortezza di Trento): è l’occasione per ricordare che questa sarà la terza e ultima tappa con la quale il Giro ricorderà il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, vincendo la quale l’Italia riuscì ad annettere al regno le città di Trento e Trieste, fino al 3 novembre 1918 – giorno dell’armistizio di Villa Giusti – situate nel territorio dell’Impero austro-ungarico.
A Mattarello ci sarà un “cambio di fronte” anche per i corridori perché si varcherà per l’Adige spostandosi sulla destra orografica del fiume poco prima di giungere al primo dei due punti di rilevamento cronometrico dei distacchi di gara, fissato alle porte di Aldeno, centro che nel periodo della Grande Guerra diede accoglienza a numerosi profughi costretti a lasciare le loro abitazioni perché venute a trovarsi nel bel mezzo della linea di fuoco. Siamo ai piedi del mitico Bondone, al quale da Aldeno sale il meno noto tra i tre versanti d’accesso, realizzato per scopi militari (così come quello più conosciuto che sale da Trento, tracciato nel 1907) e che oggi è asfaltato ma che rimase a lungo sterrato ed è in quella “veste” che il Giro d’Italia lo affrontò il 7 giugno del 1973, nell’unica occasione nella quale la “montagna di Trento” fu “assaltata” da questo lato. La tappa era la Verona – Andalo – vinta da Eddy Merckx, quell’anno maglia rosa sin dalla prima tappa – per la quale fu predisposto un servizio di spargimento di sale sullo sterrato del Bondone perché, essendo questo particolarmente polveroso, si volle evitare in questo modo che si sollevasse un bianco polverone accecante al passaggio di corridori e ammiraglie.
Ritorniamo al presente con il successivo tratto di questa cronometro che vedrà i “girini” fare ingresso in Val Lagarina – terra ugualmente conosciuta per i suoi vini, per non far mancare anche quest’anno una sfaccettatura da “wine stage” alla sfida contro il tempo – attraverso la “stretta dei Murazzi”, che si percorrerà sul lato dell’Adige opposto a quello dove si trovano i centri abitati di Besenello e Calliano, dominati dalla mole di Castel Beseno, il più grande del Trentino-Alto Adige, costruito nel XII secolo e oggi divenuto una delle quattro sedi “esterne” del museo che fa capo al celebre Castello del Buonconsiglio di Trento.
Con il passaggio dai “Murazzi” ha inizio il secondo settore di questa frazione, quello delle dolcissime ondulazioni – praticamente impercettibili – a cavallo delle quali ci sarà il passaggo dal centro di Nomi, presso il quale si trova Palazzo Vecchio, teatro nel 1525 della drammatica uccisione del nobile Pietro Busio, arso vivo durante la cosiddetta “Guerra Rustica” che infiammò l’intero Trentino e che ebbe origine dalla ribellione dei contadini contro la servitù feudale. Poco più avanti, allo scoccare del 26° chilometro di gara ci sarà la seconda postazione di rilevamento degli intermedi che i corridori raggiungeranno subito dopo aver “cavalcato” l’ondata più decisa del tracciato e che sarà posizionata a Nogaredo, centro che ha legato il suo nome ai processi alle streghe che si tennero tra il XVII e il XVIII secolo nel “Castelnuovo”, maniero noto anche con il nome di Castel Noarna e che oggi è sede di un’azienda vinicola biologica.
Quando mancheranno 7 Km alla conclusione i “girini” transiteranno esattamente di fronte a Rovereto, sulla riva opposta dell’Adige rispetto a quella verso la quale si affaccia la città sede d’arrivo, poco prima di giungere a Isera, la capitale enologica della Val Lagarina, celebre in particolare per il Marzemino, vino che incantò Mozart al punto che ne inserirà una citazione nel “Don Giovanni”, quando farà pronunciare al protagonista la fase “Versa il vino! Eccellente Marzemino”. Toccato questo centro, dov’è anche possibile visitare il singolare Museo della Cartolina e ammirare i resti di una villa romana scoperta poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, inizierà uno dei tratti più veloci dell’intero tracciato, una discesa di quasi un chilometro che terminerà in corrispondenza del secondo e ultimo passaggio sull’Adige. Nel corso della breve planata si raggiungerà anche il “giro di boa” del tracciato, che fin lì si era costantemente snodato in direzione sud e che tornerà a far pedalare i corridori verso nord nei conclusivi 3,7 Km, durante i quali la strada tornerà pianeggiante, anche se non perfettamente perché negli ultimi 3700 metri si dovrà in concreto superare un modesto dislivello, che non raggiunge i 30 metri complessivi ma che potrebbe pesare leggermente nelle gambe di quei corridori che avranno osato troppo nei velocissimi tratti precedenti.
Oggi la battaglia sarà a colpi di minuti in quella che, persi per una volta i connotati della “wine stage”, potrebbe rivelarsi a tutti gli effetti una “war stage” in grado di cambiare la faccia della classifica a poche ore dal trittico alpino che decreterà definitivamente le sorti del 101° Giro d’Italia.

Mauro Facoltosi

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Trento, Piazza Duomo

Trento, Basilica di Santa Maria Maggiore

Una delle strutture del Forte di Mattarello e, sullo sfondo, l’abitato di Aldeno (www.trentinograndeguerra.it)

Una delle strutture del Forte di Mattarello e, sullo sfondo, l’abitato di Aldeno (www.trentinograndeguerra.it)

A Mattarello si transita per la prima volta sul fiume Adige in direzione del Monte Bondone

La stretta dei Murazzi e, in alto a sinistra, Castel Beseno

Nomi, Palazzo Vecchio

Nogaredo, Castel Noarna

Rovereto vista dai vigneti del Marzemino che sovrastano Isera

Il secondo ed ultimo passaggio sull’Adige a poco meno di 4 Km dall’arrivo

Il cortile del MART (Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto), presso il quale si concluderà la tappa

Rovereto, Campana dei Caduti

Un cannone “sorveglia” l’ingresso al Museo storico italiano della guerra, ospitato nel Castello di Rovereto, e, in trasparenza, l’altimetria della sedicesima tappa del Giro 2018 (www.tiamotrentino.it)

Un cannone “sorveglia” l’ingresso al Museo storico italiano della guerra, ospitato nel Castello di Rovereto, e, in trasparenza, l’altimetria della sedicesima tappa del Giro 2018 (www.tiamotrentino.it)

TOLMEZZO – SAPPADA: RITORNO SUL LUOGO DEL MISFATTO

Dopo lo Zoncolan arriva il turno delle Dolomiti, quest’anno solo sfiorate dal Giro in occasione di una frazione che riporeterà la corsa rosa a Sappada 21 anni dopo la storica tappa del tradimento di Stephen Roche ai danni del capitano in rosa Roberto Visentini. Pur non essendoci i pressuposti per definirla “tappone”, anche questa frazione potrà lasciare il segno in classifica se la corsa si accendesse in un finale di gara che propone tre ascese consecutive, non durissime ma abbastanza da creare un po’ di selezione, che potrebbe essere acuita dalla fatica accumulata il giorno prima.

