IL GIGANTE E LA BAMBINA

È la più breve tra le sei tappe d’alta montagna previste dal Giro 2019 ma appartiene al novero delle più impegnative di questa edizione. Concentrati in 131 Km s’incontreranno cinque ascese la prima delle quali sarà affrontata a “freddo” subito dopo la partenza. Il clou delle difficoltà sarà raggruppato nel finale, che ha il suo faro nella durissima ascesa al Colle San Carlo, le cui inclinazioni s’avvicinano molto a quelle del Mortirolo.

Quando nel 1971 Lucio Dalla compose “Il gigante e la bambina”, il brano portato al successo da Ron, di certo non poteva pensare alla tappa che, quasi 50 anni dopo, Mauro Vegni avrebbe disegnato sulle strade della Valle d’Aosta. Ma – tralasciando il testo, che narra in musica un efferato strupro realmente accaduto l’anno precedente – il titolo di quella canzone sembra calzare a pennello per la seconda frazione alpina del Giro 2019, nella quale sono presenti entrambi i protagonisti, il gigante e la bambina. Il primo è sua maestà il Monte Bianco, che dall’alto dei suoi 4.808,72 metri è il punto più alto della nazione italiana. La “bambina” è proprio la tappa che terminerà ai suoi piedi, bambina perché – cronometro escluse – è la più breve tra le diciotto frazioni in linea previste quest’anno, lunga soli 131 Km. Si tratta di una distanza che alcuni ritengono indegna di una frazione di montagna di un grande giro, parlando di chilometraggio più consoni ad una competizione per dilettanti e affermando che la storia delle grandi corse a tappe s’è fatta su tapponi di “peso”, sotto tutti gli aspetti. Ma è anche vero che, in diverse occasioni, a risultare determinanti furono “tappette” di montagna dal basso chilometraggio e, in particolare, la più famosa tra quelle disputate al Giro fu la Piamborno – Monte Campione, lunga soli 85 Km, che decise l’edizione del 1982 con l’attacco sulla salita finale di Bernard Hinault, che in quel modo vendicò l’”affronto” subito 24 ore prima da Silvano Contini, che lo aveva attaccato nella frazione di Boario Terme e gli aveva strappato la maglia rosa con un vantaggio che sembrava incolmabile, due minuti e 14 secondi. L’indomani all’asso francese bastarono i 13 Km dell’ascesa finale – non esisteva ancora l’appendice verso il Plan dove vinceranno Marco Pantani nel 1998 e Fabio Aru nel 2014 – per ristabilire l’ordine e far crollare Contini, che arrivò al traguardo con tre minuti e 25 secondi di ritardo e senza più addosso le insegne del primato, tornate a fasciare le spalle di Hinault da lì fino alla fine del Giro. E quella tappa non presentava altre difficoltà altimetriche oltre a quella finale, un percorso decisamente agli antipodi rispetto a quello della frazione valdostana, disegnata con una mano che ricorda quella con la quale Javier Guillén, direttore del Giro di Spagna, ha tracciato in anni recenti brevissime ma tremende tappe sulle strade del Principato d’Andorra. Ci piace ricordare, in particolare, la frazione che nel 2015 consentì ad Aru di conquistare quella maglia “roja” che poi porterà fino a Madrid (interregno di Dumoulin a parte) e che in 138 Km – distanza abbastanza simile a quella della frazione di Courmayeur – proproneva solo salite e discese, senza intermezzi tra un colle e l’altro (ne erano previsti sei) e con la prima ascesa da affrontare a “freddo” subito dopo la partenza. Lo stesso accadrà anche al Giro con la differenza che, superato il primo Gran Premio della Montagna, si dovrà poi percorrere una quindicina scarsa di chilometri in pianura prima di arrivare alle salite successive, un “tridente” che avrà la sua punta massima – non solo per la quota ma anche per le pendenze – ai quasi 2000 del Colle San Carlo, il “Mortirolo della Vallée”, penultima difficoltà di gara perché poi ci sarà anche l’ascesa, questa molto pedalabile, che condurrà sino al traguardo.
Si tratta, dunque, di una frazione dall’altissimo potenziale, che potrebbe fare più danni di un corposo tappone e risultare fatale a molti. Come detto si comincerà a salire molto presto perché a soli 7 km dal via si lascerà il fondovalle della Dora Baltea – il quinto affluente del Po per portata, le cui sorgenti si trovano non distante dal luogo dove si concluderà questa frazione – per affrontare i 6.7 Km al 7.9% che condurranno a Verrayes, comune presso il quale si trova un arboreto progettato all’inizio del secolo scorso dal sacerdote Pierre-Louis Vescoz per dimostrare come fosse possibile rimboschire aree degrate dall’erosione provocata dagli agenti atmosferici. In quanto alla salita è inedita ma solo in parte perché i primi 2.5 Km – tra l’altro i più impegnativi – sono in comune con il versante meridionale del Col Saint Pantaléon, che al Giro dello scorso anno fu affrontato nel finale del tappone di Cervinia e fu teatro del drammatico crollo di Thibaut Pinot che, terzo alla partenza da Susa con un ritardo di 4’17” da Chris Froome, soffrì terribilmente a causa di un principio di polmonite, le cui avvisaglie le avvertì proprio sull’ascesa valdostana, e giunse al traguardo con un passivo di quasi 45 minuti, essendo poi costretto al ritiro dalla corsa proprio alla vigilia della frazione conclusiva.
In fondo alla prima discesa di giornata il passaggio dal centro di Nus, dominato da un castello costruito nel XIII secolo a guardia dell’imbocco del vallone di Saint-Barthélemy, rappresenterà l’inizio dell’unico vero tratto di quiete di questa frazione, che terminerà circa 15 Km più avanti dopo il passaggio da Aosta, dove il tracciato di gara sfiorerà il “biglietto da visita” del capoluogo regionale, l’Arco di Augusto, oltre il quale si spalancano al visitatore i principali monumenti cittadini, dal teatro romano della colonia di Augusta Prætoria alla romanica collegiata di Sant’Orso.
Alla periferia occidentatale di Aosta terminerà questo momentaneo tratto di “pacchia” e si tornerà a pedalare verso il cielo andando ad affrontare la più lunga tra le cinque salite in programma, che ha come meta i 1582 metri della località di Verrogne dove si giungerà dopo aver percorso poco meno di 14 Km, inclinati al 7.1% medio. Come la precedente di Verrayes è inedita ma non lo è del tutto poiché, pur non essendo mai stata inserita nel tracciato di una corsa professionistica, questa salita potrebbe non essere del tutto ignota a qualcuno dei partecipanti al Giro 2019 in quanto in diverse occasioni è stata presente sul tracciato del “Giro della Valle d’Aosta”, una delle principali corse a tappe riservate alla categoria U23 (gli ex dilettanti), competizione che ha avuto tra i vincitori due volte Fabio Aru (nel 2011 e nel 2012) e il francese Pinot (2009). Attraversato il borgo di Saint-Nicolas, presso il quale si possono ammirare spettacolari piramidi di terra che ricordano i calanchi, la discesa da Verrogne avrà termine in quel di Saint-Pierre, comune situato in una delle zone più soleggiate della Valle d’Aosta e principalmente conosciuto per la presenza di ben due castelli, Sarriod de la Tour e quello di Saint-Pierre, uno dei più scenografici della regione, purtroppo chiuso per restauri da una decina d’anni e che nel 2001 fu inquadrato in alcune riprese del film “I cavalieri che fecero l’impresa” di Pupi Avati, nel quale è spacciato per il maniero francese di Jaligny.
Stavolta non ci sarà il tempo per tirare il fiato perché, una volta conclusa la discesa, immediatamente si riprendere a salire diretti a Les Combes, la frazione del comune di Introd salita agli onori della cronaca nel 1989 quando fu selezionata dal Vaticano quale meta delle ferie estive prima di Papa Giovanni Paolo II e poi del suo successore Benedetto XVI. I “girini” non avranno il tempo di pellegrinare sin lassù e ammirarne la Maison-musée Jean-Paul II, inaugurata l’anno della scomparsa di Papa Wojtyła, perché si fermeranno al bivio situato un chilometro sotto Les Combes, terminata un’ascesa di 8.2 Km al 7%, per poi lanciarsi giù per la ripida discesa che condurrà ad Arvier, il borgo d’aspetto medioevale dove, nella frazione Chez-les-Garin, il 3 marzo 1871 nacque Maurice Garin, primo italiano a vincere la Parigi-Roubaix – si impose nella seconda e nella terza edizione dell’”Inferno del Nord” (1897 – 1898) – e nel 1903 primo vincitore del Tour de France, affermazione a tutti gli effetti da considerarsi conseguita da un corridore francese perché Garin aveva preso tale cittadinanza due anni prima, dopo essersi trasferito in Francia con la famiglia sin dal 1885 e aver inizialmente lavorato oltralpe come spazzacamino.
Inizierà ora un altro tratto intermedio verso il colle successivo, decisamente meno agevole rispetto a quello percorso in direzione di Aosta perché a un certo punto si abbandonerà la statale di fondovalle per superare un secco strappo di 2 Km al 7.8% che precede di poco l’ingresso nell’abitato di La Salle, sulle cui alture si trova il castello di Écours, chiuso al pubblico in quanto di proprietà privata e nel quale secondo la tradizione sarabbe nato nel 1224 Innocenzo V, il primo papa proveniente dall’ordine dei domenicani, molto più realisticamente venuto al mondo nel comune francese di Champagny-en-Vanoise, situato nella valle alpina nota con il nome di Tarentaise (e, infatti, questo pontefice è spesso chiamato “Pietro di Tarantasia”, dal suo originario nome di Pierre). Pedalando tra i vigneti dai quali “nasce” il vino bianco più alto d’Europa – il DOC “Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de La Salle”, le cui terre di produzione raggiungono i 1300 metri di quota – si andrà quindi incontro al momento più atteso di questa frazione, che vedrà i corridori impegnati nell’affrontare una delle salite più difficili della regione, il Colle San Carlo. L’abbiamo inizialmente paragonato al Mortirolo e l’accostamento non stride per nulla perché le pendenze medie non sono molto dissimili (9.8% vs 10.1%), anche se l’ascesa valtellinese esce vincente dal confronto in virtù di un maggior chilometraggio (10.5 vs 12.8 Km) e di un dislivello superiore per quasi 250 metri. Di certo potrebbero entrambe rappresentare vere e proprie chiavi di volta del Giro e molti pretendenti al successo potrebbero vedersi vanificare le loro rosee speranze nell’affrontare le dure rampe del colle valdostano, dalla cui cima è possibile raggiungere con una bella ma difficile escursione di quasi 3 ore due tra i più panoramici laghi della regione, quello di Arpy e, soprattutto, quello di Pietra Rossa (2559 metri), dal quale si gode una stupenda vista che arriva ad abbracciare la vicina catena del Monte Bianco, quasi da poterla toccare.
Ad una salita in “tinta unita” seguirà una discesa bicolore, con una prima parte più difficile e tecnica verso La Thuile e una seconda più scorrevole quando si confluirà sulla statale che scende dal Piccolo San Bernardo in direzione della piccola località termale di Pré-Saint-Didier, le cui sorgenti, note sin dall’epoca romana, furono utilizzate per scopi curativi a partire dal Seicento mentre nel 1888 fu attrezzata anche un piccolo casinò, ospitato in un edificio oggi inglobato nell’odierno complesso termale. Mancherà a questo punto una sola salita, la più tenera del mazzo, ma è risaputo che l’abbinamento tra un colle decisamente “irsuto” di pendenze e uno più glabro s’è spesso rivelato un’accoppiata micidiale e percorrendo quegli ultimi 7500 metri al 3,1% i minuti di distacco potrebbero fare autentiche capriole all’indietro. Solamente nel percorrere i primi 3 Km s’incontreranno pendenze di una certa consistenza (media del 6% in quel tratto) poi la strada si “spiattellerà” letteralmente nell’attraversamento del centro di Courmayeur per poi riprendere a salire, ma con lievità, nel tratto conclusivo che punta dritto verso il traguardo presso la nuova stazione della Skyway, l’ardita funivia che permette di salire fino sul Monte Bianco e poi di scendere sul versante francese verso Chamonix. Una spettacolare “scorciatoia” posta al termine di una tappa che di scorciatoie ne riserverà ben poche….

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Col des Combes (1257 metri). Coincide con il bivio per Les Combes, all’altezza dello scollinamento che sulle cartine del Giro 2019, dove è quotato 1256 metri, è segnalato con il nome di Truc d’Arbe.

Colle San Carlo (1971 metri). Quotato 1951 metri sulle cartine del Giro 2019, è valicato tra Morgex e La Thuile dalla Strada Regionale 39 “del Colle d’Arpy” (nome desueto del passo, assieme al toponimo francese di Col Saint-Charles). Il Giro d’Italia l’ha scalato finora in quattro occasioni e la prima di queste porta la data dell’8 giugno del 1963 quando il San Carlo – sull’altimetria dell’epoca segnalato con il nome della montagna sovrastante, la Tête d’Arpy – fu inserito nel tracciato della cosiddetta “tappa delle Balconate Valdostane”, un circuito di 238 Km con traguardo fissato a Saint-Vincent, dove si giunse dopo esser saliti per due volte anche sul Col de Joux: ad imporsi fu Alberto Assirelli mentre sul San Carlo era scollinato in testa lo spagnolo Angelino Soler. Sempre come “Tête d’Arpy” sarà scalato nel 1970 nel corso della Saint-Vincent – Aosta, vinta da Franco Bitossi dopo che sul San Carlo era scollinato per primo Michele Dancelli. Con il nome tradizionale sarà affrontato, salendo dal versante più facile, nella prima tappa italiana del Giro del 1973, partito dal Belgio e giunto in Italia attraverso Olanda, Germania, Lussemburgo, Francia e Svizzera, dove da Ginevra scatterà la tappa del San Carlo, con traguardo fissato ad Aosta dopo esser transitati dal traforo del Monte Bianco, scollinamento in testa dello spagnolo José Manuel Fuente e vittoria di Eddy Merckx. Infine l’ultimo conquistatore di questo valico è stato Leonardo Piepoli nel 2006, poi impostosi sul traguardo della tappa Alessandria – La Thuile.

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Il casinò di Saint-Vincent

Verrayes, scorcio panoramico dall’Arboretum Pierre-Louis Vescoz di Verrayes (www.comune.verrayes.ao.it)

Verrayes, scorcio panoramico dall’Arboretum Pierre-Louis Vescoz di Verrayes (www.comune.verrayes.ao.it)

Castello di Nus

Aosta, Arco d’Augusto

Aosta, collegiata di Sant’Orso

I calanchi di Saint-Nicolas (www.naturaosta.it)

I calanchi di Saint-Nicolas (www.naturaosta.it)

Il castello di Saint-Pierre spacciato per il maniero francese di Jaligny nel film I cavalieri che fecero limpresa” (www.davinotti.com)

Il castello di Saint-Pierre spacciato per il maniero francese di Jaligny nel film "I cavalieri che fecero l'impresa” (www.davinotti.com)

Saint-Pierre, Castello Sarriod de la Tour

L’ingresso a Les Combes

Chez-les-Garin, la piccola frazione di Arvier nella quale nacque Maurice Garin

La Salle, dietro al lavatoio fa capolino la torre del castello di Écours

Il tratto più ripido della salita verso il Colle San Carlo

Lago d’Arpy

Lago di Fontana Rossa

Il vecchio casinò di Pré-Saint-Didier, oggi parte integrtale dello stabilimento termale

La nuova stazione della Skyway, la funivia del Monte Bianco

La cima del Monte Bianco, in trasparenza, l’altimetria della 14a tappa del Giro d’Italia 2019 (Triapdvisor)

La cima del Monte Bianco, in trasparenza, l’altimetria della 14a tappa del Giro d’Italia 2019 (Triapdvisor)

IL GIRO BUSSA ALLE PORTE DEL PARADISO

È arrivato il giorno del primo dei tre tapponi alpini, che avrà come protagonista il Gran Paradiso, sulle cui pendici si affronteranno le ultime due delle tre ascese previste. Prima il Pian del Lupo e poi la conclusiva salita verso il Lago Serrù, lungo la strada per il Colle del Nivolet, potrebbero riscrivere le gerarchie del 102° Giro d’Italia, fin qui principalmente costruite sulle fondamenta delle crono di Bologna e San Marino.

