GRAZIE VINCENZO. A IGLINSKY UNA LIEGI (QUASI) GRIGIA

aprile 22, 2012 by Redazione  
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Il kazako Iglinsky vince meritatamente un’edizione sottotono della Liegi, ravvivata quasi esclusivamente dalla strepitosa azione solitaria di Vincenzo Nibali, che attacca sulla Roche aux Faucons e resiste fino alla flamme rouge, concludendo comunque secondo.

Foto copertina: Nibali taglia il traguardo di Ans (foto Bettini)

Una Liegi grigia, uggiosa, trafitta qui e là da qualche raggio di sole. L’obiettivo della telecamera spesso si appanna, metafora di una situazione confusa, della nebbia di una battaglia che diventa mischia disordinata, così come trasmette la stessa deprimente sensazione la disastrosa informazione sui distacchi fornita dall’organizzazione di corsa. Nella foschia vaporosa di un gruppo polverizzato in mezzi favoriti e stelle cadute, privo di fari, si accende di improvviso la fiamma di Vincenzo Nibali, che realizza un’azione limpida, pura, lineare, e che verrà abbattuto solo dalla scheggia impazzita Iglinsky, fornito di una gran gamba, ma sparato verso la vittoria da una situazione tattica addirittura folle.

Andiamo con ordine: prima del via già assistiamo a un fatto sconcertante, la caduta di Igor Antón con tanto di frattura della clavicola. Colui che, prima della partecipazione decisa all’ultima ora di Samuel Sanchez, era il capitano della Euskaltel, finisce la sua gara prima di cominciarla. Parte una fuga a tre, nella quale va segnalata presenza dell’italiano Cataldo, unico che poi resisterà strenuamente quasi fino alle fasi calde della Rocca dei falchi: fuga pressoché irrilevante, se non per il fatto che servirà da testa di ponte per il rientro di due uomini importanti, un Rolland in bello spolvero che gioca d’anticipo per supportare il capitano Voeckler, e l’inossidabile Kyrienka, potenziale pedina per Valverde ma forse – vista l’abitudine alle lunghe gittate – già alternativa precauzionale. Dopo la Redoute resisteranno solo questi ultimi due “nuovi arrivati”, più Cataldo, al gancio ma cocciutamente presente.

Sulla Redoute, come ormai da anni è consuetudine (ma grazie al nuovo tracciato il problema è tutt’altro che drammatico), accade poco. Quel poco che accade è un nuovo rovescio della sorte, con Valverde appiedato da un problema meccanico proprio all’imbocco della salita, costretto a prendere la bici da un compagno e tentare un inseguimento semidisperato. In precedenza un rientro faticoso ma coronato da successo (pagato forse in tossine nelle gambe) era toccato a Samuel Sanchez. Anche Voeckler accusa qualche problema, ma lui sì potrà riportarsi sui migliori. Davanti Gilbert corra da leader, impiegando i due “Van” – Van Avermaet e Van Garderen – per scandire un ritmo assai sostenuto che impedisce sortite di seconde linee. A parte i problemi meccanici di cui abbiamo detto, a farne le spese sono più di tutto gli Schleck, con Andy che affonda miseramente e Frank che a stento sopravviverà, ma solo fino ai primi metri della salita successiva. Non ci sarà gara per loro e la Radioshack, che aveva molto lavorato, resta con il solo Monfort come capitano. Ben in vista invece, dietro Gilbert, Vanendert, Joaquim Rodriguez, Cunego, parecchie maglie Astana. Non tutte le impressioni della Redoute, tuttavia, troveranno riscontri.

