BATTI UN CINQUE – 1993, IL TERZO TOUR DI INDURAIN

giugno 29, 2020
Categoria: Copertina, News

Si pensava che la piccola crisi patita nella tappa di Oropa del Giro d’Italia fosse un campanello d’allarme per Indurain e una piccola crepa sulla quale i suoi avversari avrebbero potuto aprire una breccia al Tour de France. Invece sarà ancora il navarro a imporsi alla Grande Boucle e stavolta a finirgli più vicini di tutti non saranno gli storici rivali italiani, Bugno e Chiappucci, entrambi usciti clamorosamente di scena fin dalla prima tappa di montagna.

Un piccolo barlume di speranza.

Ventuno giorni prima della partenza del Tour del 1993 era accaduto un fatto che aveva acceso le speranze degli avversari che Indurain avrebbe fronteggiato alla corsa francese. Era il 12 giugno e al Giro d’italia si stava disputando la penultima tappa di un’edizione della Corsa Rosa che il corridore spagnolo aveva dominato come al solito, guardingo in montagna e despota a cronometro. Il giorno prima aveva spadroneggiato lungo i 55 Km della cronoscalata del Sestriere e ora si aggingeva ad affrontare con 1’34” di vantaggio sul russo Piotr Ugrumov l’ultima frazione di montagna, diretta al santuario di Oropa. Ai piedi della salita biellese i due erano assieme poi avvenne l’avvenimento che tutti attendevano da tre anni a questa parte: Ugrumov attaccava e inaspettatamente Indurain traballava, soffriva e perdeva 36 secondi, comunque troppo pochi per portar via la maglia rosa allo spagnolo, che il giorno dopo a Milano sarà incoronato vincitore del Giro con 58” sul russo.

Quando la carovana del ciclismo si raduna al Puy du Fou, suggestiva località della Vandea che Jean-Marie Leblanc ha scelto quale sede di partenza dell’80° Tour de France, quella giornata è ancora uno degli argomenti di discussione. Ha aperto una speranza negli avversari, tra i quali in pole position c’è ancora Claudio Chiappucci, che aveva concluso in terza posizione la Corsa Rosa dopo aver ottenuto un successo nel duro tappone di Corvara, unica sua affermazione in carriera al Giro. Molto minori, invece, sono le speranze rivolte su Gianni Bugno, che al Giro ha sofferto sia in montagna, sia nelle cronometro e c’è qualcuno che arriva a tirare in ballo la leggenda della “maledizione” che colpirebbe chi veste la maglia iridata e che nel suo caso sarebbe doppia perché la indossa da ben due anni avendo vinto nella stagione precedente il suo secondo mondiale consecutivo. Ma, quattro successi di tappa a parte e due giorni in maglia gialla per Mario Cipollini, non ci sarà molta gloria per gli italiani in questa edizione del Tour e soprattutto proprio per i due campioni tanto attesi, che entrambi pagheranno pesantemente nella prima tappa di montagna, vedendo presto compromesse le possibilità non solo di lottare per la vittoria, ma anche per un piazzamento sul podio. Alla fine il corridore che più arriverà vicino al trono di Indurain sarà Tony Rominger, l’elvetico che in quegli anni stava “tiranneggiando” alla Vuelta – tre vittorie consecutive tra il 1992 e il 1994 – e che in questa edizione del Tour riuscirà addirittura a far meglio dello spagnolo in una tappa a cronometro.

S’inizia con un cronoprologo di circa 7 Km che non sembra particolarmente adatto a un corridore come Indurain per la presenza di un secco strappo nella seconda parte del tracciato; invece è proprio in quel tratto che lo spagnolo costrusce il suo successo e va a vincere la tappa d’apertura a 49.687 Km/h distanziando di 8” l’elvetico Alex Zülle e di 11” un Bugno che sembra essersi lasciato alle spalle le negative prestazioni offerte al Giro, mentre anche Chiappucci è autore di una buona prova riuscendo a limitare i “danni” a 20 secondi.

