1940: SORGE L’ASTRO DI COPPI, POI L’ABISSO DELLA GUERRA

maggio 31, 2020 by Redazione  
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Nel 1940 il ciclismo scopre Fausto Coppi, fino a quel momento noto soltanto ai pochissimi che ne avevano seguito i primi passi nel mondo dello sport del pedale, tra i quali c’è Biagio Cavanna, il massaggiatore cieco che ne segnalò il nome a un dirigente della Bianchi. Ma a notarlo sarò anche la Legnano, la squadra di Bartali, che lo iscriverà al Giro come gregario del capitano. Poi la corsa prenderà tutt’altra piega, mentre le tristi vicende del mondo sconvolto dalla Seconda Guerra Mondiale pian piano arriveranno ad avvolgere con il loro lugubre mantello anche l’Italia.

Se a distanza di 80 anni stiamo qui ancora a narrare le straordinaria gesta di Fausto Coppi dobbiamo ringraziare un massaggiatore cieco, ma dall’affinato olfatto sportivo. Fu Biagio Cavanna, infatti, a segnalare ai dirigenti della Bianchi l’ex garzone d’un salumiere di Novi Ligure, che in bici aveva cominciato a pedalare per consegnare la spesa ai clienti e che aveva ottenuto già sette vittorie nei primi due anni da dilettante. I capi della formazione bergamasca, però, non riuscirono a metterlo sotto contratto perché aveva fiutato il suo talento anche Eberardo Pavesi, il direttore sportivo della Legnano, che lo inserì in organico e lo affiancò a Gino Bartali, decidendo già l’anno dopo di fargli disputare il Giro d’Italia. La sua deve essere nelle intenzioni una presenza “silenziosa”, quella del gregariato, ma la sfortuna metterà quasi subito all’angolo lo scalatore toscano, che nel 1940 si schiera al via come grande favorito per la vittoria finale nonostante in gara ci sia anche il piemontese Giovanni Valetti, vincitore delle ultime due edizioni della Corsa Rosa.

Il 17 maggio del 1940 il primo atto del Giro è una tappa classica, 180 Km da Milano al motovelodromo di Torino che si corre mentre altrove impazza la Seconda Guerra Mondiale, che da noi non è ancora arrivata grazie all’iniziale neutralità dell’Italia. Il giorno nel quale le truppe tedesche riescono a sfondare il fronte franco-belga e arrivano ad occupare Bruxelles, sotto la pioggia l’offensiva avversaria viene sferrata contro Bartali dopo un centinaio di chilometri di gara, ad opera di otto corridori tra i quali c’è il temuto Olimpio Bizzi. Il livornese, chilometro dopo chilometro, si scrolla di dosso i compagni di viaggio e in solitaria taglia il primo traguardo del 28° Giro d’Italia con 2’10” sul gruppo, regolato allo sprint da Bartali.

Il giorno successivo si materializza sulle strade della Torino-Genova un inatteso avversario per Bartali, un cane che gli attraversa improvvisamente la strada e lo manda per le terre lungo la discesa della Scoffera. “Ginettaccio” batte fianco, spalla e caviglia (si scoprirà solo più avanti che ha rimediato anche un’incrinazione al femore, con la quale conviverà fino alla fine della corsa), mentre l’incidente sprona ancora Bizzi, che nuovamente va all’attacco provocando il cedimento di Valetti. Sul Colle Caprile Bartali riesce a riprendere le ruote del corregionale, ma nel frattempo davanti a loro un folto drappello è riuscito a involarsi verso il capoluogo ligure e tra questi corridori c’è anche Coppi, che ha provato un paio di volte a far corsa dura con due secche accelerazioni. Il corridore di Novi è secondo al traguardo, dove il cremonese Pierino Favalli s’impone precedendo proprio Fausto, sulle cui spalle già fin d’ora ricadono i gradi di capitano avendo Bartali terminato la tappa con Bizzi più di 5 minuti dopo l’arrivo dei primi, tra i quali c’è la nuova maglia rosa, il piemontese Osvaldo Bailo.

Nonostante l’infortunio patito il giorno prima Bartali non offre l’apparente impressione di soffrirne più di tanto e l’indomani termina la Genova – Pisa nel mezzo del gruppo, che giunge al traguardo circa un minuto più tardi rispetto a un plotoncino di sei uomini regolato in volata dal pavese Diego Marabelli. Continua a soffrire, invece, il due volte vincitore del Giro Valetti che, dopo i nove minuti persi a Genova, oggi si stacca già sui saliscendi che l’Aurelia propone subito dopo la partenza e nella città della torre pendente i minuti perduti dal piemontese sono saliti a 18.

Mentre anche la Francia viene occupata dalla Wehrmacht e inizia la Battaglia di Dunkerque (Parigi verrà raggiunta il 14 giugno, il Tour – inizialmente in programma – salterà e riprenderà il suo cammino solamente nel 1947) si disputa la facile Pisa – Grosseto, tappa nella quale Coppi riesce ancora a guadagnare sugli assi nonostante una caduta a 300 metri dal traguardo che lo porta a tagliare la linea d’arrivo circa un minuto dopo gli altri componenti del gruppetto di 25 corridori che costituisce l’avanguardia della corsa, regolato allo sprint dal velocista umbro ma reatino d’adozione Adolfo Leoni. Mentre la maglia rosa passa sulle spalle di Favalli, il futuro “Campionissimo” (un soprannome che all’epoca era riservato al suo conterraneo Costante Girardengo) oggi precede di quasi nove minuti il gruppo nel quale c’è il suo ex capitano e si porta al secondo posto della classifica, preceduto di 1’04” dal nuovo leader della Corsa Rosa.

L’indomani con un’altra tappa pressochè priva di difficoltà altimetriche si arriva a Roma, dove sulla pista del Motovelodromo Appio (demolito dopo il 1960, quando all’EUR sarà costruito un nuovo impianto destinato a ospitare le gare delle Olimpiadi) si assiste al bis di Leoni al termine di una frazione decisamente più noiosa e avara di grossi spunti di cronaca rispetto a quelle vissute nei giorni precedenti. Poco meno di un minuto dopo l’arrivo dei primi tre corridori classificati, infatti, piomba sul rettilineo d’arrivo un folto gruppo composto da quasi tutti i partecipanti alla Corsa Rosa, che ora si ferma nella capitale per il primo dei quattro giorni di riposo.

La tappa che si deve affrontare alla ripartenza è la più lunga delle venti in programma, 238 Km per andare da Roma a Napoli su di un percorso la cui principale difficoltà è rappresentata proprio dalla distanza. Chi segue il Giro dalla radio sente, però, raccontare di una tappa non dissimile da quella affrontata quarantottore prima, con la differenza che stavolta non c’è nemmeno il distacco al traguardo, dove allo sprint il forlivese Glauco Servadei ha la meglio sul gruppo quasi completamente compatto e selezionato solo da una caduta avvenuta subito prima dell’ingresso nel velodromo dell’Arenaccia.

Ci si attende qualcosa di più dal finale della successiva frazione che prevede il finale in dolce ma progressiva ascesa verso il traguardo di Fiuggi. Invece anche stavolta non accade nulla tra i big che puntano alla vittoria finale e che forse attendono di affrontare le prime salite di una certa consistenza, per le quasi bisogna attendere ancora un paio di giorni. Nel frattempo va registrata la “resurrezione” di Valetti che, dopo aver patito le pene dell’inferno nelle prime frazioni, era stato uno dei protagonisti della battagliata tappa di Grosseto e oggi torna a mettere il naso fuori dalla finestra, riuscendo a guadagnare circa 35” sul gruppo attaccando nel finale e trascinandosi dietro il romagnolo Walter Generati, che poi lo precede allo sprint sulla breve rampa del traguardo fissato nella nota località termale laziale.

È la movimentata altimetria della tappa di Terni a spronare finalmente il gruppo, durante la quale Coppi perde tre dei minuti guadagnati nei primi giorni di corsa a causa di un infelice cambio di bicicletta, inadatta alle sue misure, al quale è costretto dopo il “passaggio” di un’ammiraglia sopra il suo mezzo, che Fausto ha momentaneamente adagiato nel mezzo della strada per andare a dissetarsi ad una fontana. È l’occasione per un attacco alla Legnano orchestrato da ben cinque formazioni, azione che prova anche il cedimento della maglia rosa Favalli, che al termine di questa frazione – conquistata allo sprint da Bizzi – lascia le insegne del primato al torinese Enrico Mollo, nuovo capoclassifica con 25” sul lussemburghese Christophe Didier e 58” sul varesino Severino Canavesi, mentre Coppi scende in quarta posizione a 3’07” e il passivo di Bartali rasenta il quarto d’ora.

Alla vigilia delle prime salite il Giro fa ritorno in Toscana e si torna a respirare in gruppo il clima “stantio” visto nelle tappe antecedenti, al punto che un giornalista – il bolognese Giuseppe Ambrosini, che adesso scrive di ciclismo per “La Stampa” e dieci anni dopo diventerà direttore della Gazzetta della Gazzetta – arriva a scrivere quel giorno che la cronaca di quella frazione non meritava nemmeno d’esser narrata. Lo fa solo per dovere di cronaca, arrivando alla fine alla descrizione dell’unico momento degno d’esser ricordato, lo sprint nel quale il senese Primo Volpi riesce a precedere a sorpresa Bizzi e Servadei, dopo che Bartali ha tentato fino all’ultimo di tenere le ruote del suo compagno di squadra, poi risultato vincitore.

Lo scalatore toscano avrà recuperato le botte della caduta giù dalla Scoffera? Lo diranno gli appena 91 Km della Arezzo – Firenze, la tappa più breve del Giro nel corso della quale si deve salire fino ai 1058 metri del Passo della Consuma, una difficoltà che Gino – che è del posto – conosce a menadito. Chi si attende un attacco del corridore toscano rimane, però, sorpreso perchè il primo corridore della Legnano ad attaccare sulla Consuma è Coppi, che allo scollinamento viene preceduto da Volpi – il vincitore della tappa del giorno prima – mentre il gruppo transita alla spicciolata, la maglia rosa Mollo a 30” di ritardo e Bartali a 51”. È poi il gruppetto di quest’ultimo a raggiungere Coppi, cinque uomini che viaggiano spediti verso il traguardo dove Bizzi precede in volata Bartali, Volpi, Fausto e il cesenate Mario Vicini, mente Mollo perde 25” ma non la testa della classifica, che comanda ancora con 56” su Canavesi e 2’42” su Coppi.

In parallelo al Giro continua la sua inarrestabile corsa anche la guerra e il 28 maggio, quando i “girini” si riposano nel capoluogo toscano, le agenzie lanciano la notizia della resa del Belgio, in seguito alla quale il sovrano dello stato, Leopoldo III, si consegna ai tedeschi che lo confinano nel castello di Laeken. Anche la successiva data del 29 maggio è storica, segnata in rosso sui libri di storia sportiva, perché è il giorno della prima impresa siglata da Coppi. È in programma quel giorno una frazione più consistente rispetto a quella di Firenze perché per andare fino a Modena bisogna attraversare a più riprese l’Appennino, percorrere 184 Km e superare quattro salite non formidabili nelle pendenze ma reste ostiche dal fondo sterrato, le Piastre, il Passo d’Oppio, l’Abetone e il Barigazzo. La prima cavalcata solitaria di Fausto dura quasi 100 Km, iniziata dopo che sull’Abetone ha sgretolato la concorrenza – con Bartali messo fuori caso da un problema al movimento centrale sulla salita dell’Oppio, dov’era stato attaccato da Valetti, Bizzi e Didier – e ha successivamente raggiunto nel corso della discesa l’ultimo uomo rimasto in avanscoperta, il toscano Ezio Cecchi, corridore conosciuto con il soprannome di “scopino di Vicchio” perché la sua famiglia è dedita alla produzione artigianale di scope. Coppi quel giorno non lo rivedranno più fino al traguardo, dove giunge con 3’45” su Bizzi, che precede allo sprint un gruppetto selezionato dalle montagne odierne e composto da 12 elementi, l’ultimo dei quali a transitare sulla linea d’arrivo è Mollo, oramai ex maglia rosa perché Coppi con l’impresa odierna s’è portato al vertice della classifica sopravanzandolo di 1’03”, mentre Canavesi scende dal secondo al terzo posto con un ritardo di 3’46”.

La prima giornata da “re della classifica” per Coppi non è una passeggiata, nonostante non presentino nemmeno un cavalcavia i quasi 200 Km della frazione di Ferrara. Esattamente a metà tappa Fausto è costretto a una sosta imprevista a causa di problemi al tubo che regge il manubrio. Non è possibile ripararlo e occorre cambiare bicicletta, operazione all’epoca più complicata rispetto ad oggi perché il regolamento prevede che le ruote – a meno di rottura – non possano essere sostituite e così bisogna smontarle dalla bici vecchia e rimontarle su quella nuova. L’operazione richiede qualche tempo e qualcuno tenta di approfittarne – in particolare gli uomini dell’Olympia, la formazione di Mollo – ma nel giro di 15 Km Fausto, con l’aiuto dei compagni di squadra, riesce ad annullare i 2 minuti di ritardo accumulati in seguito all’inconveniente. L’ultima parte della tappa vede poi andare in porta una fuga partita dopo il rientro di Coppi in seno al gruppo e nella cittadina romagnola s’impone per la terza volta Leoni, che stavolta precede in volata il toscano Aimone Landi e l’astigiano Sebastiano Torchio.

Mentre la guerra si estende anche al Giappone e alla Cina, dove viene bombardata la città di Chongqing, in Italia le ruote scorrono placide nella breve tappa di Treviso. Oggi le battaglie a pedali si limitano a un po’ di scatti qua e là, portati da corridori non pericolosi e tutti tentativi di brevissima durata. E così dei 61 partiti da Ferrara solo in sei perdono le ruote del gruppo nel finale, quando un numeroso plotone si presenta sulla pista sabbiosa dell’ippodromo di Treviso per disputarsi un successo che finisce con l’arricchire il palmarès di Bizzi, che per il momento nega la quarta affermazione a Leoni.