Il Giro d’Italia in paradiso, per ovvie ragioni, fisicamente non c’è mai stato, avvicinandolo soltanto quando si avventura fin sul punto più elevato delle rete stradale italiana, i 2758 metri del Passo dello Stelvio. Ma stavolta potrà quasi toccare con un dito il Paradiso con la P maiuscola, quello tutto nostrano che troneggia tra Piemonte e Valle d’Aosta e che nel 1985 fu “assaggiato” in occasione della frazione che terminava ai 1666 metri di Valnontey, località situata a monte della celebre Cogne dove a imporsi fu il futuro vincitore del Giro d’Italia 1988 Andrew Hampsten. Il 24 maggio di quest’anno, però, ci si avventurerà ancora più in alto, risalendo il versante piemontese della grande montagna – l’unico quattromila tutto italiano – fino ai 2247 metri del Lago Serrù. Gli organizzatori del Giro hanno in questo modo accolto l’annosa richiesta degli enti locali che, però, ambivano a un traguardo ancora più in quota, ai 2612 metri del Colle del Nivolet, il secondo valico stradale asfaltato per altitudine del Piemonte dopo il Colle dell’Agnello (2748 metri). Arrivare fin lassù avrebbe offerto immagini spettacolari alla televisione ma anche comportato parecchi disagi agli organizzatori essendo la strada a fondo cieco e povera di parcheggi in vetta. Ci si dovrà così accontentare di un Nivolet “smozzicato” ma comunque rilevante come difficoltà altimetrica perché si affronterà lo stesso un’ascesa finale esigente, sia sul piano del chilometraggio, sia per le pendenze che si andranno a superare. Per “compensare” il taglio del finale Vegni è andato a scovare un’altra rilevante salita – il Pian del Lupo – proprio nell’imminenza nell’ascesa conclusiva che, unita al Colle del Lys da scalare nella prima parte del percorso, andrà a comporre il quadro del primo dei tre “tapponi” del Giro 2019: dei 188 Km del tracciato poco meno di 50 saranno da percorrere in salita, superando un dislivello globale di quasi 3200 metri, numeri che potrebbe causare un vero e proprio scompiglio nella classifica di una corsa che finora non aveva proposto grandissime salite, se si esclude il Montoso scalato il giorno prima a una trentina di chilometri dal traguardo di Pinerolo. Da quest’ultima si ripartirà in pianura ma, percorsi i primi 9 Km, subito si andrà incontro alla prima salita di giornata, la Colletta di Cumiana, 3700 metri al 6.6% che terminano con un muretto di 700 metri al 10.3% e che iniziano all’uscita dall’omonimo centro, paese natale di Francesco Camusso, corridore che gareggiò tra i professionisti dal 1928 al 1938 e che è principalmente ricordato per aver vinto il Giro d’Italia nel 1931, l’anno nel quale la Gazzetta dello Sport istituì la maglia rosa. Il gruppo scenderà quindi a specchiarsi nelle acque del più grande dei due laghi di Avigliana, nel quale si riflette anche la mole del Monte Pirchiriano, sulla cui cima nel X secolo fu eretta l’Abbazia di San Michele della Chiusa, monumento simbolo della Regione Piemonte più conosciuto con il nome di Sacra di San Michele, un tempo tappa di un percorso di pellegrinaggi dedicato all’arcangelo Michele che collegava la celebre abbazia francese di Mont Saint-Michel con il santuario dedicato al santo eretto a Monte Sant’Angelo in Puglia.
Percorsi 35 Km dal via si giungerà ai piedi della prima delle tre grandi ascese di previste dal tracciato, il Colle del Lys, non certo una novità per la corsa rosa, che la scalò per la prima volta lo scorso anno nel tappone di Bardonecchia vinto da Chris Froome. Dodici mesi fa si era, però, saliti dal versante settentrionale, decisamente più pedalabile rispetto ai 13.7 Km al 6.8% che si affronteranno stavolta per arrivare fino al monumento innalzato in memoria dei 26 partigiani che il 2 luglio del 1944 furono in quel luogo catturati e fucilati dai tedeschi. La discesa successiva condurrà la corsa a Viù, comune noto agli appassionati di “bob kart” in quanto sede – sin dal 1959 – di un gran premio di questa particolare gara che ricorda le “Soapbox Race” americane e che a luglio accoglierà anche l’arrivo della seconda frazione del Giro Rosa, il Giro d’Italia riservato alle donne che pure loro dovranno quel giorno salire sul Lys, anche se dal versante più pedalabile. Sfiorata Lanzo Torinese, principale centro delle tre “Valli di Lanzo” (la più settentrionale è la Val Grande, quella mediana è la Val d’Ala mentre il gruppo proveniva dalla più meridionale delle tre, quella di Viù), inizierà un tratto intermedio di una trentina di chilometri che “traghetterà” il gruppo verso le due ascese finali con un andamento leggermente ondualato. All’inizio di questo tratto si attraverserà la porzione più occidentale della Riserva naturale della Vauda, creata nel 1992 per preservare l’altopiano formatosi ai piedi del ghiacciaio che un tempo ricopriva interamente le Valli di Lanzo; a lievi saliscendi ci si avvicinerà a Rocca Canavese, presso il quale si stagliano i ruderi del locale castello, probabilmente di fondazione longobarda. Un altro breve “zampellotto” sarà quello che introdurrà la corsa a Rivara, dove di castello non ce n’è uno, perché questo comune ne può sfoggiare ben due, anche se entrambi i manieri appartengono al medesimo complesso architettonico. Dopo Busano il percorso si fa meno articolato e con un lungo rettilineo in lieve falsopiano si approderà a Valperga, comune nel cui territorio ricade il Sacro Monte di Belmonte, il più occidentale e forse meno noto dei nove “Sacri Monti” riconosciuti patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO, realizzato nel XVIII secolo su iniziativa del padre francescano Michelangelo da Montiglio, che presso un preesistente santuario eretto attorno all’anno Mille ebbe l’idea di costruire delle cappelle nelle quali far rivivere le scene della Passione. La “traversata” verso il gran finale di corsa terminerà con il passaggio da Cuorgnè, dove il gruppo supererà il corso del torrente Orco – che ha le sue sorgenti proprio dalle parti del Nivolet – a breve distanza dalle arcate del vecchio ponte d’epoca medioevale, in abbandono dopo che nell’800 l’Orco si divorò letteralmente gran parte del manufatto. Al proposito, a guardare la nomenclatura della tappa odierna sembra che ora si entri in pieno nelle pagine d’una favola popolata da personaggi “cattivi” e tra Orco e Lupo il passo sarà breve, sotto la forma dei 9.4 Km all’8.7% che condurranno ai 1405 metri del Pian del Lupo attraversando parte della “Valle Sacra”, area del Canavese che prende questo nome dalla numerosa presenza di luoghi di culto, come il santuario dedicata a Santa Elisabetta, costruito nel 1796 poco sopra l’omonima frazione posta lungo l’ascesa che si starà percorrendo. Una discesa nettamente più tenera rispetto all’ascesa appena lasciatesi alle spalle (la pendenza media è del 5.5%) ricondurrà in circa 17 Km nella valle dell’Orco che, a partire da questo punto, sarà compagno di viaggio sino al traguardo, anche se non è ancora arrivato il momento dell’ascesa finale. Per quasi 25 Km, infatti, si correrà in ambiente di “pre salita”, prendendo dolcemente quota mentre si attraverseranno i centri di Pont Canavese (vi si trova l’antica pieve di Santa Maria in Doblazio) e Locana che, con i suoi quasi 133 Km quadrati, è il più esteso comune della provincia di Torino. È proprio da qui che la salita inizia a farsi più concreta, anche se le cartine ufficiali del Giro 2019 indicano come punto d’inizio ascesa il successivo centro di Noasca, comune dove nel 1950 furono girate alcune scene de “Il cammino della speranza”, pellicola di Pietro Germi inserita nell’elenco dei “100 film italiani da salvare” e che racconta il drammatico viaggio di un gruppo di minatori siciliani che abbandonarono la loro terra per cercare fortuna in Francia. Da qui iniziano gli ultimi 20.3 Km di gara, altalenanti perché inizialmente l’ascesa procede a gradoni alternando tratti in lieve ascesa ad altri più impegnativi, con l’incursione di una porzione pianeggiante di quasi 2 Km e mezzo che inizia dopo il passaggio da Ceresole Reale, il comune più alto valle, il cui toponimo ricorda l’epoca nel quale il Gran Paradiso non era ancora parco naturale – è il più antico d’Italia, istituito nel 1922 – ma riserva di caccia concessa in uso esclusivo ai regnanti di Casa Savoia, per i quali fu appositamente tracciata una fitta rete di mulattiere. All’uscita dalla pianura intermedia si incontrerà il Rifugio Muzio, piccola struttura ricettiva ricavata in quella che un tempo era una caserma costruita nel 1941, ha inizio la parte conclusiva della salita, che stavolta tirerà dritta senza più interruzioni nei conclusivi 6 Km che salgono all’8.9% verso il Lago Serrù, il bacino artificiale che sta all’inizio dell’ultimo panoramico tratto della strada del Nivolet, sui cui tornanti nel 1969 fu girata una spettacolare scena d’inseguimento, degna di un episodio della saga di 007, nel finale de “Un colpo all’italiana”, film di Peter Collison che occupa il 36° posto nella BFI 100, la lista dei migliori cento film britannici del XX secolo.
Sono paesaggi da film che non avranno la possibilità di gustarsi i corridori, oggi chiamati a scrivere una delle pagine più importanti della storia del 102° Giro d’Italia.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Cappella della Colletta (617 metri). Valicata dalla SP 193 “della Colletta” che mette in comunicazione Cumiana con Giaveno, è quotata 621 sulle cartine del Giro 2019, dov’è chiamata con il nome di Colletta di Cumiana. Il Giro l’ha scalata tre volte, ma solo nel 1991 era valida come traguardo GPM: era la tappa Savigliano – Sestriere e vi scollinò in testa lo spagnolo Iñaki Gastón mentre a imporsi sul traguardo fu il connazionale Eduardo Chozas. Gli altri due passaggi risalgono al 2009 (Cuneo-Pinerolo, vittoria di Danilo Di Luca) e al 2016 (Muggiò-Pinerolo, primo al traguardo Matteo Trentin).

Colle del Lys (1311 metri). Aperto tra i monti Arpone e Pelà, è valicato dalla SP 197 “del Colle del Lys” e mette in comunicazione Almese con Viù. Talvolta il suo nome viene scritto “Lis”. Il Giro d’Italia l’ha inserito nel tracciato per la prima volta lo scorso anno, all’inizio del tappone che da Venaria Reale conduceva a Bardonecchia, vinto da Chris Froome. In vetta al Lys era transitato per primo lo spagnolo Luis León Sánchez.

Col San Giovanni (1116 metri). Valicato dalla SP 197 “del Colle del Lys” nel corso della discesa che dal Colle del Lys conduce a Viù.

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Lago Grande di Avigliana

Sacra di San Michele

Lo scollinamento del Colle del Lys

Rocca Canavese, ruderi del castello

Castello di Rivara

Una cappella del Sacro Monte di Belmone a Valperga

Cuorgnè, vecchio ponte sul torrente Orco

Colleretto Castelnuovo, Santuario di Santa Elisabetta

La pianura del Canavese vista dalla strada per Pian del Lupo

Pont Canavese, Pieve di Santa Maria in Doblazio

Scena del drammatico film “Il cammino della speranza” girata a Noasca (www.davinotti.com)

Scena del drammatico film “Il cammino della speranza” girata a Noasca (www.davinotti.com)

Il rifugio Muzio, dal quale ha inizio il tratto più impegnativo dell’ascesa finale

Un’autobus in precario equilibrio sul precipizio: è una delle più spettacolari scene del film “Un colpo all’italiana”, girata lungo la strada del Colle del Nivolet  (www.davinotti.com)

Un’autobus in precario equilibrio sul precipizio: è una delle più spettacolari scene del film “Un colpo all’italiana”, girata lungo la strada del Colle del Nivolet (www.davinotti.com)

Il lago Serrù (sullo sfondo) e, in trasparenza, l’altimetria della 13a tappa del Giro d’Italia 2019 (wikipedia)

Il lago Serrù (sullo sfondo) e, in trasparenza, l’altimetria della 13a tappa del Giro d’Italia 2019 (wikipedia)

LA GIOCONDA DEL CICLISMO 3.0

Debuttano le alpi nella riproposizione della storica Cuneo-Pinerolo, da disputarsi su un tracciato totalmente rivoluzionato rispetto a quello classico e solo all’apparenza “annacquato”. Niente Maddalena, niente Vars, nemmeno Izoard, Monginevro e Sestriere, sostituiti da una sola ascesa, il velenoso Montoso. Sono 9 Km al 9,4% che, affrontate fin qui salite facili, potrebbero avvere un impatto sconvolgente sulla classifica nonostante non si affrontino vicino al traguardo.

Se Vincenzo Torriani avesse vestito i panni di Leonardo Da Vinci, la sua “Gioconda” sarebbe stata l’opera creata nella primavera del 1949, poi terminata a pennellate di china dal suo aiuto di bottega Cesare Sangalli. Stiamo parlando della Cuneo-Pinerolo, forse il più celebre tra i tapponi congegnati dal mitico “patron” del Giro, cinque picchi che puntano verso il cielo come i tagli di Lucio Fontana, consacrati dalla più grande impresa tra quelle siglate da Fausto Coppi. Ci furono, inseguito, altre due “imitazioni” di quest’opera, realizzate dalle stesse mani, ma in nessun caso si raggiunse l’originale a causa dell’asfalto che nel frattempo si era spinto fin sulle grandi vette alpine e di bici sempre più moderne. Così sia la tappa del 1964, sia quella del 1982 non fecero più sperimentare le medesime emozioni del 1949 e in particolare quella dell’82 vide all’arrivo uno sprint tra undici corridori e ancor di più sarebbero stati se quest’anno si fosse riproposto il medesimo tracciato. Perché per celebrare il 70° anniversario della storica impresa del Campionissimo s’è voluto nuovamente inserire nel tracciato la Cuneo-Pinerolo ma occorreva un “upgrade” per creare una frazione che potesse lasciare il segno. Si sarebbe potuto conservare il percorso storico e inserire una sesta difficoltà altimetrica nel finale – e proprio alle porte di Pinerolo c’è il Colle di Prà Martino, già scalato al Giro in due occasioni nel recente passato – ma sarebbe stato come aggiungere i “baffi” alla Gioconda e non è detto che l’operazione sarebbe riuscita a sortire gli effetti sperati perché, considerate le modalità con le quali i corridori interpretano le corse da qualche anno a questa parte, c’era il rischio che la corsa si accendesse solo nel finale, dopo una lenta “transumanza” sui colli precedenti. Se “Gioconda con i baffi” doveva essere allora era meglio realizzare un totale stravoglimento del tracciato ed è quello che ha operato Mauro Vegni che ha confezionato una “Cuneo-Pinerolo 3.0” (la 2.0 è stata quella del 2009, vinta da Danilo Di Luca), tutta tracciata in territorio itaiano e come l’originale caratterizzata da cinque salite. Di queste, però, quattro saranno assolutamente secondarie e facilissime mentre una sola avrà il titolo di regina del tracciato, apparentemente mal collocata nel percorso poiché inserita a 32 Km dal traguardo. Attenzione, però, perchè il Montoso – questo il suo nome – potrebbe far molto più male di quanto lasci intuire il tracciato e non solo per le sue pendenze e per la sede stradale ristretta che, già di suo, creerà selezione naturale. Si tratta, infatti, della prima ascesa veramente cattiva dopo quasi due settimane di percorsi facili e di “salite da signora”, per usare un divertente termine coniato nel 1986 da Roberto Visentini per definire le salite pedalabili che andavano per la maggiore nei Giri d’Italia della prima metà degli anni ’80, disegnati con mano leggera per non creare troppi impicci al campione più osannato dalle folle di quel periodo, Francesco Moser, asso delle cronometro forte sul passo ma fermissimo in montagna: l’impatto con il Montoso potrebbe avere gli stessi effetti di un frontale con un muro e la trentina di chilometri successivi potrebbero non bastare per “medicarne” i danni, consegnando alla storia del ciclismo un’altra Cuneo-Pinerolo da ricordare.

