GAVIRIA, RISURREZIONE AL TOUR OF GUANGXI

ottobre 17, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Esordio nel segno di Fernando Gaviria per l’ultimo appuntamento del World Tour, il Gree-Tour of Guangxi. La prima frazione della corsa a tappe cinese ha visto il velocista colombiano tornare alla vittoria davanti a Pascal Ackermann e a Matteo Trentin, saliti con lui sul podio di giornata. Buona prova globale degli italiani presenti, con sei azzurri piazzati nella TopTen.

L’ultimo appuntamento World Tour del sempre più affollato calendario agonistico è il Gree-Tour of Guangxi, che ha preso il via oggi nella cittadina di Beihai, che è stata sede anche d’arrivo. La tappa pianeggiante si è conclusa con il ritorno alla vittoria di Fernando Gaviria (UAE Team Emirates),che non alzava più le braccia al cielo dalla terza tappa dell’ultimo Giro d’Italia ad Orbetello. Le posizioni di rincalzo sono andate a Pascal Ackermann (Bora Hansgrohe), che sembrava destinato alla vittoria, e a Matteo Trentin (Mitchelton-Scott), che continua ad attraversare un ottimo momento di forma. Il trentino, medaglia d’argento agli ultimi mondiali, non è stato però l’unico italiano a ben figurare nell’ordine d’arrivo poichè nella TopTen sono entrati anche Matteo Moschetti (Trek-Segafredo, quinto), Davide Martinelli (Deceuninck-Quick Step, settimo), Jakub Mareczko (CCC Team, ottavo), Riccardo Minali (Israel Cycling Academy, nono) e Davide Ballerini (Astana Pro Team, decimo). Gli unici “stranieri” oltre al tedesco secondo classificato sono stati i suoi connazionali Phil Bauhaus, quarto, e Max Kanter, sesto, entrambi in forze al Team Sunweb.
La fuga di giornata ha portato la firma dei tre coraggiosi che si sono mossi subito dopo il via, il ceco Josef Černý (CCC Team), il danese Mikkel Frølich Honoré (Deceunicnk-Quick Step) e ’irlandese Ryan Mullen (Trek-Segafredo). L’avventura del trio, che ha raggiunto un vantaggio massimo di due minuti e mezzo, è durata fino ai meno 49, quando dal terzetto di testa l’irlandese della Trek ha provato l’azione solitaria, mentre i suoi compagni di strada si sono rialzati e fatti raggiungere, stessa sorte capitata al battistrada dopo una ventina di chilometri di solitudine davanti a tutti.
A ricongiungimento avvenuto hanno tentato la sorte in molti, ma tutti senza fortuna. In un susseguirsi di scatti e controscatti diversi corridori si sono avvicendati senza successo davanti a tutti e tra gli altri ci hanno provato Rémi Cavagna (Deceuninck-Quick Step), Michael Schwarzmann (Bora-Hansgrohe); Benjamin Perry (Israel Cycling Academy), Maximilian Schachmann (Bora Hansgrohe), Daniel Martínez (EF Education First) e Victor Campenaerts (Lotto Soudal), con quest’ultimo che ci ha riprovato con un secondo tentativo, seguito dal solo Lars van den Berg (EF Education First). Ma anche per loro, come per chi li ha preceduti, non c’è stato scampo perchè le squadre dei velocisti avevano messo nel mirino questa facile tappa, movimentata solo da un facilissimo GPM da ripetere tre volte.
Domani si ripartirà da Beihai alla volta di Qinzhou, traguardo di una frazione di 152 km simile a quella odierna e che, dunque, strizzerà ancora l’occhio agli sprinter.

Mario Prato

Fernando Gaviria torna al successo nella prima tappa della corsa cinese (Getty Images)

Fernando Gaviria torna al successo nella prima tappa della corsa cinese (Getty Images)