Entrati nel mese di giugno si corre una lunga frazione che conduce la carovana del Giro in Istria, terra ancora per poco italiana perché dopo la fine del conflitto i patti del Trattato di Parigi del 1947 l’assegneranno alla Jugoslavia. L’arrivo è fissato ad Abbazia, l’odierno centro croato di Opatija, dove si giunge dopo una tappa movimentata solo altimetricamente, perché anche oggi latitano le azioni degne di note di cronaca. Come il giorno prima, infatti, in tanti arrivano a giocarsi la vittoria, che stavolta arride a Servadei, primo allo sprint su Generati e Leoni, piazzato anche oggi.

Decisamente più elettrizzante è la successiva tappa che riporta la corsa in Friuli, non solo per i continui saliscendi del Carso ma anche per lo stato delle strade, che provocano molte forature, e per le vicissitudini di una gara che vede Coppi costretto a un complicato inseguimento, dopo una caduta nella discesa inghiaiata di Montemaggiore d’Idria che lo porta ad accumulare quasi 2 minuti di ritardo al traguardo di Trieste. Qui Vicini precede allo sprint Bizzi e un distacco ancora più grande patisce Bartali, che affonda letteralmente e termina la sua corsa quasi mezz’ora dopo l’arrivo del vincitore. Nonostante i disagi patiti da Coppi non cambia nulla al vertice della classifica perché Mollo, che era secondo alla partenza con 1’03” da recuperare, oggi ha terminato la tappa assieme a Fausto, mentre al terzo posto è salito un corridore che oggi “giocava” in casa, il triestino Giordano Cottur, staccato di 10’19”.

Dopo aver osservato il terzo giorno di riposo ci si rimette in sella per affrontare le attese e temute tappe di montagna alpine, che debuttano con la Trieste – Pieve di Cadore. Ci sono due salite da affrontare, un’ascesa che sulle cartine ufficiali è priva di nome (il Passo della Morte) e la successiva Mauria; sulla prima l’imberbe Coppi vacilla, a causa di un’indigestione dirà lui nel dopo tappa, mentre davanti si accelera e Mollo si ritrova a un certo punto a indossare la maglia rosa virtuale. Poi la situazione lentamente migliora e, mentre Vicini vola a prendersi un’altra vittoria, Coppi riduce progressivamente il distacco da Mollo dai 45” che i cronometristi registrano in cima alla Mauria agli appena quattro secondi che il corridore piemontese riesce effettivamente a guadagnare a Pieve di Cadore, riducendo il suo distacco da Coppi a 59 secondi.

È ancora incerta, dunque, la situazione in classifica tra i primi due alla vigilia del tappone dolomitico dei tre passi, il secondo della storia dopo quello vinto da Bartali nel 1937 perché nelle due edizioni precedenti i “Monti Pallidi” erano stati appena sfiorati dal tracciato di gara. In appena 110 Km, tale la distanza da percorrere tra Pieve di Cadore e Ortisei, devono essere affrontati il Falzarego, il Pordoi e il Sella, superando a tre riprese i 2000 metri di quota, un’altitudine che finora il Giro aveva violato soltanto in cima al Sestriere, inserito nel tracciato della corsa per la prima volta nel 1911. I più pensano che, dopo quanto patito da Coppi il giorno prima e da Bartali nella tappa di Trieste, i corridori della Legnano oggi gareggeranno in difesa, ma la strada rivelerà tutt’altro: a sorpresa il corridore toscano, nel frattempo ripresosi, parte all’attacco già sul Falzarego per poi farsi raggiungere dal piemontese e successivamente da Cecchi, che poi i due distaccano di 42” in vetta al passo. Sul Pordoi il “Campionissimo” ancora sbanda, perde le ruote del suo capitano che la strada ha trasformato in gregario ed è proprio Gino a spronarlo, usando anche le maniere forti quando Fausto gli fa capire di voler scendere di bici e ritirarsi. Non ci sono tifosi a bordo strada a vedere quei frangenti – le grandi masse osannanti i campioni sui passi dei grandi giri arriveranno nel dopoguerra – che saranno raccontati anni dopo dallo stesso Bartali: Gino lo rimprovera insultandolo (“Sei un acquaiolo”, cioè un venditore di acqua e, sottinteso, un uomo dalla personalità debole) e quando vede che le parole non servono passa alle vie di fatto, prendendo manciate di neve fredda a bordo strada per “massaggiare” Fausto, provocandogli uno shock termico che lo rinvigorisce. Da lì in avanti è un’autentica marcia trionfale che li porta a tagliare assieme il traguardo di Ortisei, dove passa primo Bartali, con 2’13” su Mollo e Cottur e a questo punto il Giro si può considerato concluso per quanto concerne la lotta per la classifica, nonostante siano previste ancora tre salite da affrontare nei giorni successivi. Ora, infatti, il primato di Coppi è tornato a rinsaldarsi, forte di 3’12” sul corregionale e di 12’28” su Cottur.

Intanto ci si gode nella quiete delle Dolomiti l’ultimo giorno di riposo, mentre non conoscono soste i venti di guerra, che da qualche tempo spazzano anche sulla penisola scandinava. È in quei giorni che ha, infatti, termine la battaglia terreste di Narvik con la fuga nel Regno Unito di Re Haakon VII e dell’intero governo norvegese. È il 7 giugno, giorno nel quale al Giro si deve affrontare una delle salite più impegnative dell’edizione 1940, il Passo delle Palade. Ma, complici la lontananza dal traguardo di Trento e forse anche una sorta di annichilimento generale causato dall’impresa siglata da Coppi e Bartali nel tappone, nessuno ha il coraggio di tentare un attacco. Va a finire che due velocisti come Servadei e Leoni, che a un certo punto della tappa si erano trovati a pedalare con 10 minuti di ritardo dalla testa della corsa, riescono facilmente a rientrare e partecipare alla volata, nella quale si piazzano nell’ordine.

L’indomani c’è la tappa verso Verona che prevede l’ultima grande salita del Giro, il Pian delle Fugazze, che viene affrontata con piglio deciso almeno nella parte conclusiva dell’ascesa. C’è un po’ di selezione, Bartali transita per primo in testa giusto per consolidare il suo primato nella classifica degli scalatori, poi tutto rientra nel corso della successiva discesa e non succede più nulla di rilevante fino ai piedi delle Torricelle, la salita che sessant’anni più tardi sarà il fulcro di due edizioni dei mondiali disputate nella cittadina scaligera: lì se ne va di nuovo Bartali, che poco più tardi coglie almeno un successo parziale in quello che doveva per lui essere un altro Giro trionfale.

L’ultima tappa, una galoppata pianeggiante di 180 Km attraverso la Pianura Padana alla volta del finale approdo di Milano, si svolge come le consuete passerelle conclusive e vede Leoni collezionare un prestigioso poker nel giorno della consacrazione del ventenne Coppi. Ma la festa di Fausto sarà di breve durata perché il giorno dopo è il 10 giugno e Mussolini ha previsto per quella data d’affacciarsi al balcone di Palazzo Venezia e proclamare agli italiani l’entrata in guerra al fianco della Germania.
E del Giro non se parlerà più per sei, lunghi, interminabili anni….
Mauro Facoltosi

LE ALTIMETRIE

Nota: mancano la 9a (Arezzo) e la 12a tappa (Ferrara)


















1948, LO STRANO GIRO DEL PROFESSOR CASAMANDREI

maggio 30, 2020 by Redazione  
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Il 1948 fu un anno straordinario per il Giro d’Italia, che vide andare in scena ben due edizioni della “Corsa Rosa”, una “seria” e l’altra molto meno. La prima fu quella vinta da Fiorenzo Magni, che s’impose con un distacco impensabile per l’epoca, appena 11 secondi su Ezio Cecchi, a tutt’oggi il vantaggio tra primo e secondo più basso della storia del Giro. Ma stavolta non vi parleremo di questo Giro, ma dell’altro, tutto da ridere, che fu confenzionato da Mario Mattoli, il regista marchigiano di “Totò al Giro d’Italia”, lo spassoso film che vide il “principe della risata” interpretare il ruolo di Casamandrei, un professore che s’innamora non ricambiato di una splendida ragazza, la quale ne respinge le avances dicendogli che gli cederà solo nel caso lui vincesse il Giro d’Italia. Peccato che il Casamandrei in bici non ci sappia andare e per riuscirci arriverà a stringere un patto nientemeno che con il diavolo…

In questo articolo andremo a scoprire i dettagli di quel film, esaminandone non solo la trama ma svelandovi  alcuni segreti della produzione e portandovi sui luoghi nel quale furono girate le scene, individuati con la collaborazione del sito www.davinotti.com, che da anni sta effettuando il mappaggio delle location utilizzate dalle varie produzione cinematografiche proponendo paralleli tra le immagini dei film e fotografie odierne dei luoghi nei quali si è girato. In quelle scene si vedono Totò e la sua controfigura storica Dino Valdi (al quale assomiglia molto e che lo sostituirà in gran parte delle scene in “sella”) interagire con i veri campioni dell’epoca, da Gino Bartali a Fausto Coppi, da Fiorenzo Magni al francese Louison Bobet, dall’elvetico Ferdi Kübler al belga Alberic Schotte. La presenza di quest’ultimo ci permette anche di capire in quale periodo si svolsero le riprese perché Schotte indossa la maglia iridata di campione del mondo che aveva conquistato il 22 agosto 1948 a Valkenburg e, dunque, giocoforza – almeno per quanto riguarda le scene con presenti i corridori – si girò tra quella data e almeno un mesetto prima del 30 dicembre, quando “Totò al Giro d’Italia” per la prima volta fu trasmesso al cinema Ambrosio di Torino, ricevuto il giorno precedente il visto di censura necessario per tutti i film. Concluse le riprese, successivamente si montò il film aggiungendo scene di giri del passato prese a piene mani dai cinegiornali dell’epoca – non esiste ancora la TV in Italia, la RAI inizierà le trasmissioni nel 1954 – e accostate una accanto all’altra senza badare troppo al “pelo” e così capita di imbattersi in una svista del montatore che, nel finale della prima tappa del Giro al quale partecipa Totò, che si corre tra Milano e Torino, inserì lo spezzone di un vecchio Giro nel quale si vede il gruppo entrare in Roma, con tanto di pannello segnaletico in bella vista.

La storia ha inizio al concorso di Miss Italia, alle cui fasi eleminatorie partecipano nel ruolo di giurati il professor Totò Casamandrei e la bella Doriana, la ragazza per la quale il protagonista perde la testa e che è interpretata dall’attrice sanremese Isa Barzizza, oggi novantenne e unico membro ancora in vita del cast artistico (almeno per quel che riguarda gli attori che interpretarono i ruoli principali). Per queste riprese Mattoli scelse di girare a Stresa perché è nella cittadina affacciata sul Lago Maggiore che all’epoca si svolgeva il celebre concorso, che qui si tenne dal 1946 al 1949 presso l’hotel Regina Palace. Sono, infatti, gli esterni e gli interni di questo lussuolo albergo dalla storia centenaria, inagurato nel 1908, che compaiono nelle prime scene del film, dopo che i personaggi di Dante e Nerone (interpretati da Carlo Ninchi e Luigi Catoni) hanno introdotto la storia durante i titoli di testa: le riprese, almeno quella della premiazione della miss, si svolsero effettivamente la sera della finale, il 26 settembre del 1948, e a essere incoronata è proprio Fulvia Franco, la 17enne triestina che quell’anno erediterà lo scettro di Miss Italia da Lucia Bosè e che in questo film ottiene anche il ruolo della sorella di Doriana, nonché della miss deputata a premiare il vincitore delle tappe del Giro.

Incassato il “due di picche con la condizionale” dalla bella Doriana Totò decide comunque di provarci, pur non essendo mai salito in bici, e per farsi conoscere dal mondo del ciclismo prende a frequentare il celebre Bar Vittorio Emanuele di Milano, che all’epoca era realmente il bar degli sportivi, del quale erano habituè i grandi personaggi del mondo dello sport di passaggio dal capoluogo lombardo. Concedersi un caffè in quel bar oggi è però, impossibile perché ha chiuso i battenti da decenni e gli ambienti che lo ospitavano, in Via Orefici, sono oggi occupati da negozi di moda. E scomparsi sono anche gli interni che si vedono nel film, ma per un altro motivo: tutti le scene in interno furono girate in set allestiti presso i teatri di posa degli studi Titanus, che si trovavano sulla collina alle spalle del Palazzo della Farnesina a Roma e che saranno demoliti nel 1965, quando inizierà in quel luogo la costruzione del complesso residenziale “Colli della Farnesina”, abitualmente chiamato proprio “Comprensorio Titanus”.

Dopo un primo, rovinoso tentativo di salire in sella a una bicicletta, il professor Casamandrei torna mestamente nella sua abitazione, nella quale lo vediamo arrovellarsi sul come fare fin quando esprime ad alta voce il proposito di esser disposto a vendere l’anima al diavolo pur di riuscire a impalmare la ragazza. Detto e fatto, si sente bussare alla porta ed entra in scena Filippo Cosmedin, “diavolo di seconda classe” dal simpatico accento veneto interpretato dal veneziano (anche se di natali napoletani) Carlo Micheluzzi. Il patto è stretto e in men che non si dica il Casamandrei si ritrova a essere, da assoluto incapace che era, un autentico asso della bici: esce nella piazza antistante il palazzo dove abita e, sotto gli occhi di un gruppo di sbalorditi bimbetti, si appropria della bici di un garzone e si esibisce in evoluzioni degne di un funambolo. E, in effetti, fu un giocoliere di professione a sostituire l’attore partenopeo in questa scena, girata in Piazza Campitelli a Roma, di fronte al portone di Palazzo Capizucchi, che nella finzione è il palazzo dove abita il Casamandrei e che fino al 2012 accoglieva l’Ambasciata d’Irlanda. Non sarà, quello, l’unico “trucco” utilizzato per quella scena, nella quale Totò riesce a far muovere la bici a distanza con un semplice sguardo, una prodezza che il mondo del cinema consente grazie ad un paio di corde che non furono adeguatamente mascherate e che un occhio attento può cogliere in quella sequenza.

