VUELTA 2019, BUONI SPUNTE E PERPLESSITÀ

dicembre 21, 2018
Categoria: Copertina, News

Il percorso della Vuelta a España 2019 lascia un po’ a desiderare perché, a fronte di quanto accade nel ciclismo moderno, ASO persevera nel proporre chilometraggi da juniores e quest’anno addirittura la cronosquadre, con conseguente riduzione dei chilometri a cronometro individuale. Arriva qualche buono spunto con alcune tappe, come la riproposizione di quella che permise ad Aru di strappare la maglia rossa a Dumoulin (guardacaso senza arrivo in salita) nel 2015 e una due giorni asturiana davvero tosta.

Quest’anno nessun dubbio sul fatto che RCS abbia fatto un lavoro nettamente migliore di ASO sul fronte dei percorsi. Il tracciato del Giro di Italia è di gran lunga superiore sia a quello del Tour de France, sia a quello della Vuelta a España. Del resto, pare che anche alcuni blasonati campioni che avevano annunciato di voler puntare la stagione sul Tour de France, come Tom Dumoulin, abbiano invece deciso di virare sul Giro d’Italia come obiettivo primario dopo aver visto i percorsi.
La Vuelta 2019 presenta, infatti, diversi difetti, specialmente se rapportata al ciclismo moderno.
Il primo è il chilometraggio totale e quello delle singole tappe. A fronte di un Giro d’Italia i cui organizzatori hanno capito che è necessario riportare i chilometraggi delle tappe a livelli da professionisti (e sono stati lodati per questo), la Vuelta propone un percorso senza tappe oltre i 200 Km. La mania dei mini chilometraggi, introdotta proprio da ASO, sta togliendo sempre più chances ai fondisti, a quei corridori che proprio nella resistenza maggiore rispetto agli altri hanno la loro arma migliore.
I tapponi di montagna di elevato chilometraggio sono quelli che possono provocare la crisi, offrendo la possibilità di far saltare il banco e contribuendo comunque ad accumulare fatica negli atleti.
Del resto, il chilometraggio complessivo, inferiore ai 3300 Km, risente di questa scelta francamente infelice.
Il secondo difetto, in realtà comune ai tre GT, è la scarsa copertura di tutte le zone del paese. Non si può certo pretendere che una corsa di tre settimane vada a coprire ogni singolo angolo di un paese, considerata anche l’estensione della Spagna. Tuttavia, guardando il tracciato complessivo si nota come venga totalmente ignorata la parte meridionale dello stato, preferendo sconfinare con tre tappe tra Andorra e Francia. In questo caso, a parziale discarico degli organizzatori, va detto che esigenze economiche sempre più pressanti li costringono a scelte non sempre del tutto libere, come è avvenuto anche al Giro d’Italia e al Tour de France.
Lascia perplessi anche la scarsità di tappe di montagna senza arrivo in salita. Solo la frazione con arrivo a Becerril de la Sierra, che ripropone quasi integralmente la tappa che nel 2015 permise a Fabio Aru di riprendersi definitivamente quella maglia rossa che Tom Dumoulin gli aveva strappato qualche giorno prima, presenta quattro GPM seri senza l’arrivo in quota.
Tutte le altre tappe di montagna hanno l’arrivo in salita e sono otto in totale, decisamente troppe, specialmente in un ciclismo in cui gli arrivi in salita spingono spesso gli atleti allo scatto solo in vista dell’ultimo chilometro.
Sono come al solito presenti le “rampe di garage” che accentuano ancor più questo aspetto non esaltante del ciclismo moderno, tuttavia quest’anno si nota una positiva riduzione del numero di esse. Saranno solo due gli arrivi su ramponi brevi con pendenze da ribaltamento e uno di essi sarà a Los Machucos, una salita che in realtà misura quasi 7 Km e sulla quale Froome passò un brutto quarto d’ora nel 2017.
La nota certamente positiva è la scelta di proporre tappe di montagna con diverse salite serie in successione. È certamente un elemento in grado di aumentare lo spettacolo, ma il fatto che tutte queste tappa eccetto una finiscano con l’arrivo in salita rischia di vanificare gli effetti positivi che questa scelta si propone di sortire.
In ogni caso queste tappe possono essere utilizzate da qualche coraggioso per tentare il colpaccio. Forse alcune di esse sono collocate un po’ troppo presto per ispirare il tentativo di ribaltamento, mentre la penultima tappa, che dovrebbe essere quella che più si presta ai tentativi in grande stile, è decisamente scarsa sotto questo punto di vista.
La cronometro individuale è abbastanza soddisfacente, di medio chilometraggio e adatta agli specialisti, ma assolutamente insufficiente nel disegno complessivo dato che sarà l’unica occasione per gli specialisti. La scelta, infatti, è stata quella di proporre una inguardabile cronosquadre piatta di ben 18 Km come frazione di apertura.