TOUR 2020: PERCORSO MOLTO VARIO, SALITE INEDITE E UNICA CRONO AL PENULTIMO GIORNO

ottobre 15, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

E’ stato finalmente svelato il percorso dell’edizione 2020 della Grande Boucle, un percorso certamente impegnativo con qualche significativo passo in avanti rispetto agli anni scorsi e qualche aspetto che, invece, non appare del tutto convincente.
La prima nota piacevole è l’assenza l’assenza della cronosquadre che aveva funestato le precedenti edizioni concedendo un grosso vantaggio agli uomini dotati di squadre attrezzate per l’occasione, facendo dipendere in buona parte l’esito della corsa da una prestazione non individuale del corridore. A ciò, però, non ha fatto da contraltare un soddisfacente assetto delle cronometro individuali, perché l’unica prova contro il tempo, posta peraltro al penultimo giorno di gara, non appare del tutto soddisfacente per i motivi che si esporranno parlando nel dettaglio delle singole frazioni.
Il percorso misura complessivamente meno di 3300 Km, uno dei chilometraggi più esigui della storia. Anche in altre edizioni si sono verificati chilometraggi simili, ma va considerato il fatto che nella edizione 2020 è prevista una sola tappa a cronometro, mentre nelle altre annate che hanno visto chilometraggi al di sotto dei 3300 Km erano sempre presenti 3 o addirittura 4 frazioni contro il tempo. L’andamento del trend negativo è confermata dalla presenza di una sola frazione oltre i 200 Km, la dodicesima tappa che condurrà da Chauvigny a Sarran di 218 Km, che sarà disputata il 9 luglio. Si tratta, tra l’altro, di una frazione mista e non di alta montagna.
Come contraltare deve registrarsi la presenza di due sole tappe sotto i 150 Km, una delle quali è quella conclusiva di Parigi. Pertanto, se la presenza di una sola tappa over 200 è un aspetto fortemente negativo, l’assenza delle orribili minitappe proposte negli ultimi anni attenua, anche se non risolve, questa involuzione.
Nel disegno complessivo è ancora da notare che il percorso si snoda interamente nelle parte centromeridionale della Francia, tralasciando completamente tutto il nord, che ospiterà soltanto la cronometro della Planches des Belles Filles e la passerella finale parigina. Vero che nella parte settentrionale della Francia non sono presenti asperità che possano fare la differenza, ma in passato si era riusciti a limitare parzialmente questo handicap proponendo tappe con tratti in pavè o giri accidentati con qualche muro sulle Ardenne.
Il nome Grande Boucle (letteralmente “grande boccolo”) veniva proprio dal fatto che il percorso ripercorreva bene o male il perimetro della Francia, almeno parzialmente. Guardando il disegno complessivo viene davvero difficile immaginare un grande ricciolo.
Aspetti positivi del disegno complessivo stanno in una buona distribuzione delle difficoltà, nel senso che la prima settimana appare impegnativa e, anche se non impossibile, costringerà comunque i corridori a presentarsi ai nastri di partenza con una condizione che non potrà essere deficitaria. Nella prima e nella seconda settimana andrà di scena il massiccio centrale, con tappe che finalmente non saranno banali, mentre la terza decisiva settimana sarà dedicata alle Alpi ed alla cronometro sui Vosgi.
Si affronterà una sola montagna oltre i 2000 metri (cosa insolita per il Tour de France), il Col del Loze, ascesa inedita da poco asfaltata che assegnerà anche il premio in ricordo di Henry Desgrange. La presenza di altre tre ascese inedite sono, infine, l’ultimo dato positivo da sottolineare prima di passare alla descrizione delle singole tappe. Una corsa come il Tour de France, che per anni ha proposto e riproposto sempre le stesse salite in modo quasi ossessivo (Tourmalet e Alpe d’Huez specialmente), si sta finalmente orientando alla ricerca di nuove ascese. Il sale del ciclismo è proprio la scoperta di nuovi percorsi sui quali confrontarsi, ciò che rende questo sport meraviglioso è proprio la possibilità di spaziare su strade sempre diverse.
Passando al dettaglio delle frazioni bisogna evidenziare come il Tour 2020 sarà ospite di Nizza per ben tre giorni. Le prime due tappe vedranno partenza e arrivo nella cittadina della Costa Azzurra, mentre la terza terminerà a Sisteron. La prima proporrà qualche insidia di rilevanza collinare, ma non dovrebbe sfuggire ai velocisti, mentre la seconda presenterà 4000 metri di dislivello ed ascese di tutto rispetto come il Col de la Colmiane, il Col de Turini e il Col d’Èze, salite vere delle Alpi Marittime (soprattutto le prime due che presentano scollinamenti oltre i 1500 metri e chilometraggi intorno ai 15 chilometri). Difficile che si muovano i big, ma su quelle salite il gruppo subirà una severa selezione e la maglia gialla cambierà padrone. La terza tappa sarà di nuovo dedicata alle ruote veloci, ma nella quarta ecco il primo arrivo in salita ai 1825 metri di Orcières-Merlette. L’ascesa misura 7 Km e non presenta pendenze impossibili (la media è del 6,7%), ma visto il complessivo disegno della tappa appaiono favoriti corridori dotati di una buona esplosività nel finale e per questo potrebbero registrarsi distacchi nell’ordine di alcuni secondi tra gli uomini di classifica, senza dimenticare i possibili abbuoni.
Di nuovo appuntamento per i velocisti alla quinta tappa (Gap – Privas), mentre la sesta sarà abbastanza complessa perché nel finale si affronterà una lunghisima salita divisa in tre tronconi con arrivo al Mont Aigoual. Il tratto più difficile è il secondo, quello che scollina al Col de la Lusette (11 km al 7,4%) ed è ideale per un attacco serio, anche se la collocazione alla sesta tappa sembrerebbe sconsigliare un tentativo di uomini di classifica. Attenzione, però, a possibili attacchi bidone sul Lusette, mentre l’ascesa finale con pendenze molto dolci potrebbe favorire sia tentativi di rientro, sia fughe ben strutturate. Un uomo di classifica che dovesse mandare via una fuga nutrita potrebbe trovare compagni di squadra e uomini interessati alla vittoria parziale nella dolce salita finale con pendenze tra il 3 e il 5%.
La settima tappa per velocisti (Millau – Lavaur) precederà il week-end pirenaico che non sarà terribile ma molto insidioso. La prima delle due tappe sui Pirenei sarà anche la più corta dopo quella di Parigi, 140 chilometri con Col de Menté, Port de Balès e Col de Peyresourde prima della picchiata verso Loudenville. Sembra una tappa adatta ad un attacco simile a quello che fece Marco Pantani nel 1998 proprio sul Peyresourde, prima della discesa verso il traguardo (in quell’occasione fissato a Luchon). Anche in questo caso si tratterà della prima tappa pirenaica e potrebbe servire a chi ha perso qualche secondo sulle prime montagne per cercare segnali di miglioramenti nelle condizioni di forma.
La seconda tappa pirenaica da Pau a Laruns presenterà il tratto più difficile, quello che propone le ascese al durissimo Col de la Hourcère ed al Col du Soudet nella parte centrale. Dopo la discesa ci sarà un lunghissimo tratto interlocutorio prima di affrontare il Col de Marie-Blanque, la cui sommità è posta a 19 Km dall’arrivo di Laruns ove nel 2018 trionfò Primož Roglič con un’azione in discesa. Il Marie-Blanque presente pendenze molto severe negli ultimi 4 Km (tra l’11% e il 13%), ma anche questa è, ancora una volta, una tappa che non si presta ad attacchi incisivi. Poco conteranno i primi due colli piazzati a metà frazione con lunga pianura a seguire, mentre il Marie-Blanque potrebbe ispirare corridori dotati di una buona dose di coraggio.
Dopo il giorno di riposo la seconda settimana partirà con due tappe per sprinter (Île d’Oléron – Île de Ré e Châtelaillon-Plage – Poitiers), quindi si affronterà una tappa accidentata con finale che tira leggermente e chilometraggio sopra i 200 Km (la citata Chauvigny – Sarran) , mentre nella 13a frazione si tornerà a salire con decisione con l’arrivo al Puy Mary, al termine di una tappa tutta saliscendi senza un metro di pianura. Nel finale ci sarà il Col de Néronne (3,8 Km al 9%), poi nove chilometri tra pianura e salita lieve ed infine gli ultimi 2,5% al 12% di pendenza media, con punte del 15%, per raggiungere il traguardo del Pas du Peyrol. Anche in questo caso, sembra un finale adatto ai corridori esplosivi e quindi sembra lecito ipotizzare il classico attacco alla morte negli ultimi 2 Km, ma qualcuno che volesse anticipare la terza settimana potrebbe provarci sul Néronne, magari avendo preventivamente mandato in fuga un compagno in grado di dare un aiuto nei nove chilometri di falsopiano, che risulterebbero molto logoranti se percorsi in solitaria.
La quattordicesima tappa da Clermont-Ferrand a Lione sarà adatta alle fughe (finale mosso con varie salitelle, che Prudhomme ha paragonato a quello della Milano-Sanremo), mentre i big rimarrano al coperto in attesa della frazione successiva, che sarà la più dura delle prime due settimane: si affronteranno in rapida successione la Montèe de la Selle de Fromentel (ultimi 5 chilometri sempre in doppia cifra ed una pendenza massima del 22%) e il non meno duro Col de la Biche (7 Km al 9% medio) prima dell’ascesa finale al Col du Grand Colombier (17 Km al 7% con punte del 12%). Probabilmente l’attacco potrebbe partire su quest’ultima salita, vista anche la sua lunghezza, ma le squadre cercheranno di fare una selezione spietata sulle precedenti ascese e questo potrebbe portare a crisi o comunque a distacchi considerevoli.
Dopo il giorno di riposo la terza settimana su aprirà con la La Tour-du-Pin – Villard-de-Lans, tappa con 5 GPM sui quali spicca nel finale la salita di Saint-Nizier-du-Moucherotte (14,6 km al 6,5%). Da qui inizieranno 20 Km in quota verso lo strappo che condurrà al traguardo di una tappa che ricorda quella di Asiago del Giro d’Italia del 2017, anche se in quel caso non c’era lo strappo finale dopo la salita di Foza. In questa frazione un attacco prima del finale potrebbe verificarsi , ma sarebbe consigliabile avere qualche uomo davanti per il tratto in pianura sull’altopiani, che non si addice ad un uomo solo.
Il giorno seguente si disputerà la tappa regina da Grenoble al Col de la Loze. Ci sono solo due ascese, ma sono entrambe terribili: per prima si affronterà lo straconosciuto Col de la Madeleine (ma da un versante inedito, 18 km con una pendenze media dell’8,4%), una salita che non molla mai e non finisce mai. Nel 1998 Ullrich attaccò proprio su questo colle, portandosi dietro Pantani in maglia gialla e i due diedero due minuti a tutti sulla Madeleine, portando a compimento positivamente l’attacco, nonostante lo scollinamento fosse posto a 40 Km dall’arrivo. Dopo la Madeleine ci saranno i 22 Km verso il Col de la Loze, recentemente asfaltato ed inedito per il Tour: l’arrivo è a 2300 metri di quotam la pendenza media è del 7,8%, e gli ultimi 5 Km sono sempre in doppia cifra, con una punta del 20%. La selezione sulla Madeleine ad opera delle squadre e il forcing nella prima parte della salita potrebbe portare a gravi danni nel tratto conclusivo, che potrebbe diventare un calvario per chi dovesse incappare in una giornata storta.
Il giorno dopo andrà in scena tra Méribel e La Roche-sur-Foron una tappa con cinque colli che rappresenterà l’occasione ideale per chi volesse osare. La frazione presenterà le maggiori difficoltà nella parte iniziale con il Cormet de Roselend (saltato nel 2019 a causa di una frana) ed il Col de Saisies, quindi il Col de Aravis; ma ecco che a trenta chilometri dall’arrivo i corridori si troveranno sotto le ruote la durissima ascesa verso il Plateau des Glières, 6 Km tutti in doppia cifra con punte del 15% e 2 Km al 12% medio. Percorso un tratto sterrato proprio in vetta, dopo la discesa ci saranno ulteriore 5 Km di salita al 4,5% verso l’ultimo colle e quindi la discesa che terminerà sul traguardo di La Roche-sur-Foron: Il terreno dopo il Plateau des Glières non è certo il migliore per chi voglia tentare un attacco a lunga gittata, tuttavia si tratta di una tappa senza un metro di pianura che arriva al diciottesimo giorno di corsa, quando le energie per organizzare un inseguimento potrebbero non essere al top, specialmente se le squadre si saranno ridotte dopo le varie salite.
Nella diciannovesima tappa (Bourg-en-Bresse – Champagnole) torneranno protagonisti i velocisti, mentre nella ventesima andrà in scena una crono divisa in due parti, prima una trentina di chilometri per specialisti poi la scalata alla Planches des Belles Filles (senza la rampa finale sterrata affrontata nell’ultima edizione). Questa cronometro presenta più ombre che luci, innanzitutto a causa della collocazione al penultimo giorno di gara, che appare come una scelta pessima perché non darà la possibilità ai passisti di avvantaggiarsi per poi vedere la battaglia con gli scalatori all’attacco e i passisti intenti a difendere il vantaggio. Si rischiano tattiche attendiste anche se scalatori come Bernal dovranno cercare di avvantaggiarsi per difendersi da uomini come Roglič e Froome. In secondo luogo la netta divisione è poco affascinante e la fa assomigliare un po’ alla cronometro del Passo del Bocco affrontata al Giro del 1994. Meglio sarebbe stato proporre un paio di crono movimentate, un po’ come quelle che vengono proposte alla Corsa Rosa, prove accidentate con vari saliscendi che rendono difficile trovare il ritmo e possono provocare più difficoltà di una salita secca proprio perché più difficili da gestire
L’atto finale come sempre avverrò all’ombra dell’Arco di Trionfo con la tappa passerella da Mantes-la-Jolie agli Champs-Élysées.
In definitiva, si tratta di un bel Tour, specialmente per la continua alternanza tra tappe per sprinter e tappe insidiose, grazie alla quale non ci sono tre o quattro giorni consecutivi di volate di gruppo e in tal modo la corsa ne guadagna in interesse. Bbuone anche le tappe significative della prima settimana. I Pirenei sono un po’ soft, ma nell’economia generale della corsa ci può stare. Le tappa alpine sono abbastanza dure ma, come al solito, manca il tappone vero e proprio. Solo la tappa di La Roche-sur-Foron presenta il formato del tappone con cinque colli in sequenza senza soluzione di continuità: tuttavia il finale lascia un po’ a desiderare tanto che alcuni commentatori hanno considerato la tappa non decisiva.
Molto dipenderà da come si comporteranno i corridori in quelle tappe che potrebbero favorire azioni di lungo respiro.
Il tracciato non sembra sorridere molto a Tom Dumoulin, che quest’anno sembrerebbe intenzionato a disputare il Tour lasciando il Giro d’Italia a Roglič. Una scelta andrà fatta vista la presenza di entrambi nella stessa squadra, ma il Giro che sarà presentato il 24 ottobre, in base a quelle che sono le anticipazioni, potrebbe essere molto più adatto alle caratteristiche dell’olandese rispetto ad un Tour in cui ci saranno solo 28 Km a cronometro in pianura per tentare di fare la differenza.