Fatto il ciclista bisogna fare il corridore, ottenere la licenza e iscriversi al Giro. Il primo passo che Totò compie è quello di munirsi di una divisa da gara, che si reca ad acquistare in un negozio tra l’ilarità dei passanti, che scoppiano a ridere nel vedere l’attempato professore (all’epoca delle riprese Totò aveva 50 anni) uscire dall’esercizio commerciale vestito di tutto punto con la giacca sopra i pantaloni da corridore. Anche qui si filmò a Roma, per la precisione in Via Paolo Emilio 14, nel rione Prati, dove oggi c’è un grande magazzino della COIN.

Ora il professore può finalmente cominciare a dare corpo al suo desidero e lo vediamo in sella alla sua bici schierarsi al via della prima tappa del Giro, la Milano – Torino, dove viene inizialmente scambiato dai giudici addetti alla punzonatura per il papà di uno dei corridori. La tappa parte e, grazie ai poteri diabolicamente avuti dal Cosmedin, il Casamandrei va presto in fuga, trovando anche il tempo di una breve sosta lungo la tappa per salutare la bella Doriana, scena anche questa girata – come molte altre di questo film – a Roma: siamo in Viale di Tor di Quinto, in un punto dal quale all’epoca era ancora visibile sullo sfondo la verde Collina Fleming, oggi fagocitata dallo sviluppo urbanistico della capitale, e sul quale 8 anni prima era terminata una corsa vera, l’edizione del Giro del Lazio del 1940 vinta da Bartali e valevole come sesta prova del campionato nazionale che sarà conquistato proprio dallo scalatore toscano. La tappa prosegue, Totò è “vittima” di una secchiata di un tifoso che lo infradicia e lo farà infuriare non poco (anche se, guardando con attenzione quella scena, si vede come il tifoso abbia clamorosamente mancato e di parecchio il professore e l’acqua sia piovuta tutta sull’asfalto), poi la giornata si conclude con il vittorioso arrivo del Casamandrei al motovelodromo di Torino, dove sua è la prima maglia rosa.

Anche la seconda tappa, da Torino a Genova, finisce nel palmarès del Casamandrei nonostante la salita della Scoffera e un paio di fermate fuori programma, prima a un laghetto per pescare e poi al punto di rifornimento volante, al quale lui preferisce un rifornimento fisso, seduto al tavolo come se fosse al ristorante con tanto di sigaro fumato a fine pasto. E per rientrare in gruppo agevolmente si fa trainare dall’ammiraglia, ma è tanta la forza “diabolica” del corridore che si ritrova lui a essere il trascinatore della vettura: nella finzione siamo da qualche parte dell’appennino tra Piemonte e Liguria, nella realtà la strada che si vede in quei fotogrammi è sempre a Roma, per la precisione è Via della Camilluccia, all’altezza del cancello di una villa che negli anni successivi sarà set dei film “Fantasmi e ladri” (1959), “Le vacanze del Sor Clemente” e “Buonanotte… Avvocato!” (entrambi del 1955).

Intanto le stravaganze del Casamandrei contagiano gli altri corridori, anche i più celebri, che al raduno di partenza della terza tappa si presentano fumando il sigaro, una cosa a loro sconsigliatissima ma che pensano possa farli andare veloce come lui. Il giornalista Bruno, interpretato dall’indimenticato Walter Chiari, li rimprovera aspramente invitandoli a prendere esempio dal morigerato Coppi, che però immediatamente dopo lo zittisce entrando in scena fumando con vigore un sigaro in formato extralarge. E intanto il Casamandrei è sempre più inarrestabile e giunge prima di tutti anche nella tappa di Pisa, dopo essersi concesso un bagno in mare a Viareggio, scena che nel film non si vede ma che viene annunciata dai titoli della copia farlocca della “Gazzetta dello Sport” che viene mostrata a fine tappa.

Mentre ci s’interroga sul misterioso corridore (“Fenomeno o imbroglio?” titola il “Corriere dello Sport”), si arriva a Roma dove stavolta il Casamandrei manca la fuga, ma riesce comunque a prevalere precedendo in volata Bartali e Coppi. E il barbuto professore offre spettacolo anche il giorno dopo, quando taglia vittorioso il traguardo di Napoli suonando il mandolino, sempre scene che il film non ci mostra ma che ci lascia immaginare attraverso i titoloni dei quotidiani. E poi nel carniere del professore finiscono anche le tappe di Ancona e Bologna, dove alla premiazione chiede tortellini al posto dei tradizionali fiori destinati al vincitore.

Qui tornano in scena Dante e Nerone che introducono il giorno di riposo nel capoluogo emiliano, momento nel quale Totò si rende conto d’esser spacciato. Preso dall’euforia del momento non si era reso conto del conto da pagare al diavolo, che si sarebbe preso la sua anima subito dopo la fine vittoriosa del Giro. Rivela tutto alla sua squadra e a Doriana e poi, in preda alla depressione, medita addirittura di suicidarsi gettandosi dalla Torre degli Asinelli, ma giunto in cima ai 446 gradini della torre (contati uno a uno da Totò, anche se nella realtà sono 498) si trova di fronte il custode che riesce a distrarlo affinchè non commetta l’insano gesto (lo spettatore scoprirà solo alla fine della scena che in realtà si tratta del diavolo Cosmedin sotto mentite spoglie).

Inizia a questo punto a congegnare tutta una serie di strategie per mandare all’aria il patto, come fingersi improvvisamente impazzito per farsi ricoverare in manicomio, dove però viene per sbaglio condotta la vittima di una delle sue “follie”, un cliente dell’albergo dove alloggia con la sua ridottissima squadra. Così lo ritroviamo ancora in gruppo per l’ottava tappa, durante la quale prima fa comandare uno spargimento di chiodi al momento del suo passaggio (ma sarà lui l’unico a uscirne indenne, mentre foreranno tutti gli altri) e poi accoglie il suggerimento del suo tecnico di attaccarsi all’ammiraglia affinchè la giuria lo espella dalla corsa. Ma il demonio ci mette lo zampino anche stavolta e fa magicamente scomparire la vettura al momento del passaggio dal punto di controllo, dove Totò si presenta con il braccio alzato nel gesto del traino, che viene dai giudici scambiato per un cenno di saluto: sempre Roma è quella che si vede in quella scena, girata nel tratto di Via dei Due Ponti che scavalca con un viadotto la sottostante Via Flaminia e offre sullo sfondo la vista sullo spelacchiato Monte delle Grotte, così chiamato per le cavità che lo sforacchiano.

Vinta anche l’ottava tappa, stavolta non viene precisato dove sia il traguardo, arriva il momento del tappone dolomitico, che Totò tenta di evitare aggredendo il sindaco del paese dove è in programma la partenza e facendosi così arrestare. Stavolta riesce nell’intento ma in prigione si ritrova come compagno di cella il Cosmedin, che ancora una volta manda letteralmente al diavolo i progetti del Casamandrei: la notte porta consiglio in casa del sindaco, che decide di perdonarlo e ritirare la denuncia, consentendogli così di prendere il via alla penultima tappa.

Stavolta vengono avvertiti anche gli altri campioni che, al raduno di partenza, si mettono d’accordo con Totò per batterlo. Ma non servirà a nulla perché al traguardo non sarà cambiato niente… nemmeno il luogo! Infatti, sia la scena della partenza, sia quella dell’arrivo furono girate nella medesima piazza, avendo l’accortenza di riprenderla da due prospettive differenti per non far capire allo spettatore che in realtà la troupe, gli attori, i corridori e le comparse reclutate a interpretare il pubblico non si erano mai spostati da Piazza Diaz di Lecco, dove si girò nei giorni nei quali i campioni in scena erano impegnati negli allenamenti precedenti l’edizione del Giro di Lombardia che sarà vinta per il terzo anno consecutivo da Coppi.

Manca ora soltanto una tappa alla conclusione del Giro e al momento della fatale consegna dell’anima, ma c’è un personaggio con il quale il Cosmedin non ha ancora fatto i conti, la madre del Casamandrei, interpreta da Giuditta Rissone, attrice ligure che nella realtà non avrebbe mai potuto essere madre di suo figlio perché di tre anni più anziana di Totò. Sarà proprio lei a rovinare i piani del diavolo – ma vi abbiamo già detto troppo, sul come ce la farà vi lasciamo il piacere della scoperta gustandovi il film (in calce all’articolo trovate il link al film su youtube) – mentre il figlio perderà il Giro ma riuscirà a conquistare il cuore di Doriana.

E il Giro chi lo vince? Il film non lo dice perché in una serata di gala alla conclusione della corsa (dove ricompare ancora il Cosmedin, ora cacciato dall’inferno e assunto come domestico dai Casamandrei) alla presenza di tutti i campioni Totò riceve una telefonata dal velodromo Vigorelli nella quale gli viene comunicato il nome del vincitore, ma lui decide di lasciare il mistero sulle sorti della maglia rosa, accompagnandolo da un celebre motivetto, riadatto dal compositore milanese Nino Rota sulle note di “Una voce poco fa”, aria del “Barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini. Ed è con il testo di quella canzone che vi lasciamo alla visione del film

LA MAGLIA ROSA (di Nino Rota)

Una voce poco fa nel telefono squillò

Ma chi ha vinto non si sa?

Come mai? Io non lo so

Di chi è la maglia rosa? Di chi è? Di chi è? Di chi è?

La maglia rosa, la maglia rosa è quella cosa che mai non riposa

Chi la conquista doman la può perdere e chi la perde può ritrovarla con facilità

Ma di chi sarà? Ma di chi sarà? Di chi sarà? Di chi sarà? Di chi sarà?

La maglia rosa, la maglia rosa è quella cosa che mai non riposa

Svolazza un po’ di qua, svolazza un po’ di là

Oggi è di Gino, domani Coppi se la mette sul pancino

Dopodomani pure Cottur potrà tenerla tra le mani

Ora basta! Lo devi dire!

Io lo so, io lo so, ma però non lo dirò

Lui lo sa, lui lo sa, ma però non lo dirà

Di tutti quanti lieti voglio far, la maglia rosa a tutti voglio dar

Una a te, una a te, una a Magni che fa tre

Questa a te, questa a te, ce n’è una anche per Bobet

Voi siete i primi al traguardo del valor…

Io sono il primo al traguardo dell’amor…

Una a te, una a te, una a Magni che fa tre

Questa a te, questa a te, ce n’è una anche per Bobet

Voi siete i primi al traguardo del valor…

Io sono il primo al traguardo dell’amor…

IL FILM SU YOUTUBE

https://www.youtube.com/watch?v=U47w5wS3iC8

LE LOCATION DEL FILM (dal sito www.davinotti.com)

La sfilata delle Miss all’Hotel Regina Palace di Stresa:



Lo scomparso “Bar Vittorio Emanuele” di Milano:


Totò all’esterno di Palazzo Capizucchi a Roma, nella finzione l’abitazione del professor Casamandrei:




Totò acquista una divisa da corridore al futuro COIN di Via Paolo Emilio a Roma:


La sosta di Totò in Via Tor di Quinto durante la prima tappa del Giro (il secondo fotogramma è un confronto con un film del 1965, “Le bambole”):








Durante la tappa Torino-Genova totò si fa trainare in Via della Camilluccia a Roma per rientrare agevolmente in gruppo:


Totò medita il suicidio ai piedi della Torre degli Asinelli a Bologna:




Il fallito tentativo di farsi espellere per traino in Via dei Due Ponti a Roma, durante l’ottava tappa:





La partenza della penultima tappa da Piazza Diaz a Lecco:



L’arrivo della penultima tappa…. nella medesima piazza di Lecco dalla quale si era partiti:



SCENA MISTERIOSA

Tra le altre c’è una location “misteriosa” che ancora non siamo riusciti ad individuare. È il luogo dove Totò si ferma a pranzare in piena tappa sedendosi al tavolino anzichè prendere il rifornimento come tutti. Dalla tipologia delle abitazioni sembrerebbe un posto in montagna, probabilmente non molto distante da Lecco (alcune scene furono girate nelle frazione alte, e poi a Ballabio e ai Piani Resinelli). Se qualcuno riconoscesse il luogo è pregato di segnalarlo alla mail redazione@ilciclismo.it



30 MAGGIO 1909: L’EPICA LOTTA E’ CONCLUSA

maggio 29, 2020 by Redazione  
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Ultimo capitolo sulla storia del primo Giro d’Italia. La tappa conclusiva non si rileva una passerella, anche perché una foratura di Ganna scatena gli appettiti di Galetti, distaccato di pochi punti. L’attacco non va a buon fine (complice involontario uno zelante cantoniere) e nemmeno in volata il milanese riesce a colmare il disavanzo: il primo Giro d’Italia è dell’atleta varesino. In appendica un documento storico, il verbale della giuria che “omologò” la vittoria finale di Ganna.

Il primo Giro d’Italia è arrivo al suo atto conclusivo. L’ultimo raduno di partenza avviene alla Cascina Marchese, appena fuori la barriera Milano. Rispondono all’appello tutti i 51 corridori rimasti in gara. Ci sono anche il piemonte Giovanni Battista Carena, il cremonese Camillo Carcano e il bolognese Enrico Nanni. I primi due prendono il via sotto condizione, essendo stati accusati, per il momento senza prove, d’aver preso il treno. Nanni, invece, è il veterano del gruppo dall’alto dei suoi 44 anni e partecipa fuori gara alle ultime frazioni, essendo giunto fuori tempo massimo nel tappone di Napoli. Lui aveva preso il via nella successiva frazione di Roma con l’intenzione di percorrerne solo il tratto iniziale… invece, eccolo ancora qua pronto a sobbarcarsi gli ultimi 206 Km. È la tappa più breve di tutte ed anche la più facile, senza l’ombra di una salita, ma la classifica stilata a punti e non a tempi rende la corsa ancora apertissima. Si passerà per Vercelli, Novara ed Arona prima di far ritorno a Milano, dove la strategia della doppia partenza sarà messa in pratica anche per l’arrivo, stavolta concordando le operazioni per tempo con tutte le autorità: arrivo ufficiale sul viale di Musocco, arrivo ufficioso all’Arena Civica.

