IL GIORNO DELL’ACCOPPIATA FEROX

Gavia e Mortirolo nello stesso giorno sono un’accoppiata tremenda, in grado di scardinare gli equilibri della Corsa Rosa. La prima volta che l’organizzazione inserì i due valichi nella stessa tappa la classifica ne uscì ribaltata e lo stesso accadde qualche anno dopo. Anche stavolta questo feroce abbinamento stravolgerà i connotati della classifica generale?

Solo quattro volte finora gli organizzatori della Corsa Rosa hanno osato comporre la durissima accoppiata che caratterizzata il tappone “sovrano” del Giro 2019 e in due occasioni l’abbinamento sconvolse le gerarchie della corsa. Stiamo parlando di Gavia e Mortirolo che nella medesima frazione furono scalati per la prima volta l’8 giugno del 1996, in una tappa che era partita da Cavalese con una maglia rosa decisamente “traballante”, indossando lo spagnolo Abraham Olano le insegne del primato con soli 46 centesimi di secondo di vantaggio su Pavel Tonkov, il corridore russo che quella sera all’Aprica tornerà definitivamente al vertice della classifica con 2’43” sull’italiano Enrico Zaina e 2’57” sull’avversario Olano, che dopo il crollo sul Mortirolo dirà che bisognava far impiccare chi aveva avuto l’idea di asfaltare quella strada. I due valichi torneranno a fare accoppiata il 5 giugno del 1999, data triste per il ciclismo perché quello fu il giorno dell’espulsione di Marco Pantani per i fatti che ben conosciamo; il clamore provocato dalla notizia soffocò le note agonistiche di quella giornata che vide ancora un rovesciamento di fronte perché Paolo Savoldelli, ritrovatosi al vertice della classifica con 34” di vantaggio su Ivan Gotti dopo l’allontamento del “Pirata”, al termine della frazione si ritroverà preceduto dal conterraneo per 3’35”, rischiando d’un soffio anche di perdere il secondo posto poiché Gilberto Simoni terminerà terzo a 3’36”. Bisognerà poi attendere il 2006 affinchè fossero ancora proposti Gavia e Mortirolo nella stessa giornata e, in quell’occasione, non ci fu nessuno sconvolgimento ma solo perché quel Giro lo stava dominando fin dalle tappe appenniche Ivan Basso, che in quella frazione dilatò ancor di più il suo vantaggio sul corridore che lo inseguiva in classifica, lo spagnolo José Enrique Gutiérrez, portandolo da 6′07″ e 9′18″. E infine, classica eccezione che conferma la regola, ci fu la tappa del 2008 al termine della quale tra i primi due della classifica non mutò nulla e i 4” che separavano Alberto Contador da Riccardo Riccò al raduno di partenza di Rovetta rimasero intonsi in quel di Tirano.
Visti i precedenti sarà questa, dunque, la tappa più temuta del 102° Giro d’Italia e non solo per le salite che si dovranno affrontare, ma anche per il giorno di riposo che il gruppo avrà osservato nelle ventiquattrore precedenti. Lo prescrive l’UCI (per regolamento ce ne devono essere due) ed era quasi obbligatorio inserirlo in questo punto, per separe le fatiche delle prime tre frazione alpine dalle ultime tappe in montagna, ma diversi corridori mal lo digeriscono perché interviene a spezzare un ritmo di gara oramai consolidato. E la storia del ciclismo è ricca di episodi di cotte clamorose verificatesi proprio al momento di rimettersi in sella dopo il riposo, come capitò per esempio nel tappone di Serre Chevalier al Tour del 1993, che in un sol colpo fece fuori i due italiani big di classifica, Bugno e Chiappucci, arrivati al traguardo con pesanti ritardi da Indurain e Rominger.