Benedetto Ciccarone

Linedito Col de La Loze (www.cycling-challenge.com)

L'inedito Col de La Loze (www.cycling-challenge.com)

WALLAYS FIRMA L’IMPRESA ALLA PARIGI-TOURS 2019

ottobre 13, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Jelle Wallays (Lotto Soudal) vince la Parigi-Tours 2019 dopo essere scattato all’inseguimento di Søren Kragh Andersen (Team Sunweb), che era andato in fuga solitaria a 70 km dall’arrivo. Il danese, bloccato da una foratura, dà il via libera al belga che se ne va tutto solo costruendo la vittoria nei tratti in sterrato posti tra i 30 e i 13 km al termine. Lo sprint per il secondo posto è vinto da Niki Terpstra (Direct Énergie) su Oliver Naesen (AG2R La Mondiale).

Volata? Fuga? Attacco dell’ultim’ora? La Parigi-Tours in questi ultimi anni da corsa prettamente dedicata alle ruote veloci ha intrapreso un percorso votato al trasformismo che la rende una delle corse più incerte del calendario ciclistico internazionale. Già il vento può caratterizzare le tattiche di squadra, dirigendoci dalla periferia meridionale di Parigi alla mitica Avenue de Grammont di Tours dopo 217 km; in più, gli organizzatori hanno di recente aggiunto al tracciato alcune insidiose “côtes” negli ultimi 30 km. Oltre a queste, dallo scorso anno i ciclisti hanno dovuto affrontare anche una decina di chilometri su tratti sterrati, confermati per sommi capi anche per l’edizione 2019, che rendono la corsa ancora più incerta ed entusiasmante. La rosa dei papabili alla vittoria è quindi più che variegata e la starting list conferma la composizione eterogenea delle squadre, che contano ciascuna tra le proprie fila ciclisti adatti alle volate o classicomani abituati all’”Inferno del Nord”. Un chiaro esempio è la Groupama-FDJ, che presenta ai nastri di partenza fior di velocisti come Arnaud Démare e Marc Sarreau ma non disdegna un approccio da classica con Stefan Küng, medaglia di bronzo ai recenti campionati del mondo. Sono sette le squadre WT alla partenza, su un totale di 23. La corsa ha visto la fuga di giornata composta da sette elementi: Kenny Molly e Mathijs Paasschens (Team Wallonie Bruxelles), Andreas Nielsen (Rival Readynez Cycling Team), Adam De Vos (Rally Cycling), Tony Hurel (ST Michel Auber 93), Tom Dernies e Samuel Leroux (Natura4Ever Roubaix Lille Métropole). Dopo 40 km la fuga aveva 2 minuti e 50 secondi di vantaggio sul gruppo. A 120 km dal termine il vantaggio della fuga si stabilizzava a meno 3 minuti; erano Groupama-FDJ e Cofidis a controllare la situazione. L’azione della fuga si esauriva a un’ottantina di chilometri dal termine poi, a 70 km dall’arrivo, Søren Kragh Andersen (Sunweb) rompeva gli indugi e partiva tutto solo. L’azione del danese si interrompeva bruscamente nel tratto in sterrato successivo alla Côte de Chançay, a 42 km dall’arrivo, quando una foratura lo costringeva a mettere il piede a terra ed ad aspettare il cambio ruote. Nel frattempo Jelle Wallays (Team Lotto Soudal), che era evaso qualche chilometro prima dal gruppo, si ritrovava così in testa alla corsa, mentre scatti e controscatti si susseguivano nel drappello di testa, ridotto ormai a meno di trenta unità. A 35 km dall’arrivo Wallays aveva 45 secondi di vantaggio su Reto Hollenstein (Katusha Alpecin) e 55 secondi sul gruppo, in testa al quale tiravano gli uomini della Groupama-FDJ. Hollestein veniva ripreso a 33 km dall’arrivo mentre Wallays portava il proprio vantaggio sul gruppo a quasi 1 minuto e 20 secondi. Nonostante una decisa accelerazione dell’AG2R, Wallays restava saldamente al comando e conservava 1 minuto e 15 secondi di vantaggio a 20 km dall’arrivo su un gruppetto ridotto ad una decina di unità. Il belga terminava l’ultimo tratto di sterrato, a 13 km dall’arrivo, con 1 minuto e 24 secondi di vantaggio su di un gruppo che ormai sembrava essersi arreso alla progressione del belga. Wallays vinceva così tutto solo sull’Avenue de Grammont con 29 secondi di vantaggio su Niki Terspstra (Direct Énergie) e 30 secondi di vantaggio su Oliver Naesen (AG2R La Mondiale). Chiudevano la top five Démare e Amaury Capiot (Sport Vlaanderen Baloise) in quarta e quinta edizione. Questa è anche la seconda vittoria di Wallays alla Parigi-Tours dopo quella conseguita nel 2014, in quell’occasione precedento allo sprint il compagno di fuga Thomas Voeckler.

Il momento decisivo della Parigi-Tours 2019: Søren Kragh Andersen fora e Jelle Wallays si ritrova tutto solo al comando della corsa (foto Bettini)

Il momento decisivo della Parigi-Tours 2019: Søren Kragh Andersen fora e Jelle Wallays si ritrova tutto solo al comando della corsa (foto Bettini)

Giuseppe Scarfone

MOLLEMA NON MOLLA: LE FOGLIE DEL LOMBARDIA SONO D’ALLORO ANCHE PER GLI SCONFITTI

ottobre 13, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Il giro di Lombardia presenta per l’ennesima volta in anni recenti una startlist di fenomeni in gran forma. Alla fine trionfa il sempre solido ma di rado vincente Mollema con un gesto di intuito e coraggio. Valverde secondo, tutti marcano Roglic.