Giusto il tempo di dare il via e subito bisogna assegnare l’oscar della sfortuna al milanese Pietro Molina, al quale il 13 (è il numero di dorsale assegnatogli) porta male: percorsi nemmeno 100 metri si trova improvvisamente la strada sbarrata da un’anziana donna e per evitare lo scontro si esibisce in un repentino scarto, finendo a terra e rimediando una frattura,

A testimonianza della tensione agonistica provocata dalla corsa ancora aperta, subito dopo la partenza prendono già il comando gli uomini che contano, il piemontese Luigi Chiodi, il varesino Luigi Ganna, il pavese Clemente Canepari e i milanesi Carlo Oriani e Carlo Galetti. La velocità è elevata per gli standard dell’epoca, quasi 30 Km orari, favorita dalla strada pianeggiante. Non c’è selezione, però; a perdere contatto sono soltanto una ventina di uomini e tra questi c’è il ligure Piero Lampaggi che, ad un certo punto, accellera nel tentativo di riprendere il gruppo di testa. Il polverone sollevato dalle auto al seguito, però, finisce per accecarlo e per non fargli vedere dove finisce la strada ed inizia il fosso: vi cade dentro ma, aggrappandosi all’erba, riesce ad evitare un bagno fuori programma, mentre la sua bicicletta dovrà essere ripescata con un lungo bastone e poi fatta riparare da un meccanico di Vercelli, nella cui officina il povero corridore è costretto ad arrivare a piedi, essendo il suo mezzo inservibile.

Alle porte di Novara, i milanesi Mario Bruschera e Giuseppe Brambilla, corridori che si erano ritirati diversi giorni prima, vestiti con le casacche rosse ufficiali del team di Ganna – loro compagno di formazione – tentano di intrufolarsi nella corsa in bici per aiutare il capitano. I colleghi avversarsi protestano e la giuria li avvicina e li invita ad allontanarsi, cosa che avviene immediatamente anche se alcune cronache dell’epoca, non quelle ufficiali, raccontano che Brambilla colse l’occasione per insultare i giudici che l’avevano messo fuori gara a Napoli.

Inizia adesso il momento più difficile di questa tappa, l’interminabile rettilineo – oltre 30 Km – che da Novara porta a Borgomanero. Si tratta di una difficoltà più rilevante sul piano morale che fisico, essendo la salita facilissima e limitata solo all’ultimo tratto. A pesare è la monotonia di una strada infinitamente diritta, che sembra non finire mai. Chi segue la corsa dall’auto avverte questo disagio nella condotta di gara del gruppo che procede a scatti: a tratti si va velocissimi, per tentare di giungere il più rapidamente possibile al termine del rettifilo; ma quando si avverte che la fine è ancora lontana il gruppo quasi si demoralizza e la velocità cala all’istante, fino al momento della successiva accellerata. Sembra che stiano pedalando “come dei suggestionati senza che il loro cervello agisca menomamente”.

In occasione di questi scatti, i soliti noti si alternano in testa alla corsa ma, di fatto, non accade nulla fino a Borgomanero, dove si assistono ai primi tentativi, inaugurati da uno slancio del pavese Giovanni Rossignoli. Il gruppo si screma e si lancia giù per la dolce discesa verso il Lago Maggiore. Affrontando questo tratto Ganna incappa in una foratura. È l’evento fa letteralmente esplodere la corsa, anche se non nell’immediato perché gli avversari ci metteranno qualche minuto ad accorgersi dell’incidente accaduto al capoclassica. Ma quando si “svegliano” partono a tutta e ad Arona, dove termina la discesa, il capoclassifica è già staccato di due minuti. Al comando si formano due gruppetti. Il primo è composto da Canepari, Oriani, Galetti, Rossignoli e il romando Dario Beni. Nel secondo plotoncino, brevemente staccato, ci sono milanese Enrico Sala, il piemontese Giovanni Marchese, il mantovano Luigi Azzini, il bolognese Ezio Corlaita e i romagnolo Ildebrando Gamberini e Attilio Zavatti. Imprimono una forza tale sui pedali da alzare un grosso polverone. A sorvolare il percorso di gara si vedrebbero non i corridori ma due nuvole che s’inseguono veloci, sullo sfondo delle montagne.

Il Giro rientra in Lombardia, da dov’era partito due settimane prime, le due settimane più intense e vissute di quel 1909, destinate ad essere rivissute negli anni a venire.

Con l’avvicinarsi a Milano la folla presente a bordo strada aumenta in maniera esponenziale, ottimamente trattenuta dai gendarmi. Alcuni automobilisti imprudenti ed importuni riescono ad infilarsi in corsa, tra le due “nuvole” al comando. Nel frattempo, per evitare incidenti e pericolosi assembramenti (si stimano tra le ottantamile e le centomila persone assiepate negli ultimi 6 Km), i responsabili dell’arrivo decidono di scegliere solo all’ultimo momento il punto preciso del viale di Musocco nel quale innalzare lo striscione del traguardo. È una scelta che disorienta ed impazientisce i milanesi che continuano ad ondeggiare su e giù per il viale.

Sulla marcia della muta scatenata degli attaccanti s’infrappongono due passaggi a livello abbassati. Il primo, quello di Busto Arsizio, è superato scavalcando le barriere, ma al secondo stop sono bloccati da uno zelante cantoniere, che finisce per favorire il rientro di Ganna. La crème della classifica torna così a ricompattarsi in vista dell’ingresso nel capoluogo lombardo. Poco dopo le quindici viene finalmente stesso lo striscione, esattamente all’altezza della trattoria “Isolino”, nel quartiere Cagnola, al termine d’un lunghissimo rettilineo. La gente è troppa e vengono chiamati dei rinforzi, sotto forma d’uno squadrone di Lancieri di Novara a cavallo, che scorteranno i “girini” nell’ultimo dei 2448 Km stabiliti per il primo Giro d’Italia. Si riesce a sgombrare dagli intrusi il rettilineo d’arrivo proprio in extremis, perché subito giunge la notizia che i corridori hanno già imboccato l’ultimo chilometro. Contemporaneamente partono al galoppo i lancieri, riuscendo nel compito di tenere lontana la folla ma provocando indirettamente l’ultimo incidente di corsa: l’improvviso scartare di un cavallo, forse spaventato dallo sferragliare dei pesanti “destieri di ferro”, causa un’eguale azione nel gruppo, che teme che l’animale caschi in mezzo alla strada. A finire a terra, proprio all’ultimo, sono invece i corridori, in un groviglio di bici contorte ed accessori di corsa.

La sbandata finisce per frenare l’azione di Galetti, che si vede soffiare il successo da Dario Beni. Il Giro, dunque, s’apre e si chiude con la firma del medesimo uomo, mentre Ganna taglia il traguardo con aria smarrita e sconsolata. È convinto d’aver perduto il Giro, ma ha fatto male i conti: per un’inezia, due punti appena, la prima edizione della corsa rosa è sua. Completano la top ten dell’ultimo ordine d’arrivo Oriani, Luigi Azzini, Chiodi, Rossignoli (vincitore “cronometrico del Giro”; se non ci fosse stata la classifica a punti, avrebbe sopravanzato Galetti di 23′34″ e Ganna di 36′54″), Corlaita, Canepari e Zavatti, giunti sparpagliati sull’ultimo traguardo.

Neanche le contromisure prese dagli organizzatori riescono a contenere l’esultanza dei milanesi. Impossibile compiere in bici la prevista passerella d’onore dal viale di Musocco all’Arena Civica, percorrendo Corso Sempione e sfiorando l’Arco della Pace. I “girini” vengono così aricati su degli automezzi d’emergenza, dai quali Ganna appare agli occhi del pubblico “malconcio di polvere e di sudore, lo si poteva scambiare per Radames”.

L’ingresso all’Arena è trionfale e non solo per il vincitore. Tutti vengono osannati mentre si effettua una volata simbolica, replicando quella vissuta pocanzi; poi i corridori si sottopongono per l’ultima volta ai rituali del foglio firma e della punzonatura. La premiazione è effettuata nello stile “belle èpoque” dell’epoca, una coreografia fatta di giro d’onore, fiori, banda, strette di mano, congratulazioni, arrivederci e bacio da parte di miss “d’antan” che sfoggiano ombrellino, frangetta e fazzolettino profumato col Coty.

La Gazzetta dello Sport chiude la festa prendendo un impegno storico con l’Italia e gli italiani: “è stato scritto con profondo solco negli annali dello sport un avvenimento glorioso da ripetersi annualmente con crescente entusiasmo ed amore”.

L’epica lotta è compiuta.

9 – fine

Mauro Facoltosi

APPENDICE: IL VERBALE DELLA GIURIA

Milano, 1 giugno – Riunitasi la Giuria del Primo Giro Ciclistico d’Italia indetto e organizzato dalla Gazzetta dello Sport nelle persone di: conte Orazio Oldofredi, presidente, E.C. Costamagna, rag. Cougnet, rag. Bongrani, cav. Carozzi Pilade, delegato dell’U.V.I. al Giro d’Italia, ha proceduto alla classifica generale degli arrivati dopo aver preso in esame l’unico reclamo pervenuto nel tempo utile e che qui si allega.

A questo proposito la giuria mentre deplora che il corridore Galetti abbia reso pubblico a mezzo dei giornali il reclamo stesso ancora sub judice (caso previsto e vietato dal regolamento dell’U.V.I.) respinge il detto reclamo per le motivazioni seguenti:

I corridori Brambilla e Bruschera non possono aver portato aiuto alcuno al corridore Ganna, trovandosi essi di parecchio distanziati, e non appena invitati a ritirarsi dai membri della giuria che seguivano la corsa, i succitati corridori si allontanavano.

Per il fatto riguardante il Danesi, che avrebbe dato un berretto fuori di un posto di rifornimento al corridore Ganna, la giuria considerando l’importanza della corsa e stando allo spirito del regolamento esclude che il deferito fatto possa menomamente essere implicato nel capoverso secondo dell’articolo 7 del regolamento Giro d’Italia ed abbia potuto pregiudicare l’esito finale.

A carico del corridore Carcano, essendo risultato che nella quinta tappa (Roma – Firenze) si servì del treno nel tratto da Civitacastellana a Pontassieve, la Giuria che gli aveva lasciato proseguire la corsa dietro sua dichiarazione, in base ora a formale denuncia documentata da testimonianze squalifica il detto corridore togliendolo dalla classifica finale.

Avverte pure altri corridori sui quali gravano denunzie non ancora provate che risaltando l’evidenza dei fatti denunziati incorreranno nelle pene disciplinari prescritte dal regolamento dell’U.V.I.

Ciò deliberato si passa alla classifica generale che viene stabilita come segue:

1 Ganna Luigi                                               punti 25

2 Galetti Carlo                                              ››    27

3 Rossignoli Giovanni                                    ››    40

4 Canepari Clemente                                    ››    59

5 Oriani Carlo                                               ››    72

6 Azzini Ernesto                                            ››    77

7 Beni Dario                                                 ››    91

8 Sala Enrico                                                ››    98

9 Celli Ottorino                                             ››    117

10 Marchese Giovanni                                  ››    139

11 Chiodi Luigi                                              ››    141

12 Petrino Alberto                                         ››    141

13 Lampaggi Pietro                                       ››    157

14 Zavatti Attilio                                           ››    157

15 Cellerino Giuseppe                                   ››    164

16 Rotondi Antonio                                       ››    166

17 Galoppini Arnolfo                                     ››    175

18 Jacchino Giuseppe                                   ››    177

19 Corlaita Ezio                                            ››    185

20 Milano Domenico                                     ››    206

21 Magagnoli Angelo                                     ››    208

22 Cocchi Giovanni                                       ››    221

23 Pazienti Alessandro                                  ››    221

24 Gamberini Ildebrando                              ››    222

25 Sabbaini Ottorino                                     ››    224

26 Modesti Giulio                                          ››    229

27 Gatti Luigi                                                ››    245

28 Osnaghi Cesare                                       ››    245

29 Zuliani Ronco                                           ››    246

30 Azzini Luigi                                              ››    248

31 Fortuna Mario                                          ››    255

32 Caratti Eugenio                                        ››    265

33 Belloni Amleto                                         ››    272

34 Di Marco Guido                                        ››    274

35 Anzani Giuseppe                                      ››    275

36 Magrini Guido                                          ››    281

37 Carena Giovanni                                      ››    282

38 Secchi Mario                                            ››    284

38 Rho Augusto                                            ››    284

38 Lonati Mario                                             ››    284

38 Lissoni Pasquale                                      ››    284

42 Tomarelli Azeglio                                      ››    285

43 Moretti Angelo                                         ››    286

44 Galbai Giuseppe                                       ››    290

45 Castellini Senofonte                                 ››    291

46 Colombo Giovanni                                   ››    292

46 Roscio Emilio                                           ››    292

46 Martano Luigi                                           ››    292

49 Perna Giuseppe                                       ››    297

Conte Orazio Oldofredi

E.C. Costamagna

Rag. Armando Cougnet

Rag. Primo Bongrani

Cav. Carozzi Pilade

Grande protagonista del Giro del 1909 fu anche il pubblico, nel bene e nel male: ecco la calorosa accoglienza che fu riservata ai girini al momento dellarrivo a Milano

Grande protagonista del Giro del 1909 fu anche il pubblico, nel bene e nel male: ecco la calorosa accoglienza che fu riservata ai "girini" al momento dell'arrivo a Milano

27 MAGGIO 1909: GANNA FA TRIS, GLI ORGANIZZATORI FANNO GAFFE

maggio 28, 2020 by Redazione  
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Giornata dai risvolti tragicomici la penultima di corsa. Per fronteggiare l’imprevista marea umana che si riversa prima a Genova e poi a Torino gli organizzatori decidono di attuare una doppia strategia per ingannare il pubblico: la prima parte del piano riuscirà alla perfezione, al punto da essere riproposto in futuro, la seconda fallirà a causa di un clamoroso errore di Costamagna e Cougnet. Chi non sbaglia è Ganna che ottiene uno strepitoso terzo successo. Ma la partita non è ancora chiusa

