QUARTIERTAPPA: DALLA SEDE DI VERONA

Ecco il tradizionale contenitore made ne ilciclismo.it che da diverse stagioni accompagna le cronache prima del Giro e poi del Tour. All’interno ritroverete le rubriche riservate alla rassegna stampa internazionale, alla colonna sonora del giorno, alle previsioni del tempo per la tappa successiva, alle “perle” dei telecronisti, al Giro d’Italia rivisto alla “rovescia” e al ricordo di un Giro passato (quest’anno rivisiteremo l’edizione del 1962 a 60 anni dalla prima delle due vittorie consecutive di Franco Balmamion)

SALA STAMPA

Italia

L’australiano Hindley è il vincitore del Giro d’Italia. A Sobrero la crono finale

Gazzetta dello Sport

Ungheria

Úgy zárult a Giro d’Italia, ahogyan 1909 óta még soha sem

Magyar Nemzet

GRAN BRETAGNA

Jai Hindley enters history books as Australia’s first Giro d’Italia winner

The Daily Telegraph

FRANCIA

Hindley s’offre son premier Grand Tour

L’Équipe

SPAGNA

Hindley hace historia

AS

PORTOGALLO

Jai Hindley é o primeiro australiano a vencer o Giro

Público

BELGIO

Hindley geeft leiderstrui Giro niet meer uit handen in slottijdrit, die gewonnen wordt door Sobrero

Het Nieuwsblad

PAESI BASSI

Hindley pakt eindzege in Giro d’Italia, Bouwman de bergtrui

De Telegraaf

GERMANIA

Hindley gewinnt als erster Australier den Giro d’Italia

Kicker

REPUBBLICA CECA

Hindley v časovce nezaváhal a je šampionem Gira. Hirt udržel šesté místo

Mladá fronta Dnes

COLOMBIA

Jai Hindley, primer australiano en ganar el Giro de Italia

El Tiempo

ECUADOR

Richard Carapaz, subcampeón del Giro de Italia

El Universo

AUSTRALIA

History as Aussie Jai Hindley wins Giro d’Italia

The Australian

DISCOGIRO

La colonna sonora della tappa del Giro scelta per voi da ilciclismo.it

Advance Australia Fair (Inno nazionale Australia)

IL GIRO CHE VERRÀ

Se del “Grand Départ” del Tour de France del 2023 si sà già tutto da tempo – l’anno prossimo la corsa francese scatterà dalla cittadina spagnola di Bilbao e si fermerà nei Paesi Baschi per tre giorni – non si hanno ancora notizie certe sulla cittadina che ospiterà la sede di partenza del Giro d’Italia. Tante le canditature pervenute sulla scrivania del direttore Mauro Vegni, anche straniere (Repubblica Slovacca, Belgio, Turchia e Marocco), ma i rumors più recenti dicono che la “Grande Partenza” dovrebbe avvenire dall’Abruzzo e con tutta probabilità sarà Pescara la cittadina prescelta per dare il via alla “Corsa Rosa”, come già avvenuto nel 2001 quando il belga Rik Verbrugghe si impose nella cronometro più veloce della storia del Giro. Altre voci danno per certa, invece, la tappa conclusiva in Friuli, in una località che dovrà essere scelta tra Udine e Trieste, che entrambe hanno già nel curriculum l’approdo finale della Corsa Rosa, la prima nel 1983 e la seconda nel 2014. Il percorso sarà svelato nella sua totalità in autunno, ma una serie di indiscrezioni possono consentire di farsi un’idea della direzione che sarà intrapresa dai “girini”, che si dovrebbero fermare per tre giorni in Abruzzo (candidata per un arrivo la cittadina di Fossacesia) per poi scendere verso sud, dove hanno fatto richiesta del Giro la calabrese Vibo Valentia e il santuario campano di Montevergine, arrivo in salita poco selettivo tipico da prima settimana di corsa. Un’altra località montana dell’Italia centrale che si è proposta è l’Abetone, che il Giro potrebbe raggiungere dopo aver fatto scalo a Forte dei Marmi, dove si vorrebbe organizzare una tappa a cronometro, sulla falsariga di quelle disegnate da Vincenzo Torriani negli anni ‘70. Giunto sulle strade dell’Italia settentrionale il Giro potrebbe fare scalo a Castellania, nel 70° anniversario dell’ultima vittoria di Fausto Coppi alla Corsa Rosa, ottenuta nell’edizione della prima scalata allo Stelvio, anche se il mitico passo dovrebbe attendere fino al 2025 per il prossimo passaggio del Giro (si vocifera dell’arrivo in vetta della tappa conclusiva in occasione del bicentenario della costruzione della strada che sale al passo). La Valtellina potrebbe comunque essere ancora protagonista perchè c’è l’intenzione – che potrebbe però naufragare contro problematiche di carattere logistico – di proporre l’impegnativo arrivo in salita al Lago di Campo Moro, dove sono terminate negli scorsi anni due tappe dei giri riservati alle donne e agli Under 23.
Nel frattempo il presidente della regione Veneto Luca Zaia ha fatto sapere di esser già al lavoro per organizzare tre arrivi di tappa e una di questa potrebbe essere la frazione montana che era stata proposta dall’Associazione Nazionale Alpini per il 2022 ma che non era stata presa in considerazione per l’edizione appena terminata, una tappa che prevede l’ascesa al Monte Grappa e il traguardo fissato in una località a scelta tra Bassano e Possagno. A questo punto la corsa si sposterà nel vicino Friuli per un gran finale che ha in serbo anche una tremenda cronoscalata del quale si parla da diversi anni, che prevede d’affrontare la ripida sterrata – da sistemare – che conduce in uno degli angoli più incantevoli della regione, il Monte Santo di Lussari