Tanto per gradire, si comincerà a salire sin dalle fasi d’avvio quando, lasciata la località lacustre di Lovere, s’imboccherà la strada che in dolce pendenza percorrere la Val Borlezza in direzione di Clusone, il centro principale della Val Seriana nel cui cuore è possibile ammirare una celebre Danza Macabra dipinta tra il 1848 e il 1849 sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini. Dopo il passaggio da Rovetta la salita si farà più consistente e con 11 Km al 5.8% si raggiungeranno i 1297 metri del Passo della Presolana, superati i quali si scenderà verso la Val di Scalve, alle cui porte si svolterà a destra per andare subito a superare la seconda salita di giornata. È la pedalabile Croce di Salven (8.8 Km al 4.1%), nella quale l’unica vera insidia è rappresentata dalla sede stradale molto stretta; messa alle spalle anche questa difficoltà si planerà su Borno, piccola località di villeggiatura e sport invernali situata sul cosiddetto “Altopiano del Sole”, nel 1981 sede d’arrivo di una tappa del Giro vinta dopo una lunga fuga da Benedetto Patellaro, neoprofessionista siciliano che su quel traguardo dedicò la vittoria al padre, ricoverato in ospedale per una grave malattia. Continunando la discesa si tornerà a quote basse imboccando la Val Camonica, la cui dolce e lenta risalita si protrarrà per una cinquantina di chilometri, attraversando all’inizio di questo tratto il centro di Breno, dominato da un castello innalzato a partire dal XII secolo e che per molto tempo rappresentò la principale fortificazione difensiva della valle. Procedendo in direzione nord la corsa giungerà quindi nella nota località di Capo di Ponte, principalmente conosciuta per il parco nazionale delle incisioni rupestri di Naquane (la più celebre è la “Rosa Camuna”, divenuta simbolo della Regione Lombardia) ma che vanta anche interessanti chiese medievali come il Monastero di San Salvatore e la Pieve di San Siro, situata in frazione Cemmo. Fino a Edolo la strada prenderà quota gradatamente poi si comincerà a macinare più dislivello – sempre su pendenze “tranquille” – quando si sarà cambiata direzione pedalando verso Vezza d’Oglio, centro dal quale è possibile raggiungere con una passeggiata di una ventina di minuti la chiesa di San Clemente, una delle più antiche della valle, mentre con una mulattiera è possibile approcciare la ripidissima strada sterrata che sale ai 2087 metri del Col Carette di Val Bighera, raggiunto il quale inizia una stretta strada asfaltata che giunge sino al Mortirolo. Attraversata Temù, una delle due sedi (l’altra è a Colico) del “Museo della guerra bianca in Adamello” (combattuta durante la Prima Guerra Mondiale), già si sarà a Ponte di Legno, dove si compierà un primo passaggio sulla linea d’arrivo. Subito dopo inizieranno i 16.5 Km all’8% del Passo Gavia, salita che il Giro scoprì nel 1960, quando la strada che conduceva sino a quota 2618 era ancora poco più di una mulattiera, completamente sterrata, esposta sui burroni e stretta al punto che, si racconta, Vicenzo Torriani stipulò contratti con le assicurazioni che concedevano il permesso ai membri dell’organizzazione di scaraventare nei precipizi le ammiraglie che si fossero trovate in “panne”. Quel giorno iniziò la fama ciclistica di questo valico che era già noto all’epoca della Repubblica di Venezia, quando era percorso da una delle numerose rotte commerciali che mettevano in contatto la Serenissima con gli stati a nord delle alpi, itinerario già pericoloso all’epoca se si pensa che il suo primo nome fu “Passo della Testa del Morto”. La strada divenne d’importanza militare durante gli anni della Grande Guerra e una triste vicenda militare la vide protagonista qualche anno prima della scoperta del Giro quando, il 20 luglio del 1954, ventuno alpini persero la vita dopo che la camionetta sulla quale si trovavano precipitò in un burrone a causa del cedimento del fondo stradale. L’incidente avvenne nell’unico tratto oggi