Da qui l’andatura resta comunque sostenutissima, e in un baleno arriviamo alla Roche, vero snodo della gara. Si parte con un’accelerazione di Santambrogio che già screma il gruppo dagli uomini veloci ancora presenti, come Freire o Rojas, ma anche da Gesink (sempre più in crisi dopo i problemi personali degli anni scorsi), Visconti (se ancora qualcuno intravede per lui opzioni a questo livello), Chris Sorensen e Kroon (notte fonda in termini di punti UCI per Riis), Gerrans (effetto Australia, come già per Goss: ottimi atleti, senz’altro, ma i cui picchi godono di una stagione “con fuso orario” in termini di forma anticipata) e molti altri.
La vera selezione, però, la fa Vincenzo Nibali, con una prima frustata alla quale replicano assai faticosamente Gilbert, Vanendert e, più dietro, Mollema. Si è trattato solo di un “assaggio”, ma ha già procurato l’indigestione a molti: Cunego si dissolve, Joaquim Rodriguez arranca, Samuel Sanchez resta attardato, Scarponi occhieggia nelle retrovie. Come vedremo, però, non necessariamente la scelta di non replicare immediatamente si rivelerà erronea. A fine gara, scopriremo che della top five di giornata, il solo… Nibali (!) era in prima fila in questi momenti. Gli altri pagano caro. Gilbert si rassegnerà alla propria forma latitante con un finale mesto, Vanendert, nonostante l’ottima condizione, stenterà a finire nei dieci, Mollema, pure parso brillante, è quello che se la caverà meglio, con un opaco sesto posto. In questo senso la prestazione di Nibali acquisisce ancor più lustro, rimarcando una differenza qualitativa sostanziale rispetto al resto del parco partecipanti, anche perché, come abbiamo detto, quest’anno il livello degli iscritti era per vari versi appannato (senza con ciò togliere nulla a chi oggi ha spiccato).
Vincenzo contempla gli esiti del suo operato, e si lancia in un’altra micidiale progressione che sbriciola ulteriormente la compagine dei migliori. La scossa decisiva arriva tuttavia nel punto migliore, il falsopiano fatale con cui corona lo strappo. Qui le sagome degli avversari scompaiono disperatamente e miseramente nel punto di fuga dell’inquadratura, e il corridore siciliano comincia un’esaltante cavalcata solitaria. Posizione in sella splendida, pedalata rotonda ma non frenetica e assai efficace. Il distacco comincia a salire.

Dietro si agglomera un gruppetto di quasi venti corridori, a testimonianza di un livello invero appiattito. Un gruppetto che, a dispetto della logica e della tattica, si comporterà come una macchia di mercurio, disfandosi e ricomponendosi in sottogruppi, attacchi e contrattacchi, improvvisate e sonore dormite. A dirla tutta, se la situazione non fosse stata così scomposta, le speranze di Nibali sarebbero state poche. A meno di strampalate congiunture astrali come quella che permise la vittoria ad Andy Schleck (la media che il gruppo inseguitore tenne nel tratto di discese e falsipiani favorevoli fu di 39km/h circa: dei discreti cicloamatori avrebbero fatto meglio), con alle proprie spalle un assieme relativamente numeroso e, quel che più conta, molto strutturato in squadre chiave, la fuga è impresa impervia. Essendo presenti numerosi gregari, specie se “indubbiamente” gregari, ci si accorda, e sacrificando un uomo per squadra si fa velocità. Diverso sarebbe se nel gruppetto restassero solo capitani, ad esempio, perché nessuno vorrà rischiare di lavorare per la vittoria altrui…
Ma qui Rodriguez disponeva di Dani Moreno, Vanendert di Van den Broeck (capitano altrove, ma di sicuro non qui, non in questa situazione di corsa), Voeckler aveva Rolland (probabilmente più forte, ma già spremuto in fuga, e dunque ormai sacrificabile senza rimpianti), Martin aveva Hesjedal (un altro gregario “di lusso”, ma indubitabilmente subordinato a un corridore più scattista come Martin).
Caso a parte quello della Astana, in superiorità schiacciante con Gasparotto, Iglinsky e Kiserlovski. Qui sì che paradossalmente la superiorità numerica rendeva vantaggioso promuovere l’anarchia, perché altrimenti le altre squadre avrebbero potuto imporre proprio all’Astana uno sforzo maggiore, fino al momento in cui si fosse ristabilita la parità. Per gli altri, però, la convenienza era solo per un’azione congiunta ad alto ritmo, che portasse i capitani a giocarsela alla pari sulle rampe conclusive: a maggior ragione perché lo sparpaglio avrebbe favorito, come di fatto è accaduto, il team kazako.

