SULL’ETNA PER LA PRIMA “AMMAZZATINA”

Al quinto giorno di gara debuttano le montagne e, come puntualmente avviene da qualche anno tutte le volte che il Giro visita la Sicilia, sarà l’Etna a dare i primi amari verdetti. Il Mongibello mostrerà stavolta un volto inedito, quello del versante di Piano Provenzana, i cui 18 Km al 6.7% di certo non provocheranno una “carneficina”, anche se i suoi numeri faranno già saltare qualche grossa pedina. Verosimilmente di grosse sorprese non se ne dovrebbero vedere fino a 3 Km dal traguardo, quando inizieranno i tratti più esigenti dell’ascesa sicula.

Non ci sarà un’ecatombe, non conosceremo dopo questa tappa il nome del vincitore della 103° edizione del Giro d’Italia, ma di certo l’Etna escluderà diversi corridori dai giochi per la conquista della maglia rosa. L’Etna – dal 2011 divenuto un irresistibile richiamo per gli organizzatori del Giro, che da quell’anno l’hanno sempre inserito nel percorso ogni qual volta la corsa passa dalla Sicilia – non è, infatti, il classico arrivo in salita da prima settimana, che solitamente si predilige non troppo duro per non uccidere subito la corsa. Metterà subito alla frusta i pretendenti alla vittoria finale in virtù della sua lunghezza e delle sue pendenze, pur non essendo estreme quella che s’incontranno salendo dal versante di Linguaglossa verso l’inedito approdo di Piano Provenzana. Anche stavolta, infatti, s’è scelto d’andare alla scoperta di una nuova strada d’accesso al Mongibello, dopo che anche nei precedenti arrivi sull’Etna si era sempre andati alla “caccia” di scenari differenti e così nel 2011 si era arrivati al Rifugio Sapienza salendo dal versante classico di Nicolosi, nel 2017 era stata inserita la strada del “Salto del Cane” per raggiungere il medesimo traguardo e nel 2018 la linea d’arrivo era stata collocata all’Osservatorio Astrofisico con salita da Ragalna. Va detto che la “Mareneve”, la strada che si percorrerà quest’anno, non sarà del tutto inedita, essendo già stata inserita come GPM di passaggio nella tappa del 2011, mentre lo saranno gli ultimi 3 Km, i più impegnativi (media del 9,1% con un picco dell’11%) di un’ascesa che complessivamente sale per 18 Km al 6.7% medio.
Non solo la conclusione di questa tappa si svolgerà in montagna, ma lo sarà anche la partenza, prevista ai quasi 1000 metri di Enna, il più elevato capoluogo di provincia italiano, sulla quale svettano la Torre di Federico II e il Castello di Lombardia, uno dei manieri medievali più vasti d’Italia, il cui nome ricorda la regione di provenienza dei soldati della guarnigione che lo sorvegliavano in epoca normanna.
I primi chilometri saranno, di conseguenza, in discesa ma poi s’inizierà subito a salire verso il centro di Leonforte, ai cui margini dell’abitato si trova la monumentale fontana barocca del Granfonte, nel 2010 scelta quale set de “La bella società” per una scena girata con Raoul Bova e Maria Grazia Cucinotta.
Serpeggiando in dolce discesa tra i Monti Erei i “girini” si porteranno quindi ad Agira, uno dei centri più antichi della regione, fondato seconda la leggenda in epoca precedente alla guerra di Troia e che vanta tra i suoi monumenti la chiesa dell’abbazia di San Filippo, che si presenta ai visitatori con la facciata ricostruita all’inizio del secolo scorso dopo che la precedente era crollata durante una bufera. Lambito nel corso della successiva discesa il cimitero di guerra canadese, nel quale riposano le salme di soldati appartenenti al Commonwealth Britannico caduti durante la seconda guerra mondiale, il tracciato della tappa offrirà viste panoramiche sul sottostante lago artificiale di Pozzillo – il più vasto della Sicilia, spesso teatro di gare di canottaggio organizzate dalla federazione nazionale – prima di giungere, al termine di un tratto in lieve falsopiano, a Regalbuto, conosciuta a livello folcloristico per il suo Carnevale, caratterizzato non solo dalla sfilata di carri allegorici ma anche dai caratteristici balli delle “contradanze”. Si riprenderà quindi la discesa per portarsi nella valle del Salso e intraprendere una lunga porzione di tracciato pianeggiante, una ventina di chilometri di strada priva di difficoltà proprio all’inizio del periplo dell’Etna, che la corsa aggirerà da sud muovendo inizialmente in direzione di Catania. Si seguirà questa direttrice fino a Paternò poi, attraversato questo centro che offre ai turisti parecchi edifici di culto d’interesse artistico, s’inizierà a risalire le pendici del vulcano imboccando la strada che conduce a Nicolosi toccando Belpasso, dove si trova la sesta campana d’Italia per dimensioni, installata presso la chiesa di Santa Maria Immacolata. Percorsa una salita di 9 Km al 4% si raggiungerà la principale porta d’accesso all’area etnea, sede del parco che preserva il territorio del vulcano (ospitato ufficialmente dal 2005 nell’edificio che un tempo era il monastero di San Nicolò l’Arena), per poi scendere in direzione di Trecastagni, nel cui territorio si trova la masseria dove Giovanni Verga ambientò uno dei suoi più celebri romanzi, “Storia di una capinera”. Una decina di chilometri più avanti, al termine di un altro breve tratto di pianura, si giungerà in uno dei più noti centri della zona, quella Zafferana che deve la sua celebrità al suo planetario e alla colata che nel 1992 si fermò miracolosamente a pochi metri dall’abitato, nel luogo dove sarà poi innalzato un capitello votivo dedicato alla Madonna della Provvidenza. È da Zafferana che ha, inoltre, inizio un altro versante dell’Etna, l’unico finora rimasto “inesplorato” dalla corsa rosa e che permette di raggiungere il Rifugio Sapienza in una ventina di chilometri. A questo punto della gara i corridori andranno, invece, ad affrontare i 6.5 Km al 4.7% della salita di Andronico, che qualche elemento del gruppo ricorderà d’aver affrontata nel 2017 nelle fasi iniziali della Pedara – Messina, tappa di tutt’altro spessore terminata con il successo allo sprint del colombiano Fernando Gaviria. A un breve tratto in quota dopo la scollinamento seguirà il “tuffo” su Linguaglossa, dalla quale si andrà a imboccare l’ombrosa “Mareneve”, la strada immersa nella pineta che condurrà fino alla stazione sciistica realizzata sul versante nord dell’Etna. Di neve certamente i corridori non ne troveranno, il mare sì… quello di tifosi che avvolgeranno come una coltre il gruppo e lo scalderà come solo le genti del sud sanno fare.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

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Enna, Torre di Federico II

Il Granfonte di Leonforte set del film “La bella società” (www.davinotti.com)

Il Granfonte di Leonforte set del film “La bella società” (www.davinotti.com)

Agira, chiesa dell’abbazia di San Filippo

Agira, Cimitero di guerra canadese

Lago di Pozzillo

Un “assaggio” delle contradanze del carnevale di Regalbuto

Chiesa di Santa Maria dell’Alto, la chiesa madre di Paternò

Belpasso, chiesa di Santa Maria Immacolata

Zafferana Etnea, la cappelletta eretta nel luogo dove s’arrestò miracolosamente una colata lavica nel 1792

L’Etna fumante e, in trasparenza, l’altimetria della quinta tappa del Giro 2020 (www.quotidiano.net)

L’Etna fumante e, in trasparenza, l’altimetria della quinta tappa del Giro 2020 (www.quotidiano.net)

PER NON “RUMPIRI I CABBASISI”

Il Giro sbarca in Italia con una tappa non troppo impegnativa, disegnata con mano leggera alla luce del lungo trasferimento dall’Ungheria e della mancanza del giorno di riposo una volta giunti in Sicilia. Sarà una tappa non piatta ma comunque soffice per gran parte del suo sviluppo, poi si affronterà verso Agrigento la salita dei mondiali del 1994 e lì la corsa si accenderà… un certo Peter Sagan potrebbe percepire il sentore dell’iride e proporci uno show dei suoi!