Le mani nei capelli. È questo il gesto che immediatamente compiono Armando Cougnet ed Eugenio Camillo Costamagna alle 2.30 del mattino del 27 maggio, al loro sopraggiungere al raduno di partenza della penultima tappa. Nonostante l’ora, il terrazzo dei Magazzeni Generali, luogo previsto per le operazioni di foglio firma, è letteralmente preso d’assalto dai tifosi. Sono in tantissimi, sia in questo luogo, sia al Ponte di Cornigliano, dove sarà dato il via ufficiale. La folla è eterogena: ci sono eleganti dame di classe strette a fianco di più rustiche popolane, amanti dello sport pigiati ai “camalli”, gli aitanti scaricatori del porto di Genova. La preoccupazione per l’incolumità dei corridori sale, memori di quanto successo due giorni prima al Lido d’Albaro ed alla luce delle notizie che la sera precedente erano state telegrafate da Torino. Dal capoluogo piemontese, dove sono attesi ben cinquantamila tifosi, l’amministrazione cittadina aveva fatto sapere che non avrebbe potuto assicurare un efficiente servizio d’ordine poiché, a causa di un’improvvisa manifestazione di piazza, si doveva indirizzare gran parte degli agenti preposti alla sicurezza del Giro verso un corteo di fornai in sciopero.
Subito si decide si tenere una riunione d’emergenza con i membri della giuria, per risolvere la questione. Nell’incontro è studiato un “piano di battaglia” in due tempi, il primo da attuare alla partenza e l’altro all’arrivo. Il primo tempo prevede di effettuare una doppia partenza, un sistema che si rivelerà efficacissimo e che poi sarà utilizzato da tutte le corse. Alle 4, concluse le operazioni d’avvio, i corridori sono trasferiti al Ponte di Cornegliano, seguiti da un codazzo non ufficiale di auto e di amatori in bicicletta. La giuria procede all’appello, al quale non risponde Gerbi (il corridore astigiano si era ritirato nella tappa precedente, prima che iniziassero le montagne), da’ il via fittizio alla tappa e poi i “girini” si dirigono verso un luogo periferico di Genova dove, lontano da orecchie ed occhi indiscreti, è data una terza partenza. Nell’occasione i “girini” vengono avvertiti della seconda parte del piano: la tappa sarà segretamente più breve di 6 Km per la decisione d’anticipare il traguardo a Beinasco, in modo da “bidonare” la folla. Complessivamente la Genova – Torino misura 354 Km, con il tratto iniziale tracciato sulle ancora non usuali strade della Milano – Sanremo, la corsa che la Gazzetta dello Sport aveva messo in calendario per la prima volta due anni prima. Dopo Imperia si lascia il mare per raggiungere la pianura padana scavalcando le ultime due grandi salite del Giro 1909, i colli di San Bartolomeo e di Nava, mentre il finale non prevede più asperità.
I su e giù dell’Aurelia non creano grande scompaginamento in testa alla corsa, nemmeno quando l’inghiaiata salita della Colletta d’Arenzano costringe il gruppo a disporsi su due file, con i corridori in fondo al plotone costretti a scendere di bici ed a percorrere una cinquantina di metri a piedi. In vista del passaggio per Laigueglia il gruppo è ancora forte di 35 uomini, poi la famosa teoria dei capi compie una prima selezione. Mele e Cervo fanno poco, è il Berta a creare la maggior selezione. Al passaggio per Oneglia (Imperia non c’è ancora, nascerà 14 anni dopo, frutto della fusione con il vicino comune di Porto Maurizio), davanti sono rimasti in sette: il pavese Carlo Rossignoli, il varesino Luigi Ganna, il piemontese Luigi Chiodi, il mantovanao Ernesto Azzini, il ligure Piero Lampaggi e i romani Antonio Rotondi e Dario Beni. Gli immediati inseguitori hanno già un minuto di ritardo. Molti riescono a rientrare, ma alcuni di essi sono immediatamente respinti dall’ascesa verso il San Bartolomeo.
Mentre i corridori sono impegnati sul Colle di Nava, l’Itala di Armando Cougnet allunga ed affronta a tutta velocità la discesa verso Ormea, dove l’auto si ferma e il direttore di corsa si arma di orologio e cronometro per costatare quanto male abbia fatto l’ultima grande salita del Giro. Selezione c’è stata e i corridori transitano alla spicciolata: quando passa il primo, il milanese Carlo Oriani, l’orologio di Cougnet segna le 11.13; trenta secondi dopo transita il capoclassifica Ganna, alle 11.15 sopraggiungono il pavese Clemente Canepari e il milanese Enrico Sala, alle 11.18 Chiodi seguito a mezzo minuto da Galetti, che stava divinamente scendendo in testa alla corsa ma era stato fermato da una foratura.
Improvvisamente si scatena l’inferno. Sulla corsa rosa si rovescia un devastante nubrifagi e la temperatura scende di parecchi gradi. A tratti grandina pesantemente mentre la strada prende la parvenza del letto di un fiume. Passata la bufera, l’Itala si ferma muovamente a Ceva, stavolta per una sosta fuori programma perchè la tempesta ha seriamente danneggiato la vettura e i meccanici impiegheranno quasi un’ora per ripararla. Cougnet approfitta dello stop forzato per telegrafare le ultime direttive al traguardo: solo ed esclusivamente le autorità dovranno essere avvisate del trasferimento a Beinasco, per dar loro modo di allontanarsi da Torino senza dare nell’occhio.
Nessun problema registra la Züst sulla quale viaggia Costamagna che, solo in testa alla corsa, gongola per il successo della sua creatura. Si sta per transitare da San Michele Mondovì, il paesello dov’è nato e dove, 16 mesi prima, era scoccata la scintillia primigenia del Giro d’Italia. È un onore per lui che il primo Giro passasse per le sue terre e comincia a meditare ad un ritorno (cosa che accadrà già l’anno dopo, quando il secondo Giro proporrà un traguardo a Mondovì).
Nel frattempo, sotto la tempesta, i vari gruppetti si sono saldati. Ora marcia in testa un trio di attaccanti di spessore (Oriani, Ganna e Rossignoli), tallonati a circa 3 minuti da un altro terzetto di tutto rispetto (Galetti, Canepari e Chiodi). Avvicinandosi a Cuneo dal gruppo d’avanguardia si stacca Oriani, come il solito appediato da una foratura: non riuscirà più a rientrare.
All’arrivo a Beinasco, a “Magno” viene quasi un colpo e non certo per lo strepitoso terzo successo di Ganna (a dire il vero, arrivato grazie alla provvidenziale foratura – a 3 Km dalla meta – di Rossignoli). Lo scenario che si presenta ai suoi occhi è esattamente l’opposto di quel che si aspettava: una folla strabocchevole, le autorità mischiate ai “profani”, una massa che i pochi volontari del comitato tappa non riescono a trattenere. E dei tutori dell’ordine? Neanche uno! Per capire cosa sia avvenuto è necessario attendere l’arrivo di Cougnet. Un veloce scambio tra i due ed emerge una clamorosa gaffe organizzativa: nel baillame generale, erano state allertate le autorità, ma ci si era dimenticati di avvisare del trasferimento gli agenti!!!
La folla – che non era proprio così “collettivamente stupida”, come l’aveva definita qualche giorno prima lo stesso Cougnet – vedendo gli invitati svignarsela alla chetichella, aveva mangiato la foglia e si era subito accodata alle vetture dirette a Beinasco.
In quei concitati momenti tutti i vigili si aggiravano come anime in pena per le vie improvvisamente sgombre di Torino, chiedendosi che fine avessero fatto tutti. Perché i vigili erano realmente presenti al completo sul traguardo. La notizia dello sciopero dei fornai era stata inventata di sana pianta dagli organizzatori per rendere credibile, l’indomani sulla Gazzetta, le motivazioni delle loro scelte.
Invece, quel giorno a nessun torinese mancò, sul proprio desco, una fragrante pagnotta.

8 – continua

Mauro Facoltosi

25 MAGGIO 1909: ATTACCO AL “DUCE”, MA GANNA SALVA IL PRIMATO

maggio 27, 2020 by Redazione  
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“Duce” è, nell’antica terminologia latina, il capo e così Costamagna appella Ganna nella tappa vede il varesino seriamente attaccato dagli sfidanti. Il ciclismo è agli albori, non si parla ancora di legge non scritta che recita di non approfittare delle disgrazie altrui per trarne vantaggio in corsa: Ganna fora e davanti partono a tutta, per staccare più possibile il capo della classifica. Ma questa è stilata a punti e non a tempi: concludendo terzo dopo una dispendiosa rimonta il varesino salva il suo primato. Il settimo capitolo della storia del primo Giro d’Italia.

