IL GIRO VIEN DI NOTTE – LE STORIE MAGGIOLINE DEL GIRO E DELL’ITALIA – 1a parte

maggio 17, 2011
Categoria: Approfondimenti

Da più di cent’anni il Giro accompagna l’Italia in un viaggio costellato di avvenimenti, ora lieti, ora più tristi. Vi illustriamo il racconto di quest’avventura a due iniziata nella notte del 13 maggio 1909 e passata attraverso gli anni del fascismo e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che non fermerà la fame di Giro e cambierà l’assetto dello stato.

Foto copertina: il dirigibile Italia del volo di Umberto Nobile sul polo nord

“Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani” Chissà se, dopo aver pronunciato questa storica frase, Massimo d’Azeglio avrebbe mai immaginato che un deciso aiuto alla “cementificazione” dei rapporti tra i sudditi del neonato stato sarebbe arrivato dall’allora ancora elitario mondo dello sport, da quel ciclismo che compirà la sua prima gara ufficiale solo 7 anni dopo l’Unità (31 maggio 1868, circuito del parco di Saint Cloud, vittoria dell’inglese James Moore) e che vedrà nascere il Giro quasi di nascosto, quando mancheranno pochi minuti alle 3 di notte del 13 maggio 1909. Nonostante il buio e l’ora tarda, tantissima gente si era radunata nella zona di Piazzale Loreto a Milano e non meno strabocchevole sarà la folla che accoglierà la corsa rosa nei successivi otto traguardi. Quel che con fatica cercarono di ricucire i primi governi postunitari riuscirà in meno di un mese al “triumvirato” Costamagna-Cougnet-Morgagni: gli italiani uniti dalla passione sportiva, impietositi da quei “forzati del pedale” che si contorcevano sui loro cavalli d’acciaio affrontando strade al limite della percorrenza. Un tifo che unisce e non divide, come invece avveniva nel mondo del calcio, dove le rivalità erano e sono più sentite e contrapposte.
Scoccò così il classico colpo di fulmine e subito si convolò a nozze, quelle tra l’Italia e il Giro: un matrimonio che ancora funziona a cent’anni di distanza, sempre assieme e sempre uniti, nella gioia e nella malattia, con la corsa rosa che accompagnerà l’Italia attraverso le vicende del XX secolo, nel passaggio dalla monarchia alla repubblica, nelle ore liete e in quelle più gravi.
Con la stessa forza d’un uragano il Giro arriverà a scardinare un mese, quello di maggio, che fino a quel momento era ancora permeato da un che di soporifero, con il lento passaggio dai primi tepori primaverili e dai colpi di coda della stagione invernale al caldo dell’estate. È ancora il mese dei fiori, il mese della Madonna, con le famiglie che si radunano alla sera nei cortili per recitare il rosario, deponendo rose ai piedi delle effigi della Vergine Maria. Ben presto, a dare una frustata generale, è colta la rosa più splendente, quella del Giro, e gli effetti si vedranno subito. A differenza di quanto capitava in Francia, dove per anni il Tour propose sempre le medesime località, al Giro bastarono poche edizioni per sgretolare il roccione granitico dei grandi capoluoghi di provincia e cominciare a fare gola anche alle municipalità secondarie. Già nel 1910, alla seconda edizione, nel programma figurava un arrivo a Mondovì, gratificata dal fatto di trovarsi ad un tiro di schioppo da San Michele, il paese natale dell’allora direttore della Gazzetta Eugenio Camillo Costamagna. Poi, alla chetichella, si aggiunsero altri comuni: Oneglia (non ancora Imperia) e Sulmona nel 1911, Lugo nel 1914, Merano nel 1921 (dopo l’annessione dell’Alto Adige all’Italia, avvenuta nel 1919), l’allora italiana Portorose (oggi in Slovenia) e Santa Margherita Ligure nel 1922, e così via. Nel 1928 poi, tra la nomenclatura della 16a edizione del Giro spunterà anche il nome di Predappio, il paese di Benito Mussolini.
Il fascismo era nato il 23 marzo del 1919 a Milano e aveva ufficialmente preso il potere il 31 ottobre del 1922 quando re Vittorio Emanuele III nominerà Mussolini a capo di un governo che, nel volgere di quattro anni, sarà trasformato dalle “leggi fascistissime” in una dittatura.
Anche il Giro finirà per appoggiarsi al nuovo regime e non solo per continuare a vivere, ma anche per una sorta di rispetto verso la figura di Tullo Morgagni, scomparso in un tragico incidente aereo nel 1919. Costui, uno dei tre artefici della nascita del Giro, era fratello di Manlio Morgagni, fedelissimo collaboratore del duce e amministratore delegato de “Il Popolo d’Italia”, organo ufficiale del Partito Nazionale Fascista. Inoltre il nuovo regime esaltava l’attività sportiva, come testimoniano la nascita del quotidiano di fondazione fascista “Il Corriere dello Sport” (poi divenuto “Il Littoriale” ed oggi “Il Corriere dello Sport-Stadio”) e le numerose foto di Mussolini intento a praticare sport, come quelle dove lo si vedeva sciare sulle nevi del Terminillo, la stazione di sport invernali voluta dal regime e pubblicizzata proprio grazie alla corsa rosa che, per quattro edizioni consecutive, dal 1936 al 1939, ne propose la cronoscalata, prima prova del genere affrontata nel mondo del ciclismo.