Nonostante da molti anni si parli del fatto che la squadra ha sempre maggior incidenze nella corse e che questo non sia un bene, visto che la competitività delle compagini dipende dalla potenza economica degli sponsor, ASO continua a proporre cronosquadre che negli ultimi anni al Tour de France hanno portato gli uomini Sky a prendere un vantaggio considerevole nelle prime frazioni rispetto agli altri uomini di classifica ed ad addormentare la corsa nelle frazioni successive.
Dopo la cronosquadre d’apertura ci saranno alcune tappe facili, adatte ai velocisti, prima del primo arrivo in salita ed anche questa è una inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni, che vedevano già alla seconda tappa l’arrivo su qualche rampa di garage.
La quinta tappa presenta il classico arrivo in salita da prima settimana con ascesa finale proposta dopo una tappa sostanzialmente soft: si arriverà ai quasi 2000 metri dell’osservatorio astrofisico di Javalambre, salita non banale e abbastanza buona per essere il primo appuntamento con i monti.
Se la sesta tappa prevede un finale accidentato, con due salite di terza categoria (la seconda delle quali sarà anche traguardo di tappa),la settima avrebbe rappresentato un’ottima occasione per attaccanti e cacciatori di tappe se non avessero piazzato il rampone finale che sembra fatto apposta per ispirare gli uomini di classifica alla sparata finale dell’ultimo chilometro per guadagnare l’abbuono e racimolare qualche secondo.
L’ottava tappa presenta un GPM di seconda categoria a 28 Km dalla conclusione che potrebbe risparmiare qualche buon velocista in forma, mentre la nona è una minitappa in territorio di Andorra con tre salite serie in rapida successione, senza un attimo di respiro. Le salite sono tutte lunghe e dure e il ridotto chilometraggio potrebbe ispirare una corsa dura sin dall’inizio. L’arrivo in salita molto lungo, diviso in tre tronconi, fa comunque pensare ad un attacco negli ultimi chilometri, anche perché un notevole dispendio energetico al nono giorno di gara pare un po’ prematuro.
Dopo il giorno di riposo, ecco la cronometro individuale di 36 Km che dovrebbe consentire agli specialisti di recuperare il tempo perduto sulle prime asperità e mettere da parte un piccolo tesoretto per affrontare le montagne a venire.
La tappa si svolgerà interamente in territorio francese e l’arrivo sarà posto a Pau, una delle località che ha collezionato più arrivi di tappa della Grande Boucle.
La frazione successiva, che si svolgerà tra Francia e Paesi Baschi, sarà dedicata ai cacciatori di tappe, estremamente mossa con 4 GPM a quote collinari. Lo stesso discorso vale per la frazione successiva con arrivo a Bilbao che vede tre GPM di terza categoria nel finale. Si tratta di un’occasione ghiotta anche per i finisseur, che potranno beneficiare di un traguardo posto dopo 7 Km di discesa dall’ultimo GPM, ideale trampolino di lancio per la stoccata decisiva, nel caso la fuga non dovesse avere buon esito o se essa dovesse essere densamente popolata.
La frazione successiva porterà la carovana in Cantabria per affrontare nuovamente la terribile ascesa verso il monumento alla “Vaca Pasiega”, con pendenze vicine al 30% e tratti da pedalare sul cemento. Su questa salita Froome patì la peggiore giornata alla Vuelta del 2017, edizione della corsa iberica che poi lo vide giungere da leader della classifica a Madrid.
La tappa è molto interessante nel suo snodarsi, è tutto un susseguirsi di asperità che avrebbero potuto caratterizzare una bella frazione incerta all’insegna della battaglia per la vittoria parziale, con le seconde linee sugli scudi. La salita finale rischia, però, di indurre gli uomini di classifica a tenere la corsa cucita per conquistare anche l’abbuono sul traguardo.
Il giorno dopo la carovana farà di nuovo tappa ad Oviedo dove, dopo diverse edizioni in cui il centro del capoluogo asturiano aveva dovuto abdicare in favore dell’arrivo sul soprastante Alto del Naranco, questa volta si arriverà in centro e la tappa sarà dedicata ai velocisti, che potranno rifarsi vivi alla vigilia dei due terribili tapponi asturiani.
Il primo di essi vedrà l’arrivo inedito al Santuario de la Virgen del Acebo al culmine di una salita caratterizzata da pendenze molto elevate e dopo tre salite di tutto rispetto. Si tratta, dunque, di un classico tappone di montagna di medio chilometraggio con salite in successione. Un tracciato simile caratterizzerà anche la tappa successiva, con le ascese del Marabio e della famosa Cobertoria a fare da antipasto alla lunghissima salita finale (25 Km) verso l’Alto de la Cubilla. La Cobertoria verrà affrontata dal lato meno pendente, ma comunque tosto, mentre la salita finale non presenta pendenze ostiche (la media è del 5%) ma la lunghezza della salita e la collocazione al termine di una due giorni terribile la renderanno un ostacolo molto difficile da affrontare.
