A CIOLEK UNA SANREMO DA TREGENDA

marzo 17, 2013 by Redazione  
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Il tedesco della MTN-Qhubeka conquista a sorpresa la 104a Milano – Sanremo, funestata da pioggia e neve, al punto da indurre gli organizzatori a tagliare il Passo del Turchino e la salita delle Manie. Beffato negli ultimi metri Peter Sagan, perfetto fino allo sprint, lanciato invece con eccessivo anticipo. Completa il podio Fabian Cancellara, promotore, insieme a Luca Paolini, dell’azione che sul Poggio ha rintuzzato un pericoloso attacco di Chavanel e Stannard.

Foto copertina: Gerald Ciolek brucia Peter Sagan sul lungomare sanremese (foto Roberto Bettini)

E’ una delle edizioni più controverse che si ricordino quella che ha segnato il passaggio della Milano – Sanremo dal sabato alla domenica, scelta che forse nessuno immaginava potesse pesare tanto sullo sviluppo della gara. Si fosse corso ventiquattro ore prima, la Classicissima 2013 si sarebbe infatti disputata in condizioni meteo del tutto normali, sul tracciato previsto, e con un parterre di favoriti comprendente non meno di una ventina di nomi. Ad accogliere i corridori alla partenza, stamane, è stato invece un freddo ben poco primaverile, accompagnato da un misto di pioggia e neve che non lasciava presagire nulla di buono per il transito sul Passo del Turchino, abbondantemente imbiancato.
A dispetto del malcontento degli appassionati, ed in particolare di coloro che ricordano alcune epiche battaglie sotto la neve di alcuni decenni or sono (si pensi alla Liegi 1980, passata alla storia come Neige-Bastogne-Neige), e senza particolari lamentele da parte degli interpreti, gli organizzatori hanno così optato per una drastica soluzione: stop alla corsa ad Ovada, dopo 117 km di gara, e ripresa a Cogoleto, per percorrere ancora 126 km, con trasferimento in pullman e congelamento dei distacchi (gioco di parole non voluto) fra i battistrada e il gruppo. Una scelta tutto sommato comprensibile nell’ottica della salvaguardia della sicurezza dei corridori, pensando soprattutto all’eventuale discesa innevata; meno condivisibile invece il taglio della salita delle Manie, motivata come tentativo di venire incontro agli atleti, provati dal maltempo.
Per assistere al vero avvio della Milano – Sanremo si sono così dovute attendere le ore 15, allorché la giuria ha dato via libera a Maxim Belkov, Lars Yitting Bak, Matteo Montaguti, Diego Rosa, Filippo Fortin e Pablo Lastras, evasi dopo una decina di chilometri e giunti all’interruzione con 7’10’’ di margine sul plotone. Con il medesimo ritardo è ripartito dunque il gruppo, privo però di possibili protagonisti quali Nordhaug, Terpstra, Slagter e, soprattutto, Tom Boonen, che hanno preferito non ripartire. E mentre i colleghi riprendevano a pedalare, il quattro volte vincitore della Roubaix ha rilasciato dichiarazioni assai allarmanti, secondo le quali sarebbero ripartiti da Cogoleto anche atleti ritiratisi precedentemente, il cui abbandono non era però stato formalizzato.
Nell’attesa di verificare se troveranno riscontro le parole del belga, che getterebbero non poche ombre sulla trasparenza dell’organizzazione, non resta che raccontare quel che restava di una corsa quanto mai anomala, se non altro perché di fatto spezzata in due semi-tappe. Fortin perdeva contatto dagli altri fuggitivi a 76 km dal traguardo, mentre dava forfait anche il vincitore dell’edizione 2011, Matthew Goss. Nella zona dei Capi, a lasciare sono stati Thor Hushovd e, soprattutto, Vincenzo Nibali, estromesso da condizioni meteo non troppo dissimili da quelle che pochi giorni fa avevano favorito la splendida azione con cui aveva mandato gambe all’aria Froome e il Team Sky, ribaltando la Tirreno – Adriatico.
La fuga dei coraggiosi della prima ora si è esaurita a 31 km dal traguardo, poco prima che, all’imbocco della Cipressa, una caduta obbligasse a depennare anche Tyler Farrar dalla lista dei papabili vincitori. Proprio lì, come prevedibile, i big hanno cominciato a muoversi; non tanto sulla salita, animata da timidi allunghi di Roelandts, Chavanel e Bouet; quanto piuttosto nella successiva discesa, dove Gilbert ha chiamato in avanscoperta un drappello che non è però riuscito a trovare accordo. Fra i presenti, Chavanel, Stannard e Vorganov sono stati i più lesti ad approfittare della fase di stallo, allungando ulteriormente, e costruendo in breve un margine di 25’’ difeso fino all’imbocco del Poggio.
Il russo ha ceduto dopo poche pedalate all’insù, mentre Chavanel e Stannard, pur scattandosi reciprocamente in faccia più di una volta, hanno a lungo dato l’impressione di poter resistere fino a Sanremo. A sventare un arrivo della coppia hanno provveduto invece Moser, sotto il cui impulso sono stati riassorbiti Vorganov e il contrattaccante Iglinskiy, e soprattutto il duo Paolini – Cancellara, promotori in quest’ordine di accelerazioni cui hanno saputo replicare soltanto Pozzato, Sagan e Ciolek.
Con 7’’ di differenza tra i due gruppetti in cima all’ultima salita, a consentire il ricongiungimento sono state le doti di discesista dello slovacco, che ha riportato sotto i compagni d’avventura e fatto fuori Pozzato, incredibilmente incapace di chiudere i pochissimi metri che lo separavano da Paolini allo scollinamento.
Terminata la picchiata, è stato ancora il baby-fenomeno Cannondale il primo a provare l’allungo, imitato poco dopo da un disperato tentativo di Stannard, rintuzzato di nuovo dal favorito numero uno della vigilia. Al prezzo di quelli che, con il senno di poi, sono forse stati due fuori-giri di troppo, il 23enne di Zilina si è così ritrovato sul rettilineo d’arrivo esattamente dove voleva essere, con i pochi velocisti più quotati di lui ormai ben distanziati. Con la tavola apparecchiata per mettere le mani sulla prima classica monumento della carriera, Sagan ha invece gettato al vento un trionfo annunciato con un madornale errore di scelta di tempo: stuzzicato da un tentativo di volata lunga di Chavanel, Peter ha lanciato lo sprint a non meno di 250 metri dalla linea bianca, con a ruota Gerald Ciolek, di gran lunga il cliente più scomodo del drappello. La rimonta del tedesco è stata lenta, ma l’anticipo con cui lo slovacco aveva avviato la sua progressione ha lasciato al 26enne di Colonia tempo e spazio per completarla, sia pure poco prima del colpo di reni.
Terzo, parzialmente consolato per l’ennesimo piazzamento nella Classicissima dalla sconfitta del grande favorito, con il quale i rapporti non sono idilliaci, Fabian Cancellara, da cui nel finale ci si attendeva un ulteriore attacco, di fatto mai concretizzatosi. Chavanel, Paolini e Stannard hanno occupato le posizioni dalla quarta alla sesta, anticipando di pochi metri Taylor Phinney, autore di una mostruosa progressione nei chilometri finali, con la quale ha messo tutto solo 14’’ fra sé e il gruppo, regolato da Kristoff su Cavendish e Eisel.
Con sollievo, si può concludere che le condizioni a dir poco anomale non hanno impedito ai più forti fra i superstiti di arrivare a giocarsi la Sanremo, con pioggia e freddo a compensare l’eliminazione di due passaggi chiave della corsa e la riduzione del chilometraggio. Crediamo di poter affermare però che, con Turchino e Manie, avremmo assistito a qualcosa di diverso; e se pensare che in altri tempi la gara sarebbe stata disputata regolarmente non rende necessariamente sbagliato il taglio del primo, si intravede almeno nella soppressione della seconda ascesa un eccesso di cautela o di clemenza.

Matteo Novarini

GREENEDGE, L’INVINCIBILE ARMATA SBANCA ANCHE SANREMO

marzo 18, 2012 by Redazione  
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La caratteristica peculiare della corsa è, lo si sa, l’imprevedibilità e anche quest’anno abbiamo assistito ad una gara incertissima, piena di colpi di scena e ad alto tasso di spettacolarità. A vincere, per il secondo anno di fila, è un ciclista australiano che ha scelto la Parigi-Nizza come corsa di preparazione alla Classicissima, Gerrans, capace di battere nell’ordine un superlativo Fabian Cancellara e il nostro Vincenzo Nibali, recente vincitore della Tirreno-Adriatico.