Dopo il prologo il Tour s’imbarca per una prima settimana che si rivelerà decisamente noiosa, soprattutto se paragonata ai più elettrizzanti inizi delle edizioni precedenti, nella quale – cronometro a squadre a parte – si succedono sette tappe scarsamente popolate di difficoltà altimetriche e tutte adatte ai velocisti. L’unica emozione di un certo livello offerta dalla prima frazione in linea viene ancora da Indurain, che inattesamente si lancia in un traguardo volante riuscendo a racimolare qualche secondo d’abbuono; poi si arriva tutti assieme allo sprint sul ventoso lungomare di Les Sables-d’Olonne, dove Cipollini ottiene la sua prima vittoria al Tour al termine di una volata nella quale ha dovuto fare tutto da solo, essendo rimasto senza compagni al suo fianco nel vorticoso finale.

Si arriva allo sprint anche il giorno successivo a Vannes, al termine di una tappa che lungo il cammino ha proposto per la prima volta nella storia il transito dal Passage de Gois, la stradina lastricata che è possibile percorrere solo per poche ore al giorno, nei momenti nel quale non è sommersa dal mare. Ci sono polemiche per questo passaggio, che fortunatamente non crea problemi in gruppo, mentre maggior “scompiglio” lo portano gli abbuoni in palio tra i tre sprint intermedi e il traguardo finale, ai quali fa incetta di queste bonificazioni il belga Wilfried Nelissen: ne vince due e poi s’impone nella volata che più conta, riuscendo a togliere per 17 secondi la maglia gialla a Indurain.

Dopo la tappa di Dinard, terminata con lo sprint vincente dell’uzbeko Djamolidine Abdoujaparov, arriva il giorno di una tappa temuta e allo stesso tempo molto criticata. A diversi corridori – e anche tifosi e giornalisti – non è mai piaciuta la cronometro a squadre ma stavolta sono in tanti a lamentarsi per il chilometraggio eccessivo che gli organizzatori hanno previsto per la prova collettiva. Gli 81 Km che si devono percorrere tra Dinard e Avranches paiono anacronistici nel ciclismo degli anni ’90 e presentano uno strappo finale sul quale le formazioni arrivati fin lì affaticate potrebbero disunirsi. Non hanno nulla da lamentare, invece, i corridori della GB-MG, la formazione italiana diretta da Patrick Lefevere che oggi fa registrare il miglior tempo fermando i cronometri dopo un’ora, 34 minuti e 10 secondi, volando a 51.610 Km/h, precedendo di 5” la spagnola Once e, soprattutto, permettendo a Cipollini di conquistare la maglia gialla, vestita con 6” sull’ex leader Nelissen. Per quanto riguarda la corsa delle squadre dei grandi favoriti, la migliore ad Avranches è la Carrera di Chiappucci, che fa meglio di 35” della Banesto di Indurain e di 47” della Gatorade di Bugno. Mastica amaro, invece, Rominger perché la sua CLAS ha perduto 1’44” dalla formazione del navarro, distacco al quale va aggiunto un minuto di penalizzazione inflitto a tutta la squadra in conseguenza di alcune spinte.

Ora il prossimo obiettivo sul quale sono puntati i riflettori del Tour è la cronometro del Lac de Madine, prima delle quale bisogna “digerire” quattro frazioni di trasferimento prive di particolari spunti d’interesse. La prima di queste ha solo un po’ di pepe nella coda per via dell’ascesa che inizia poco prima della “flamme rouge” e che si conclude sotto lo striscione del traguardo di Évreux, ideale per la sparata di un finisseur: ne approfittano il danese Jesper Skibby, che per un solo secondo riesce a resistere alla veemente rincorsa del gruppo, e Nelissen, che agguanta l’abbuono destinato al corridore giunto secondo e riesce così a tornare in possesso della maglia gialla per due secondi.