rimasto sterrato, che i corridori non percorreranno perché evitato da una galleria costruita nell’estate del 1987, quando la strada fu sistemata dopo le alluvioni che avevano colpito la Valtellina e isolata l’alta valle, facendo del Gavia l’unica strada possibile per farvi accedere i mezzi di soccorso. Torriani, che dopo la tappa del 1960 non era più riuscito a inserire questa salita nel percorso del Giro (nel 1961 e nel 1967 la corsa fu respinta dalla neve), approfittò delle migliorie apportate alla strada per introdurla nuovamente nel tracciato, in occasione di una tappa rimasta nella storia per le pessime condizioni meteorologiche nelle quali si gareggiò (1988). Da allora il Gavia, che negli anni successivi ha perso il suo vetusto fondo bianco, è diventato un passaggio ricorrente della Corsa Rosa, che nel 2019 sarà affrontato per la quindicesima volta, una serie che di passaggi che fu inaugurato dallo scollinamento di Imerio Massignan, a tutt’oggi l’unico italiano ad aver conquistato questo Gran Premio della Montagna. Superata la “Cima Coppi” si scenderà in Valfurva, la terra natale dei Compagnoni, l’ex campionessa di sci Deborah e l’alpinista Achille, che il 31 luglio del 1954 fu assieme a Lino Lacedelli il primo a conquistare la cima del K2. Al termine della planata attenderà i “reduci” dal Gavia la città di Bormio che ha avuto tra i suoi visitatori più illustri anche Leonardo da Vinci, salito addirittura fin sullo Stelvio nel 1493 al seguito del corteo nuziale di Bianca Maria Sforza, la nipote di Ludovico il Moro, che aveva sposato per procura a Milano Massimiliano I d’Asburgo e si stava dirigendo verso Innsbruck, dove avrebbe raggiunto il marito. La “carovana” fece sosta proprio a Bormio e il genio toscano rimase impressionato da quell’ambiente, che descrisse nel Codice Atlantico con le parole “In testa alla Valtolina è la montagna di Bormi. Terribili piene sempre di neve; qui nasce ermellini. A Bormi sono i bagni. Valtolina come detto valle circumdata d’alti terribili monti. Fa vini potentissimi e assai e fa tanto bestiame che da paesani è concluso nascervi più latte che vino. Questa è la valle dove passa Adda, la quale corre più che 40 miglia per la Magna”. Dopo il passaggio da Bormio, la cui principale emergenza monumentale è la tettoia coperta detta “Kuerc”, luogo dove un tempo veniva amministrata la giustizia (nel 1973 farà da sfondo ad alcune scene de “Una breve vacanza”, penultimo film da regista della lunga carriera di Vittorio De Sica), la lunga discesa dal Gavia sarà spezzata da un tratto pianeggiante che si snoderà sul fondovalle della Valdisotto, la porzione della valle dell’Adda che fino al 1987 aveva un aspetto stretto e cupo, cambiando totalmente i connotati dopo la ciclopica frana caduta dal Monte Zandila che portò all’innalzamento del fondovalle di oltre 50 metri, alla formazione di un piccolo lago artificiale, oggi scomparso, ed ebbe la forza di risalire il versante opposto della valle per alcune centinaia di metri, arrivando a distruggere i centri abitati incontranti lungo il cammino e l’antichissima chiesa di San Martino di Serravalle, mentre fu miracolosamente aggirata quella di San Bartolomeo di Castèlaz. Sparì per sempre anche il vetusto “Ponte del Diavolo”, che si credeva costruito dal demonio dopo un patto con i valligiani e che si trovava nel punto più stretto della valle, dove la strada riprende la sua discesa in direzione di Sondalo, località dove nel 1903 fu costruito in stile liberty nel cuore della Pineta di Sortenna il Villaggio Morelli, il primo sanatorio d’Italia e il più grande d’Europa, oggi accessibile con visite guidate organizzate dal Museo dei Sanatori di Sondalo. Attraversata Grosio, “gemella” di