Foto copertina: il podio della Milano – Sanremo 2012 (foto RCS Sport)

Simon Gerrans: chi sostiene che abbia vinto un carneade o che l’australiano abbia rubato la vittoria a Cancellara, afferma due stupidaggini e ora cercherò di spiegare il perché.
Punto primo: Gerrans è uno dei pochi corridori ad essersi aggiudicato almeno una tappa in tutti e tre i Grandi Giri, tra cui spiccano quella magnifica al Tour de France sulle Alpi, a Prato Nevoso, e quella ottenuta al Giro D’Italia sulle durissime rampe del San Luca, a Bologna; non è un campione tra i più blasonati ma è comunque un ciclista che è stato capace di ottenere un piazzamento nei primi dieci in tutte e tre le classiche delle Ardenne; quest’anno solo un pimpante Valverde si è dimostrato più veloce di lui su arrivi posti in cima a strappetti.
Punto secondo: l’australiano è stato il primo a rispondere all’allungo di Nibali sul Poggio ed è stato anche in grado di ricucire un buco creato da una trenata di Cancellara (non proprio una passeggiata!). La volata finale, vinta sull’elvetico con un esiguo margine di vantaggio, dimostra chiaramente che, se avesse dato anche un solo cambio allo scatenato corridore svizzero, avrebbe perso lo sprint finale perché si sarebbe trovato senza più energie. Quindi, bravo a Gerrans che ha saputo sfruttare al meglio le sue caratteristiche e ha letto con la giusta freddezza la particolare situazione creatasi in corsa. D’altronde, chi grida allo scandalo, alla vittoria “mutilata”, come giudicherebbe, per esempio, i trionfi di Freire? Voto: 9

Fabian Cancellara: lo stesso corridore del 2008 non avrebbe avuto difficoltà a staccare i suoi avversari. Nonostante le splendide vittorie all’Eroica e nella crono alla Tirreno-Adriatico, infatti, non mi sembra esplosivo e potente come quattro anni fa. In ogni caso si rende protagonista di una gara meravigliosa in cui ha dimostrato forza, coraggio e determinazione. In discesa è riuscito addirittura a mettere in difficoltà Nibali lungo un paio di curve e, benché non abbia ricevuto nemmeno un cambio, ha proseguito ostinato fino al traguardo e si è lanciato in una volata furiosa che, tuttavia, lo ha visto perdente seppur di poco. Anche se oggi non ha raggiunto il risultato pieno, il Treno di Berna ha ricordato a molti appassionati perché il ciclismo è lo sport più bello del mondo. Voto: 10

Vincenzo Nibali: vedere un corridore da corse a tappe lottare per la vittoria in una grande Classica, peraltro non adattissima ai suoi mezzi, fa sempre un gran piacere. In effetti, Nibali è stato il primo a menare le danze sul Poggio ma poi, nonostante sia sempre stato a ruota (nel ruolo di stopper per Sagan), non è riuscito a fare una volata come si deve. Voto: 7

Peter Sagan: giovanissimo, 22 anni, alla seconda partecipazione alla Sanremo conquista un ottimo quarto posto. L’impressione è che gli siano state tarpate le ali sul Poggio che, cioè, abbia dovuto rispettare degli ordini di scuderia impartitigli dal più vecchio e autoritario compagno di squadra, Nibali. Avrà certamente l’occasione di rifarsi. Voto: 7

Filippo Pozzato: rispetto alle ultime stagioni ci troviamo di fronte ad un corridore diverso. Molto più motivato e voglioso di vincere, nonostante abbia gareggiato con una clavicola operata da poco più di un mese è stato capace di rimanere col gruppo dei migliori, e di concludere al sesto posto, al termine di una Sanremo combattuta e “tirata”. Mi aspetto che ci regali una vittoria tra Fiandre e Roubaix. Voto: 7

Oscar Freire: ha corso nella solita maniera, sempre nella pancia del gruppo, al riparo dal vento ed attento a non sprecare la minima energia. Era alla ricerca del poker e, se non fosse stata per la generosità di Cancellara, non ci sarebbe andato molto lontano perché, quando al traguardo mancavano solo 500-600 m era già a ruota di Sagan, pronto a beffarlo. Si deve accontentare del settimo posto in quella che, con ogni probabilità, resterà la sua ultima partecipazione alla Classicissima. Voto: 5

Tom Boonen: ha fatto tirare la squadra per buona parte degli ultimi 80 km ma poi, proprio sul più bello, è venuto a mancare. Sul Poggio è apparso in sofferenza, secondo me perché, come ho già avuto modo di dire, corre troppo al vento e, in una gara di 300 km, è fondamentale sapersi muovere nel gruppo, saper limare per non ritrovarsi con le gambe vuote. Gli anni passano, sono già 32 per Boonen, e questa grande Classica sembra stregata per il fuoriclasse belga che addirittura non riesce a piazzarsi nelle prime dieci posizioni. Peccato. Voto: 4

Mark Cavendish: vedere il Campione del Mondo, dato in grande spolvero e favorito della corsa, salire sulle Manie ad un’andatura cicloturistica, è alquanto penoso. Scopriremo nei prossimi giorni quale problema gli ha impedito di essere competitivo. Voto: 2

Philippe Gilbert: la caduta patita al termine della salita della Cipressa è stata causata dalla sfortuna o da una disattenzione dovuta a stanchezza fisica? Quest’anno, infatti, il dominatore assoluto delle Classiche della scorsa stagione è in forte ritardo di condizione, non si sa se per scelta o meno. Resta il fatto che Gilbert ha interpretato questa Sanremo nettamente al di sotto delle sue potenzialità. Dato, però, che l’incidente lo ha messo fuori gioco prima del Poggio, dove non so cosa avrebbe potuto combinare, non mi sento di esprimere un giudizio sull’atleta. Il Giro delle Fiandre che si correrà fra 15 giorni servirà a dare una risposta alla domanda iniziale. Voto: S.V.

Alessandro Ballan: quest’anno, che corre per un team (la BMC) in cui sono presenti pochi soldati e troppi caporali, deve saper sfruttare al massimo ogni occasione per poter giocare le sue carte. Alla Sanremo, per esempio, dove non era presente Thor Hushovd e che ha visto la partecipazione di un Gilbert non al cento percento, doveva rappresentare, per l’atleta veneto, un’opportunità assolutamente da non sprecare. Invece, sebbene abbia messo alla frusta la squadra, sul Poggio è stato inesistente. E pensare che alla vigilia della corsa aveva dichiarato di sentirsi in piena forma e che proprio quella salita lo ha esaltato parecchie volte gli anni passati. Voto: 4

E. Boasson Hagen: assolutamente insufficiente la gara del norvegese che avrebbe dovuto sfruttare la defaillance del capitano designato per la corsa, Cavendish. Totalmente deficitaria anche la strategia adottata dal Team SKY (voto: 3) che, invece di sacrificare fior di gregari nel vano tentativo di far rientrare un Cavendish evidentemente fuori condizione, avrebbe dovuto preservare gli uomini per supportare al meglio il valente Boasson. Voto: 2

Matthew Goss: il vincitore uscente si rende protagonista di una gara opaca, in cui già dal Poggio è apparso in evidente difficoltà. Per fortuna, Gerrans, suo compagno di squadra, è riuscito a compensare con un bellissimo successo la giornata no del suo capitano. Voto: 4

Francesco Gandolfi

TUTTO COME UN ANNO FA: CANCELLARA DOMINA, L’AUSTRALIA VINCE

marzo 17, 2012 by Redazione  
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Il fuoriclasse elvetico risponde all’attacco di Nibali, ottimo terzo al traguardo, e Gerrans sul Poggio e tira praticamente da solo negli ultimi 6 km per poi venire beffato in volata dal 31enne di Melbourne, secondo canguro ad aggiudicarsi la Sanremo dopo il suo attuale compagno di squadra Goss nel 2011. A Sagan la volata dei battuti, subito fuori gioco Cavendish.

Foto copertina: il successo di Gerrans alla Milano – Sanremo (foto Bettini)