STRAFALGAR SQUARE

L’angolo degli strafalcioni dei telecronisti

Pancani: “Al mio fanco Fabio Genovesi”
Petacchi: “È stato uno dei primi a perdere contratto dal gruppo”
Petacchi: “Le condizioni moteo”
Borgato: “Il miglior tempo è sulle spalle di Magnus Cort”
Saligari: “È oramai in dentro l’ultimo chilometro”
Garzelli: “Ogni salita di questi 17 Km saranno il punto decisivo” (c’era una sola salita)
Cipollini: “Le tappe regina”
Cipollini: “Cerchevamo di mantenerli a debita distanza”
Fabretti: “Non avevamo specialisti veri e proprio”
Televideo: “Nibali conserva il quarto posto da Pello Bilbao”
Televideo: “Micael Hepburn” (Michael)
Nibali: “Saluti i tifosi che sono stati dietro la tv a seguirmi”

GIROALCONTRARIO

L’ordine d’arrivo e la classifica generale dal punto di vista della maglia nera

Ordine d’arrivo della ventunesima ed ultima tappa, circuito a cronometro di Verona

1° Rui Oliveira
2° Ramon Sinkeldam a 6″
3° Ivan Sosa a 15″
4° Aimé De Gendt a 16″
5° Mark Cavendish a 22″

Miglior italiano Sacha Modolo, 10° a 47″

Classifica generale

1° Roger Kluge
2° Pieter Serry a 16′55″
3° Matthias Brändle a 21′05″
4° Bert Van Lerberghe a 25′07″
5° Mark Cavendish a 27′19″

Miglior italiano Filippo Tagliani, 7° a 44′53″

Maglia nera Jai Hindleyl, 149° a 7h13′57″

IL GIRO DI 60 ANNI FA

Riviviamo l’edizione 1962 della Corsa Rosa attraverso i titoli del quotidiano “La Stampa”

21a TAPPA: SAINT VINCENT – MILANO (160 Km) – 9 GIUGNO 19622

IL GIRO SI è CONCLUSO CON IL TRIONFO DI BALMAMION – CARLESI AL VIGORELLI VINCE L’ULTIMA TAPPA – A NOLE FESTE PER LA MAGLIA ROSA
Una marcia senza emozione da Saint-Vincent al traguardo d’arrivo
Secondo in classifica generale Massignan, terzo Defilippis – La tremenda giornata di Passo Rolle, con neve e bufera, aveva tolto di gara molti tra i migliori – Soltanto quarantasette ciclisti hanno portato a termine la dura competizione – Pur non giungendo mai primo nelle varie tappe, il canavesano Balmamion ha meritato il successo finale – Balmamion e Defilippis non vogliono partecipare al Tour

LArena di Verona (www.giroditalia.it)

L'Arena di Verona (www.giroditalia.it)

ARCHIVIO QUARTIERTAPPA

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Raduno di partenza Budapest
1a tappa: Budapest – Visegrad
2a tappa: Budapest – Budapest (cronometro individuale)
3a tappa: Kaposvár – Balatonfüred
4a tappa: Avola – Etna-Nicolosi (Rifugio Sapienza)
5a tappa: Catania – Messina
6a tappa: Palmi – Scalea (Riviera dei Cedri)
7a tappa: Diamante – Potenza
8a tappa: Napoli – Napoli
9a tappa: Isernia – Blockhaus
10a tappa: Pescara – Jesi
11a tappa: Santarcangelo di Romagna
12a tappa: Parma – Genova
13a tappa: Sanremo – Cuneo
14a tappa: Santena – Torino
15a tappa: Rivarolo Canavese – Cogne
16a tappa: Salò – Aprica
17a tappa: Ponte di Legno – Lavarone
18a tappa: Borgo Valsugana – Treviso
19a tappa: Marano Lagunare – Santuario di Castelmonte
20a tappa: Belluno – Marmolada (Passo Fedaia)

NOIA E ARENA, MA BRAVO SOBRERO. E BRAVI I BORA IN UN GIRO DOWN UNDER

Cronometro passerella in quel di Verona, luogo di aspettative disattese se mai ve ne furono nel ciclismo, con quei Mondiali sempre sulla carta durissimi e poi inevitabilmente preda dell’inerzia e del fulmineo Freire. Oggi vince Sobrero. Fine.