Sì è reduci da un lunghissimo trasferimento aereo effettuato senza riposo, non unico ma nemmeno raro perché di simili se ne erano già visti alla Vuelta del 1988 (dalle Canarie alla Spagna) e al Tour di Pantani dieci anni più tardi (dall’Irlanda alla Francia). Per questo motivo gli organizzatori hanno tracciato la prima tappa italiana con mano non eccessivamente pesante, breve e – pur se non totalmente pianeggiante – priva di vere e proprie difficoltà per non eccessivamente “rumpiri i cabbasisi” ai corridori provati dallo stress del lungo viaggio… almeno fino a 4 Km dall’arrivo quando la strada si rizzerrà sotto le ruote per superare il dislivello che separa la Valle dei Templi dal traguardo di Agrigento, andando a ricalcare quello che fu il finale dei mondiali del 1994, quell’ascesa che, ripetuta 19 volte. laurerò campione del mondo il francese Luc Leblanc, “collega” di quel Peter Sagan che la competizione iridata l’ha vinta 3 volte e che potrebbe lasciare il segno anche su questo traguardo, avendo preannunciato la sua presenza ai nastri di partenza del 103° Giro d’Italia. La mano “leggera” di Vegni non si nota solo nel disegno altimetrico di questa prima tappa italiana ma anche nella scelta delle strade da percorrere poiché la quasi totalità del tracciato si snoderà sulla strada a scorrimento veloce che collega Palermo ad Agrigento, evitando i centri abitati.
Si partirà in discesa dalla preziosa Monreale per raggiungere il “chilometro 0” alle porte del capoluogo siciliano e da lì costeggiare l’autostrada per Messina per una dozzina di chilometri fino allo svincolo di Villabate, antico borgo agricolo oramai saldato urbanisticamente a Palermo. È a questo punto che si andrà a imboccare la citata superstrada che taglia nel mezzo la Sicilia andando ad affrontare un paio di pedalabili tratti in salita entro i primi 65 Km di gara, che potrebbero rimanere nelle gambe solo la tappa prenderà il via a velocità elevata, a causa dell’ampiezza della carreggiata che tende a fare sembrare meno pendenti i tratti in salita.
Superato un piccolo zampellotto si andrà a lambire la cittadina di Misilmeri, nella cui frazione Gibilrossa si trova un obelisco eretto nel luogo dove, durante l’Impresa dei Mille, si radurano 4000 volontari la sera precedente la presa di Palermo. Un primo tratto di salita più consistente – 4 Km al 4.2% – terminerà nei pressi dello svincolo per Bolognetta, centro che fino al 1883 si chiamava Santa Maria d’Ogliastro, poi la superstrada procederà in assetto di dolce e costante falsopiano verso il successivo svincolo per Ciminna, dove presso la chiesa di San Vito nel 2009 Giuseppe Tornatore girò una scena del film “Baarìa” nella finzione ambientata sulla spiaggia di Bagheria, che sarà poi aggiunta in postproduzione con un fotomontaggio trovandosi il centro di Ciminna a quasi 500 metri sul livello del mare.
Al termine del tratto di falsopiano si andrà quindi a sfiorare Villafrati, centro dalla pianta a scacchiera dal quale è possibile raggiungere, deviando per qualche chilometro dal percorso di gara, il comune di Cefalà Diana, dove si trovano i resti di uno stabilmento termale che, a detta degli studiosi, sarebbero gli unici direttamente ascrivibili al periodo della dominazione araba.
Seguirà un dolce tratto in discesa nel corso del quale si andranno a lasciare sulla destra del percorso le diramazioni prima per Mezzojuso e poi per Vicari, presso il quale è possibile ammirare un’altra testimonianza lasciata dagli arabi, la Cuba di Ciprigna, costruita con la funzione di cisterna. Qui si tornerà a prender quota per superare la più lunga tra le ascese di giornata, dodici docili chilometri (la pendenza media non arriva al 4%) che condurrà al punto più elevato del tracciato odierno (723 metri di quota), in corrispondenza del cosiddetto “Bivio Manganaro”, dove il tracciato svolterà a destra per imboccare il tratto più veloce di questa tappa, che avrà la forma di una soave planata di 40 Km che si snoderà nella valle del Platani – il quinto fiume per lunghezza della Sicilia – e che sarà resa ancora più veloce dalla linearità del tracciato, caratterizzato da rare e comunque sempre morbide curve. È proprio all’inizio di questo tratto che i “girini” incontreranno l’unico centro abitato – Monreale e Agrigento a parte – quasi direttamente toccato dalla corsa, Lercara Friddi, noto per aver dato i natali al gangster Charles “Lucky” Luciano e al ramo paterno della famiglia di “The Voice”, l’intramontabile Frank Sinatra.
Anche lo scorrere dei successivi chilometri di gara sarà scandito dai passaggi dagli svincoli, come quello che conduce al comune di Cammarata, situato ai piedi dell’omonimo monte della catena dei Sicani, alto 1578 metri e dalla cui cima nelle giornate più limpide è possibile scorgere l’Etna, con il quale i pretendenti al successo al Giro 2020 si misureranno il giorno successivo. Un’altra interessante disgressione dalla “strada maestra” è quella che permette di raggiungere Mussomeli, dove ammirare lo spettacolare castello manfredonico situato a 2 Km dal centro. Superata con una breve galleria la gola del “Passo Fonduto” la corsa entrerà in provincia di Agrigento ai piedi di un tratto in lieve ascesa che terminerà in corrispondenza dello svincolo per Aragona, centro presso il quale fino al 2014 – anno della temporanea chiusura al pubblico della riserva naturale in seguito ad un incidente mortale – era possibile osservare da vicini le “macalube”, piccoli vulcanetti di fango alti all’incirca un metro.
Imboccata la superstrada che arriva da Caltanissetta, quando mancheranno poco meno di 10 Km al traguardo si entrerà su quello che era il circuito dei mondiali del 1994, sul quale gareggiarono i soli professionisti poiché per le categorie minori fu predisposto un tracciato molto meno impegnativo in quel di Capo d’Orlando. Gran parte dell’anello si svolgeva sulla strada di circonvallazione alla città, che i “girini” imboccheranno all’altezza dello svincolo per Favara, presso il cui castello chiaramontano nella settimana della Pasqua è allestita una sagra dedicata alla principale “delizia” del centro, l’Agnello Pasquale realizzato con pasta di mandorle e pasta di pistacchio. Per i corridori non ci sarà tempo per questo tipi di distrazioni, sia perché “fuori tempo massimo”, sia perché troppo caloriche… e soprattutto perché da lì a breve s’imboccherà la conclusiva salita di 4 Km al 5% sulla quale vedremo le prime scintille in terra italica del Giro 2020, scintille a tinte d’iride.

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

I VALICHI DELLA TAPPA

Portella di Mare. Valicata dalla SP 76 “di Portella di Mare” (ex SS 118 “Corleonese Agrigentina”) tra Villabate e Misilmeri. La corsa in questo tratto transiterà sulla parella SS 121 “Catanese”

Portella Manganaro (723 metri). Coincide con il “Bivio Manganaro”, punto più elevato di questa tappa nel quale dalla SS 121 “Catanese” si stacca la SS 189 “della Valle del Platani”, circa 5 Km a nord del comune di Lercara Friddi.

Passo Funnuto. Chiamato anche “Passo Fonduto”, è valicato in galleria dalla SS 189 “della Valle del Platani” tra gli svincoli di Milena e Casteltermini.

Nota. Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).

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Il duomo di Monreale

L’obelisco di Gibilrossa

Le terme arabe di Cefalà Diana

La chiesa di San Vito a Ciminna come appare nel film “Baarìa” (www.davinotti.com)

La chiesa di San Vito a Ciminna come appare nel film “Baarìa” (www.davinotti.com)

La medesima chiesa com’ènella realtà (www.davinotti.com)

La medesima chiesa com’ènella realtà (www.davinotti.com)

Vicari, Cuba di Ciprigna

Mussomeli, Castello Manfredonico

Le macalube di Aragona (Tripadvisor.com)

Le "macalube" di Aragona (Tripadvisor.com)

Favara, Castello Chiaramontano

Il tempio di Giunone e, in trasparenza, l’altimetria della quarta tappa del Giro 2020 (www.balarm.it)

Il tempio di Giunone e, in trasparenza, l’altimetria della quarta tappa del Giro 2020 (www.balarm.it)

LE INSIDIE DEL BALATON

Il Giro saluta l’Ungheria con un’altra tappa destinata all’arrivo allo sprint, ma che potrebbe rivelarsi più problematica del previsto a causa dell’ambiente nel quale si gareggerà. L’intera frazione si disputerà nella regione del Balaton, una zona dove non è infrequente nei mesi primaverili trovarsi a fare i conti con il vento, variabile che spesso dà filo da torcere al gruppo, spezzandolo in più tronconi: se non si sarà più che abili tra i ventagli che potrebbero verificarsi, qualche grosso nome rischierà di trovarsi al termine di questa tappa già con un pesante fardello sulle spalle.