Come nell’originale si partirà da Cuneo ma procedendo nella direzione opposta, senza puntare verso la Francia ma imboccando subito la statale che dal capoluogo della “Provincia Grande” conduce verso Pinerolo costeggiando il margine occidentale della Pianura Padana. Percorsi i primi 15 Km sul “velluto”, giunti a Busca  si andrà ad affrontare la prima delle quattro ascese secondarie del tracciato, la pedalabile Colletta di Rossana (2.4 Km al 4%), luogo molto noto agli appassionati di mountain bike perché vi ha inizio la “Strada dei Cannoni”, vecchia rotabile militare in gran parte sterrata che risale per una quarantina di chilometri il crinale tra la Val Maira e la Val Varaita giungendo fino ai 2285 metri del Colle della Bicocca, incontrando lungo il cammino numerosi altri valichi secondari, il più celebre dei quali è il Sampeyre, scalato al Giro in un paio di occasioni, nel 1995 e nel 2003. Scesi a Rossana si farà poi ritorno in pianura, ritrovando lo “stradone” per Pinerolo alle porte di Verzuolo, il centro dove il 12 agosto del 1863 l’alpinista italiano Quintino Sella, reduce dalla prima scalata tutta italiana al Monviso, concepì l’idea di creare un’associazione che riunisse gli alpinisti italiani, “germe” che porterà il 23 ottobre dello stesso anno alla fondazione del CAI. Sfiorato il borgo di Manta, dominato dall’omonimo castello (celebre per gli affreschi che ne adornano la Sala Baronale), si giungerà quindi a Saluzzo, nel cui centro storico medioevale – uno dei meglio conservati del Piemonte – si possono ammirare, tra gli altri monumenti, le case Cavassa e Pellico, nella quale il 25 giugno 1789 nacque Silvio Pellico, il patriota italiano principalmente conosciuto per il libro di memorie “Le mie prigioni”. Usciti da Saluzzo si lascerà nuovamente la statale che segna il limite tra Alpi e Pianura, stavolta per dirigersi in direzione del Monviso risalendo il tratto iniziale dell’alta valle del Po, che ha le sue sorgenti ai 2020 metri del Pian del Re, luogo nel quale si conclusero due tappe del Giro vinte rispettivamente da Massimiliano Lelli (1991) e Marco Giovannetti (1992). Divenuto oramai impossibile riproporre quel traguardo – troppo poco lo spazio lassù per alloggiarvi tutta la carovana – il Giro si limiterà a percorrere la prima parte dell’ascesa, che inizia dopo il passaggio per Revello, nel cui territorio comunale si trova – lontano, però, dal percorso di gara – la romanico-gotico Abbazia di Staffarda, di proprietà dell’Ordine Mauriziano e la cui mole campeggia in una scena del film “L’uomo che ama” del 2008.

Con pendenze sempre molto tenere – in vetta nessuno striscione del GPM attenderà i corridori – ci si porterà a Paesana dove si abbandonerà la strada per il Pian del Re e, scollinata l’omonima colletta, s’inizierà la discesa verso Barge sfiorando le pendici del Monte Bracco, in epoca medioevale famoso per le sue cave di gneiss e quarzite che, probabilmente, furono visitate anche da Leonardo Da Vinci: le conosceva di certo perché le citò in un suo scritto conservato nell’Archivio Nazionale di Parigi e sul quale si legge “Monbracho sopra saluzo sopra la certosa un miglio a piè di Monviso a una miniera di pietra faldata la quale e biancha come marmo di carrara senza machule che è della dureza del porfido” (la certosa alla quale fa riferimento Leonardo è il Convento della Trappa, costruito nel 1248). Raggiunta Barge inizierà un’altra abbondante “razione” di pianura pedalando verso Cavour, il paese dal quale prende il nome il casato dei Benso – quello del primo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, Camillo Benso di Cavour – e la cui principale attrattiva è costituita dalla Rocca, bassa elevazione (462 metri) della catena alpina isolata nel mezzo della Pianura Padana, protetta da una piccola riserva naturale istituita nel 1980 e presso la cui vetta si trovano i resti di una fortificazione distrutta nel 1690 dalle truppe del generale francese Nicolas Catinat. Una dozzina di chilometri più avanti si transiterà una prima volta da Pinerolo, dove ci si andrà ad arrampicare sul breve ma violento muro di Via Principi d’Acaja, 500 metri al 14,7% che qualcuno ha ribattezzato “San Maurizienberg” sia perché lo scollinamento avviene in corrispondenza della tardo-gotica chiesa di San Maurizio, sia perché la stretta strada pavimentata in pavè rammenta i picchi che si è soliti affrontare al Giro delle Fiandre. Affrontato il “giro di boa” del circuito finale, lungo circa 55 Km, ci si dirigerà verso sud tornando a costeggiare la catena alpina e transitando da San Secondo di Pinerolo, la cui principale emergenza architettonica è il Castello di Miradolo, sede di una fondazione creata nel 2008 per continuare l’opera della contessa Sofia Cacherano di Bricherasio, che vi promosse un “cenacolo artistico” in quanto appassionata di pittura e pittrice lei stessa. Ancora qualche chilometro di tranquillità e poi arriverà il momento del “frontale” quando la strada s’innalzerà bruscamente dai 410 metri di Bibiana – centro situato presso lo sbocco della Valle Pellice nella piana del Po – verso i 1248 metri di Montoso, località turistica nata negli anni ’60 sull’omonima montagna, soprannominata “Balcone delle Alpi” per le viste che offre e che costituisce anche un luogo della memoria per la presenza di un sacrario che ricorda le vittime dei partigiani che lassù persero la vita dopo l’8 settembre del 1943. Sono poco meno di nove i chilometri che si dovranno percorrere in aspra ascesa, superando in questo tratto un dislivello di 838 metri, una pendenza media del 9,4% e un picco del 14% che si raggiungerà a 2,3 Km dalla vetta di questa cima inedita, almeno da questo versante. La strada che si percorrerà scendendo verso Bagnolo Piemonte, leggermente meno ripida (10 Km all’8,7%), dal verso della salita fu infatti affrontata il 25 agosto del 1995 nel finale della terza e ultima tappa del Trofeo dello Scalatore, corsa organizzata dalla Gazzetta dello Sport tra il 1987 e il 2001, che terminò proprio lassù con il successo del pugliese Leonardo Piepoli.

Raggiunta Bagnolo, dove si trova un castello risalente all’XI secolo, i “girini” torneranno a saggiare la lieve consistenza della pianura, che li accompagnerà fin alle soglie del traguardo, quando si dovrà nuovamente fare i conti con il “San Maurizienberg”, stavolta con i muscoli attossicati dal velenoso Montoso…. E il veleno, si sa, talvolta è letale….

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Colletto di Rossana (617 metri). Chiamato alla “femminile” sulle cartine del Giro 2019, è valicato dalla SP 46 tra Busca e Rossana.  Nel 2002, scalato dal versante di Rossana (quest’anno percorso in discesa), ha ospitato il primo GPM italiano di quell’edizione del Giro, scattato dall’Olanda: la tappa era la Fossano-Limone Piemonte vinta da Stefano Garzelli, che sarà poi squalificato per doping, dopo che sul “Colletto” era transitato in testa il colombiano Héctor Mesa.

La Colletta (613 metri). Segnalata come “Colletta di Paesana” sulle cartine del Giro 2019, è valicata dalla SP 27 tra Paesana e Barge. Salendo da quest’ultimo centro, al Giro del 1992 è stata inserita nel finale della tappa Vercelli – Monviso vinta da Marco Giovannetti mentre il GPM della Colletta era stato conquistato da Claudio Chiappucci.

Colletto del Montoso (1248 metri). Insellatura presso la quale sorge l’omonima località, vi sale la SP 246 da Bibiana e da Bagnolo Piemonte. Ascesa inedita per il Giro d’Italia, nel 1995 vi si concluse una tappa del Trofeo dello Scalatore vinta da Leonardo Piepoli.

RINGRAZIAMENTI
Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Cuneo, Piazza Galimberti

Il Colle della Bicocca, punto d’arrivo dell’ex rotabile militare sterrata che inizia dalla Colletta di Rossana

Gli affreschi che adornano il Salone Baronale del Castello della Manta

Saluzzo, casa natale di Silvio Pellico

Revello, Abbazia di Staffarda

L’abbazia di Staffarda campeggia sullo sfondo di una scena de “L’uomo che ama” (www.davinotti.com)

L’abbazia di Staffarda campeggia sullo sfondo di una scena de “L’uomo che ama” (www.davinotti.com)

Paesana, passaggio sul Po – ancora con l’aspetto di un torrente – alle porte del borgo

Il Convento della Trappa sul Monte Bracco

La Rocca di Cavour

Pinerolo, chiesa di San Maurizio

San Secondo di Pinerolo, Castello di Miradolo  (www.tripadvisor.it)

San Secondo di Pinerolo, Castello di Miradolo (www.tripadvisor.it)

Il piazzale della località Montoso

Castello di Bagnolo Piemonte

Pinerolo, il muro di Via Principi d’Acaja

L’altimetria storica della Cuneo-Pinerolo, e, in trasparenza, l’altimetria della versione 2019

L’altimetria storica della Cuneo-Pinerolo, e, in trasparenza, l’altimetria della versione 2019

PIANEVOLISSIMEVOLMENTE SULL’ONDA DEI RICORDI

Ancora una giornata di pianura al Giro 2019, una delle ultimissime occasioni per tirare il fiato prima che inizino le grandi frazioni alpine. Oggi a mitigare la noia ci penseranno i ricordi, quelli che ci riporteranno con la mente al ricordo dell’indimenticato Fausto Coppi nel centenario della sua nascita.

Un’altra tappa di sconfinata pianura, tanta pianura, molta più di quella affrontata il giorno precedente perché questa tappa sarà lunga quasi 70 Km in più rispetto a quella terminata a Modena. Stavolta a mitigare la “noia” ci penseranno i ricordi che si succederanno come le ciligie che una tirano l’altra perché questo sarà il giorno della celebrazione del mito di Fausto Coppi, arrivando nella sua Novi Ligure nell’anno del centenario della nascita del “Campionissimo”. Si tratta di un anniversario che non arriverà da solo poiché strada facendo ci sarà il tempo di ricordare anche Gianni Brera – pure lui un classe 1919 – mentre il giorno successivo si farà memoria della più celebre impresa coppiana, quella che l’asso piemontese mise a segno nella Cuneo-Pinerolo del Giro di 70 anni fa. Per il resto – distanza a parte – non ci saranno sostanziali differenze con la tappa disputata ventiquattrore prima e, dunque, medesime saranno le insidie che proporrà il tracciato, le varie ed eventuali che rispondono al nome di cadute e vento. Per molti dei velocisti al via questa sarà l’ultima occasione poiché dal giorno successivo inizieranno le Alpi e per loro rimarrà poi solo un’altra opportunità, sempre che ci si arrivi a giocarsela…
Oggi si comincerà a pedalare sul porfido della bellissima Piazza dei Martiri di Carpi, sulla quale prospettano i principali monumenti della cittadina emiliana che darà il via all’11a tappa del Giro 2019, il complesso del Castello dei Pio e la basilica di Santa Maria Assunta. Nei primi 21 Km si attraversarà la pianura padana in direzione della Via Emilia, storico asse viario della regione sul quale il gruppo rimarrà per quasi una novantina di chilometri, affrontando un percorso che – salvo qualche piccola variazione di rotta – procederà costantemente in linea retta e attraversando all’inizio di questo tratto la città di Reggio Emilia, cara all’Italia per aver tenuto a “battesimo” il Tricolore e al Giro poiché reggiano d’adozione era il nizzardo di nascita Armando Cougnet, il caporedattore della sezione ciclismo della Gazzetta dello Sport che nell’estate del 1908 fu tra i padri fondatori della Corsa Rosa, la cui prima edizione si disputò l’anno successivo – ecco un altro anniversario che cade nel 2019, il 110° genetliaco del Giro – e che lui diresse fino al 1946, quando lasciò il “timone” a Vincenzo Torriani.
Seguitando a percorrere la strada intitolata al console romano Marco Emilio Lepido, che ne promosse la costruzione tra il 189 a.C. e il 187 a.C. per collegare Ariminun (Rimini) a Placentia (Piacenza), si raggiungerà quindi a Parma, vera e propria capitale gastronomica della regione, che permette di gustarne le eccellenze culinarie e abbinare i piaceri della gola a quelli della vista dei suoi più celebri monumenti, dal Duomo al Battistero, dalla Basilica di Santa Maria della Steccata al Palazzo della Pilotta, vero e proprio “scrigno” all’interno del quale si trovano, tra gli altri “gioielli”, la Galleria Nazionale di Parma e il Teatro Farnese, che era il teatro di corte dei duchi di Parma e Piacenza.
Incrociato il percorso del Taro, il percorso toccherà Fidenza e anche qua l’appassionato d’arte ha l’opportunità di una sosta per ammirarne il Duomo di San Donnino mentre gli estimatori della musica classica possono farne la base per un’escursione nelle vicine Terre Verdiane, non essendo distanti Busseto e Roncole, dove Giuseppe Verdi nacque il 10 ottobre del 1813. Chi predilige il benessere del corpo può, invece, compiere la deviazione verso le terme di Salsomaggiore mentre per chi preferisce ritemprare l’anima con un’altra breve disgressione dal tracciato di gara si può approdare all’Abbazia di Chiaravalle della Colomba, monastero cistercense fondato l’11 aprile del 1136 dal monaco francese Bernard de Fontaine, noto in Italia come San Bernardo di Chiaravalle dal nome dell’altra abbazia (Clairvaux) che aveva fondato in Francia undici anni prima.
Entrati in provincia di Piacenza, la prossima meta del gruppo sarà Fiorenzuola d’Arda, cittadina nota agli appassionati di ciclismo per la “Sei Giorni delle Rose”, competizione che si disputa annualmente dal 1998, nel mese di luglio, sulla pista del velodromo intitolato ad Attilio Pavesi (1910 – 2011), corridore nativo della vicina Caorso che non ottenne particolari risultati da professionista mentre da dilettante sarà il primo italiano a conquistare la medaglia d’oro alle Olimpiadi nel ciclismo su strada, conseguita il 4 agosto 1932 a Santa Monica durante la rassegna olimpica disputata a Los Angeles.
All’altro capo della Via Emilia i “girini” attraverseranno infine la “Primogenita”, come fu sopprannominata Piacenza dopo il 1848, poichè in quell’anno fu la prima città italiana a votare con un plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia, primo tassello della futura unificazione nazionale sancito nella cittadina che ha il suo cuore nella centralissima Piazza Cavalli, nome che fa riferimento alla presenza delle due statue equestri dei duchI Alessandro e Ranuccio I Farnese, da sempre monumento simbolo di Piacenza.
Lasciata la Via Emilia non cambierà molto l’assetto planimetrico della tappa, che ora sfilerà lungo la rettilinea strada statale “Padana Inferiore” in direzione di Castel San Giovanni, dove il tracciato affronterà una brusca deviazione da questa “strada maestra” per entrare in Lombardia effettuando un “arco” che supererà due volte il corso del Po a cavallo del passaggio da San Zenone Po dove si andrà a rendere omaggio a Gianni Brera, il celebre giornalista nativo di questo centro della pianura pavese che è forse più conosciuto in ambito calcistico ma che si occupò anche di ciclismo, quando nel 1949 fu inviato dalla Gazzetta a seguire sul campo il Tour de France, il primo dei due vinti da Fausto Coppi, un successo tale dal punto di vista giornalistico al punto che, al rientro in Italia, gli sarà offerta la condirezione della “Rosea”.
Si rientrerà quindi sul “binario” della Padana Inferiore alle porte dell’Oltrepò Pavese, terra nota per i suoi spumanti, per molti anni utilizzati durante le premiazioni al Giro d’Italia, che proprio tra quelle colline fece disputare nel 1991 una delle tappe a cronometro più massacranti della storia della Corsa Rosa, 66 difficili chilometri con pochissima pianura che videro imporsi in quel di Casteggio Franco Chioccioli, quell’anno in rosa dalla seconda tappa in Sardegna sino all’approdo finale di Milano, a parte l’interregno del francese Boyer dopo la tappa di Sorrento. Attraversata Stradella, cittadina mondialmente conosciuta per la produzione di fisarmoniche (è possibile visitarne un museo appositamente dedicato, inaugurato nel 1999 alla presenza del cantautore Paolo Conte, noto agli appassionati di ciclismo per aver composto nel 1979 una canzone dedicata a Gino Bartali), si attraverseranno Broni – vi abita Evgenij Berzin, primo russo a vincere il Giro nel 1994 – e quindi la citata Casteggio, dove inizieranno gli ultimi 49 Km di gara, che coincidono con un abbondante tratto della Milano-Sanremo. È una porzione della parte iniziale della “Classicissima” quella che si percorrerà nella fase finale di questa tappa, quella che a marzo traghetta il gruppo dalle ancora nebbiose lande milanesi ai piedi della prima difficoltà altimetrica della gara, il Passo del Turchino. È una strada, dunque, che buona parte del gruppo conosce a menadito e che, sfiorato l’Ossario Bell’Italia di Montebello della Battaglia – memoriale del combattimento che qui avvenne il 9 giugno del 1800, episodio della Guerra della Seconda Coalizione che vide contrapposti l’esercito della Prima Repubblica Francese e quello austriaco – prima di lasciare la Lombardia per il Piemonte attraverserà il centro di Voghera, la patria dello stereotipo della “casalinga italiana”, definizione coniata negli anni ’60 dal saggista vogherese Alberto Arbasino: pur non essendo una persona fisica reale, è paradossalmente lei la cittadina più illustre di un centro che offre ai turisti diverse architetture religiose di pregio, alle quali tira la volata per “anzianità” il Tempio Sacrario della Cavalleria Italiana, chiesa romanica che nel 1956 è stata eletta edificio di rappresentanza dello specifico ordine dell’esercito italiano.
Entrata in territorio piemontese la carovana rosa sarà quindi accolta in quel di Pontecurone, il paese natale di San Luigi Orione, il sacerdote principalmente ricordato per aver fondato nel 1903 l’istituto della Piccola opera della Divina Provvidenza e le cui spoglie riposano nel santuario della Madonna della Guardia, la cui costruzione fu iniziata nel 1931 proprio su iniziativa di Don Orione nella vicina Tortona, prossima meta dei “girini”. La corsa giungerà così nelle terre coppiane proprio nel centro dove il 2 gennaio del 1960 si concluse la parabola terrena del Campionissimo e, ricordando le parole con le quali lo salutò sulle pagine del Corriere della Sera l’indomani, il “grande airone” dischiuse le ali spiccando il volo verso un’altra dimensione. Ed anche il tracciato di gara, a questo punto, quasi ne imiterà quel gesto poiché la strada – fin qui un biliardo perfetto – pur non perdendo i connotati della pianura prenderà lievemente a decollare guadagnando, però, solo un centinaio di metri negli ultimi 20 Km che conduranno dritti al penultimo appuntamento con lo sprint, proprio a due passi dalla villa dove Coppi visse la sua tormentata storia d’amore con Giulia Occhini, la “Dama Bianca”.