Che bello l’arrivo nell’Arena, sempre spettacolare ed emozionante; ma, come in una riproduzione in scala del resto del Giro, una volta ripresici dalla sindrome di Stendhal prodottaci dai panorami scenografici entro cui scorre la gara, vale giusto la pena di applaudire il vincitore di tappa, brillante in mezzo al nulla e alla noia di una corsa ingessata.
La cronaca si riduce dunque all’entusiasmo per Matteo Sobrero, che, coerentemente con i suoi 25 anni, rende sempre più corposa la propria graduale crescita tecnica come cronoman versatile dal potenziale aperto, dando lustro alla maglia di campione italiano, e così confermando en passant l’ottimo lavoro condotto per la crescita della disciplina sul medio-lungo periodo in Italia, grazie ad alcune menti illuminate più che alla Federazione, dopo epoche assai fosche. Matteo ha dato fiducia al traballante progetto Bike Exchange e il team ha dato fiducia a lui: il risultato, una ciliegina finale di ulteriore consolazione dopo le glorie e disgrazie di Simon Yates. Addio alla generale, ma tre tappe vinte sono un bottino niente male anche in termini di quei punticini UCI che per gli australiani quest’anno valgono oro nella lotta per non essere espulsi dal World Tour.
Ecco, va detto che dietro a Sobrero proprio non succede quasi nulla, l’unico uomo a subire meno di 2” al km (!) da Sobrero è il giovinetto formidabile Arensman (che ne becca comunque quasi uno e mezzo…), promettente spilungone tuttofare già probabilmente razziato da Ineos. Per il resto arrivano alla rinfusa cacciatori di tappa più o meno orfani di forma o fortuna e gioie, come Mollema, Schmid e Cort, oppure il prezzemolino MDVP o il gioiellino britannico Tulett; magari l’uno o l’altro uomo di classifica ansioso di dimostrare qualcosa, categoria che include ovviamente Carapaz, più sorprendentemente Hindley (che comunque patisce 7 secondi dal colombiano, sottolineando l’eccezionalità della cesura di ieri), o il povero Hugh Carthy, vero Ecce Homo di questo Giro disperato per la sua EF, altro team in lotta per non retrocedere.
Ebbene sì, l’ennesima stramazzata del povero Hugh stavolta vale 40 punticini extra per la squadra, come aver fatto secondo in una tappa, e ben più di quanto non avessero apportato finora le sue disumane fatiche e il paio di quarti posti ricavatini. Nessuno avrà fatto caso al suo undicesimo posto odierno, e pochi avranno osservato che grazie ad esso Carthy scambia nono e decimo in generale, scavalcando così l’iconico Juanpe López, più che contento della sua maglia bianca dopo tanta rosa provvisoria; mentre a pochi sarà sfuggito il protagonismo in fuga dell’uomo EF. Ma così è se vi pare, o anche se non vi pare, questa dei punticini è una curiosità in più non necessariamente in accordo con la logica globale dello sport. Aggiunge pepe, senz’altro, e quanto ce n’è bisogno a questo Giro.
Tanto per dare un altro riferimento in merito al vuoto cosmico odierno, lo scambio di posizioni fra Hugh Carthy e Juanpe López, peraltro non proprio trascendentale (ribadiamolo: si invertono nono e decimo in CG…!), è l’unico, attenzione attenzione, “unico” mutamento in classifica generale verificatosi entro le prime 32 posizioni di classifica nella giornata odierna. Il resto permane immutato, nemmeno bastano le rispettive attitudini a spostare alcunché. E se sembra scontato, possiamo prendere a paragone un’altra pagina nera dei grandi giri degli ultimi anni, il Tour 2017, la cui altresì discutibile crono conclusiva, tanto bella quanto poco significativa, oltre a invertire nono e decimo come quella odierna permise in questo ventaglio di posizioni anche lo scambio fra secondo e terzo nonché quello fra 13º e 14º (per non dire di Landa a un secondo dal podio). Poca roba, invero, perché come premesso peschiamo nel torbido, ma oggi è valsa pure meno. Tanto per capirci, nella tutt’altro che stravolgente ma quantomeno dignitosa crono finale dello scorso Giro 2021 si vide entro lo stesso range di una trentina di atleti almeno la metà di essi cambiare il proprio posizionamento nella generale.