La voce Sappada potrebbe entrare nei dizionari d’italiano come sinonimo di tradimento. È questo, infatti, il primo termine che viene in mente all’appassionato di ciclismo nell’udire il nome della località di sport invernali “ex veneta”, dallo scorso 16 dicembre tornata al Friuli-Venezia Giulia, regione alla quale era già era appartenuta sino al 1852. Non è questo il tradimento al quale abbiamo fatto accenno ma quello che si concretizzò il 6 giugno del 1987 in occasione della tappa del Giro che si correva tra Jesolo e, per l’appunto, Sappada. Quell’edizione della corsa rosa era scattata due settimane prima da Sanremo esattamente come si era conclusa quella precedente poiché era stato il vincitore uscente Roberto Visentini a imporsi nel prologo disegnato da Vincenzo Torriani sul lungomare della “città dei fiori”. Il campione bresciano ancora non immaginava di covare una serpe in seno, vale a dire il compagno di squadra irlandese Stephen Roche, che il giorno successivo vincerà la cronodiscesa dal Poggio, poi vestirà la maglia rosa grazie al successo della Carrera nella cronosquadre del Lido di Camaiore, supererà indenne il primo arrivo in salita al Terminillo e quindi manterrà le insegne del primato per una decina di giorni, fino alla cronoscalata di San Marino nella quale Visentini ristabilirà le gerarchie imponendosi con oltre un minuto sull’elvetico Rominger, mentre Roche accuserà ben 2’47”. Fin lì, però, era andato tutto come previsto in casa Carrera e dopo San Marino il bresciano era tornato a comandare dall’alto la classifica con l’irlandese sceso al secondo posto con 2’42” di ritardo e, quel che ancora non si sapeva, ancora con l’acquolina in bocca per la rosa appena lasciata. Quarantottore più tardi si correra la prima tappa alpina, 224 Km chilometri per andare dal mare alla montagna, da Jesolo a Sappada, affrontando quale prima difficoltà altimetrica l’ascesa alla Forcella di Monte Rest, nella cui discesa avvenne il primo atto del “misfatto”, un attacco a due voci una delle quali era proprio l’ex capoclassifica. Raggiunti fino a 1’15” di vantaggio, i due fuggitivi furono ripresi ai piedi dell’asperità successiva, la Sella Valcalda, e proprio lì partì il secondo affondo dell’irlandese, con il quale stavolta rimansero parecchi uomini di classifica. E Visentini crollò, prima fisicamente e poi psicologicamente, e l’ascesa finale verso il traguardo divenne per lui un vero e proprio calvario che lo porterà a tagliare la linea d’arrivo quasi 7 minuti dopo il vincitore, il corridore olandese Johan van der Velde. Da lì in poi il Giro correrà sul sottile binario della polemica, con la Carrera letteralmente spaccata in due fazioni, una pro Visentini e l’altra votata alla causa di Roche, che vincerà il Giro e poi si riabiliterà alla grande imponendosi nella stessa stagione nel Tour de France e nel mondiale, un “en plein” che in carriera prima di lui era riuscito solo al grande Eddy Merckx e che in seguito nessun altro riuscirà a emulare.
È dunque con il “brivido” di questo ricordo che il gruppo si schiererà al via della tappa che riporterà la corsa rosa a Sappada, al termine di una frazione solo apparentemente poco impegnativa. Pur mancando grandissime ascese gli ultimi 40 Km non presenteranno momenti di riposo tra una salita e l’altra – che, invece, erano presenti nel finale della tappa dello Zoncolan – e chi non avesse ancora smaltito le fatiche del giorno precedente potrebbe pagare un salato tributo in classifica.
Si partirà da Tolmezzo e, lasciato il capoluogo della Carnia, nei primi 50 Km si risalirà il tratto iniziale del corso del Tagliamento, pedalando in direzione del centro di Ampezzo, che fu la capitale della Repubblica libera della Carnia, costituita dai partigiani il primo agosto del 1944 e spazzata via l’8 ottobre dello stesso anno da una controffensiva nazifascista. È in corrispondenza di questo centro che ha inizio la prima delle sei salite previste dal percorso, la pedalabile Sella di Cima Corso (6 Km al 4,7%), subito dopo il quale la corsa attraverserà il cosiddetto “Passo della Morte”, così chiamato in riferimento ad un fatto d’arme avvenuto il 24 maggio del 1848, quando truppe locali tentarono di resistere all’avanzata degli austriaci, che cercavano di raggiungere il Cadore per reprimere una rivolta. Un tratto in quota a lievi saliscendi condurrà i “girini” ai piedi della successiva difficoltà, il Passo della Mauria (6 Km al 5,2%), oggi poco appettitoso per le pendenze ma che un tempo era reso più selettivo a causa del fondo sterrato come testimonia il “curriculum” di quest’ascesa che fu conquistata da corridori del calibro di Coppi (1951) e Bartali (1939 e 1946). In vista dello scollinamento la corsa lascerà il Friuli per passare in Veneto, scendendo quindi in direzione di Lorenzago, il centro cadorino che divenne famoso negli anni ’80 per aver accolto in sei occasioni Papa Giovanni Paolo II durante le ferie estive.
Superate le prime due salite, il tracciato non proporrà più grandissimi ostacoli nella successiva quarantina di chilometri da pedalare sulle strade del Cadore, con il tratto più impegnativo rappresentato dalla morbida salitella verso Pieve di Cadore, il capoluogo di quest’area nel cui cuore si trova la casa natale del celebre pittore Tiziano Vecellio. Superato questo piccolo “scalino” il percorso tenderà sempre a salire, costantemente ma con dolcezza, nei 27 Km che precedono l’approdo a Cortina d’Ampezzo, la “regina delle Dolomiti” la cui storia come località di villeggiatura iniziò alla fine dell’ottocento quando fu scoperta dalla nobiltà austro-tedesca e dall’alta borghesia che ne fecero un’alternativa a Sankt Moritz. Dopo le due guerre mondiali e la Grande Depressione del 1929, a causa della quale diversi alberghi chiusero per bancarotta, saranno le Olimpiadi Invernali del 1956 a rilanciare Cortina, la cui fama sarà perpetuata anche dai diversi film qui girati, alcuni di fama internazionale come La Pantera Rosa nello stesso 1956 e il dodicesimo capitolo della saga di James Bond “Solo per i tuoi occhi” nel 1981, mentre nel 1959 sarà set di “Vacanze d’inverno”, film con Alberto Sordi che può essere considerato l’antesignano del filone dei “cinepanettoni” che prenderà piede una ventina d’anni più tardi.
A Cortina si attaccherrà la più celebre tra le salite di giornata, il Passo Tre Croci (1805 metri), valico tra i meno sfruttati dell’area dolomitica se si pensa che la corsa rosa vi è transitata appena sette volte, praticamente una “miseria” se paragoniamo questi numeri a quelli, per esempio, del Passo Pordoi, sul quale il Giro è salito ben 40 volte. E pensare che non si tratta di un’ascesa trascurabile per pendenze (sono 8 Km al 7,2%), in diverse occasioni affrontata in abbinamento alle vicine Tre Cime di Lavaredo e che conduce a un uno dei luoghi più “tristi” delle Dolomiti perché le tre croci che svettano in cima al passo e dalle quali questo prende il nome furono innalzate sul luogo dove una madre fu rinvenuta morta assiderata con i suoi due figli nel 1789, sorpresa da una tormenta durante un viaggio della “speranza” da Auronzo a Cortina, alla ricerca di un’occupazione che le permettesse di sfamare la prole. La successiva discesa “ributterà” la carovana del Giro nel Cadore, dove la prossima meta del gruppo sarà la località di villeggiatura di Auronzo, la “bella al piano stendentesi lunga tra l’acque, sotto la fosca Ajàrnola”, come la tratteggiò Giosuè Carducci nell’ode “Cadore” che qui compose nell’estate del 1892. Costeggiato il lago artificiale di Santa Caterina, all’uscita di Auronzo inizierà il più impegnativo tratto di questa frazione, corrispondente agli ultimi 37 Km nel corso dei quali si succederranno, una dietro l’altra, le tre salite del Passo di Sant’Antonio, di Costalissoio e di Sappada. Molto probabilmente sarà sulla prima di queste che sapremo di che “pasta” si rivelerà questa frazione perchè se qualche corridore di vertice dovesse accendere il gas affrontando il tratto di 3,9 Km al 9,9% che s’incontra all’inizio del Sant’Antonio (complessivamente lungo 7,3 km, inclinati all’8,1%) – magari dopo una prima accelerazione sul Tre Croci – potrebbe cogliere affaticato qualche avversario e, per come sono disegnati i chilometri successivi, recuperare poi potrebbe rivelarsi molto problematico.
Giunti in vetta al Sant’Antonio non si scenderà, infatti, dal versante opposto più diretto, ma da una strada secondaria più tortuosa che transita per Danta di Cadore, centro la cui chiesa parrocchiale di Santa Barbara nel 2007 fu visitata da Papa Benedetto XVI, che per alcuni stagioni scelse, come il suo predecessore, la vicina Lorenzago per ritemprarsi durante la vacanze al posto della tradizionale Castel Gandolfo. Scesi nel Comelico ci sarà giusto il tempo di una “toccata e fuga” sul fondovalle, appena un centinaio di metri sul piano di tornare a salire per affrontare un’asperità inedita per il ciclismo professionistico, quella di Costalissoio, la frazione del comune di Santo Stefano di Cadore che il 15 gennaio del 1884 fu quasi totalmente distrutta da un incendio che ridusse gran parte degli abitanti alla miseria e che poi convinse i superstiti a ricostruire le loro abitazioni con muri di sassi, certamente più sicuri delle pareti di legno che all’epoca andavano per la maggiore. La salita, lunga poco meno di 4 Km, presenta due volti ben distinti, con i 2,7 Km che conducono al borgo che salgono decisamente “accigliati” al 10,6% (la massima è del 14%) mentre diametralmente più bonario è il tratto conclusivo che sale al 5,6% rasentando il Bosco dei Giavi. Un tuffo di 5,6 Km al 6,1% porterà il gruppo in vista del fiume Piave – questa è la seconda frazione dedicata al centenario della fine del primo conflitto mondiale – che si ritroverà all’altezza di San Pietro di Cadore, centro situato allo sbocco della bellissima Val Visdende, una delle meno antropizzate delle alpi italiane, individuata nel 1906 dal principe Scipione Borghese per effettuarvi alcuni allenamenti in vista della sua vittoriosa partecipazione al celebre raid Pechino-Parigi dell’anno successivo perché l’ambiente della valle veneta gli ricordava la morfologia dei territori che avrebbe dovuto attraversare in Cina.
Anche in questo caso, una volta terminata la discesa si riprenderà a salire e stavolta definitivamente perché percorsi gli ultimi 8,5 Km al 3,2% ci sarà lo striscione del traguardo ad attendere i corridori. La pendenza, stavolta, non è certamente delle più intriganti ma è risaputo che le salite tenere affrontate subito dopo ascese ben più pepate spesso finiscono per contribuire alla dilatazione dei distacchi. E se ciò dovesse accadare anche in quest’occasione il nome di Sappada tornerà nuovamente a far parlare di sé per fatti di ciclismo, in un finale ingannatore ma stavolta, si spera, senza più tradimenti da parte d’uomo.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Sella di Cima Corso (867 metri). Valicata in galleria dalla SS 52 “Carnica”, tra Ampezzo e Forni di Sotto e Ampezzo, localmente è chiamato “Somp Cuérs”.

Sella Boschetto di Sant’Antonio (832 metri). Valicata dalla SS 52 “Carnica”, tra i centri di Forni di Sotto e di Forni di Sopra.

Passo della Mauria (1298 metri). Quotato 1301 metri sulle cartine del Giro 2018, è valicato dalla SS 52 “Carnica” tra Forni di Sopra (Friuli) e Lorenzago di Cadore (Veneto), anche se per qualche chilometro ricade per intero in territorio veneto. L’unico confine che vi transita è quello tra le Alpi e le Prealpi Carniche. È il valico più glorioso di questa tappa, vantando ben 14 passaggi dall’anno dell’istituizione del GPM (1933) a oggi: la prima volta è datata 1938 (tappa Trieste – Belluno vinta da Olimpo Bizzi, primo anche sulla Mauria), l’ultima risale al 2011 (tappa Lienz – Monte Zoncolan vinta dallo spagnolo Igor Antón, GPM della Mauria a Gianluca Brambilla). Tra gli altri eroi della Mauria ricordiamo Coppi (1951), Bartali (1939 e 1946), l’indimenticato Alfredo Marini (1947) e il fortissimo scalatore spagnolo José Manuel Fuente nel 1973.

Sella Pieve di Cadore (858 metri). Quotata 880 metri sulle cartine del Giro 2018, coincide con l’omonimo centro abitato, situato nell’insellatura che separa il Col di Contras dal Montericco. A Pieve si sono concluse tre tappe del Giro: vincitori sono stati Mario Vicini nel 1940, Gino Bartali nel 1947 e Roberto Ceruti nel 1979.

Passo Tre Croci (1805 metri). Aperto tra il Monte Cristallo è il gruppo del Sorapiss, vi transita la SS 48 “delle Dolomiti” tra Cortina d’Ampezzo e il bivio per Misurina. Il Giro l’ha messo in programma finora 8 volte, ma sugli albi d’oro risultano solo 7 passaggi perché la prevista scalata nel finale della tappa Silandro – Tre Cime di Lavaredo del Giro 2013 fu estromessa dal tracciato all’ultimo momento a causa della neve, che costrinse gli organizzatori a ridurre la frazione alla sola ascesa finale, in cima alla quale s’impose Vicenzo Nibali. Il primo traguardo GPM al Tre Croci fu di Michele Dancelli, conquistato nella tappa Rocca Pietore – Dobbiaco (vinta da Bitossi) del Giro del 1970, l’ultimo di Leonardo Piepoli in occasione di un’altra tappa che terminava alle Tre Cime, anno 2007, vinta da Riccardo Riccò. Gli altri corridori che sono transitati in testa in vetta a questo valico sono stati, nell’ordine, Selvino Poloni nel 1971 (tappa Lienz – Falcade, vinta da Felice Gimondi), lo spagnolo Fuente nel 1973 (Andalo – Auronzo di Cadore, vinta dallo stesso corridore), Claudio Bortolotto nel 1980 (Longarone – Cles, Giuseppe Saronni), lo svizzero Beat Breu nel 1980 (San Vigilio di Marebbe – Tre Cime, conquistata dal corridore elvetico) e il colombiano Rafael Acevedo nel 1985 (Selva di Valgardena – Vittorio Veneto, Emanuele Bombini).