Mauro Facoltosi

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Carpi, Piazza dei Martiri e il Castello dei Pio

Il municipio di Reggio Emilia al cui interno sventolò per la prima volta la bandiera tricolore il 7 gennaio 1797

Parma, Basilica di Santa Maria della Steccata

Fidenza, cattedrale di San Donnino

Abbazia di Chiaravalle della Colomba

Fiorenzuola d’Arda, velodromo Attilio Pavesi

Piacenza, le statue equestri di Piazza dei Cavalli

Il ponte sul Po all’uscita di San Zenone al Po, il paese natale di Gianni Brera. Sullo sfondo le prime propaggini dell’Oltrepò Pavese verso le quali si dirigeranno i “girini”

Montebello della Battaglia, Ossario Bell’Italia

Voghera, Tempio Sacrario della Cavalleria Italiana

Tortona, Santuario di Nostra Signora della Guardia

La villa di Fausto Coppi a Novi Ligure (sport.sky.it)

La villa di Fausto Coppi a Novi Ligure (sport.sky.it)

 Fausto Coppi, e, in trasparenza, l’altimetria dell’undicesima tappa del Giro 2019 (Agenzia Farabola)

Fausto Coppi, e, in trasparenza, l’altimetria dell’undicesima tappa del Giro 2019 (Agenzia Farabola)

LA FIERA DELLE RARITÀ

È la prima di due tappe oramai divenute rare nel contesto del ciclismo, disegnate senza l’emozione di una salita ma non meno ricche d’adrenalina. Alle emozioni dello sprint potrebbe sommarsi quelle provocate dagli imprevisti di corsa che rendono delicate anche frazioni come queste: le insidie stradali o il vento potrebbero tendere trappole dalle quali poi si potrebbe uscirne a fatica, come ricordano i precedenti di Richie Porte al Giro del 2015 e di Alejandro Valverde al Tour di due anni prima.

Se le tappe del Giro si collezionassero come le celebri figurine Panini questa di Modena e la successiva frazione di Novi Ligure diventerebbero ben presto oggetto di appassionanti “caccie” tra gli estimatori, veri e propri cimeli di culto com’era stata, per esempio, l’introvabile figurina che raffigurava il portiere bergamasco Pier Luigi Pizzaballa. Perché, se in questi ultimi anni sono diventate sempre più rare le tappe in linea completamente pianeggianti per l’abitudine degli organizzatori di cercare sempre d’inserire qualche piccola difficoltà altimetrica al fine di vivacizzare la corsa, capita ancor più di rado di vederne due consecutive. Per ritrovare nel percorso del Giro d’Italia una simile accoppiata dobbiamo scartabellare sui “Garibaldi” fino a tornare all’edizione del 2008 quando nel volgere di ventiquattrore si disputarono la Forli – Carpi (in parte da percorrere sulle strade odierne) e la Modena – Cittadella; per arrivare al precedente “precedente” tocca sfogliare le pagine dei libri-guida della corsa rosa sino al 1997 e poi, volendo continuare questa ricerca all’indietro, si arriverebbere al 1989 e qui ci fermiamo: quindi sole quattro volte negli ultimi 30 anni di Giro, a voler sottolineare l’eccezionalità di questi due giorni di corsa. C’è un perché nella scelta degli organizzatori di proporre due tappe di fila che non proporranno nemmeno il becco di una salita: da Novi alla fine del Giro, negli ultimi dieci giorni di corsa s’incontreranno solo frazioni da classifica, con la sola intrusione della tappa che terminerà a Santa Maria di Sala al quartultimo giorno di corsa, appuntamento al quale molti dei velocisti in gara potrebbero non arrivare, vuoi per le insidie del tempo massimo (in agguato soprattutto tra Courmayeur e il tappone di Ponte di Legno), vuoi per le scelte interne di molte squadre che da alcune stagioni hanno presso la criticata abitudine di mandare a casa i loro velocisti una volta archiviato il “grosso” delle tappe a loro riservate. Vedremo, dunque, le loro formazioni impegnate al massimo in queste due giornate, che rappresentano le ultime occasioni per molti degli sprinter in gara e che non saranno, comunque, del tutto scevre da insidie. Mancheranno quelle altimetriche, ma saranno sempre presenti quelle stradali oltre alle due variabiali che possono rendere “fatale” anche una tappa totalmente piatta, le cadute e il vento. Le prime, al di là delle magagne fisiche che possono provocare, possono far perdere parecchi minuti, “strappo” che fa ancor più male se accusato in una frazione che si pensava ininfluente, come ebbe a sperimentare Richie Porte nel 2015 nel finale della tappa di Jesolo, ultrapiatta come questa, quando perse quasi 2 minuti per un capitombolo avvenuto subito prima il pannello dei – 3 Km all’arrivo – oltre il quale i distacchi vengono abbuonati in caso di caduta – mentre lo stesso problema provocava anche l’avvicendamento al vertice della classifica tra Aru e Contador. E poi c’è l’incognita vento, favorita anche dalla mancanza di elevazioni non solo sul percorso di gara ma anche attorno ad esso: se dovesse capitare una giornata particolarmente ventosa basta un attimo per creare una frattura nel gruppo che potrebbe anche rivelarsi insanabile, come capitò nella tappa di Saint-Amand-Montrond del Tour de France del 2013, quando uno dei big della corsa transalpina, lo spagnolo Valverde, non riuscì a ricucire sulla testa della corsa e perse quasi 10 minuti dagli altri favoriti.
In questa decima giornata di gara si comincerà a pedalare sulle strade di Ravenna puntando verso Russi, il paese natale dell’indimenticato Luciano Pezzi, presso il quale, all’interno di un’oasi del WWF, si possono ammirare i resti di un’antica villa romana, una delle meglio conservare del Nord Italia. Proseguendo si punterà su Bagnacavallo, la medievale Castrum Tiberiacum che diventerà Balneocaballum nel X secolo – toponimo che fa riferimento a uno scomparso tratto del fiume Senio – e il cui centro storico nel 1976 fu teatro delle riprese di alcune drammatiche scene de “L’Agnese va a morire”, film di Giuliano Montaldo ambientato nei giorni della Resistenza. Successivamente ad ospitare il passaggio del gruppo sarà Lugo, la città del Giro di Romagna, storica corsa che non di disputa più dal 2012 e che ha avuto il suo plurivincitore in Fausto Coppi, a segno nelle edizioni del 1946, del 1947 e del 1949. Lasciata anche la cittadina che diede i natali all’”asso degli assi” dell’aviazione italiana Francesco Baracca e il cui monumento simbolo è il quadriportico detto il “Pavaglione”, la corsa si dirigerà quindi su Massa Lombarda, la capitale italiana della frutta, conosciuta in particolare per la coltivazione di pesche. Si farà quindi ritorno sulle strade della provincia di Bologna che, dopo il “grand départ” del Giro 2019 celebrato una settimana prima, sarà attraversata di slancio transitando a nord del capoluogo regionale, andando per primo a toccare il centro di Medicina, noto tra gli appassionati di astronomia perché nel 1964 nelle sue campagne fu costruito un osservatorio tra le cui strutture c’è la “Croce del Nord”, uno dei più grandi radiotelescopi esistenti al mondo, destinato in futuro ad aderire al progetto internazionale SKA (Square Kilometre Array), rete di radiotelescopi dislocati sull’intero pianeta che servirà per disegnare la più estesa e dettaglia mappa dell’universo finora realizzata.
Attraversata Budrio – il paese dell’ocarina, qui inventata nel 1853 e alla quale è dedicato un museo – il percorso attreverserà le campagne a nord di Bologna per poi portarsi a San Giovanni in Persiceto, nel cui cuore sorge la chiesa collegiata di San Giovanni Battista, “attrezzata” con la più antica campana esistente in terra bolognese, fusa nel 1318. A questo punto ci sarà un’improvvisa variazione del percorso, fin qui costantemente disegnato in direzione ovest, perché la planimetria proporrà ora un’impennata verso nord per raggiungere Crevalcore, comune noto alle cronache ciclistiche perché dal 2011 è presenza fissa nel tracciato della Settimana Internazionale di Coppi e Bartali, sede d’arrivo della più piatta frazione della corsa emiliana, inizialmente a cronometro per poi diventare terreno di caccia per i velocisti. Raggiunto quindi il centro di Camposanto, nel 1743 teatro di una cruenta battaglia della Guerra di successione austriaca che vide contrapporsi l’esercito austro-piemontese e le truppe spagnole, si arriverà al “vertice” di questa risalita orografica per poi iniziare la “discesa in pianura” che condurrà in una trentina di chilometri – dopo aver sfiorato il centro di Bomporto, con l’interessante darsena estense sul Naviglio di Modena e il sistema di chiuse ispirate ad un progetto di Leonardo da Vinci – all’approdo di Modena per un appassionante epilogo allo sprint all’ombra della Ghirlandina, primo atto di una due giorni totalmente riservata ai virtuosi dei finali vissuti a 70 Km orari.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Ravenna, basilica di San Vitale

Russi, Villa romana (www.archeobologna.beniculturali.it)

Russi, Villa romana (www.archeobologna.beniculturali.it)

Scena de “L’Agnese va a morire” girata in Piazza della Libertà a Bagnacavallo (www.davinotti.com)

Scena de “L’Agnese va a morire” girata in Piazza della Libertà a Bagnacavallo (www.davinotti.com)

Lugo, Pavaglione

Medicina, stazione radioastronomica

San Giovanni in Persiceto, collegiata di San Giovanni Battista

Bomporto, darsena estense sul Naviglio di Modena

La torre della Ghirlandina, campanile del duomo di Modena e simbolo della città emiliana, e, in trasparenza, l’altimetria della decima del Giro 2019 (www.emotionrit.it)

La torre della Ghirlandina, campanile del duomo di Modena e simbolo della città emiliana, e, in trasparenza, l’altimetria della decima del Giro 2019 (www.emotionrit.it)

CRONOS VS TITANOS, SI RINNOVA LA SFIDA A COLPI DI LANCETTE

35 Km contro il tempo rinnovano la tradizione delle cronoscalate con arrivo a San Marino, una lunga serie inaugurata il primo giugno del 1951 quando Fausto Coppi fu sopravanzato a sorpresa dal conterraneo Giancarlo Astrua. Altre sei sono state le tappe a cronometro terminate nello stato sanmarinese e quella di quest’anno sarà l’ottava, al termine di un tracciato vario che debutterà con una ventina di chilometri pianeggianti prima che entri in scena la salita finale verso il Monte Titano.