I 106 anni di storia e il percorso sulla carta non impegnativo ma proprio per questo di difficile interpretazione hanno fatto della Milano-Sanremo una corsa dal fascino misterioso con atleti veloci in volata come il campione del mondo Cavendish (Sky), Farrar (Garmin), Freire (Rabobank), Petacchi (Lampre), Greipel (Lotto-Belisol), Boonen (Omega-QuickStep) e il vincitore dell’edizione 2011 Goss (GreenEdge), altri in grado di fare la differenza con un’azione da finisseur come Gilbert (Bmc), Pozzato (Farnese) e Nibali (Liquigas) e altri ancora in grado di fare entrambe le cose come Cancellara (Radioshack), Boasson Hagen (Sky) e Sagan (Liquigas) senza contare gli innumerevoli altri nomi più o meno illustri candidati a un posto al sole in una corsa apertissima come poche altre.
Alla vigilia si temeva per le condizioni meteo e invece la gara si è disputata con un clima primaverile e solo un leggero vento contrario una volta approdati in Liguria con Cheng Ji (Project 1T4I), Suarez (Colombia-Coldeportes), Gruzdev (Astana), Pagani (CSF), Laengen (Team Type 1), Oroz (Euskaltel), De Negri (Farnese), Morkov (Saxo Bank) e Berdos (UtensilNord) che hanno vissuto la loro giornata di gloria andando in fuga dopo pochi km e guadagnando fino a 13′ sul plotone ridottisi a poco più di 4 sotto la spinta principalmente di Sky e Farnese all’imbocco della salita delle Manie, primo punto chiave del percorso posto al km 204 di gara. Sull’ascesa introdotta nel 2008 che aveva prodotto grandissima selezione un anno fa gli uomini della Liquigas si sono portati al comando con un’andatura in realtà non molto sostenuta ma sufficiente per mettere in difficoltà una cinquantina di atleti tra cui Farrar e soprattutto Cavendish, che in ogni caso era apparso poco brillante già alla Tirreno-Adriatico malgrado il successo di tappa in quel di Donoratico. a questo punto il ritmo si è improvvisamente alzato nei km successivi con Bmc, Katusha, Farnese e Omega-QuickStep a tirare a tutta per impedire il rientro del britannico sia dietro con gli uomini della Sky a supportare il loro leader che non è però più riuscito a rientrare: queste accelerazioni si sono fatte sentire nelle gambe dei corridori nel finale della corsa e ancor prima in quelle di Petacchi, indebolito da un’infezione intestinale che ne aveva messo in forse la partecipazione alla Sanremo, che ha alzato bandiera bianca sul Capo Berta.
Una volta ripresi i fuggitivi iniziali e tagliato fuori definitivamente Cavendish è seguita una lunga fase di attendismo proseguita sulla Cipressa affrontata a ritmo relativamente blando con ancora la Liquigas in testa e i soli Hoogerland (Vacansoleil) e Vila (Utensilnord) a tentare di andarsene venendo però immediatamente riassorbiti e si sarebbe arrivati senza colpo ferire all’imbocco Poggio se non fosse per la caduta che ha coinvolto direttamente Gilbert, che sembrava finalmente in buona giornata dopo un avvio di stagione in cui è stato la brutta copia dell’atleta dominante nel 2011, e indirettamente Di Luca (Acqua&Sapone) che è rimasto intruppato in un gruppo di una trentina di unità dicendo addio a ogni speranza di ben figurare.
Sulle prime rampe è stato ancora la Liquigas con Agnoli, successivamente raggiunto e superato da Madrazo (Movistar) a smuovere le acque in vista di un attacco di Nibali che puntualmente è avvenuto a 1 km dallo scollinamento: il recente vincitore della Tirreno-Adriatico si è alzato sui pedali con grande potenza e solo il campione australiano Gerrans (GreenEdge) è riuscito a prenderne immediatamente la ruota mentre Cancellara rimasto inizialmente sorpreso ha operato una progressione impressionante lasciando sul posto tutti gli altri, riportandosi sui primi due in cima al Poggio e prendendo il comando. Con il diretto di Berna a disegnare le curve in discesa e a mulinare i lunghi rapporti, senza ricevere nessun cambio dai compagni d’avventura se non uno brevissimo da Gerrans mentre Nibali si è mantenuto a ruota sperando nel rientro di Sagan, nei 3 km che separavano la fine della stessa dal traguardo di via Roma è apparso subito chiaro che i tre atleti di testa si sarebbero giocati il successo malgrado il grande impegno degli uomini della Katusha nel gruppetto degli inseguitori. Cancellara ha semplicemente tirato dritto fino agli ultimi 200 metri incurante dei due uomini che aveva a ruota ma nulla ha potuto allo sprint di fronte alla maggiore freschezza di Gerrans che ha portato a casa un successo insperato dopo la caduta che ne aveva condizionato il rendimento alla Parigi-Nizza e oltre a essere il secondo australiano di fila a vincere la Sanremo dopo il successo del suo attuale compagno di squadra Goss, che dal canto suo non è mai stato in corsa, può essere considerato il primo corridore con caratteristiche non da sprinter nè da passista veloce ad aggiudicarsi la Classicissima dopo Tchmil nel 1999, chiaro segnale di una corsa che alla lunga si è rivelata più impegnativa del previsto. Nibali non ha avuto chances e ha dovuto accontentarsi del terzo posto davanti a Sagan che ha regolato Degenkolb (Project1T4I), un ritrovato Pozzato, ultimo azzurro a imporsi nella Sanremo nel 2006, e Freire nella volata per il 4° posto, cui non hanno partecipato Van Avermaet (Bmc) e Boonen volati in terra senza conseguenze nell’ultima curva: con il senno del poi viene da pensare che se Nibali non fosse scattato sul Poggio e fosse rimasto al fianco di Sagan probabilmente lo slovacco avrebbe avuto maggiori chances. I corridori saranno ora attesi dalle sfide della campagna del Nord con la Gand-Wevelgem, il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix in rapida successione dal 25 marzo all’8 aprile.

Marco Salonna

SANREMO, CONTINUA IL DIGIUNO

marzo 20, 2011 by Redazione  
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Una delle più avvincenti Milano-Sanremo degli ultimi anni si conclude con la bella volata di Matthew Goss, nelle vesti di vice Cavendish. Deludono gli italiani, ancora a secco nelle grandi classiche dalla Freccia Vallone 2009. Solo la straordinaria prestazione di Scarponi e la convincente azione di Nibali sul Poggio riescono a risparmiare una figuraccia al ciclismo di casa nostra.
Ecco le pagelle de ilciclismo.it sull’edizione 2011 della “classicissima”

Foto copertina: la Sanremo vista da un tunnel ferroviario quasi anticipa il “cannocchiale” del nostro Francesco Gandolfi sui protagonisti dell’edizione 2011 della classicissima (foto Bettini)

Matthew Goss. Molto abile nel saper cogliere l’occasione che la sorte gli ha riservato. Con il suo capitano Cavendish fuori dai giochi, a causa della caduta che ha coinvolto Freire lungo la discesa delle Manie, l’australiano, superato indenne il Poggio, riesce a sfruttare i ‘battibecchi’ nel finale di corsa fra le primedonne e a battere tutti grazie ad uno sprint regale. Possiamo immaginare che, da oggi, i rapporti con Cavendish non saranno più gli stessi perché Goss reclamerà maggiori libertà in corsa (come già accaduto l’anno scorso con Greipel). Voto : 10

Fabian Cancellara. Una condotta di gara quasi anonima quella dello svizzero. Accenna un allungo nel finale, cercando di ripetere l’exploit del 2008, ma questa volta i suoi compagni di fuga lo marcano molto da vicino, non lasciandogli scampo. Si conferma formidabile discesista, ricucendo insieme a Nibali lo strappo da Van Avermaet (voto 9) lungo la discesa del Poggio. Nella volata finale riesce ad ottenere un ragguardevole secondo posto davanti a corridori più veloci di lui, segno questo di una condizione di forma eccellente. Voto : 8

Philippe Gilbert. Tutti si aspettavano un suo scatto sul Poggio ma, evidentemente, le gambe lo hanno tradito. Sul Poggio è suo il primo tentativo di ricucire lo strappo con il quartetto che si era avvantaggiato prima dell’imbocco della salita senza però riuscirci. Sul finale di gara prova ad anticipare la volata ma viene prontamente stoppato da Pozzato. Voto 7

Vincenzo Nibali. Nonostante le caratteristiche del percorso non gli si addicano, tenta di aggiudicarsi la corsa negli unici punti dove può far valere le sue doti. Porta la sua firma l’unico vero scatto sul Poggio e, terminato quest’ultimo con un leggero margine di vantaggio sul gruppo, prova a fare la differenza anche in discesa, disegnando le curve come solo lui sa fare. Voto : 8

Michele Scarponi. Uscito dalla Tirreno-Adriatico in grande condizione, recupera più di un minuto al gruppo di testa con una strepitosa azione solitaria sulla Cipressa. Rientrato nel gruppo principale, non riesce, dopo lo sforzo profuso lungo la salita di Costarainera, a scattare nuovamente sul Poggio. Tenta ancora di anticipare la volata negli ultimi 500 m ma inutilmente. Voto : 9

Filippo Pozzato. Spreca l’occasione di far sua, per la seconda volta in carriera, la Classicissima interpretando la gara in maniera a dir poco anonima. Spreme la squadra per tantissimi chilometri per poi non provare nemmeno un timido allungo e, cosa forse ancor più grave, non tenta neppure di lanciarsi nello sprint finale. L’unica nota positiva è stata l’attenta marcatura svolta nel finale nei confronti del rivale Gilbert. Voto : 5

Petacchi, Boonen. Entrambi hanno la fortuna di trovarsi nel gruppo che è uscito indenne dalla discesa delle Manie. Anche se il ritmo su Cipressa e Poggio non è elevato, non riescono a tenere le ruote del gruppetto che si giocherà il successo.
Voto : 4

Freire, Hushovd. I due corridori più attesi vengono messi fuori gioco dalle Manie. Lo spagnolo cade lungo la discesa mentre il campione del mondo addirittura prima dell’imbocco della salita. Entrambi tentano, grazie al supporto delle rispettive squadre, di organizzare l’inseguimento al gruppo di testa. Il tentativo di ricucire lo strappo sembra poter avere esito positivo ma la salita della Cipressa toglie loro ogni speranza. N.C.

Francesco Gandolfi

GOCCE DI GLORIA PER GOSS: RICOMINCIAMO DALLA “A” DI AUSTRALIA

marzo 19, 2011 by Redazione  
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La prima vittoria per un corridore australiano in una Sanremo selettiva come poche negli ultimi anni. L’unico velocista a sopravvivere fino alla fine, in un ristrettissimo gruppetto di otto atleti tra i quali – non a caso e a suo merito – è di gran lunga il più veloce. Decisive le cadute attorno alle Manie.

Foto copertina: soddisfazione sanremese per Matthew Harley Goss (foto Bettini)

La Pompeiana può aspettare. La Sanremo così com’è si dimostra una gara ancora in grado di regalare emozioni per ore ed ore, già a cento chilometri dall’arrivo, come poche altre competizioni nel ciclismo moderno. Il tempo magico della Sanremo, con il suo precipitare a spirale verso unità di tempo sempre più frammentate e decisive, riesce ancora ad avvolgerci in un incantesimo unico.