È la tappa altimetricamente più facile della tre giorni ungherese quella con la quale il Giro saluterà la terra magiara, tanti i chilometri da percorrere – 204 per la precisione – e poche le insidie altimetriche, che oggi avranno l’aspetto d’un paio di zampellotti collocati lontano dal traguardo. Ma la frazione che terminerà a Nagykanizsa non sarà per questo priva d’insidie e, anzi, ne proporrà una grossa che potrebbe complicare la corsa di qualche pretendente alla maglia rosa finale: il vento. La tappa si snoderà, infatti, nella regione del Balaton, il lago più vasto dell’Europa orientale, che si estende per quasi 600 Km quadrati e il cui bacino nei mesi primaverili è spesso attraversato da folate che talvolta raggiungono velocità sensibili e che potrebbero causare in seno al gruppo i famigerati “ventagli”, le fratture che spezzettano in tanti tronconi il plotone e nelle quali si possono perdere anche parecchi minuti. Spesso queste situazioni di gara sono risolte spendendo parecchie energie – che quest’oggi potrebbero rivelarsi preziose per le squadre che puntano alla vittoria con il loro velocista – ma in passato è capitato anche a campioni blasonati di non riuscire a ricucire e, anzi, di vedersi centuplicato il distacco accusato, come capitò per esempio all’ex campione del mondo Alejandro Valverde nella piattissima tappa di Saint-Amand-Montrond al Tour del 2013, che lo vide accusare al traguardo un passivo di quasi 10 minuti.
Il via di questa tappa apparentemente tranquilla sarà dato da Székesfehérvár, centro il cui nome fa intrecciare la lingua agli stranieri ma che gli ungheresi sanno pronunciare benissimo, anche perché si tratta di una delle città storiche della nazione, che fino al 1526 ospitò nella cattedrale di Santo Stefano le incoronazioni dei sovrani ungheresi. Percorsi i primi 30 Km in piano i corridori giungeranno alle porte della stazione balneare di Balatonalmádi dove andranno incontro al più impegnativo tra gli “zampellotti” che movimentano un po’ l’altimetria nelle fasi iniziali, 700 metri al 6,6% di pendenza media superati i quali la strada procederà in lieve falsopiano verso Veszprém, cittadina che è stata proclamata capita europea della cultura per il 2023 (l’unica altra cittadina ungherese che s’è fregiata di tale titolo è stata Pécs nel 2010) e che vanta legami con l’Italia attraverso la figura del cardinale Branda Castiglioni, che ne fu vescovo dal 1412 al 1424 e mecenate del celebre pittore umbro Masolino da Panicale, il quale nel palazzo che l’arcivescovo possedeva nel suo paese natale (Castiglione Olona, in provincia di Varese) dipinse proprio una veduta di Veszprém, rimasta nella storia dell’arte per esser stato il primo caso in Italia d’affresco di un paesaggio a sé stante, senza raffigurazioni di personaggi appartenenti alla sfera della religione o della mitologia. Si lascerà quindi la bassa collina di Veszprém – i suoi 267 metri rappresenteranno il “tetto” di questa tappa – per planare dolcemente verso le rive del Balaton, che s’incontrerà in uno dei tratti più pittoreschi del “mare magiaro”, verso il quale si protende la penisola di Tihany, che il gruppo attraverserà dopo aver toccato la località di villeggiatura di Balatonfüred, conosciuta non solo per le sue terme ma anche per la sua rinomata clinica cardiologica, che ha avuto tra i suoi pazienti il poeta bengalese Rabindranath Tagore, Premio Nobel per la letteratura nel 1913. Nel cuore della piccola penisola i “girini” andranno a effettuare anche l’ultimo tratto di vera salita previsto da questa frazione, meno ripido ma più lungo del precedente (1.3 Km al 4.5%), che terminerà in corrispondenza dell’abbazia benedettina di Tihany, la cui fondazione risale al 1055.
Lasciate le sponde del Balaton il percorso della terza frazione andrà a transitare ai piedi dell’Hegyestű, interessante collina alta 337 metri in passato sfruttata per l’estrazione del basalto, attività che da una parte ne ha modificato l’originario aspetto conico, ma dall’altra ha portato alla luce del sole la sua particolare struttura interna, risalente all’epoca nella quale questo colle era un vulcano attivo. Si punterà quindi su Tapolca, cittadina sotto alla quale si estendono per 3 Km grotte lacustri che si possono visitare a bordo di piccole imbarcazioni e le cui acque sono utilizzate per la cura delle malattie respiratorie.
È giunta l’ora di tornare in riva al Balaton per l’ultimo tratto disegnato a diretto contatto con le sue acque, che si concluderà con il passaggio da Keszthely, località il cui nome significa “castello” (e, infatti, qui non manca uno spettacolare maniero, costruito dai conti Festetics tra il 1745 e il 1880) e che il nome l’ha dato alla “cultura di Keszthely”, fiorita dopo la caduta dell’impero romano d’occidente attorno al villaggio di Gorsium – Herculia, la cui area archelogica si trova nei pressi della località dalla quale è partita questa frazione, Székesfehérvár.
Lasciato un Balaton se ne inconterà un altro perché, quando mancheranno una quarantina di chilometri dalla conclusione, il gruppo percorrerà la strada che taglia nel mezzo il Kis-Balaton (Piccolo Balaton), specchio d’acqua un tempo appartenente al bacino principale e in seguito separatosi a causa della sedimentazione del corso del fiume Zala: questo biotopo è incluso dal 1997 nel parco nazionale del Balaton ed è interessante anche per la presenza di una riserva di bufali, introdotti in quest’area nel 1800 dai conti Festetics e rinfoltitasi dopo la creazione dell’area protetta che ha portato nel giro di vent’anni il loro numero da 16 a 200 capi.
E, come animali imbufaliti che sentono l’afrore della preda oramai vicina, con l’approssimarsi del traguardo di Nagykanizsa i velocisti in gruppo cominceranno a scalpitare e a puntare voraci verso un approdo particolarmente adatto ai lori mezzi.
Poi tutti in aereo, alla volta dell’Italia.

Mauro Facoltosi

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Székesfehérvár, Cattedrale di Santo Stefano

Uno scorcio del centro storico di Veszprém

La penisola di Tihany vista da Balatonfüred

Abbazia di Tihany

L’Hegyestű

Le grotte lacustri di Tapolca (tripadvisor.com)

Le grotte lacustri di Tapolca (tripadvisor.com)

Keszthely, Castello Festetics

La strada che attraversa il “Piccolo Balaton”, sulla quale transiterà il gruppo diretto a Nagykanizsa

Mandria di bufali all’interno della riserva naturale creata presso il Piccolo Balaton (www.bfnp.hu)

Mandria di bufali all’interno della riserva naturale creata presso il Piccolo Balaton (www.bfnp.hu)

Nagykanizsa, piazza e monumento dedicati a Ferenc Deák, il politico ungherese noto con il soprannome di “savio della patria”

Il lago Balaton e, in trasparenza, l’altimetria della terza tappa del Giro 2020 (termalfurdok.com)

Il lago Balaton e, in trasparenza, l’altimetria della terza tappa del Giro 2020 (termalfurdok.com)

VOLATA TRA LE STEPPE

Assegnata la prima maglia rosa con la cronometro d’apertura sulle strade di Budapest, l’Ungheria ospiterà altre due frazioni della corsa rosa, entrambe destinate ai velocisti. La terra magiara è notoriamente pianeggiante, ma la tappa che condurrà il gruppo a Győr proporrà anche alcune difficoltà altimetriche, dotate di pendenze interessanti, che però difficilmente impediranno l’epilogo allo sprint.