Passo di Sant’Antonio (1470 metri). Più noto col nome di Passo del Zovo (da non confondere con la non lontana Forcella Zovo) è valicato dalla SS 532 “del Passo di Sant’Antonio”, tra Auronzo di Cadore e Padola. Al valico giunge un terzo versante, che sale da Campitello (San Nicolò di Comelico) passando per Danta di Cadore e che sarà quello che i corridori percorreranno in discesa. Il Giro d’Italia l’ha scalato finora un paio di volte, la prima nel 1970 durante la tappa Rocca Pietore – Dobbiaco vinta da Franco Bitossi (primo al Sant’Antonio il belga Martin Van Den Bossche), la seconda nel corso della citata tappa Lienz – Monte Zoncolan del Giro 2011, dove anche questo GPM finì nel palmarès di Gianluca Brambilla.

Forcella Zambei (1437 metri). Valicata dalla SP 6 “di Danta di Cadore” subito dopo lo scollinamento del Passo di Sant’Antonio, all’inizio della discesa verso Danta.

RINGRAZIAMENTI
Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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La piazza centrale di Ampezzo, intitolata ai fatti del 1944

Cappelletta situata nei pressi del Passo della Morte

Un tratto della salita al Passo della Mauria: dietro al parapetto visibile a destra si trova la sorgente del fiume Tagliamento

Lorenzago di Cadore, seminascosta tra la vegetazione si intravede la casa che ospitò durante le vacanze estive Papa Giovanni Paolo II

Pieve di Cadore, casa natale di Tiziano Vecellio

Cortina d’Ampezzo, Trampolino Italia

L’ex stazione di Cortina d’Ampezzo come appare nel film “Vacanze d’Inverno”, quando la “Ferrovia delle Dolomiti” era ancora in attività (www.davinotti.com)

L’ex stazione di Cortina d’Ampezzo come appare nel film “Vacanze d’Inverno”, quando la “Ferrovia delle Dolomiti” era ancora in attività (www.davinotti.com)

La chiesetta e le “tre croci” del Passo Tre Croci

Auronzo di Cadore vista dalla diga del Lago di Santa Caterina

La cappelletta eretta presso lo scollinamento del Passo di Sant’Antonio

La chiesa di Santa Barbara domina dall’alto l’abitato di Danta di Cadore

Uno dei ripidi tornanti che conducono a Costalissoio

Panoramico tratto ai margini del Bosco dei Giavi

Scorcio della Val Visdende

Il Peralba, la montagna soprastante Sappada sulla quale ha le sue sorgenti il fiume Piave e, in trasparenza, l’altimetria della quindicesima tappa del Giro 2018 (escursioni-nelle-dolomiti.it)

Il Peralba, la montagna soprastante Sappada sulla quale ha le sue sorgenti il fiume Piave e, in trasparenza, l’altimetria della quindicesima tappa del Giro 2018 (escursioni-nelle-dolomiti.it)

SAN VITO AL TAGLIAMENTO – MONTE ZONCOLAN: IL KAISER SI (RI)TINGE DI ROSA

Primo tappone alpino col botto per il Giro 2018 che all’inizio della terza settimana di corsa propone l’arrivo in salita più duro della storia del ciclismo, il Monte Zoncolan, alla sua sesta apparizione sulle strade della corsa rosa. E non finirà qui perché, due mesi più tardi, dal tremendo versante di Ovaro saliranno anche le cicliste impegnate al Giro d’Italia femminile.

Non è la prima volta che lo Zoncolan si tinge di rosa e non sarà di certo l’ultima ma mai la tinta sarà accesa come quest’anno. Nel 2018, infatti, il “Kaiser” non lascerà dopo l’arrivo della tappa del Giro ma raddoppierà e, due mesi dopo, accoglierà il Giro Rosa con l’approdo della frazione “regina” della corsa riservata alle donne. Anche questa non è una novità perché il monte friulano era già stato sede di tappa del Giro Femminile nel 1997, ma in quella primissima occasione si “saggiò” il versante di Sutrio – il più facile, che poi facile non è visto che si tratta di 9 Km di strada inclinata all’8% – senza percorerre gli ultimi durissimi chilometri che, invece, toccarono ai professionisti nel 2003. Stavolta, invece, anche le rappresentanti a pedali del “gentil sesso” dovranno fare i conti con il tremendo versante di Ovaro, che i professionisti scoprirono per la prima volta nel 2007, dopo l’avvincendamento ai vertici della corsa rosa tra Carmine Castellano e Angelo Zomegnan. L’avvocato sorrentino che ereditò la “sala dei bottoni” del Giro dall’indimenticato Torriani era, infatti, contrario alla scalata dal versante ovest, ritenendola troppo problematica dal punto di vista logistico e della sicurezza, soprattutto perché le basse gallerie del finale avrebbero impedito il passaggio delle ambulanze. Zomegnan e Cainero, invece, hanno scommesso su quest’azzardo e hanno vinto, come confermato dallo spettacolo dell’arena naturale sottostante il traguardo, popolata da tifosi trattenuti da cordate di alpini, che fanno le veci delle transenne essendo troppo stretta la strada per collocare le barriere.
È uno spettacolo che quest’anno rivivremo per la prima volta sabato 19 maggio al termine di una frazione di 181 Km che abbinerà lo Zoncolan al breve ma non meno ripido Passo Duron, un’accoppiata già proposta otto anni fa in occasione della tappa vinta da Ivan Basso. In precedenza si affronteranno altri due ascese corte ma “pepate”, che potrebbero lasciare il segno nonostante entrambe si collochino molto presto nel tracciato e che, di sicuro, rappresenteranno un boccone amaro da digerire per tutti quei corridori che non hanno velleità di vittoria quest’oggi e, invece, dovranno stringere i denti per terminare la tappa entro il tempo massimo.
Pronti, partenza, via e lasciata San Vito al Tagliamento la pianura sarà ancora protagonista del tratto iniziale del primo tappone alpino. Si “veleggerà” in direzione di Casarsa della Delizia, nel cui cimitero riposano le spoglie di Pier Paolo Pasolini, legatissimo a questo centro per avervi trascorso l’infanzia nella casa natale dell’amata madre, Susanna Colussi, oggi sede di un centro studi intitolato al celebre regista scomparso drammaticamente nel 1975. Giunti alle porte di Spilimbergo – il cui duomo romanico-gotico di Santa Maria Maggiore nel 1969 fu “spacciato” dal regista Eriprando Visconti per convento monzese nel film storico “La monaca di Monza – Una storia lombarda” – la corsa svolterà per andare a superare il corso del Tagliamento, il re de fiumi friulani, e riprendere quindi la risalita verso nord in direzione di San Daniele del Friuli, immancabile tappa per i “ghiottoni” che qui possono deliziarsi il palato con l’omonimo e prelibato prosciutto crudo DOP, magari abbinando la degustazione a una visita ai monumenti cittadini, tra i quali spiccano la chiesa di Sant’Antonio Abate, definita la “Sistina del Friuli”, e la Biblioteca guarneriana, una delle più antiche d’Europa.
Ancora qualche chilometro in pianura poi arriverà il “rendez-vous” con la prima difficoltà altimetrica di giornata, con la quale il gruppo salirà sul Monte di Ragogna, elevazione ricca di ricordi della Grande Guerra e che darà una prima scremata al gruppo con le sue pendenze: sono poco meno di 3 Km d’ascesa, ma la sua inclinazione media del 9,6% (i primi 1500 metri salgono all’11%) e la sede stradale decisamente stretta metteranno in fila indiana il gruppo, lasciando sulla strada le prime “vittime” di questa giornata. Scesi a San Pietro di Ragogna, borgo dominato dai resti di un antico castello risalente all’XI secolo, inizierà un’altra trentina di chilometri tranquilli, un pelo più movimentati rispetto al tratto iniziale della tappa, nel corso dei quali si transiterà, poco prima di giungere a Peonis, di fronte al piccolo monumento che ricorda Ottavio Bottecchia, primo italiano a vincere il Tour de France e fare doppietta (1924-1925), eretto sul luogo dove fu trovato agonizzante il 3 giugno del 1927: morirà 12 giorni dopo all’ospedale della vicina Gemona e le indagini non risolsero mai il mistero sulla scomparsa del “Muratore del Friuli”. Al termine di questo tratto il gruppo giungerà al Lago di Cavazzo, il più vasto bacino naturale della regione, lungo le cui sponde ha inizio la seconda salita segnalata dall’altimetria, la facilissima Seletta di Mena (1,8 Km al 5,5%), scavalcata la quale immediatamente ne succederà un’altra, leggermente più impegnativa, diretta a Chiaulis, sede del comune sparso di Verzegnis (1,5 Km al 6,7%). La prossima meta dei “girini” sarà il centro di Villa Santina, attorno al quale si snoderà un circuito di una dozzina di chilometri che prevede la seconda salita “cattiva” di giornata, che culmina alle porte del borgo di Avaglio dopo aver affrontato 3,6 Km al 7,9%, complessivamente non estremi: i primi 1700 metri salgono, però, al 12,4% di media, stavolta su di una strada un po’ più ampia rispetto a quella del Monte di Ragogna. Si tornerà poi sul piano per l’ultimo tratto scorrevole di questa frazione, a cavallo del quale la corsa attraverserà il capoluogo della Carnia, la cittadina di Tolmezzo, nel cui cuore svetta il Duomo di San Martino, costruito nel 1764 sul luogo dove si trovava una preesistente chiesa dedicata al santo francese. All’uscita di Tolmezzo il percorso si avvicinerà alle salite che caratterizzano il finale prendendo quota con progressione, inizialmente risalendo il tratto iniziale del Canale di San Pietro, nome con il quale è chiamata la valle del fiume But, che si lascerà alle porte di Zuglio, uno dei più antichi centri carnici presso il quale è possibile visitare il Foro di Iulium Carnicum, la città romana più settentrionale d’Italia. Percorrendo quindi il Canale d’Incaroio (altro nome della Val Chiarsò) si giungerà nella località di villeggiatura di Paularo, paese d’origine della famiglia di Franco Pellizotti, dove si alzerà il sipario sulle fasi più attese di questa tappa. È proprio da questo centro che, infatti, hanno inizio i 4 Km al 10,2% che conducono al Passo Duron e che esibiscono un “biglietto da visita” niente male perché è proprio nei 500 metri iniziali che viene raggiunto il picco massimo di pendenza, una sventagliata al 18% che contribuirà ulteriormente a “epurare” il gruppo di testa. Dopo un brevissimo tratto in quota si affronterà una discesa nettamente meno pendente dell’ascesa appena affrontata, che porterà la corsa rosa a casa di Manuela di Centa, la fondista che conquistò la medaglia d’oro alle Olimpiadi Invernali di Lillehammer nel 1994: la sua Paluzza – la cui frazione di Timau è un’isola linguistica tedesca – sarà attraversata all’inizio di un brevissimo intervallo sul fondovalle del But, prima di tornare a puntare verso l’alto, verso i 954 metri della Sella Valcada. Del “tridente” finale di salite questo è il più “spuntato” ma sono comunque 4.9 Km al 7.1% stretti tra i due fuochi del Duron e dello Zoncolan e dunque necessiteranno di un approccio oculato da parte dei corridori. Terminata la penultima difficoltà di giornata all’ingresso della stazione invernale di Ravascletto, dalla quale una funivia permette di raggiungere direttamente la zona del traguardo, di fronte ai corridori si spalancherà l’ultimo tratto tranquillo, una decina di chilometri tra pianura e discesa prima di presentarsi con il coltello tra i denti ai piedi del “Kaiser”, un inferno di 10 Km all’11,9% che quest’anno aprirà le sue porte anche alle cicliste!!!