Un’altra giornata difficile attende i corridori, che alle 3 e mezza della notte del 25 maggio cominciano a raggiungere il parco delle Cascine. Nel medesimo luogo dove s’era conclusa la precedente tappa prende anche il via l’ultima frazione montana della prima edizione della corsa rosa. Il tracciato è meno impegnativo rispetto alla giornata di Napoli per la presenza d’ampi tratti pianeggianti fino alla Spezia, dove la carovana lascerà il mare per salire verso il Passo del Bracco. Tornati sulle rive del Mar Ligure, il percorso prende poi a serpeggiare, assecondando gli anfratti della Riviera di Levante: ultimi saliscendi tra Chiavari e Recco, con la salita della Ruta da affrontare nel doppiare il Monte di Portofino, poi il tracciato torna a farsi relativamente filante con l’approssimarsi a Genova. Il traguardo è fissato al Lido d’Albaro dove, per la prima volta nella storia del Giro, è allestito il quartiertappa. Allora definito “quartiere dei corridori”, è ospitato nei locali dello stabilimento balneare, dove a ciascuno è assegnato un camerino nel quale depositare i propri effetti personali. Sono inoltre predisposti un servizio di toilette e le docce, creando un’atmosfera che oggi si è persa ed è possibile respirare solo nelle spartane docce del velodromo di Roubaix. L’entusiasmo dei genovesi è enorme, come si evince dalla quantità di premi straordinari messi in palio: il comune assegnerà a tutti una medaglia d’argento con dedica, il commendator Croce (capo console del Touring Club Italiano a Genova e presidente del comitato di tappa) premierà i primi tre genovesi dell’ordine d’arrivo con una medaglia d’oro; due coppe artistiche sono fornite dal cavalier Picasso (vicepresidente del comitato) e dal signor Prada (presidente della società ciclistica “Veloce Sport Club”); un’altra medaglia d’oro sarà assegnata dal signor Pietro Brunoldi al primo corridore a piazzarsi delle quattro case ciclistiche dei quali il Brunoldi è rappresentante (Rudge Whitworth, Swift, Humber e Gritzner).
L’entusiasmo contagia anche la popolazione, sin dai giorni precedenti l’arrivo del Giro. Per evitare i disagi delle tappe scorse è potenziato il servizio di sorveglianza mentre, per distogliere una parte dei genovesi dalla zona d’arrivo, viene allestito un punto d’informazioni presso la sede del quotidiano “Il Secolo XIX”, dove campeggia una gigantografia del percorso di gara che sarà presa d’assalto da numerosi “zenesi” che, comunque, si rileveranno essere i tifosi più indisciplinati incontrati dalla partenza da Milano. I tantissimi che si porteranno al Lido d’Albaro invaderanno ogni buco possibile, creando due ali di folla che entusiasmeranno e stordiranno Armando Cougnet, ma creeranno anche non pochi grattacapi agli uomini preposti all’ordine pubblico, soprattutto quando un nutrito gruppo si fionderà sopra al palco riservato alle autorità, arrivando a provocarne il collassamento.
Il via, dato mediante uno squillo di tromba ed il classico abbassamento della bandierina, è dato alle 5 e mezza. Manca Louis Troussellier che, dopo le traversie patite nella tappa precedente, ha preferito ritirarsi e tornare in Francia, seguito dal fidato André Pottier.
I “big” sono già sull’attenti fin dai primi chilometri, pianeggianti ma insidiosi a causa della strada, polverosa e tortuosa. Già a 9 Km dalla partenza, dopo le prime scaramucce, il gruppo di testa è costituito dalla crème della classifica (il varesino Luigi Ganna, il milanese Carlo Galetti, il mantovano Ernesto Azzini, i pavesi Carlo Rossignoli e Clemente Canepari), mentre due plotoni d’inseguitori seguono staccati, rispettivamente di 300 e 500 metri. D’improvviso la velocità cala, favorendo il ricompattamento dei tre gruppetti; andando verso Pistoia la testa della corsa è ora formata da una quarantina di corridori, che procedono in maniera piuttosto monotona. Incominciano le prime difficoltà altimetrie, che si sposano ai disagi tecnici: sulla salita di Serravalle si registrano, infatti, le prime forature. Il passaggio per Montecatini è disturbato dal viavai di carri e carrozzelle che solleva un polverone accecante. A Lucca la corsa transita sulla passeggiata delle mura, dove è previsto il primo controllo a firma, che avviene sotto una pioggia di fiori, lanciata dai tifosi locali. È un gesto simpatico che piace al direttore della Gazzetta Costamagna, mentre è tacciato come maleducato da Cougnet. È anche l’occasione per eseguire riparazione tecniche o far rifornimento di energie: così Ganna ne approfitta per cambiare il sellino, mentre Canepari, appena rientrato dopo una foratura, arraffa un’enorme costoletta.
Un’altra difficoltà si prospetta all’orizzonte, “il monte per cui i Pisani veder Lucca non ponno” : i primi ad arrampicarsici, ovvero la testa della corsa, sono Ganna, Ernesto Azzini, il piemontese Luigi Chiodi, Galetti, il ligure Piero Lampaggi, Rossignoli, il piemontese Giovanni Marchese e i milanesi Galetti, Oriani, Giovanni Cocchi, Enrico Sala e Mario Gajoni. Anche in questo caso, poco distanziati seguono due gruppetti d’inseguitori mentre appare all’orizzonte la Torre di Pisa. Nei pressi del celebre monumento è previsto un altro punto di firma, dove giungono per primi Ganna e Azzini, che s’impegnano in un piccolo sprint. Il gruppo al vertice, che si era ridotto nel numero approssimandosi a Pisa, torna a ricompattarsi una volta imboccate le dritte strade versiliane. Non ce la fanno a rientrare, però, il bolognese Corlaita, Oriani e Cocchi, frenati da forature e cadute. Anche la Züst di Costamagna è costretta più volte a fermarsi, ma per ben altri e più lieti motivi: i sindaci dei comuni attraversati avvicinano spesso il direttore della “Rosea” per consegnare lettere di congratulazione, mentre s’innalzano grandi striscioni inneggianti ai campioni e allo sport. La sfortuna si accanisce ancora contro Oriani che cade e, rimediata una contusione alla gamba, si ferma a bordo strada; attendendo l’arrivo del medico, è avvicinato da un colonnello che, saputo che si tratta di un militare (è arruolato nei bersaglieri), lo incita calorosamente a resistere e a terminare il Giro.
Passata Massa nella girandola delle forature rimane nuovamente coinvolto Ganna ma stavolta, così lontano dal traguardo e con tutte le montagne ancora da affrontare, sarà impossibile recuperare. Il varesino cerca di non lasciar intendere agli avversari del sopraggiunto incidente, rallenta e si porta nell’ultima posizione del gruppo di testa. Davanti non se ne sono accorti, neppure il suo compagno di squadra Chiodi. Ma quando questi si volta per cercarlo e, non vedendolo, si ferma, la frittata è fatta: un brivido percorre il gruppetto di testa, che subito accellera. È Canepari a trainarlo a tutta, causando il cedimento dei corridori meno resistenti e riducendolo nel giro di pochi chilometri a soli sei elementi: Canepari, Galetti, Rossignoli, il romano Ottorino Celli e i due fratelli Azzini, Ernesto e Luigi. In vista del passaggio dalla Spezia, dove finisce la pianura ed è previsto un rifornimento prima d’affrontare le salite, il gruppetto degli attaccanti s’è ulteriormente ridotto, poiché si sono staccati Celli e Luigi Azzini, anch’egli vittima di una foratura.
Prima del Bracco si deve affrontare la breve salita della Foce, dalla cima della quale si ammira il Golfo della Spezia, lievemente ammantato d’una cappa di nebbia. Bastano già i suoi sei tortuosi chilometri a far emergere i più forti: scollinano in testa Rossignoli e Galetti mentre si staccono primal’altro Azzini e poi Canepari, che rimedia la seconda foratura di giornata.
Il Bracco non è ripido ma molto temuto. Cougnet, che l’ha scelto personalmente nel tracciare il suo primo Giro d’Italia, definisce la salita come “molto forte: il terreno è buono, ma i frequenti e rapidi tourniquets ci costringono ad andare adagio”. L’Itala è dunque costretta a frenare, permettendo ai giornalisti al seguito di ammirare il panorama dell’Appennino Ligure. Il conseguente rallentamento consente loro anche di assistere a ciò che accade nelle retrovie; mentre i due di testa scollinano assieme ai 618 metri del Bracco, dietro Ganna si lancia in un veemente inseguimento – il suo distacco dal duo al comando era inizialmente di un minuto e mezzo – che gli consente di raggiungere nella discesa verso Sestri Azzini e Canepari, protagonista di uno sbandamento che manda per le terre il compagno d’avventura.
Dalle stesse parti i due di testa collaborano fino quando una foratura di Rossignoli scatena gli appettiti di Galetti: al passaggio da Lavagna il corridore milanese ha 3 minuti di vantaggio su Rossignoli e quasi un quarto d’ora sul terzetto costituito dal capoclassifica Ganna, Canepari ed Ernesto Azzini; altri sette minuti bisogna attendere per vedere transitare Chiodi, due minuti in più per Celli.
La difficoltà successiva, l’ultima prevista dal percorso di gara, non cambia la situazione in testa, mentre crea ancor più sparpaglio tra gli inseguitori: sulla Ruta Chiodi fora, Canepari cade e si fa male, Ernesto Azzini si stacca e in breve chi gli sta davanti guadagna quasi un chilometro. C’è chi tira a tutta, Ganna per tentare d’accorciare le distanze, Galetti per sortire l’effetto opposto. Per il milanese la vittoria sembra assicurata poichè il suo vantaggio pare rassicurante, ma una buca si para sul suo cammino. Il milanese l’avverte solo all’ultimo e scarta d’impeto, con un’irruenza dettata dal nervosismo che gli provoca un salto di catena. L’inconveniente permette a Rossignoli di raggiungere il corridore milanese e di dar con lui vita ad un finale emozionante al cardiopalmo tra conterrane, una sfida tra l’”uomo cronometro” e “Baslott”, come sono soprannominati Galetti e Rossignoli: è quest’ultimo ad imporsi, con uno sprint di tale potenza da staccare di 100 metri l’avversario nel rettilineo d’arrivo in leggera discesa, tracciato sulla strada che dall’Aurelia porta verso il lungomare. “Angosciosa” per tutti è l’attesa di Ganna che, tagliando il traguardo in terza posizione dopo qualche minuto, grazie alla classifica a punti salva la sua leadership.

7 – continua

Mauro Facoltosi

23 MAGGIO 1909: LA PRIMA “DOMENICA DEL GIRO” PORTA LA FIRMA DI GANNA

maggio 26, 2020 by Redazione  
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Prima edizione della corsa rosa, sesto capitolo. È il 23 maggio, una domenica, giorno d’uscita della “Domenica del Corriere”, supplemento festivo del quotidiano milanese. Per la prima volta il Giro entra così fisicamente nelle case degli italiani, mentre ci si appresta ad affrontare una lunga e snervante tappa. I grandi protagonisti del giorno saranno gli stessi della frazione precedente, Ganna e Trousselier. Il primo ottiene uno strepitoso bis (ancor più clamoroso a causa d’una foratura che lo coglie proprio nei chilometri finali), il francese è ancora protagonista in negativo, bersagliato com’è dagli incidenti meccanici.

Il 23 maggio 1909 è una domenica. È giorno di festa e riposo dopo una dura settimana di lavoro. Chi può permetterselo si svaga andando a fare qualche scampagnata fuori porta. Chi non può cerca dei “surrogati” che gli permettano di estraniarsi dai problemi di tutti i giorni e di viaggiare con la fantasia: in mancanza di TV e “playstation” il principale quotidiano d’Italia propone, al popolare prezzo di 10 centesimi (questo il costo della prima uscita, avvenuta nel 1899), il settimanale “La Domenica del Corriere”. È una pubblicazione atipica, che fa informazione puntando più sulle immagini che sulle notizie scritte. L’italiano guarda e sogna… e dove non può sognare perché manca la foto – ecco l’idea geniale degli editori – interviene il racconto “pittorico” dei fatti. L’incarico è affidato ad un giovane illustratore ancora sconosciuto, Achille Beltrame. Allievo del grande pittore Francesco Hayez, massimo esponente del romanticismo storico, ogni settimana il Beltrame fa arrivare fin nelle più sperdute case dello stivale italico la narrazione dei principali avvenimenti, sia essi fossero di politica, cronaca o sport. È una versione moderna e mondana della “Biblia pauperum” (Bibbia dei poveri), com’era definito l’impianto iconografico delle antiche chiese, che istruiva sulle vicende cristiane il volgo povero ed analfabeta.
Quel 23 maggio il Beltrame tratteggia per la prima volta il Giro d’Italia, che così fa subito il suo ingresso nelle case e nelle menti degli italiani. La sua opera è una delle principali, occhieggia in ultima di copertina: si vedono i primi “girini” percorrere di notte una via di una non precisata città, tra due ali di folla entusiasta e trattenuta da gendarmi agghindati di tutto punto. È bello pensare che, altre immagini simili, abbiano negli anni successivi inculcato la voglia di emulare le gesta di questi pionieri a tanti giovani ragazzi, come il piccolo Ottavio (15 anni aveva Bottecchia in quel 1909) o l’Alfredo, il Gino, il Fausto.
Quando esce il ventunesimo numero dell’annata 1909 il Giro è Roma, pronto a salpare alla volta di Firenze. La tappa che unisce la “città eterna” all’ex capitale è molto impegnativa per chilometraggio (346 Km) ed altimetria, che alterna tratti pianeggianti ad altri estremamente vallonati. Il percorso tocca Civita Castellana, entra in Umbria per visitare Narni ed il capoluogo Perugia e poi lambisce il Lago Trasimeno prima d’entrare in Toscana, andando quindi a Firenze passando per Arezzo.
Come già successo nella tappa precedente, bastano i primi chilometri a provocare una prima selezione nel gruppo. A Rignano Flaminio, poco meno di 40 Km dalla partenza, la testa della corsa si è già ridotta ad una cinquantina di unità, che comunque faticano a procedere a causa dei saliscendi e del fondo stradale. Così alcuni degli staccati riescono a riagganciare il gruppo al comando, impegnandosi in piccole volate sullo sterrato, salvo poi tornare a staccarsi nuovamente dopo poco a causa dello sforzo compiuto.
Comincia la tiritera delle forature; per il momento, ma il suo infelice primato è destinato quest’oggi ad essere battuto, il più iellato è il milanese Carlo Oriani che fora, ripara, rimonta in bici e torna a forare dopo aver percorso nemmeno cinquanta metri.
La frazione non sembra comunque proporre la selezione sperata dagli organizzatori, complice la difficoltà a procedere: al passaggio da Narni, dove è previsto il primo punto di rifornimento, il gruppo di testa è composto, segnala Armando Cougnet, “di ben 15 corridori”, mentre “un secondo gruppo di 7 corridori gli stava rabbiosamente alle calcagna”. Il fortissimo dilettante piemontese Vincenzo Borgarello, sofferente per una contusione alla gamba, approfitta della locale stazione per chiudere qui il suo Giro e tornarsene alla natìa Cambiano.
La corsa procede monotona, ravvivata solo dagli incidenti meccanici. Nessuno vuol tentare la fortuna, nonostante il percorso proponga ora le salite verso Todi e Perugia, dove una gran folla plaude al passaggio dei corridori dalle terrazze dei giardini pubblici.
Addirittura Gerbi trova il tempo per elargire sorrisi e raccontare barzellette, forse nel tentativo di mascherare la delusione di una corsa per lui tutta in salita, fin dalla tappa inaugurale.
Avvicinandosi alle rive del Trasimeno riesce leggermente ad isolarsi in testa alla corsa il pavese Giovanni Rossignoli, che transita da Passignano con un margine di 200 metri sul varesino Luigi Ganna e sull’accanito resto del gruppo, che ora inizia a scaldarsi.
Comincia a compiersi il dramma del francese Louis Trousselier, dopo le sfortune già patite andando verso Roma: prima una foratura e poi un’altra ancora, mentre un simil incidente accade anche al fido compagno di squadra André Pottier, che aveva il compito di aiutarlo a riavvicinare la testa della corsa. È il “trio della sfortuna”, perché assieme ai due procede il citato Oriani.
Ad un certo punto il Dio dei corridori s’infuria e si vendica, colpendo l’organizzazione: succede dalle parti di Arezzo dove un erpice ha perduto un grosso chiodo, sul quale si trova a passare la “Züst” di Costamagna, costretta ad una sosta imprevista per riparare il danno riportato dal pneumatico.
“Le miserie di Monsù Trousselier” non sono ancora finite: dopo una sosta ad Arezzo per riparare l’ennesima foratura, il francese riparte per incappare poco più avanti in un ben più grave danno, un guasto al mozzo della ruota posteriore la cui riparazione lo impegnerà per molto tempo.
Il momento è difficile anche per il piemontese Giovanni Gerbi, che si stacca a seguito delle accelerazioni in testa alla corsa. Corre con due fasciature alle ginocchia e avverte forti dolori alle congiunture. Con lui marcia anche il ligure Piero Lampaggi che, pur non essendo suo compagno di formazione, decide di fermarsi per attenderlo ma, non vedendolo sopraggiungere, opta poi per proseguire da solo. Queste traversie non minano l’affetto per l’astigiano: è ancora il corridore più acclamato dai tifosi, che continuano imperterriti ad osannarlo, arrivando pure a fermare l’Itala di Cougnet per chiedere informazioni sul loro beniamino.
Percorrendo le strade del Valdarno, ad una sessantina di chilometri dalla conclusione, la corsa comincia a delinearsi. Ganna lascia nuovamente il passo al temuto Rossignoli, ritenuto dai giornalisti una ”spada di Damocle” per tutti i pretendenti al successo finale. Dietro inseguono il bolognese Ezio Corlaita, i fratelli mantovani Ernesto e Luigi Azzini, il milanese Carlo Galetti e il piemontese Luigi Chiodi. Dopo Figline, ultimo rifornimento, su questo gruppetto si porta il milanese Sala, mentre Chiodi evade e va ad aggiungersi ai due di testa.
Firenze si avvicina e gli ultimi 20 Km sono presidiati dai volontari preposti dal comitato locale, armati di tutto punto (fucili compresi). Vengono mobilitati perfino i pompieri per quella che risulterà la migliore organizzazione d’arrivo di tappa della prima edizione del Giro, esattamente tutto il contrario di quello che accadrà nelle successive frazioni di Genova e Torino.
Nella girandola di forature è coinvolto anche Ganna, appiedato ad una decina di chilometri dalla conclusione. Gli avversari avvertono il momento di difficoltà del capoclassifica ed agiscono di conseguenza, aumentando la velocità. Davanti premono a tutta sui pedali mentre il varesino riesce a tornare in sella dopo una sosta di cinque minuti. Il disagio l’ha trasformato in un’autentica furia, in “una valanga umana che precipita, che balza, è un bolide umano lanciato lungo una via bianca che accieca, in un parossismo di forza cosciente e di furore”. Sono le parole con le quali Armando Cougnet, sulla Gazzetta dell’indomani, anticipa l’annuncio del secondo successo consecutivo di Ganna: infatti, “El Luisin” non solo riesce a riacciuffare gli avversari, ma si prende il lusso di batterli imperiosamente in volata.
I tifosi fiorentini impazziscono per l’impresa del varesino, invadendo il velodromo delle Cascine. Neanche l’ottimo servizio d’ordine riesce a trattenerli. Si dovrebbe ora disputare un’ultima gara, un giro di pista che assegnerà un trofeo speciale messo in palio dagli amministratori della “Città del Giglio”. Ma l’entusiasmo popolare ne impedisce lo svolgimento ed agli organizzatori non rimane che proporre un giro d’onore simbolico, aperto da Ganna, Galetti e Corlaita, i primi tre piazzati di giornata.