Capo di Ponte per la presenza anche in questo centro di un parco d’incisioni rupestri (ma d’interessante c’è anche Villa Visconti Venosta, residenza estiva della nobile famiglia altoatesina, oggi sede museale) si giungerà quindi a Mazzo di Valtellina, comune presso il quale si trova il complesso chiesastico di Santa Maria, che si compone di due chiese e dell’unico battistero medioevale presente sul territorio valtellinese. Per l’appassionato di ciclismo questo luogo rappresenta, però, il punto d’attacco del più celebre versante – ce sono una decina, contando anche le “combinazioni” – del Mortirolo, valico il cui vero nome è “Passo della Foppa” e la cui storia è ben più antica rispetto alla data della “scoperta” da parte del Giro. Lassù molti secoli prima delle battaglie agonistiche a colpi di pedale ne fu, infatti, combattuta dopo il 774 una più “tradizionale” tra le truppe di Carlo Magno e un locale esercito di ebrei e pagani, usciti sconfitti dalla tenzone dopo la quale l’imperatore fece costruire in segno di ringraziamento la chiesa di San Brizio, situata alle porte di Monno. Più recenti, invece, sono le due battaglie combattute nel pianoro sottostante il passo, sul versante bresciano, durante la seconda guerra mondiale e che videro fronteggiarsi i partigiani e le milizie della Repubblica di Salò, uscite sconfitte da quella che gli storici considerano come la più grande battaglia della Resistenza Italiana, terminata in una data storica, il 2 maggio del 1945, giorno della caduta del nazismo in Germania e della resa di Berlino. Nella storia del ciclismo il Mortirolo entrerà il 3 giugno del 1990, affrontato in quella prima occasione dal versante di Monno e percorrendo quindi in discesa le tremende pendenze verso Mazzo, temute al punto che l’organizzazione aveva previsto un servizio di compressori che spazzassero via dal manto stradale gli aghi caduti dai pini e che, sollevati dallo spostamento d’aria provocato dal passaggio di bici e ammiraglie, avrebbero potuto accecare qualche corridore. Il primo eroe del passo valtellinese fu il venezuelano Leonardo Sierra, che salendo verso la “Foppa” staccò i compagni di fuga e poi giunse in solitaria al traguardo dell’Aprica nonostante le due cadute che lo coinvolsero in discesa, dopo le quale decise, terrorizzato, di percorrerne i tratti più pendenti a piedi, spingendo la bici. Capito di aver preso l’ascesa dal verso sbagliato, l’anno successivo Torriani optò per la salita da Mazzo e quella sarà il primo atto della consacrazione di quest’ascesa grazie all’impresa di Chioccioli nella Morbegno – Aprica, completata poi tre anni più tardi dalla fantastica cavalcata di Marco Pantani sulle strade della Merano-Aprica, vinta dal campione di Cesenatico ventiquattrore dopo l’affermazione nel tappone dolomitico di Merano.
Al netto del facilissimo chilometro iniziale, nel quale la salita non si può ancora considerate tale, si dovrà fare i conti con pendenze da mal di gambe per 11 Km e 800 metri, superando in questo lasso di strada un dislivello di 1289 metri e un’inclinazione media da urlo (10.9%) e incontrando il tratto più ostico subito dopo il quarto chilometro dell’ascesa, nel cuore di un troncone di 2800 metri al 13,4% nel quale la pendenza schizza fino al “non plus ultra” del 18%. Arrivati in vetta si dovranno poi percorrere 27,5 Km per tornare a Ponte di Legno, circa cinque in meno rispetto al tradizionale abbinamento con l’Aprica, come quello caratterizzato da un tratto conclusivo in dolce pendenza che ha sempre finito per far ulteriormente decollare i distacchi del Mortirolo. Un finale degno di un tappone destinato ancora una volta a scrivere appassionanti pagine di storia dello sport.