Il Giro di Lombardia è gara in grandissima ascesa negli ultimi anni, soprattutto in termini di quello spessore internazionale che finalmente gli conferisce il lustro corrispondente al ruolo di classica Monumento: un concetto, quest’ultimo, che pur sempre presente nei fatti, è maturato in ambito soprattutto anglosassone nell’ultimo quarto di secolo, e ha via via contribuito a fare del Lombardia un obiettivo fra i più prestigiosi in assoluto, appetito dal gotha del ciclismo mondiale nonostante la collocazione in calendario peculiare, di estrema chiusura, in simmetria con la Sanremo ma di fatto costituendo una soglia ancor più radicale. E tutto ciò a dispetto di un certo snobismo interno agli stessi organizzatori di RCS, che gli han sempre preferito la Sanremo stessa, per l’appunto, maltrattando il proprio secondo Monumento fin nel ridicolo battesimo di ILombardia (con una “L” sparita per crasi).
Cambi di percorso a tratti suicidi, inseguendo soldi e favori politici nella sponda lecchese, copertura televisiva talora insultante (specie a paragone delle interminabili ore di Sanremo), GPS ai limiti dell’ubriachezza, come accaduto oggi stesso: tanta approssimazione, a volte sconfinante nella pochezza, non è bastata a frenare un percorso di crescita che ha condotto dall’appannamento qualitativo degli anni Novanta al fulgore attuale, passando prima per vittorie italiane di peso, pur su un campo partenti non eccelso (Bartoli e Di Luca), poi per un’epoca di vincitori sempre nazionali ma a fronte di una concorrenza più ampia geograficamente (gli anni di Cunego e Bettini), e infine giungendo alla maturità di una gara contesa da campioni plurivincitori di Grandi Giri e Classiche Monumento. Con l’eccezione dello svizzero Zaugg, un podio al Tour de France, o almeno in un altro GT, è divenuto il requisito minimo per ambire alla vittoria sulle sponde lariane se già non si era campioni col sigillo di qualità di una Liegi nel palmarés. Possiamo anzi dire tranquillamente che nell’ultima dozzina di edizioni o giù di lì il Giro di Lombardia ha consolidato un albo d’oro perfino più robusto di quello della Doyenne e forse perfino del Fiandre. L’altra faccia della medaglia, o sintomo, di questa situazione è che dopo quasi trent’anni ci ritroviamo per la prima volta come nel 1990 senza italiani in top ten, a dimostrazione, certamente, della competitività globale della gara, ma anche di una difficile fase di transizione che il movimento italiano si trova ad affrontare.
Certo, se c’è un aspetto sul quale si è cominciato a lavorare davvero bene, dopo anni di insistenza da parte degli appassionati, è l’elaborazione di un calendario di avvicinamento e preparazione ben costruito. L’autunno italiano sta prendendo la forza di un vero e proprio polo della stagione, sfuttando la fionda gravitazionale della Vuelta e del Mondiale per condurre al Lombardia attraverso gare sempreverdi o rinverdite, tutte di enorme tradizione, come il Giro dell’Emilia (e contorno emiliano), la Tre Valli Varesine (e resti scorporati del Trittico Lombardo), la vera “Doyenne” o “Decana”, cioè la Milano-Torino ed anche il Giro del Piemonte, o Gran Piemonte che dir si voglia. Peccato che, siccome è destino non fare mai trentuno, al risveglio tardivo ma finalmente innegabile degli organizzatori italici, corrisponde in questo frangente un duro attacco da parte dell’UCI di matrice francese, che nel riorganizzare il calendario ha declassato la gran parte di queste corse in modo spudorato, per fare invece spazio all’ascesa in termini di categoria dei propri eventi nazionali fra cui garette in termini di albo d’oro quali Drôme Classic, GP Plumelec e simili, GP Fourmies. Spetterà al movimento italiano l’onore e l’onere di non perdere per strada la potente rivalorizzazione vissuta dal bel blocco autunnale di classiche e semiclassiche nonché dal Lombardia stesso a cui conducono.
Un altro sintomo di questa rivalorizzazione e del concomitante cambiamento di tempi, tutto positivo, a cui assistiamo è che per la prima volta dal lontano, udite udite, 1987 (se per la fretta non inciampo nelle statistiche sbagliate), ebbene, un vincitore del Tour de France conquista nella medesima stagione anche il podio di una Monumento. Naturalmente Nibali – ed è lui stesso una bella eccezione, più unico che raro – ha vinto il Tour e un tris di Monumenti, ma non nello stesso anno. E finalmente c’è voluto un Egan Bernal, con la freschezza dei suoi 22 anni, non appagato da un nonnulla come la maglia gialla, per ripresentarsi in forma e gasato al via delle classiche d’autunno. Lo si era visto pimpante al Toscana, ma la startlist non eccelsa giocava un ruolo in quel secondo posto, poi tanta fatica e km di corsa fra Peccioli e il Pantani, nono all’Emilia, sesto su Superga alla Mi-To, infine vincente a Oropa per il Gran Piemonte, supportato da un gran Ivan Ramiro Sosa. La coppia colombiana di casa Ineos torna a carburare nel triangolo lariano, in una gara vera, tattica, difficile, e nonostante tanti umanissimi stenti in gara, arriva questo terzo posto che sa davvero di statistica storica.
D’altronde non è cosa da poco vedere al via, e tirati a lucido, non solo il già nominato vincitore del Tour, ma anche quello della Vuelta, Roglic, che sarà faro della corsa, nonché il trionfatore della Liegi Fuglsang. Anche se non altrettanto brillanti ci sono pure il secondo del Giro, Nibali, e il vincitore della Roubaix, Gilbert. Insomma, diciamo che mancano giusto Alaphilippe (scusabilissimo) e il vincitore del Giro Carapaz, fuori causa per un presunto infortunio ma sopratutto per pesanti giochi di potere, nella fattispecie per il conflitto fra il gruppo dei suoi procuratori e la Movistar, uscita sconfitta, con gran parte dei propri talenti, tra cui lo stesso Carapaz, dirottati in massa alla Ineos. Forse la fine di una delle eminenze grigie di trent’anni di ciclismo, Unzué, e il segnale definitivo dei cambi di equilibri in questo sport.
Ma veniamo finalmente alle note di cronaca, che sono quasi il meno, a fronte di questo scenario complessivo e di ciò che rappresenta per il ciclismo a venire, italiano e non solo.
Della solida fuga del mattino segnaliamo solo Masnada, caparbio nel valicare per primo il Ghisallo, e Skuijns, che lo insegue, prima pedina di un importante gioco di squadra della Trek-Segafredo. L’avventura degli evasi del giorno si estingue fra Ghisallo e Muro di Sormano, capolinea per i due superstiti testé nominati, anche se non senza che Skujins dia il suo piccolo contributo all’allungo di Ciccone, seconda pedina importante in chiave tattica, sulle pendenze impossibili del Muro. La robustezza della fuga iniziale così come un tracciato non privo di asperità sono stati elementi funzionali al debilitamento delle due squadre faro, la Ineos devastante nel Gran Piemonte e la Movistar di Valverde, già secondo a Superga. Avventizio, fra Ghisallo e Muro, un allungo senza conseguenze di Jungels, salvo il fatto di scoppiare e lasciare poi isolato Enric Mas.
Sul Muro gli attacchi ripetuti di Ciccone generano una situazione fluida in cui mettono il naso davanti i vari Woods (strepitoso vincitore della Mi-To), Latour, Kuss (ottimo scalatore gregario di Roglic), Majka, Fuglsang, Gaudu e altri specialisti della salita. È però una scrollata di Nibali a far drizzare le antenne a Roglic prima e poi, definitivamente, a Valverde, che con una sparata conclusiva delle sue riporta tutti assieme in vista del Gpm. Discesa tesa ma asciutta, per fortuna senza i soliti incidenti, e poi fase tattica nel piano che costeggia il lago verso Como, fra infiniti mangia e bevi. Se ne vanno Buchmann (quarto in CG al Tour de France!) e il sempre valoroso Tim Wellens, mettendo in luce il fatto che a Valverde resta solo Rubén Fernández e a Bernal il fedelissimo Sosa. Meglio va a Roglic, che deve però spremere a fondo Kuss e Bennett, non fenomenali in pianura. Il gruppo giù dalla Colma si era ridotto a meno di venti unità, ma si va rimpolpando per la poca veemenza della caccia in questo tratto di transizione.
Poco cambia, perché il Civiglio è un vero castigamatti: anzitutto, però, è Nibali a essere castigato dalla sfortuna, quasi casca per una borraccia vagante e scivola in fondo al gruppo nel momento esatto in cui si scatena un forcing davanti. A Vincenzo scende la catena, almeno in termini morali, e dopo un accenno di inseguimento molla botta per passeggiare sereno fino all’arrivo.
Il forcing in testa al selezionato gruppetto, che in breve si mangia i due evasi di cui sopra, lo porta l’ultima pedina di Valverde, un ritrovato Rubén Fernández, talentuoso spagnolo tormentato da infiniti infortuni e dolori cronici. Qui il suo ritmo in salita fa malissimo e in un niente si è all’uno contro uno fra capitani. Ai nomi piu grossi in assoluto, cioè lo stesso Valverde, più Roglic, Fuglsang e naturalmente Bernal, si sommano l’uomo in forma del momento, ovvero Woods della EF1, nonché dei giovani scalatori di belle promesse: Pierre Latour, l’uomo dei rapporti impossibili che fece sudare Contador e Quintana; Jack Haig, il gregario degli Yates che spesso e volentieri va più forte dei capitani (come oggi con Adam, steso dal Civiglio); gli ancor più giovani spauracchi per le grandi montagne, il francese David Gaudu e lo spagnolo Enric Mas. E l’intruso di turno… Bauke Mollema! L’olandese, un predestinato in gioventù, ha raggiunto la maturità collezionando top ten nei GT e in qualche grande classica dal tracciato impervio, anche se le vittorie sono state sporadiche, seppur talora di peso: una tappa alla Vuelta o al Tour, una Classica di San Sebástian. La squalifica del Bisonte Cobo nella Vuelta 2011, oltre a omaggiare il povero Froome nel suo letto d’ospedale, si è tradotta in un podio di GT per Bauke, che così – lo diciamo fra il serio e il faceto – ha ottenuto il passaporto che descrivevamo sopra per viaggiare verso una legittima vittoria del Lombardia. Non pochi i suoi podi, da uomo poco veloce nelle gare di un giorno e da solido contendente senza guizzi nelle gare a tappe più prestigiose, come Tirreno o Svizzera.
Mollema coglie l’attimo, subito dopo una sfuriata di Valverde volta a finalizzare il lavoro di Fernández. Ma mentre lo spagnolo è marcato a uomo, all’olandese si lascia spazio: clamoroso errore. Bauke indovina la scalata della vita, probabilmente stacca il record del Civiglio con i suoi rapportoni e l’andatura a pendolo, poi è una crono fino alle fine (d’altronde l’abbiamo visto campione del mondo pochi giorni fa, nella nuova specialità di crono a staffetta mista per nazioni, con la sua Olanda).
Dietro è Pierre Latour a picchiare duro, un altro che più che ballare dondola sui pedali con un cambio mostruoso. Due, tre, quattro attacchi, lo tallonano sempre, con conseguenti pause di respiro in cui si decide a chi tocchi tirare, e intanto Mollema va. Quando il francese ottiene un provvisorio via libera, è roba da niente: la discesa e il piano precedente il San Fermo riportano tutti assieme.
Ancora asfissia tattica, marcature a uomo, recriminazioni… fra Valverde e Roglic, il tasso di succhiaruotismo è in effetti stellare. Nessuno si prende la responsabilità finché lo sloveno si incavola pesante e piazza uno scatto in pianura mostruoso, seguito da accelerazione tipo manetta aperta. Pare di un altro pianeta, pare minacciare Mollema. Ma la molla di Roglic si scarica e tutti gli altri tornano sotto. Valverde ci prova sul serio, e screma la compagnia: come previsto, restano lui, Woods, Fuglsang, Roglic, e Bernal, fino ad ora poco appariscente. Ma è proprio Bernal che lancerà in fondo al San Fermo la sparata più violenta, seminando solo provvisoriamente gli altri, con Roglic in debito permanente di ossigeno dopo il numero in solitaria. Si rimescolano le carte, per la gioia di un Mollema ormai involato verso le lacrime di gioia, e Valverde ritenta in discesa. Allunga, lo riprendono Bernal e Fuglsang – che batterà in volata. La volata del secondo posto.
Bernal è sul podio, un podio davvero incredibilmente storico, come dicevamo più sopra. Valverde, che fra sei mesi fa quarant’anni, porta a casa il secondo posto di un Lombardia in cui era probabilmente il più forte – non forse il più sveglio – a fare pendant con l’altrettanto clamoroso secondo posto in classifica generale alla Vuelta, il tutto condito da secondi posti pure alla Mi-To, al Gp Beghelli, dietro a Nibali nell’ultima tappa alpina del Tour, nella generale dei giri a tappe di Valencia e Murcia e via dicendo (un paio di “corsette” le ha vinte comunque, una tappa alla Vuelta e il campionato nazionale più tappa e generale alla Route du Sud). Fuglsang, quarto, si conferma alla miglior stagione della carriera, 34enne, con Liegi e Delfinato, tappe a Vuelta e Tirreno, posti d’onore a Strade Bianche e Freccia. Roglic finisce settimo ma è stato il vero faro della corsa: poco aggressivo, forse, ma tutti guardavano lui. Se ne lamenterà a fine gara, però tocca abituarsi: chiude l’anno come il numero uno al mondo. Lui e Bernal portano allori a questo Lombardia, che a sua volta li glorifica come corridori a tutto tondo.
Giovanni Visconti è il miglior italiano, a stento nei venti. Peggior risultato di tutti i tempi per i corridori di casa in questa corsa. Adesso che (forse) abbiamo salvato, almeno in parte, il patrimonio delle gare italiane, ci sarà da salvare il movimento dei corridori. La strada da fare non è poca.