Tutto il contrario. Probabilmente si assommano vari fattori: il timore per lo spauracchio Gilbert e per la rapidità di Gasparotto, da cui una diffusa volontà di isolarli, risultato attuabile solo disgregando il gruppo a suon di scatti; in più, una fiducia forse non proprio alle stelle verso gli apparentemente ovvi “capitani” al momento di dover bruciare i “gregari di lusso”; aggiungiamoci pure, anche se è difficile esserne certi, l’effetto delle sempre più incontrollabili regole UCI sui punteggi, che portano molti a correre per il piazzamento e non per la vittoria. L’esito è il caos più assoluto, con un incessante gioco al gatto e al topo che dopo innumerevoli giri del bussolotto proietta in avanti la strana coppia Rodriguez – Iglinsky. Così però il vantaggio di Nibali arriva fino ai 45”, un margine che di fatto permetterebbe una più che meritata vittoria.

Ma la stessa follia che ha permesso a Vincenzo di prendere il largo per la destrutturazione dell’inseguimento, manifestandosi in forma quasi opposta, materializzerà il dardo che abbatterà il siciliano. Difatti, benché Iglinsky non collabori minimamente all’azione, Rodriguez si danna l’anima, fuori da ogni appropriatezza tecnica (lui, in pianura!) e strategica, per dare fiato al contrattacco. Iglinsky ringrazia di tutto cuore, e speriamo che a fine gara abbia dato almeno una bella pacca sulle spalle all’atleta spagnolo. Spremendosi in questo modo, in effetti, Joaquim non ha nessunissima speranza di rimanere poi competitivo sulle rampe del Saint Nicolas. Non per niente beccherà in tutto un minuto da Iglinsky, ma, quel che la dice ancora più lunga sulla sciaguratezza della scelta, verrà bellamente passato e lasciato a mezzo minuto da tutti, e diciamo tutti, gli uomini del gruppetto, tolti Van den Broeck, spompatosi in un delirante inseguimento solitario (ma piuttosto tirare per Vanendert, o almeno tirargli la volata, era così sgradito?), e Gilbert, che si lascia andare alla deriva tra l’affetto incondizionato dei tifosi.
Davvero non troviamo una spiegazione a un gesto fuori da ogni logica ciclistica, ben diverso da quelli compiuti da Cancellara, che garantendo il successo della fuga alla Sanremo si assicurava comunque un piazzamento, e magari un pur piccola chance – altrimenti inesistente – di vincere. Qui siamo al viceversa.

Alle prime rampe del Saint Nicolas, Iglinsky si mette in testa e si fuma il Purito. Qui accade un altro episodio che dice molto di una gara sconclusionata sotto tutti i punti di vista: i distacchi forniti dall’organizzazione perdono il contatto con la realtà, continuano a riferirsi a un gruppo arretrato, senza specificarlo, e ignorano del tutto Iglinsky. Sarebbe cambiato qualcosa per Nibali? Probabilmente no, un po’ perché ci auguriamo che i diesse in auto facciano come i più pessimisti tra i telespettatori, cioè prendano manualmente il distacco, un po’ perché a quel punto c’era ben poco da fare: un uomo in fuga solitaria da oltre 20km, che ha maturato la fuga stessa con ben tre scatti di cui almeno un paio veramente ficcanti, può ben poco contro un onestissimo corridore (vincitore ad esempio di una gara dall’albo d’oro corto ma pesante come l’Eroica), che oltretutto è stato ininterrottamente a ruota fino al finale di gara. Comunque la mancanza di professionalità dell’organizzazione ASO suona davvero penosa, specie alla luce dei precedenti al Tour con distacchi inventati di sana pianta e con cartografia e altimetrie partorite da menti fin troppo creative (talora con esiti sullo svolgimento stesso della gara).

Parlando di “se” e di “ma”, avrebbe fatto meglio Vincenzo, il più forte oggi in comproprietà con il kazako e Gasparotto, ad attendere le ultime ascese per attaccare? Difficile dirlo, sinceramente da un punto di vista personale crediamo di no. Non scordiamo che sui tratti più duri della Rocca dei falchi un comunque non brillante Gilbert ha tenuto la ruota, mentre altri si sono gestiti sapendo del recupero che sarebbe seguito. La differenza Vincenzo l’ha fatta all’ennesimo scatto, nel soffocante falsopiano. Lo spazio sul Saint Nicolas, e a maggior ragione ad Ans, sarebbe stato troppo esiguo.