6 – continua

Mauro Facoltosi

20 MAGGIO 1909: UN GIRO NEL GIRO PER I GIORNALISTI, GANNA IN TESTA

maggio 25, 2020 by Redazione  
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Quinta puntata della storia del primo Giro d’Italia. All’epoca portare a termine le tappe non era un’impresa solo per i corridori, ma anche per i giornalisti. L’auto che li trasporta – un’Itala gemella della vettura che, due anni prima, aveva portato per prima a termine il mitico raid Pechino-Parigi – è costretta ad interminabili inseguimenti al gruppo, dopo essersi fermata per le “soste telegrafiche”. Quel 20 maggio si arriva a Roma, a capo d’una tappa che si deciderà sui sampietrini dell’antica Via Casilina: taglierà per primo il traguardo il futuro vincitore della corsa rosa, Luigi Ganna.

Non è una delle tappe più impegnative, ma la frazione che il 20 maggio prende il via da Napoli è certamente una delle più attese. In capo a 228 Km si arriva a Roma, la “Città Eterna” che da una quarantina d’anni ha perso lo status di capitale dello Stato Pontificio per assurgere al medesimo ruolo per l’Italia intera, unita da Garibaldi e dai Savoia prima e dalle tappe della corsa rosa poi. Per un curioso scherzo del destino, d’origine nizzarda sono sia l’Eroe dei due mondi, sia il primo direttore del Giro, Armando Cougnet.
Non ci sono grosse difficoltà quest’oggi, a parte qualche saliscendi a mezza via e le polverose strade campane già caratterizzanti il finale della tappa precedente. Si ripassa per Caserta, poi si toccano Cassino, Frosinone e Valmontone.
La partenza è piuttosto “colorita”, ma non per le intemperanze dei tifosi meridionali, temuti dagli organizzatori dopo quanto successo con i felsinei. Invece, a movimentare le operazioni d’avvio ci si mette d’impegno il milanese Giuseppe Brambilla, infuriato per essere stato messo fuori corsa dopo che si era scoperta la sua partecipazione fattiva al “caso doping” della frazione di Chieti. A dire il vero lui correva già fuori gara, poichè ritiratosi a seguito di una caduta avvenuta – giustizia divina! – proprio in quella frazione. Ma un conto è esser fuori per una “ferita di guerra”, un altro è passare per traditore. E così il Brambilla si presenta minaccioso al raduno di partenza, protestando per ottenere giustizia e brandendo una bottiglia che vorrebbe fracassare sulla testa del meccanico che l’ha scoperto e denunciato alla giuria. A questo punto gli organizzatori invocano l’aiuto della Pubblica Sicurezza, che “sequestra” letteralmente il Brambilla fino alle 7.15, ora di partenza della quarta frazione, che prende le mosse senza ulteriori imprevisti.
Bastano le prime centinaia di metri per vedere i primi ciclisti staccarsi, mentre attacca deciso in testa alla corsa l’indomito piemontese Giovanni Gerbi. I saliscendi del casertano provocano sparpaglìo nel gruppo, frammentato in tanti piccoli scaglioni. Le sconnessioni del fondo causano urti e conseguenti cadute. È difficile farsi un’idea della corsa, a causa del polverone sollevatosi dalle strade. Usciti dal tratto più nervoso il gruppo di testa si ricompone, forte di una decina di uomini. A Cassino l’Itala che trasporta i giornalisti fa sosta per permettere ai viaggiatori di telegrafare gli aggiornamenti alle relative redazioni. Il loro lavoro, in queste condizioni, è ostico al pari di quello dei corridori. Non esiste “radio corsa”, telefonini e televisione sono ancora da inventare, reperire le informazioni è un’impresa. Dopo lo scalo “tecnico” l’Itala deve impegnarsi in una corsa nella corsa per riportarsi in testa, su strade spesso al limite della praticabilità. Prima di completare l’inseguimento sono raggiunti e superati i corridori che nel frattempo si sono staccati, mentre gli occupanti della vettura scribacchiano veloci i loro nomi sugli impolverati taccuini per farsi trovare pronti alla prossima visita all’ufficio telegrafico.
Non si capisce se l’autista viaggi spericolatamente o se è il gruppo a pedalare a tutta, nonostante riprendano i saliscendi verso Frosinone. Fatto sta che l’inseguito alla muta scatenata dei “girini” dura complessivamente 100 Km, iniziato a Cassino e terminato al rifornimento di Valmontone, dove l’Itala si riporta davanti al gruppo di testa, nel frattemposi ridottosi a sei unità: lo compongono Ganna, Gerbi, Giovanni Rossignoli, Clemente Canepari, Ottorino Celli e il lombardo Carlo Oriani, che vincerà il Giro del 1913 e poi morirà prematuramente nel 1917 per una polmonite buscata sul fronte della Prima Guerra Mondiale, durante la ritirata da Caporetto. In quel lasso di strada ne sono successe di cose: il piemontese Luigi Chiodi che tenta una fuga dopo essere rimasto “nuovamente vittima dei suoi omonimi” (così il direttore della Gazzetta Eugenio Camillo Costamagna edulcora l’inconveniente di una foratura causata da… chiodi), il gruppo che attacca Louis Trousselier dopo una foratura del francese, il milanese Galetti che è costretto a metter piede a terra sulla salita di Ferentino, lo iellato Trousselier che sputa bestemmie di fuoco dopo l’ennesimo stop.
Lo stato delle strade, migliorato nettamente dopo l’ingresso in Lazio, torna a peggiorare con l’approssimarsi della capitale. La Via Casilina presenta lo stesso fondo che fu messo in opera secoli prima dai romani, col selciato costituito da piccole pietre quadrate, piazzate l’una vicina alle altre, sempre che non abbiano preso il volo lasciando sul fondo larghe buche. A complicare la situazione è il verso nel quale è affrontata la strada, in discesa verso la Città Eterna. Laggiù sullo sfondo un piccolo punto s’allarga col passare dei chilometri, lasciando intendere d’esser il cupolone di San Pietro.
Il Giro piomba in Roma in un giorno feriale, si corre di giovedì, ma ciò non costituisce un grosso problema, poiché l’automobile è ancora un lusso di pochi e la capitale non è ancora strangolata dal traffico. C’è comunque grande agitazione perché non è attesa solo la corsa rosa, ma anche l’arrivo di centinaia di pellegrini provenenti dalla Spagna e dalla Cecoslovacchia, diretti in Vaticano dove proprio quel giorno Sua Santità Pio X presiederà la solenne cerimonia di canonizzazione dei sacerdoti Giuseppe Oriol Boguna e Clemente Maria Hofbauer.
Agitata è anche la folla, ventimila tifosi che la Pubblica Sicurezza non riesce a contenere. Cougnet non ha la finezza di Costamagna, non addolcisce i suoi giornalieri commenti sulla “Rosea” e nei suoi scritti tratteggia la folla senza mezzi termini, definendola “collettivamente stupida”.
La corsa si avvicina all’epilogo. Il gruppo si seleziona ancora di più e davanti rimangono in due, Ganna e Oriani. Dietro insegue Canepari, sul quale si riporta Rossignoli a capo d’un poderoso inseguimento.
Mentre Rossignoli riesce a staccare il compagno d’avventura, per il duetto di testa la situazione non cambia fin sul traguardo, dove Ganna vince facilment conquistando il secondo successo di prestigio della stagione, a due mesi dalla vittoria nella Milano – Sanremo. Prima Via Roma e poi Roma, il suo destino sembra d’esser quello di vincere in luoghi dai nomi che contano. A gioia si aggiunge gioia, poiché il campione varesino ritorna ad issarsi in vetta alla classifica.

5 – continua

Mauro Facoltosi

18 MAGGIO 1909: ARRIVANO LE MONTAGNE, VINCE ROSSIGNOLI, GALETTI LEADER

maggio 24, 2020 by Redazione  
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Quarta puntata della storia del primo Giro d’Italia. Il 18 maggio debuttano le salite, inaugurando un centinaio d’anni d’imprese solitarie. Il primo uomo solo al comando è il milanese Carlo Galetti, ma il suo tentativo sfuma sulle polverose e “sgarrupate” strade della Campania: raggiunto dalle parti di Caserta, al traguardo di Napoli sarà preceduto di una manciata di secondi da Giovanni Rossignoli, ma coronerà questa giornata con la conquista della testa della classifica. Fioccano le prime squalifiche, i “furbi” sono già all’opera.

Il 18 maggio è il giorno della prima frazione di montagna della corsa rosa. Si va da Chieti a Napoli attraversando per 242 Km gli Appennini. In programma le tre ascese a Rocca Pia (più celebre come Altopiano delle Cinque Miglia), a Rionero Sannitico ed al valico del Macerone. Le prime due sono piuttosto lunghe ma pedalabili, mentre molto temuti sono i 3.7 Km del Macerone, dove ai disagi per il fondo sterrato si sommano quelli dovuti a una pendenza media del 7%. Non s’incontrano ulteriori asperità negli ultimi 100 Km, comunque non meno disagevoli dei precedenti a causa del pessimo stato nel quale versano le strade campane, scavate da solchi profondi e ricoperte d’uno spesso strato di polvere.
Il raduno di partenza è fissato a Chieti alta ma, per questioni di sicurezza, l’organizzazione stabilisce di neutralizzare la pericolosa discesa iniziale. Il via ufficiale è così dato presso la stazione ferroviaria, nel quartiere di Chieti Scalo. Sono le 6.40 dal mattino e dalcuni minuti tre corridori hanno saputo d’esser stati messi fuori classifica. Sono Vincenzo Granata, Guglielmo Lodesani e Andrea Provinciali, gli autori del primo tentativo di doping. Un doping “amministrativo”, definiamolo così, accaduto nella precedente tappa, quando i tre avevano percorso un tratto in treno, tra le stazioni di Ancona e Grottammare, alla quale erano scesi solo perché in quel comune era previsto il secondo punto di controllo. Per loro immensa sfortuna, però, erano stati notati da alcuni giudici che, non avendo incombenze direttamente relative allo sviluppo della tappa, si stavano velocemente trasferendo da Bologna a Chieti. Mentre Provinciali riprende il treno, stavolta per far rientro a Milano, gli altri due continuano la corsa poiché il regolamento dell’epoca consente ai ritirati, anche a quelli estromessi dalla giuria, di portare a termine il Giro, se lo avessero voluto.
A pochi chilometri dalla partenza si affronta un breve e facile strappetto su strade pesanti, antipasto di quello che si dovrà superare più avanti. Già basta per selezionare le retrovie e c’è chi medita di volgere la bicicletta e tornare a Chieti, chiudendo lì la sua corsa. Si rischia l’incidente quando il varesino Domenico Ferrari, nel tentativo di recuperare la pompa che gli scossoni avevano fatto volar via, scarta improvvisamente e quasi va a sbattere contro un muro.
Ai piedi dell’altopiano delle Cinquemiglia il gruppo di testa è composto di 30 corridori, che diventano 35 sulla salita a morbidi tornanti verso Rocca Pia. Tra i primi non sembra esserci grande selezione e questo permette al capoclassifica Luigi Ganna di recuperare dopo una foratura. Ci si stacca, ma si rientra con facilità. Dietro, invece, si fa molta fatica e in particolare la subisce il torinese Mario Pesce, secondo piazzato nella tappa d’apertura, che sviene nell’affrontare la salita verso Rionero. Nella successiva discesa si verifica anche un errore di percorso quando, all’altezza di un bivio non segnalato, alcuni corridori prendono la via sbagliata, una strada che fortunamente si ricongiunge poco più avanti con la strada “maestra”.
Il Macerone si rivela essere un monte cattivo, forse abitato da un dio terribile, che punisce chi osa sfidarlo, com’era capitato ai Giganti che avevano tentato la scalata all’Olimpo. Quasi nessuno riesce ad affrontarlo in sella, Ganna piange disperato perché la sfortuna gli ha riservato l’ennesima foratura (alla fine saranno quattro), Giovanni Cuniolo è messo ko: a Isernia, secondo posto di controllo, il piemontese è steso sopra un tavolo, mentre indica il piede destro. Il tendine è partito, il Giro è finito anche per lui.
All’uscita del tratto montano c’è un uomo solo al comando, il milanese Carlo Galetti. In un polveroso nuvolone lo inseguono il pavese Giovanni Rossignoli e, più staccati, un altro pavese, Clemente Canepari, e il romano Ottorino Celli.
Il tifo delle genti del sud è caloroso, quasi eccessivo. Per frenare gli entusiasmi del pubblico il direttore di corsa Armando Cougnet è, infatti, costretto a ricorrere a minacce verbali prima e fisiche poi, quando lo si vedrà scuotere una lunga frusta, attrezzo normalmente inserito nell’armamentario dell’organizzatore dell’epoca. Galetti è ancora in testa all’imbocco del vialone che dalla Reggia di Caserta porta verso Napoli; in fondo al lungo rettilineo non è più solo, poiché l’hanno nel frattempo raggiunto Rossignoli ed il compagno di squadra Canepari, mentre Celli non ce l’ha fatta.
Avvicinandosi alla città partenopea alla presenza umana si affianca quella canina. Le strade di Caivano e Casoria, in particolare, pullulano di ragazzi e cani che scorrazzano da tutte le parti. Miracolosamente non avvengono incidenti, mentre il fondo stradale migliora progressivamente.
L’arrivo è a Capodichino. A 300 metri dalla meta Rossignoli guadagna un breve margine di vantaggio, che mantiene fin sul traguardo nonostante l’estremo e disperato tentativo di Galetti, vincitore morale di questa frazione e nuovo capoclassifica.