Queste due giornate saranno le più dure e, quindi, cruciali per la corsa.
I corridori avranno a questo punto due giorni per rifiatare, il primo con un riposo ed il secondo con una tappa dedicata ai velocisti rimasti in gara che si fronteggeranno sul traguardo di Guadalajara.
A questo punto si disputerà l’unico tappone senza arrivo in salita; le montagne saranno le stesse che nel 2015 regalarono ad Aru il suo unico successo finale in un GT ovvero i “puerti” di Navacerrada e di Cotos, in mezzo ai quali si affronterà la doppia scalata alla Morcuera, l’ascesa che risulterà fatale a Dumoulin. Il corridore sardo riuscì, grazie al ritmo elevatissimo imposto dalla sua squadra, a mandare in crisi il giovane olandese che, grazie alla tappa a cronometro ed alla sua resistenza in salita, era riuscito ad impadronirsi della maglia rossa in una corsa a 3 con “Purito” Rodríguez, uscito di scena proprio a causa del pesante ritardo patito nella tappa contro il tempo.
Anche quest’anno un tappone come questo, posto negli ultimi giorni di gara, potrebbe essere l’occasione per far saltare il banco. Le salite sono tutte abbastanza dure, anche se non impossibili, e i 25 Km che si dovranno percorrere per andare all’arrivo dall’ultimo GPM al traguardo potrebbero dilatare i distacchi che un corridore di classifica potrebbe accusare.
Il giorno successivo torneranno di scena i velocisti con l’arrivo di Toledo, mentre alla vigilia della frazione conclusiva si disputerà un’ultima tappa di montagna dalla quale sarebbe stato lecito aspettarsi di più, visto che sarà l’ultima occasione per ribaltare le sorti della generale. Dopo la prima salita dura ci saranno circa 100 km incolori, mentre il punto più impegnativo sarà costituito dall’ascesa del Puerto de Peña Negra. Dalla sua cima mancheranno 34 chilometri alla conclusione, 34 chilometri di mangia e bevi con l’ascesa finale verso i 1775 metri dell’Alto de Gredos, classificato di terza categoria. Il Peña Negra potrebbe senza dubbio rappresentare un luogo dove tentare un attacco a lunga gittata, ma i cento chilometri di nulla tra i due GPM di prima categoria non permettono a chi vuol fare corsa dura di stancare gli avversari per farli arrivare a raschiare il fondo barile sulle rampe della seconda ascesa, che è molto lunga (15 Km) ma non particolarmente ripide (media del 5,7%), mentre in vetta si rasenteranno i 2000 metri di quota.
Il giorno successivo, infine, ci sarà la classica passerella conclusiva a Madrid, ad uso e consumo dei velocisti rimasti in gara.
In conclusione, si può osservare positivamente come la Vuelta stia affrontando un certo percorso evolutivo, con una diminuzione degli arrivi sulle rampe brevi e l’aumento dei tapponi. Le due frazioni di montagna asturiane sono certamente le più dure della corsa, ben disegnate e messe in successione. Ciononostante, restano i vizietti di ASO come quello di buttare fumo negli occhi annunciando a gran voce l’inserimento di 4 chilometri di sterrato pianeggiante nella tappa andoranna come se fossero il Colle delle Finestre o la Strade Bianche. Restano i chilometraggi ridotti, nessuna frazione supera i 200 km, e restano troppi gli arrivi in salita a scapito di tappe di montagna lunghe. Pochi i chilometri a cronometro individuale, una mossa sconcertante dato che sarebbe bastato far diventare la cronosquadre una tappa contro il tempo individuale e ci sarebbe stato un buon equilibrio. Scarsa la terza settimana: essa deve servire proprio per far venire fuori i fondisti nei tapponi ed invece ci sono ben tre tappe dedicate agli sprinter e due tappe di montagna di cui una non particolarmente allettante.
Anche la collocazione della minitappa di Andorra alla nona giornata di gara non appare molto felice, visto che i big potrebbero mantenersi prudenti per non rischiare di rimanere a corto di energie in vista della cronometro e della terribile due giorni nelle Asturie.
Insomma qualche miglioramento, ma ancora molte perplessità; RCS continua a dimostrarsi nettamente superiore ad ASO nel disegno dei tracciati e i campioni stanno cominciando a premiare tale qualità.
Ora che sono noti tutti i percorsi del grandi giri si può affermare, senza timore di essere smentiti, che il percorso del Giro è nettamente il migliore, il più vario, il più ricco di insidie, il più duro ed il più equilibrato, l’unico dei tre senza cronosquadre e questo, si sa, è già un vantaggio enorme.

Benedetto Ciccarone

La strada che sale verso lAlto de la Cubilla, una delle mete inedite della Vuelta 2019 (www.jandrocandas.com)

La strada che sale verso l'Alto de la Cubilla, una delle mete inedite della Vuelta 2019 (www.jandrocandas.com)

Commenta la notizia