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Selletta di Mena (300 metri). E’ attraversata dalla SS 512 “del lago di Cavazzo” tra Somplago e Cavazzo Carnico. Mai affrontata come GPM, il Giro vi è transitato tre volte: nel 2011 durante la tappa Spilimbergo – Grossglockner vinta dal colombiano José Rujano, nel 2013 durante la Cordenons – Altopiano del Montasio vinta dal suo connazionale Rigoberto Urán e infine l’anno successivo in occasione di quello che è finora è stata l’ultima frazione con arrivo sullo Zoncolan, partita da Maniago e conquistata dall’australiano Michael Rogers.

Forcella Durone (1121 metri). È quello che è tradizionalmente chiamato Passo Duron. La quota è differente rispetto a quella indicata sulle cartine del Giro (1069 metri), ma non si tratta di un errore. Il valico vero e proprio, infatti, non è direttamente toccato dalla provinciale Paularo – Paluzza, dalla quale è raggiungibile deviando su di un sentiero sterrato per circa mezzo chilometro. La salita al Passo Duron, come segnalato sull’articolo, è stata affrontata per la prima – e finora unica – volta al Giro nel 2010, nel finale della Mestre – Monte Zoncolan vinta da Ivan Basso, dopo che in cima al Duron era transitato in testa il corridore francese Ludovic Turpin.

Forca di Liûs (1010 metri). Valico prativo attraversato dalla provinciale Paularo – Paluzza, tra lo scollinamento del Passo Duron e il bivio per la rotabile diretta al Monte Paularo. Chiamata anche Forcella di Liûs, è quotata 1003 metri sulle cartine del Giro 2018.

Sella Valcalda (958 metri). Valico che separa il Monte Crostis dal gruppo del Monte Arvenis (del quale fa parte anche lo Zoncolan), è attraversato dalla SS 465 “della Forcella Laverdet e di Valle San Canciano” tra le località di Cercivento e Comeglians. Quotata 949 metri sulle cartine del Giro 2018, finora è stata affrontata quattro volte come GPM. Primo passaggio nel 1987, nel corso della storica tappa Lido di Jesolo – Sappada, nella quale si consumò il tradimento dell’irlandese Roche ai danni di Roberto Visentini: quel giorno s’impose l’olandese Johan van der Velde, futuro “eroe del Gavia”, mentre il primo a scollinare sulla Valcalda sarà Roberto Conti. Tre anni più tardi, nel Giro di Gianni Bugno (1990), la salita fu affrontata nel corso della tappa italo-austriaca Velden – Dobbiaco (vinta dal francese Eric Boyer) e vi svettò in testa nientemeno che il tre volte vincitore del Tour Greg Lemond. Penultimo passaggio nel 2003, in occasione della San Donà di Piave – Monte Zoncolan, primo arrivo sul monte friuliano: il GPM fu di Marzio Bruseghin poi la tappa andrà a Gilberto Simoni. L’ultima scalata risale al citato precedente sullo Zoncolan del 2010 e anche questo GPM fu conquistato da Ludovic Turpin.

Sella del Monte Zoncolan (1730 metri). Vi transita la strada che mette in comunicazione Ovaro con Sutrio. È il luogo nel quale sarà collocato il traguardo.

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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San Vito al Tagliamento, Piazza del Popolo

Casa Colussi a Casarsa della Delizia, sede del centro studi dedicato a Pier Paolo Pasolini

Il duomo di Spilimbergo come appare nel film “La monaca di Monza - Una storia lombarda”, dove viene presentato come il monastero nel quale visse la religiosa di manzoniana memoria  (www.davinotti.com)

Il duomo di Spilimbergo come appare nel film “La monaca di Monza - Una storia lombarda”, dove viene presentato come il monastero nel quale visse la religiosa di manzoniana memoria (www.davinotti.com)

Gli affreschi che adornano la chiesa di Sant’Antonio Abate a San Daniele del Friuli, definita la “Cappella Sistina del Friuli”

Serie di ripidi tornanti nel tratto iniziale del Monte di Ragogna

Resti del castello di San Pietro di Ragogna

Peonis, la piazzola con il monumento a Ottavio Bottecchia

Lago di Cavazzo

Duomo di Tolmezzo

Zuglio, area archelogica della città romana di Iulium Carnicum

Paularo vista dal ripido tratto iniziale del Passo Duron

Timau di Paluzza, il tempio-ossario nel quale sono conservate le salme di militari caduti durante la Prima Guerra Mondiale

Vista panoramica dalla cima della salita dello Zoncolan e, in trasparenza, l’altimetria della quattordicesima tappa del Giro 2018 (Google Street View)

Vista panoramica dalla cima della salita dello Zoncolan e, in trasparenza, l’altimetria della quattordicesima tappa del Giro 2018 (Google Street View)

FERRARA – NERVESA DELLA BATTAGLIA: SPRINT CON DEDICA ALLA LEGGENDA DEL PIAVE

Costituisce una delle ultime occasioni per i velocisti la tappa che aprirà la serie di frazioni dedicate al centenario della fine della Prima Guerra Mondiale. Difficilmente le lievi difficoltà del finale, presenti sul circuito del Montello, tarperanno le speranze degli sprinter che, dopo questa giornata, avranno a disposizione solo i traguardi di Iseo e Roma. Le loro formazioni venderanno cara la pelle per tenere il più possibile cucito il gruppo, dopo esser andati a riprendere l’inevitabile fuga di giornata, mentre chi punta alla classifica generale se ne starà tranquillo nella “pancia” del plotone per non sprecare inutili energie alla vigilia della temuta tappa dello Zoncolan.