Le cronoscalate ritrovano la loro “culla”. Scoperte dal mondo del ciclismo negli anni ‘30 quando la “Corsa Rosa” le propose per la prima volta sulla salita laziale del Terminillo, la nascente stazione di sport invernali voluta dal regime fascista, dagli anni ’50 troveranno un ideale terreno di gara sulle pendici del Monte Titano, che accoglieranno dodici traguardi della corsa rosa – quello del 2019 sarà il tredicesimo – e di questa dozzina d’arrivi a San Marino sette saranno al termine di appassionanti sfide contro l’orologio. La prima volta del Giro nella capitale della piccola repubblica incastonata nell’Appenino Tosco-Romagnolo porta la data del primo giugno 1951 e si trattò proprio di una tappa contro il tempo, salendo dal classico versante di Rimini, che fece registrare un’inattesa sorpresa perché al traguardo il favoritissimo Fausto Coppi sarà preceduto di 20 secondi dal conterraneo Giancarlo Astrua, nettamente meno quotato del “Campionissimo”. Si replicò dal medesimo versante nel 1958, su di un percorso ridotto a 12 Km partendo dalla località Dogana e disputando interamente in territorio sanmarinese questa frazione, che sarà conquista dal lussemburghese Charly Gaul con 18” sul belga Jean Brankart. Su di un tracciato più completo si gareggiò nel 1968 quando la partenza era fissata a Cesenatico e si arrivava a San Marino dopo aver percorso quasi 50 Km prevalentemente pianeggianti con l’ascesa finale dal versante di Acquaviva, in cima al quale fece registrare il tempo migliore Felice Gimondi, primo con 39” sull’eterno rivale Eddy Merckx. I ruoli s’invertirono l’anno successivo quando, sul medesimo tracciato, sarà stavolta l’asso belga a imporsi, rifilando poco più di un minuto al corridore bergamasco, che quell’anno vincerà il Giro in seguito al clamoroso allontanamento dalla corsa rosa per doping del “Cannibale”, dopo la tappa di Savona. Nel 1979 si tornerà a gareggiare sull’asse Rimini-San Marino e, come nel 1951, anche in quest’occasione la tappa fornirà un risultato a sorpresa con l’affermazione del giovane emergente Giuseppe Saronni, che precedette di 32” il norvegese Knut Knudsen mentre l’atteso Francesco Moser sarà solo 4° a 1’24”. Tra le medesime località si gareggerà anche nel 1987, su di un percorso differente rispetto a quello classico che prevedeva di coprire la distanza di 46 Km, salendo a San Marino dal versante marchigiano di Mercatino Conca, sul quale Roberto Visentini dettò legge arrivando al traguardo con 1’11” sull’elvetico Tony Rominger. L’ultima volta, nel 1997, la cronoscalata al Titano partiva dagli stabilimenti della Scrigno – quell’anno sponsor della formazione guidata da Bruno Reverberi – di Santarcangelo di Romagna mentre il traguardo era fissato 18 Km più in alto, dopo esser saliti dal versante di Ventoso, che vide imporsi il russo Pavel Tonkov con 21” sul connazionale Berzin. Siamo così arrivati al presente del 19 maggio 2019, che vedranno i “girini” affrontare un tracciato molto simile nelle caratteristiche a quello delle due tappe disputate alla fine degli anni ’60 con partenza da Cesenatico. Il percorso sarà più breve di una quindicina di chilometri e arriverà a San Marino dalla direzione opposta ma, come in quelle occasioni, prevederà di percorrere un lungo tratto in pianura – 22 Km per la precisione – prima di arrivare all’appuntamento con l’ascesa finale, che sarà approcciata dall’inedito versante di Montegiardino, 7.5 Km al 6,6% di pendenza media suddivisi in due “razioni” da un tratto intermedio in quota lungo quasi 5 Km. Si tratterà, dunque, di una cronometro di difficile gestione a causa delle variazioni di ritmo che imporrà il tracciato e che costringerà i passisti, ai quali strizza l’occhio la ventina di chilometri privi di difficoltà a inizio tappa, a non esagerare nella prima parte di gara per non correre il rischio di trovarsi in panne lungo la discontinua ascesa finale. Il via da Riccione, località balneare tra le più celebri della riviera romagnola, legata alla sede d’arrivo non solo dai quasi 35 Km che si dovranno percorrere oggi ma anche dalle riprese del film “Estate violenta”, girato tra Riccione e San Marino nel 1959 e che ebbe tra gli interpreti Eleonora Rossi Drago e l’attore francese Jean-Louis Trintignant. I primi tre chilometri rappresenteranno il tratto più filante del percorso, disegnati come sono sul rettilineo lungomare che da Riccione conduce verso Rimini, e anche l’ultima porzione del Giro 2019 che si snoderà in riva al mare; cambiata la direzione di marcia si scavalcherà il tracciato dell’Autostrada Adriatica poco prima di giungere alla località di Ospedaletto, la frazione del comune di Coriano dove saranno presi i primi intermedi di gara e nei cui pressi si trova la nota comunità di recupero di San Patrignano, fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli e conosciuta anche agli appassionati di ciclismo per aver ospitato negli anni ’90 l’arrivo di una corsa per dilettanti, la Firenze-San Patrignano. Anche il Giro d’Italia ebbe a toccare con mano questa realtà nel 1985 quando Vincenzo Torriani, su iniziativa di Candido Cannavò, vi mise in programma una sosta di tre minuti per tutto il gruppo, segnalata sin dalla tabella di marcia della Cervia – Jesi, tappa che poi proseguirà alla volta di San Marino e quindi, affrontate le colline del Montefeltro, verso la cittadina marchigiana dove s’impose Orlando Maini.
L’ultimo tratto italiano di questa tappa si snoderà nel parco fluviale del Marano, percorso dall’omonimo torrente che ha le sue sorgenti sul vicino Monte Guelfa e che rivela spunti d’interesse per la sua variegata flora (in particolare salici bianchi e pioppi neri). Poco prima dello scoccare del ventesimo chilometro si supererà il confine di stato all’altezza del piccolo lago artificiale di Faetano, realizzato nel 1968 per la pratica della pesca sportiva della trota. Entrati ufficialmente nel territorio della “Repubblica della Libertà” si dovranno percorrere ancora un paio di chilometri in pianura prima di giungere all’inizio della salita finale, che si attaccherà in corrispondenza del bivio per Faetano, uno dei nove “castelli” nei quali è suddiviso amministrativamente il territorio di San Marino, nel quale è possibile ammirare il più antico orologio presente nel territorio dello stato, oggi collocato sulla facciata della “Casa del Castello” e proveniente dalla Parva Domus di San Marino città. La prima “fetta” di salita è la più consistente, 5.3 Km al 6.6% di pendenza media nel corso dei quali si tocca anche il picco massimo dell’intera ascesa (11%), raggiunto subito dopo il passaggio da Montegiardino, il più piccolo e meno popoloso dei castelli sanmarinesi, poco più di 900 abitanti per questo borgo d’origine longobarda. Arrivati al cosiddetto “Passetto Fiorentino”, terminerà la prima parte dell’ascesa, si confluirà sul versante che sale da Mercatino Conca, quello affrontato nella cronoscalata del 1987, e si svolterà a destra in direzione della capitale lanciandosi nel tratto in quota, caratterizzato da un paio di lievi falsipiani che iniziano dopo il passaggio da Fiorentino, il castello presso il quale si trova un monumento dedicato all’aviatore triestino Gianni Widmer, che il 16 aprile del 1913 fu il primo a volare sui cieli di San Marino: realizzato sulla cima del Monte Carlo, dove il Widmer atterrò, si trattò del secondo in ordine di tempo dedicato a un aviatore, dopo quello innalzato nello stesso anno a Parigi in onore del brasiliano Alberto Santos-Dumont. Raggiunta la “curazia” (frazione) sanmarinese di Murata, presso la quale ha sede l’omonima società sportiva (è stata la prima società calcistica del piccolo stato che ha preso parte alla coppa UEFA, nel 2006-2007, e alla Champions League, nel 2007 e nel 2008), inizierà un tratto in lieve e veloce discesa sul viale che funge da circonvallazione occidentale di San Marino città, nel corso del quale si sfiorerà il piccolo casale sede del Museo della Civiltà Contadina. È l’ultimo tratto veloce di questa tappa, prima che la salita riprenda nei conclusivi 2.2 Km al 6.4% che rimontano le ultime pendici del Monte Titano, ancora una volta teatro di un’appassionante sfida a suon di minuti.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Passetto Fiorentino (482 metri). Quotato 506 metri sulle cartine del Giro 2019, vi transita la “Strada della Serra” tra San Marino e il confine di stato verso Montelicciano e Mercatino Conca. Vi confluisce la “Strada Bandirola”, proveniente da Montegiardino e dalla quale saliranno i corridori nel corso della cronoscalata.

FOTOGALLERY

L’attore francese Jean-Louis Trintignant sulla spiagga di Riccione in una scena di “Estate violenta” (www.davinotti.com)

L’attore francese Jean-Louis Trintignant sulla spiagga di Riccione in una scena di “Estate violenta” (www.davinotti.com)

Il porto turistico di Riccione

Un tratto del lungomare che conduce fuori da Riccione

Ospedaletto di Coriano, Comunità di San Patrignano

Attraversamento della valle del Marano

Confine di stato tra Italia e Repubblica di San Marino

Faetano, chiesa di San Paolo e “Casa del Castello”

Montegiardino

Il Monte Titano visto dal punto più ripido della salita, all’uscita di Montegiardino

Passetto Fiorentino

Passaggio da Fiorentino (sullo sfondo il Monte Carlo)

San Marino, il casale sede del Museo della Civiltà Contadina

La veloce discesa che precede la rampa finale verso San Marino

L’ultimo tornante del tratto finale in ascesa

Il Palazzo Pubblico di San Marino come appare nel film “Estate violenta” (www.davinotti.com)

Il Palazzo Pubblico di San Marino come appare nel film “Estate violenta” (www.davinotti.com)

Il Palazzo Pubblico di San Marino come appare nel film “Estate violenta” (www.davinotti.com)

San Marino, basilica di San Marino

Il Monte Titano e, in trasparenza, l’altimetria della nona tappa del Giro 2019 (wikipedia)

Il Monte Titano e, in trasparenza, l’altimetria della nona tappa del Giro 2019 (wikipedia)

UN SABATO DI “RISTRETTEZZE”

Nonostante cada in giorno di sabato, non aspettavi grandi difficoltà nei 235 “magri” Km che si dovranno percorrere per andare da Tortoreto Lido a Pesaro. In una tappa dove l’Adriatico sarà prevalente scenografia alla gara, le principali insidie arriveranno dalle piccole asperità collinari che punteggiano il finale e che qualche grattacapo potrebbero darlo al massimo alle squadre dei velocisti, mentre chi punta alla classifica dovrebbe trascorre un pomeriggio tranquillo alla vigilia della cronoscalata a San Marino. Ma la discesa finale, che ricorda il Poggio, potrebbe isprirare qualche alta sfera ben attrezzata per le planate, se si vorrà buttare sul piatto qualche energia…

12 maggio 2012, Recanati – Rocca di Cambio con arrivo in salita.
11 maggio 2013, cronometro individuale Gabicce Mare – Saltara.
17 maggio 2014, Foligno – Montecopiolo con la scalata al Carpegna e l’arrivo in salita.
16 maggio 2015, Fiuggi – Campitello Matese con arrivo in salita.
14 maggio 2016, Foligno – Arezzo con la salita sterrata all’Alpe di Poti.
13 maggio 2017, Molfetta – Peschici con la salita di Monte Sant’Angelo.
12 maggio 2018, Praia a Mare – Montevergine con arrivo in salita.