Chiusa la cronaca su questa tappa, emblematica come dicevamo del Giro in toto, tracciamo qualche bilancio. È triste a dirsi, ma probabilmente si è testé concluso il peggior Giro, in termini di spettacolo sportivo, da che siamo entrati nell’era dei vari Pro Tour, World Tour e compagnia. E ciò non si legga nei termini di una critica pregiudiziale al Giro del 2004 o a quello del 2003, bensì come un semplice riferimento per pesare parametri comuni, vale a dire senza entrare in un dibattito che diverrebbe annosissimo relativo alla qualità dei partecipanti, al sistema degli inviti e via dicendo. Si sarebbe potuto scrivere con egual arbitrio che l’edizione 2022 è il peggior Giro in 20 anni, richiamando il 2002 in nome di quella allora sfumata prima vittoria di un australiano, il giovane Cadel Evans in maglia Mapei; o il peggior Giro del millennio, maledicendo il 1999 e Madonna di Campiglio; oppure perfino il peggior Giro in un quarto di secolo, riscattando le imprese di Pantani in quel 1999 e prendendocela con le vittorie di Tonkov o Gotti su top-10 finali dalla qualità un po’ zoppicante (ma quell’Enrico Zaina 1996 è l’unico ciclista pro ad avere scalato in gara la Marmolada più velocemente che Jai Hindley in tutta la storia dello sport!). Comunque, ci siamo capiti, è il più brutto Giro in un lasso di tempo parecchio lungo.
Poi, sia chiaro, il Giro resta la corsa più bella del mondo nel Paese più duro del mondo, o qualcosa del genere, quindi un brutto Giro non è comunque uno spettacolo infame. C’è stata una bella tappa per la generale, una!, vale a dire Torino. A volte questo basta per fare un Tour de France (i transalpini sono capacissimi di produrne zero). C’è stato un attacco serio per la classifica, sul Fedaia. Uno!, e a meno di 3 km dalla linea del traguardo (sic), ma potevano non essercene proprio. Ci sono state tappe dove i primissimi non si sono scannati a sciabolate, ma una selezione atletica pesante s’è data da sé (e vorrei vedere con cinquemila metri di dislivello, per quanto mal disegnato), vedansi Blockhaus e Aprica. E delle belle lotte per la vittoria di giornata, come no. Un monumento a Mathieu van der Poel pagato da Vegni, per favore. Anche se perfino MDVP diventa gigione col passare del tempo e una volta saltato per il tappo di Prosecco l’altro fenomeno, Bini. Il monumento a De Gendt, invece, se l’è tirato su da solo in quel di Napoli. Ecco, a proposito di De Gendt, il 2012 è stato a lungo, e giustamente, il titolare della corona spinosa al “Giro più brutto che si ricordi”: perché quel Giro aveva avuto – al di là delle battaglie di giornata – “solo” l’epica giornata dello Stelvio a spiccare fra le schermaglie con poco costrutto per la generale. Quella sola tappa, però, basta a spostare poderosamente gli equilibri, unitamente all’attitudine aggressiva, anche se solo alla flamme rouge, del buon Purito, e di Hesjedal a Pampeago, naturalmente, pure lui con tempi record come quelli della Marmolada. Lotta fra Giri poveri, o poveri Giri, ma tant’è.
Un po’ come nel 2012 ciò che affossa del tutto il morale è una somma fra opportunità perse, nelle poche occasioni in cui il tracciato offriva guizzi d’ingegno, e assenza generalizzata di azioni da parte degli uomini di classifica. In generale, quel che si riassume in “fumarsi il Giro”.
Chiudiamo qui con due domande, tanto per rimuginare un po’ visto che non possiamo crogiolarci nel semplice ricordo dei momenti memorabili quest’anno alquanto latitanti. Il primo interrogativo concerne le squadre che hanno perso: erano in qualche modo conscie della propria inferiorità, sia in termini di team sia in termini di capitani, rispetto alla Bora? E se tale equilibrio o inferiorità si palesava soprattutto negli sforzi brevi e concentrati, perché non provare a mutare l’organizzazione del lavoro erogato, proponendo moduli differenti, ad esempio con intensità medio-alta su due Gpm invece che ridurre il tutto a un braccio di ferro di pura scalata negli impervi finali? Il Giro, va detto, aveva fra i suoi enormi limiti una chiara predisposizione a favore di questa seconda impostazione, divenuta rapidamente dominante. Epperò un poco di fantasia non guasta: e se l’azzardo a cui chiamava a gran voce la tappa di Potenza con la Montagna Grande di Viggiano – greggismo dei più nefasti mai visti, con la strada bloccata dai team con interessi al passeggio – poteva essere in effetti prematuro, un lusso per veri risk-takers (Astana 2015, Contador 2011, Nibali 2013), non ci sono più scuse di sorta per il modo in cui sono stati neutralizzati il Vetriolo o, autentico crimine sportivo, il Kolovrat. Perdoniamo solo la tappa valdostana perché mettere una tappa da forzature dopo Torino è un errore così grossolano del tracciatore che i team finiscono assolti. E allora bravi i Bora, perché alla fin della fiera non solo Hindley ha proposto l’unico serio attacco individuale (col supporto ben orchestrato di Kämna peraltro) fra uomini della generale, ma anche giacché l’unica volta che si è visto un team propositivo al 100%, puntando fiches pesanti, in un’azione aggressiva e concertata dal medio raggio, sono sempre stati loro, in quel di Torino. Niente di più e niente di meno, ma in uno scenario mediocre tanto basta. I Bahrain qualcosina hanno fatto, non si dica di no. Epperò senza quell’ingegno che era assolutamente indispensabile a colmare il divario fisico-tecnico inevitabilmente implicito in un Landa, figuriamoci!, quasi 33enne. Hanno tiricchiato tutti in buon ordine, ma senza rinunciare alle chance di tappa con gli uomini in avanscoperta; alzando un pochino il ritmo prima del duello finale, e tuttavia non parliamo certo di martellate feroci a scremare e infilare il gruppo. Senza con ciò disprezzare le occasionali prestazioni eroiche di un Poels o la giornata vincente di Buitrago. Ineos – che dire? – fra le proprie incarnazioni peggiori, in modalità difensiva: compatta e sciatta. Altro che il 2020, o la prima metà di 2021.