Gabriele Bugada

Lattacco di Mollema sulla salita di Civiglio (foto Bettini)

L'attacco di Mollema sulla salita di Civiglio (foto Bettini)

BERNAL SENZA RIVALI AD OROPA. IL TEAM INEOS DOMINA IL GRAN PIEMONTE

ottobre 10, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Il Team INEOS domina il Gran Piemonte adottando un’impeccabile tattica di squadra che consente ad Egan Bernal di involarsi tutto solo sulla salita di Oropa, a circa 2 km dal termine. Seconda posizione per Iván Sosa, compagno di squadra di Bernal, a dimostrazione della forza della formazione britannica. Terzo un buon Nans Peters (AG2R La Mondiale), mentre il primo italiano è Davide Villella Team Astana), settimo. Ed ora grande attesa per il Giro di Lombardia di sabato, atto finale di una stagione ancora una volta entusiasmante.

Se nel recente passato il tracciato del Gran Piemonte aveva strizzato l’occhio a uomini veloci e volate più o meno di massa, per l’edizione 2019 gli organizzatori hanno optato per un radicale cambiamento di prospettive. Sono 183 i km da percorrere tra Agliè e il santuario di Oropa, con la salita finale che premierà scalatori e uomini da grandi giri. Uno su tutti, Egan Bernal, vincitore del Tour e faro del Team INEOS che conta tra le sue fila anche gente del calibro di Gianni Moscon, Diego Rosa e Iván Sosa. Per la Bahrain Merida è presente Sonny Colbrelli, vincitore di questa gara nel 2018, ma la squadra rosso blu dovrebbe puntare sull’austriaco Hermann Pernsteiner, che si è già fatto notare alla recente Vuelta. La Movistar schiera tra le sue fila Richard Carapaz, vincitore del Giro ma in forma ancora precaria dopo l’infortunio di agosto che lo ha escluso dalla Vuelta. Molto ben strutturata è la Bora Hansgrohe che presenta un roster di tutto rispetto con Patrick Konrad, Emanel Buchmann, Rafał Majka e il campione italiano Davide Formolo. Nell’Astana a dividersi i gradi di capitano, in assenza di Jakob Fuglsang, sono Gorka Izagirre e Davide Villella, mentre altre squadre WT come AG2R La Mondiale, EF Education First e UAE-Team Emirates puntano sull’imprevedibilità. E poi ci sono le squadre professional che possono sempre dire la loro come la variegata Androni Giocattoli o la Neri Sottoli – Selle Italia che avrà in Giovanni Visconi il capitano designato. La fuga di giornata vedeva protaconisti Stéphane Rossetto (Cofidis), Carlos Barbero (Movistar), Élie Gesbert (Arkéa Samsic), Francesco Romano (Bardiani CSF), Mattia Bais (Androni Giocattoli) ed Enrico Battaglin (Katusha Alpecin). Dopo 25 km la fuga aveva 2 minuti e 30 secondi di vantaggio sul gruppo, tirato da Neri Sottoli ed INEOS. A 100 kn dall’arrivo il vantaggio della fuga si attestava sui 3 minuti, per poi scendere a 1 minuto e 50 secondi a 40 Km dal termine. I fuggitivi iniziavano la salita verso Nelva con 50 secondi di vantaggio sul gruppo, ora tirato dall’UAE-Team Emirates. Rossetto e Bais restavano in testa ma quest’ultimo si staccava a 30 km dall’arrivo. Il francese era nel mirino del gruppo ed in particolare del Team INEOS, tutto schierato per Bernal. Rossetto veniva ripreso a 25 km dal termine. L’inizio della salita verso Oropa vedeva il gruppo composto da una trentina di unità ma il forcing imposto dall’INEOS lo riduceva progressivamente grazie ad una collaudata tattica di squadra: dopo il prezioso lavoro di Jonathan Castroviejo, erano nell’ordine Salvatore Puccio, Gianni Moscon, Diego Rosa ed infine Sosa a creare i presupposti per Bernal di scattare a poco meno di 2 km dall’arrivo e salutare la compagnia, ridotta ormai a cinque – sei unità. Bernal aumentava il vantaggio sui diretti inseguitori – Buchmann e Nans Peters (AG2R La Mondiale) – andando a conquistare la vittoria a braccia alzate proprio laddove Marco Pantani aveva compiuto uno delle più belle imprese del ciclismo vent’anni orsono. Al secondo posto si piazzava Sosa, abile a recuperare nelle ultime centinaia di metri, a 6 secondi da Bernal, mentre terzo era Peters a 8 secondi di ritardo dal colombiano. Chiudevano la top five Buchmann e Daniel Martin (UAE-Team Emirates), mentre nella top ten si segnalavano il settimo posto di Davide Villella (Astana) e l’ottavo di Giovanni Visconti (Neri Sottoli). Bernal vince con autorità una corsa cucita su misura per lui ed ora si appresta a recitare un ruolo da protagonista anche nell’attesissimo Giro di Lombardia in programma dopodomani; tra i grandi avversari da temere nell’ultimo appuntamento italiano della stagione e ultima corsa WT, il talento colombiano troverà Vincenzo Nibali (Bahrain Merida), Primož Roglič (Jumbo-Visma) ed Alejandro Valverde (Movistar).

Giuseppe Scarfone

Egan Bernal vince il Gran Piemonte (Getty Images Sport)

Egan Bernal vince il Gran Piemonte (Getty Images Sport)

WOODS PRIMO A SUPERGA, IL CANADESE VINCE LA MILANO – TORINO

ottobre 9, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Attacchi e contrattacchi a ripetizione negli ultimi 3 km consentono a Michael Woods (EF Education First) di scrollarsi di dosso tutti gli avversari più temibili nella 100° edizione della Milano – Torino e di imporsi tutto solo sul colle di Superga. Battuti Alejandro Valverde (Movistar) e Adam Yates (Mitchelton Scott): un podio che promette scintille al Giro di Lombardia di sabato

La Milano-Torino giunge alla sua 100° edizione, testimoniando di essere la corsa ciclistica più antica d’Italia. Il percorso non di discosta da quello proposto degli ultimi anni, con la pianura a fare da padrona incontrastata per oltre 150 km, prima degli ultimi 25 km nei quali si affronterà la doppia scalata al colle di Superga. È una corsa nella quale scalatori e finisseur vanno a nozze e che vede ai nastri di partenza gente del calibro di Alejandro Valverde (Movistar), Michael Woods (Team Education First), Jakob Fuglsang (Astana), Adam Yates (Mitchelton Scott) ed Egan Bernal (Team INEOS). Tra gli italiani occhi puntati su Davide Formolo (Bora Hansgrohe), che dopo la caduta alla Vuelta sta recuperando la condizione per questo rush finale di stagione. La fuga di giornata partiva dopo circa 5 km grazie all’azione di Daniel Savini (Bardiani-CSF), Nicolas Dalla Valle (UAE-Team Emirates), Joan Bou (Nippo-Vini Fantini), Joey Rosskopf (CCC Team) e Rémi Cavagna (Deceuninck-Quick-Step). Dopo 20 km di corsa il vantaggio dei fuggitivi sfiorava già i 5 minuti. In testa al gruppo inseguitore erano in particolare la Movistar e il Team EF Education First ad imprimere l’andatura. Dopo 50 km il vantaggio della fuga si stabilizzava intorno ai 5 minuti. Il gruppo inseguitore iniziava a recuperare sui fuggitivi lentamente ma progressivamente. Cavagna, ultimo ad essere ripreso, alzava bandiera bianca poco prima dell’inizio della scalata iniziale verso il Colle di Superga. Molto concentrati i ciclisti del Team INEOS che con Diego Rosa e Tao Geoghegan Hart conducevano al meglio Bernal. Il gruppo si controllava durante la prima ascesa imponendo un ritmo costante. Gianluca Brambilla (Trek Segafredo) scattava a un centinaio di metri dallo scollinamento e iniziava la discesa in testa ma il gruppo non si faceva sorprendere. Alex Howes (EF Education First) si alternava con Geoghegan Hart in testa al gruppo nel tratto pianeggiante di circa 5 km che precedeva l’ultima e decisiva ascesa verso Superga. La prima vera accelerazione la portava Fuglsang ai meno 4. Subito dovo ripartiva il compagno di squadra Gorka Izagirre, che trainava con sè con sè Woods e Jack Haig (Mitchelton Scott). Dal gruppo inseguitore partiva David Gaudu (Groupama – FDJ) mentre Woods accelerava in testa. Si muovevano a loro volta Yates, Valverde e Bernal. Haig chiudeva il distacco con Gaudu e Woods, che rilanciava ancora una volta a meno di 2 km dal termine. All’ultimo chilometro rientravano anche Bauke Mollema (Trek Segafredo) e Tiesj Benoot (Lotto Soudal). Era ancora una volta Woods a partire a 300 metri dall’arrivo ed era l’accelerazione decisiva, alla quale Valverde non riusciva a rispondere. Il canadese vinceva sullo spagnolo mentre terzo era Yates. Completavano la top five Benoot e Gaudu. Da segnalare l’assenza di ciclisti italiani nella top ten. Woods, che non aveva mai vinto in carriera sul suolo italiano, raccoglie i frutti di una forma fisica che è migliorata nel finale di stagione e guarda con ottimismo al Giro di Lombardia di sabato. Domani ancora Piemonte protagonista con il Gran Piemonte, ancora una volta organizzato da RCS Sport, che prevede la partenza da Agliè e l’arrivo in salita al santuario di Oropa dopo 183 Km di gara e un’ascesa finale di 10 Km e mezzo al 6.6% di pendenza media. Sarà l’ultima corsa che consentirà ai ciclisti di affinare la gamba prima dell’atteso Giro di Lombardia di sabato.