Dopo la breve cronometro d’avvio si comincia a pedalare su chilometraggi più consistenti – oggi si sfioreranno i 200 Km – anche se le due tappe in linea ungheresi non saranno particolarmente “saporite” sul piano altimetrico, pur sfatando il luogo comune di una nazione caratterizzata da sconfinate steppe pianeggianti. Ciò corrisponde al vero ma lo stato europeo presente anche aree collinari e lo dimostrerà in particolare proprio la frazione di Győr, nella quale s’incontreranno tratti in salita talvolta caratterizzati da pendenze non trascurabili. La pianura la farà comunque da padrona in questa giornata e, grazie alla quasi totale assenza di difficoltà negli ultimi 100 Km (brevissimo muretto di Pannonhalma a parte), molto difficilimente i velocisti si faranno scappare quella che è la prima delle sette occasioni di vittoria che gli organizzatori hanno riservato loro al Giro d’Italia 2020.
La seconda giornata di gara della 103a edizione della Corsa Rosa prenderà il via in pianura, assetto di gara nei primi 12 km verso Szentendre, centro noto con il soprannome di “città dei musei” per le numerose esposizioni che offre ai turisti, d’arte e non solo (per i golosi ce n’è uno dedicato al marzapane), come quello etnografico all’aperto che il gruppo si trova proprio ai piedi della prima salita di giornata, diretta al gran premio della montagna di Svábvár. Superata questa collina alta 450 metri, che i “girini” raggiungeranno scavalcheranno con 3 Km di strada inclinata al 7% medio, si planerà verso le rive del Danubio, nella cui valle si pedalerà in perfetta pianura per una trentina di chilometri, costeggiando il fiume nel tratto dove questo funge da confine la Repubblica Slovacca, in direzione di Esztergom, la capitale religiosa della nazione magiara. Qui ha sede l’arcivesco primate d’Ungheria – dal 2002 tale ruolo è rivestito dal cardinale Péter Erdő – e, infatti, il principale monumento cittadino è la Cattedrale di Nostra Signora e di Sant’Adalberto, che è anche la più grande chiesa ungherese, la cui pala dell’altar maggiore, opera dell’italiano Michelangelo Grigoletti, è la più grande del mondo tra quelle realizzate su un solo pezzo di tela.
Successivamente il gruppo saluterà il “Duna” (così gli ungheresi chiamano il “bel fiume blu”) per inoltrarsi in una zona di basse collinette, inizialmente incontrando dislivelli quasi impercettibili mentre si pedalerà alla volta di Bajna, villaggio di circa 2000 abitanti presso il quale si trova un castello che appartenne alla famiglia Sándor- Metternich, il casato del celebre cancelliere austriaco Klemens von Metternich, tra i principali protagonisti del Congresso di Vienna che nel 1815 ridisegnò il volto dell’Europa politica dopo la fine dell’era napoleonica.
Non hanno un disegno particolarmente deciso i successivi 25 km, movimentati da una serie di facili salitelle che porteranno i corridori sino a 388 metri di quota per poi iniziare la dolce discesa verso Tata, cittadina affacciata su due piccoli laghi, nel più grande dei quali si specchia un castello costruito nel XIV secolo come residenza estiva dei sovrani ungheresi.
Imboccati i 100 conclusivi chilometri di gara la corsa andrà quindi a toccare Kocs, la patria del cocchio, il mezzo di trasporto che prende il nome proprio da questo comune ungherese, dove ne fu iniziata la produzione nel XV secolo. Una decina di chilometri più avanti si giungerà quindi alle porte di Nagyigmánd, villaggio natale di Lajos Tóth, cestista che nel 1956 prese la cittadinanza italiana dopo esser fuggito come profugo dall’Ungheria e che gareggiò in serie A per il Varese dal 1957 al 1959 e dal 1961 al 1963.
Cambiata improvvisamente direzione di marcia, si prenderà verso sud in direzione di Kisbér, centro dove è possibile visitare l’Ungheria in pochi minuti grazie al piccolo Mini Magyarország Makettpark (un parco simile alla nostra Italia in Miniatura), mentre con una deviazione dal percorso di gara di una ventina di chilometri è possibile raggiungere prima l’Henryxcity di Császár, inaspettata ricostruzione di un villaggio western, e poi il lago Bokodi, costruito per scopi industriali e poi, dopo la chiusura della vicina centrale per la quale fungeva da bacino di raffreddamento, diventato uno dei più pittoreschi dell’Ungheria per il suo villaggio galleggiante abitato da pescatori.
Un altro cambio di direzione porterà i corridori verso l’ultima difficoltà altimetrica di giornata, un microscopico muro di 600 metri all’8,5% che, con tratti a doppia cifra di pendenza, terminerà alle soglie della storica abbazia benedettina di Pannonhalma, fondata nel 996 dal principe Géza, seconda al mondo per dimensioni dopo quella di Montecassino e inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
Superato quest’ultimo, piccolo scoglio mancheranno 26 Km al traguardo, fissato a Győr, il capoluogo della regione del Transdanubio Occidentale dove vedremo per la prima volta gli assi dello sprint contendensi la vittoria in questa edizione del Giro, al termine d’una tappa che per loro non dovrebbe proporre soverchie difficoltà.

Mauro Facoltosi

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Szentendre, museo etnografico all’aperto

La cattedrale di Esztergom vista dalla sponda slovacca del Danubio

La pala d’altare di Michelangelo Grigoletti all’interno della cattedrale di Esztergom

Bajna, Castello Sándor- Metternich (www.szepmagyarorszag.hu)

Bajna, Castello Sándor- Metternich (www.szepmagyarorszag.hu)

Bajna, Castello Sándor- Metternich (www.szepmagyarorszag.hu)

Il castello di Tata

Kisbér, Mini Magyarország Makettpark

Császár, Henryxcity

Il villaggio galleggiante di pescatori sul lago Bokodi

Abbazia di Pannohalma

Győr, la centralissima Piazza Széchenyi

Un cavallo sfreccia nella steppa e, in trasparenza, l’altimetria della seconda tappa del Giro 2020 (www.famigliaesploramondo.com)

Un cavallo sfreccia nella steppa e, in trasparenza, l’altimetria della seconda tappa del Giro 2020 (www.famigliaesploramondo.com)

JÓ KIRÁNDULÁST GIRO D’ITALIA

Ennesima “Grande Partenza” straniera per il Giro d’Italia, che stavolta ha deciso di “indagare” le veloci strade ungheresi. S’inizierà con una cronometro decisamente più adatta ai passisti rispetto all’impegnativa prova contro il tempo andata in scena al Giro 2019 sulle strade di Bologna, pur essendo disegnato in salita anche il finale della tappa di Budapest. L’abbondanza di tratti in rettilineo e la facilità dell’ascesa finale dovrebbero ulteriormente giocare a favore dei cronoman.

Riparte da Budapest l’avventura del Giro d’Italia, che nel 2020 si “concederà” la quattordicesima partenza fuori dai confini nazionali e lo farà con una cronometro che apparentemente fa il verso a quella disputata dodici mesi fa a Bologna. I due tracciati hanno una struttura simile – prima parte pianeggiante, finale in salita – ma in realtà quella budapestina sarà una prova contro il tempo più agevole di quella bolognese perché l’ascesa finale si annuncia nettamente più breve e dolce rispetto a quella ripidissima che conduceva a San Luca. I passisti come Primož Roglič, che nella prima tappa dello scorso Giro distanziò di 19” l’avversario giunto più vicino a lui, avranno così la possibilità di ottenere distacchi maggiori, favoriti anche da una distanza leggermente più elevata (8.6 Km contro 8 Km) e, soprattutto, da una prima parte di gara resante filante dall’abbondanza di rettilinei. Di questi ultimi il più lungo sarà il primo, quasi 2500 metri dritti come un fuso che inizieranno subito dopo esser scesi dalla rampa di lancio di questa cronometro, innalzata in Hősök tere (Piazza degli Eroi), una delle principali piazze della capitale ungherese, al cui centro si colloca il Monumento del Millenario, costruito tra il 1896 e il 1929 per celebrare i primi mille anni di vita dello stato magiaro.
Il tratto iniziale della tappa si snoderà sull’Andrássy út, viale realizzato a partire dal 1872 per snellire il traffico della città e che collega il centro di Budapest con il Városliget, parco all’interno del quale si possono ammirare edifici come il castello Vajdahunyad e i Bagni Széchenyi, il più grande complesso termale d’Europa. Si abbandonerà questo viale affrontando il tratto più spigoloso della prima parte di gara, due secche curve a gomito usciti dalle quali i “girini” sfileranno dinnanzi alla neoclassica Basilica di Santo Stefano, alla cui inaugurazione presenziò l’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria. Nel frattempo sotto le ruote dei corridori farà la comparsa il lastricato, che poi lascerà il passo al pavè prima di ritrovare l’asfalto nella piazza situata presso il Ponte delle Catene, uno dei simboli della capitale ungherese alla cui costruzione, iniziata per iniziativa dell’uomo politico István Széchenyi, lavorò anche manodopera italiana. Il tracciato della crono non imboccherà il ponte ma andrà a costeggiare il Danubio, laddove si specchia nel “bel fiume blu” il fastoso palazzo che ospita il Parlamento. Pedalando con l’insidia del vento che spira dal fiume e che potrebbe costituire il principale “handicap” della prima parte di gara, si andranno successivamente ad imboccare il Ponte Margherita, cosi chiamato perché a metà del suo cammino va a lambire l’estremità meridionale dell’omonima isola, in gran parte occupata da un parco e sulla quale si trovano anche importanti impianti sportivi, come lo stadio del nuoto che ha ospitato tre edizioni dei campionati europei di nuoto (l’ultima nel 2010) e due dei similiari di pallanuoto (nel 2001 e nel 2014). Lasciatasi alle spalle Pest, i “girini” sbarcheranno sulle strade di Buda, la parte più antica della capitale ungherese, e invertiranno la direzione di marcia continuando ad avere il Danubio come compagno di viaggio per un chilometro, tale misura il secondo dei due rettilinei che caratterizzano la prima parte di gara e che termina all’altezza della chiesa calvinista di Buda, costruita su progetto dell’architetto Samu Pecz alla fine del XIX secolo sul luogo che in epoca medioevale ospitata un mercato e che fu realizzata imitando le forme di una chiesa tradizionale, pur se questo modello non si conciliasse con riti e liturgie tipiche della confessione fondata dal teologo francese Jehan Cauvin (noto in Italia cone Giovanni Calvino).
Due curve ravvicinate introducono un altro tratto in rettilineo, 600 metri al termine dei quali si giungerà all’altro capo del Ponte delle Catene, luogo dove saranno resi noti i primi tempi di gara esattamente ai piedi dell’ascesa finale, un chilometro e 300 metri nel corso dei quali la pendenza media si attesta subito sotto il 5% e la strada propone due morbidi tornantoni, il primo dei quali disegnato ai piedi della chiesa di Mattia, luogo di culto gotico più propriamente dedicato a Nostra Signora Assunta della Collina del Castello e che ha avuto un “ruolo” anche nel cinema horror italiano perché nel 1989 vi fu girato “La chiesa”, film diretto da Michele Soavi ma scritto e prodotto da un “maestro” del genere, Dario Argento. Più ruvido appare l’ultimo tornante perché in corrispondenza di quest’ultima curva, che introduce il rettilineo d’arrivo, si tornerà a pedalare sul porfido per il finale di una crono d’apertura veloce… ma non troppo!