Ricordiamo fra l’altro che sono state “fumate” a ritmi letteralmente da amatori (pur di livello alto) salite come Crocedomini, Mortirolo, San Pellegrino…
Seconda domanda: Bora e Hindley, bene, bravi, bis. Le ragioni di chi si prende la ragione. Ma col senno di poi. In sé, come valutare la strategia post Torino? Ovviamente l’incognita chiave è il reale potenziale di Hindley, che non è detto fosse noto nemmeno al team o a lui stesso. Se però Hindley ne aveva un po’ di più di quanto visto sulla strada, mantenere le carte coperte può essere stata una furbata da pokeristi… o anche no. È vero che così segni il tuo gol vincente al 90esimo e nessuno ti può rimontare, niente imboscate o assalti disperati da fronteggiare. Tuttavia è pur vero che se la palla non entra, perdi tutto ma proprio tutto, o comunque finisci in un pasticcio non da poco. Le grandinate previste si materializzano, e Hindley reagisce così così. Una caduta che intacca la forma. Carapaz non abbocca e invece che crollare regge sui suoi ritmi visti in precedenza, perdendo magari una ventina di secondi scarsi (un Landa cotto e Hugh Carthy hanno incassato solo 49” d’altronde; e già è un miracolo, in meno di tre km…). Se Hindley davvero è entrato in forma via via e ne aveva tanto quanto vistosi in quel lampo finale, allora quest’attesa esasperata che tanto ha premiato avrebbe anche potuto tradursi in un errore madornale. Un’assunzione di rischi probabilmente eccessiva, oltreché – apparente paradosso! – un modo di correre sparagnino che ammazza lo spettacolo, ma questa è un’altra storia.
Se invece Hindley ha dato tutti gli altri giorni il massimo che aveva, o poco meno, c’è di che rimanere basiti dal salto prestazionale. Per poi tornare all’equilibrio nella crono, corsa, come detto, con l’aggressività di chi ancora volesse dimostrare qualcosa, non con estrema prudenza. Se è così che è andata, possiamo parlare di vincitore quasi aleatorio, pur nei parametri di un atleta che già ha ampiamente dimostrato (nel ridotto campione a disposizione) ottima crescita prestazionale attraverso le tre settimane – anche se gli scettici snobbano questo concetto – e focalizzazione in picchi di rendimento straordinari su occasioni mirate.
Concludiamo con il doveroso applauso a Nibali, ai piedi del podio, pur lontano dagli stambecchi. Giro meno adatto a lui per il suo addio non si poteva disegnare, con tutti quei muri finali a schiacciare la fantasia. Certamente una sua impresa, foss’anche fallita, foss’anche per la tappa, avrebbe strappato questo Giro al suo destino di capofila della colonna infame dei “Giri brutti”. Ma ciò non toglie nulla a lui, a cui nulla si può chiedere visto che una resa del genere nell’anno del ritiro è semplicemente brutale. E si noti che avrebbe comunque potuto correre pian piano a raccogliere fiori e applausi senza che ciò potesse essere in alcun modo criticabile. Porta all’Astana in dura crisi punti preziosissimi, pesantissimi: per averne una misura, il suo risultato al Giro da solo vale oltre il 50% di tutti i punti raccolti da tutto il resto del team fin da inizio stagione. E se Contador chiuse quinto la sua ultima Vuelta attaccando sui cavalcavia, Nibali chiude quarto il suo ultimo Giro confermando ciò che è sempre stato, un professionista eclatante, che va al sodo, e andando al sodo incide a fondo sulla realtà del ciclismo finanche nel suo ultimo anno di carriera. Nibali ama correre in bici, non sfugge a nessuno, ma al contempo Nibali oltre a trasmettere la sua passione per questo sport ci rammenta costantemente (col suo mero agire, per fortuna non con prediche) che il ciclismo non è un gioco, è roba seria. Una percezione profonda legata all’eterna precarietà che permea ogni aspetto di questo sport, al suo non essere mai abbastanza di massa, mai abbastanza dominante, mai abbastanza lussuoso, mai abbastanza straricco, mai abbastanza “a posto”, una percezione insomma che in qualche modo ci fornisce un importante controcanto per quando sentiamo, come a questo Giro, che “non ci hanno fatto divertire abbastanza”.