Giuseppe Scarfone

Michael Woods precede Alejandro Valverde al termine dellimpegnativa salita di Superga (Getty Images Sport)

Michael Woods precede Alejandro Valverde al termine dell'impegnativa salita di Superga (Getty Images Sport)

ROGLIČ, “MOTO” PERPETUO A VARESE. ALLO SLOVENO LA 99° EDIZIONE DELLA TRE VALLI VARESINE

ottobre 8, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Dopo aver vinto il Giro dell’Emilia, Primož Roglič (Jumbo Visma) si ripete a Varese facendo sua la Tre Valli Varesine 2019. Lo sloveno sfrutta l’indecisione del gruppo a meno di un chilometro dall’arrivo piazzando uno scatto irresistibile, che gli consente di ottenere la prima vittoria in carriera in una corsa del Trittico Lombardo. Da segnalare, a meno di 20 km dall’arrivo, una ‘disfunzione’ nell’organizzazione ad una rotonda mal segnalata che manda su di una strada sbagliata un gruppetto del quale facevano parte Alejandro Valverde (Movistar) e Vincenzo Nibali (Bahrain Merida), che sembravano avere grosse chances di contendersi la vittoria finale.

Ultimo appuntamento del Trittico Lombardo, dopo Coppa Agostoni e Coppa Bernocchi, la Tre Valli Varesine giunge alla sua 99° edizione sfornando una lista partenti di grande livello. Sono ben 14 le squadre WT alla partenza sulle 22 totali. Presente, con il dorsale n°1, il neo campione del mondo Mads Pedersen (Trek Segafredo), a cui si aggiungono altri nomi altisonanti come il campione spagnolo Alejandro Valverde (Movistar), già in gran spolvero al Giro dell’Emilia ed al GP Beghelli, lo sloveno Primož Roglič (Jumbo Visma) che ha fatto faville al Giro dell’Emilia, Vincenzo Nibali (Bahrain Merida) che forma una temibilissima coppia con il compagno di squadra Sonny Colbrelli. Molto variegate e forti sono anche l’EF Education First con Michael Woods e Sergio Higuita, la Bora Hansgrohe con Davide Formolo e Rafał Majka, il Team Astana con Luis León Sánchez e Jakob Fuglsang, il Team INEOS con Gianni Moscon, che sembra aver recuperato la miglior forma in questo finale di stagione, il Team Lotto Soudal con Tim Wellens, che ritorna a correre sulle strade italiane, e l’UAE-Team Emirates con un Diego Ulissi anch’egli in un’ottima condizione. Ma anche le squadre Continental e Professional possono vantare tra le loro fila gente agguerrita ed esperta che può dire la sua, come Giovanni Visconti (Neri Sottoli Selle Italia) e Mattia Cattaneo (Androni Giocattoli). La fuga di giornata è stata caratterizzata dall’azione di sei ciclisti: Valerio Agnoli (Bahrain Merida), Davide Ballerini (Astana), Mattia Frapporti (Androni Giocattoli), Umberto Marengo (Neri Sottoli), Michael Gogl (Trek Segafredo) e Josè Herrada (Cofidis). I sei fuggitivi erano tenuti a bada dalla Jumbo Visma, che non lasciava loro troppo spazio concedendo un vantaggio massimo di poco superiore ai 3 minuti. Le cose cambiano piuttosto drasticamente durante il secondo dei cinque giri del circuito finale con una decisa accelerazione del Team Lotto Soudal e alcune difficoltà palesate da alcuni dei fuggitivi, in particolare da Agnoli e Frapporti che si staccano dalla testa. Da segnalare anche il ritiro in questi frangenti del campione del mondo Mads Pedersen (Team Trek Segafredo). A circa 60 km dal termine ai fuggitivi resta un margine di poco più di un minuto sul gruppo inseguitore, con la Jumbo Vusma sempre molto attiva. Gli ultimi due rinnovati giri del circuito finale di Varese sono indigesti per Herrada, altro fuggitivo a staccarsi. Sono Wellens e David Gaudu (Groupama FDJ) a far esplodere la corsa a meno di 40 km dall’arrivo. I fuggitivi della prima ora vengono tutti ripresi e si forma un nuovo gruppo in testa alla corsa composto da nomi altisonanti come Ulissi e Daniel Martin (UAE-Team Emirates), Valverde, Formolo , George Bennett (Jumbo Visma) e Sánchez. All’inizio dell’ultimo giro proprio quest’ultimo scatta sulla salita di Via Montello. Tentano di accodarsi in discesa Valverde, Bauke Mollema (Trek Segafredo), Alex Aranburu (Caja Rural) ed un pimpante Nibali, ma in una rotatoria la moto della RAI che precede questo drappello fa sbagliare loro strada, mettendoli fuori gioco. Nel frattempo Sánchez aumenta il vantaggio su un altro drappello di inseguitori segnalati ad una quarantina di secondi di ritardo. Lo spagnolo dà tutto in vista del traguardo ma evidenti movimenti di stretching testimoniano problemi alla schiena. E così il gruppo inseguitore lo riprende a poco meno di un chilometro dall’arrivo. Scattano dal gruppo Moscon, Pierre-Roger Latour (AG2R La Mondiale) e Jakob Fuglsang (Astana), che riprendono il corridore spagnolo a poco più di 600 metri dall’arrivo. A questo punto Roglič sferra una rasoiata delle sue, che gli consente di fare il vuoto ed di andare ad imporsi sul traguardo di Varese, ottenendo in pochi giorni una doppietta di grande pregio, dopo il Giro dell’Emilia conquistato sabato scorso, nonchè la dodicesima vittoria stagionale. A 3 secondi dallo sloveno è Visconti a piazzarsi in seconda posizione, anticipando Toms Skujiņš (Trek Segafredo), vincitore dell’edizione 2018. Chiudono la top five Andrea Vendrame (Androni Giocattoli) ed Higuita. Dalla Lombardia ci si sposta ora in Piemonte per altre due gare altrettanto interessanti come la Milano-Torino di domani e il Gran Piemonte di giovedì prima del gran finale del programma autunnale italiano con il Giro di Lombardia di sabato 12 Ottobre.

Giuseppe Scarfone

Dopo aver fatto suo pochi giorni prima il Giro dellEmilia Primož Roglič vince anche la Tre Valli Varesine (Getty Images Sport)

Dopo aver fatto suo pochi giorni prima il Giro dell'Emilia Primož Roglič vince anche la Tre Valli Varesine (Getty Images Sport)

ADAM YATES, TRIONFO ALLA CRO RACE

ottobre 7, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Adam Yates (Mitchelton – Scott) ha vinto la CRO Race dopo aver trionfato nella frazione regina di Platak. Davide Villella (Astana) ha concluso al secondo posto davanti a David De La Parte (CCC Team).

