QUARTIERTAPPA: DALLA SEDE DI LAVARONE

Ecco il tradizionale contenitore made ne ilciclismo.it che da diverse stagioni accompagna le cronache prima del Giro e poi del Tour. All’interno ritroverete le rubriche riservate alla rassegna stampa internazionale, alla colonna sonora del giorno, alle previsioni del tempo per la tappa successiva, alle “perle” dei telecronisti, al Giro d’Italia rivisto alla “rovescia” e al ricordo di un Giro passato (quest’anno rivisiteremo l’edizione del 1962 a 60 anni dalla prima delle due vittorie consecutive di Franco Balmamion)

SALA STAMPA

Italia

Giro d’Italia: Buitrago trionfa a Lavarone. Carapaz conferma rosa

Gazzetta dello Sport

Ungheria

Szakadt ruhában mentette meg az olaszokat az ananászos pizzától

Magyar Nemzet

GRAN BRETAGNA

Santiago Buitrago takes Giro d’Italia stage win as Richard Carapaz keeps pink despite shake-up

The Daily Telegraph

FRANCIA

Buitrago était le plus fort

L’Équipe

SPAGNA

Paso de Landa hacia el podio

AS

PORTOGALLO

João Almeida saiu do pódio do Giro

Público

BELGIO

Nederlandse droom barst uit elkaar: Leemreize en van der Poel stuiten op vinnige Colombiaan, strijd om roze blijft spannend

Het Nieuwsblad

PAESI BASSI

Santiago Buitrago verpest dagzege voor Gijs Leemreize in Giro

De Telegraaf

GERMANIA

Buitrago gewinnt – Carapaz verteidigt Rosa – Buchmann verliert erneut Zeit

Kicker

REPUBBLICA CECA

Hirt po dalším dni v úniku třetí. Slaví Buitrago, růžovou drží Carapaz

Mladá fronta Dnes

COLOMBIA

¡Santiago Buitrago, el gran ganador de la etapa 17 del Giro de Italia 2022!

El Tiempo

ECUADOR

Carapaz mantiene diferencias; Santiago Buitrago se lleva la etapa 17 del Giro

El Universo

DISCOGIRO

La colonna sonora della tappa del Giro scelta per voi da ilciclismo.it

La Valsugana

METEOGIRO

Borgo Valsugana: pioggia debole e schiarite (0.3 mm), 24.6°C, vento debole da SSW (9-11 km/h), umidità al 69%
Valdobbiadene – traguardo volante (72.6 Km) : poco nuvoloso, 26.6°C, vento debole da S (5-6 km/h), umidità al 51%
Muro di Cà del Poggio (GPM – 102 Km): poco nuvoloso, 27.2°C, vento debole da SSW (5-6 km/h), umidità al 49%
Treviso: cielo sereno, 29.3°C, vento debole da SSE (7 km/h), umidità al 41%

GLI ORARI DEL GIRO

12.55: inizio diretta su RaiSport
13.30: inizio diretta su Eurosport 2
13.45: partenza da Borgo Valsugana
14.00: inizio diretta su Rai2
14.15-14.20: GPM delle Scale di Primolano
15.20-15.30: traguardo volante di Valdobbiadene
16.00-16.15: GPM del Muro di Cà del Poggio
16.20-16.30: traguardo volante di Susegana
17.00-17.25: arrivo a Treviso

STRAFALGAR SQUARE

L’angolo degli strafalcioni dei telecronisti

Petacchi: “Hirt sta provando a rifare la tappa”
Saligari: “Cicconi”
Rizzato: “Caduta dalla coda del gruppo”
Pancani: “È riuscito a scollinarsi”
Petacchi: “Pellizotti lo sa, da ex scolatore”
Saligari: “Pellizotti non sta più nella pelle, nel volante”
Fabretti: “La crono conclusiva è una cronometro”
Fabretti: “Van der Poel non ha vinto in volata, non ha vinto in fuga” (allora come ha fatto a prendere la maglia rosa alla prima tappa?)

GIROALCONTRARIO

L’ordine d’arrivo e la classifica generale dal punto di vista della maglia nera

Ordine d’arrivo della diciassettesima tappa, Ponte di Legno – Lavarone

1° Andrii Ponomar
2° Roger Kluge a 43″
3° Matthias Brändle a 58″
4° Simone Consonni s.t.
5° Julius van den Berg s.t.