Nel frattempo, altri importanti avvenimenti sportivi con protagonista l’Italia avevano rubato un po’ di spazio al Giro sulle pagine dei quotidiani. Il 25 maggio del 1928, mentre il Giro con Binda capoclassifica osservava un giorno di riposo nella capitale, a migliaia di chilometri di distanza si concludeva tragicamente la spedizione al polo nord di Umberto Nobile, con lo schianto sul ghiaccio del dirigibile “Italia”, che causò sette vittime, conto al quale va aggiunto anche il celebre esploratore norvegese Amundsen, scomparso durante le operazioni di soccorso.
Più lieto l’evento del 10 giugno 1934, quando Giuseppe Olmo tagliò per primo il traguardo della conclusiva tappa meneghina accolto da un boato, ma non si trattava di un’esclamazione di esultanza diretta nei confronti del corridore savonese: proprio in quel momento, infatti, era stata diffusa dagli altoparlanti la notizia del goal di Angelo Schiavio, rete che permise all’Italia di imporsi ai supplementari nella finale del Campionato Mondiale di calcio, disputata allo Stadio del Partito Nazionale Fascista di Roma (demolito nel 1953, ha lasciato posto all’odierno Flaminio)
Negli anni successivi gli eventi sportivi dovrannò però cedere il testimone a più infausti atti bellici, con venti di guerra che prenderanno a soffiare sempre più insistenti sul continente europeo e sulla nostra nazione.
Nel 1936 il regime aveva stretto un’allenza con il nazismo, il famoso asse Roma-Berlino, legamo suggellato anche dalla visita compiuta da Hitler in Italia due anni più tardi, proprio nei giorni della partenza da Milano della 26a edizione del Giro, la prima delle due vinte consecutivamente dal piemontese Giovanni Valetti. Quando, il 1° settembre del 1939, l’invasione della Polonia da parte della Germania costituì la scintilla scatenante la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia decise però di rimanerne fuori, invocando la neutralità a causa dell’inadeguatezza dell’esercito, e questo consentì al Giro di continuare a “correre” per ancora un’edizione. Fu la prima delle cinque edizioni vinte da Fausto Coppi, terminata a Milano giusto in tempo, meno di ventiquattore prima dello storico discorso di Piazza Venezia, col quale – era il 10 giugno del 1940 – Mussolini annunciò l’ingresso in guerra accanto alla Germania econtro Inghilterra e Francia.
In Europa di ciclismo non se ne parlerà più per un bel pezzo, soprattutto di Tour perché la Francia già da un mese non esisteva più come nazione unitaria, lentamente spezzata in due dall’invasione nazista.
In Italia la situazione meno drammatica permise alle corse in linea di continuare a disputarsi, anche se la partecipazione sarebbe stata per causa di forze maggiore limitata ai soli corridori di casa. Per questo stesso motivo – all’ultimo Giro avevano partecipato solo tre formazioni straniere – in Gazzetta si pensò di sospendere la corsa rosa fino alla fine del conflitto ma l’astinenza da Giro non tardò a farsi sentire e così si arrivò all’istituzione, dopo un anno di digiuno, del cosiddetto “Giro di Guerra”. Non si trattava di una vera corsa a tappe bensì di una challenge la cui classifica finale, ovviamente a punti e non a tempi, era stilata in base agli ordini d’arrivo di otto classiche del calendario italiano, le più prestigiose: si cominciava dalla Sanremo e si finiva con il Lombardia dopo aver affrontato i giri di Lazio, Toscana, Emilia, Veneto, Piemonte e Campania. Quel giro si decise proprio nell’ultima prova, terminata la quale la maglia rosa fu assegnata a Gino Bartali, che precedette di 2 punti Pierino Favalli e di 7 Aldolfo Leoni. Acquistato il consenso popolare e quello del mondo sportivo, si decise di ripetere l’esperienza anche nel 1943, ma il precipitare degli eventi bellici costrinse gli organizzatori a chiudere baracca dopo l’effettuazione delle prime quattro prove (la Sanremo, il Trofeo Moschini, il Giro della Toscana e il Gran Premio Roma) e a decretare vincitore il corridore che si trovava in quel momento in testa alla classifica, il romagnolo Glauco Servadei.
I boati dei bombardamenti misero la sordina al fruscio delle due ruote. Ora era davvero finita.

Mauro Facoltosi

1-continua

Commenta la notizia