C’è un comun denominatore tra le frazioni sopra citate ed è quello del sabato e di un sabato ben specifico; tutte queste tappe, infatti, si sono disputate nel secondo week end di gara, momento nella corsa nella quale gli organizzatori sono soliti proporre percorsi quasi sempre rilevanti ai fini della classifica, di montagna, a cronometro oppure non durissimi ma insidiosi. Però, non sarà così nel 2019 perché sabato 18 maggio, secondo sabato del 102° Giro d’Italia, si correrà una tappa di trasferimento, sulla carta appetibile ai velocisti anche se per loro non sarà del tutto agevole. Vegni e soci non sono, però, tornati sui loro passi dopo gli standard di percorso impostati nelle ultime stagioni; semplicemente quest’anno hanno “addensato” tutte le difficoltà negli ultimi dieci giorni di gara – nel corso dei quali s’incontrerà una sola frazione tranquilla – e per questo non hanno calcato eccessivamente la mano nella prima settimana, che si concluderà comunque con la prima frazione a “cinque stelle” di difficoltà di questa edizione, la cronoscalata a San Marino. Alla vigilia di questo importante appuntamento, chiave di volta della centoduesima edizione della corsa rosa, si correrà dunque una tappa sulla carta non troppo impegnativa, totalmente pianeggiante nei primi 134 Km e movimentata da morbide colline negli ultimi cento. Si tratta di difficoltà che non fanno paura a nessuno, anche non renderanno agevole il lavoro alle squadre dei velocisti, in particolar modo nei tortuosi 25 Km conclusivi, che si snodano sulla spettacolare strada panoramica del promontorio del Monte San Bartolo, il cui tratto conclusivo ricorda la planata dal Poggio verso il traguardo della Milano-Sanremo. Si dovranno percorrere, infatti, una discesa a tornanti – 6 per la precisione, come nella planata ligure – e poi un breve tratto pianeggiante conclusivo, all’incirca lungo come quello che si deve superare per raggiungere lo storico traguardo di Via Roma. Considerate le numerose conclusioni allo sprint che ci ha riservato la “Classicissima” la possibilità che si arrivi in volata in quel di Pesaro è elevata, come alto è il rischio che il gruppo non ce la faccia a rientrare a causa delle tortuosità del finale, con buona pace dei fuggitivi di giornata. E non è escluso che qualche uomo di punta decida di approfittarne per tentare di guadagnare una manciata di secondi nel finale e il pensiero va ancora alla Sanremo e alla stupenda vittoria, in barba ai velocisti, conseguita lo scorso anno da Vincenzo Nibali che, da buon discesista qual è, potrebbe trovare ispirazione scendendo dal San Bartolo.
Il fischio di partenza risuonerà sul lungomare di Tortoreto Lido, località balneare il cui nome fa riferimento proprio ai volatili della famiglia dei columbidi, che qui hanno individuato un ideale habitat per nidificare sin dai tempi medievali, come ebbe a far notare in una sua lettera Papa Gregorio Magno nel VI secolo. Percorsi una decina di chilometri scarsi sul suolo abruzzese la corsa entrerà nelle Marche alle porte di San Benedetto del Tronto, principale località turistica della “Riviera delle Palme”, così chiamata proprio per la diffusa presenza di queste piante: ne sono state censite ben 8000 nella sola San Benedetto, monumenti naturali che si affiancano a quelli di pietra della cittadina marchigiana, come la torre rinascimentale dei Gualtieri e la cattedrale ottocentesca di Santa Maria della Marina. Costantemente seguendo il litorale adriatico ci si porterà quindi a Grottammare, paese natale di Papa Sisto V (pontefice per cinque anni, dal 1585 al 1590), e quindi a Porto San Giorgio, situato ai piedi della collina di Fermo, citta d’arte pittorescamante adagiata sull’elevazione che i sabini chiamavano Mons Sabbi e che merita una disgressione dal percorso di gara per ammirarvi il Duomo intitolato all’Assunta e la sottostante Piazza del Popolo, cuore della cittadina. Attraversate Porto Sant’Elpidio, alle porte del celebre “Distretto Calzaturiero Marchigiano” le cui origini risalgono al XV secolo, e Civitanova Marche, quando si giungerà a Porto Recanati il percorso cambierà temporaneamente scenario per una trentina di chilometri, abbandonando la costa per doppiare il promontorio del Monte Conero e la città di Ancona. All’inizio di questo tratto si transiterà ai piedi della città di Loreto, che domina dall’alto del colle con le strutture fortificate che cingono la celebre Basilica della Santa Casa, realizzate su incarico del cardinale Girolamo Basso della Rovere nel timore d’incursioni saracene che poi qui non accaddero ma che colpirono i centri vicini. Si sfiorerà quindi la Selva di Castelfidardo, area floristica protetta che rappresenta un caso unico in Europa per la ricchezza della sua biodiversità e presso la quale fu combattuta in epoca risorgimentale la storica Battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860) tra le truppe dello Stato Pontificio e quelle del Regno di Sardegna, uscite vincitrici da questo scontro che spalancò le porte all’Unità d’Italia e che è qui ricordato da un sacrario costruito già l’anno successivo. Lambita Osimo – dove Simon Yates colse il secondo dei suoi successi di tappa al Giro 2018 – si ritroverà il Mar Adriatico in vista di Marina di Montemarciano andando a imboccare l’ultimo tratto di pianura totale di questa frazione, poco meno di 30 Km nel corso dei quali si toccherà la nota Senigallia prima di giungere a Marotta, località balneare soprannominata per anni la “Berlino dell’Adriatico” perché il suo territorio era suddiviso tra ben tre comuni, uno dei quali è San Costanzo, verso il quale i “girini” pedaleranno all’inizio del tratto collinare affrontando la prima lieve pendenza di giornata. Superato questo dolce zampellotto si scenderà nella valle del Metauro sfiorando il borgo di Piagge – dove nel 1996 è stata rinvenuta una grotta ipogea nei pressi del locale castello, luogo che gli studiosi indicano come “location” di riti esoterici o d’iniziazione a ordini cavallereschi – giungendo ai piedi della salita che più risalta sul grafico altimetrico odierno, il comunque pedalabile Monte della Mattera. Sono 9.2 Km al 3.6% nel corso dei quali si tocca l’abitato di Saltara, presso il quale si trova l’interessante Museo del Balì, science-center ospitato nell’omonima villa settecentesca. Gli appassionati di ciclismo ricorderanno, invece, che questa cittadina – dal 2016 confluita nel neonato comune di Colli al Metauro – è stata la sede d’arrivo non solo della tappa a cronometro citata a inizio articolo, vinta dal britannico Alex Dowsett, ma anche di un’altra frazione della corsa rosa (nel 2006, vittoria del belga Rik Verbrugghe), di una tappa della Tirreno-Adriatico conquistata dall’olandese Servais Knaven nel 2005, del campionato nazionale professionisti nel 2003, vinto da Paolo Bettini, e – ancor più indietro nel tempo – del campionato nazionale riservato alla scomparsa categoria degli “indipendenti” nel 1933, titolo conseguito dal corridore bergamasco, ma varesino d’adozione, Camillo Erba.
Discesi l’altro versante della Mattera, la corsa rosa sarà già a Pesaro, dove si sfiorerà il santuario gotico di Santa Maria dell’Arzilla per poi percorrerne le strade dell’estrema periferia sudoccidentale, superare il corso del fiume Foglia e puntare quindi verso il successivo GPM, il più ripido di giornata (la pendenza media è del 7.4% ma l’ascesa è lunga solo 1.4 Km), diretti a Monteluro, borgo ricordato sui libri di storia per una delle più sanguinose battaglie del XV secolo, combattuta tra le contendenti famiglie dei Montefeltro e dei Malatesta. A quest’ultima apparteneva il poco distante castello di Gradara, uno dei più visitati delle Marche grazie a Dante Alighieri, che vi ambientò le tragiche vicende amorose di Paolo e Francesca, ma che è conosciuto anche oltreoceano per il film “Il principe delle volpi”, qui girato nel 1949 dal regista statunitense Henry King ed incentrato sulle figure di Andrea Orsini e del temuto Cesare Borgia, interpretati dai divi hollywoodiani Tyrone Power e Orson Welles. La discesa verso la nota località balneare di Gabicce Mare, la più meridionale della riviera romagnola e l’unica a trovarsi in territorio marchigiano, anticiperà l’inizio del tormentato tratto finale disegnato lungo il promontorio del Monte San Bartolo, all’inizio del quale si affronterà la salita di Gabicce Monte (1.8 Km al 5.4%), antico borgo un tempo dotato di una fortezza oggi scomparsa – era il Castellum Ligabitii dal quale deriva il nome della località – che offre stupende viste panoramiche verso l’entroterra e in direzione di Rimini e Cesenatico. Superato l’ultimo Gran Premio della Montagna, inizierà un tratto serpeggiante – sia sotto l’aspetto planimetrico, sia per la fisionomia altimetrica – che conduce ai deliziosi borghi di Casteldimezzo e Fiorenzuola di Focara, frazioni pesaresi note la prima per il cinquecentesco Santuario del Santissimo Crocefisso, costruito “attorno” a un crocefisso che era stato rinvenuto in una cassa abbandonata nell’Adriatico in seguito ad un naufragio, e la seconda per le “focare”, giganteschi falò che venivano accesi nel punto più elevato del promontorio per avvertire i naviganti di tenersi al largo dalle ripide coste. Erano rudimentali fari, in epoche più recenti sostituiti da quello più “tradizionale” di Monte San Bartolo, oggi gestito dalla Marina Militare e situato dove avrà inizio il tuffo finale su Pesaro, terreno ideale per qualche inattesa imboscata, se qualcuno avrà voglia di giocarsi un po’ d’energie alla vigilia della delicata cronoscalata verso il Titano.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Valico delle Crocette (75 metri). Sovrastato dall’omonimo e boscoso colle, è valicato dalla SS 16 “Adriatica” tra il bivio per Numana e l’ossario della battaglia di Castelfidardo. Si tratta di uno dei valichi più bassi d’Italia che, nella speciale classifica stilata su “Valichi stradali d’Italia” (Georges Rossini, Ediciclo Editore), occupa il 25° posto dal basso, con il passo più “nanerottolo” costituito dall’anonimo Bocchetto, che si trova sull’Isola d’Elba (lungo la strada che collega Porto Azzurro a Rio nell’Elba) e che è alto appena 22 metri sul livello del mare.

Valico di Passo (361 metri). Valicato dalla SP 26 “Mombaroccese” tra Cartoceto e Mombaroccio, nei pressi dell’omonimo abitato, viene superato poco dopo lo scollinamento del Monte della Mattera.

FOTOGALLERY

Tortoreto Lido, sullo sfondo, vista dal soprastante borgo di Tortoreto Alto

San Benedetto del Tronto, Torre dei Gualtieri

Fermo, Duomo dell’Assunta

Il santuario di Loreto visto dalla statale Adriatica, dalla stessa prospettiva del gruppo

Sacrario di Castelfidardo

La grotta ipogea di Piagge (https://i.postimg.cc/nrDT8tCM/grottaipogea.jpg)

La grotta ipogea di Piagge (https://i.postimg.cc/nrDT8tCM/grottaipogea.jpg)

Saltara, Villa del Balì

Pesaro, Santuario di Santa Maria dell’Arzilla

La rocca di Gradara nel film “Il principe delle volpi” (www.davinotti.com)

La rocca di Gradara nel film “Il principe delle volpi” (www.davinotti.com)

Il belvedere di Gabicce Monte

Casteldimezzo, Santuario del Santissimo Crocefisso

Faro di Monte San Bartolo

Pesaro, Rocca Costanza

Il promontorio del Monte San Bartolo e, in trasparenza, l’altimetria dell’ottava tappa del Giro 2019 (www.tripadvisor.it)

Il promontorio del Monte San Bartolo e, in trasparenza, l’altimetria dell’ottava tappa del Giro 2019 (www.tripadvisor.it)

DAI TRABOCCHI AI TRABOCCHETTI

La risalita verso il nord della nazione riparte con una tappa che ha talvolta riservato sorprese al Giro d’Italia. In un paio d’occasioni il traguardo all’Aquila, infatti, è conciso con l’approdo di fughe bidone: quella del 1954 fu determinante per gli esiti della corsa rosa, mentre nel 2010 si corse il rischio di ripetere l’impresa di Carlo Clerici di 56 anni prima e sarà solo nel tappone del Mortirolo che Ivan Basso riuscirà a ristabilire le gerarchie. Con un pizzico di tremore, dunque, i “girini” si appresteranno ad affrontare questa tappa trabocchetto che, però, stavolta veri e proprio trabocchetti non presenta e molto minore sarà il rischio d’incappare in giornate simili a quella del 2010.

Il nome dell’Aquila lascia sempre un piccolo brivido sulla schiena dell’ascoltatore. Subito il pensiero va ai drammatici giorni del sisma di dieci anni fa – le cui cicatrici ancora oggi sono presenti, e non solo nelle pietre – ma, se si è anche appassionati di ciclismo, non si può non associare il nome del capoluogo abruzzese al ricordo di una tappa che rischiò di terremotare irrimediabilmente anche la classifica del Giro, l’undicesima dell’edizione 2010, che vide andare in porto una corposa fuga, di quelle che si definiscono in gergo “bidone”. Quel giorno tentarono la sortita ben 56 corridori, che arrivarono a guadagnare fino a 18 minuti per poi presentarsi sotto lo striscione del traguardo con poco meno di 13 minuti di vantaggio sul gruppo della maglia rosa Vinokurov, che faticò non poco a gestire la situazione anche a causa del tracciato montagnoso della frazione e perse le insegne del primato a favore dell’australiano Porte, con lo spagnolo Arroyo che si piazzerà al secondo posto per poi prendere la maglia rosa nella prima frazione alpina di Asolo, salvarla sullo Zoncolan e nella cronoscalata del Plan de Corones e perderla definitivamente nel tappone del Mortirolo, quando il favorito per la vittoria finale Ivan Basso riuscirà a ristabilire l’ordine e a neutralizzare gli effetti della giornata aquilana. Non accadde così al Giro del 1954, la cui “sorte” fu decisa da una fuga bidone proprio in una tappa con arrivo all’Aquila, sulla carta decisamente meno impegnativa rispetto a quella del 2010. Al traguardo, era la sesta tappa, si impose lo svizzero Carlo Clerici che precederà allo sprint il compagno d’avventura Nino Assirelli e appiopperà quasi mezz’ora di distacco ai grandi favoriti per il successo in quell’edizione, un vantaggio che neppure le grandi salite inserite nel finale riuscirono a scalfire: Clerici diventerà così il secondo corridore straniero a vincere il Giro d’Italia dopo il connazionale Hugo Koblet (1950), primo dei battuti a 24′16″ mentre al terzo posto a 26’29” si piazzerà Assirelli e quarto a 31’17” sarà Fausto Coppi, che aveva iniziato quel Giro in bellezza imponendosi con la sua Bianchi nella cronosquadre d’apertura a Palermo e che poi rovinerà tutto – si racconta – con un’indigestione di ostriche che lo porterà ad accusare un pesante ritardo al traguardo della successiva frazione.
Detto questo, va anche aggiunto che difficilmente la tappa aquilana del Giro 2019 potrà fornirci emozioni d’egual caratura perché il percorso stavolta approntato non si annuncia particolarmente impegnativo e, dunque, poco foriero di sorprese, anche se chi punta alla vittoria finale dovrà comunque tenere alta la guardia. Al massimo oggi i momenti più palpitanti si vivranno negli ultimi 6 Km poiché lo strappo in cima al quale tradizionalmente si concludono le tappe con arrivo all’Aquila (1.3 Km al 6.9%) sarà preceduto da un’altra ascesa, come questa breve e secca, sulla quale potrebbero verdersi “scintille” in gruppo se qualche pesce grosso dovesse decidere di provare la zampata, un colpo che qualche piccolo danno in termine di secondi – qualcosa in più se si riesce ad accaparrarsi anche uno dei tre abbuoni previsti al traguardo – potrebbe farlo anche perché, una volta terminata la discesa successiva, subito ci sarà da affrontare lo strappo finale.
La tappa con la quale il gruppo inizierà la risalita dello stivale italico prenderà le mosse da Vasto e nei primi 40 Km pianeggianti costeggerà l’Adriatico nel tratto noto come “Costa dei Trabocchi” per la diffusa presenza di queste antiche macchine da pesca su palafitte. A una ventina di chilometri dal via i “girini” giungeranno sulle strade di Fossacesia Marina, località balneare situata non distante dal complesso romano-gotico dell’abbazia di San Giovanni in Venere e dal borgo principale di Fossacesia, ciclisticamente ricordato per aver dato i natali ad Alessandro Fantini, velocista che vinse sette tappe al Giro e due al Tour e la cui carriera terminò drammaticamente al Giro di Germania del 1961, quando perse la vita dopo due giorni d’agonia in seguito ad una caduta sul traguardo di Treviri, dove subì una fatale frattura al cranio.
Il tratto di pianura iniziale terminerà con il passaggio dalla “Stalingrado d’Italia”, come il primo ministro inglese Winston Churchill ebbe a definire Ortona a causa delle distruzioni patite durante la battaglia qui combattuta tra alleati e tedeschi nel dicembre del 1943 e che provocò ingenti danni anche al patrimonio artistico cittadino, sul quale spiccano la basilica di San Tommaso Apostolo, Palazzo Farnese e il Castello Aragonese. A questo punto il percorso lascerà le rive dell’Adriatico per addentrarsi nell’entroterra dove si affronterà il dolcissimo falsopiano, la cui pendenza non arriva al 2%, che conduce ai quasi 300 metri di Poggiofiorito, il comune più giovane d’Abruzzo, istituito nel 1901. Si scenderà quindi a Tollo, nel cuore di una delle principali aree vinicole della regione e anche una delle più piccole d’Italia, terra di produzione del DOC Tullum.
Superato lo strappo di Miglianico – vi si trova il venerato Santuario di San Pantaleone, al quale Gabriele d’Annunzio dedicò una delle “Novelle della Pescara”, opera pubblicata in sei volumi nel 1902 – si andrà verso il primo GPM giornaliero, previsto dopo 4.7 Km d’ascesa al 2.9% nel centro di Ripa Teatina, che fu teatro di un grave massacro durante la campagna napoleonica, quando i frati del monastero di Santa Maria della Pietà furono uccisi per rappresaglia dopo che alcuni rivoltosi, contro i quali stavano combattendo e che avevano ottenuto ospitalità dai religiosi, erano riusciti a fuggire.
Più impegnativa, ma non valida per la classifica degli scalatori, è la successiva salita di 5 chilometri e mezzo che, al 4.2% di pendenza media, condurrà il gruppo a Chieti, l’antica Teate che il 16 maggio del 1909 ospitò il traguardo della seconda frazione del primo Giro d’Italia, l’unica in quell’edizione a proporre l’arrivo in salita, conquistato dal piemontese Giovanni Cuniolo, corridore passato al ciclismo dopo aver gareggiato nel podismo e che in precedenza si era imposto tre volte ai campionati nazionali mentre lo stesso anno vincerà anche il Giro di Lombardia. Scesi alla moderna frazione di Chieti Scalo – sviluppatasi alla fine dell’Ottocento attorno alla stazione della linea Pescara – Sulmona e sede del campus dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” – inizierà il secondo settore pianeggiante di questa frazione, un’altra quarantina di chilometri durante i quali il percorso rimarrà costantemente nella valle del fiume Pescara. All’inizio di questo tratto si toccherà il centro di Manoppello Scalo, nei cui pressi si trovano l’interessante abbazia cistercense di Santa Maria Arabona e la deviazione per Manoppello, dove è possibile visitare un altro importante luogo di culto, il Santuario del Volto Santo, così chiamato perché vi è conservata la “Veronica”, il velo che asciugò il volto di Cristo durante la salita al Calvario e sul quale sarebbero rimaste impresse le sue fattezze.
Rimamendo in tema, più avanti la corsa transiterà dal bivio per Torre de’ Passeri, a breve distanza dall’abbazia romanica di San Clemente a Casauria, innalzata a partire dall’871 in seguito ad un voto espresso da Ludovico II “Il Giovane”, imperatore del Sacro Romano Impero dall’855 all’875, mentre si trovava prigioniero dei longobardi a Benevento.
Raggiunta la cittadina di Popoli – in epoca medioevale nota con il soprannome di “Chiave dei tre Abruzzi”, importanza strategica testimoniata dalla presenza del Castello ducale Cantelmo – arriverà il momento di misurarsi con il tratto più impegnativo di questa frazione, la salita di quasi 8 Km al 6,2% nota con il nome di “Strada delle Svolte” e che è più conosciuta agli appassionati di automobilismo: il suo curriculum ciclistico è, infatti, scarno (soli cinque GPM dal 1960 a oggi) mentre dal 1963 accoglie annualmente una cronoscalata riservata alle quattro ruote, la cui 57a edizione si disputerà ad agosto 2019 e il cui recordman di vittorie è stato il pilota toscano Mauro Nesti, 11 volte primo e soprannome di “Re delle montagne” ampiamente meritato. Le “Svolte” rappresentano anche la porta d’accesso allo spettacolare altopiano di Navelli, rinomato per i campi nei quali è coltivata una delle più pregiate qualità di zafferano, tra i quali spuntano, come improvvise apparizioni, vetuste chiesette come quella di Santa Maria dei Cintorelli, realizzata nel ‘500 all’altezza di un nevralgico snodo di tratturi, percorsi in occasione delle tradizionali “transumanze”: nel 1989 fu in parte scoperchiata per esigenze di copione da Mickey Rourke, il divo di Hollywood che quell’anno girò in questo luogo alcune scene del film che Liliana Cavani diresse sulla figura di San Francesco d’Assisi, ruolo interpretato proprio dall’attore reso celebre da “9 settimane e ½”. L’attraversamento dell’altopiano avverà quasi costantemente in linea retta, mentre la strada tornerà dolcemente a salire lasciando ai margini le deviazioni per i borghi di San Pio delle Camere e Prata d’Ansidonia, meritevole d’una escursione per visitare l’area archeologica della città italica di Peltuinum, presso la quale si trova un’altra interessante chiesa, dedicata a San Paolo e costruita tra il sesto e l’ottavo secolo. Raggiunto lo scollinamento in prossimità del bivio di Barisciano s’imboccherà la veloce discesa verso la conca aquilana, dove alle porte della città si sfiorerà la frazione di Onna, il centro simbolo del terremoto del 2009, nel quale si registrò il numero massimo di vittime (40) oltre al crollo della maggior parte degli edifici, mentre nella chiesa di San Pietro Apostolo il sisma riportò “involontariamente” alla luce preziosi affreschi risalenti al 1400, dei quali s’ignorava l’esistenza.
Toccata Bazzano, dove si trovano la più vasta necropoli abruzzese e la romano-gotica chiesa di Santa Giusta fuori le mura (riaperta al culto nel 2018 al termine dei restauri dei danni provocati dal terremoto), si giungerà alle fasi calde di questa frazione, che ora proporrà la salita dell’Acquasanta, 1600 metri al 7,4% (con una media dell’8,8% mei primi 500 metri) che conducono verso l’omonimo quartiere aquiliano, nel dove si trovano il cimitero monumentale cittadino (vi è sepolta Ondina Valla, prima donna italiana a vincere l’oro alle olimpiadi) e lo Stadio Gran Sasso d’Italia, inaugurato nel 2016 e intitolato al centrocampista Italo Acconcia. Lambito l’impianto sportivo, costruito a breve distanza dal rinascimentale Forte Spagnolo, inizierà la discesa che transiterà ai piedi del colle sul quale sorge uno dei simboli della città, la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, poco prima di ritrovare il classico finale aquilano con lo strappo conclusivo verso la città, ennesimo abbraccio tributato dal Giro alle genti che, ancora oggi, portano nell’animo i segni del terremoto. Il Giro non è solo sport, non è solo festa… è anche amore.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Valico (746 metri). Privo di nome sul testo di riferimento “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo), è l’ascesa che sulle cartine del Giro è segnalato come “Le Svolte di Popoli”. Valicato dalla SS 17 “dell’Appennino Abruzzese e Appulo Sannitica” tra Popoli e Navelli, finora è stata GPM in cinque occasioni, mentre altri passaggi non sono stati considerati validi per la classifica degli scalatori. Primo a transitarvi in questi cinque precedenti sono stati Aurelio Cestari nel 1960 (tappa Pescara – Rieti vinta da Gastone Nencini), Claudio Bortolotto nel 1980 (tappa Roccaraso – Teramo vinta da Tommy Prim), il colombiano Alvaro Lozano Moncada nel 1991 (tappa Scanno – Rieti, vinta da Vladimir Pulnikov), il belga Jan Bakelants nella citata tappa del 2010 (Lucera – L’Aquila, vinta da Evgenij Petrov) e, infine, dall’elvetico Stefan Küng nel 2016 (tappa Sulmona – Foligno, vinta da André Greipel).