Le insegne del primato sono destinate a tornare sulle spalle di Cipollini ventiquattrore più tardi, dopo che il velocista toscano ha battuto in volata il gruppo compatto sul traguardo di Amiens e ha ingaggiato un’accesa lotta con Nelissen agli sprint intermedi. Anche in questo caso, però, c’è un corridore che è arrivato prima di tutti e risponde al nome del belga Johan Bruyneel, ultimo corridore della fuga di giornata rimasto in testa alla corsa, giunto al traguardo con 13” di vantaggio sul gruppo.

Un simile copione, la fuga che riesce ad andare in porto, viene messo in scena il giorno dopo sul palco della frazione che da Péronne conduce a Châlons-sur-Marne, il comune francese che si chiama ancora così nel 1993 e che cinque anni più tardi riprenderà l’originario nome di Châlons-en-Champagne. Stavolta non c’è un solo attore perché al traguardo si presentano in cinque, con l’italiano Bruno Cenghialta a rivestire il ruolo del protagonista sfortunato per una caduta che lo coglie a poche centinaia di metri dall’arrivo, dopo aver tamponato una moto della televisione francese che stava svoltando nella deviazione riservata ai mezzi al seguito. Sono comunque applausi a scena aperta per il corridore vicentino che, a causa della rottura della bici, è costretto a tagliare a piedi il traguardo dove una trentina di secondi il danese Bjarne Riis si era imposto precedendo l’italo-britannico Maximilian Sciandri e il belga Johan Museeuw che, grazie ai 2’26” guadagnati sul gruppo, toglie la maglia gialla al compagno di squadra Cipollini e la veste con 39” su Álvaro Mejía, il colombiano che era stato uno dei protagonisti della fuga e che sarà la vera rivelazione di questa edizione del Tour, conclusa in quarta posizione dopo esser riuscito a tenere le ruote dei migliori sulle salite alpine prima e pirenaiche poi. Ma c’è un’altra notizia che tiene banco questo giorno al Tour e arriva dalla Norvegia, dove il pistard britannico Graeme Obree “avrebbe” battuto il record dell’ora di Francesco Moser (51,151 Km), che resisteva da nove anni e sembrava irraggiungibile: le virgolette sono d’obbligo perché, a causa dell’assenza di giudici regolari a bordo della pista del velodromo di Hamar, l’UCI non ha omologato i 51,525 Km percorsi in sessanta minuti dal britannico, che comunque ha già annunciato che a breve tenterà nuovamente il record, stavolta in maniera ligia ai regolamenti.

Con la crono alle porte si disputa la tappa altimetricamente più difficile della prima settimana, anche se non si possono definire un ostacolo particolarmente temibile i 2 Km al 5.6% che conducono sulla Côte de Douaumont, da superare a una dozzina di chilometri dal traguardo di Verdun. Lassù c’è un ossario nel quale riposano le spoglie di centotrentamila soldati deceduti durante la prima guerra mondiale e per rispettare la sacralità del luogo l’organizzazione ha posto il veto alle ammiraglie di strombazzare come di consueto al momento del passaggio della corsa. Un unico squillo di tromba lo suona Chiappucci che, per la prima volta dopo giorni di “nulla”, tenta un assalto nel momento nel quale le pendenze si fanno un attimo più “croccanti”, subito rintuzzato da Indurain. Mentre accade tutto questo, anche oggi in testa alla corsa c’è un piccolo gruppetto che riesce ad andare fino al traguardo, dove s’impone un corridore ancora poco noto, che gli italiani comunque già conoscono perché a febbraio aveva vinto il Trofeo Laigueglia e due anni prima, quando ancora era dilettante, si era imposto nella classifica generale della Settimana Ciclistica Bergamasca: l’ex triatleta statunitense Lance Armstrong.