Nella settimana appena conclusa si è disputata la quattordicesima edizione della CRO Race, fino allo scorso anno disputata nel mese di aprile e conosciuta come Tour of Croatia. Grazie alla nuova collocazione ha trovato una startlist di livello internazionale grazie alla presenza di corridori come Matej Mohorič (Bahrain – Merida), Adam Yates (Mitchelton – Scott) e Pierre Rolland (Vital Concept – B&B Hotels).
Nei sei giorni di corsa i corridori hanno affrontato inizialmente due tappe a favore dei velocisti, seguite da altrettante frazioni che potevano favorire le ruote veloci capaci di resistere su percorsi più mosso nel tratto conclusivo. Era invece la quinta tappa la frazione regina con l’arrivo in salita a Platak che probabilmente avrebbe deciso la classifica conclusiva, prima del finale a Zagabria con un circuito insidioso dall’esito non scontato.
La corsa partiva martedì da Osijek per approdare a Lipik dopo 202 chilometri privi di particolari difficoltà, lungo i quali quali era il solo Markus Wildauer (Tirol KTM) a tentare la fuga, tentativo che veniva ripreso senza patemi dal gruppo a quattro chilometri dall’arrivo; nell’ultimo chilometro era la Adria Mobil a controllare la corsa lanciando molto bene il proprio velocista Marko Kump, che riusciva a difendersi al fotofinish dal prepotente ritorno di Yevgeniy Gidich (Astana) e da Eduard-Michael Grosu (Delko Marseille Provence), rispettivamente secondo e terzo. Mattia Frapporti (Androni Giocattoli – Sidermec) concludeva dodicesimo come migliore degli italiani. La seconda tappa con partenza da Slunj prevedeva l’arrivo a Zara dopo 183 chilometri; il percorso era più impegnativo della giornata precedente, ma comunque ancora adatto ai velocisti. La tappa vedeva due fughe in atto, con la seconda di queste attiva nell’ultimo terzo di corsa. Gli ultimi contrattaccanti venivano ripresi ai -6, poco dopo una grossa caduta che aveva coinvolto metà del gruppo e ridotto di due terzi i pretendenti alla vittoria di tappa. In quest’occasione perdevano diversi minuti uomini di classifica come Rolland, Amaro Antunes (CCC Team) e Sam Bewley (Mitchelton – Scott), con il primo che riusciva in parte a recuperare e a limitare il ritardo a 36 secondi. Nel tecnico finale di Zara era Mohorič a provare ad anticipare la volata, ma lo stesso Grosu andava a chiudere su di lui portandosi dietro Mirco Maestri (Bardiani – CSF). La loro azione veniva ripresa a quattro chilometri dalla conclusione dal lavoro della Mitchelton – Scott e poco dopo erano Vadim Pronskiy (Astana) e Michel Aschenbrenner (P&S Metalltechnik) a provare la sortita vincente, ma anche il loro attacco veniva chiuso poco prima del chilometro conclusivo. Grosu riusciva ad anticipare il gruppo nella curva che apriva un finale estremamente tecnico e, sfruttando l’azione che gli era riuscito anche nell’edizione passata su questo traguardo, beffava i suoi avversari andando a conquistare tappa e maglia. La volata dei battuti era appannaggio di Alex Edmondson (Mitchelton – Scott) davanti a Kump e Frapporti. Dopo l’arrivo uno sconsiderato spettatore attraversava la strada venendo centrato dallo stesso Frapporti e causava la caduta di altri atleti, tra i quali Edmondson e Mohorič, costretto al ritiro con due costole fratturate. La terza frazione prevedeva sulla carta un percorso di 154 km con partenza da Okrug e arrivo a Macarsca, ma a causa del vento la corsa veniva interrotta dopo un’oretta dall’avvio e ripresa negli ultimi 47 chilometri, che prevedavano la salita di Biokovo, 5.3 km al 5.3%, da scalare dieci chilometri prima della conclusione. La corsa ripartiva con la situazione in atto prima della sospensione, la fuga di Wildauer (Tirol KTM), Stephan Rabitsch (Felbermayr-Simplon Wels), Ben Hill (Ljubljana Gusto Santic), Lars van den Berg (Metec-TKH), Timon Loderer (Hrinkow Advarics) e Robert Jägeler (P&S Metalltechnik). Questi atleti potevano vantare un vantaggio nell’ordine dei due minuti e venivano inseguiti principalmente dalla Mitchelton – Scott. Lungo la salita erano prima Kump e poi il leader Grosu a staccarsi, mentre in gruppo era lo stesso Yates ad seguito a ruota da Mauro Finetto (Delko Marseille Provence), ma non veniva lasciato loro spazio. Alex Edmonson riusciva ad avvantaggiarsi ad una dozzina di chilometri dall’arrivo, prima di venir ripreso da Yates, Finetto, Davide Villella (Astana) e David De La Parte (CCC Team). Questo quintetto scollinava insieme agli ultimi due fuggitivi ad arrendersi, Rabitsch e Van der Berg; successivamente, nonostante il lavoro di Yates per il suo compagno di squadra, alcuni corridori riuscivano a rientrare in discesa portando il gruppo al comando ad una ventina di componenti. La volata finale veniva lanciata molto bene dall’Astana per Gidich, che riusciva ad imporsi davanti a Grega Bole (Bahrain Merida) ed Edmondson, mentre Frapporti restava sempre il migliore degli italiani con la settima piazza. Gidich conquistava anche la maglia di leader.
La quarta frazione con partenza da Cittavecchia e arrivo a Cirquenizza dopo 155 chilometri prevedeva un percorso abbastanza pianeggiante, con uno strappo di un chilometro all’8% ad appena sette chilometri dalla conclusione che offriva la possibilità di anticipare la volata conclusiva o stroncare qualche ruota veloce. La fuga composta da Alexander Cataford (Israel Cycling Academy), Matthias Krizek (Felbermayr-Simplon Wels), John Mandrysch (P&S Metalltechnik), Samuele Rivi (Tirol KTM) e Javier Moreno (Delko Marseille Provence) veniva ripresa proprio prima di questo strappo. Jan Tratnik (Bahrain Merida) era il primo ad attaccare all’inizio dello strappo, seguito a ruota da Finetto e Maxime Chevalier (Vital Concept-B&B Hotels), incapaci però di tenere il passo dello sloveno che veniva in seguito ripreso allo scollinamento da Villella ed Edmondson. Il gruppo, ancora forte di una cinquantina di atleti, riusciva a chiudere su di loro all’imbocco del chilometro conclusivo estremamente tecnico. Grosu guidava il gruppo quando a 500 metri dalla conclusione scivolava in una curva andando a coinvolgere un paio di altri atleti, mentre Paolo Simion (Bardiani – CSF) conduceva il gruppo nelle restanti curve, dove avveniva un’altra caduta, da parte di un corridore della Vital Concept-B&B Hotels, nelle prime posizioni. Simion si trovava quindi a lanciare la volata con solo tre atleti alla sua ruota ed era il giovane velocista serbo Dušan Rajović (Adria Mobil) a sfruttare l’occasione andando a conquistare la tappa davanti allo stesso Simion e ad Heinrich Haussler (Bahrain Merida). Gidich riusciva a mantenere il primato di leader della generale alla vigilia della tappa regina, a lui non adatta.
Con partenza da Porto Albona, la frazione più impegnativa della corsa trovava nella salita di Ucka, 7 Km al 9.2%, collocata 76 chilometri dopo la partenza, una difficile ascesa che precedeva la salita conclusiva di Platak, in tutto 136 chilometri dei quali gli ultimi 14 con una pendenza media del 5.6%. La salita centrale non vedeva particolari azioni in atto, se non un’andatura in grado di selezionare il gruppo. Un attacco interessante avveniva a dodici chilometri dall’arrivo con l’azione di Matteo Badilatti (Israel Cycling Academy) che andava a riprendere e immediatamente staccare Quentin Pacher (Vital Concept-B&B Hotels). Nello stesso momento Gidich doveva rinunciare alla sua maglia di leader staccandosi dal gruppo guidato dalla Mitchelton – Scott. A cinque chilometri dalla conclusione veniva ripreso Badilatti e Yates attaccava con il solo Villella che provava a seguirlo, senza però riuscire a tenere il passo dell’inglese. Andrey Zeits (Astana) si occupava dell’inseguimento per il suo compagno di squadra, con i soli Rolland, De La Parte, Domen Novak (Bahrain Merida) e Nathan Earle (Israel Cycling Academy) capaci di restare con loro. Novak tentava un inseguimento solitario a 1500 metri dall’arrivo, ma Yates riusciva a mantenere un buon ritmo andando a conquistare tappa e maglia nella frazione più attesa. Novak nel frattempo veniva ripreso e Villella andava a chiudere al secondo posto con 10” di ritardo, davanti a De La Parte, Rolland e allo stesso sloveno. Così Villella prima della tappa finale aveva 15” da recuperare al britannico, mentre per De La Parte i secondi di distacco erano 17.
L’ultima giornata di corsa prevedeva 154 chilometri da Sveta Nedelja a Zagabria, quasi interamente pianeggianti con un circuito cittadino conclusivo di cinque chilometri da ripetere tre volte che proponeva uno strappo finale in acciottolato di 500 metri, ascesa che poteva favorire un’azione per tentare di ribaltare la classifica finale della corsa. La tappa veniva caratterizzata da una fuga composta da Alessandro Fedeli (Delko Marseille Provence), Matic Grošelj (Ljubljana Gusto Santic), Florian Kierner e Daniel Lehner (Felbermayr-Simplon Wels), Dylan Bouwmans e Stef Krul (Metec TKH) e Florian Gamper e il fratello Patrick (Tirol KTM). Questi atleti arrivavano a Zagabria con circa 40 secondi di margine sul gruppo guidato dalla Bahrain Merida. Nel secondo passaggio sullo strappo finale era Fedeli ad accelerare inseguito da Gamper, Kierner e Krul, mentre il gruppo frazionato transitava circa quindici secondi dopo, guidato nell’ultima tornata dalla Ljubljana Gusto Santic e dall’Adria Mobil. Fedeli riusciva a mantenere un piccolo margine sul resto degli attaccanti prima dello strappo conclusivo e riusciva a difendersi e trionfare per la seconda volta in questa stagione. Tratnik concludeva al secondo posto dopo una forte azione che per poco non riusciva a concludersi in qualcosa di più, mentre il terzo posto andava a Kierner.
Yates riusciva senza difficoltà a difendere la vittoria conclusiva, con Villella e De La Parte a completare il podio. Edmondson conquistava, invece, la classifica a punti e lo stesso Yates si portava a casa la classifica del miglior scalatore. Pronskiy era il miglior giovane davanti a Luca Covili (Bardiani – CSF), mentre la stessa Astana conquistava la classifica a squadre.

Carlo Toniatti

La vittoria di Adam Yates nella tappa di Platak (foto Bettini)

La vittoria di Adam Yates nella tappa di Platak (foto Bettini)

COLBRELLI, FAVILLE AL BEGHELLI

ottobre 6, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Sonny Colbrelli (Bahrain-Merida) vince il GP Beghelli battendo allo sprint l’eterno Alejandro Valverde (Movistar). Corsa decisa negli ultimi chilometri con vari attacchi dei protagonisti odierni.