Classifica generale

1° Roger Kluge
2° Pieter Serry a 11′24″
3° Bert Van Lerberghe a 18′39″
4° Mark Cavendish a 20′47″
5° Matthias Brändle a 23′23″

Miglior italiano Filippo Tagliani, 12° a 46′04″

IL GIRO DI 60 ANNI FA

Riviviamo l’edizione 1962 della Corsa Rosa attraverso i titoli del quotidiano “La Stampa”

17a tappa: LECCO – CASALE MONFERRATO (194 Km) – 5 GIUGNO 1962

PELLEGRINI VITTORIOSO A CASALE, BALMAMION NUOVA MAGLIA ROSA
Battistini ha perso il primato dopo 150 Km di lotta – La seconda affermazione del corridore canavesano
Una fuga di undici ciclisti ha deciso la diciassettesima tappa del Giro – Il ligure non è riuscito a riprendere il gruppo di testa – L’accorto gioco di squadra della Casa torinese ha favorito il balzo in classifica di Balmamion – La fuga si è iniziata a Como – Balmamion ha vinto due mesi or sono la Milano-Torino ed ora è primo in graduatoria – Defilippis in crisi minacciava di ritirarsi

Il drago di Vai allAlpe Cimbra, presso Lavarone,  in look Giro dItalia (www.ildolomiti.it)

Il drago di Vai all'Alpe Cimbra, presso Lavarone, in look "Giro d'Italia" (www.ildolomiti.it)

ARCHIVIO QUARTIERTAPPA

Cliccare sul nome della tappa per visualizzare l’articolo

Raduno di partenza Budapest
1a tappa: Budapest – Visegrad
2a tappa: Budapest – Budapest (cronometro individuale)
3a tappa: Kaposvár – Balatonfüred
4a tappa: Avola – Etna-Nicolosi (Rifugio Sapienza)
5a tappa: Catania – Messina
6a tappa: Palmi – Scalea (Riviera dei Cedri)
7a tappa: Diamante – Potenza
8a tappa: Napoli – Napoli
9a tappa: Isernia – Blockhaus
10a tappa: Pescara – Jesi
11a tappa: Santarcangelo di Romagna
12a tappa: Parma – Genova
13a tappa: Sanremo – Cuneo
14a tappa: Santena – Torino
15a tappa: Rivarolo Canavese – Cogne
16a tappa: Salò – Aprica

IL KÄISER E I BIMBI CHE MENANO DURO (ANCORA FUGA E ANCORA IN TRE PER LA ROSA)

Tappa di facce, i grandi primi piani che ci regala questa regia non più domestica e quindi ancora un po’ aliena per gli appassionati del Giro. Van der Poel finalmente torna a far sul serio, Landa attivo ma deluso fa le facce imitando le smorfie furbesche di Carapaz.