La tanto attesa prima cronometro individuale lunga si disputa attorno al Lac de Madine, su di un circuito di 59 Km che rappresenta un invito a nozze per Indurain, prevalentemente pianeggiante e spezzato solo da un paio di brevi e morbide salite. Di fatto è una riedizione della crono lussemburghese dell’anno prima, anche se i distacchi che il navarro infligge sono leggermente inferiori: 2’11” per Bugno, 2’42” per un Rominger che è stato penalizzato dalla grandine e dall’aver percorso l’ultimo tratto con una ruota afflosciata da una foratura, 5’18” per Chiappucci. Inevitabilmente, non essendoci state fughe clamorose nella prima parte del Tour (come invece era successo l’anno prima), è lo spagnolo a vestirsi di giallo, comandando ora la classifica con 1’35” sull’olandese Erik Breukink e 2’30” su Bruyneel, mentre Bugno è quarto a 2’32”, Chiappucci 14° a 5’07” e Rominger 20° a 5’44”.

Dopo un giorno di riposo e un lungo trasferimento in aereo si disputa il primo tappone alpino, che prevede partenza e arrivo in montagna, da Villard-de-Lans a Serre-Chevalier passando per i colli del Glandon e del Galibier. È risaputo che diversi corridori soffrono il riposo perché spezza il ritmo di gara e spesso si sono avute inattese débâcle quando ci si rimette in sella per affrontare tappe come questa. È quello che succede ai corridori sui quali vertevano le speranze degli italiani: in crisi sul Galibier Bugno paga 7’42” e ancor peggio va a Chiappucci, il cui ritardo oggi sfiora i nove minuti. La selezione non si verifica solo nelle retrovie poichè al traguardo si presentano solo tre corridori con poco più di un minuto di vantaggio sui primi inseguitori: sono il re del Tour Indurain, l’elvetico Rominger, che s’impone allo sprint, e il sempre più sorprendente Mejía, che si piazza nel mezzo tra i due litiganti.

Avrà i medesimi protagonisti il ben più duro tappone che si disputa il giorno dopo in direzione di Isola 2000, stazione di sport invernali a due passi dal confine dell’Italia dove si giunge dopo esser saliti su tre mitici colli, l’Izoard, il Vars e la Bonette, tetto del Tour dall’alto dei suoi 2082 metri. Sono, infatti, ancora Rominger e Indurain i primi a sopraggiungere sulla linea d’arrivo, stavolta senza Mejía che però giunge ancora vicino ai due, quinto al traguardo con 15” di ritardo, preceduto da un risorto Chiappucci e da un’altra delle sorprese del Tour 1993, il polacco Zenon Jaskuła. La giornata è, invece, ancora difficile per Bugno, che lascia per strada altri 13 minuti, mentre è costretto a far le valigie Cipollini, che termina il tappone al di fuori del tempo limite. Intanto Indurain continua senza troppi patemi a condurre la classifica, che ora lo vede precedere di 3’23” Mejía e di 4’31” Jaskuła, mentre il due volte vincitore di tappa elvetico è 4° a 5’44”, Chiappucci 7° a 14’09” e Bugno 12° a 23’05”.

Dalle Alpi al mare si disputa la frazione più lunga, che si estende per quasi 290 Km tra Isola 2000 e Marsiglia, dove si giunge dopo un tracciato altalenante ideale per un tentativo di fuga che il gruppo, provato da due giornate molto impegnative, potrebbe lasciar andare. È quel che in effetti succede sin dal 73° Km di questa tappa, quando “evadono” ben ventiquattro corridori, tentativo che riesce a decollare senza però che il vantaggio raggiunga dimensioni rassicuranti sulla buona riuscita della fuga, mantenendosi sempre sotto al minuto. Annusato il pericolo, il marchigiano Fabio Roscioli decide di lasciare la compagnia del drappello con il quale aveva tentato la sortita e di proseguire in solitaria: la sua è l’azione giusta, che lo porta ad accumulare fino a quasi 17 minuti sul gruppo a 130 Km dal traguardo, vantaggio che si mantiene quasi immutato fin sulla linea d’arrivo, che Fabio taglia a braccia levate sette minuti prima dell’arrivo del secondo classificato, Massimo Ghirotto, altro italiano.