Glissiamo con un’ellissi il momento davvero amaro in cui Iglinsky, dalle parti della flamme rouge che contraddistingue l’ultimo km, mette nel mirino Nibali, se lo mangia, e tira dritto vincendo con una corposa ventina di secondi. Amaro non tanto per nazionalismo, ma per il tifo che sempre ci ingenera un’azione bella e coraggiosa. Il fatto che Nibali regga comunque per fare secondo, come già fece terzo alla Sanremo (lì fu il primo atleta da GT a podio in un paio di decenni, dai tempi di Fignon, Bugno e Chiappucci!), dice di azioni che portano sì il marchio dell’atleta, che ci ha abituato a tentativi d’altri tempi certo arrischiati, ma che hanno un livello di concretezza e spessore più significativo rispetto a quanto visto nella tappa del Gardeccia o al Lombardia, dove la conclusione aveva gettato un’alone di velleitarietà sull’impresa. Qui no, qui si è tratto di scelte che imboccavano l’unico cammino possibile verso la vittoria per un’atleta, ahilui, poco dotato di quelle fibre che rendono bruciante lo scatto, sia esso sul traguardo o mirato a fare un buco secco. Un cammino che non è giunto a termine, ma davvero per poco, e qui per una combinazione della sorte, e non per “necessità” come allo Sanremo, dove a esser tre si era pur sempre troppi perché Vincenzo vinca…

Degli altri attori di giornata abbiamo già detto qualcosa per ciò che concerne un Gilbert orgoglioso ma ancora offuscato, e un Joaquim Rodriguez mandato in delirio forse dal freddo. Abbiamo nominato altri protagonisti, tra i quali va sottolineata la bella prova di Gasparotto, che vince la volatina e agguanta un prestigioso podio per mettere la ciliegina alla torta Astana, ma anche a una giornata finalmente non così cupa per l’Italia, anche se secondo e terzo non sono i posizionamenti finali migliori… C’è poi Scarponi buon ottavo, che fa fruttare un Trentino fatto davvero come allenamento (e non come Cunego, invece malamente 35.esimo; speriamo che questo modo confuso di programmare gli obiettivi, che già tanti danni gli ha fatto, possa essere corretto). Ma non dobbiamo ignorare un pimpante Nocentini a ridosso della top ten. Scarponi e Nocentini hanno pagato l’isolamento, se pensiamo che nei primi cinque ci sono solo, tolto Nibali, corridori la cui squadra aveva nel finale almeno due uomini. Fa quarto infatti l’arrembante Voeckler, che era scortato da Rolland (decimo), e non sappiamo se questa ennesima prestazione fuori dalle righe, per un atleta che si è inventato mezzo campione a trent’anni suonati (ormai ne ha quasi trentatre), testimoni più del mediocre livello della gara o piuttosto dello “strano caso” della sua formazione. Quinto è Martin, che fa coppia col nono Hejsedal.

Un Vincenzo così, però, forse al Giro è sprecato, senza contare il rischio di bruciarsi dopo una stagione con già parecchie corse all’attivo. Meglio riprendere le energie e focalizzarsi sul Tour, per poi fare un pensierino, chissà mai, al Mondiale che quest’anno strizza l’occhio alle côte.

Gabriele Bugada

Iglinskiy in trionfo nella Liegi - Bastogne - Liegi 2012 (foto Bettini)

Iglinskiy in trionfo nella Liegi - Bastogne - Liegi 2012 (foto Bettini)

UN VALLONE PER DOMARLI: GILBERT, IL SIGNORE DELLE CLASSICHE

aprile 24, 2011 by Redazione  
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Tripletta, anzi poker. Gilbert affianca il solo Rebellin nell’impresa straordinaria di conquistare in uno stesso anno l’intero trittico delle Ardenne, ma suggella la propria unicità quadrando il cerchio con l’ulteriore vittoria al Brabante, non a caso l’ibrido di transizione tra le pietre e le côtes. Ancora una volta schiacciati senza appello i vari e più eminenti specialisti di ciascuna delle corse in questione.

Foto copertina: Gilbert, il signore delle Ardenne, si gode il trionfo sul trono di Ans (foto Bettini)

Una progressione lineare verso la gloria. Una linea retta fissa sul numero uno. Un cerchio che si chiude. Un rettangolo aureo, quadrilatero di eccelsa armonia. Solo la geometria ci può regalare le metafore per raccontare la perfezione del cammino di Gilbert attraverso il suo regno, dal Brabante al cuore del Vallonia, al cuore del proprio cuore: alla Liegi.