Mauro Facoltosi

I VALICHI DELLA TAPPA

Passo della Presolana (1297 metri). Aperto tra il Monte Scanapà e il Pizzo della Presolana, è valicato dall’ex SS 671 “della Val Seriana” che mette in comunicazione Bratto con Dezzo di Scalve. Il Giro d’Italia vi è salito finora cinque volte, la prima durante la tappa Brescia – San Pellegrino Terme del Giro del 1964, vinta da Franco Bitossi dopo che sulla Presolana era transitato in testa lo spagnolo Antonio Gómez del Moral. Nel 1977, sempre con arrivo a San Pellegrino (partenza da Madonna di Campiglio), Renato Laghi fece suoi sia il GPM, sia il traguardo di tappa. L’anno successivo sarà Lucio Di Federico a conquistare la Presolana durante la Mezzolombardo-Sarezzo vinta da Giuseppe Perletto. Nel 2004 la Presolana sarà arrivo di tappa, situato in località Donico, traguardo conquistato da Stefano Garzelli dopo che, pochi chilometri prima, in vetta al passo era scollinato in testa Gilberto Simoni. L’ultima scalata al valico orobico risale al 2008, nel finale della Legnano – Monte Pora che vide il bielorusso Vasil’ Kiryenka primo sia sulla cima della Presolana, sia al traguardo di tappa.

Valico della Croce di Salven (1108 metri). Ampia sella che separa il Monte Altissimo dalla Corna di San Fermo, è valicato dalla SP 5 tra Dezzo di Scalve e Borno. Quotato 1105 sulle cartine del Giro 2019, è stato inserito una sola volta nel percorso della Corsa Rosa, subito dopo la partenza della Borno – Dimaro del 1981, vinta dallo spagnolo Miguel María Lasa. In quell’occasione il passaggio dal valico non era valido come Gran Premio della Montagna.

Sella di Ossimo (734 metri). Coincide con l’abitato di Ossimo Inferiore, attraversato dalla SP 5 nel corso della discesa della Croce di Salven, tra Borno e Malegno.

Sella di Breno (342 metri). Vi sorge l’omonimo centro.

Passo di Gavia (2621 metri). Aperto tra il Corno dei Tre Signori e il Monte Gavia, è attraversato dall’ex SS 300 “del Passo di Gavia” tra Ponte di Legno e Santa Caterina Valfurva e costituisce lo spartiacque tra la Valtellina e l’alta Valcamonica. E’ quotato 2618 sulle cartine del Giro, che finora l’ha inserito quattordici volte nel percorso e in quattro di queste è stato costretto a rinunciarvi a causa del maltempo (1961, 1967, 1989 e 2013). Gli effettivi scollinamenti portano il nome di Imerio Massignan (1960, Trento – Bormio, primo il lussemburghese Charly Gaul), dell’olandese Johan van der Velde (1988, Chiesa Valmalenco – Bormio, primo il connazionale Erik Breukink), dei colombiani Hernán Buenahora (1996, Cavalese – Aprica, primo Ivan Gotti) e José Jaime González (due volte, nel 1999 e nel 2000; tappe vinte rispettivamente dallo spagnolo Roberto Heras all’Aprica e da Gilberto Simoni a Bormio), del croato Vladimir Miholjević (2004, tappa Cles – Bormio 2000, primo Damiano Cunego), dello spagnolo Juan Manuel Gárate (2006, tappa Trento – Aprica, primo Ivan Basso), del messicano Julio Alberto Pérez Cuapio (2008, tappa Rovetta – Tirano, primo Emanuele Sella), dell’elvetico Johann Tschopp nel 2010 (tappa Bormio – Ponte di Legno / Tonale, vinta dallo stesso corridore e che propose, per l’unica volta nella storia, la scalata dal versante valtellinese) e del colombiano Robinson Eduardo Chalapud nel 2014, quando l’organizzazione ripropose la Ponte di Legno – Val Martello, saltata l’anno precedente per neve e che sarà conquistata dal connazionale Nairo Quintana.