Sarà la prima di tre tappe celebrative – le altre saranno quella di Sappada e la cronometro di Rovereto – che concluderanno la serie di frazioni a “tema” dedicate al centenario della Prima Guerra Mondiale, introdotte nel 2014 dalla cronoscalata al Monte Grappa e proposte negli scorsi anni anche al Tour de France. Oggi, alla vigilia delle “battaglie” alpine che decideranno le sorti della corsa rosa, si arriverà a Nervesa con l’epilogo lungo le sponde del Piave, il fiume sacro alla patria che, secondo la celebre canzone patriottica composta nel 1918 da Giovanni Ermete Gaeta, mormorò l’immortale frase “non passa lo straniero” la notte tra il 23 e 24 maggio del 1915, momento nel quale l’Italia, dichiarata guerra all’impero austro-ungarico, sferrò il primo attacco contro l’esercito avversario. Agonisticamente parlando, però, in questa frazione di attacchi se ne vedranno ben pochi poiché, pur essendo previste alcune difficoltà altimetriche nel finale, questa sarà una delle ultime tappe che gli organizzatori hanno riservato ai velocisti – le prossime saranno quelle di Iseo e Roma – che ben difficilmente si faranno sfuggire l’occasione. Ci sarà sicuramente un controllo ferreo da parte delle loro squadre, ma anche chi vorrà tentare un assolo sulle due salitelle che movimentano il circuito finale troverà ben poco pane per i denti a causa dell’estrema facilità delle pendenze e poi del ritorno sulla pianura negli ultimi 13 Km. Si tratterà, dunque, di un’altra tappa di trasferimento, ideale per chi punta alla classifica per non sprecare troppe energie in vista dello Zoncolan, anche se non bisogna far mai calare l’attenzione perché gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e possono anche essere pagati a caro prezzo.
La tappa numero 13 vedrà i “girini” dare le prime pedalate dominati dalla mole del Castello Estense, cuore monumentale della città di Ferrara, prima di prendere la direzione del Po, che sarà varcato sul ponte di Pontelagoscuro, costruito in ferro nel 1912 nel punto dove si trovava un precedente ponte di chiatte risalente al 1865: è su quest’ultimo che era transitato il Giro il 13 maggio del 1909, nel finale della prima tappa della prima edizione della corsa rosa, terminata a Bologna con il successo del romano Dario Beni. Superato il fiume, si pedalerà per un lungo tratto sulle strade del Polesine, la regione storico-geografica corrispondente con il territorio dell’attuale provincia di Rovigo e il cui nome, derivante dal termine medioevale “pollìcinum”, significa “terra paludosa”: le acque, infatti, sono sempre state le grandi protagoniste di queste terre, nel bene della possibilità di coltivarle e trarne così la sussistenza ma anche nel male di storiche e disastrose alluvioni succedutesi nei secoli, le più celebri delle quali furono quelle che colpirono il Polesine nel 1951 e nel 1882, con quest’ultima che costrinse oltre 60000 sfollati ad abbandonare l’Italia e a cercar fortuna in America. A una trentina di chilometri dal via si toccherà il capolugo di quest’area, per l’appunto la città di Rovigo, dove il gruppo percorrerà il centralissimo Corso del Popolo, sui cui sampietrini il 28 maggio del 2001 Mario Cipollini perfezionò la sua 32a affermazione alla corsa rosa delle 42 ottenute in carriera al Giro, record ottenendo precedendo letteralmente “allo sprint” il grande Alfredo Binda, “fermo” a quota 41 successi. Il successivo tratto di questa frazione si svolgerà sulle strade della cosiddetta Saccisica, toponimo che identifica la porzione sudorientale della provincia di Padova, situata tra i Colli Euganei e la laguna di Venezia e il cui centro più importante è Piove di Sacco, l’antica Plebs Sacci che in epoca romana divenne un luogo nevralgico per i commerci trovandosi all’incrocio tra due frequentate strade consolari – le vie Popilia e Annia – ed essendo lambita dai corsi dell’Adige e del Bacchiglione. Attraversato questo centro, il cui simbolo è la Torre Carrarese, unico “residuo” di un castello eretto nella seconda metà del X secolo oggi “adottato” come campanile dal vicino duomo, si supererà il corso del Brenta e si entrerà in provincia di Venezia poco prima di giungere a Campagna Lupia, comune il cui territorio si spinge fino alle acque della laguna, sulle quali si affaccia inaspettato il casone di caccia di Valle Zappa, edificio che per lo stile ci si aspetterebbe di trovare in qualche sperduta landa dei Paesi Bassi e che fa la sua comparsa a sorpresa anche nel film “Ritratto di borghesia in nero”, girato nel 1977 da Tonino Cervi, figlio dell’indimenticato “Peppone”.
Successivamente la corsa giungerà nella zona della celebre Riviera del Brenta all’altezza di Mira, nel cui territorio municipale ricadono una ventina di ville, la più famosa delle quali è la “Malcontenta”, situata nell’omonima frazione e progettata da Andrea Palladio per la famiglia Foscari, tra i cui membri ci fu – secondo una leggenda – una dama costretta a vivere relegata tra quelle mura a causa della sua condotta ritenuta troppo licenziosa e che sarebbe la “Malcontenta” dalla quale poi derivò il soprannome della nobile dimora. Velocemente la corsa si allontenerà anche da quest’area del Veneto per puntare su Treviso, dove il gruppo sfreccerà sulla strada che costeggia le mura cittadine, innalzate nel cinquecento quando si pensò di fortificare la città dopo la sconfitta patita dalla Repubblica di Venezia per opera dell’esercito francese nella battaglia di Agnadello, episodio della Guerra della Lega di Cambrai.
Quando mancheranno poco più di 40 Km all’arrivo il gruppo approderà per la prima volta sulle rive del Piave all’altezza di Maserada, centro che per la sua posizione fu tra i più coinvolti dalle battaglie della Prima Guerra Mondiale e lo fu in almeno un paio d’occasioni, la prima nel novembre del 1917 quando la popolazione residente fu totalmente evacuata e successivamente nel giugno dell’anno successivo quando divenne uno dei “campi” dove si svolse la Battaglia del Solstizio, ultima offensiva dell’esercito austroungarico nei confronti dei nostri militari, comandati dal generale Armando Diaz e alla fine risultati vincitori. Qualche chilometro più avanti il percorso sfiorerà lo storico Ponte della Priula, rimanendo sulla sponda opposta rispetto a quella sulla quale si trovano l’omonimo abitato e il tempio votivo inaugurato nel 1983, poco prima di giungere a Nervesa e dare inizio all’anello conclusivo di 30 Km. Il circuito debutterà con il suo tratto più impegnativo, nel corso del quale sarà attraversata l’estremità orientale del Montello, la grossa collina di origine carsica che durante la Grande Guerra si trovò nel bel mezzo del fronte del Piave, divenendo suo malgrado uno degli obiettivi dell’esercito dell’Impero austro-ungarico. In quest’ambiente si affronteranno due modestissime ascese, la prima delle quali è un dolce falsopiano che i corridori incontreranno percorrendo la strada intitolata all’Ottava Armata che il 15 giugno del 1918 riuscì a respingere l’offensiva nemica che ambiva alla conquista della collina. Un pelo più impegnativa – roba da solletico, comunque – è la successiva salita di 1.8 Km al 3,2% che condurrà allo striscione del GPM, steso in prossimità del monumento eretto in memoria del generale Giuseppe Pennella, nel cuore della cosiddetta “Valle dei Morti”, accanto al sacello realizzato negli anni ’60 e dedicati ai militari dispersi sul Montello e dei quali non furono mai ritrovate le spoglie. Percorse le prime centinaia di metri della discesa si entrerà su quello che fu il circuito dei campionati del mondo del 1985, disputati nella vicina Giavera e vinti dall’olandese Joop Zoetemelk, ancor oggi detentore del primato di corridore più anziano a essersi imposto nel mondiale, all’età di 39 anni e nove mesi. Ripercorrendo le rotte iridate di 33 anni fa, in dolce discesa si farà ritorno a Nervesa dopo aver sfiorato uno dei luoghi più “sacri” della collina trevigiana, dove il gruppo transiterà tra i ruderi dell’abbazia benedettina di Sant’Eustachio, rovinata proprio a causa della guerra, e il Colesel de Zorzi, la bassa collinetta sulla quale sarà eretto negli anni ’30 il sacrario del Montello, progettato dall’architetto romano Felice Nori.
Terminata la discesa, come detto, si sarà già rientrati al “campo base” di Nervesa ma la tappa sarà ancora lungi dall’essere conclusa perché ora inizierà la seconda e più snella parte del circuito finale, da disputarsi nuovamente sul velluto della pianura per una ventina di minuti prima di porre termine alla 13a fatica del Giro n°101.

Mauro Facoltosi

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Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Castello Estense di Ferrara

Il ponte di Pontelagoscuro

Scorcio del Polesine alle porte di Polesella

Rovigo, la Torre Donà vista da Corso del Popolo

Piove di Sacco, Torre Carrarese

 Il Casone di Valle Zappa a Campagna Lupia come appare nel film “Ritratto di borghesia in nero” (www.davinotti.com)

Il Casone di Valle Zappa a Campagna Lupia come appare nel film “Ritratto di borghesia in nero” (www.davinotti.com)

Villa Foscari, detta “La Malcontenta”, affacciata sul Canale di Brenta a Mira

Treviso, Porta San Tomaso

Il tempio votivo costruito presso il Ponte della Priula

Il monumento al Generale Pennella e il vicino sacello costruiti nel luogo del Montello dove terminerà il tratto più difficile della tappa odierna

I resti dell’abbazia di Sant’Eustachio a Nervesa della Battaglia

Il fiume Piave visto dal Ponte della Priula e, in trasparenza, l’altimetria della tredicesima tappa del Giro 2018 (Google Street View)

Il fiume Piave visto dal Ponte della Priula e, in trasparenza, l’altimetria della tredicesima tappa del Giro 2018 (Google Street View)

OSIMO – IMOLA: TRE MONTI, UNA SALITA E UNA VOLATA

È una giornata interlocutoria per la corsa rosa quella che condurrà il gruppo da Osimo a Imola, dove si arriverà subito dopo aver affrontato la storica ascesa dei Tre Monti, che ci riporta con la mente alla fantastica cavalcata di Vittorio Adorni ai mondiali del 1968. Se in quell’occasione la salita fu ripetuta 18 volte, stavolta ci sarà una sola scalata, che arriverà in fondo ad un percorso totalmente privo d’ostacoli naturali (se si eccettua la piccola Siligata) e, dunque, non ci sarà da sorprendersi se al traguardo sfrecceranno per prime le ruote dei velocisti. I Tre Monti non sono poi così duri e gli sprinter ci hanno oramai abituato a farsi vedere davanti a sgomitare al termine di tappe ben più impegnative di queste.