Parafrasando il regista interpretato ne “La ricotta” di Pasolini da Orson Wells, che sintetizzava in “egli danza” il proprio giudizio su Fellini, potremmo dire di van der Poel a questo Giro: “egli giuoca”. Avendo fin da subito timbrato il cartellino della vittoria già dalla tappa numero 1, Mathieu si è imbarcato in un’avventura che, gradualmente, e specialmente dopo aver perso per strada il super rivale Biniam Girmay, pareva o pare aver abbandonato la stella polare del ciclista professionista, “vincere”, sostituendola con la croce del Sud che pure anima questo sport, in gara e non: “divertirsi”. Divertirsi, sia ben chiaro, al modo di chi pedala, e cioè soffrendo, faticando, sperperando energie preziose.
Da Napoli in poi, MVDP è riuscito ad andare in fuga nel 40% delle tappe con oltre 400 km percorsi in avanscoperta. Difficile fare i conti in cronaca, e con il profluvio di evasioni massive vissute, però è forte il sospetto che in questa frazione di Giro Mathieu sia stato il corridore più fugaiolo. Senza dire del fatto ancor più folle che pur quando non c’è riuscito, è stato sistematicamente in ballo nelle grandi battaglie di inizio tappa, fra i momenti migliori di questo Giro, e più di una volta lanciandosi programmaticamente in solitario appena calata la bandierina del via, come una sorta di Don Chisciotte pronto a sfidare tutto quanto il peloton in una singolar tenzone.
Quando tireremo le fila di questo Giro, è possibile che dobbiamo chiederci se proprio MDVP sia stato il colpevole da biasimare o il genio da ringraziare per aver innescato la dinamica ormai ricorrente di cominciare ogni tappa o quasi con i calcistici 90 minuti… corsi a 45 km/h di media, se con dislivello!, o a 55 km/h, se in pianura. Vale a dire che l’aperitivo è subito un bombardamento nucleare, anche perché a questa fase non si scappa, uomini di classifica o meno. Si potrà procedere meno a scatti, ci si potrà valere del solido abbraccio dei gregari, ma la velocità va fatta. Una sorta di contrappasso dantesco imposto a un Giro che riserva così sfacciatamente la rosa e il podio agli scalatori puri, e che si identifica con circostanze tecnicamente eccelse, senza dubbio. Ecco, il dubbio è se poi quando arrivano le salite intermedie qualcuno abbia la necessaria voglia residua per continuare il castigo insistendo col martello, aprendo ancora il gas al massimo.
Lasciando i bilanci all’ultima tappa, va anche soggiunto che troppo spesso questo atteggiamento di van der Poel è parso pretestuoso e velleitario. Perché tanto fuoco e tante fiamme se poi su un Trensasco “qualsiasi”, duro, questo sì, ma appena appena a cavallo fra la definizione di “salita” e quella di “côte”, salta fuori che contro gli scalatori, o semplicemente i corridori con attitudine alla salita, Mathieu non reggeva mezza? Se si va a scartabellare, si scopre che proprio in quella tappa van der Poel si era fatto apprezzare per aver favorito la vittoria del compagno Oldani. E a Jesi, con Girmay ancora in corsa, ben altro era stato l’atteggiamento: anzi, specie a confronto con l’Intermarché, si era trattata di una piena assunzione di responsabilità a livello singolo e di squadra. Poi a volte tocca inchinarsi al più forte di giornata, cosa che MDVP fa con speciale classe. Insomma, ci si chiede, il fenomeno olandese si sta crogiolando nel proprio personaggio epperò da troppi giorni senza costrutto, rinunciando un po’ troppo comodamente a obiettivi ardui ma realistici, che avrebbero comportato il rischio di fallire (per dirne uno, piazzarsi in volata e puntare alla maglia ciclamino); oppure dietro la giocosità e lo sperpero c’è sempre e comunque la voglia di giocare sul serio, solamente… a modo proprio? La risposta generale non è ovvia e chi scrive non ce l’ha. Una risposta chiara emerge però sulla tappa di oggi, in cui Mathieu van der Poel ha fatto dannatamente sul serio, e quel che è più affascinante, l’ha fatto comunque oltre ogni logica: riuscendo tuttavia nell’impresa memorabile di far sembrare a tutti, ma proprio a tutti (o a tutti tranne due persone al mondo) che l’incredibile fosse possibile, cioè che MDVP potesse andare a vincere una tappa alpina su una salita finale durissima e contro signori scalatori.