Mauro Facoltosi

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

FOTOGALLERY

Castello Vajdahunyad

Bagni Széchenyi

Il rettilineo dell’Andrássy út visto dalla rampa di lancio della prima tappa

La secca curva (da destra verso sinistra) al termine del rettilineo dell’Andrássy út

Basilica di Santo Stefano

Il Ponte delle Catene e a destra la collina di Buda

Il lungofiume tra il Danubio e il Palazzo del Parlamento

Ponte e Isola Margherita

Il rettilineo di “ritorno”

Chiesa calvinista di Buda

Inizia la salita finale

Il tornante ai piedi della Chiesa di Mattia

Ultimo tornante, si ritorna sul porfido

La Chiesa di Mattia set de “La Chiesa”, film scritto e prodotto da Dario Argento (www.davinotti.com)

La Chiesa di Mattia set de “La Chiesa”, film scritto e prodotto da Dario Argento (www.davinotti.com)

Il primo rettilineo d’arrivo del Giro d’Italia 2020

Piazza degli Eroi e, in trasparenza, l’altimetria della prima tappa del Giro 2020 (Street View)

Piazza degli Eroi e, in trasparenza, l’altimetria della prima tappa del Giro 2020 (Street View)

NASCE IL GIRO 2020, CORSA VARIA ED EQUILIBRATA

ottobre 25, 2019 by Redazione  
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Svelato a Milano il percorso della prossima edizione della corsa rosa che partirà da Budapest il 9 maggio, come già annunciato. Cronometro di apertura e chiusura e, in mezzo, tappe per tutti i gusti. Maggiore equilibrio rispetto al Tour, anche se qualche aspetto può essere migliorato. Deluse le aspettative degli appassionati che aspettavano l’annunciato arrivo sul Fraiteve, che sembrava quasi certo e invece è stato espunto dal percorso.