Si chiama “Tre Monti” ma in realtà è una salita sola, neanche troppo impegnativa (sono 4,3 Km al 4,2%), ma entrata a pieno titolo nella storia del ciclismo fin dal primo settembre del 1968, quando fu ripetuta 18 volte nel circuito che ospitò i campionati del mondo consacrati dalla stupenda cavalcata di Vittorio Adorni. L’ultima esibizione su quel “palco” risale a 3 anni fa, quando furono proposte quattro scalate ai “Tre Monti” nel finale della Forlì – Imola, terminata con il successo di Il’nur Zakarin, il corridore russo che si era fatto notare per la prima volta qualche settimana prima imponendosi a sorpresa nel Tour de Romandie. Nel 2018 la corsa rosa tornerà nuovamente sull’ascesa imolese ma, stavolta, non ci sarà d’attendersi la vittoria di qualche “grande sfera” del ciclismo e, anzi, ci sarà la probabilità che all’arrivo – se non andrà in porto la sparata di qualche finisseur – si presenti un gruppo discretamente folto, “abitato” anche da qualche velocista. Quest’anno, infatti, i “Tre Monti” saranno davvero uno solo perché gli organizzatori hanno previsto una sola ascesa, collocata al termine di una frazione totalmente pianeggiante, e spostato il traguardo più lontano dalla cima della salita rispetto al 2015, quando si arrivò sulla pista dell’autodromo. Si tratterà, in soldoni, di una lunga frazione di trasferimento che farà il paio con quella, ancora più semplice, che si correrà il giorno successivo alla vigilia delle prime due tappe alpine. Dopo le fatiche delle nervose frazioni disegnate sull’Appennino ci sarà, dunque, tutto lo spazio per recuperare, sempre che anche oggi – come oramai spesso capita – si viaggi ad altissime media sin dai chilometri iniziali che, lasciata Osimo, prevedono la breve discesa verso Ancona, dove i “girini” transiteranno alle porte del capoluogo delle Marche, dominato dal Colle Guasco sulla quale si trova la Cattedrale di San Ciriaco, innalzata a partire dall’anno 996 sul luogo dove si trovava un tempio pagano dedicato alla dea Afrodite e che era stato effigiato anche su uno dei rilievi della Colonna Traiana a Roma. Il passaggio da Ancona rappresenterà l’inizio dell’ultimo tratto “marittimo” del Giro 2018, che sarà anche uno dei più snelli di questa frazione perché per una buona sessantina di chilometri si pedalerà quasi costantemente in linea retta lungo la costa dell’Adriatico, incontrando molto raramente curve, soprattutto nell’attraversamento dei centri abitati. Uno dei più celebri tra quelli che saranno toccati in questa fase di gara è Senigallia, frequentata località balneare la cui storia è molto antica, come ben ci ricorda il nome di questo centro, che deriva da quello della popolazione celtica dei Galli Sénoni, fondatori del primitivo nucleo di questa cittadina che vanta, tra i suoi monumenti, la Rocca Roveresca e Palazzo Mastai, nel quale nacque Papa Pio IX (1792 – 1878), ultimo sovrano dello Stato Pontificio.
Dopo Marotta – località turistica scherzosamente definita la “Berlino dell’Adriatico” perché il suo territorio è suddiviso tra i tre comuni di Fano, Mondolfo e San Costanzo – la corsa giungerà a Fano, il cui nome deriva da quello della “Fanum Fortunae”, dea della fortuna alla quale i romani qui dedicarono un tempio dopo aver sconfitto i cartaginesi nella Battaglia del Metauro, episodio decisivo della Seconda Guerra Punica.
A Pesaro – dove si trova un Palazzo Ducale decisamente meno celebre e spettacolare di quello della vicina Urbino, affacciato sulla centralissima Piazza del Popolo – il gruppo saluterà il mare per doppiare il tortuoso promontorio di Gabicce, andando incontro all’unica difficoltà altimetrica che spezzerà la monotonia della pianura nei primi 200 Km di gara. La salita è la microscopica Siligata, di una facilità estrema ma forse ancor più inserita nella storia del ciclismo rispetto ai “Tre Monti”: si tratta, infatti, della primissima salita affrontata al Giro d’Italia, inserita il 16 maggio del 1909 – dal versante opposto rispetto a quello della tappa odierna – nel percorso della Bologna-Chieti, seconda tappa della prima edizione della corsa rosa. Sono circa 1000 metri al 5% e, dunque, si tratta di un’ascesa che nulla ha di “dantesco”, pur trovandosi lettarlemente immersa nel ricordo di Dante Alighieri perché a breve distanza dalla Siligata si trovano due luoghi che furono citati nella Divina Commedia: il borgo di Fiorenzuola di Focara e il castello malatestiano di Gradara, teatro del peccaminoso “liaison” tra Paolo e Francesca nell’opera del “Divin Poeta” e della storia d’amore pure “sconveniente” tra il carbonaro Pietro Missirilli e la principessa Vanina Vanini nell’omonimo film di Roberto Rossellini.
Si tornerà a pedalare in pianura con il passaggio dalle Marche all’Emilia-Romagna, che spalancherà le proprie strade al Giro nella zona della gettonatissima riviera romagnola, che il gruppo attraverserà sulla statale Adriatica che in questo tratto corre lontana dal litorale, rimanendo alle “spalle” di rinomati centri come Cattolica, Riccione e Rimini. Dopo quest’ultima ci sarà una decisa virata verso ovest con il passaggio dalla Statale Adriatica alla Via Emilia, la storica spina dorsale della viabilità regionale, il cui nome ricorda quello del console Marco Emilio Lepido che ne promosse la costruzione per collegare Arinum con Placentia, le odierne Rimini e Piacenza. Il cambio di rotta si “sposerà” anche a un impercettibile cambio di quota mentre si pedalerà in direzione di Santarcangelo di Romagna, centro nella cui squadra di baseball ha militato negli anni giovanili un certo Fabio De Luigi, il popolare attore comico che prima di ottenere la celebrità televisiva ha praticato questo sport arrivando fino alla serie A1. Si toccherà quindi Savignano sul Rubicone, nei cui pressi si trova Gatteo, centro ritenuto la “patria del liscio” per aver dato i natali a Secondo Casadei, fondatore dell’omonima orchestra e autore di “Romagna Mia”, vero e proprio inno nazionale di questa terra, scritto nel 1954. La corsa rosa giungerà quindi sulle strade di Cesena, dove si respirerà per un attimo il mai sopito profumo delle imprese di Marco Pantani: poco prima di entrare in città, infatti, si transiterà dalla frazione Case Castagnoli, nella quale il 22 aprile 1984 il “Pirata” ottenne all’età di 14 anni la sua primissima vittoria in carriera, in una corsa riservata alla categoria dei “giovanissimi”.
Attraversata Cesena – nel cui cuore si trova Piazza del Popolo, sovrastata dalla Rocca Malatestiana che domina dall’alto del Colle Garambo – ad accogliere le successive pedalate dei “girini” sarà la cittadina di Forlimpopoli, l’antica Forum Livii Popilii, anch’essa “dotata” di un castello, fatto innalzare nel XVI secolo da Egidio Albornoz, il cardinale spagnolo al quale papa Innocenzo VI aveva affidato la riconquista della Romagna. Si giungerà quindi a casa di un’altra gloria ciclistica romagnola, l’ottantacinquenne Ercole Baldini presso la cui abitazione, in Viale Bologna 325 nella frazione forlivese di Villanova, dal 2003 è allestito un museo che illustra le gesta della “locomotiva di Forlì”, l’unico corridore al mondo ad aver vinto in carriera la medaglia d’oro alle Olimpiadi (a Melbourne nel 1956), un grande giro (il Giro d’Italia del 1958) e i campionati del mondo (sempre nel 1958, a Reims).
Seguitando a percorrere la Via Emilia il gruppo farà quindi “visita” a Faenza, pur non avendo certamente il tempo per ammirare le bellezze di questa cittadina celebre per la produzione di ceramiche di pregio, un campionario del quale è visibile nel MIC (Museo Internazionale delle Ceramiche), istituzione importante al punto da esser stata riconosciuta dall’UNESCO nel 2011 “Monumento testimone di una cultura di pace”.
Imola è alle porte e i corridori la raggiungeranno dopo aver attraversato Castel San Pietro Terme, centro che ebbe questo nome ufficialmente solo nel 1959, anche se era conosciuto come località curativa sin dal medioevo.
Gli ultimi 19.3 Km si disputeranno in circuito, sfiorando il celebre autodromo intitolato a Enzo e Dino Ferrari un attimo prima di lanciarsi verso i Tre Monti, ascesa di poco più di 4 Km al 4,2% che debutta dolcissima prima di proporre il suo momento più impegnativo nel chilometro al 7,9% che contiene il picco massimo del 10%, per poi lasciar il posto ad un breve tratto pianeggiante in quota prima del dentello finale che “morde” ancora attorno al 7% di media. Riusciranno questi numeri a far “secchi” i velocisti oppure, poco meno di nove chilometri più avanti, vedremo in testa alla corsa ancora parecchi di loro intenti alla sfida dell’ultimo millimetro?

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Valico della Siligata (122 metri). Non segnalato sul testo di riferimento “Valichi stradali d’Italia” (Georges Rossini, Ediciclo), è attraversato dalla SS 16 “Adriatica” tra la località Cattabrighe (Pesaro) e il bivio per Gradara. Coincide con l’omonima località

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Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Ancona, la cattedrale di San Ciriaco vista dal porto

La Rocca Roveresca di Senigallia

Il Palazzo Ducale di Pesaro

Lo scollinamento della modesta ma storica salita della Siligata

Il castello di Gradara come Roberto Rossellini lo riprese in “Vanina Vanini” (www.davinotti.com)

Il castello di Gradara come Roberto Rossellini lo riprese in “Vanina Vanini” (www.davinotti.com)

Rimini, Tempio Malatestiano

Cesena, Piazza del Popolo

La Rocca Albornoziana di Forlimpopoli

Faenza, uno scorcio del Museo Internazionale delle Ceramiche

Imola, sullo sfondo, vista dalla strada che sale verso i Tre Monti

La rocca sforzesca di Imola e, in trasparenza, laltimetria della 12a tappa del Giro 2018 (foto panoramio)

La rocca sforzesca di Imola e, in trasparenza, l'altimetria della 12a tappa del Giro 2018 (foto panoramio)

ASSISI – OSIMO: VIAGGIO SULL’ORME DI SCARPONI

Dedicata a Michele Scarponi, la frazione marchigiana del Giro 2018 presenterà un tracciato collinare apparentemente innocuo che potrebbe far pensare a una classica tappa di trasferimento. Nulla di più sbagliato perché strada facendo s’incontreranno ascese dalle pendenze forti e anche il Passo del Termine, che svetta sul tracciato a quasi 120 Km dall’arrivo, potrebbe avere un certo peso se a quelle latitudini sarà già corsa vera. I momenti più attesi saranno concentrati nell’ultima trentina di chilometri quando si dovranno superare il muro di Filottrano e quello, successivo e più breve, di San Paterniano. Poi ci sarà anche il finale in salita sul pavè del centro di Osimo, che ci riporterà con la memoria al Giro di 24 anni fa, quello della scoperta di Pantani