Gabriele Bugada

Jai Hindley accolto da trionfatore nellArena di Verona (foto Tim de Waele/Getty Images))

Jai Hindley accolto da trionfatore nell'Arena di Verona (foto Tim de Waele/Getty Images))

SIPARIO ROSA SULL’ARENA

Finale in Arena per il Giro d’Italia e sarà la settima volta nella storia che una frazione del Giro terminerà all’interno dell’anfiteatro veronese. In 17 Km e 400 metri sapremo se il tradizionale circuito delle Torricelle, erede di due edizioni dei mondiali disputate nel 1999 e nel 2004, riuscirà a scardinare la classifica determinata dalle frazioni di montagna affrontate nell’ultima settimana della Corsa Rosa.

Porta la data del 4 giugno del 1967 la prima volta del Giro in Arena. Fu una delle geniali invenzioni partorite dalla vulcanica mente di Vincenzo Torriani, la stessa che in quella stessa edizione aveva inventato il prologo, la stessa che una decina di anni dopo riuscì a portare la Corsa Rosa in un luogo che si pensava irraggiungibile, Piazza San Marco a Venezia, un approdo che sogna anche l’attuale direttore del Giro Mauro Vegni. Si dovevano percorrere 45 Km quel giorno e all’interno dell’anfiteatro scaligerò si festeggiò la vittoria per strettissima misura del danese Ole Ritter, che fece meglio per un solo secondo del tedesco Rudy Altig e anche i corridori arrivati subito dietro accusarano tempi molto vicini a quelli di Ritter, con Ferdinand Bracke terzo a 2 secondi e il favoritissimo Jacques Anquetil quarto a 6 secondi e nuova maglia rosa, tolta dalle spalle dello spagnolo José Pérez Francés. Dopo questo precedente l’Arena il Giro non la vedrà più per quattordici anni, fin quando Torriani decise di far terminare nuovamente una cronometro all’interno del celebrato monumento e stavolta in occasione della tappa finale del Giro del 1981, 42 Km con partenza dalla vicina Soave, località conosciuta per il vino che da essa prende il nome. Fu quello un finale di Giro degno dell’Arena perché alla partenza la classifica era ancora apertissima, avendo la maglia rosa Giovanni Battaglin soli 39” di vantaggio su Giuseppe Saronni e 50” sullo svedese Tommy Prim, decisamente più attrezzati a cronometro dello scalatore vicentino che, tra l’altro, pochi giorni prima della partenza della Corsa Rosa aveva vinto il Giro di Spagna, che all’epoca si disputava in primavera. C’erano anche gli abbuoni – quell’anno previsti anche nelle cronometro – a turbare i sonni di Battaglin che, invece, riuscì a difendersi egregiamente, prendendole solo da Prim e facendo meglio di Saronni, così che potè salvare la maglia rosa, definitivamente vestita con 38” sullo svedese e 50” sul piemontese. Il ribaltone sembrava, invece, improbabile il 10 giugno del 1984, quando la corsa terminò ancora con la Soave – Verona, partita con un Laurent Fignon saldamente in maglia rosa con 1’21” su vantaggio su Francesco Moser. Ma l’asso trentino, reduce dalla conquista del record dell’ora, stupì tutti rovesciando le carte in tavola e vincendo la crono a quasi 51 Km/h e distanziando il corridore francese di 2’24” (senza abbuoni, stavolta), che gli consentirono di imporsi in classifica con 1’03” di vantaggio. La conclusione del Giro fu così entusiasmante che si pensò di replicarla l’anno successo anche se a ruoli invertiti e così Lucca – nel 1984 sede del prologo – fu scelta come punto d’arrivo dell’edizione 1985, scattata con una crono lunga poco meno di 7 Km terminata dentro l’Arena, altro appuntamente al quale si fece ancora trovare in perfetto orario Moser, che iniziò in bellezza un Giro nel quale dovrà poi soccombere al francese Bernard Hinault, che così “vendicò” Fignon vincendo il Giro con un vantaggio sul trentino molto simile (1’08”) a quello accusato dodici mesi prima dal connazionale. Nel 2007 un’altra prova contro il tempo terminerà a Verona, ma stavolta l’Arena farà solo da spettatrice e bisognerà attendere altri tre anni per rivedere i “girini” pedalare sulla speciale passerella rosa installata all’interno dell’anfiteatro, quando questo tempio della lirica