I due che non hanno creduto al miracolo, alla magia di quella faccia determinatissima, a quello sguardo in macchina baluginante di convinzione assoluta, sono due ragazzini di 22 anni, praticamente dei neoprofessionisti, anche se con un certo bagaglio già macinato, ciascuno di loro non scevro di ferite antiche o recenti, fisiche o metaforiche. Ma entrambi ancora con un viso incredibilmente infantile, pulito, rotondo, chiaro, terso, da bimbo, letteralmente, cioè non quello da adolescente che ancora sfoggia Pogacar e di cui resta qualcosa negli occhi di MVDP, in mezzo alla spigolosità decisamente adulta di mascella e zigomi.
Gijs Leemreize è connazionale di van der Poel, lo guarda dall’alto dei suoi 6 cm in più e con la leggerezza del suo paio di kg minimo in meno. Una falange già persa per strada in un incidente di gara. Zero vittorie da professionista. Finora tre volte in fuga a questo Giro, sempre in top ten, e due podi con oggi. Lo ricordiamo a Genova intrappolato in uno sprint senza speranze fra i due italiani. È l’unico che se ne va con Mathieu nella discesa del Vetriolo, penultimo Gpm di giornata e momento chiave del piano olandese. Anticipare. Lasciare i cagnacci degli scalatori a un minuto e mezzo perché si sfianchino, svuotino e demoralizzino. Gijs lo capisce e lo accompagna, senza complessi in discesa, anzi spesso tirando per il collo van der Poel che regala così, en passant, un salvataggio clamoroso su un lungo in curva. Van der Poel lo sgancia subito sui primi muri del Menador o strada del Käiser. Imperiale. Sì, sappiamo che il Käiser del ciclismo è unico e irripetibile, ma oggi van der Poel ricorda le dinastie olandesi degli uomini veloci omnivincenti, gli imperatori appunto, e diremmo quasi più van Steenbergen (Rik I) che van Looy (Rik II), dominatore delle volate, il primo, ma meno bisognoso della corte di cavalieri attorno, non estraneo ad avventure alpine, prendendo la scalata come puro hobby reale.
Leemreize però non molla. Perde, si sgancia, poi si riavvicina, controlla, misura e lì fra i tunnel di roccia rientra a velocità doppia e fulmina un MVDP incagliato, forse con lo spettro della crisi di fame. Il re è nudo. Gijs guarda avanti coi suoi occhi da scuola elementare, di quelli che non si voltano indietro perché sono ancora così di fabbrica, proiettati al futuro.
Ed è al futuro che Gijs deve guardare perché da dietro emerge l’altro 22enne, il colombiano Santiago Buitrago. La sua espressione pure fissa in macchina, determinata, la ricordiamo dall’infinito inseguimento a Ciccone verso Cogne. Pure lui fra le facce un po’ così dei delusi di Genova, ma fu quel secondo posto alpino a bruciargli fino alle lacrime in diretta mondiale. Oggi a bruciargli sono le ferite e le botte di una cadutaccia nei su e giù della Valsugana, poi lo sforzo di rientrare. Il suo team là dietro che lavora compattissimo per Landa, a caccia del podio e magari qualcosa in più. Manca solo lui. Lo fermeranno? E se lo lasciano fare ma non vince? Santiago aspetta, in compagnia dei due stakanovisti monstre degli ultimi tapponi alpini, Carthy (tre su tre, sempre più scomposto in una specie di autoflagellazione mistica) e Hirt, che tutti attendono pronto all’avvio del turbo. Santiago aspetta, ma il momento opportuno, il kairos, sarà forse volato via coi biondi d’Olanda? Paiono lontanissimi e c’è sempre meno salita. Poi Buitrago scatta secco, accelera, smaterializza i vecchi lupi di montagna. L’inseguimento è interminabile e sembra disperato, ma su una salita al 12% il tempo e lo spazio trasmutano sotto l’effetto della gravità. Ora Buitrago scandisce un passo forte e regolare, con un rapporto non cortissimo ma fluido. Disintegra van der Poel. Prende Leemreize a cinquecento metri dallo scollinamento e si apposta alla sua ruota. Entrambi sanno che si tratta per l’olandese di reggere meno di due minuti. Buitrago aspetta, aspetta, sempre meno salita per lui. Poi scatta. Leemreize chiude. Game over. Stallo, pausa. Pochissimi secondi che sembrano infiniti mentre le bici scorrono pigre sull’asfalto.
Altro scatto, violentissimo, Leemreize scoppia. Buitrago prende il largo. C’è discesa, per Lavarone, poi una morbida ascesa, un falsopiano, quasi, e ancora discesa, e l’arrivo appena appena all’insù. Una passerella di sicurezza e gioia per il giovane talento colombiano. Gijs non cede, sarà secondo. Poi i cagnacci, Hirt e Carthy. E poi è già il momento degli uomini di classifica, che supereranno van der Poel, ormai una statua di sale, proprio allo sprint.