Al Brabante era stato sottomesso Freire, plurititolato campione di una gara che si concede a chi sa adattarsi, a chi non si limita ad eccellere nei rigidi confini di una specialità pura. Lì Gilbert aveva rimarcato il passaggio da un Fiandre già di per sé brillante alle classiche a lui più congeniali. Poi l’Amstel, gara sfuggente come poche altre, insidiosa, nervosa, dominata proprio con la gestione strategica e con il sangue freddo. Quindi la Freccia Vallone, con il muro di Huy divelto di sotto i pedali al favoritissimo e quanto mai specialista di strappi in doppia cifra Joaquin Rodriguez, stracciato sul proprio terreno. E ora la Liegi, la classica più amica dei corridori da GT, corsa tattica, anzi strategica come poche altre: ghermita pur essendone il favoritissimo, di contro alle lamentele e alle scuse che aveva invece avanzato in tal senso l’altro Cannibale delle corse in linea, Cancellara; artigliata proprio sottraendola alla morsa del duo Schleck, i fratellissimi, compagni dello svizzero in una Leopard se vogliamo superiore all’Omega come squadra, e ciò nondimeno incapace di andare oltre a un altro podio pure “da collezione” (e in effetti la Leopard sta facendo proprio collezione di podi).

Una gara ridotta alla linearità più assoluta dalla legge del più forte, applicata ancora una volta in modo matematico da un corridore che, nato generoso e dissipatore, è diventato magnanimo e ponderato: magnanimo però nella condotta di gara (mai un cambio negato, mai un sotterfugio, mai un bluff), non nel dispensare regali, perché Gilbert è un asso che quest’anno ha pigliato tutto.

Come in un sistema di equazioni le sterminate variabili della corsa sono state ridotte implacabilmente, fino al risultato voluto; fino a individuare la singola variabile del talento puro, tradottasi immediatamente in una costante: Philippe Gilbert.

Sembrava complessa la corsa, se non complicata: sull’innocua fuga del mattino si era innestato un contrattacco più minaccioso, a una cinquantina dall’arrivo davanti si contavano più di una dozzina di atleti; c’erano figure di spessore come Van Avermaet, e uomini che allo spessore aggiungevano una possibile funzione tattica, come Gasparotto per l’Astana di Vinokourov. C’erano pure delle belle coppie di medesimo team, un fattore assai favorevole per la riuscita delle evasioni: il belga della BMC era spalleggiato da Frank, Cataldo faceva da gregario a un buon Pineau, Garate e Ten Dam si proponevano come supporto di qualità e quantità per la Rabobank di un Gesink ancora una volta carente. Segnaliamo per la cronaca la coraggiosa presenza del giovane Damiano Caruso della Liquigas.

Il vantaggio oscilla tra il minuto e i due minuti, gli uomini dell’Omega vanno esaurendosi. Dietro comincia a subentrare la Leopard, perché Gilbert è già pressoché isolato dopo aver spremuto Van den Broeck ed aver conservato solo un già stanco Vanendert. La Katusha che pure aveva in precedenza dato qualche bella frustata con Di Luca per alzare il ritmo e fare corsa dura ha pur sempre davanti Vorganov, la Liquigas appunto Caruso. Solo le due formazioni dei principali favoriti hanno tenuto tutto il proprio potenziale attorno ai leader, e ora lo devono spremere.

Sulla Redoute Fuglsang scandisce dietro, ma davanti uno scatenato Gasparotto si fa tutta la salita in testa, e frammenta i fuggitivi: così facendo però il vantaggio cala molto relativamente, una ventina di secondi appena, rimanendo poco sotto al minuto. Chi si giova di più di questo contesto è molto giustamente Vinokourov, l’unico ad aver orchestrato un piano collettivo di qualche rilievo, ancora circondato da pretoriani solidissimi, potenziali corridori da primi posti si direbbe quasi, come Kreuziger, Iglinsky, Di Gregorio. Monfort partorisce il massimo sforzo nell’avvicinamento alla Rocca dei Falchi, riducendo il gap sulla testa della corsa, che le prime pendenze dell’impervio strappo han ridotto ai soli Gasparotto e Van Avermaet. La variabile fuga è quasi azzerata.