sarà ancora una volta scelto quale “location” della frazione conclusiva, disputata sul circuito delle Torricelle – quello dei mondiali del 1999 e del 2004 – e vinta dallo svedese Gustav Erik Larsson, mentre la maglia rosa Ivan Basso, forte alla partenza di un vantaggio di 1’15” sullo spagnolo David Arroyo e di un tracciato lungo appena una quindicina di chilometri, non ebbe particolare problemi e, anzi, riuscì anche a dilatare il proprio dominio. Nel 2019, 52 anni dopo la prima volta, l’Arena è tornata ad accogliere la crono finale del Giro, proposta su di un tracciato dalla distanza non molto dissimile da quella del 2009 ma percorso in senso inverso in senso inverso, affrontando la salita dal versante opposto. Contro il tempo si sono dovuti percorrere poco più di 17 Km al termine dei quali si è imposto lo statunitense Chad Haga mentre la maglia rosa Carapaz le “prendeva” dai diretti rivali di classifica senza troppe preoccupazione, forte di un vantaggio di quasi 2 minuti su Nibali alla partenza di 1′54″, vantaggio che verrà quasi dimezzato alle soglie dell’Arena.
53 anni dopo la prima volta, anche nel 2022 l’Arena sarà sede d’arrivo della frazione conclusiva, che si disputerà sul medesimo tracciato della crono di tre anni fa, con l’unica differenza dell’allungamento del tracciato di 400 metri per l’aggiunta di un appendice alla tradizione ascese delle Torricelle.
La rampa di lancio dell’ultima tappa del 105° Giro d’Italia sarà collocata fuori città, nel piazzale antistante l’ingresso della Fiera di Verona, terzo complesso fieristico per dimensioni d’Italia, conosciuto per manifestazioni come Vinitaly mentre gli appassionati di ciclismo lo frequentano per il CosmoBike Show, erede dello storico Salone del Ciclo di Milano. Scesi dalla pedana, tolte un paio di curve da affrontare nelle prime centinaia di metri, la cronometro inizierà con uno dei suoi tratti più snelli e veloci, percorrendo il rettifilo di Viale Piave che dalle campagne a sud di Verona punta dritto verso il centro. A circa 1500 metri dal via i “girini” arriveranno al cospetto di Porta Nuova, monumentale accesso alla città realizzato nel ‘500 dall’architetto Michele Sanmicheli, operà che colpì il suo più celebre collega aretino Giorgio Vasari che ne disse “già mai altr’opera di maggior grandezza né meglio intesa”. A questo punto il percorso costeggerà per un breve tratto le mura di Verona, uno dei più importanti complessi fortificati esistenti in Italia, costituito da ben cinque cinte innalzate in epoche differenti – dai tempi dell’Impero Romano sino al periodo della dominazione austriaca – e in gran parte giunto ai giorni nostri. Anche per la sua posizione strategica, dopo il 1815 la fortezza di Verona divenne uno dei capisaldi del celebre “Quadrilatero”, il principale sistema difensivo del Regno Lombardo-Veneto, lo stato dell’Impero Austriaco venutosi a costituire dopo la caduta di Napoleone e la successiva Restaurazione. Seguendo al contrario il tracciato dei due mondiali qui disputati, entrambi conquistati dallo spagnolo Óscar Freire, si andrà a superare per la prima volta il corso dell’Adige sul ponte intitolato al poeta romantico Aleardo Aleardi, costruito nel 1879 per collegare il centro di Verona al suo cimitero monumentale, uno dei primi eretti in Italia in ottemperanza all’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), che stabiliva di trasferire i campisanti al di fuori delle mura cittadine onde evitare il rischio di contagi. La nuova normativa prevedeva anche tombe uguali per tutti, senza distinzione di classe sociale, e solo le salme illustri, previo benestare di una commissione di magistrati, potevano essere ricordate da epitaffi scolpiti: nel cimitero veronese oggi riposano, tra le altre, le spoglie del “papà” di Sandokan Emilio Salgari, del poeta Ippolito Pindemonte e di Umberto Boccioni, il maggior esponente dell’arte futurista italiana.