Passo della Foppa (1852 metri). È il valico comunemente identificato come Mortirolo, attraversato dalla strada provinciale che mette in comunicazione Mazzo di Valtellina con Monno. Sulle cartine del Giro è quotato 1854 metri. In realtà, il vero Mortirolo si trova a breve distanza dal valico stradale. Anzi, ne esistono due, il Passo del Mortirolo-Nord e il Passo del Mortirolo-Sud, entrambi alti 1896 metri: il primo si trova a nord est della Foppa ed è raggiunto da una strada sterrata a fondo cieco che si stacca dal tratto terminale del versante bresciano; il valico sud, invece, è toccato da una strada di cresta asfaltata che permette di raggiungere la Foppa direttamente dall’Aprica, passando per Trivigno (è la strada che sarà percorsa in discesa al prossimo Giro d’Italia Under23). Il Giro vi è finora salito tredici volte e gli “eroi” di quest’ascesa sono stati, in rigoroso ordine d’apparizione, il citato Sierra nel 1990 (tappa Moena – Aprica), Chioccioli nel 1991 (Morbegno – Aprica, identico vincitore), Marco Pantani nel 1994 (Merano – Aprica, idem), Ivan Gotti nel 1996 (Cavalese – Aprica, idem), Wladimir Belli nel 1997 (Malè – Edolo, primo il russo Pavel Tonkov), ancora Gotti nel 1999 (Madonna di Campiglio – Aprica, primo al traguardo lo spagnolo Roberto Heras), Raffaele Illiano nel 2004 (Bormio – Presolana, primo Stefano Garzelli), Ivan Basso nel 2006 (Trento – Aprica, idem), lo spagnolo Antonio Colom nel 2008 (Rovetta – Tirano, vinta da Emanuele Sella), nuovamente Basso nel 2010 (Brescia – Aprica, vinta da Michele Scarponi), l’elvetico Oliver Zaugg nel 2012 (Caldes – Passo dello Stelvio, vinta dal belga Thomas De Gendt), l’olandese Steven Kruijswijk nel 2015 (tappa Pinzolo – Aprica, vinta dallo spagnolo Mikel Landa) e lo spagnolo Luis Léon Sanchez nel 2017 (tappa Rovetta – Bormio, vinta da Vincenzo Nibali).

RINGRAZIAMENTI

Segnaliamo che le citazioni cinematografiche (nel testo e nella fotogallery) sono frutto della collaborazione con il sito www.davinotti.com, che ringraziamo per la disponibilità.

FOTOGALLERY

Lovere

La “Danza Macabra” di Clusone

Vista panoramica sulla Val di Scalve dalla discesa della Presolana

Castello di Breno

Capo di Ponte, Parco delle incisioni rupestri di Naquane

Capo di Ponte, Monastero di San Salvatore

Cemmo, Pieve di San Siro

Chiesa di San Clemente, Vezza d’Oglio

Tratto abbandonato della vecchia strada del Gavia, teatro dell’incidente del 20 luglio 1954

Il “kuerc” di Bormio ripreso in un’inquadratura del film “Una breve vacanza” (www.davinotti.com)

Il “kuerc” di Bormio ripreso in un’inquadratura del film “Una breve vacanza” (www.davinotti.com)

Valdisotto, la rupe miracolosamente aggirata dalla frana del 1987 in cima alla quale si staglia il campanile della chiesa di San Bartolomeo di Castèlaz

Grosio, Villa Visconti Venosta

Mazzo di Valtellina, complesso chiesastico di Santa Maria

Il monumento a Marco Pantani lungo la salita al Passo del Mortirolo

Un ripido tornante del Mortirolo e, in trasparenza, laltimetria della 16a tappa del Giro 2019 (www.caidongo.it)

Un ripido tornante del Mortirolo e, in trasparenza, l'altimetria della 16a tappa del Giro 2019 (www.caidongo.it)

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