Sulla Rocca, i due eventi fatali: Andy allunga, si slancia in micidiale progressione. Gli resistono unicamente il fratellone e Gilbert.
Dietro, Vinokourov rompe la bici, la cambia con Iglinsky ma è tardi! Vino non potrà più recuperare, e così decade anche la possibilità di avere un’armata Astana al gran completo per mantenere a tiro ed eventualmente riassorbire i falchi fuggiti dalla gabbia. Nell’Astana regna il caos, Gasparotto – faticando assai a tenere il passo dei primi cui pure si era agganciato con Van Avermaet – molla la presa nel terribile falsopiano che corona la Rocca, e preferisce tenersi per aiutare chi dei compagni è in rimonta (cosa che farà, a sigillo di una gara comunque encomiabile). La confusione sotto il cielo è grande, c’è Anton, sì, c’è Kolobnev, ci sono Kreuziger e Nibali, si intravedono Cunego e Samuel Sanchez, c’è anche qualcuno che tira come appunto Gasparotto o Dani Moreno.

La grande confusione però rende la situazione eccellente per i guastatori sublimi, per i sovrumani, quei tre che volano via di comunissimo accordo al di sopra del cielo tempestoso dei “corridori normali”; con l’aggiunta di Van Avermaet a ruota fisso, e in ciò bravissimo, ma, lo possiamo già anticipare, fatalmente staccato alle prime asperità del Sant Nicolas. Il destino ci ha messo del suo, perché con Vinokourov a rullare il tempo alla sua armata interamente dispiegata, la musica avrebbe potuto cambiare (visto anche che dopotutto il distacco ha rasentato il minuto, ma più spesso i venti-trenta secondi): ma al destino si è aggiunto il gesto discriminante, lo scatto, la selezione.

La gara è finita.

I chilometri passano nell’attesa che i due fratelli comincino una sequenza di fucilate alternate, ma l’attesa resta inesaudita. Il giovane Schleck, con l’arroganza che pare caratterizzare tutta la sua formazione, diceva che avrebbe firmato per trovarsi in trio con Gilbert e il fratello alla “salita degli italiani”. Che lì sì, che lì allora, che così certo.

Invece niente. Un timido allungo di Andy che non fa male a nessuno, poi invece una progressione violenta ma controllata, diremmo quasi contenuta, da parte di Philippe, conclusa in scatto appena pennellato: abbastanza per ammansire i due avversari, tra i quali il più in palla pare comunque Frank. Tra il talento non scortato dalla dedizione e dal carattere, e la combinazione inversa, sembra prevalere quest’ultima. Andy è insipido, moscio, si stacca poco prima dello scollinamento. Frank lo attende, Gilbert lascia fare, Andy rientra. Proverà a tirare la volata del comunque più veloce, o meno lento, Frank.

La gara è finita.

La gara è finita da un pezzo, principalmente nell’incapacità della coppia Leopard di infrangere il corso di pensiero dominante imposto da Gilbert. Il più forte ha vinto perché aveva le gambe più forti, sicuramente, ma ai nostri occhi soprattutto perché più forte era il suo animo, il suo carattere, la sua deliberazione, il suo carisma.

Gilbert ha sempre collaborato, sempre. Attentissimo, puntuale, presente. Un vero padrone. Ma non ha mai tentennato di fronte alla possibilità di prolungare senza risparmio l’impari sfida (impari a suo svantaggio in termini strategico-matematici, ma che si scoprirà impari in ben altro direzione nella verità della strada!).

Invece per gli altri due le infinite possibilità tattiche che si sciorinavano lungo gli ultimi venti (venti!) chilometri di Liegi si sono assottigliate, esaurite, impoverite. Fino all’epilogo, quasi patetico: Gilbert che decide come e quando e dove lanciare la propria inarrestabile volata, Andy che malamente cerca di lanciare Frank, e il Vallone che vince per distacco, che si rialza ai meno 100 per esultare, che si volta, che sorride, mentre i fratellini si allargano uno di qua e uno di là, in parata, come damigelle d’onore, per scortare la scia già evaporata del trionfatore.