Gli organizzatori del Giro d’Italia, nel disegnare il percorso dell’edizione 2020 della corsa rosa, hanno certamente fatto tesoro di alcune esperienze che hanno messo in evidenza dati di fatto ormai assodati.
Riproporre una prima parte di giro modello primi anni ‘90 si rivela anacronistico, in quanto nelle corse moderne il rischio è che tappe che trenta anni fa offrivano varie possibilità di conclusione, rivelandosi aperte ed interessanti, oggi non sono più in grado di offrire lo stesso spettacolo. Nell’edizione 2019 i tifosi hanno dovuto aspettare nove giorni per vedere una tappa un po’ meno sotto controllo strettissimo delle squadre. In questa edizione le cose sono cambiate e la prima settimana, seppure come da tradizione ricca di occasioni per le ruote veloci, offre anche una possibilità per gli attaccanti ed una per gli uomini di classifica, oltre ad una tappa che invita i coraggiosi a gettare il guanto della sfida.
Resta il fatto che sette tappe dichiaratamente per velocisti in un giro moderno sono ancora troppe. Proprio a causa della maggiore difficoltà di sfuggire al controllo delle squadre, dovrebbero essere comunque previste anche nelle frazioni dedicate agli sprinter delle piccole difficoltà tali da fare risultare la corsa almeno minimamente aperta alla possibilità di un finale diverso rispetto al copione già scritto. Al giorno d’oggi gli sprinter sono in grado di resistere anche su percorsi leggermente diversi dai tavoli da biliardo.
Ovviamente questa considerazione, letta a contrario, porta ad osservare che forse un paio di tappe di media difficoltà in più potevano essere inserite e frazione simili a quella di San Daniele del Friuli o di Cesenatico potevano essere proposte in numero maggiore in luogo di un paio di frazioni piatte.
Le tappe di montagna sono belle perché presentano tutte tante salite in successione, anche se la loro collocazione non è sempre felice, alcune hanno anche dei chilometraggi dignitosi come i tre tapponi di montagna della terza settimana che si aggirano tutti sui 200 Km. Mancano tuttavia le grandi pendenze: l’arrivo in salita più duro è quello di Piancavallo, che presenta una parte iniziale a forte pendenza con una punta del 14%, mentre le pendenze più cattive in assoluto le troveremo sul Monte di Ragogna, che è poco più di uno strappo, dato che misura meno di 3 Km. Gli altri arrivi in salita non sono nulla di che, anche se inseriti in tappe dure che possono quindi portare ad attacchi anche da lontano, come per esempio la tappa dello Stelvio con arrivo ai Laghi di Cancano. In questo senso, forse, il mancato arrivo sul Frateive, annunciato come quasi certo da tutti i rumors sino a pochissimi giorni fa, ha privato il Giro 2020 di quello che doveva essere il vero “coup de theatre”, con la salita sterrata che dal Sestriere si arrampica verso il monte sovrastante passando per il Colle Basset e che è stata comunque rimandata ad una delle successive edizioni della corsa rosa (il maltempo aveva impedito di portare a termine i lavori di sistemazione della strada)
La salita di Sestriere non è gran cosa ed è preceduta dal Monginevro che non brilla per difficoltà. Agnello e Izoard sono lontani dal traguardo ma, essendo l’ultima frazione di montagna, saranno possibili crisi inaspettate perché i corridori saranno tutti in riserva di energie.
Criticabile anche la mancanza di tappe di montagna con arrivo in discesa, che avrebbero reso questo Giro davvero completo.
Esaurite le critiche ad alcuni aspetti del percorso, prima di passare agli elogi va evidenziata una nota agrodolce. Il percorso è certamente più equilibrato di quello del Tour de France, tuttavia la mancanza di salite dalle pendenze molto severe induce a pensare che siano favoriti i cronoman, che sono in grado di bastonare tutti nelle prove contro il tempo e si trovano bene su salite dalle pendenze regolari come quelle proposte nel percorso. Roglič, ad esempio, lo scorso anno ha mostrato difficoltà su salite come il Mortirolo o il Manghen, caratterizzate da pendenze terribili, ed anche Dumoulin, come i cronoman degli anni ‘90, si difende con il ritmo e soffre quindi le rasoiate che gli scalatori leggeri come López e Landa possono produrre sulle pendenze arcigne. Le cronometro di apertura e chiusura sono molto filanti e favorevoli agli specialisti, mentre quella di Valdobbiadene presenta un disegno planimetrico più tortuoso, ma comunque privo di difficoltà altimetriche, eccezion fatta per il brevissimo muro di Ca’ del Poggio. In un simile quadro, il rischio è che scarseggi il terreno adatto per dar fastidio a certi uomini, anche se il risvolto positivo potrebbe essere, come è stato lo scorso anno, la necessità di attaccare anche da lontano per tentare di recuperare terreno.
Le note positive sono quelle di un percorso comunque molto vario con tappe per tutti i gusti, l’arrivo in salita di Agrigento, la salita lunga a metà tappa di Portella Mandrazzi, gli strappi di Tortoreto Lido, la media montagna a Cesenatico, le tappe di montagna con molte salite in sequenza. Tutti i corridori avranno la possibilità d trovare terreno per proporsi come protagonisti.
Altra nota positiva è la percorrenza di tutta la lunghezza della penisola da Sud a Nord, anche se evitare le tre inutili tappe ungheresi avrebbe permesso di affrontare anche un paio di frazioni più ad ovest lungo la risalita dello stivale, inserendo magari le due famose tappe di media montagna al posto di due tappe pianeggianti. Una risalita lungo la dorsale appenninica avrebbe dato certamente mote occasioni per tappe del genere.
Le tappe di montagna, si ribadisce, presentano molte salite in sequenza, salite anche lunghe e dure pur in assenza di pendenze severe, come già detto. Sono state abbandonate le orribili tappe pianeggianti con salita secca finale in favore di vere tappe di montagna.
Dieci tappe oltre i 200 Km a fronte di una sola tappa di tale chilometraggio al Tour de France la dicono lunga sulla differenza che ancora esiste tra le due corse, differenza che anche quest’anno va a favore di RCS, nonostante il Tour abbia deciso di uscire dagli schemi.
C’è il terreno per un grande spettacolo che starà ai corridori offrire.
Come anticipato, si parte dall’Ungheria con una mini crono appena sotto i 10 Km per specialisti ma con finale che tirà all’insù verso Buda, la parte alta della capitale magiara. A seguire due tappe per velocisti prima di rientrare il Italia e cominciare a far sul serio. L’arrivo della terza tappa ad Agrigento è in salita e sorride agli attaccanti ed ai finisseur e sarà preceduto da un disegno che comincia ad essere più mosso rispetto alle tappe precedentiu.
Alla quarta tappa saranno chiamati allo scoperto gli uomini di classifica con l’arrivo in salita a Piano Provenzana, che non va sottovalutato perché misura 18 Km e, se le pendenze sono molto regolari nella parte centrale, gli ultimi 3 Km presentano una inclinazione media del 9% degna delle grandi salite alpine.
Il giorno successivo è in programma una tappa interessante, c’è tanta pianura spezzata dalla lunghissima salita (e altrettanto lunga discesa) di Portella Mandrazzi, piazzata a metà percorso. Riusciranno i nostri eroi attaccanti a sfuggire al controllo e resistere al ritorno del gruppo, sfruttando la parte centrale della frazione?
Molto interessante anche la prima tappa in continente da Mileto a Camigliatello Silano di 223 Km senza un metro di pianura, una serie infinita di saliscendi sino al chilometro 188, quando inizieranno gli oltre 20 Km di salita per raggiungere i 1618 metri del Valico di Monte Scuro. Lassù mancheranno 10 Km alla conclusione di una tappa che potrebbe vedere anche scaramucce tra i big. Qualcuno potrebbe tentare di sfuggire al controllo ed involarsi. Il giorno successivo nella Castrovillari – Brindisi torneranno di scena i velocisti, che potrebbero festeggiare anche a Vieste al termine della nona tappa, pur presentando questa frazione le salite garganiche di Monte Sant’Angelo e di Coppa di Santa Tecla, che sono però piazzate molto lontane dall’arrivo.
Dopo il giorno di riposo la tappa abruzzese sarà una sorta di classica con la salita di Tortoreto Alto da affrontare tre volte. Anche nel 1995 si arrivò a Tortoreto Lido dopo aver affrontato quella ripida ascesa e in quell’occasione la vittoria andò a Filippo Casagrande che colse il primo successo da professionista.
Il 20 maggio l’arrivo a Rimini sarà adatto agli sprinter, mentre il giorno successivo andrà in scena la tappa che ricalca il percorso della Nove Colli, la più importante gran fondo italiana, tra le più antiche con la sua tradizione di quasi mezzo secolo alle spalle (prima edizione nel 1971): il tracciato non è adatto ai big, ma è un invito a nozze per attaccanti e coraggiosi che potranno sfidarsi su un percorso di grande fascino, un continuo salire e scendere per arrivare a Cesenatico di fronte alla statua di Marco Pantani.
La successiva tappa da Cervia a Monselice sarà completamente pianeggiante, eccezion fatta per due dentelli (Passo Roverello e Calaone) i quali, benché collocati nella parte finale della frazione, non sembrano sufficienti per permettere a qualcuno di beffare gli sprinter, anche se rappresentano comunque un elemento di incertezza.
Sabato 23 maggio andrà in scena una tappa chiave in ottica classifica generale, la cronometro del Prosecco da Conegliano a Valdobbiadene, che già nel 2015 ospitò l’arrivo di una frazione contro il tempo, lunga quasi il doppio rispetto a quella proposta per l’edizione 2020. In questo caso, il percorso misura quasi 34 Km ed è complessivamente favorevole agi specialisti: unica vera difficoltà altimetrica è il brevissimo muro di Ca’ del Poggio nella parte iniziale, mentre per il resto ci saranno solo minime vallonature. La planimetria comunque non è particolarmente filante e presenta un percorso piuttosto tortuoso, specialmente nella parte finale. I distacchi potrebbero essere molto pesanti, proprio come nel 2015.
Domenica 24 maggio gli scalatori avranno la prima occasione per cercare di recuperare almeno in parte il tempo perduto nella cronometro perchè andrà in scena la prima tappa alpina. I “girini” partiranno da Rivolto, ospiti delle Frecce Tricolori, e scaleranno Sella Chianzutan, Forcella di Monte Rest e Forcella di Pala Barzana e, dopo un tratto interlocutorio di 30 Km, saliranno sino ai 1290 metri di Piancavallo. Nel 1998 lassù vinse Marco Pantani che riuscì a dare solo distacchi minimi agli avversari, tuttavia in quell’occasione la Schio – Piancavallo era una tappa pianeggiante con salita finale. Nel 2017, invece, Dumoulin in maglia rosa se la vide abbastanza brutta nella San Candido – Piancavallo, vinta da Landa, perché fu costretto a cedere la leadership a Nairo Quintana, che dovette tuttavia rendergli il favore nella cronometro che si concludeva in Piazza del Duomo a Milano, esattamente come accadrà anche nel 2020. Che sia un presagio…
In effetti la salita in questione presenta i primi 6,5 Km molto duri, con pendenza media del 9,5% e punte del 14%, e dopo le altre salite affrontate potrebbe fare male a più di un protagonista.
Il lunedì il giro osserverà il secondo giorno di riposo mentre martedì andrà in scena la Udine – San Daniele del Friuli. Prima di arrivare nella località dei gustosi prosciutti i corridori affronteranno un percorso molto complesso, con continui saliscendi e lo strappo del Monte di Ragogna, con pendenze sino al 16%, da affrontare 3 volte con l’ultimo passaggio posto a 13 km dall’arrivo. La tappa è per fughe di coraggiosi e seconde linee, ma non è escluso che qualche big voglia provare la febbre agli avversari nell’ultima scalata del Ragogna per scaldare le polveri prima delle terribili tappe finali.
Mercoledì 27 maggio si andrà da Bassano del Grappa a Madonna di Campiglio, percorrendo 202 Km ed affrontando Forcella Valbona, Monte Bondone, Passo Durone e la salita finale. La salite più dure sono le prime due che, oltre alle pendenze maggiori, presentano anche un chilometraggio superiore ai 20 Km, mentre le ultime due salite sono decisamente più agevoli. Non sarà facile fare la differenza ma nella terza settimana una crisi su salite con queste pendenze potrebbe rivelarsi, in termini di ampiezza del distacco, davvero devastante perché chi è in forma su queste salite riesce a fare velocità davvero elevate.
Senza respiro il giorno successivo è prevista nuovamente una tappa estremamente dura nella quale le possibilità di attacco saranno maggiori. La frazione di 209 Km tra Pinzolo e i Laghi di Cancano partirà in salita con il Campo Carlo Magno. La partenza in salita senza un po’ di terreno per carburare può risultare indigesta a molti e le squadre, dopo ave affrontato Campo di Carlo Magno e Passo Castrin, potrebbero essere già molto ridotte nel numero di componenti. Ci sarà, però, un lungo tratto per rientrare, ma le energie spese si faranno sentire sui 48 tornanti che porteranno ai 2758 metri della Cima Coppi, posta sullo storico Passo dello Stelvio. Finalmente si tornerà ad affrontare lo Stelvio dal nobile versante altoatesino con i suoi vertiginosi tornanti che tutto il mondo ci invidia. Le pendenze non sono esagerate, ma la lunghezza di 25 Km e l’altitudine estremamente elevata rendono questa ascesa tra le più difficili in Europa. Venti chilometri di discesa tecnica e sette di fondovalle precederanno l’ultima salita ai Laghi di Cancano, affrontata nell’edizione 2019 del Giro d’Italia femminile in sostituzione del Gavia, impraticabile a causa di una frana. In quell’occasione, l’olandese Annemiek van Vleuten si presentò sul traguardo in perfetta solitudine, infliggendo severissimi distacchi a tutte le altre e mettendo in cassaforte il successo finale. La salita misura 8,7 Km e presenta pendenze regolari sul 7/8 % e termina a 2 Km dall’arrivo. In un quadro simile, la cosa più sensata sembrerebbe un attacco sullo Stelvio, visto che anche la discesa dalla Cima Coppi potrebbe risultare interessante come dimostrò Nibali nel 2017 andando a riprendere il fuggitivo Landa proprio in discesa vero Bormio. A quel punto, la salita finale non lunghissima potrebbe servire a dilatare i distacchi. L’azione da lontano potrebbe essere anche favorita dal fatto che il giorno successivo sarà prevista una tappa di trasferimento completamente pianeggiante da Morbegno ad Asti che, con i suoi 251 Km, sarà anche la frazione più lunga del Giro.
L’ultima tappa di montagna sarà la Alba-Sestriere. Su questa frazione i rumors erano stati numerosi. Si era addirittura ipotizzata un’accoppiata di sterrati con Finestre e Fraiteve. Non accadrà nulla di tutto ciò e la cosa ha sicuramente deluso gli appassionati; gli organizzatori hanno tentato di porre rimedio, inserendo Agnello e Izoard nella prima parte. L’Izoard verrà però scollinato a oltre 50 Km dalla conclusione e l’accoppiata Monginevro-Sestriere (che nel 2000 venne affrontata a cronometro e costò il giro a Francesco Casagrande, che cedette la rosa a Stefano Garzelli) non sembra in grado di proporre grandi differenze.
Tuttavia se le prime due salite, che sono davvero durissime, venissero affrontate a tutta le squadre potrebbero saltare ed allora l’accoppiata Monginevro-Sestriere potrebbe essere devastante in caso di crisi che, nell’ultima tappa di montagna, è sempre dietro l’angolo; basti ricordare quello che accadde a Pinot nella tappa di Cervinia nel 2018, durante la quale il francese si ritirò e fu addirittura ricoverato in ospedale.
Il Colle dell’Agnello, a parere di chi scrive, è la salita più dura di questo Giro. Da Chianale, gli ultimi 10 Km vanno su costantemente in doppia cifra, l’altitudine è quasi pari a quella dello Stelvio e la strada è stretta. Per queste ragioni chi scrive ritiene che sarebbe stato più opportuno attribuire la salita Pantani al Colle dell’Agnello, piuttosto che a Piancavallo. Vero che il Pirata vinse a Piancavallo, ma sul Colle dell’Agnello al Giro del 1994, durante la tappa di Les Deux Alpes, mandò in scena un’azione davvero emozionante che non si concluse positivamente ma che rese l’idea della stoffa di grande campione di Pantani, che lanciò un attacco oggettivamente da incosciente ma meraviglioso proprio per questo motivo, nonostante fosse in seconda posizione in classifica generale al secondo anno da professionista. In quell’occasione, l’inseguimento di Argentin in favore di Berzin spinse i compagni di avventura ad invitare Pantani a lasciare la fuga, che non poteva decollare con lui. Pantani non riuscì a concludere positivamente quell’attacco, ma sarebbe meraviglioso rivedere un uomo che ci prova sulla prima salita in un tappone di montagna.
La cronometro di Milano è diversa dal quella del 2017 in quanto misura 16,5 Km, a fronte dei 30 che nel 2017 consentirono a Tom Dumoulin di salire sul gradino più alto del podio. Tuttavia se i distacchi dovessero essere esigui, come accadde nel 2009 con una crono di 14 Km e un distacco non incolmabile, ecco che l’ultima frazione potrebbe rivelarsi decisiva. Possibili emozioni fino all’ultimo colpo di pedale, dunque, evitando l’inutile passerella in circuito alla quale in francesi non sanno proprio rinunziare.
Non ci resta che aspettare il 9 maggio e sperare che i corridori diano vita ad un’emozione indimenticabile.

