NON SOLO GAVIA. 1988: IL GIRO DELLE MILLE CADUTE

maggio 18, 2010
Categoria: Approfondimenti

Ieri i “girini” sono transitati da Santa Maria Capua Vetere, lambendo l’antichissimo Arco di Adriano, monumento che, 22 anni fa, fu causa e testimone di una delle più brutte cadute avvenute sulle strade della corsa rosa. È il Giro del 1988, passato alla storia come l’edizione del Gavia affrontato sotto una pesantissima nevicata. Se, però, non ci fosse stata quella storica giornata, oggi saremo qui a ricordare una corsa diversa, con i suiveurs dell’epoca a parlarci più di cadute, polemiche ed incidenti, piuttosto che di imprese in montagna: dalla caduta di Rominger nel prologo alle diatribe legali della volata del Lido di Jesolo, il 71° Giro d’Italia si rivelò essere una vera e propria corsa ad ostacoli.

Foto di Sergio Penazzo (dal libro “Un anno di ciclismo 1988, Giacomo Santini, Reverdito Editore)

Non ci fosse stato il Gavia, non ci fosse stata l’ultima grande giornata di maltempo vissuta sulle strade della corsa rosa, il Giro d’Italia del 1988 sarebbe passato alla storia come l’edizione della “sfiga”. Quell’anno un’infinita catena di contrattempi caratterizzò l’intero svolgimento della corsa, dalla crono inagurale d’Urbino sino alla giornata conclusiva, fissata in quel di Vittorio Veneto in occasione dell’80° anniversario della fine del primo conflitto mondiale. E furono davvero un bollettino di guerra le cronache di quel Giro, tra malumori, proteste e ruzzoloni; soprattutto ruzzoloni, con vittime talvolta illustri.
Si comincia a cadere fin da subito, sulle strade dell’insidiosa cronometro d’apertura, tracciata sul tortuoso circuito delle mura di Urbino, tutto saliscendi e curve. Proprio una di esse, affrontata a tutta velocità, manda per le terre Tony Rominger, fin a quel momento detentore del miglior parziale. Il corridore elvetico prontamente si rialza e riparte a tutta, ma oramai la frittata è fatta e la maglia rosa sfuma per appena 3 secondi, finendo sulle spalle del francese Jean-François Bernard.
Tre giorni più tardi tocca a Bugno saggiare la dolorosa consistenza dell’asfalto: un tagliente pezzo di ferro abbandonato sulla strada per Rodi Garganico, la bici del monzese ci passa sopra e poi il capitombolo. Gianni si schianta a terra e con lui la clavicola mentre si apre uno squarcio sull’arcata sopraciliare destra, che sarà richiuso con sei punti di sutura all’ospedale di Padre Pio, a San Giovanni Rotondo, dove sarà ricoverato all’oscuro della squadra, imbufalita per la mancata segnalazione del nosocomio. Il pomeriggio stesso si corre la cronosquadre di Vieste e si cade anche durante la prova collettiva. A sera monta la seconda polemica del Giro, dopo le proteste mattutine dei “Chateau d’Ax” (la formazione di Bugno): non solo il percorso, tracciato lungo la tortuosa litoranea garganica, era poco indicato per una prova come la cronometro a squadre, ma era stato ufficializzato nonostare il parere negativo della commissione tecnica, che doveva dare preventivamente il benestare.
I “girini” hanno un altro motivo per lamentarsi: la tappa successiva è lunghissima, bisogna coprire 260 Km per andare da Vieste a Santa Maria Capua Vetere, e non era il caso – a detta dei corridori – di proporre una frazione simile all’indomani di un doppio impegno. Così la quinta tappa del Giro 1988 si trasforma in una lenta e noiosa transumanza, una sorta di sit-in in corsa, con la velocità – che alla fine della giornata sarà poco superiore ai 35 orari – che aumenta vertiginosamente solo nei chilometri conclusivi, quando i velocisti cominciano sentire odore di traguardo. Un ostacolo imprevisto, non segnalato con cura dall’organizzazione, si para però loro di fronte a un chilometro e mezzo dal termine. Si deve transitare sotto un arco ma non è di quelli ufficiali, che indicano quanto manca alla fine della fatica giornaliera; è un manufatto d’epoca romana, bello a vedersi ma i cui basamenti occupano quasi completamente una sede stradale già stretta di suo, ancor più ridotta dai cordoli di cemento realizzati dall’uomo moderno per impedire che le auto in transito “grattino” il piede del monumento. È da pazzi mettere un