Già, e la generale? Addio a una delle tappe meglio disegnate di questo Giro le cui tappe spesso suscitano qualche perplessità per tracciato o collocazione. Quella odierna era perfetta. Ma nessun team, nemmeno secondario, nemmeno messo alle strette, ha voluto cavare il sugo dalla sezione complicata in Valsugana, non diciamo certo per spezzare il gruppo, ma magari per creare un po’ di pressione. Che poi non si sa mai. Nessun capitano prova una scrollata all’albero in prima persona sul Vetriolo, né punte, né mezze punte, queste seconde via via più spuntate e dunque strategicamente inutili quanto più passano le tappe (Bilbao e Buchmann ormai a 6-7 minuti). Nessuno dei leader ha la curiosità di scoprire se, essendo tutti tanto uguali nella modalità “salita finale a fucile”, magari possa sorgere qualche differenza a sorpresa se si passasse a un approccio “due salite di fila forte”, o perfino “penultima salita a fucile e poi vediamo chi ne ha ancora”. Già. Troppa la paura di saltare. Meglio restare in ballo un giorno ancora. Meglio contare sulla selezione naturale, che si fa carico di un incredibile Almeida, mai a fondo (e che, sic stantibus rebus, sarebbe il vincitore in pectore di un GT parallelo identico a questo ma con un chilometraggio decente a crono!); mai a fondo, dicevamo, ma sempre in fondo al gruppo, e sempre più presto, tanto che le dozzine di secondi intascati lo porteranno ad affondare in classifica sebbene al ralenti, come un galeone con una falla. Così come la selezione naturale si fa carico dei grandi vecchi, Pozzovivo e Valverde in primis, ma anche lo stesso Nibali, quindi assolto per non aver provato qui, terreno ideale e quasi ultimo per la tappa – epperò con la gamba palesata, non sufficiente, non sarebbe bastato anticipare i big attaccando sul penultimo.
E se già sul Blockhaus Landa era stato il più propositivo, e se ciò si era confermato sul Santa Cristina, scalato alla pazzesca velocità di oltre 18 km/h, ove Landa avevo tirato il terzetto col suo animo gregario per quasi la metà del tempo, oggi il basco ci mette tutto il team. Sono i Bahrain a picchiare duro per alzare il passo verso la cima del Vetriolo (anche se… too little, too late), è un monumentale Poels a scortare eroicamente il capitano, sì “Landa capitano”, per tutto il Menador, staccandosi, rientrando, tirando, lanciando gli abbozzi d’attacco…
E se van der Poel “giuoca”, Landa felliniano più che mai “danza”, mani basse, rapporto pieno, niente frullate seduto in cicloergometro come Hindley, niente scenette da vecchio volpone alla Carapaz. Bello da vedere, il pubblico ringrazia. E va forte, fortissimo, ma gli altri non li stacca. Sono al gancio? Bluffano? Approfittano di lui e intanto risparmiano? Questa è l’impressione. Anche di Landa, che in un momento epico della salita smette di colpo di tirare, si gira diretto a Carapaz e gli fa il verso, imita la smorfia di inenarrabile sofferenza sfoggiata dall’ecuatoriano, come a dirgli, “caro mio, tante facce fai, ma se fossi cotto come sembri ti saresti staccato da un pezzo, e intanto sei quello che tira di mano”. Il tutto in attesa della volatina di Lavarone, dove ovviamente Hindley e Carapaz issano tutte le vele e si slanciano a tutta birra, chissà che ci siano qualche abbuono… e intanto anche solo sull’impulso, Landa incassa qualche altro secondino di distacco gratis.
Landa è quel che fin qui in salita ha dimostrato, o “mostrato” di più, ma non è bastato. Forte il sospetto è che gli altri abbiano in tasca ancora qualche carta, strategicamente coperta vuoi per attendismo vuoi per sorprendere i rivali. Oppure no. Ma fra crono e altri eventi di gara, su tutti Torino, Landa è già un minuto dietro, quindi è ovvio che sia anche il più obbligato ad attaccare. Sarebbe bello che, chiunque vinca il Giro, lo facesse finalmente mostrando e dimostrando di meritarlo con un’impresa degna di questo nome. Val la pena di ricordare che il Giro, a differenza del Tour, suole regalare almeno una manciata di tappe davvero belle per la generale, non solo per la vittoria di giornata, e il computo annovera fin qui solo Torino, con le ultime due discrete e tuttavia assai prossime a un “vorrei ma non posso” in stile Tour. Perché, fra l’altro, il Giro dovrebbe avere di prammatica, fra quelle belle, anche un paio di tappe letteralmente epiche. Reggerà questa regola d’oro? Le occasioni che restano sono poche, giusto due, ma lo speriamo di tutto cuore perché, in termini di ascolti italiani sulla RAI, c’è da recuperare la situazione peggiore da quando esiste Auditel.