Il caso, si dirà. Il caso la fa da padrone, scombina i piani meglio intessuti, riscrive una storia già scritta. Ma il caso è il ciclismo, uno sport che nella sua versione “su strada” è aria e asfalto e cambiamento senza fine: specialmente in una corsa verso l’infinito, dal cuore profondo della pianura che non sa che cosa sia il mare alla salsedine che impregna le colline.
Così anche oggi il caso si concreta etimologicamente in caduta, e proprio mentre la tradizionale fuga del primo mattino – il campione giapponese Miyazawa a ricambiare l’omaggio che il mondo del ciclismo offre oggi al popolo nipponico, Sjimens, De Marchi, poi bravo a tenere duro in gruppo, Ignatiev, nel seguito utile al servizio di Pozzato – si trova col fiato corto sulle Manie, dietro l’altrettanto leggendario nervosismo della Sanremo miete vittime. Ci si accalca per trovare la collocazione migliore in vista di questa asperità, che raramente emette verdetti senza appello, ma che ben più spesso scrive con inchiostro simpatico la propria sentenza sui muscoli di chi deve recuperare: un inchiostro che ricompare spietato a siglare “fine” solo più tardi, sul Poggio, o perfino all’ultimo chilometro. Finisce per terra Hushovd, e più o meno la sua Sanremo finisce qui. Rientrerà, ma a giochi fatti.

Sulle rampe della salita è la Liquigas che come da programma impone un ritmo infernale, ulteriormente stuzzicato dalle stilettate di Grivko, Pozzovivo, Txurruka che improvvisano un’evasione di breve durata. Ma la ruota della sorte ha in programma un altro giro quando dalle Manie si scende: una spruzzata di pioggia, appena accennata (la più pericolosa come è ormai ritornello televisivo d’ordinanza), e Freire finisce a terra, quindi nel medesimo luogo abbandona ogni speranza anche Allan Davis. Ogni errore, alla Sanremo, è fatale. Il debito d’ossigeno in salita e ancor più nel successivo falsopiano, la tensione, i rivoli d’acqua che rigano qui e là la strada. Semplicemente la sfortuna? Quel tornante destrorso è la svolta di questa Sanremo.

Sì, perché il destino è solo per metà in mano alla sorte, l’altra metà spetta al nostro coraggio: e la Katusha e la BMC ne hanno da vendere. I quarantaquattro uomini rimasti a combattere in prima linea non si mettono “in fila per tre”, ma in fila per uno e sul filo dei sessanta all’ora. Pozzato e Ballan, scortato dall’ottimo Van Avermaet, capiscono che l’attimo è giunto, ed è questo. C’è la Liquigas, che esibisce ottimamente Nibali e Sagan. Anche l’Omega Pharma Lotto di Gilbert dopo qualche esitazione si mette all’opera: e l’esitazione è paradossalmente dettata dalla presenza di un Greipel, pedina potenzialmente vincente, ma anche colosso dai piedi d’argilla se la corsa si fa dura, come inevitabilmente deve essere se non si vuole consentire il ritorno della massa che insegue. Un pur piccolo aiuto viene offerto – anche col buon Malacarne – pure dalla Quickstep di Boonen: il belga non sta bene, e si vede, ma è un campione che non sa e non vuole opporre mai alcun diniego alla responsabilità. Sornione invece il team Leopard, che pure schiera entrambi i capitani Cancellara e Bennati accanto a due pezzi da novanta come Gerdemann e O’Grady.
Non mancano altri nomi di rilievo, come Boasson Hagen e Goss, tuttavia praticamente isolati, le due ruote veloci della Movistar, Rojas e Ventoso; e ancora Haussler che fa tantissima paura ma si scioglierà come neve al sole, forse avendo curato troppo, nella propria preparazione, proprio lo spunto veloce.
Per l’Italia, oltre ai già citati assi da gare in linea, è d’obbligo segnalare Petacchi e Modolo, meritevoli anche solo di esserci, l’uno per la salute traballante, l’altro per la comunque giovanissima età.

I nomi che invece mancano eccome sono nomi pesanti, pesantissimi: ad esempio Cavendish con Renshaw e Farrar, oltre ai già citati portatori dell’iride (attuale e triplice) franati al suolo.
Dietro ci si mette un po’ ad organizzarsi, anche perché prima di partire in quarta bisogna accertarsi di non stroncare gli stessi atleti che si vorrebbe riportare in prima fila. Cosicché davanti il vantaggio lievita fino a sorpassare abbondantemente i due minuti. L’inseguimento però prende piede, e viene condotto con grinta dalla Rabobank prima e più di tutti – anche se Freire sa che in questa gara non ci sono seconde opportunità –, poi anche dall’Androni per Ferrari, dalla Farnese per Gatto e Visconti (un Visconti che scalpita, ma qui non è mai arrivato nei primi trenta, e quest’anno non migliore le cose), a tratti dalla Garmin, parecchio invece dalla Saxo probabilmente per Haedo. Tira parecchio anche la Lampre, alla faccia di Petacchi: o meglio, perché Petacchi, come diremo, sente di stare soffrendo.

Progressivamente in effetti il distacco cala e cala e cala, ma là dietro si nota una certa inerzia da parte dell’HTC, evidentemente non così ansiosa di riportarsi sotto. Qualcuno in ammiraglia si deve essere accorto che l’uomo con il migliore assetto per una gara così impostata è già in prima linea, si chiama Goss, e nessuno potrà mai rimproverargli di non tirare un metro e anzi stare ben coperto e tranquillo nella pancia della strana, corposa fuga.
Anche perché, e questa è una chiave tattica cruciale della gara odierna, con ritmi così elevati, dettati da una dinamica di fuga/gruppo in cui sia la preda sia il cacciatore sono forti di moltissimi uomini, ed in cui entrambe le parti sono decise a dare l’anima per raggiungere l’obiettivo, ebbene in circostanze simili anche i Capi diventano bestie minute ma velenosissime, che mordono i polpacci e inoculano tossine. Per cui anche a riportare sotto i vari Cavendish & C. il rischio sarebbe stato quello di una sonora delusione.
La riprova è anche nella prima trincea, dove Petacchi, Boonen, Bennati, Boasson Hagen e Greipel sono accomunati non solo da una salute malcerta, ma anche dal fatto di vedere il contagiri del loro motore schizzare alla stelle a ripetizione già prima della Cipressa.

Alla Cipressa il distacco è suppergiù intorno al minuto. La gara è decisa. La frattura è incolmabile. La fuga da adesso si chiama “gruppo” e incomincia a giostrare per il trionfo, con gli allunghi di Ballan e Popovych ad esempio.
La frattura è incolmabile tranne che per un corridore.
Michele Scarponi, che deve amare molto questa precisa salita, si produce in una progressione sconvolgente, chiarendo così le intenzioni tattiche della propria formazione. Tutto questo non ha molto senso, sapendo che comunque non esiste uno scenario in cui Scarponi potrà poi vincere. Non ha senso, ma resterà nella storia della Sanremo per straordinarietà. Come abbiamo avuto modo di scrivere appena ieri a proposito di Cunego, in questa gara si può lasciare i tifosi straniti, a bocca aperta, anche finendo sesti.
Visconti prova a resistere, ma finisce per scollarsi di ruota. Quello di Scarponi non è uno scatto, ma un’accelerazione infinita. Duque, disperso dal gruppo di testa, riesce ad esempio ad accordarsi, ma per pochi istanti. In solitaria, Scarponi sale a soli quindici secondi dal record assoluto della salita, e divora 45” agli uomini di testa.
Non è finita, perché il marchigiano si è tenuto qualcosa per non mollare in discesa e sul piano.

Metà dell’esito dipende dal coraggio da leone e dall’astuzia da volpe dell’uomo, l’altra metà è nelle mani della sorte.
La sorte aiuta Scarponi. Il gruppo – ormai è ufficiale che tale sia la quarantina scarsa di sopravvissuti – si studia, rallenta. Così entra Scarponi, mentre davanti scappa qualcun altro. Se ne vanno in quattro, sulla scia di una bella azione concertata di marca FdJ, con Chainel che allunga per favorire l’evasione di Offredo che salta sulla ruota degli accorrenti O’Grady e Van Avermaet. Bei nomi, e dietro si lascia fare. Non c’è più paura di rientri alle spalle, ma la corsa di rischia di scappare sul lato opposto, perché il distacco in poco tempo oltrepassa i 30”, una bella dote da gestire sul Poggio. Gilbert sacrifica Greipel, onorevolissimo gregario d’eccezione che “salva” la gara con una trenata paurosa fino all’imbocco del Poggio: senza questa mossa oggi avrebbe vinto uno di quei quattro.
Quel che è peggio per gli inseguitori è la struttura tattica assunta dalla gara: Ballan e Cancellara hanno un uomo davanti, quindi non solo non si muoveranno per primi, ma oltretutto costituiscono una pesante minaccia per chi volesse condurre un recupero, condannato a trovarsi quei due come zavorra – e che zavorra – pronti a rilanciare e salutare appena l’avversario contrattaccante cedesse appena. Ma non solo: Scarponi e Nibali hanno un “velocista” da salvaguardare, ma né Petacchi né Sagan stanno bene, non paiono in grado di poter reggere accelerazioni veementi. Stessa cosa per i compagni di Boonen, che non han motivo di stroncare il proprio capitano. Pozzato ha esaurito i suoi uomini prima, Gilbert ha giocato con Greipel l’estrema cartuccia.
Offredo e Greg Van Avermaet sono assai in palla, il secondo in particolare se ne va alla grande, rilancia come un assatanato. Proprio lui, la ruota veloce, fa una mossa “alla Ballan”, lascia lì il resto del quartetto. E col passare dei minuti tutto lascia credere che potrà andare a vincere in solitaria.