Sella di Barisciano (870 metri). Valicata dalla SS 17 “dell’Appennino Abruzzese e Appulo Sannitica” tra Castelnuovo e Poggio Picenze, all’inizio della discesa verso la conca dell’Aquila. Coincide con il bivio per Barisciano e Santo Stefano di Sessanio.

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Vasto, Palazzo D’Avalos

Un caratteristico trabocco abruzzese: questi si trova nelle vicinanze di Vasto, la città sede di partenza della tappa

Fossacesia, Abbazia di San Giovanni in Venere

Ortona, Castello Aragonese

Chieti, Cattedrale di San Giustino

Manoppello Scalo, Abbazia di Santa Maria Arabona

Castiglione a Casauria, Abbazia di San Clemente a Casauria

Una delle “svolte” della “Strade delle Svolte”

Altopiano di Navelli

Caporciano, chiesa di Santa Maria dei Cintorelli

Mickey Rourke sul tetto della chiesa di Santa Maria dei Cintorelli nel film “Francesco” del 1989 (www.davinotti.com)

Mickey Rourke sul tetto della chiesa di Santa Maria dei Cintorelli nel film “Francesco” del 1989 (www.davinotti.com)

Mickey Rourke sul tetto della chiesa di Santa Maria dei Cintorelli nel film “Francesco” del 1989 (www.davinotti.com)

Bazzano, la chiesa di Santa Giusta come appariva fino a non molto tempo fa, ancora “imballata” dalle impalcature dei restauri

L’Aquila, Basilica di Santa Maria di Collemaggio

Il Forte Spagnolo dell’Aquila e, in trasparenza, l’altimetria della settima tappa del Giro 2019 (viaggi.fidelityhouse.eu)

Il Forte Spagnolo dell’Aquila e, in trasparenza, l’altimetria della settima tappa del Giro 2019 (viaggi.fidelityhouse.eu)

PELLEGRINI SULLE STRADE DEL SUD

La tappa più meridonale del Giro 2019 condurrà la carovana della corsa rosa a un approdo inedito, San Giovanni Rotondo. La cittadina pugliese che deve la sua notorietà a San Pio da Pietrelcina sarà raggiunta al termine di quella che è la frazione più impegnativa della prima settimana di corsa, comunque non particolarmente difficile e poco incline alla selezione. La lunga ascesa finale verso Coppa Casarinelle, sulla quale si scollinerà a una dozzina di chilometri dal traguardo, presenta infatti tenere pendenze ed è più morbida – per fare un paragone a “tema” – di quella che conduce al santuario di Montevergine, dove il Giro ha spesso fatto tappa negli ultimi anni senza che si muovessero mai troppe foglie in gruppo.

Le grandi corse a tappe e i grandi santuari sono entità che non sono mai andate particolarmente d’accordo. Troppo grandi sono i flussi turistici che gravitano attorno alle seconde e che mal si conciliano con il baccano e i numerosi mezzi che si portano appresso Giro e Tour: basti pensare che la corsa francese solo in due occasioni è riuscita a porre un arrivo di tappa a Lourdes, mentre la vicina Pau ha fatto negli anni una vera e propria incetta di traguardi, arrivando a collezionarle oltre sessanta. Per l’arrivo di una corsa dalle dimensioni del Giro sono più “gestibili” i piccoli santuari come Oropa e Montevergine e questo non è certamente il caso di San Giovanni Rotondo che, in 110 anni di storia della corsa rosa, l’ha ospitata una sola volta e di passaggio, semplice GPM lungo la tappa che da Foggia conduceva a Vasto – correva l’anno 1998 – che vide il successo dello svedese Glenn Magnusson sul traguardo posto nella cittadina abruzzese, mentre sotto lo striscione posto in prossimità del convento nel quale visse Padre Pio transitò per primo Paolo Bettini. È arrivata l’ora di colmare questa lacuna e così anche la nuova capitale religiosa del Gargano, titolo che negli ultimi anni San Giovanni ha “scippato” alla vicina Monte Sant’Angelo, avrà l’onore e l’onere di ospitare l’arrivo di una frazione del Giro, la più impegnativa della prima settimana pur non essendo particolarmente difficile. Avete presente i poco selettivi arrivi a Montevergine, al quale abbiamo accenato poco fa? Ebbene, il finale sul Gargano sarà ancora più semplice perché la salita principale del tracciato, Coppa Casarinelle, è di poco più facile rispetto a quella che conduce al santuario irpino e non sarà nemmeno arrivo di tappa poichè, una volta raggiuntone lo scollinamento, mancheranno ancora una dozzina di chilometri al traguardo, comprensivi di un piccolo spuntone che farà gola più ai cacciatori di tappe che ai corridori che puntano al successo finale. Anche il percorso complessivo della frazione più meridionale del Giro 2019 si presenta decisamente abbordabile, con il grosso delle difficoltà concentrate negli ultimi 30 Km e la prima parte di gara movimentata da isolati e facili dislivelli, con ampi tratti da percorrere su veloci superstrade.
I primi 11 Km pianeggianti saranno una sorta di viaggio nella memoria dei tristi giorni della Seconda Guerra Mondiale, con la partenza ai piedi dell’abbazia di Montecassino e il passaggio, alla fine di questo tratto, presso il centro campano di San Pietro Infine, i cui resti bombardati dell’abitato – oggi preservati dal Parco della Memoria Storica – alcuni anni dopo la fine del conflitto furono scelti dal regista statunitense Charles Vidor per girare alcune scene del film “Addio alle armi”, ispirato all’omonimo romanzo di Ernest Hemingway e ambientato durante la Prima Guerra Mondiale.
Attraversata di “volata” la Campania, con la facile salita verso il breve tunnel dell’Annunziata Lunga (4.2 Km al 5.1%) la corsa entrerà in Molise, planando quindi dolcemente su Venafro, città di origini molto antiche testimoniate dalla presenza di ben due teatri d’epoca romana, anche se di essi sono giunti ai nostri giorni pochissimi resti.
Superato il corso del Volturno, il tracciato della sesta frazione lascerà temporaneamente la viabilità “tradizionale” per imboccare la tangenziale che, in dolce ascesa, supera di lascio la città di Isernia, ciclisticamente conosciuta per essere una delle porte d’accesso al Macerone, storico valico appenninico “della prima ora”, inserito nel percorso del Giro fin dalla prima edizione del 1909, quando facevano terribilmente dannare i corridori le forti pendenze del versante settentrionale, rese ancora più ostiche dal fondo sterrato, lo stesso sul quale nel 1921 soffrì terribilmente Costante Girardengo, che quel giorno si vide costretto al ritiro dalla corsa. La salita che affronteranno ora i “girini” del 2019 è, però, di tutt’altra pasta perché si dovranno raggiungere molto agevolmente (5.6 Km al 3.9%) i 739 metri del Valico di Pettoranello, localmente conosciuto con il toponimo di Passo dell’Addolorata per la presenza in zona dell’omonimo santuario, costruito in stile neogotico sul luogo dove il 22 marzo del 1888 la Madonna apparse alle pastorelle Serafina e Bibiana e presso il quale si sono concluse due frazioni della Tirreno-Adriatico, conquistate dal francese Laurent Jalabert (2000) e dall’elvetico Markus Zberg (2001).
Inizierà subito dopo uno dei tratti più veloci e snelli di questa tappa, un rettilineo di 11 Km in leggero falsopiano discedente che si snoda parallelo alla catena del Matese, verso il quale sale la strada diretta a Campitello, la principale stazione di sport invernali del Molise, nata negli anni ’60 sul luogo dove si trovava fino a quel momento uno stabile frequentato esclusivamente dai pastori (il Rifugio Iezza) e che fu lanciata dal Giro d’Italia nel 1969 con l’arrivo di una tappa vinta da Carlo Chiappano, il corridore pavese che, appesa la bici al chiodo qualche anno più tardi, rimarrà poi nell’ambiente come direttore sportivo della formazione nella quale debutterà nel professionismo il giovane Giuseppe Saronni.
Sfiorata la cittadina di Bojano, fondata nel luogo dove un bue si sarebbe improvvisamente fermato durante le emigrazioni delle genti sannite dalla Sabina, si giungerà in piano alle porte dell’ampia Sella di Vinchiaturo, valico che rappresenta il confine settentrionale dell’Appenino Campano, situato non distante dall’area archeologica di Saepinum, tra i cui resti spiccano anche in questo caso quelli del teatro romano. A questo punto ci sarà un brusco cambio di direzione, con la corsa che svolterà a sinistra in direzione di Campobasso, il capoluogo regionale sul quale domina il principale monumento cittadino, il mediovale Castello Monforte, al cui interno ha sede la più elevata stazione meteorologica dell’Aeronautica Italiana (808 metri di quota) e accanto al quale si trova la chiesa di Santa Maria Maggiore, nel cui convento attiguo visse San Pio da Pietrelcina tra il 1905 e il 1909. Seguirà un altro tratto velocissimo, seguendo in scorrevole discesa la statale che percorre la valle del torrente Tappino correndo ai piedi dei colli sui quali sorgono i centri di Campodipietra e Gambatesa, dov’è possibile visitare il Castello Di Capua e ammirarne il suo interessante ciclo di affreschi cinquecenteschi e, al contempo, godere delle viste panoramiche verso il vicino lago artificiale di Occhito. Entrato in Puglia il percorso della tappa si troverà ora di fronte la catena dei Monti della Daunia, che la statale supererà in galleria giungendo con la più ripida salita prevista dal tracciato di gara – sono 3.5 km al 6.1% – al “traforo” di circa 1.4 Km che transita sotto il Passo del Lupo, valico alto circa 800 metri la cui vetta è “popolata” dai diciotto aerogeneratori dell’impianto eolico di Volturino. Tornati alla luce del sole, la prossima meta del gruppo sarà il Tavoliere, la più vasta pianura dell’Italia Meridionale (si estende per 4000 Km quadrati, superata in estensione solo dalla Pianura Padana), che si raggiungerà poco prima del passaggio sulla tangenziale sottostante la città di Lucera, soprannominata “Chiave di Puglia” per la sua importanza strategica, imperniata attorno alla Fortezza Svevo-Angioina fatta erigere nel 1233 da Federico II di Svevia, l’imperatore del Sacro Romano Impero che qualche anno più tardi promuoverà anche la costruzione di Castel del Monte, celeberrimo maniero divenuto uno dei simboli della regione Puglia. La stessa “sorte” di Isernia e Lucera toccherà a Foggia, che la carovana del Giro salterà imboccandone un tratto della circonvallazione per poi svoltare in direzione della penisola del Gargano, lo “sperone” dello stivale italico. Percorrendo l’ultimo tratto tranquillo di questa frazione nel mosaico dei campi del Tavoliere, si andrà velocemente incontro alla salita di Coppa Casarinelle, circa 16 Km al 4,1% per arrivare fino a 678 metri di quota dopo aver toccato Rignano Garganico, il centro più piccolo del promontorio ma anche il più panoramico: le viste che si ammiranano dal “Balcone delle Puglie” non abbracciano soltanto la sterminata pianura sottostante ma, nelle giornate più terse, consentono di spingere l’occhio fino alla lontana Majella. Seguirà la brevissima discesa su San Marco in Lamis, centro toccato dalla “Via Sacra Langobardorum”, variante della storica “Via Francigena” che qui vedeva i pellegrini fermarsi presso l’Abbazia di San Giovanni in Lamis, oggi nota con il nome di Convento di San Matteo perché vi è conservata una reliquia – un molare – dell’apostolo, proveniente dalla cattedrale di Salerno. Sfiorando l’antica abbazia il gruppo andrà a superare l’ultimo ostacolo naturale di giornata, la breve ascesa – 2.4 Km al 5.8% – che condurrà nella frazione di Borgo Celano, dove è possibile visitare il Museo Paleontologico dei Dinosauri, qui realizzato perché nel luogo dove esattamente vent’anni fa i geologi hanno scoperto numerose impronte di questi “colossi” vissuti oltre 100 milioni di anni fa.
Sette chilometri più a valle sapremo se questa tappa sarà riuscita a lasciare anche solo una piccola stigmata sull’ancora corta classifica del Giro d’Italia.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Sella delle Pastinelle (102 metri). Separa i Monti Trocchio e Maio e vi transita la SS 6 “Via Casilina” tra Cassino e la località. Coincide con l’omonima località, situata all’altezza del bivio per Cervaro.