Gabriele Bugada

La volata tra Carapaz e Hindley al traguardo di Lavarone (foto Tim de Waele/Getty Images))

La volata tra Carapaz e Hindley al traguardo di Lavarone (foto Tim de Waele/Getty Images))

SOTTO I COLPI DEL MENADOR

Un’altra dura salita sotto le luci della ribalta del Giro. Dopo il tradizionale valico di Santa Cristina oggi farà per la prima volta la sua comparsa al balcone del Giro la panoramica ma faticosa salita del Menador, inedita scoperta che va ad affiancarsi a quella della Sega di Ala, lanciata nella scorsa edizione della Corsa Rosa. Un altro passaggio fondamentale lungo la strada per Verona.

Dopo la Sega di Ala lo scorso anno, anche nel 2022 il Giro d’Italia è pronto a tirar fuori dal cilindro una dura ascesa trentina inedita che promette scintille, a partire dal soprannome di “Menador” con il quale è conosciuta la salita del Monte Rovere, geograficamente non troppo distante (in linea d’aria sono una quarantina di chilometri) da quella che fece pericolosamente traballare il trono rosa di Egan Bernal. Quest’ultima era più lunga d’oltre 3 Km rispetto al Menador, con il quale condivide una pendenza media di fatto identica (9.9%), mentre picchi più aspri – fino al 17% – presentava l’altra ascesa, ma quella che si affronterà quest’anno potrebbe causare “danni” ben peggiori. La tappa disputata dodici mesi fa, infatti, era molto meno impegnativa rispetto a quella che i corridori dovranno trascorrere oggi tra Ponte di Legno e Lavarone, scalando in partenza il Tonale e affrontando a ridosso dell’ascesa finale quella del Vetriolo, in una posizione che potrebbe ricordare quella che era stata del Passo di San Valentino nella tappa dello scorso anno, ma che in realtà sarà molto più vicina all’ascesa finale, la quale – a sua volta – non sarà arrivo in quota perché per andare al traguardo bisognerà percorrere una discesa di 8 Km, un epilogo che accumuna questa frazione a quella dell’Aprica. E le fatiche profuse lungo la strada per completare quest’ultima potrebbero incidere non poco sugli esiti di quest’altra tappa che, anche per questo motivo, potrebbe risultare molto più selettiva rispetto a quella della Sega di Ala, che terminò con la vittoria del britannico Simon Yates.
La partenza, come dicevamo, sarà in salita ma non ci sarà lo striscione del Gran Premio della Montagna ai 1883 metri del Passo del Tonale dove – percorsi 8.6 Km al 6.3% – il gruppo sfilerà senza troppi sussulti dinanzi al sacrario nel quale riposano le spoglie di oltre 800 militari caduti sul fronte della Prima Guerra Mondiale. Subito dopo inizierà la discesa verso la Val di Sole, il cui nome nulla avrebbe a che fare con la principale stella del sistema solare ma deriverebbe da quello di Sulis, la divinità celtica che i romani “adotteranno” ribattezzandola Minerva e che eleggeranno protettrice delle fonti termale della zona, ancor oggi sfruttate a Peio e Rabbi. Il gruppo attraverserà Dimaro e Malè prima di giungere sulle strade della Val di Non alle porte di Cles, centro che ha tra i suoi figli più illustri Maurizio Fondriest e, andando molto più indietro nel tempo, il cardinale Bernardo Clesio, uno dei promotori del Concilio di Trento: presso il borgo si trova ancora il castello che appartenne al suo casato e che fu costruito a sorveglianza del Ponte Alto, manufatto romanico che collegava Cles al resto della Val di Non e che oggi non è più possibile ammirare poiché sommerso dalle acque del lago artificiale di Santa Giustina, la cui diga fu inaugurata nel 1951 e per molti anni fu la più alta d’Europa.
Sfiorata l’estremità meridionale del lago, pedalando tra i meleti che sono uno dei principali vanti di questa valle si scenderà verso la stretta Chiusa della Rocchetta, gola di là dalla quale si apre la Piana Rotaliana, area conosciuta per la produzione del Teroldego Rotaliano, vino il cui nome deriverebbe dal termine tedesco Tiroler gold (letteralmente “Oro del Tirolo”) oppure dalla Teroldola, varietà d’uva che ebbe il suo primo momento di gloria quando fu menzionata in un documento redatto durante il citato Concilio di Trento. La pianura avrà breve durata perché, superato il corso dell’Adige, si riprenderà l’ascensore per portarsi in 6 Km – inclinati al 6.7% medio – a Giovo, scollinando a breve distanza dalla frazione di Palù, patria della dinastia dei Moser, che conta non soltanto i dieci corridori che portano questo cognome ma anche il due volte vincitore del Giro Gilberto Simoni, che è cugino di secondo grado dell’ex recordman dell’ora e che pure una storica edizione della Corsa Rosa la vinse nel 1984. Dopo Giovo inizierà un lungo tratto, tortuoso e vallonato, disegnato sulle strade della Val di Cembra andando a sfiorare il centro di Segonzano, presso il quale si possono ammirare curiosi pinnacoli di roccia scolpiti 50000 anni dall’azione erosiva delle acque e che si sono meritati tra le genti locali il soprannome di “òmeni”, mentre ai più sono noti con l’appellativo di “piramidi”. Giunti sulle sponde del piccolo lago di Lases, bacino la cui esistenza in tempi recenti è stata messa in pericolo dalla presenza di cave di porfido (la pietra del celebre “pavé”), s’imboccherà la discesa verso la Valsugana, che il gruppo raggiungerà alle porte di Pergine, centro dominato dal colle dal quale troneggia l’omonimo castello, edificato in periodo rinascimentale ma rispettando le regole dell’arte militare gotica. Manterrà la sua storica funzione di sentinella anche quest’anno, sorvegliando l’ingresso nella fase topica di questa tappa perché è all’uscita di Pergine che ha inizio la salita del Vetriolo. Il nome può incutere timore eccessivo – pungenti sono le “battute al vetriolo” e “vetriolo” è il soprannome con i quali i chimici chiamano l’acido solforico concentrato – pur comunque essendo questa una non trascurabile salita di 12 Km al 7.6%, che termina poco sotto la piccola località termale dalla quale deriva il suo soprannome (più correttamente sarebbe Passo del Compet), presso la quale sgorgano le due sorgenti che hanno fatto la fortuna della sottostante Levico; quest’ultima è la principale località turistica della Valsugana, frequentata sin dall’epoca della dominazione asburgica e prediletta in particolare dalla principessa Sissi, la cui residenza estiva è oggi diventata un hotel di lusso. Gli agi di cui godette l’indimenticata consorte dell’imperatore Francesco Giuseppe non saranno, ahi loro, concessi ai corridori che puntano al trono sul quale lo scorso anno si assise con tutti gli onori Bernal perché attraversata Levico un breve tratto di pianura – poco meno di 4 Km – separerà questo centro da Caldonazzo, dove inizierà la salita più temuta, quel Menador che “mena” per davvero con i suoi 7900 metri al 9.9%. In particolare picchia dura il tratto di 2000 metri all’11.2% che termina in vista del penultimo dei nove tornanti della strada, costruita letteralmente strappandola alla roccia alla fine dell’Ottocento dai militari appartenenti ai reggimenti dei “cacciatori imperiali” e che all’epoca della Grande Guerra divenne per l’impero austro-ungarico la principale porta d’accesso al fronte dell’Altopiano di Asiago”. Spentisi gli echi del primo conflitto mondiale rimase una delle più spettacolari strade alpine italiane, che offre impareggiabili viste verso il Monte Panarotta e il sottostante Lago di Caldonazzo, che non è soltanto il più grande del Trentino ma anche il più “caldo” per temperatura delle acque tra tutti quelli presenti nell’arco alpino.
Giunti in vetta a quest’affascinante belvedere ne vedremo anche gli effetti sul gruppo: faranno più male gli aguzzi denti della Sega di Ala o le scudisciate dei tornanti del Menador?