Benedetto Ciccarone

La salita verso i Laghi di Cancano (www.tuttobicitech.it)

La salita verso i Laghi di Cancano (www.tuttobicitech.it)

ACKERMANN, BIS A GUILIN. MAS VINCE IL GREE TOUR OF GUANGXI 2019

ottobre 23, 2019 by Redazione  
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A Guilin, nella sesta ed ultima tappa del Gree Tour of Guangxi, Pascal Ackermann (Bora Hansgrohe) vince in volata su Juan Sebastián Molano (UAE Team Emirates) e Timo Roosen (Jumbo Visma). Enric Mas (Team Quick) si impone in classifica e si accomiata nel migliore dei modi dalla squadra belga, visto che nel 2020 approderà al Team Movistar.

Con la classifica generale già definitasi dopo la quarta tappa sul durissimo finale di Noongla – ultimi tre km che non scendevano mai sotto il 10% – la sesta ed ultima tappa del Gree Tour of Guangxi rispecchiava l’andamento più consono alle ruote veloci tipico delle altre frazioni della corsa cinese. Cinque tappe per velocisti su sei totali devono comunque far riflettere gli organizzatori, che magari potrebbero in futuro movimentare di più la corsa, a cui perdoniamo l’ancora giovane età, visto che è giunta soltanto alla terza edizione. La sesta tappa, disegnata in circuito attorno a Guilin per poco più di 168 km, ha visto la pioggia protagonista e si è subito accesa con la fuga di cinque uomini: Meiyin Wang (Bahrain Merida), Frederik Frison (Lotto Soudal), Paul Ourselin (Total Direct Énergie), Jay Thomson (Dimension Data) e Kevin Van Melsen (Wanty-Gobert). Come al solito erano le squadre dei velocisti a dettare il ritmo del gruppo ed a mantenere la fuga nel mirino. Il vantaggio massimo di quest’ultima arrivava a poco più di 4 minuti dopo 60 km. Erano in particolare UAE Team Emirates e Bora Hansgrohe a farsi vedere in testa al gruppo. La fuga veniva ripresa dopo che il primo a staccarsi era stato Ourselin a 30 km dall’arrivo. Nell’ultima curva prima del rettilineo finale alcuni ciclisti cadevano e tra di loro Phil Bauhaus, velocista della Bahrain Merida, vedeva infrante le proprie possibilità di vittoria. Juan Sebastián Molano (UAE Team Emirates) anticipava la volata a circa 200 metri dal traguardo ma Pascal Ackermann (Bora Hansgrohe) non si lasciava sorprendere e riusciva a superare il colombiano battendolo di oltre mezza bicicletta. Al terzo posto chiudeva Timo Roosen (Jumbo Visma) mentre ella top ten si segnalavano il quinto posto di Jakub Mareczko (CCC Team) ed il settimo di Matteo Trentin (Mitchelton Scott). Ackermann conclude al meglio la stagione con la conquista della maglia azzurra della classifica a punti grazie alle due vittorie conseguite nella terza e nella sesta tappa ed a tre secondi posti. Enric Mas (Deceuninck Quick Step) si impone in classifica generale con 5 secondi di vantaggio su Daniel Martínez (EF Education First) e 14 secondi su Diego Rosa (Team INEOS), autore di un finale di stagione a buoni livelli dopo un 2019 tartassato dagli infortuni. Lo spagnolo è il terzo vincitore della giovane corsa cinese, conquistata nel 2017 da Tim Wellens e nel 2018 dall’italiano Gianni Moscon, quest’anno assente. Mas fa sua anche la maglia bianca di miglior giovane mentre Tomasz Marczyński (Lotto Soudal) vince la classifica dei GPM. La stagione ciclistica su strada ad alto livello termina ufficialmente qui e dà appuntamento per il 2020 in Australia, dove si ricomincerà con il Tour Dow Under in programma dal 21 al 26 Gennaio.

Giuseppe Scarfone

Enric Mas vince lultima prova del calendario World Tour 2019 (Getty Images)

Enric Mas vince l'ultima prova del calendario World Tour 2019 (Getty Images)

LA QUINTA TAPPA VA A GAVIRIA, TRENTIN ANCORA TERZO

ottobre 22, 2019 by Redazione  
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Nonostante i quattro GPM la quinta tappa è stata appannaggio delle ruote veloci del plotone. La volata vincente è stata quella di Fernando Gaviria che ha avuto la meglio su Ackermann e su Trentin, terzo per la quarta volta su quattro volate disputate.