All’altezza del cimitero si ritroverà la cinta muraria, costeggiata all’altezza dei bastioni di Campo Marzo e delle Maddalene, il secondo dei quali pure realizzato dal Sammicheli anche se prenderà l’attuale forma dopo il 1839 su incarico del celebre feldmaresciallo Radetzky. Si sfreccerà quindi dinanzi ad un altro tra i più importanti accessi cittadini, Porta Vescovo, aperta in direzione di Venezia e attraverso la quale l’esercito italiano entrò in Verona il 16 ottobre 1866, giorno dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia dopo la cacciata degli austriaci in seguito alla vittoria nella Terza Guerra d’Indipendenza.
Imboccata Via Caroto, quando si saranno percorsi circa 5 Km dal via s’inizierà la salita delle Torricelle, 4.1 Km al 5.4% per giungere sino a quasi 300 metri di quota dopo aver sfiorato il Forte Biondella, una delle strutture del campo trincerato collinare voluto dal Radetzky e che comprendeva anche le due Torri Massimiliane, le “Torricelle” che s’incontreranno al vertice dell’ascesa e che ne hanno attribuito il tradizionale nome. Seguendo in discesa il versante dei mondiali (4.5 Km al 4.5%) si planerà sul quartiere di Valdonega, dove nel 1957 furono rinvenuti, durante i lavori di costruzione di un condominio, i resti di una villa romana risalente al primo secolo dopo Cristo. Terminata la discesa quando mancheranno poco più di 4 Km al traguardo si ritroveranno prima le mura (rondelle delle Boccare e di San Giorgio, oggi occupata delle serre comunali) e poi il corso dell’Adige, che sarà costeggiato per poche centinaia di metri tra Ponte Garibaldi e Ponte della Vittoria, sul quale s’incontrerà il pavè. Entrati nel centro storico i “sampietrini” accompagneranno la corsa anche dopo la svolta verso Corso Cavour, che si percorrerà in direzione di uno dei più visitati monumenti di Verona, il Castelvecchio, che fu la principale residenza della dinastia Scaligera e che si affianca al romano Arco dei Gavi, innalzato attorno alla metà del primo secolo in un punto che, all’epoca, si trovava al di fuori della cinta muraria, lungo l’antica Via Postumia. Tornati sull’asfalto e transitati di fronte alla barocca chiesa di Santa Teresa degli Scalzi, il cui convento fu trasformato in carcere durante l’epoca napolenica e tale rimase fino alla distruzione durante i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale, si ritroverà il porfido quando s’imboccherà il tratto finale di Corso di Porta Nuova, nel punto dov’erano fissati i traguardi mondiali, subito prima di varcare i Portoni della Brà, “doppio” accesso all’omonima piazza dove saranno presi come da tradizione i tempi di gara e conosceremo ufficialmente il nome del vincitore del Giro prima dell’ingresso sulla passerella che nel cuore dell’Arena, ancora per una volta prestata dalla lirica al mondo dello sport, anche in ricordo di una lunga tradizione d’eventi da sempre ospitati nell’anfiteatro costruito dai romani e che già nel ‘800 ospitava le prime gare velocipedistiche che fecero conoscere ai veronesi quel cavallo d’acciaio che oggi chiamiamo bicicletta.

Mauro Facoltosi

FOTOGALLERY

Il piazzale della Fiera di Verona dal quale scatterà la cronometro

Porta Nuova

Ponte Aleardi e il Cimitero Monumentale

Tratto delle mura di Verona in direzione del Bastione delle Maddalene

Porta Vescovo

Il Forte Biondella lungo la salita delle Torricelle

Una delle “Torricelle”

Villa Romana di Valdonega (tripadvisor.com)

Villa Romana di Valdonega (tripadvisor.com)

Rondella di San Giorgio

Il tratto di Lungadige percorso dalla crono (sullo sfondo Ponte della Vittoria)

Ponte della Vittoria in direzione del centro di Verona

Corso Cavour in direzione del Castelvecchio

Castelvecchio e Arco dei Gavi

Chiesa di Santa Teresa degli Scalzi

Corso di Porta Nuova e i Portoni della Brà

L’ingresso dal quale I “girini” entreranno in Arena visto dall’esterno…

… e dall’interno

L’Arena di Verona vista dal cielo e, in trasparenza, l’altimetria della 21a ed ultima tappa del Giro 2019 (Google Maps)

L’Arena di Verona vista dal cielo e, in trasparenza, l’altimetria della 22a ed ultima tappa del Giro 2022 (Google Maps)