I VALICHI DELLA TAPPA

Passo del Tonale (1883 metri). Ampio valico prativo aperto tra il Monticello e la Cima di Cadì, costituisce anche il punto di separazione tra i massicci dell’Adamello e dell’Ortles-Cevedale. Sede della principale stazione di sport invernali della provincia di Trento, è valicato dalla SS 42 “del Tonale e della Mendola” tra Vermiglio e Ponte di Legno. Vi transita il confine tra Lombardia e Trentino-Alto Adige. Dal 1933, anno dell’istituzione dei GPM, è stato inserito 29 volte nel tracciato del Giro, contando anche la tappa alternativa che avrebbe dovuto sostituire la Ponte di Legno – Val Martello nel 2013 e sulla quale neppure si riuscì gareggiare. Il primo a conquistare questa storica vetta fu Binda nel 1933, nel corso della conclusiva Bolzano – Milano, pure vinta dall’asso varesino. L’ultima scalata è avvenuta nel 2017 durante la tappa Tirano – Canazei vinta dal francese Pierre Rolland, con lo sloveno Matej Mohorič primo sul passo. Il Tonale è stato teatro anche di due arrivi di tappa, conquistati dal colombiano José Jaime González Pico nel 1997 e dall’elvetico Johann Tschopp nel 2010. Quest’anno non ci sarà Gran Premio della Montagna in vetta e non si tratta di una novità perché accadde anche nel corso della Selva di Val Gardena – Bormio del 2000 (vinta da Gilberto Simoni), quando il passaggio dal Tonale fu considerato valido solo come traguardo volante Intergiro, conquistato dallo spagnolo José Enrique Gutiérrez Cataluña.

Passo di Lases (639 metri). Coincide con l’omonima località, principale frazione del comune di Lona-Lases.