passaggio simile in un finale e forse l’organizzazione se ne rende conto solo all’ultimo momento: mandano un incaricato a segnalare il problema al gruppo, ma non serve a inevitare l’inevitabile che, fortunatamente, non accade quando a transitare è la testa lanciatissima del gruppo, dove stanno sgomitando i velocisti, i loro apripista e i big del 71° Giro d’Italia, che in queste fasi corrono sempre davanti per evitare di perdere tempo prezioso in caso di fratture nel gruppo, in conseguenza d’imprevidibili cadute. Ma stavolta era facile immaginare cosa sarebbe successo: al passaggio delle retrovie, il gruppo si apre per imboccare i due “pertugi” disponibili e un corridore, guardando dritto di fronte a sè per essere certo di fare “centro” nel fornice, non avverte la presenza del sottostante cordolo, che sfiora col pedale. I laccetti a sganciamento manuale e la rapidità dell’incidente non consentono allo sfortunato corridore di liberare il piede e il malcapitato si ribalta, tirandosi dietro tutta la bicicletta e provocando un ulteriore sbarramento, contro il quale franano coloro che lo seguono. A terra rimangono il norvegese Pedersen, lo svizzero Schwarzentruber e Rodolfo Massi, con quest’ultimo a patire le conseguenze peggiori: rimasto privo di sensi per lunghissimi e terribili istanti, il marchigiano si rompe clavicola, naso, denti, trochite omerale sinistro e femore, sempre il sinistro, che sarà operato al C.T.O. di Careggi, dove riescono a ridurgli la frattura, anche se la sua gamba sarà per sempre più corta d’un centimetro.
L’onda anomala della malasorte non rallenta dopo essersi infranta contro l’Arco di Adriano e – dopo la caduta del vicentino Luciano Loro, finito in un campo di granoturco nel corso della tappa di Campitello Matese – procede nel suo cammino travolgendo un “pesciolino”: è Poisson, il francese Pascal Poisson che, pedalando verso Chianciano Terme, va giù spappolandosi clavicola destra e tutti e due i polsi. Non è l’unico a dolersi in quella giornata, che vede Paolo Rosola esibirsi in una grattuggiata di coscia sull’asfalto. Va meglio a Silvano Contini, che medita di lasciare il ciclismo per passare al nuoto dopo una sbandata terminata con un tuffo in una roggia a bordo strada.
Se Maometto non va alla montagna, è la montagna ad andare a Maometto, quando non sono i corridori a incappare in un incidente sono le occasioni d’incidente ad andare loro incontro. Succede sul rettilineo d’arrivo di Marina di Massa quando un vigile, autorità che dovrebbe garantire la pubblica sicurezza di tifosi e corridori, decide di mettere a repentaglio la propria e si lancia in mezzo alla strada, proprio mentre è in corso la volata. L’italiano Boffo e lo spagnolo Suarez Cueva gli rovinano addosso, in un capitombolo che farà aumentare le polemiche. La direzione di corsa, stavolta, non ha colpe ma si comincia a puntare il dito verso un’organizzazione scricchiolante, uscita malconcia dalla tempesta della crisi vissuta qualche anno addietro dalla RCS: Torriani non solo era stato costretto a disegnare percorsi facili, che risultassero appetibili ai corridori più amati dal pubblico e le cui gesta li avrebbero spronati ad acquistare più copie della Gazzetta, ma anche a lavorare in povertà di risorse economiche. E poi il mitico patron, progressivamente minato da una grave malattia sempre più invalidante, non era più in grado di reggere da solo tutta la baracca e occorreva affiancargli una persona che, in futuro, lo avrebbe sostituto. Non a caso, proprio da quel periodo assumerà sempre più poteri in seno all’organizzazione l’avvocato Carmine Castellano, che prenderà completamente in mano le redini del Giro nel 1993.
Intanto il Giro continua e, puntando sempre più verso nord, giunge a Salsomaggiore Terme dove rischia di perdere il proprio “capo” viaggiante. Succede quando, a 8 Km dalla meta, va giù la maglia rosa, il ligure Podenzana, e l’immediato inseguitore in classifica Franco Chioccioli tenta vanamente di sfruttare l’occasione per colmare il gap di 45” che lo divide dalla leadership. Oltre a non farcela, finisce col far scoppiare una diatriba tra tifosi e suiveurs, tra chi tira in ballo la legge non scritta per la quale non si deve attaccare un avversario in difficolà e chi sostiene che la guerra è guerra, a tutti i costi.