Resta da dire degli uomini, lì dietro, dei bei promettenti nomi di Kreuziger, Uran e Nibali (4.o, 5.o, 8.o), dell’orgoglio magnifico di Van Avermaet (7.o), del mestiere di Kolobnev e Samuel Sanchez, a cavallo dei dieci. Ma è già “parlare d’altro”, perché la Liegi… “ha già detto tutto”.
Un Vallone per domarli tutti, e ultimi i “re degli elfi” lussemburghesi; un Vallone per ghermirle tutte, le Grandi Classiche che dopo lunga secessione paiono pronte a riunificarsi in un solo impero (che la soluzione alla crisi di governo belga possa essere fare primo ministro
Philippe?).

Gabriele Bugada

UN VINO D’ANNATA

aprile 25, 2010 by Redazione  
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Il 36enne kazako conquista la seconda Liegi–Bastogne-Liegi in carriera, avvantaggiandosi assieme a Kolobnev a 15 km circa dal traguardo, e distanziando il russo nei 500 metri finali. 3° Valverde, che anticipa nello sprint dei battuti Gilbert e Evans. Deludenti l’altro grande favorito, Andy Schleck, e Contador, brillanti sulla Roche-aux-Faucons, ma poi sorpresi nel successivo tratto in falsopiano, e tagliati fuori dalla lotta per il successo. Male gli italiani: 18° Garzelli, 21° Cunego.

Foto copertina: Vinokourov esulta sul traguardo di Ans (foto Bettini)