Nella quinta tappa del Tour of Guangxi sono ritornati protagonisti i velocisti. Il più veloce di tutti è risultato essere Fernando Gaviria. Il colombiano della UAE Team Emirates ha saputo tenere a distanza Pascal Ackermann (Bora Hansgrohe), che detiene la maglia della classifica a punti, Matteo Trentin (Mitchelton-Scott), terzo per la quarta volta su quattro volate disputate, Phil Bauhaus (Bahrain Merida), Timothy Dupont (Wanty-Gobert), Ben Swift (Team Ineos), Max Kanter (Team Sunweb), Davide Martinelli (Deceuninck-Quick Step), John Degenkolb (Trek-Segafredo) e il belga Victor Campenaerts (Lotto Soudal).
In classifica generale Enric Mas (Deceuninck-Quick Step) continua a condurre con 5″ su Daniel Martínez (EF Education First) e 14″ su Diego Rosa (Team INEOS).
La tappa odierna, nonostante la conclusione in volata, non ha però avuto lo svolgimento scontato che ci si poteva aspettare. La solita fuga della prima ora ha portato la firma dell’israeliano Roy Goldstein (Israel Cycling Academy), delll’irlandese Ryan Mullen (Trek-Segafredo), del sudafricano Jay Thomson (Team Dimension Data) e dell’olandese Taco van der Horn (Team Jumbo-Visma). La loro avventura è terminata ai meno 38, quando ancora si doveva affrontare l’ultimo GPM. Proprio questa salitella ha scatenato i contenenti alla maglia degli scalatori, Guillaume Martin (Wanty-Gobert) e Tomasz Marczynski (Lotto Soudal), seguiti da Daniel Martínez (EF Education First), che ancora non aveva riposto le sue ambizioni di classifica. La successiva discesa ha visto formarsi un plotoncino interessante formato, oltre che dai tre già citati, anche da Rémi Cavagna (Deceuninck-Quick Step), Antwan Tolhoek (Team Jumbo-Visma), Carl Fredrik Hagen (Lotto Soudal), Davide Ballerini (Astana Pro Team), David De la Cruz e Diego Rosa (Team INEOS) e Matteo Trentin (Mitchelton-Scott).
La collaborazione tra gli undici non è stata delle migliori e ciò ha permesso il rientro di altri corridori, tra i quali Rodrigo Contreras, Merhawi Kudus e Davide Villella (Astana), Nicola Conci (Trek-Segafredo), Felix Grossschartner (Bora Hansgrohe) e Sep Vanmarcke (EF Education First), seguiti successivamente da un nutrito gruppetto che comprendeva anche Ackermann, Degenkolb, Gaviria e Swift.
Domani si rimarrà a Guilin per la conclusiva frazione di 168.3 km, epilogo dell’ultimo appuntamento WT di questa stagione. La tappa presenta solo un paio di GPM ad una cinquantina di chilometri dal traguardo e sicuramente vedrà ancora protagonisti i velocisti.

Mario Prato

Bis di Gaviria sulle strade del Gree-Tour of Guangxi (Getty Images)

Bis di Gaviria sulle strade del Gree-Tour of Guangxi (Getty Images)

TOUR OF GUANGXI, NELLA TAPPA DECISIVA SI IMPONE ENRIC MAS

ottobre 20, 2019 by Redazione  
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La tappa che poteva dare la definitiva conformazione alla classifica generale ha visto il successo dello spagnolo della Deceuninck-Quick Step, Enric Mas, che ha così vestito anche la maglia di leader, strappandola al vincitore di ieri Pascal Ackermann.

L’attesa Nanning- Nongla Scenic Area di 161.4 km ha visto il successo della spagnolo Enric Mas. Il portacolori della Deceuninck-Quick Step ha avuto la meglio su Daniel Martínez (EF Education First), dopo che la coppia si era avvantaggiata su Antwan Tolhoek (Jumbo-Visma), autore dell’attacco decisivo che ha permesso al trio di avvantaggiarsi. La terza piazza è andata al piemontese Diego Rosa (Team INEOS) che in compagnia di Carl Fredrik Hagen (Lotto Soudal) si era lanciato all’inseguimento dei tre corridori in testa alla corsa. Il podio di giornata ha così visto Mas, Martínez e Rosa sui tre gradini, con Tolhoek arrivato dopo 12”, Felix Grossschartner (Bora-Hansgrohe), Odd Christian Eiking (Wanty-Gobert), Carl Fredrik Hagen (Lotto Soudal) e David De la Cruz (Team INEOS) a 19″, Martijn Tusveld (Sunweb) e Davide Villella (Astana) a 28″ a completare la TopTen.
La fuga di giornata, nata dopo 5 km, ha avuto come protagonisti l’irlandese Ryan Mullen (Trek-Segafredo) ultimo a cedere, il neozelandese Hamish Schreurs (Israel Cycling Academy), il cinese Meiyin Wang (Bahrain Merida) e il sudafricano Jay Robert Thomson (Team Dimension Data), che è tornato in seno al gruppo poco dopo.
Nella giornata di ieri, invece, si è disputata la terza tappa, andata a Pascal Ackermann (Bora – Hansgrohe) che dopo due secondi posti è riuscito a salire sul primo gradino del podio. La seconda piazza è andata al giovane bielorusso Alexander Riabushenko (UAE Team Emirates), mentre terzo, per la terza volta consecutiva, si è piazzato Matteo Trentin (Mitchelton-Scott), che l’ha presa in ridere postando sui social uno scioglilingua che lo vedeva protagonista: “Io TRENTIN, TRENTINO ma non di TRENTO fui TERZO per la TERZA volta nella TERZA tappa della TERZA edizione del Tour of Guangxi”.
La TopTen è stata completata da Nikias Arndt (Team Sunweb), Petr Vakoč (Deceuninck-Quick Step), Lilian Calmejane (Total Direct Énergie), Sep Vanmarcke (EF Education First), Kiel Reijnen (Trek-Segafredo), Davide Martinelli (Deceuninck-Quick Step) e Merhawi Kudus (Astana).
I velocisti, che sono stati protagonisti nelle tre prime giornata di gara e che oggi hanno dovuto lasciare la ribalta a chi puntava alla classifica generale, dovrebbero ritornare protagonisti domani nella tappa più lunga in programma, la Liuzhou-Guilin di 212.2 km, che nonostante i quasi 2500 metri di dislivello non dovrebbe sfuggire alle ruote veloci.

Mario Prato

Enric Mas vince la tappa regina della breve corsa a tappe cinese (Getty Images Sport)

Enric Mas vince la tappa regina della breve corsa a tappe cinese (Getty Images Sport)

MOLLEMA, DALLA LOMBARDIA CON FURORE

ottobre 20, 2019 by Redazione  
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Dopo aver vinto il Lombardia Mollema conquista anche il Giappone. Secondo posto per Michel Woods, deludono gli italiani.

Dopo aver trionato al Giro di Lombardia giusto una settimana fa, Bauke Mollema (Trek-Segafredo) si ripete anche in estremo oriente vincendo la ventottesima edizione della Japan Cup , la corsa asiatica di un giorno più importante del calendario ciclistico internazionale. Nell’impegnativo circuito di Utsunomiya (144,2 km totali), l’olandese si presentava all’ingresso dell’ultimo giro di circuito in compagnia di Michel Woods (EF Education First), anche quest’ultimo in uno stato perfetto di forma fisica e atletica, basti pensare alla Milano-Torino vinta una decina di giorni fa. I due erano stati autori di un attacco che aveva lasciato alle spalle quello che restava del gruppo, anche se qualche ciclista aveva provato a rientrare sui due, ma senza successo. Sullo strappo finale un Mollema elettrico accelerava prendendo quei metri in più sul canadese che sarebbero stati decisivi per il successo finale. Per Mollema si trattava della seconda vittoria personale alla Japan Cup dopo quella vinta nel 2015. A un 1” di distanza transitava il canadese Woods, mentre terzo classificato a 44” era il neozelandese Dion Smith (Mitchelton-Scott) che vinceva lo sprint per il gradino più basso del podio superando Francisco Mancebo (Matrix Powertag) e Sepp Kuss (Jumbo-Visma). Sesto posto per Nakane Hideto (Nippo Vini Fantini), primo ciclista nipponico al traguardo. Primo italiano al traguardo era Giulio Ciccone (Trek-Segafredo), diciannovesimo a 5′02” dal compagno di squadra Mollema. Solo 24° Sonny Colbrelli, autore di una prestazione incolore come tutta la Bahrain-Merida. Da notare come i primi due dell’ordine di arrivo rappresentino squadre come Trek-Segafredo e EF Education First, che in questo finale di stagione hanno ben corso e movimentato le gare a cui hanno partecipato. La Trek-Segafredo nell’ultimo mese ha raccolto con quella odierna la quarta vittoria, oltre a vari podi e al Mondiale vinto da un loro tesserato, Mads Pedersen.

Luigi Giglio

Dopo il Giro di Lombardia Mollema fa sua anche la Japan Cup (foto Bettini)

Dopo il Giro di Lombardia Mollema fa sua anche la Japan Cup (foto Bettini)

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