Il Giro continua, ancora, ma stavolta non arriva a destinazione. A 1500 metri dal traguardo di Colle Don Bosco lo svizzero Stutz, fuggitivo di giornata, si vede la strada bloccata: non sono tifosi facinorosi o antielvetici a sbarragli il passo, sono nientemeno che Torriani e il suo “delfino” Castellano. Deve essere stata anche una scena gustosa a vedersi, con un infuriato Stutz che non si capacita dell’accaduto protestando in tedesco e il buon Torriani, che quella lingua non la masticava, sbraitare in un italiano arrocchito dalle sigarette perennemente pendenti dalle sue labbra. E chissà quante ne avrà fumate quel giorno, al vedere la linea d’arrivo occupata da una manifestazione di ambientalisti che lo avevano costretto prima ad anticipare il traguardo all’ultimo chilometro e poi, nell’impossibilità di effettuare anche il nuovo finale (le auto del seguito, non potendo procedere oltre, si erano accodate proprio in quel luogo), a dichiarare nulla la tappa ad un passo dal suo epilogo, congelando la classifica e versando al povero corridore elvetico quattro milioni del vecchio conio, il premio che gli sarebbe spettato in caso di vittoria.
Il buon Torriani quella sera avrà certamento lanciato lo sguardo verso oriente, verso le prime montagne alpine, nel cuore la speranza che le sfortune che perseguitano la sua creatura la lascino proprio alla vigilia delle giornate destinate alle vere selezioni. Che si parla di corsa, per diamine!
E la corsa parla, il giorno dopo: i giornali titoleranno del successo del grande scalatore spagnolo Delgado sul traguardo di Selvino, della fine della favola rosa di Podenzana e del primo posto in classifica di Chioccioli, mentre quasi nessun quotidiano segnalerà dell’ennesimo tributo alla iella, un doloroso “tête-à-tête” tra il colombiano Palacio Navarro e il danese Veggerby.
Il gran capo può dirsi soddisfatto e non sta nella pelle. Tra quarantottore si tornerà sul Gavia, che il Giro non osava sfidare da 28 anni, e finalmente tutto quanto successo nelle giornate precedenti diventerà un lontano ricordo. Non sa cosa lo attende e cosa riserverà ai “girini” una delle tappe più devastanti della storia della corsa rosa: la pioggia della partenza che, pian piano, si trasforma in pesanti e spessi fiocchi di neve e lo sterrato che da compatto diviene una poltiglia di fango gelido. È la Beresina del ciclismo, con i combattenti scarsamente rivestiti ed equipaggiati da un non richiesto cappuccio di neve, una discesa da incubo, corridori semiassiderati al traguardo di Bormio, dove Chioccioli sviene ancor prima di sapere che non è più maglia rosa, dove i volti stravolti dal gelo patito paiono in alcuni casi deformati, più simili a quelli di anziani rugosi, piuttosto che a quelli di ragazzi nel fulgore della giovinezza sportiva.
Si trema e non solo per il freddo, ma anche al pensiero che il giorno dopo si dovrà salire fin sullo Stelvio e poi ancora ai quasi 2500 metri del Rombo. Grazie a Dio c’è l’ANAS che proibisce a Torriani di far passare la corsa in cima al re delle ascese italiane, dirottandola sul vicino Giogo di Santa Maria, che è comunque scalato in macchina per la decisione di posticipare la partenza della tappa di Merano 2000 da Bormio a Spondigna, oltre la neve.
Il Passo del Rombo, invece, è regolarmente transitabile ma al raduno di partenza i corridori fanno sapere a Torriani che non intendono ripetere l’esperienza di due giorni prima. In caso di neve ci si ferma, si monta in auto e si riparte. In effetti, avvicinandosi al GPM qualche fiocco scende e, nonostante non sia nulla di preoccupante, tutti decidono di fermarsi all’interno di una galleria dove, all’asciutto, i corridori provvedono a coprirsi per bene, reiterando le richieste del mattino. A quel punto, però, accade qualcosa in seno al gruppo, che si scinde in due fazioni, uno vero e proprio scisma. Una parte dei corridori ritiene che le condizioni non siano così proibitive e che si possa proseguire: si discute d’ambo le parte e poi la fazione possibilista – nella quale militano la maglia rosa Hampsten e il secondo in classifica Breukink – prende e se va verso Innsbruck, lasciano gli altri a questionare nella galleria. Alla fine anche i più tenaci ritornano in sella e la tappa riprende a singhiozzo, mentre s’intrecciano come le stelle filanti nei veglioni di carnevale gli insulti tra corridori, membri della giuria e direttori sportivi, che si erano dissociati dalla protesta.