Il giro di vite, l’ennesimo rivolgimento della sorte, viene innescato però da Nibali. Il siciliano scatena un crescendo strepitoso, il gruppo esplode. Gilbert prova a reagire ma non ce la fa. O meglio, ha innestato un “limitatore di velocità” perché non può evitare di pensare alla volata. Nibali invece ha in mente che per farcela deve fare tutto da solo, qui e in discesa. I fuggitivi sono divorati uno dopo l’altro, Van Avermaet scollina con meno di 10”.
Dietro però si è svegliata la Movistar, che solo ora, inspiegabilmente, ha attivato Lastras per consentire il rientro delle proprie “mezze punte” Ventoso e Rojas: destinati poi a piazzarsi “primo” e “quarto”, con in mezzo Petacchi e Bennati, in quella che sarà la volata di gruppo (quindici atleti!); peccato che ci sia una “decina” di troppo a retrocederli nell’ordine d’arrivo, si lotta per le posizioni dalla undici in giù.
In discesa e in pianura è un susseguirsi di accelerazioni. Su Nibali si riportano altri sei atleti, sancendo chi siano oggi i Magnifici Sette con gambe da vendere – a cui aggiungere i tre fuggitivi del dopo Cipressa, Offredo, O’Grady e Van Avermaet per avere la top ten –.
Dicevamo, si riportano sul povero Greg: Goss, Cancellara, Gilbert, Ballan, Pozzato, Scarponi, Nibali. Questo è anche l’ordine con cui taglieranno il traguardo, anche se non sarà un ordine scontato. Nessuno di loro è disposto a rinunciare a una briciola delle proprie speranze di vittoria. Ci provano tutti, ma nessuno è disposto a lasciare spazio ai tentativi altrui. Goss stoppa Cancellara. Pozzato stoppa Gilbert. Perfino Scarponi e Nibali provano a inventarsi, con ben poche chance, finisseur. Gli ultimi due km sono fuochi d’artificio continui.

Poi l’arrivo, col vincitore più “scontato”.
Un velocista, “come sempre alla Sanremo”.
Ma se dobbiamo misurare questo velocista, il meno titolato finora di quel lotto, dal gruppetto che ha regolato, un brivido ci percorre la schiena.
Due dei migliori attuali interpreti italiani per le gare in linea, tra cui un campione del mondo. Due dei migliori attuali interpreti di corse a tappe, che illuminano di classe la meno “adatta” delle gare in linea. I due attuali capifila delle gare in linea “dure”, rispettivamente delle pietre e delle côte: probabilmente due atleti che già fin da oggi hanno prenotato un biglietto per accomodarsi a fine carriera tra i grandi di tutti i tempi.
Il resto del mondo è dietro.
Tra loro, davanti a loro, un velocista.
Perché la Sanremo alla fine la vince sempre un velocista… ma quando la vince così, dobbiamo ammettere che non ci dispiace proprio per niente.

Gabriele Bugada.

VOGLIAMO LA POMPEIANA IN CAMPO!

marzo 25, 2010 by Redazione  
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La Milano – Sanremo lancia da diversi anni gridi d’allarme che gli organizzatori non hanno ancora colto. Il tracciato della “classicissima” non riesce più a reggere l’onda d’urto delle grandi velocità e, se non si interverrà, una delle corse più cariche di storia del calendario italiano diventerà una gara sempre meno amata dai grandi campioni, che preferiscono altri lidi più consoni ai loro mezzi. Bisogna ridonarle i fasti degli anni d’oro, quando sul traguardo di Via Roma furoreggiavano i grandi assi del pedale. Bisogna insaporire il finale e la Pompeiana potrebbe essere l’ingrediente giusto.

Foto copertina: l’altimetria ufficiale dell’ultima Milano – Sanremo (www.gazzetta.it)

Più tenaci di un picchio, più persistenti di Biscardi nel reclamare la moviola in campo, siamo ancora qui, come abbiamo già fatto in passato, a implorare il salvataggio della Milano – Sanremo.
Dopo l’infelice conclusione dell’ultima edizione della “corsa dei fiori”, che ancora una volta ha visto l’epilogo allo sprint, urge ancor più evidente la necessità salvare il prestigio della classicissima che, dati alla mano, si sta sclassicizzando sempre di più.
Che non sia più la Sanremo di una volta è evidente e basta semplicemente lasciar scorrere l’albo d’oro, sul quale s’evidenza una progressiva scomparsa dei nomi dei grandi campioni, scalzati da quelli dei velocisti (con tutto rispetto per le ruote veloci del gruppo).
Nei primi 50 anni di vita alla Sanremo le vittorie di sprinter erano eventi del tutto eccezionali, nonostante il tracciato non proposse nessuna difficoltà altimetrica dopo gli storici capi Mele, Cervo e Berta, in un’epoca, quella del ciclismo eroico, nel quale contribuivano alla selezione anche i pessimi stati dei fondi stradali. È proprio in quel periodo che si registrò un’impresa oggi impossibile e insuperabile, quella messa in atto sul Turchino da Fausto Coppi nella Sanremo del 1946, la prima disputata dopo due anni di stop forzato per il secondo conflitto mondiale. Il dopoguerra e la conseguente politica di ricostruzione arrecheranno benefici ovunque ma non alla Sanremo, dove la sistemazione dei principali assi viari italiani, e tra questi c’era e c’è ancora l’Aurelia, si portò via gli sterrati e le buche che costituivano uno dei principali ostacoli di gara.
Le conseguenze non tardarono a farsi avvertire poiché, una volta ultimati i lavori di asfaltatura, le volate diventarono sempre più frequenti sul traguardo di Via Roma. Non accadde subito ma a metà degli anni ’50 quando, nel volgere di breve tempo, si passò dagli altisonanti successi di Coppi e Bartali, dalla doppietta di Petrucci e dal successo di Bobet a tre arrivi allo sprint consecutivi: i due successi di Poblet, con la vittoria di Van Looy a far da spartiacque, fecero capire a Vincenzo Torriani che qualcosa andava cambiato. Continuando con quell’andazzo, la Sanremo sarebbe diventata una gara per velocisti, poco appetibile alle grandi firme del ciclismo, che avrebbero preferito concentrare i loro sforzi sulle classiche del nord anziché pedalare per 281 Km – questa la distanza della Sanremo “liscia” – e rischiare si sfasciarsi in volata, perché era una distanza che stava diventando meno abituale e in quelle condizioni – percorso facile, tanti all’arrivo – molti correvano il rischio di presentarsi in Via Roma con più stanchezza di corpo e minor lucidità di testa rispetto alla partenza meneghina.
Per scongiurare sia il pericolo delle cadute, sia una “perdita di tono” della classicissima, il mitico patron del Giro tirò fuori dal cilindro il Poggio, ascesa che ottenne l’effetto desiderato. Per una ventina d’anni l’onore della Sanremo fu salvato ed è grazie alla felice intuizione di Torriani che sulle strade liguri si vissero grandi pagine di sport, come i sette successi di Merckx (record tuttora imbattuto), le vittorie di scalatori del calibro di Gimondi e Poulidor, l’interruzione dell’egemonia straniera – che perdurava da 16 anni – per merito di Dancelli.
Le volate tornarono a mostrarsi più affollate verso la fine degli anni ’70 – il gruppo si era pian piano assuefatto al Poggio – ma riuscirono comunque a spuntarla atleti di spessore come Raas e De Vlaeminck. Torriani aveva imparato la lezione e così bastò la vittoria di Gavazzi (1980), uno dei velocisti più celebri dell’epoca, a suggerigli l’inserimento di una nuova asperità. Arrivò così la Cipressa, ascesa più dura del Poggio, non solo nel verso della salita (ne sa qualcosa Raas che, nel 1983, planando su Torre Aregai andò dritto in un tornante e finì nella scarpata) e anche stavolta lo spettro della volata fu esorcizzato. Tempo una quindicina d’anni e il gruppo ha imparato a domesticare anche questo nemico, tornando a consegnare la corsa nelle mani dei velocisti. Che tuttora la detengono saldamente perché i successori di Torriani, Castellano prima e Zomegnan poi, non hanno più avuto il coraggio d’osare.
È una corsa facile, si dice, è sarebbe un errore indurire il finale. E no! È vero il contrario, perché se era una corsa facile col cavolo che avrebbero potuto esprimere le loro potenzialità i vari Girardengo, Coppi, Bartali, Merckx e compagnia. Col cavolo che Torriani, ben conscio dell’eredità che gli era stata tramandata da Cougnet, sarebbe volutamente andato alla caccia di nuove occasioni per riquelibrare il percorso.
Gli attuali organizzatori, invece, hanno finito per far propria la diceria moderna e per comportarsi con i corridori come certi genitori troppo accondiscendenti. “Mamma voglio questo!” “Eccolo!”, “Papà voglio quest’altro!” “Tieni!”. Così si è educati i corridori e ci si educati a una corsa che “deve” essere facile, “deve” essere aperta ai velocisti. Ma perché non si prova a fare un piccolo esperimento mnemonico, provare a immaginarsi una Sanremo degli anni d’oro affrontata sul percorso d’oggi? Ci troveremo di fronte un palmares assai scarno di nomi illustri, con questi ultimi schierati ai nastri di partenza solo per far presenza e far parlare i giornali e scarse probabilità di vittoria, un po’ come accade con i grandi big che vengono a scaldare la sella sulle strade della Liguria.
MA QUESTA NON E’ LA MILANO – SANREMO!
È solo una delle corse più antiche del calendario che d’illustre ha solo il nome delle località che congiunge e che col tempo è destinata a sparire, com’è successo con classiche che erano ritenute prestigiose come la Milano – Torino e la Bordeaux-Parigi.
Bisogna saper osare perché inserendo una nuova difficoltà non si tradisce la corsa e la sua storia che, come abbiamo visto, in 103 anni, ha contemplato in diverse occasioni la scelta di una nuova rotta. Altrimenti si rischia di tradire la tradizione della classicissima e il ciclismo stesso, defraundandolo di una corsa che sta sempre più lentamente perdendo quel pathos che ne ha sempre permeato le battute finali. Se gli organizzatori non se la sentiranno, allora tanto vale attuare una drastica soluzione e trasferire la partenza lontano da Milano (a Pavia, Novi Ligure o addirittura ad Arenzano), gareggiando su una distanza che sicuramente farà contenti molti corridori e l’UCI stessa, che nelle ultime stagioni ha ridotto la lunghezza di diverse competizioni.
MA QUESTA NON E’ LA MILANO – SANREMO!
Allora salviamo questa classica, con la Pompeiana o con quale altro ingrediente! Basta con questo immobilismo!
Perché la Milano – Sanremo torni a essere la Milano – Sanremo.