Passo Annunziata Lunga (tunnel). Valicato dalla SS 6 dir “Via Casilina” tra San Cataldo e Venafro, a circa 300 metri di quota e al confine tra le provincie di Caserta (Campania) e Isernia (Molise). Sopra il tunnel c’è l’omonimo valico geografico (449 metri), valicato dalla SP 9 “Nunziatalunga” che collega le medesime località.

Valico di Pettoranello (739 metri). Spartiacque tra il bacino del Biferno e quello del Volturno, è attraversato dalla SS 17 “dell’Appennino Abruzzese e Appulo Sannitica”, tra il bivio per Pettoranello del Molise e Pastena.

Sella di Vinchiaturo (552 metri). Attraversata dalla linea ferroviaria Isernia – Campobasso e dalla SS 87 “Sannitica” (tra gli svincoli di Guardiaregia e Sepino), costituisce lo spartiacque tra le valli del Biferno e del Tammaro e, secondo alcuni geografi, è in questo luogo – e non alla Bocca di Forli (che si trova presso Rionero Sannitico) – che transita il reale confine tra Italia Centrale e Italia Meridionale. Sarà solamente sfiorata dal percorso di gara che, all’imbocco dell’ampia sella svolterà in direzione di Campobasso percorrendo la SS 17 “dell’Appennino Abruzzese e Appulo Sannitica”, dalla quale si stava provenendo.

Valico del Lupo (tunnel). Valicato dalla SS 17 “dell’Appennino Abruzzese e Appulo Sannitica” tra la località Ponte Catola e il bivio per Volturino, a circa 640 metri d’altitudine. Il soprastante valico geografico (812 metri) è valicato dalla SP 134 che collega Volturino e la Crocella di Motta.

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Abbazia di Montecassino

Le rovine della chiesa di San Pietro Infine dominano il Parco della Memoria Storica del comune campano

Tra i ruderi di San Pietro Infine si gira “Addio alle armi” nel 1957 (www.davinotti.com)

Tra i ruderi di San Pietro Infine si gira “Addio alle armi” nel 1957 (www.davinotti.com)

Venafro, gli scarsi resti del Teatro Romano

Castelpetroso, Santuario dell’Addolorata

Il teatro romano di Saepinum

Campobasso, Castello Monforte

Gambatesa, Castello Di Capua

La macchia azzurra del Lago di Occhito vista da Gambatesa

Lucera, Fortezza Svevo-Angioina

Il Gargano visto dal Tavoliere: in alto si scorge la macchia bianca dell’abitato di Rignano Garganico

Panorama sul Tavoliere da Rignano Garganico

San Marco in Lamis, Convento di San Matteo Apostolo

Borgo Celano, uno dei dinosauri ricostruiti all’esterno del Museo Paleontologico

Il vecchio santuario di San Giovanni Rotondo e, in trasparenza, l’altimetria della sesta tappa del Giro 2019 (www.turismovieste.it)

Il vecchio santuario di San Giovanni Rotondo e, in trasparenza, l’altimetria della sesta tappa del Giro 2019 (www.turismovieste.it)

UNA TAPPA AGRO – DOLCE

Saranno i velocisti i protagonisti della quinta tappa, ma la volata finale potrebbe non essere per tutti. Se è vero che la frazione che terminerà a Terracina strizza l’occhio agli sprinter grazie alla facilità del tracciato e alla totale assenza di difficoltà nei velocissimi ultimi 40 Km, è altrettanto vero che la partenza si annuncia per loro impegnativa con due salite da affrontare in sequenza e che, seppur non impegnative nelle pendenze, potrebbero rimanere nelle gambe di qualche velocista se la partenza da Frascati vedrà il gruppo già procedere ad alta velocità.

Ha due sapori la quinta frazione del 102° Giro d’Italia e quello che più balza alle papille gustative è l’aroma dolce dato dalla pianura che caratterizza due ampi tratti di questa tappa e in particolare gli ultimi 40 Km, che già fanno venire l’acquolina in bocca ai velocisti. C’è, però, anche un aspetto agro, offerto non solo dal fatto che parte di questa giornata si snoderà sulle strade dell’Agro Pontino, ma – soprattutto – dalla presenza di tre salite che potrebbero anche dare qualche grattacapo agli sprinter. L’ultima è lontana dall’arrivo perché il facile GPM di Sezze è collocato a una cinquantina di chilometri dalla conclusione, ma le prime due, pur anche loro non impegnative nelle pendenze, si affronteranno “a freddo”, subito dopo la partenza e una dietro l’altra: se la tappa dovesse partire forte qualche velocista potrebbe patirle e trovarsi con le gambe imballate al momento di impostare lo sprint, naturale epilogo di questa giornata.
Pronti, partenza, via e subito salita, quindi, diretti ai 725 metri del più elevato tra i “Castelli Romani”, il borgo di Rocca Priora, dove si giungerà dopo aver percorso 9.4 Km d’ascesa al 4.2% e aver toccato Monte Porzio Catone, residenza dagli anni ’70 del giornalista Sergio Zavoli, ideatore del “Processo alla tappa”, e presso la quale si trova una delle più famose ville tuscolane, Villa Parisi, nota principalmente per le frequentissime “incursioni” delle troupe cinematografiche: il sito www.davinotti.com, che da diversi anni sta mappando le location del cinema italiano, ha realizzato un apposito speciale dedicato alla villa nel quale sono stati conteggiati, al momento, quasi 140 film girati in questa dimora nella quale abitò per molti anni la principessa Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone.
Terminata la discesa, alle porte di Grottaferrata (conosciuta per la presenza dell’abbazia di rito bizantino di Santa Maria di Grottaferrata, fondata nel 1004 dal monaco basiliano Nilo da Rossano) si riprenderà l’ascensore alla volta di Rocca di Papa per affrontare la più nota tra le due salite di partenza, divenuta ciclisticamente celebre nel 1932 – quando fu inserita nel circuito dei primi mondiali disputati in Italia, vinti per la terza volta da Alfredo Binda – e successivamente consacrata ascesa simbolo del Giro del Lazio, spesso rivelatasi decisiva a causa della ripidissima appendice conclusiva in pavè dei Campi di Annibale, località che deriva il nome dal celebre condottiero cartaginese che, secondo la tradizione, qui si accampò con i suoi elefanti durante la marcia verso Roma. I “girini” non saliranno lassù perché non è prevista dal tracciato della tappa la salita ai “Campi”, raggiungendo – dopo 5.4 Km al 6.3% – lo stesso scollinamento dei mondiali del 1932 nei pressi del Santuario della Madonna del Tufo, costruito all’inizio del Cinquecento nel luogo dove un enorme masso di tufo, precipitato dal soprastante Monte Cavo, si fermò miracolosamente evitando d’investire un passante, che aveva invocato la Vergine Maria per aver salva la vita. Superato il Gran Premio della Montagna e affrontato il primo tratto della discesa, si imboccherà la cosiddetta “Via dei Laghi” iniziando un lungo tratto in quota che si snoda a monte del Lago di Nemi, dalle cui acque in epoca fascista furono recuperate con ingenti opere durate cinque anni – fu addirittura necessario l’utilizzo di idrovore che abbassarono il livello delle acque, poi mai più tornate a quello originario – due gigantesche navi appartenute all’imperatore Caligola che erano affondate in epoca romana e che andarono completamente distrutte qualche anno il recupero in un incendio doloso innescato da militari tedeschi il 31 maggio del 1944 (nel locale museo oggi se ne possono ammirare delle ricostruzioni). Lambito il margine meridionale dell’altopiano dei Pratoni del Vivaro – nel 1959 il CONI vi realizzò un centro ippico che fu utilizzato in occasione delle Olimpiadi del 1960 e che fu visitato anche dalla regina Elisabetta II, grande appassionata di sport equestri – si riprenderà la discesa portandosi velocemente a Velletri, il nono comune del Lazio per numero d’abitanti, tra i cui monumenti si segnalano la cattedrale di San Clemente, la chiesa di Santa Maria del Trivio e il Palazzo Comunale, il cui attuale aspetto è quello offertogli dalla totale ricostruzione dell’edificio, rispettosa dell’originale costruito nella seconda metà del ‘500 e andato distrutto durante la seconda guerra mondiale.
Terminato l’ottovolante iniziale, il gruppo giungerà finalmente in pianura alle porte di Cisterna di Latina, cittadina situata all’estremità settentrionale della “Fettuccia di Terracina”, ovvero del rettilineo più lungo d’Italia, 40 Km e 800 metri dritti come un fuso (in epoca moderna solo una rotatoria ne ha interrotto la linearità) che per la loro natura e per la totale assenza di qualsivoglia asperità in passato furono un palcoscenico naturale per imprese sportive a motore, come quella compiuta nel marzo del 1951 da Piero Taruffi – pilota definito “il più grande stradista di sempre” dal mitico Tazio Nuvolari – che sfiorò i 313 Km/h a bordo di una Maserati 4 cilindri. Il “brivido” della Fettuccia non sarà provato dal gruppo che, anziché imboccare la strada in direzione di Terracina, uscendo da Cisterna tirerà dritto puntando verso il cuore dell’Agro Pontino, la vasta pianura che secondo alcuni studiosi deriverebbe il nome dalla scomparsa città volsca di Suessa Pometia, la cui ubicazione non è stata mai individuata, e che si presenta con l’aspetto che le diedero le opere di bonifica iniziate nel ‘500 all’epoca dello Stato Pontificio e che coinvolsero anche Leonardo Da Vinci, autore di un progetto – un sistema di canali e di macchine idrovore – che fu anche approvato da Papa Leone X ma che poi rimase sulla carta a causa della prematura morte del pontefice, scomparso a soli 46 anni nel 1521. Sarà il regime fascista a completare l’opera, tra il 1924 e il 1937, chiamando poi contadini prevalentemente provenienti dal Triveneto a coltivare queste terre e ad abitarne i borghi che erano stati appositamente costruiti dal nulla che, infatti, in molti casi presentano toponimi di chiara matrice veneta. È il caso, per esempio, di Borgo Piave, che si attraverserà poco prima di giungere nel cuore pulsante dell’Agro Pontino, la città di Latina, fondata con il nome di Littoria il 18 dicembre del 1932 e il cui aspetto è forzatamente moderno, anche se non mancano monumenti dell’epoca come la cattedrale di San Marco – anche qui è evidente il richiamo al lontano Veneto – e il Palazzo delle Poste. Attraversando la zona della pianura pontina dove è stato realizzato a partire del 1997 il museo della Piana delle Orme, che racconta la storia di questa terra sui due “binari” della pace e della terra, si tornerà a pedalare in direzione delle montagne incrociando presso la località di Borgo Faiti il tracciato della “Fettuccia”, poco prima di giungere ai piedi dell’ascesa di Sezze. Sono poco meno di quattro i chilometri di salita, al 5% di pendenza media, che consentono di arrivare nel centro che, secondo la leggenda, fu fondato nientemeno che da Ercole ed è per questo motivo che il Leone Nemeo, la leggendaria bestia la cui sconfitta rappresentò la prima delle celebri dodici fatiche, campeggia nello stemma del comune, conosciuto per la sacra rappresentazione della Passione di Cristo che si svolge sin dal medioevo e la cui ultima edizione, svoltasi nelle strade del centro storico lo scorso mese di settembre, ha celebrato anche il 2400° anniversario di fondazione di Sezze.
Anche in questo caso la discesa non inizierà subito dopo lo striscione del GPM, poiché la strada continuerà a procedere per qualche chilometro in salita, rimontando le pendici del Monte Nero, prima di portarsi a Roccagorga, centro tragicamente ricordato per un eccidio avvenuto nel 1913 quando le forze dell’ordine uccisero sette manifestanti che protestavano contro l’amministazione locale, accusata dell’applicazione vessatoria delle tasse comunali e della mancanza di un acquedotto, della rete fognaria e di un servizio di raccolta dei rifiuti.
Tornerà quindi protagonista la pianura, in un finale che si annuncia velocissimo e favorevole alle squadre dei velocisti, che cominceranno ora le “grandi manovre” per ridurre progressivamente il vantaggio di quei corridori che, come ogni giorno, avranno tentato la carta della fuga da lontano. Gli ultimi 40 Km saranno abbastanza monotoni sul piano planimetrico, con la penuria di curve e l’abbondanza di tratti in rettilineo, in particolar modo quando, una volta terminata la discesa successiva a Sezze, si andrà a imboccare la veloce superstrada che collega Terracina alla piana sottostante l’antico borgo di Priverno, che vanta interessanti monumenti sia nel centro storico – come la Concattedrale di Santa Maria Annunziata – sia nella pianura circostante, nella quale spicca per rilevanza storica e artistica l’Abbazia di Fossanova, costruita in stile gotico italiano tra il 1163 al 1208 da monaci cistercensi provenienti dall’abbazia francese di Hautecombe.
Transitati ai piedi della conca carsica di Campo Soriano, considerata “monumento naturale” e caratterizzata da spettacolari guglie di roccia calcarea che si spingono fino a 18 metri d’altezza, solo alle porte di Terracina si giungerà sul tracciato della “Fettuccia” limitandosi a percorrerne il tratto conclusivo, giusto un chilometro e mezzo, al quale seguirà una lieve curva a sinistra e un altro lungo rettifilo – 4 chilometri e 600 metri – che condurrà dritto dritto sul rettilineo d’arrivo. Ma non sarà ancora traguardo perché prima di completare la fatica giornaliera bisognerà compiere un girotondo di circa 8 Km, sorvegliati dalla rupe sulla quale troneggiano i resti del tempio di Giove Anxur, spettacolare balcone sulla città e sul lontano Circeo.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Valico di Monte Spino (655 metri). Valicato dall’ex SS 74 “Via dei Laghi” tra il bivio per Nemi e Velletri.

FOTOGALLERY

Villa Parisi di Frascati come appare ne La lama nel corpo (1966), uno dei primi film girata nella dimora di Monte Porzio Catone (www.davinotti.com)

Villa Parisi di Frascati come appare ne La lama nel corpo (1966), uno dei primi film girata nella dimora di Monte Porzio Catone (www.davinotti.com)

Rocca Priora, Piazza Umberto I°

Grottaferrata, Abbazia di Santa Maria

Rocca di Papa, Santuario della Madonna del Tufo

Lago di Nemi

Velletri, il ricostruito Palazzo Comunale

Cisterna di Latina, inizia in questo punto l’interminabile “Fettuccia di Terracina”

Latina, Cattedrale di San Marco

Uno dei padiglione del museo della Piana delle Orme

Sezze, Concattedrale di Santa Maria

Priverno, Concattedrale di Santa Maria Annunziata

Abbazia di Fossanova

Una delle guglie rocciose che punteggiano il Monumento naturale Campo Soriano

Terracina, resti del tempio di Giove Anxur (www.ansa.it)

Terracina, resti del tempio di Giove Anxur (www.ansa.it)

Vista panoramica su Terracina e sul promontorio del Circeo dal tempio di  Giove Anxur e, in trasparenza, l’altimetria della quinta tappa del Giro 2019 (www. tripadvisor.com)

Vista panoramica su Terracina e sul promontorio del Circeo dal tempio di Giove Anxur e, in trasparenza, l’altimetria della quinta tappa del Giro 2019 (www. tripadvisor.com)

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