Una squalifica a quasi 34 anni avrebbe probabilmente dissuaso qualsiasi normale corridore da un tentativo di rentrée. Alexander Vinokourov, che un normale corridore mai è stato e mai sarà, non si è accontentato di tornare alle gare nell’autunno scorso, disputando un dignitosissimo Mondiale, ma in questo 2010 ha addirittura ritrovato una gamba non troppo distante da quella degli anni migliori, ritrovando il successo con una tappa e la classifica finale del Giro del Trentino, prima di scrivere una delle pagine più belle della sua carriera sulle strade della Liegi-Bastogne-Liegi, già sua nel 2005. È certo che ora si sprecheranno le discussioni sulla vittoria di un corridore rientrato da due anni di squalifica per doping da meno di dodici mesi, specie vista l’età non più verdissima; considerazioni forse fondate, ma che, se accettate, dovrebbero forse suggerire di dedicarsi alla cronaca di qualche altro sport, se davvero risulta impossibile vedere una corsa ciclistica senza l’ombra del sospetto in primo piano. Ci pare dunque giusto soffermarci sullo splendido gesto atletico dell’uomo Astana, capace di regolare corridori di anche 10 anni più giovani, con tempismo e gestione tattica che ancora oggi trovano pochi eguali in gruppo.
Dopo la fuga mattutina orchestrata da De Gendt, Bouet, Veikkanen, Perez, Devenyns, Finetto e Terpstra, la corsa ha conosciuto un primo sussulto a 100 km spaccati dal traguardo, allorché Jens Voigt ha scosso il gruppo dal suo torpore sulla Côte de Wanne con uno scatto secco, che gli ha consentito di incamerare subito un discreto margine sul plotone. Il tedesco non ha nemmeno atteso Jurgen Van Den Broeck, giuntogli a 20 metri poco dopo la vetta, con una scelta coraggiosa ma probabilmente errata sul piano tattico, trovandosi costretto ad un lungo e alla fine vano inseguimento solitario al drappello di testa, tradottosi in un riassorbimento in gruppo a 65 km dal termine. Poco dopo è toccato a Maxime Monfort provare a ravvivare una corsa ancora molto bloccata, venendo anch’egli neutralizzato facilmente dal plotone in cima all’ascesa di Mont-Theux, 15 km scarsi più tardi.
Nemmeno la Redoute, che ormai da anni ha ceduto lo scettro di punto chiave della corsa, ora conteso dalle côtes della Roche-aux-Faucons e di Saint-Nicolas, è riuscita a destare l’intraprendenza dei big, rimasti a fare da spettatori agli scatti prima di Agnoli e Martin e poi di Barredo, quindi di Ten Dam, Garzelli e altri outsider della vigilia. Dopo un’effimera sfuriata di una decina di chilometri da parte di Tankink, iniziata sullo Sprimont ed esauritasi sulle prime rampe della Roche-aux-Faucons, i grossi calibri sono finalmente entrati in gioco, per l’appunto, sulla terzultima côte di giornata. Dapprima i Liquigas hanno lanciato la scalata su ritmi elevati, venendo però prontamente scavalcati da Frank Schleck, che ha spianato la strada all’attacco del fratello, che ormai da tre anni ha individuato in questa erta il momento giusto per scatenare la battaglia. A differenza di un anno fa, Andy non è però riuscito a fare il vuoto, venendo invece subito braccato da Philippe Gilbert. La scarsa collaborazione al lussemburghese da parte del belga, più che l’inseguimento prima di un deludente Cunego e poi di Evans, prima della sgasata di Contador, hanno fatto sì che la coppia formata dai due principali favoriti non prendesse il largo, vedendosi anzi riassorbire da un drappello poi rinfoltitosi nel corso della discesa.
È apparso subito concreta, non appena il gruppetto di testa si è fatto più numeroso, la possibilità che la situazione, senza una squadra in grado di prendere in mano le operazioni, potesse sfuggire di mano ai favoriti proprio nella fase interlocutoria prima del Saint-Nicolas; e nessuno meglio poteva cogliere l’opportunità meglio di Alexander Vinokourov, andatosene ai -16 dalla linea bianca, dopo una gara condotta sempre nell’ombra fino a quel momento. Soltanto l’altro Alexander dell’Est, Kolobnev, ha fiutato il pericolo con sufficiente prontezza, andando a costituire quella che fino ad una ventina di anni fa sarebbe stata una coppia sovietica, mentre alle loro spalle Valverde e Gilbert, raggiunti poco dopo da Evans, riuscivano ad evadere da un gruppo che si sarebbe poi auto-eliminato dalla lotta per la vittoria a suon di scatti velleitari, incapace di trovare collaborazione.
Contro il pronostico, la coppia di testa ha progressivamente aumentato il margine sul terzetto all’inseguimento, dilatatosi rapidamente da 15 a 40 secondi nei chilometri immediatamente precedenti Saint-Nicolas, rampa su cui Vinokourov ha tentato una prima volta di abbandonare il compagno d’avventura. Anche Valverde ha provato a distanziare i suoi, con il solo risultato però di spianare la strada all’ultimo, disperato tentativo di rientro di Philippe Gilbert, capace di staccare l’iberico e il campione del mondo, ma il cui inseguimento si è fermato a 20’’ dalla testa della corsa, prima di essere respinto nel tratto in falsopiano dall’inferiorità numerica.
Ormai certi di essere rimasti gli unici pretendenti al successo, a meno di scelte tattiche attendiste autodistruttive, Vino e Kolobnev hanno provato reciprocamente a lasciarsi un paio di volte sull’erta finale verso Ans, fino a quando il kazako, a 500 metri dall’arrivo, ha raccolto la rabbia e la voglia accumulate nei due anni lontano dalle corse e nei tre trascorsi dagli ultimi successi nel ciclismo che conta, e le ha tradotte in una progressione letale per le speranze del russo. Kolobnev si è così dovuto accontentare dell’ennesimo piazzamento, mentre, 1’04’’ più tardi, Valverde e Evans raggiungevano Gilbert, e lo spagnolo metteva in fila il belga e l’australiano nello sprint per il gradino più basso del podio. Appena 3’’ dopo giungeva sul traguardo Andy Schleck, a capo di un quintetto includente, oltre a Igor Anton e Horner, il fratello Frank e Contador, tagliato fuori proprio nel tratto apparentemente di transizione fra le due côtes più attese.
Nord ancora una volta amaro per i colori azzurri, il cui miglior rappresentante è stato Stefano Garzelli, 18°, seguito, tre piazze più indietro, da Damiano Cunego. In questo 2010, il 25 aprile diventa dunque anche il giorno della liberazione da una delle peggiori campagne del Nord della storia recente del nostro ciclismo, con il 5° posto di Cunego alla Freccia come miglior risultato. Davvero poca cosa, sperando che la musica cambi a partire dall’8 maggio, al Giro d’Italia. E parlando di corsa rosa, non possiamo non accennare al fatto che anche il vincitore odierno sarà al via ad Amsterdam. La tenuta del kazako sulle tre settimane è ancora tutta da verificare, ma noi preferiremmo non dover scommettere contro di lui; perché ormai, parlando di Vino, è quasi assurdo sorprendersi ancora.

Matteo Novarini

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