Quante grane per il povero Torriani che finisce la giornata tirolese con un fuori programma, venendo quasi alle mani con un gendarme austriaco che, a causa del vezzo del patron di girare senza pass al collo, non conoscendolo e non spiccicando una parola d’italiano, cercava in tutti i modi di placcarlo per proibirgli l’accesso nel villaggio d’arrivo.
Se lo sconfinamento è stato piuttosto ruvido, morbido non sarà nemmo il rientro in Italia, con altri due ruzzoloni che vedono protagonisti il francese Bernard e l’italiano Federico Longo. Il primo cade all’interno di una galleria, pesta forte la schiena e s’innervosisce – punta molto sulla cronoscalata dell’indomani per rientrare in alta classifica – ma non immagina ancora il tranello che gli ha teso il destino. Da brividi la svirgolata di Longo all’ultimo chilometro che, nelle fasi preparatorie della volata, deraglia, abbatte una transenna e chi si trova subito dietro, una tifosa in stato interessante, il cui marito sviene per lo choc.
La notte porta consiglio e, visto che i dolori non accennano a diminuire, Bernard si vede costretto fare le valigie e ritornare a casa, mentre i suoi colleghi si preparano per scendere dalla rampa di lancio della crono del Valico del Vetriolo, insidiosa non solo per le difficoltà proprie dell’ascesa ma anche per chi dovrà, a tappa conclusa, presentarsi per tempo al controllo antidoping. I cartelli che segnalano dove sia il controllo medico sono pochi e mal collocati ma, non sapendolo, la giuria decide di punire i ritardatari con 10 minuti di penalizzazione. Non tarda, invece, a montare la protesta dei puniti – a levarsi grossa è, soprattutto, la voce dell’elvetico Zimmerman, che si vede compromessa la classifica (era 3° a quasi 5 minuti) – e ha come effetto la revoca di un provvedimento ingiusto.
Per un giorno tutto torna tranquillo e si pensa che, finalmente, la “dea sbendata” abbia girato il suo sguardo su qualche altro obiettivo.
Si arriva poi alla penultima giornata, una lunga frazione destinata ai velocisti e che si conclude al Lido di Jesolo col successo di Paolo Rosola. No, ha vinto di Di Basco. No, no, ha vinto proprio Rosola. Sì, ma ci vorrà quasi un mese di corsi e ricorsi legali per stabilire con assoluta certezza la vittoria dello sprinter bresciano, accusato ingiustamente di esser stato agevolato da una scorrettezza che la giuria giurava (perdonateci il gioco di parole) d’aver notato dalla telecamera montata sull’elicottero ma che, in realtà, aveva visto solo lei perché nelle realtà non era stata commessa nessuna infrazione.
Solo ventiquattrore dopo Torriani, consegnando la coppa del vincitore nelle mani di Hampsten, può tirare un sospiro di sollievo: finalmente è finita!
Ma per qualcuno non lo sarà affatto… o forse sì. In quel maledetto scivolone di qualche ora prima il francese Bernard non ha solo battuto la schiena, ma anche il nervo sciatico, una violenta e dolorosa collusione che gli condizionerà il resto della carriera, da quel giorno prima di quegli acuti di spessore che lo avevano visto protagonisti nei primi anni di professionismo: l’astro nascente del ciclismo francese tramonta definitivamente dietro l’imbocco di un tunnel.

Mauro Facoltosi


FOTOGALLERY

Copertina: lo stop nella galleria del Passo del Rombo (tappa Merano – Innsbruck)

Bugno in ambulanza dopo la caduta avvenuta nella tappa Vasto - Rodi Garganico

Bugno in ambulanza dopo la caduta avvenuta nella tappa Vasto - Rodi Garganico

Unimmagine della caduta di Santa Maria Capua Vetere

Un'immagine della caduta di Santa Maria Capua Vetere

Rodolfo Massi

Rodolfo Massi

Al traguardo di Colle Don Bosco sono arrivati prima gli ambientalisti

Al traguardo di Colle Don Bosco sono arrivati prima gli ambientalisti

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