Mauro Facoltosi

FOTOGALLERY
Abbiamo effettuato anche noi un piccolo esperimento , andando a ridisegnare il finale della Sanremo, che vi proponiamo nella versione classica e in quella “pompeiana”. I grafici sono stati realizzati con lo speciale programma online http://tracks4bikers.com, che opera mediante rilievi altimetrici satellitari e l’esame comparato con le carte stradali di Google Maps.

Il classico finale della Sanremo con i tre capi, Cipressa, Poggio e nuovo traguardo

Il classico finale della Sanremo con i tre capi, Cipressa, Poggio e nuovo traguardo

Con la Pompeiana sarebbe così

Con la Pompeiana sarebbe così

Il grafico relativo al nuovo tratto

Il grafico relativo al nuovo tratto

LE PAGELLE DELLA CLASSICISSIMA: MODOLO IL MIGLIORE DOPO FREIRE

marzo 22, 2010 by Redazione  
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A spuntarla, per la terza volta in carriera, è stato l’iberico Oscar Freire Gomez che, sul lungomare Italo Calvino, ha regolato in volata un gruppetto composto da una trentina di unità. Piazzati, nell’ordine, Boonen e Petacchi. Ma tra i due quotati litiganti per il piazzamento la figura migliore l’ha fatta un giovane, il neoprofessionista Sacha Modolo, autore di quarto piazzamento che ha del prodigioso: sentiremo ancora parlare di lui.

Foto copertina: Sacha Modolo in azione nella 101a edizione della Milano – Sanremo (foto Bettini)

OSCAR FREIRE GOMEZ. Campione di scaltrezza ma anche di umiltà. Conosce alla perfezione i propri mezzi e, grazie a questa consapevolezza di sé, lo spagnolo riesce a sfruttare a proprio vantaggio le varie situazioni che si sviluppano durante la corsa. Bravissimo “limatore”, non lo si nota mai nelle prime posizioni, a differenza dei suoi avversari più quotati, salvo poi palesarsi tra i primi negli ultimi mille metri di gara. Le numerose curve presenti sul lungomare Italo Calvino non favoriscono, inoltre, quelle volate lanciate tanto care ai velocisti più potenti. Freire non fa parte di quest’ultima categoria e ha, conseguentemente, potuto impostare uno sprint, quello a lui più congeniale, basato maggiormente su accelerazioni repentine che non su progressioni maestose. VOTO: 10

TOM BOONEN. Il dominatore delle classiche fiamminghe degli ultimi anni non sembra trovare il giusto feeling con la Classicissima. Eppure la pioggia che si è abbattuta sui corridori nelle prime fasi della gara avrebbe dovuto favorire gli uomini del Nord, quelli come Boonen. Sempre nelle prime posizioni sui Capi, già sulla Cipressa appare affaticato e, infatti, alleggerisce il rapporto per salvare la gamba in vista degli ultimi chilometri. Sul Poggio paga lo scatto, per quanto timido, di Gilbert e nel finale non riesce, quindi, a sprintare con la potenza necessaria per trionfare. VOTO: 8


ALESSANDRO PETACCHI.
Il velocista spezzino pedala vigorosamente su tutte le asperità del percorso (forse come mai nella sua carriera), sul Poggio resiste stoicamente a Gilbert e Pozzato scollinando nelle primissime posizioni. Nel finale non è supportato dalla squadra e coglie un terzo posto che gli lascia l’amaro in bocca. Deve, invece, essere soddisfatto della sua prestazione perchè non sono tanti i velocisti, e i ciclisti in generale, che possono vantare un terzo posto alla Sanremo a trentasei anni suonati. Bisogna, poi, ricordare che Petacchi non ha mai amato, a differenza di Freire, i finali troppo insidiosi. VOTO: 8

SACHA MODOLO. Il neoprofessionista della Colnago corre alla Freire, sempre nascosto. Imposta una volata da una posizione arretrata ma, grazie a una rimonta sublime, agguanta un quarto posto che ha dell’incredibile. Ne sentiremo ancora parlare. VOTO: 9

FILIPPO POZZATO. Il campione italiano mette alla frusta la squadra sin dalle Manie, corre con autorevolezza, ma al vento, tutta la corsa. Quando Gilbert scatta sul Poggio Pippo lo passa con facilità, tuttavia non intuisce che quello è il momento buono e non dà continuità all’azione. Ci prova anche dopo la discesa ma una corsa interpretata troppo dispendiosamente, non gli permette di resistere più di cinquecento metri al rientro del gruppetto inseguitore. Con una condizione del genere, non sarebbe stato meglio giocarsi le proprie carte in volata? VOTO: 7


DANIELE BENNATI.
Non ci siamo. L’aretino gestisce male se stesso e la squadra. Incomprensibili i tentativi di Nibali, Kreuziger e Pellizotti che non fanno altro che appesantire le gambe già affaticate del capitano. Sul Poggio, Daniele si salva col rapportino e, anche se pilotato da un ottimo Oss, in volata s’incurva, sbuffa e non riesce a mulinare come dovrebbe. Se vorrà trionfare, in futuro, dovrà cambiare più mentalità che preparazione. VOTO: 5,5


FRANCESCO GINANNI
. Molto attivo, il giovane toscano, specialmente in discesa. Corre con intelligenza e, al momento opportuno, sa prendersi dei rischi come ci aveva già abituato, in passato, Mirko Celestino. In effetti, come caratteristiche, ricorda molto il ligure che adesso si dedica alla mountain bike. In futuro farà sua la corsa: ci è già andato molto vicino. VOTO: 7,5

STEFANO GARZELLI. Il recente vincitore della Corsa dei Due Mari corre tutta la Classicissima in funzione del compagno di squadra Paolini. Encomiabile il lavoro del varesino che sul Poggio traina il gruppo con grinta e caparbietà. Purtroppo, le trenate di Stefano stancano sia i velocisti sia Paolini, che taglia il traguardo nell’anonimato. Peccato. VOTO: 7

FABIAN CANCELLARA. Abbiamo ancora negli occhi la sparata che ha permesso all’elvetico di vincere l’edizione 2008. Anche quest’anno appare tirato ma la condizione, evidentemente, non c’è. VOTO: 4


MARK CAVENDISH
. Quest’anno non ha finto, alla Tirreno, di staccarsi in salita. La gamba non gira davvero e già le Manie lo escludono dal lotto dei possibili vincitori. Si rifarà. VOTO: 4

Francesco Gandolfi

PIOMBO ROVENTE: FACCE DA NORD PER IL MONDIALE DI PRIMAVERA

marzo 20, 2010 by Redazione  
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Tripla Sanremo per il triplo campione mondiale: Freire lavora di lima ed è il più brillante e bruciante in fondo a una gara tirata, col gruppo stiracchiato e spezzato ma infine ricomposto per una volata quasi ristretta. Smorfie infangate, vento in faccia, trionfa il più forte.

Foto copertina: il tris di Freire alla classicissima (foto Bettini)