Lo scorso anno non c’erano stati i “tempi tecnici” per stravolgere il percorso e dedicare una tappa a Michele Scarponi, tragicamente scomparso due settimane prima della partenza della corsa rosa e ci si era limitati a ricordarlo al raduno di Olbia e a intitolargli la scalata al Mortirolo. Alle prime occasioni utili, però, la Gazzetta dello Sport gli ha reso un omaggio più concreto dedicandogli non una ma ben due frazioni, quella terminata nella sua Filottrano alla Tirreno-Adriatico dopo la triplice scalata al muro cittadino e quella del Giro d’Italia che giungerà a Osimo e che pure presenterà il passaggio dal paese dell’indimenticato corridore marchigiano. Anche in questa circostanza ci sarà da fare i conti con il muro affrontato alla “corsa dei due mari”, stavolta percorso una sola volta ma comunque da non sottovalutare perché arriverà nel finale di una tappa collinare che potrebbe riservare qualche sorpresa. È vero che la cima dell’ascesa non è vicinissima al traguardo perché dopo bisognerà percorrere ancora quasi 30 Km prima di terminare la fatica giornaliera, ma quel tratto conclusivo non è scorrevole e prevede un altro piccolo muretto e poi la salita che conduce alla retta d’arrivo, e se qualche nome di spicco del gruppo non avesse digerito il muro potrebbero esserci dei distacchi, forse di entità non cospicua ma certamente fastidiosi per i diretti interessati. Sull’esito della corsa peserà sicuramente la condotta di gara che il gruppo terrà sin dai primi chilometri, che prevedono d’affrontare la salita al Passo del Termine, 4 Km al 9,6% che si snodano lungo una strada non stretta ma nemmeno larga: se fosse collocato nel finale di gara certamente avrebbe visto gli scalatori in prima linea (la pendenza massima è del 17%), ma anche a così tanti chilometri dal traguardo potrebbe lasciare il segno al momento d’approcciare il muro di Filottrano, se la tappa decollerà con velocità piuttosto elevato, eventualità spesso verificatesi negli ultimi anni anche in tappe ben più dure di questa. Prima di arrivare al Passo del Termine bisognerà percorrere una trentina di chilometri privi di difficoltà, che vedranno il gruppo lasciare Assisi in discesa nel tratto a velocità ridotta verso il “chilometro 0” e poi pedalare in pianura verso Spello, borgo definito la “Pietra Rosa dell’Umbria” per il colore della pietra calcarea scavata dalle pendici del Monte Subasio con la quale sono costruire le case e i principali monumenti di questo centro, sui quali spiccano la collegiata di Santa Maria Maggiore e la romana Porta Venere, fiancheggiata dalle cosidette Torri di Properzio. Successivamente i “girini” saranno sulle strade di Foligno, sulle quale il grande ciclismo è oramai di casa: la terza città della regione per numero d’abitanti in questi ultimi quattro anni ha ospitato, come arrivo o come partenza, tre volte il Giro e due la Tirreno-Adriatico. Attraversata la città famosa per il torneo cavalleresco della “Giostra della Quintana”, che si tiene nel “Campo de li Giochi” completato nel 1929 e all’epoca chiamato “Stadio del Littorio”, inizierà la lenta e dolce risalita della Valtopina, che riporterà la corsa a Nocera Umbra, dalla quale si era già transitati poche ore prima nel finale della frazione diretta alla vicina Gualdo Tadino. È proprio a Nocera che ha inizio la citata ascesa al Passo del Termine, superato il quale si farà ritorno nelle Marche scendendo nella valle del Potenza, fiume che ha le sue sorgenti sul vicino Monte Pennino, noto agli appassionati d’ornitologia perché offre l’opportunità di ascoltare gli armoniosi canti delle allodole.
Procedendo lungo il fiume si toccheranno prima il comune sparso di Fiuminata e poi il borgo di Pioraco, nel quale è possibile visitare un museo dedicato alla carta e alla filigrana, testimonianza dell’attività delle cartiere che furono impiantate per la prima volta in questo centro nel XIV secolo e che continua ancora al giorno d’oggi (la celeberrima Fabriano non è molto lontana). Procedendo in direzione del mare, che comunque oggi i corridori non vedranno, si giungerà quindi a Castelraimondo, centro il cui toponimo è in tempi recenti entrato nella “nomenclatura” del ciclismo per aver ospitato l’arrivo di una tappa dell’edizione 2015 vinta dall’olandese Wouter “Wout” Poels, evento che ha portato lo sport del pedale in un borgo conosciuto agli appassionati di folclore per la manifestazione dell’Infiorata che si tiene in occasione della festa del Corpus Domini e alla cui porte si trova l’interessante Castello di Lanciano, riaperto alle visite nel 2005 dopo che furono sanate le lesioni provocate dal terremoto del 1997 e nuovamente chiuso dopo i danni provocati dal più recente sisma. Si attraverserà poi San Severino Marche – piccola città d’arte della quale nel 1993 fu sindaco il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi e che vanta ben due “duomi” – poco prima di giungere ai piedi della seconda ascesa prevista dall’itinerario di gara, il pedalabile Valico di Pietra Rossa (12,3 Km al 3,4%), dopo il quale si planerà dolcemente verso uno dei luoghi più panoramici della regione, il “Balcone delle Marche” che risponde al nome di Cingoli, centro che non solo per i suoi meriti “visivi” è da tempo iscritto nel club dei “Borghi più belli d’Italia”. La vista sul Giro ci offrirà ora l’imminente muro di Filottrano, che i corridori incontreranno una ventina di chilometri dopo il passaggio da Cingoli: la verticale vera e propria, che si snoda attraverso la zona industriale del paese di Scarponi, è lunga 800 metri e sale all’11,8% medio, inserendosi all’inizio di un’ascesa di 1,5 Km all’8,9% che raggiunge il picco massimo del 16% poco prima del termine del muro, costituito da due rettilinei raccordati da una lieve curva a destra. Come detto in precedenza, una trentina di chilometri separano la cima della salita di Filottrano dal traguardo ed esattamente a metà di questo cammino s’interporrà la successiva e penultima difficoltà di gara, che ha come meta la frazione osimana di San Paterniano: l’ascesa è “double face”, tenera nel complesso e nella sua parte conclusiva – sono in tutto 3,1 Km al 4,4% – ma presenta un muretto in fase d’avvio, debuttando con un violento strappo di 600 metri all’11,6%. Per ultima arriverà l’ascesa conclusiva attraverso il centro storico di Osimo, con l’ultimo chilometro pavimentato in porfido che riproporrà il finale della tappa vinta da Moreno Argentin al Giro del 1994, l’edizione della corsa rosa che ci fece conoscere Marco Pantani. Chissà che al momento dell’unione del ricordo del “Pirata di Cesenatico” con quello dell’”Aquila di Filottrano” ci sia la scoperta di un’altra bella promessa per il futuro di questo sport….

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Passo del Termine (965 metri). Quotato 946 metri sulle cartine del Giro 2018, è valicato dalla SP 272 “di Monte Alago” tra Nocera Umbra e la localita Capo d’Acqua.

Valico di Pietra Rossa (674 metri). Non segnalato sul testo di riferimento “Valichi stradali d’Italia” (Georges Rossini, Ediciclo) è valicato in galleria dall’ex SS 502 “di Cingoli” tra Colcerasa e Cingoli

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Non c’è solo San Francesco ad Assisi: ecco la basilica di Santa Chiara

Spello, Porta Venere

Il “Campo de li Giochi” di Foligno in occasione della Giostra della Quintana

Vista panoramica sugli sconfinati colli umbri visti dalla strada che sale al Passo del Termine

Pioraco vista dal rettilineo che introduce nel piccolo borgo marchigiano

Castelraimondo, dai boschi alle porte del centro marchigiano fa capolino il Castello di Lanciano

Il duomo vecchio di San Severino Marche

Vista panoramica da Cingoli, il borgo definito “Belvedere delle Marche”

Filottrano vista dal tratto iniziale del “muro”

Piazza del Comune ad Osimo, sede dell’arrivo dell’undicesima tappa

Michele Scarponi sembra quasi invitarci tutti alla frazione di Osimo. In trasparenza ecco l’altimetria dell’undicesima tappa del Giro 2018 (foto Bettini)

Michele Scarponi sembra quasi invitarci tutti alla frazione di Osimo. In trasparenza ecco l’altimetria dell’undicesima tappa del Giro 2018 (foto Bettini)

PENNE – GUALDO TADINO: UN ABBRACCIO DI 240 Km

Interminabile cavalcata attraverso l’Appennino Centrale per il Giro d’Italia che oggi visiterà le terre colpite dai terremoti del 2016 e del 1997 con una frazione nella quale si alterneranno tratti pedalabili ad altri vallonati, con l’aggiunta di una lunga salita da affrontare subito dopo la partenza. È l’occasione buona per lanciarsi in fuga e le possibilità d’andare sino al traguardo non saranno così remote perché la continua alternanza di terreni di gara renderà oltremodo duro il lavoro di recupero per le squadre dei velocisti. E, in tal ottica, c’è il precedente di Gubbio 1989 che farà ben sperare gli attaccanti di giornata.