La successiva frazione di Montpellier, che riserva come unico spunto di cronaca interessante un vano tentativo a sorpresa di Rominger nel pianeggiante finale, termina con il successo in volata del tedesco Olaf Ludwig, poi tutti corrono a sintonizzarsi sul canale che sta trasmettendo il tentativo, regolare stavolta, di Obree di infrangere quel record che appartiene a Moser e che aveva già battuto, ma senza l’omologazione necessaria per l’iscrizione nell’albo d’oro. La sera precedente ci aveva provato fallendo, stavolta le cose vanno meglio e in un’ora il britannico riesce a percorrere 51,596 Km, 445 metri in più rispetto al trentino e 70 metri meglio del suo tentativo della settimana precedente, quello che l’UCI aveva respinto al mittente per “vizio di forma”.

Si torna poi a pensare al Tour che prima dei Pirenei ha in programma un’altra frazione di trasferimento nella quale il gruppo lascia andar via una fuga che riesce a giungere al traguardo di Perpignano con un vantaggio simile a quello con il quale Roscioli si era imposto a Marsiglia. Ma stavolta l’Italia si deve accontentare solo del secondo posto, conquistato dal piacentino Giancarlo Perini alle spalle di Pascal Lino, il francese che al Tour dell’anno prima aveva vestito per dieci giorni la maglia gialla.

La prima tappa pirenaica presenta lo stesso filo conduttore delle frazioni alpine poiché, dopo essersi saliti ai 2409 metri del Colle dell’Envalira e aver affrontato l’inedita ascesa finale verso il traguardo andorrano di Pal, i migliori concludono tutti assieme: 1’50” dopo l’arrivo vittorioso del colombiano Oliverio Rincón, Rominger conquista il secondo posto precedendo un selezionato gruppetto di corridori nel quale ci sono la maglia gialla, Jaskuła, Mejía e Chiappucci, mentre stavolta Bugno paga meno rispetto alle precedenti frazioni di montagna concludendo circa un minuto e mezzo più tardi.

Più selezione si ha il giorno dopo nell’ultimo tappone del Tour, 230 Km da Andorra a Saint-Lary-Soulan con l’arrivo in salita al Pla d’Adet preceduto da Collado del Canto, Puerto de la Bonaigua, Portillon e Peyresourde. I primi tre dell’ordine d’arrivo sono tutti lì, raccolti nel giro di tre secondi – Jaskuła, Rominger e Indurain – mentre dietro a questo terzetto fioccano di distacchi: tra i corridori di punta Mejía perde poco più di un minuto e Chiappucci giunge a 1’35”, mentre Bugno torna a incassare un altro pesante distacco terminando a 12’23” dai primi.

I tapponi sono terminati, anche se c’è spazio ancora per una tappa di montagna, un’inutile cavalcata di 190 Km da Tarbes a Pau che prevede d’affrontare lontanissime dal traguardo le ascese al Tourmalet e all’Aubisque. Gli oltre 70 Km che si devono affrontare dopo l’ultimo colle non scoraggiano, però Rominger, che sul Tourmalet riesce a staccare di 50” Indurain, anche se poi il navarro rivelerà che quel distacco non è stato frutto d’una crisi ma della sua volontà di lasciar sfogare l’avversario e di proseguire del suo passo al fine di evitare di trovarsi realmente in affanno. Adottata questa tattica, “Miguelon” riesce a rientrare sull’elvetico attaccando a sua volta in discesa e dopo questa reazione Rominger decide che è inutile riprovarci. Ha così via libera una fuga di corridori oramai fuori classifica che ha la sua “stella” in Chiappucci, che vince in quel di Pau rispondendo in questo modo alle critiche che qualche giorno prima gli aveva mosso l’ex corridore spagnolo José Manuel Fuente, che aveva tacciato di dilettantismo il “Diablo” per il suo modo di correre, che lo portava a sprecare energie preziose per conquistare un piccolo GPM di terza categoria piuttosto che conservarle per le salite più impegnative. E intanto all’uscita dei Pirenei il Tour si presenta con una classifica non molto dissimile da quella che si era registrata al termine dei tapponi alpini, con Indurain che continua imperterrito il suo cammino verso la vittoria finale con 4’28” di vantaggio su Mejía, 4’42” su Jaskuła e 5’41” su Rominger, mentre il primo italiano è il varesino, ora 6° a 14’19”.