Gara bagnata, anche se non inzuppata come previsto: la primavera di Sanremo sembra belga, dalla nebbia del Turchino sbucano tre attaccanti: Caccia per la ISD che intuisce di non potersi fidare di Visconti, squagliato nel finale; Piemontesi per la Androni che cerca la gara dura; Ratti per una Carmiooro che cerca qui – come può – di giustificare la propria presenza in corsa. Vantaggio massimo di venti minuti, e nessuna speranza, ma tanto basta per un avvio veloce e cattivo nel quale Freire racconterà di aver intravisto le premesse del proprio successo.
Giù dal Turchino l’Acqua & Sapone pesta sull’acceleratore coadiuvata dalla Katusha, chiarendo subito che non sarà una giornata amena e amica allo sbocciare di giovani virgulti come fu l’anno scorso. Il gruppo si spacca in due tronconi, e dietro resta subito Cavendish, appesantito, con un Cunego abbastanza provato. Cade Fischer, ed è una pessima notizia per la Garmin che con un Farrar smarrito svanisce completamente dalla competizione. Sulle Mànie la Katusha lavora di prepotenza con Ivanov e Kolobnev, i velocisti più quotati reggono bene, premurandosi di presidiare le prime posizioni (Petacchi, Boonen, Bennati) ma le tossine si accumulano. In fondo alle Mànie, però, la collaborazione resta troppa ridotta, l’Acqua & Sapone ha il solo Failli da giocare e Pozzato ordina di ammainare le vele: il gruppo si ricompone, e ha spazio una nuova azione interlocutoria pressoché esclusivamente televisiva nei propri fini in attesa della Cipressa, dentro la quale segnaliamo Bouet (Ag2R) che la inizia, Grabovsky (ISD) che la protrae più a lungo, e Monfort (HTC) come nome “di spicco”, se così lo possiamo ancora definire. Mori e Mazzanti bravissimi stopper per Lampre e Katusha.
La stanchezza pesa, sfianca e viene a galla lungo la Cipressa su visi straniti, sporchi, tesi, l’Androni alza il ritmo con uno scalpitante Ginanni, la Liquigas fa rullare a tutto ritmo Kreuziger; in fondo alla discesa, disegnata tutta camminando sulle corde da Ginanni, il gruppo sembra rompersi ma si opta invece per il ricompattamento: Offredo della FdJ riempie la casella obbligatoria dell’attaccante alla cieca, mentre dietro si va a pieni giri in un peloton che arriva a stento alle quaranta unità.
Le energie sono quindi al lumicino non solo nei serbatoi dei singoli, ma anche in quelli delle squadre, decimate. Il Poggio è macinato da un encomiabile Garzelli, in un estremo tentativo della A&S che però non finalizzerà con un Paolini non in vena. Si fan vedere davanti anche Gilbert e Pozzato, inevitabilmente, ma il vento fortissimo è andato ad aggiungersi al cocktail da Fiandre di questa giornataccia: la dimostrazione più evidente ne è il tentativo di Rogers, letteralmente schiantatosi contro una muraglia di aria che lo schiaffeggia e lo inchioda. Impressionante, letteralmente impressionante, un Petacchi che non sente la catena e non molla mai le prime quattro posizioni del gruppo allineato e in apnea. Giù dal Poggio è Nibali che prova le proprie doti da discesista, in compagnia del solito Ginanni e di Hushovd.
Si arriva all’ultimo paio di chilometri, l’adrenalina è alle stelle e Nibali allunga ancora, Pozzato lo aggancia e lo salta, ma la muta sparuta di mastini inseguitori non molla. Il finale è all’insegna di un monumentale Oss, che col suo fisico statuario rompe il vento per tutti i sopravvissuti trascinando coi denti Bennati fino agli ultimi duecento metri. Bennati però, nonostante l’impresa del compagno, è decisamente troppo avanti: una volata così interminabile sarebbe anche nelle sue corde, ma non certo dopo una gara così che lo aveva visto al gancio già lungo il Poggio.
Alla ruota di Bennati è comparso Freire. Senza squadra, mai in vista per tutta la gara: è vero, con tre vittorie in questo avvio di stagione, ma parse arrivare così, quasi per caso; tant’è che la stampa specializzata non lo metteva nemmeno sul podio dei favoriti. Ma questo è Freire, questa è da sempre la sua storia. Un assassino da delitto perfetto, l’ennesimo capolavoro del 34enne che si conferma uno dei pochi grandi veri campioni dell’ultimo decennio: per lui una Sanremo ogni tre anni. Freire vince praticamente per distacco, con uno scatto al fosforo che incenerisce Boonen, il quale peraltro era perfettamente piazzato alla sua ruota ed era parso pimpante e a proprio agio su ogni salita. Petacchi è buon terzo, quarto il vispo e giovanissimo Modolo, l’unica baby-face in un ordine d’arrivo per gente ruvida “da barba incolta”. Bennati scivola al numero cinque, seguito da Hushovd e Ginanni.
Bella Sanremo, grigia come il piombo nei cromatismi climatici ma arroventata da un’alta tensione costante: la vince un fenomenale proiettile arancione. Bene Petacchi, forse tradito dalle proprie ottime sensazioni: stare in terza o quarta posizione quando il vento è contrario comunque logora. Bene Boonen, gara perfetta, ma la Sanremo assume per il belga sempre più il connotato di “classica maledetta”. Eccellente Modolo; grande protagonista l’arrembante Ginanni, forse non abbastanza supportato da Scarponi e dalla squadra in generale: chissà se non avrebbe potuto raccogliere di più con un’azione singola al 110%. La Liquigas come spesso le accade fa e disfa, presente, attiva, competitiva, ma le tante idee sono confuse… con Nibali che a posteriori sarebbe stato meglio impiegato come vagone supplementare del treno: il messinese sta sbagliando spesso i tempi, e se non mette a punto il proprio “orologio interiore” di gara rischia, mancando di spunto veloce, di vedersi limitato nelle corse in linea (l’attiva partecipazione alle quali è di per sé titolo di merito per un atleta da GT). Pozzato forse l’uomo più in gamba oggi, la sua formazione l’ha appoggiato più che degnamente, ma lui pure ha forse pagato il medesimo dazio che Petacchi: in queste condizioni l’essere sempre in prima linea comporta dei costi che quando si sta bene non si avvertono… fino a che non sia troppo tardi. Comunque il vicentino è stato punito oltremisura, soprattutto a causa dell’impossibilità di agire sul Poggio a causa del vento. Buona prestazione collettiva dell’A&S, smussata dalla giornata no di Paolini. Delude Gasparotto per l’Astana, si conferma sveglio e attento Iglinsky. Disperso Boasson Hagen, solo Flecha ammicca qua e là per un impalpabile Sky (in volata lo spagnolo fa perfino involontariamente “il buco” a danno di Petacchi), Garmin a zero, Columbia a zero virgola uno con Cavendish che c’è giusto per onor di firma – e qualcosa è – più un volenteroso (ma solo quello) Rogers; galleggiano ma senza incisività alcuna Cancellara e Breschel per la Saxo; ridicolo se non vergognoso a questo punto l’invito alla RadioShack (team fantasma anche BMC, BBox, Euskaltel, Caisse: per una delle gare con più partecipata del calendario – non solo la più lunga – qualche riflessione sugli inviti si impone).

Gabriele Bugada

FAR FROM SANREMO: L’ULTIMA SPIAGGIA DEL MORALISMO

febbraio 26, 2010 by Redazione  
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Sanremo di esclusioni, gli umoristi si sono già giocati la battuta: via dal festival canoro Morgan, fruitore confesso di droghe, e via dalla Milano-Sanremo Riccardo Riccò, fruitore confesso di doping. Che intanto avrebbe anche scontato la squalifica. Se non che…

Foto copertina: vista panoramica di San Remo (panoramio)

1- LA VICENDA
Di Riccardo Riccò ricorderemo sempre, comunque scorra il resto della sua carriera, quello scatto sul Poggio nel 2007: uno scatto letteralmente annunciato eppure irresistibile, uno scatto che il doping non sa regalare a nessuno che già non lo abbia nelle gambe e nell’animo; ovvietà che, se ce ne fosse bisogno, le ondulazioni rivierasche ci hanno dimostrato nel 2008 e soprattutto nell’ancora più torpido 2009, quando il gruppo – non certo più pulito – è tornato a “vegetare”, a sbrigare il compitino prescritto, al massimo a stiracchiarsi, non a esplodere in salita attacchi da “tutto o niente”. Attacchi che facciano male, e che proprio perciò suscitino qualche malumore: tanto più se sfrontatamente annunciati.

Sembrava allora una fausta ricorrenza che la squalifica – ridotta infine dal TAS nonostante l’accanimento nei ricorsi della procura CONI (che differenza con Sella, che si è visto dimezzare la pena per denunce se non false quantomeno confuse) – si esaurisse proprio un paio di giorni prima della Classicissima del prossimo 20 marzo. Il palcoscenico su cui si era celebrata la definitiva alba professionistica di Riccò (invero già assai in vista alla Tirreno-Adriatico 2007) sarebbe stato quello su cui ne riocchieggiasse l’astro dopo un inverno durato un paio di anni.

Ma come gli inverni peggiori, anche questo si inasprisce nel finale, in una coincidenza wertheriana tra l’inclemenza di una stagione meteorologica spesso sottozero e i rigori di una vicenda dai colpi di scena drammatici. Il 10 gennaio 2010, nel fango dell’Idroscalo di Milano, si tengono i campionati nazionali di ciclocross: in particolare Vania Rossi, compagna di Riccò e da pochi mesi madre del loro figlio Alberto, correrà per raggiungere un secondo posto quasi scontato (troppo il divario tra Lechner e lei, ma anche tra lei e tutte le altre); meno di tre settimane dopo, ecco la notizia di una sua positività al CERA, lo stesso prodotto costato a Riccò la lunga squalifica. Passano pochi giorni e il 10 febbraio RCS annuncia le squadre invitate alle proprie gare di inizio stagione, Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, Milano-Sanremo. La Flaminia, squadrà di Riccò, non è invitata a nessuna di queste competizioni. Nel giro di quattro giorni, in un 14 febbraio evocativo di feste futili e amari anniversari, la Gazzetta dello Sport dà spazio alla scomposta reazione di un McEwen indignato perché i “curatori di immagine” di Riccò hanno rilasciato un comunicato stampa in cui si annuncia il distacco sentimentale tra Riccardo e Vania. Gli strepiti del funambolo australiano sono solo la punta dell’iceberg di un chiacchericcio serpeggiante per la rete e nell’ambiente, che copre l’intera gamma che va dal complottismo difensivista all’indignazione scandalizzata. Contro Vania Rossi, contro Riccardo Riccò, pro Vania, pro Riccardo… tutte le combinazioni sono sperimentate, nell’inevitabile ignoranza della vera storia di queste persone, tutti appigliandosi però alla natura intrinsecamente pubblica di quel comunicato.

Fin troppo facile ipotizzare, vista la tempistica, una mossa disperata per levare ai censori un “motivo etico” di esclusione di Riccò dalle gare: anche se la coppia non è sposata, ci pensa l’automatismo del pensiero qualunque ad accomunarli nella buona e nella cattiva sorte. Ma specialmente nella cattiva. E si finisce per ipotizzare “una strategia” anche perché altrimenti non si spiegherebbe tutta questa necessità di diramare comunicati stampa su fatti privati. O forse si può spiegare, questa necessità di Riccò, con la confusione imperante tra le due sfere, per cui il legame personale di una coppia diventa pretesto, mai dichiarato esplicitamente, per penalizzare in eventi pubblici e generali l’una persona per colpe (diciamo così, pur in attesa di controanalisi, pur in assenza di confessioni) che sono altrui, con buona pace del concetto giuridico di responsabilità personale.