Ventiquattresima edizione del Gran Premio Bruno Beghelli, semiclassica italiana che si svolge come tradizione sul circuito di Monteveglio, nel comune di Valsamoggia (BO), sede degli stabilimenti Beghelli. Corsa vinta meritatamente da Sonny Colbrelli (Bahrain-Merida) che, sfruttando la buona gamba dimostrata anche al recente mondiale, non lasciava scampo agli avversari. La gara veniva caratterizzata dalla fuga iniziale di tre ciclisti, Stepan Kuriyanov (Gazprom Rusvelo), Tommaso Fiaschi (Beltrami TSA – Hopplà – Petroli Firenze) e Emil Dima (Giotti Victoria), che si avvantaggiavano nei primissimi chilometri dopo la partenza. I tre tiravano dritto finché a 75 km dall’arrivo, sulla salita dello Zappolino, si staccava Fiaschi, che non reggeva il ritmo degli altri compagni di fuga. Gli attaccanti, che avevano toccato anche superato i 10′ di vantaggio dal gruppo, venivano ripresi a 40 chilometri dall’arrivo grazie al lavoro della Movistar, della Bahrain-Merida e dell’Astana. Il gruppo compatto procedeva coeso solo per qualche chilometro, poi vari ciclisti provavano ad evadere e tra questi si segnalava un attivissimo Gianni Moscon (Team Ineos). La Movistar, molto impegnata nel tenere la corsa chiusa prima dell’attacco del proprio capitano, riusciva a riprendere a 9 chilometri dalla linea del traguardo un attacco tentato dal solito Moscon, da Georg Bennett e Neilsen Powless (Jumbo-Visma), da Edoardo Affini (Mitchelton-Scott), da Hugo Houle (Astana), da Julien Bernard (Trek-Segafedo) e da Iván Sosa (Team Ineos). Grazie ad una gamba invidiabile Moscon era l’ultimo ad arrendersi assieme a Powless. A quattro chilometri dal traguardo nasceva l’azione che decideva il GP Beghelli quando Bauke Mollema (Trek-Segafredo), vincitore l’anno scorso, allungava portandosi dietro Jack Haig (Mitchelton-Scott), David Gaudu (Groupama-FDJ), Guillame Martin (Wanty), Alejandro Valverde (Movistar), Sonny Colbrelli (Bahrein-Merida) e Iván García, compagno di formazione di Colbrelli. Il tentativo di inseguimento dell’Astana non dava frutti e i sette arrivavano spediti al traguardo, dove il corridore lombardo della Bahrain-Merida, già vincitore nel 2015, allo sprint batteva tutti resistendo alla grande anche al tentativo di rimonta di Valverde. Si tratta della terza vittoria stagionale per Colbrelli dopo le due frazioni conquistare al Tour of Oman e al Deutschland Tour, un successo che ben fa sperare per questo finale di stagione. Secondo posto per Valverde, mentre Houle saliva sul gradito più basso del podio. Quinto posto per Mollema, vincitore lo scorso anno.

Luigi Giglio

Sonnt Colbrelli a segno nel GP Beghelli (foto Bettini)

Sonnt Colbrelli a segno nel GP Beghelli (foto Bettini)

ROGLIČ ACCENDE UN CERO A SAN LUCA

ottobre 5, 2019 by Redazione  
Filed under Copertina, News

Primož Roglič (Jumbo-Visma) è il vincitore della centoduesima edizione del Giro dell’Emilia, anche quest’anno corsa in modo spettacolare e onorata dai partecipanti. Proprio lo sloveno aveva vinto sul San Luca la cronoscalata che aveva dato il via all’ultima edizione del Giro d’Italia, un traguardo dunque a lui particolarmente congeniale.

Il Giro dell’Emilia, manifestazione ciclistica organizzata dal GS Emilia, è una tra le corse più antiche e di maggiore spessore dell’intero panorama ciclistico del vecchio continente. Percorso e tracciato sono rimasti invariati rispetto all’anno scorso, quando a sorpresa Alessandro De Marchi, con una grande azione da lontano, vinse sorprendendo gli avversari più quotati. Lo stesso De Marchi non poteva difendere il titolo a causa dell’infortunio rimediato il 14 luglio nella nona tappa del Tour de France. Partenza da Bologna come copione, e come da tradizione, grandi nomi erano presenti per giocarsi le loro chances di vittoria: erano al via, infatti, Primož Roglič (Jumbo-Visma), Vincenzo Nibali (Bahrain-Merida), Mikel Landa, Richard Carapaz e Alejandro Valverde (Movistar), Egan Bernal (Team Ineos), Esteban Chaves (Mitchelton-Scott) e Giovanni Visconti (Neri Sottoli – Selle Italia), vincitore nel 2017.
Tra gli iscritti non si presentavano alla partenza Jérôme Baugnies e Thomas Degand della Wanty, mentre dopo 5 chilometri di gara avveniva la prima fuga di giornata con Jacopo Mosca (Trek), Davide Ballerini (Astana) e Umberto Orsini (Bardiani). Il terzetto allungava e si registrava un vantaggio di oltre 2′ al traguardo volante di Zola Pedrosa, dove un pimpante Ballerini anticipava allo sprint i compagni di fuga. Ancora Ballerini, che dalla prossima stagione difenderà i colori della Deceuninck – Quick Step, era il primo a passare dal traguardo volante situato in Località Gessi, al dodicesimo chilometro. I tre attaccanti si spremevano molto nei primi chilometri, tanto che al GPM di di Mongardino (Km 22), vinto da Orsini, aveva oltre 11′ di vantaggio sul gruppo guidato dalla Bahrain-Merida. Mosca riusciva a sorprendere i due compagni di fuga solo in un’occasione, al traguardo volante situato al 154 km di gara, non per mancanza di gambe ma perché si stava gestendo meglio degli altri.
Con l’ingresso nel circuto del San Luca la musica cambiava, i favoriti metteva i propri uomini in testa al gruppo mentre altri corridori di spessore provavano ad attaccare evadendo il controllo del gruppo: tutto ciò riduceva il vantaggio dei tre in fuga che, stremati, perdevano terreno. Diego Rosa (Team Ineos) dopo alcuni tentativi riusciva ad evadere al controllo del gruppo guidato dalla Movistar: per il piemontese si annuncia un finale di stagione in crescendo. Sfruttando una gamba meno affatticata rispetto ai compagni di fuga Jacopo Mosca scattava e lasciava Ballerini e Orsini sul posto: così a 30 chilometri dal finale si creava una situazione che vedeva Mosca in testa alla corsa con 40” Ballerini e Orsini, più indietro Rosa e altri sei ciclisti che lo avevano seguito all’attacco, tra i quali Giulio Ciccone (Trek-Segafredo) e Pierre-Roger Latour (Ag2r LaMondiale).
A tre giri di circuito dalla fine Mosca era ancora in testa alla corsa, mentre Ballerini e Orsini veniva assorbiti dal grupp e resistevano alle spalle del ciclista di testa solo Ciccone e Latour. Non si capiva che tattica usasse la Trek-Segafredo, che aveva un ciclista in testa ad attaccare e uno ad inseguirlo, così un superbo Ciccone, sfruttando una buona gamba, trainava anche Latour verso l’aggancio in testa alla corsa. Una volta ripreso, Mosca si rialzava lasciando il campo libero al duo Ciccone-Latour. A meno di un minuto di distanza viaggiava il gruppo trainato dalla Jumbo-Visma di Roglič, che anche all’Emilia si dimostrava una squadra coesa e compatta in salita. George Bennett, Sepp Kuss e Robert Gesink ancora una volta rappresentavano un treno formidabile in salita e difficilmente avrebbero lasciato spazio a qualcuno. Ad 11 chilometri dall’arrivo il giovane corridore abruzzese e il suo compagno d’attacco aveva 40” di vantaggio su Antwan Tolhoek (Jumbo-Visma), che guidava l’inseguimento del gruppo, lavoro che si sarebbe concluso all’inizio dell’ultimo giro di circuito. Provavano ad attaccare prima Valverde, poi Diego Ulissi (UAE-Team Emirates), Luis León Sánchez (Astana) e Nibali, tutti con esito negativo. A sei chilometri dall’arrivo riprovava Ulissi e questa volta sembrava essere la volta giusta per il corridore toscano, al quale si univano Rudy Molard (Groupama-FDJ), Sergio Higuita (EF Education First), Chaves e Gianluca Brambilla, un altro ciclista di una Trek-Segafredo disordinata ma agguerrita. I cinque riuscivano ad accumulare un discreto vantaggio sugli inseguitori, tra i quali Nibali iniziava a mostrare segni di fatica cedendo qualche metro. A 1500 metri dal traguardo, quando la salita finale era già inizia da qualche centinaia di metri, da dietro spuntavano altri corridori, tra i quali l’atteso Roglič, che aveva scelto il tempo giusto per lanciarsi all’inseguimento, Michel Woods (EF Education First) e Bauke Mollema, tanto per cambiare un corridore della Trek-Segafredo. Lo sloveno, che conosceva a menadito la salita essendocisi imposto quest’anno nella cronometro d’avvio del Giro d’Italia, a 800 metri dalla linea d’arrivo attaccava lasciando tutti dietro. Metro dopo metro, pedalata dopo pedalata, faceva il vuoto alle sue spalle. Ultimi metri in trionfo per lo sloveno che andava a raccogliere un successo straordinario, specie dopo le fatiche fatte poche settimane fa per imporsi nella Vuelta di Spagna. Alle sue spalle terminava il Giro dell’Emilia con 14″ di ritardo la coppia della EF Education First Woods-Higuita. Quarto si piazzava Mollema, primo posizionato della Trek-Segafredo, squadra che oggi tanto aveva animato la corsa, quinto Alejandro Valverde. Sesto posto per Diego Ulissi, primo degli italiani.

Luigi Giglio

Primož Roglič si impone ancora al Santuario della Madonna di San Luca dopo aver espugnato questo traguardo anche al Giro dItalia di questanno (foto Bettini)

Primož Roglič si impone ancora al Santuario della Madonna di San Luca dopo aver espugnato questo traguardo anche al Giro d'Italia di quest'anno (foto Bettini)

Pagina successiva »