Intanto le vicende del Tour continuano a intersecarsi con quelle del record dell’ora, che mai si fanno così vicine come il 23 luglio del 1993. Quel giorno a Bordeaux sono previsti entrambi gli eventi, l’arrivo del Tour e un ennesimo tentativo perché non era solo Obree ad avere nel mirino l’oramai ex primato di Moser, ma anche il suo connazionale Chris Boardman si stava preparando allo scopo e forse quel che era accaduto in Norvegia un paio di settimane prima lo aveva spronato ad accelerare i tempi. Così ancora una volta una vittoria ottenuta sulle strade della Grande Boucle – stavolta la seconda affermazione allo sprint di Abdoujaparov – viene soffocata dal clamore della prestazione di Boardman, che poche ore prima aveva percorso 52,272 Km, battendo Obree e finendo per stuzzicare ancor più lo stesso Moser. Il trentino, infatti, già da tempo stava accarezzando l’idea di festeggiare il decennale del suo record tornando sulla pista di Città del Messico e di rimettersi in sella, anche se l’obiettivo suo non era quello di migliorarsi, ma di fare solo meglio di quello di Merckx del 1972. I due record ottenuti da Obree e Boardman nel volgere di pochi giorni lo stimoleranno maggiormente e così il 15 gennaio 1994 ci riproverà ancora e, nonostante le 42 primavere e il vento che lo penalizzerà, riuscirà non solo a far meglio di Merckx, ma anche a superare il suo personale record del 1984 e pure quello di Obree, senza tuttavia raggiungere il record di Boardman per 430 metri (51,840 Km).

Non si fermano le lancette dei cronometri perché il giorno successivo è in programma l’ultima tappa contro il tempo, che si disputa alle porte di Parigi sui 48 Km che collegano Brétigny-sur-Orge a Montlhéry, il centro sul cui autodromo nel 1933 si era disputata la settima edizione dei mondiali di ciclismo, vinti proprio quell’anno per la prima volta da un corridore francese (Georges Speicher). A dominare la crono è, invece, un elvetico perché Rominger riesce insperatamente a far meglio di Indurain per 42”, mentre terzo è Jaskuła a 1’48”, confermando così la sua terza piazza in classifica, mentre Mejía scende dal secondo al quarto posto. Per quanto riguarda i nostri corridori Bugno è il migliore e si piazza 5° a 3 minuti esatti da Rominger, mentre Chiappucci fa peggio del monzese per 31”.

Nel 90° anniversario della partenza del primo Tour de France la tappa conclusiva scatta dallo stesso luogo dove si era partiti alla volta di Lione il primo luglio del 1903, la brasserie Réveil Matin di Montgeron; l’arrivo è, come da tradizione, su quegli Champs-Élysées dove due anni prima Abdoujaparov si era mezzo fracassato e dove stavolta sfreccia finalmente vittorioso prima che la passerella sia tutta per Indurain e suoi scudieri in livrea Banesto. Si conclude così il terzo Tour firmato da Indurain, che vede sui gradini più bassi del podio Rominger a 4’59” e Jaskuła a 5’48”, con Chiappucci 6° e migliore degli italiani a 17’18”, il vicentino Gianni Faresin 11° a 29’05”, il faentino Roberto Conti 14° a 30’05”, il brianzolo Alberto Elli 17° a 33’29” e Bugno a chiudere la “top venti” a quasi 40 minuti dal navarro, che incassa anche la seconda doppietta consecutiva con il Giro d’Italia, un altro primato che prima di lui nessuno era riuscito a conquistare, se non ad anni alterni.

Mauro Facoltosi

LE ALTIMETRIE

Indurain e Rominger sul Galibier durante il tappone di Serre-Chevalier (wikipedia)

Indurain e Rominger sul Galibier durante il tappone di Serre-Chevalier (wikipedia)

Commenta la notizia