Il Giro è un abbraccio continuo e lo è in particolar modo quando visita città, paesi e frazioni i cui abitanti hanno provato sulla loro pelle il brivido del dramma. È già successo in questa edizione con la tappa terminata nella Valle del Belice e lo farà ancora a quasi metà del suo cammino, quando attraverserà il cuore dell’Appennino, in questi ultimi vent’anni in più occasioni provato dall’esperienza dei terremoti. Si comincerà con un omaggio alle vittime della strage di Rigopiano del 18 gennaio 2017, colpo di coda del sisma che aveva colpito il cuore della nostra penisola pochi mesi prima, mentre nel finale si sfiorerà quello che fu l’epicentro del terremoto del 1997, che pareva un ricordo oramai lontano nel tempo. Una tappa “aperta”, dunque, e in tutte le accezioni di questo termine. Perché fare un pronostico su frazioni come quella che condurrà il gruppo da Penne a Gualdo Tadino, dall’Abruzzo all’Umbria passando per le Marche, appare un’impresa ardua. A un primo sguardo l’altimetria sembra quella di una tappa destinata ai velocisti e quella dell’arrivo allo sprint sembra comunque come una delle soluzioni più probabili, poiché negli ultimi 70 Km l’ultima difficoltà di rilievo è quella non certo insormontabile di Annifo, passata la quale si dovranno poi percorrere quasi 30 Km per andare al traguardo, privi di ostacoli naturali. Tutta la fase precedente sarà, però, movimentata da un continuo e snervante saliscendi alternato a tratti pedalabili e queste continue variazioni di “palcoscenico” potrebbero mettere a dura prova il gruppo inseguitore. In aggiunta, ci sarà una salita lunga in partenza e non è detto che oggi si riesca a riacciuffare il drappello dei fuggitivi, tanto più che l’altimetria odierna ricorda molto quello della tappa L’Aquila – Gubbio del Giro del 1989. Anche in quell’occasione il percorso presentava una salita impegnativa nella prima fase, poi tanti su e giù e dopo l’ascesa di Annifo – ultima difficoltà di gara come in questo percorso – 55 Km per raggiungere il traguardo, molti di più di quelli che precederanno la retta d’arrivo di Gualdo Tadino: ebbene, quella volta fu la fuga ad arrivare, con successo di Bjarne Riis, allora ancora sconosciuto – al punto che, durante la telecronaca, De Zan lo continuerà a chiamare “Reis” – e che si imporrà all’attenzione mondiale sette anni dopo vincendo il Tour de France.
Questa lunga frazione – la più chilometrica dell’edizione 2018 – prenderà le mosse da Penne, uno dei borghi più belli d’Italia (fu ammesso nell’omonimo club nel 2012), noto anche come “Città del mattone” perché molti dei suoi monumenti medioevali presentano i mattoni a vista. Superato uno zampellotto subito dopo il “chilometro 0”, si affronterà immediatamente il tratto più ostico della tappa risalendo le pendici sud orientali del Gran Sasso in direzione di Farindola e Rigopiano, che sarà attraversata circa 2 Km prima dello scollinamento, previsto in località Fonte della Creta dopo aver affrontato un’ascesa lunga quasi 16 Km e caratterizzata da una pendenza media del 5,9%, comunque mai impegnativa (se non nei 700 metri che precedono il GPM e che salgono al 9,7% medio) ma che potrebbe sicuramente farsi sentire se la partenza avverrà a velocità sostenuta. In discesa si percorrerà inizialmente la provinciale per Castelli – centro conosciuto per la produzione di ceramiche, iniziata in epoca rinascimentale – per poi deviare verso la valle del Vomano, prima di raggiungere la quale il tracciato transiterà ai piedi del colle sul quale sorge la chiesa romanica di Santa Maria di Ronzano, parte d’una scomparsa abbazia benedettina eretta tra il 1170 e il 1180. Superato il corso del fiume Vomano, si affronterà la più impegnativa delle colline che denotano la fase centrale del tracciato (Bruzzolana, 6,4 km al 5,4%) per poi planare su Teramo, il capoluogo della più settentrionale provincia abruzzese, situato dove si trovava l’antica Aprutium, che poi divenne Urbs Interamnia sotto i romani che vi eressero, tra l’altro, un teatro ancor oggi visibile nonostante che nei secoli vi siano state cavate pietre per innalzare altri monumenti cittadini, come la cattedrale di Santa Maria Assunta.
Attraversata Teramo inizierà un tratto dolcemente vallonato di una trentina di chilometri che si snoderà al margine orientale dei Monti della Laga, il quinto gruppo montuoso dell’Appennino centrale per altitudine, unito a quello del Gran Sasso dall’omonimo parco nazionale: si tratta di un’area che alcuni anni fa individuò nel ciclismo un ottimo veicolo promozionale iniziando una lunga collaborazione con la Gazzetta dello Sport che portò tra quei monti diverse manifestazioni organizzate dalla “Rosea”, sulle quali spicca la tappa del Giro d’Italia che terminò nella stazione di villeggiatura di San Giacomo nel 2002, vinta dallo scalatore messicano Julio Alberto Pérez Cuapio. Sfiorato il colle sul quale si trova il borgo di Civitella del Tronto, dominato da un’imponente fortezza voluta dal re di Spagna Filippo d’Asburgo, il percorso lascerà l’Abruzzo per entrare in territorio marchigiano, che accoglierà il Giro nel corso della discesa verso Ascoli Piceno, il cui centro storico – uno dei più ammirati d’Italia – ha avuto tra i suoi visitatori più illustri anche un divo di Hollywood del calibro di Dustin Hoffman che nel 1972 vi girò gran parte delle scene del film “Alfredo Alfredo”: nella pellicola, firmata da Pietro Germi e interpretata anche da Stefania Sandrelli, si possono ammirare, tra gli altri luoghi ascolani, la centralissima Piazza del Popolo, il chiostro maggiore di San Francesco e la chiesa di Santa Maria Intervineas, set del matrimonio tra Hoffman e la Sandrelli.
Dopo Ascoli inizierà il tratto più frastagliato della tappa, una cinquantina di chilometri di ondulazioni che si supereranno percorrendo strade abituali per il gruppo, più volte solcate sia al Giro, sia alla Tirreno-Adriatico, che da queste parti ha inscenato appassionanti e tormentate frazioni collinari, talvolta rivelatesi determinanti per la classifica generale. Non dovrebbero esserci grosse sorprese stavolta perché il percorso eviterà i tratti più arcigni dell’entroterra piceno, nel quale s’incontrano anche muri d’impressionante asprezza (l’appuntamento è rinviato all’indomani, quando si transiterà per Filottrano), mentre l’unico grosso ostacolo che si sarebbe dovuto superare viaggiando in direzione dell’Umbria, il valico della Croce di Casale (729 metri), sarà tagliato infilandosi nella galleria-traforo di circa 1,5 Km inaugurata nel 2007 e che evita una salita che, comunque, non sarebbe stata insormontabile. Si tornerà a vedere il cielo in vista del passaggio da Comunanza, borgo abitato sin dall’epoca romana (vi sono stati rinvenuti di resti di stabilimenti termali) il cui centro storico è raggruppato lungo le rive del fiume Aso. Il tratto successivo, tra i più tortuosi della tappa, condurrà i “girini” sulle strade di Amandola, località di villeggiatura alle porte dei Monti Sibillini in direzione dei quali si possono svolgere interessanti escursioni come quelle che conducono al Santuario della Madonna dell’Ambro (in comune di Montefortino) e alla Gola dell’Infernaccio, mentre spingendosi molto pià lontano, al confine tra Umbria, Marche e Lazio, è possibile arrivare fino al Monte Vettore e al caratteristico Lago di Pilato, noto come Lago degli Occhiali per la forma che assume nei periodi di piena e che, secondo la tradizione, si sarebbe formato nel momento nel quale Ponzio Pilato si lavò le mani e consegnò Gesù Cristo ai crocifissori. Superato lo strappo di Rustici – momento più impegnativo di questo frangente di corsa (1,3 Km al 7,2%), dalla cui cima nelle giornate più terse l’occhio riesce a spaziare fino al lontano Gran Sasso – si scenderà verso la località termale di Sarnano, conosciuta agli appassionati di sport in quanto porta d’accesso alla stazione invernale di Sassotetto, la principale delle Marche: la conoscono non solo gli amanti dello sci poiché la strada che vi conduce costituisce una delle ascese più impegnative dell’Appennino, nota sia agli appassionati di ciclismo – quest’anno inserita nel programma della Tirreno-Adriatico come arrivo di tappa – sia a quelli d’automobilismo per il Trofeo Scarfiotti, cronoscalata disputata per la prima volta nel 1969 e intitolata al pilota Ludovico Scarfiotti, cugino dell’avvocato Agnelli scomparso l’anno precedente in seguito ad un incidente avvenuto sul circuito di Rossfeld, in Germania. Siamo dunque alle soglie di una delle salite più note della regione e curiosamente proprio in questo punto terminerà il tratto più accidentato della frazione, che prenderà ora a scendere dolcemente verso Caldarola, centro il cui nome ricorda la temperatura di scomparse fonti termali, la cui vena d’acqua s’esaurì attorno al XVI secolo.
Dopo tanti saliscendi i successivi venti chilometri sul velluto sembreranno quasi una “pacchia” mentre si risalirà la valle del Chienti, inizialmente costeggiando il lago artificiale di Caccamo, realizzato negli anni ’50 per il fabbisogno elettrico dei comuni del circondario. Procedendo verso l’Umbria il gruppo transiterà sotto i pittoreschi ruderi della Rocca di Varano e poi lascerà sulla sinistra la strada per San Maroto, frazione dell’ex municipio di Pievebovigliana (Valfornace dal primo gennaio 2017) che merita la deviazione per godere della vista di un vero e proprio gioiello dell’arte come la chiesa romanica di San Giusto, alla cui costruzione operarono anche maestranze provenienti dalla lontana Siria, come lasciato intuire dalla sua pianta circolare di derivazione bizantina.
Non ci sarà, invece, spazio per distrazioni per il gruppo, che sicuramente a questo punto sarà già da tempo impegnato nelle fasi di “tamponamento” del vantaggio accumulato dai fuggitivi e che si troverà ora ad affrontare un tratto piuttosto delicato, pur essendo dolcissima la pendenza che si dovrà superare per salire sul Piano di Colfiorito, nome con il quale s’identificano una serie di sette altipiani carsici nati in seguito alla bonifica di altrettanti piccoli laghi. È in quest’area che alle 11.42 del 26 settembre 1997 fu registrato l’epicentro della scossa più celebre del terremoto che sconvolse l’Umbria, quella che provocò il crollo della volta della basilica di San Francesco ad Assisi. La scossa scaturì dalle viscere della montagna sottostante Annifo, la piccola frazione di Foligno che fu quasi interamente distrutta dal sisma e per i cui abitanti fu allestito un villaggio di container che l’anno successivo fu meta di una storica visita di Giovanni Paolo II: vent’anni dopo sarà il Giro a ricalcare le orme di Papa Wojtyła e proprio in prossimità delle casupole costruite nelle ore dell’emergenza avrà inizio il tratto più difficile dell’ultima salita in programma oggi, mille metri esatti al 6,9% di pendenza media.
Gli ultimi 30 Km di gara, totalmente privi di difficoltà, debutteranno con la lenta discesa verso Nocera Umbra, cittadina sviluppatasi in età romana lungo la Via Flaminia e il cui centro storico subì notevoli danni in occasione del terremoto di vent’anni fa in seguito ripristinati, come quelli che patì il “Campanaccio”, torre simbolo della città umbra. I 15 Km conclusivi, infine, non presenteranno poi altre alternative alla pianura e in quell’ultimo tratto vedremo se il lungo abbraccio attraverso gli appennini avrà “stritolato” le speranze dei velocisti….

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Sella di Fonte della Creta (1254 metri). Valicata dalla SP 37 “di Castelli” tra Rigopiano e Castelli.

Sella di Colle dei Cavatori. Valicata dalla SP 37 “di Castelli” tra Rigopiano e Castelli.

Sella di Colle Corneto (895 metri). Valicata dalla SP 37 “di Castelli” tra Rigopiano e Castelli.

Valico Croce di Casale (729 metri). Valicato dalla SP 237 (ex SS 78 “Picena”) tra Marsia di Roccafluvione e Comunanza. I corridori non saliranno fino al valico poiché percorreranno la variante della provinciale che transita in galleria sotto il passo, a una quota di 570 metri. Il valico è stato in tre occasioni GPM al Giro d’Italia: vi transitarono in testa Roberto Conti nel 1987 (tappa Giulianova – Osimo, vinta dal francese Robert Forest), Stefano Giuliani nel 1988 (tappa Urbino – Ascoli Piceno, vinta da Guido Bontempi) e l’australiano Phil Anderson nel 1990 (tappa Teramo – Fabriano, vinta da Luca Gelfi).

Colle Croce (872 metri). Valicato dalla SP 440 “di Annifo” tra Annifo e Sorifa, nei pressi dell’omonima località.

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

FOTOGALLERY

Uno degli accessi al borgo di Penne

Rigopiano

Chiesa di Santa Maria di Ronzano

Teramo, resti del teatro romano

Civitella del Tronto e la sua fortezza visti dalla strada che percorreranno I “girini”

Romantico bacio tra Stefania Sandrelli e Dustin Hoffman in una scena de “Alfredo Alfredo” girata nel centro storico di Ascoli Piceno (www.davinotti.com)

Romantico bacio tra Stefania Sandrelli e Dustin Hoffman in una scena de “Alfredo Alfredo” girata nel centro storico di Ascoli Piceno (www.davinotti.com)

Uno scorcio del borgo di Comunanza

Santuario della Madonna dell’Ambro, sui Monti Sibillini

Lago di Pilato

Lago di Caccamo

Rocca di Varano

San Maroto (Valfornace), chiesa di San Giusto

Annifo, il villaggio prefabbricato per i terremotati che nel 1998 fu visitato da Giovanni Paolo II

Nocera Umbra e il “Campanaccio”

Gualdo Tadino, Piazza Martiri della Libertà

L’altopiano di Colfiorito, e, in trasparenza, l’altimetria della decima tappa del Giro 2018 (www.fieitalia.com)

L’altopiano di Colfiorito, e, in trasparenza, l’altimetria della decima tappa del Giro 2018 (www.fieitalia.com)

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