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Mauro Facoltosi

16 MAGGIO 1909: SECONDA TAPPA, GANNA PASSA IN TESTA

maggio 23, 2020 by Redazione  
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Il racconto della seconda tappa del primo Giro s’apre con i ritiri eccellenti di Petit-Breton e Pavesi. La cronaca giornaliera è scarna d’episodi di rilievo. Si segnalano, comunque, il crescente entusiasmo popolare e le prime “furbizie” dei partecipanti, peccati che diverranno di dominio pubblico solo due giorni più tardi, quando il Giro affronterà per la prima volta le montagne. Il Giro, intanto, si presenta ai piedi degli Appennini con Ganna capoclassifica, “contentino” per la delusione di Chieti dove è battuto allo sprint da Cuniolo.

La seconda tappa si corre il 16 maggio, tre giorni dopo la prima frazione, sulla distanza di 378 Km. Si va da Bologna a Chieti percorrendo quasi costantemente la statale adriatica e transitando per Rimini, Ancona e Pescara. Fin qui il percorso è pressoché pianeggiante, poi inizia la dolce ascesa verso il traguardo che, dunque, rappresenta il primo arrivo in quota della corsa rosa.
I “girini” sono sottoposti ad un’altra levataccia poichè il raduno, fissato presso Porta Mazzini, viene aperto alle 2 e mezza della notte mentre la partenza ufficiale è prevista alle 4. Sono ripetute le operazioni di punzonatura, mentre i corridori arrivano alla spicciolata. Il pubblico comincia a riconoscerli ed osannarli, ma gli applausi sono quasi tutti per Gerbi, come sempre: la sfortuna accanitasi contro il corridore astigiano, ultimo della classifica generale, ha fatto aumentare l’amore per questo atleta.
All’appello dei partenti non risponde Petit-Breton, che se ne sta in un angolo col braccio al collo: il suo Giro finisce qua. Dopo nemmeno un chilometro, giusto il tempo del via ufficiale, si registra un altro ritiro eccellente quando, a causa del riaprirsi di una vecchia ferita di corsa, scende di sella il milanese Eberardo Pavesi – futuro direttore sportivo di Bartali – che fa ritorno a Bologna dopo esser montato sulla prima auto a disposizione, quella guidata dal lottatore triestino Giovanni Raicevich, campione del mondo in carica della specialità presente al Giro in qualità di “padrino” della corsa.
Il gruppo comincia a sgranarsi, nonostante la strada si presenti piuttosto ampia e pianeggiante. Il calore della Romagna abbraccia fin da subito il Giro d’Italia e lo testimonia l’accorrere in massa delle popolazioni locali a bordo strada per applaudire i pionieri del ciclismo. Le prime testimonianze d’affetto prendono anche una forma “solida”, quella di foglietti multicolori lanciati a mo’ di coriandoli al passaggio della carovana. Compaiono i primi striscioni e su uno di essi, innalzato in quel di Savignano sul Rubicone, si può leggere: “Alla GAZZETTA DELLO SPORT organizzatrice geniale del GIRO D’ITALIA – al Corriere della Sera, che incoraggiò l’ardita impresa con ricchi premi vada il modesto, ma entusiasta plauso della cittadinanza”.
Tutto questo è particolare fonte d’orgoglio per uno dei padri fondatori del Giro, Tullio Morgagni, che è originario di Forlì, dove è prevista la prima stazione di rifornimento. Rimini, invece, è la “location” del primo punto di controllo, dal quale si transita dopo esser entrati in città dal romano Arco d’Augusto. Lo strappetto della Siligata annuncia quindi il passaggio per Pesaro e un altro salutare bagno di folla.
Il gruppo che marcia compatto in testa alla corsa, alla volta di Ancona, è composto di 34 uomini. Lo guidano tre Giovanni piemontesi – Gerbi, Marchese e Cuniolo – mentre perde contatto per una caduta il lombardo Amleto Belloni, fratello maggiore del più celebre Gaetano (l’eterno secondo, vincitore del Giro nel 1920).
Ancona è anche il luogo dove è inscenato il primo tentativo di doping della storia del Giro. Un doping “atipico”, non vi è nessuna sostanza proibita in ballo, del quale vi racconteremo con maggiori dettagli nelle prossime puntate, rispettando fedelmente il succedersi e l’annunciarsi degli eventi.
Nel tratto pianeggiante che precede la tortuosa ma facile salita finale, lunga 6 Km, conducono la gara il lombardo Clemente Canepari e il sempre presente Gerbi, che dimostra d’aver superato i problemi accusati nella prima tappa.
L’ascesa della “Colonnetta” è affrontata con piglio vivace. Al passaggio dalla piazzetta della Madonna degli Angeli viene sparato un colpo di cannone per avvisare gli spettatori del sopraggiungere dei corridori. All’uscita dall’ultima curva il varesino Luigi Ganna e Cuniolo marciano con pochi metri di vantaggio sugli inseguitori. A 100 metri dall’arrivo, previsto in via Asinio Herio, attacca con decisione il corridore piemontese, che al passaggio per Pescara aveva subito un improvviso afflosciamento del tubolare. L’incidente era stato rimediato senza perdere tempo prezioso, poiché in quel momento il gruppo era stato fermato da un passaggio a livello abbassato, anche se alcune cronache dell’epoca raccontano che Cuniolo, non avendo avuto il tempo materiale di risistemare la pompa nell’apposito sostegno, abbia affrontato tutta la salita trattenendola tra i denti.
La volata è entusiasmante, Cuniolo vince per due lunghezze, Ganna si consola balzando in testa alla classifica mentre al terzo posto si piazza il francese Trousselier.
Poi il Giro si riposa in vista delle prime montagne.

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Mauro Facoltosi

13 MAGGIO 1909: PARTE IL GIRO, BENI PRIMO VINCITORE

maggio 22, 2020 by Redazione  
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Seconda puntata della storia del primo Giro d’Italia. Inevitabilmente è la giornata delle prime volte: la prima salita (facilissima), le prime forature, le prime cadute. Queste ultime costituiscono il principale argomento di discussione, poiché collocano subito fuori gara due dei protagonisti più attesi, Giovanni Gerbi e Petit-Breton. Complicate risultano le operazioni di compilazione del primo ordine d’arrivo, a causa della confusione che regna all’Ippodromo Zappoli di Bologna, sul quale si riversano un violento acquazzone e una fiumana inattesa di spettatori. E intanto il romano Dario Beni ha l’onore di iscrivere il suo nome nella storia dello sport italiano.

La prima frazione in assoluto del Giro scatta verso le 3 di notte di giovedì 13 maggio 1909. La prima tabella di marcia prevede 397 Km di gara tra Milano e Bologna. Non si segue la strada più diretta tra i due centri padani, la Via Emilia, ma si compie un ampio tragitto ad arco, che sale verso Bergamo, tocca Brescia, Verona, Vicenza e Padova per poi scendere verso Bologna, giungendovi attraverso Ferrara, una volta superato il Po mediante un traballante ponte di barche.
Già aleggia nell’aria un vago sentore di mito, ma bastano pochi colpi di pedale per riportare tutti alla cruda realtà della strada. Ad appena un chilometro e mezzo da Piazzale Loreto, luogo dello start ufficiale, s’innesca una caduta in perfetto stile “Coppa Cobram” di fantozziana memoria. Tutti finiscono per terra, in un capitombolo sul quale non è mai stata fatta luce appieno poiché, complice l’oscurità, non si è riusciti a stabilirne con certezza la causa: c’è chi parla di un bambino in mezzo alla strada, chi di un paletto non visto e centrato in pieno. Sicuro è che tutti si rialzano senza problemi, tranne uno: il più idolatrato dagli italiani, Giovanni Gerbi, è disarcionato dal suo mezzo meccanico, oramai inservibile. Per sua fortuna nei pressi si trova una concessionaria della Bianchi, dove gli ripareranno la bici dopo aver tirato giù dal letto il primo meccanico a disposizione. Rientrerà in corsa tre ore più tardi e potrà dirsi fortunato che in Italia non sia in vigore il regolamento del Tour, che obbliga lo stesso corridore a smartellare per riparare il danno.
Attraversata Monza ed il suo celebre parco, ancora legato al solo ricordo della Villa Reale (l’autodromo sarà realizzato a partire dal 1922), la strada cambia volto sotto le ruote dei girini, lasciando spazio ad un fondo piuttosto pesante. Il gruppo sembra non avvertire questo disagio e si lancia a tutta velocità in quel tortuoso e grattugiato budello, raggiungendo ben presto le ammiraglie di testa, mentre dietro qualcuno comincia a staccarsi. All’alba i primi corridori passano sull’Adda e puntano verso Bergamo, dove è collocato il primo punto di controllo. Sono i traguardi volanti dell’epoca: niente premi, niente striscioni ma solo due rozzi tavolacci, uno per il rifornimento, l’altro per apporre la firma nell’apposito casellario. Non esistendo “radio corsa”, per giuria e i giornalisti è la prima reale occasione per cominciare a raccogliere distacchi e notizie, che poi saranno telegrafate alla sede della Gazzetta e quindi esposte sulle vetrine della Lancia-Lyon Peugeot, in Piazza Castello. Per chi possiede un telefono, c’è la possibilità di informarsi “online” chiamando il numero 33.68.
Il gruppo di testa, forte di sei unità (tra questi, il futuro vincitore Luigi Ganna), transita da Bergamo alle 4.47, dopo aver percorso i primi 56 Km ad una media di 29.473 Km/h. I tempi, a dire il vero, contano poco: fino al 1913, infatti, le classifiche generali saranno stilate a punti, assegnando a ciascun corridore un numero corrispondente al piazzamento (dunque, un punto al vincitore, 2 al secondo, 3 al terzo e alla fine vince chi ne conquista di meno).
È il primo Giro e, di conseguenza, tutto accade per la prima volta. Andando verso Brescia, dove è in programma il secondo rifornimento, accade la prima foratura in assoluto: la vittima è il milanese Carlo Galetti, seguito poco più avanti dal francese Petit-Breton. Tocca poi alla prima salita, un dolce zampellotto in vista di Lonato che il gruppo supera senza problemi, allungandosi un po’ nell’affrontare la discesa verso le rive del Lago di Garda. Nel passaggio dalla Lombardia al Veneto avviene il primo episodio importante, la caduta che taglia fuori dai giochi il favoritissimo Petit-Breton. L’asso francese ruzzola contro una ringhiera a causa di un improvviso mancamento, che lo coglie nel momento nel quale ha levato una mano dal manubrio per addentare un pezzo di pollo; dopo esser rimasto privo di sensi per qualche minuto, rimonta prontamente in sella e fila a 35 all’ora in direzione di Padova, nonostante abbia riportato una lussazione alla spalla.
Passata Verona con 27 corridori in testa alla corsa, il tempo comincia a guastarsi, in particolar modo dopo il controllo di Padova, dove transita primo, impegnandosi in una piccola volata, il francese Louis Trousselier. Nel frattempo la media è calata, rimanendo comunque elevata per le operazioni di controllo, che si rivelano piuttosto caotiche.
Il corridore transalpino tenta altre volte, senza riuscirci, di sorprendere il gruppo di testa; nel frattempo sulla corsa cominciano a cadere le prime gocce di pioggia, preoccupando Cougnet e soci per l’oramai prossimo passaggio sul ponte di barche sul Po. Preoccupazioni che non smorzano l’entusiasmo per le confortanti notizie provenenti da Bologna: all’Ippodromo Zappoli, sede designata per l’arrivo della frazione inaugurale, si sta riversando una fiumana di gente, richiamata dai prezzi popolari proposti dai gestori dell’impianto e dall’ottimo battage pubblicitario, a suon di manifesti piazzati in ogni angolo della città.
Giove Pluvio decide di graziare gli organizzatori, almeno per il momento, ed il passaggio in direzione di Ferrara avviene senza problemi.
All’ultimo rifornimento, previsto a Cento (34 Km all’arrivo), il gruppo di testa è composto di 12 unità. Nel finale le condizioni meteorologiche peggiorano irrimediabilmente e scoppia un tipico temporale serotino estivo, fatto di acqua a catinelle, tuoni e fulmini. All’orizzonte la silhouette della Madonna di San Luca, lassù sui colli, compare e scompare tra il baluginare dei lampi.
Entrati nell’ippodromo, bisogna compiere un giro sulla pista in terra battuta prima di completare la tappa. Dopo oltre 14 ore di gara, volate ad una media di 28.090 Km/h, il romano Dario Beni precede allo sprint il torinese Mario Pesce e Galetti, consacrandosi così, alle 5 della sera del 13 maggio 1909, primo vincitore in assoluto di una tappa del Giro e primo capo della classifica. Stilare quest’ultima si rivela un’impresa improba, a causa della confusione che regna alla Zappoli. Colti di sorpresa dall’acquazzone i tifosi felsinei travalicano i cordoni collocati dagli organizzatori e corrono a ripararsi dove possibile, arrivando ad infilarsi anche sulla tribuna riservata ai giudici di gara. Da quella posizione, tra uno spintone e una gomitata, si riescono ad individuare correttamente solo i primi due piazzati. Va leggermente meglio a chi segue la corsa sulle vetture di testa, una posizione che si considerava scomoda e dalla quale si riescono a riconoscere a malapena altri due corridori. Per le restanti posizioni ci si deve arrabattare alla meno peggio, chiedendo ai vari atleti come si fossero piazzati, sempre se fossero in grado di ricordarselo, altrimenti si procede “a spanne”.
È l’unico neo di una giornata perfetta.

2 – continua

Mauro Facoltosi

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