Ma non vogliamo dilungarci su una faccenda in merito alla quale, come detto, di parole ne sono già state spese tante. Tornando indirettamente anche a Morgan, all’altro Sanremo, però qualche interrogativo che valga la pena di porsi rimane.

2- L’ARBITRIO DI BANDIRE
La prima domanda riguarda l’arbitrio del potere che ammette ed esclude. Gli organizzatori delle corse hanno condotto nel ciclismo una lunga battaglia politica per avocarsi maggior potere in direzione delle ammissioni e delle esclusioni per le gare. Questo sottointende, giustamente, la compresenza di diversi criteri, potenzialmente confliggenti a livello locale di contro al livello UCI: si può preferire una squadra della nazione in cui si gareggia, o internazionalizzare la competizione; si può puntare su giovani motivati di piccole squadre, o su sponsor grandi che hanno investito molto sul ciclismo, anche se poi non portano in gara i pezzi da novanta; si possono volere squadre complete, o squadre che “si specializzino” in volate, o fughe, o traguardi volanti. Quello che in ogni caso sarebbe apprezzabile è che il criterio della selezione fosse in qualche maniera sportivo, e almeno blandamente coerente, giustificabile; per evitare che il processo di selezione non serva soltanto a esprimere faide o ritorsioni. A premiare il “reality show” di una rete piuttosto che quello concorrente, se vogliamo parlare di Morgan… Purtroppo nel caso della Flaminia – di per sé squadra non trascendentale – riesce difficile capire perché essa sia stata esclusa, non diciamo da Strade Bianche (15 team) e Tirreno-Adriatico (22 team) ma perfino dalle 25 squadre della Milano-Sanremo, una selezione quasi onnicomprensiva che vede ammesse delle vere e proprie squadrette (senza offesa, anzi se vogliamo diciamolo come titolo di merito: ma in ciò non dissimili dalla Flaminia) come la Colnago o la Carmiooro; esempi che valgono anche a dire come non sia criterio vincolante una presunta “etica pregressa”. Non parliamo poi di formazioni straniere di dubbio spessore come la Bbox.
La conferma, in questo caso, la danno gli stessi “selezionatori”: la Gazzetta dello Sport titola la propria notizia con cui segnala gli inviti “Niente Sanremo per la Flaminia di Riccò”. Inequivoco. Il centro della notizia è quello! Tanto più che ricordando, a fine pezzo, l’unica altra formazione italica di certo quale rilievo esclusa (peraltro non dotata di wild card, a differenza della Flaminia, cui invece l’UCI ha riconosciuto tale status), l’articolista ritiene di precisare: “Nessun invito per la Flaminia di Riccò e per la De Rosa, ex Lpr”. Come a dire, la De Rosa – ricordiamocelo – era la LPR (quella di Di Luca, Bosisio)… mentre la Colnago non viene affatto denominata come la “ex CSF”. E la Flaminia non è, che so io, la squadra di Noè, o di Anzà, o di Enrico Rossi, o di quel Caruso che ha scontato da innocente un esilio lunghissimo per OP, o magari la squadra diretta da Petito. O, più banalmente, più giustamente – come è per tutte le altre – solo “la Flaminia”. Deve essere “la Flaminia di Riccò”.

3- IL FILO DELLA MORALE
A questo punto si intravede la grande trappola della “morale”, quella ghigliottina armata di buon senso e affilata di battutine ipocrite al vetriolo.
La morale che suggerisce che Morgan non debba andare a Sanremo perché “sarebbe un cattivo esempio”. Ma sarebbe un cattivo esempio perché ha ammesso una pratica che dilaga nel mondo dello spettacolo (certo), in parlamento (certo), nella società tutta (lo dimostrano le analisi dei liquami fognari)? Ma allora il drogato Morgan è cattivo esempio perché “lo fa” o perché “ha detto” di farlo? Non si va a Sanremo in quanto si è un cattivo esempio, o invece perché si è meritata una punizione, per frasi avventate, fuori dalle convenzioni tacite? E soprattutto, cattivo esempio per chi? Per chi ancora non se ne è trovato uno da seguire, di cattivo esempio, magari in famiglia, o il capo sul lavoro, o il cantante preferito, il conduttore tanto seguito, il calciatore tifato, il politico votato sulla scheda elettorale? Il mondo è pieno di cattivi – anzi: pessimi – esempi, ma a Sanremo no, non ne vogliamo: niente cattivi esempi!, per fare spazio invece ai quanto buoni esempi di adolescenti (poco più che adolescenti, o nemmeno adolescenti) già abituati a prostituire integralmente la propria vita emozionale in un’esibizione non solo dei propri presunti talenti ma soprattutto dei propri sentimenti, facendo spettacolo e immediato mercimonio delle passioni, delle speranze, delle delusioni? I buoni esempi del nazionalismo ottuso e banale, il buon esempio di principi ballerini o quello di smerciatori di pacchi milionari? Il buon esempio di battute al sapor di provolone?
Su uno schermo improntato al rigore, all’onestà intellettuale, al decoro nel senso più alto del termine, siamo d’accordo, forse Morgan sfigurerebbe. Ma al contrario dentro questa cornice, in che cosa stona Morgan? Stona nell’essere della parte sbagliata, nell’essere appena appena anticonformista, ma anche quell’anticonformismo di facciata è già troppo. Solo che forse questi non sono difetti da gettare via, bensì da difendere, nel loro essere difetti, come una riserva indiana di diversità, di potenziale novità, non diciamo di rottura degli schemi (che sarebbe senz’altro dire troppo) ma per lo meno di rimescolamento delle carte.

4- BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI
Torniamo allora a Riccò e alla Flaminia, per chiederci se il principio che li “condanna” e li esclude (almeno per adesso), faticando a identificarsi con un principio tecnico non sia piuttosto un principio “morale”, ma “morale” nel senso che abbiamo appena detto. Nel senso, cioè, che a essere definiti immorali in un mondo di radicale immoralità – ormai inghiottita intera e digerita – sono piuttosto i fastidiosi, non i “cattivi” in quanto tali. Non dico con questo che i fastidiosi siano buoni, anzi: possono essere buoni o cattivi, o – è il caso più comune – né buoni né cattivi ma umani come tanti altri; però sono fastidiosi al senso comune, antipatici, e questa antipatia invece che essere riconosciuta col suo nome diventa un marchio… quello lì è “immorale”, lui sì che è un “truffatore”, un “cheater”, lui non lo vogliamo più vedere. Nessuno chiede conto ad Andy Schleck delle gravi magagne in cui è incorso il fratellone (in verità nessuno ne chiede più conto nemmeno a Frank…), ma il conto per le magagne di Vania Rossi lo si presenta a Riccò, e quindi – quel che è peggio – alla Flaminia. Basso “si pente”, ed è subito grande ciclismo. Riccò agli occhi del pubblico non potrà mai “pentirsi”, al massimo potrà… “spergiurare di essersi pentito”; potrà porgere l’altra guancia dopo i ceffoni di Cavendish e Pinotti (tutta gente che corre per una formazione immacolata, vero?!), ma otterrà solo uno schiaffo ancora più duro da McEwen.
E non è tanto questione di comportamenti, badiamo bene: pochi in gruppo si sono comportati peggio di un Lance Armstrong, per dirne uno eclatante, che ne ha fatte di tutti i colori l’altroieri come oggi; ma Armstrong non è “antipatico”, non al gruppo, non all’UCI, non agli organizzatori, non a milioni di fans almeno (forse a qualche bastian contrario, ai francesi e a Contador). La simpatia, e quindi quella meravigliosa moralità che ti rende pulito e complimentato nonostante un hattrick di “infortuni” col doping, si misura con l’applausometro del potere e con l’organicità rispetto a una macchina ben oliata. Riccò non ha fatto in tempo a “comportarsi” davvero male, cioè a fare cose brutte come minacce, o insulti personali, o sottrarre vittorie beffando chi ha lavorato di più: ha fatto però in tempo ad ATTEGGIARSI male, molto molto male. Proprio come Morgan.

E nel nostro grande teatro, che ogni giorno è più abituato a ospitare una farsesca messinscena piuttosto che l’attenzione al sostanziale, il crimine peggiore, l’immoralità più grave, è esattamente questo: il CATTIVO ATTEGGIAMENTO. Si configura un delitto di immagine, e la pena a ciò relativa pare proprio che Riccò la debba ancora scontare.
(Morgan per conto suo sembra già più bravo a galleggiare: non ha bisogno, lui, di quei – peraltro pessimi – consulenti di immagine; i diavoli più poveri, tra i diavoli, son sempre ciclisti).


POST SCRIPTUM

Con tutto ciò, chissà mai che il mancato invito alla Sanremo non fosse stato concordato in qualche modo con la Flaminia, ad esempio nell’impossibilità di avere un Riccò competitivo con i soli allenamenti fuori gara. Ipotesi peregrina, ma buona come altre in un ciclismo di accordi sottobanco più che mai. Mal si accorderebbe con le altre tensioni da “reality show”, ma forse tutto fa brodo per lo spettacolo; nel dubbio noi “facciamo finta” che le cose siano… più o meno come sembrano!

Gabriele Bugada

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