Sella di Pergine Valsugana (482 metri). Coincide con l’omonimo abitato.

Sella di Vignola (Masetti) (557 metri). Valicata dalla Strada Provinciale 228 “di Levico – Novaledo” tra Pergine Valsugana e il bivio per la salita del Vetriolo.

Passo del Compet (1383 metri). Si trova allo scollinamento della salita del Vetriolo, nel punto dove convergono le strade che salgono da Pergine Valsugana e da Levico Terme. Quest’ascesa è stata in passato affrontata cinque volte al Giro d’Italia, la prima nel 1966 al termine della Riva del Garda – Levico Terme, che prevedeva la salita dallo stesso versante di quest’anno e l’arrivo in fondo alla discesa, traguardo che fu conquistato dalla maglia rosa in persona, Gianni Motta, dopo che in vetta al Compet era transitato in testa lo spagnolo Julio Jiménez. Quest’ultimo sarà protagonista sul Vetriolo anche nel 1968, stavolta riuscendo a imporsi sul traguardo della Brescia – Lago di Caldonazzo, sempre salendo dal versante di Pergine. Dopo questi due precedenti bisognerà attendere ventidue anni per rivedere il Giro lassù, salitovi in occasione di una cronoscalata – stavolta affrontata da Levico, il versante più impegnativo – inserita nel tracciato del Giro del 1988 e vinta dall’americano Andrew Hampsten, che indossava la maglia rosa fin dallo storico tappone del Gavia innevato e che porterà le insegne del primato fino al conclusivo traguardo di Vittorio Veneto, primo e finora unico statunitense a conquistare la Corsa Rosa. Anche due anni più tardi si salirà dal versante di Levico nel finale della Brescia – Baselga di Pinè: era il Giro vinto da Gianni Bugno che quel giorno si piazzò secondo al traguardo, preceduto di 33” dal francese Eric Boyer dopo che in vetta al Vetriolo era transitato per primo lo spagnolo Eduardo Chozas. L’ultima scalata porta la data del 29 maggio del 2014, ma quel giorno non ci fu scollinamento perché si proseguì la scalata fino al Rifugio Panarotta, dove s’impose il colombiano Julián Arredondo, mentre il suo connazionale Nairo Quintana conservava la maglia rosa conquistata un paio di giorni prima nel tappone della Val Martello. Oltre ai precedenti del Giro, nel 1996 a Vetriolo Terme, poco oltre lo scollinamento del Compet, terminò un’altra gara organizzata dalla Gazzetta dello Sport, una tappa del Trofeo dello Scalatore vinta dal toscano Massimo Donati, mentre nel 2013 la medesima località è stata traguardo di una frazione del Giro del Trentino, vinta dal bielorusso Kanstantsin Siutsou.

Passo di Spiazzo Alto (1261 metri). È il nome ufficiale dello scollinamento della salita del Monterovere (o Menador che dir si voglia). Oltre a confluirvi la Strada Provinciale 133 “di Monterovere” (dalla quale proverranno i corridori) vi transita la Strada Statale 349 “di Val d’Assa e Pedemontana Costo” lungo la salita da Lavarone al Passo di Vezzena. Pur essendo una novità il “Menador”, dallo Passo di Spiazzo Alto il Giro è già transitato due volte, la prima nel 1972 durante la Solda – Asiago (vittoria del belga Roger De Vlaeminck, primo in vetta al Vezzena il suo connazionale Eddy Merckx), la seconda nella direzione opposta durante la Asiago – Corvara del 1993 (vittoria del veneto Moreno Argentin, scollinamento del Vezzena al trentino Mariano Piccoli).

Passo Cost (1298 metri). Vi transita la Strada Statale 349 “di Val d’Assa e Pedemontana Costo” lungo la salita da Lavarone al Passo di Vezzena. I corridori vi transiteranno in discesa provenendo dal Menador.

Valico di Chiesa (1171 metri). Coincide con l’omonima frazione del comune di Lavarone, luogo dove terminerà la tappa. È quotata 1172 metri sulle cartine ufficiali del Giro 2022.

Nota. Il testo di riferimento è “Valichi stradali d’Italia” di Georges Rossini (editore Ediciclo).
Mauro Facoltosi

Scorcio del Lago di Caldonazzo visto da una delle gallerie della strada del Menador e l’altimetria della diciasettesima tappa (www.alpecimbra.it)

Scorcio del Lago di Caldonazzo visto da una delle gallerie della strada del Menador e l’altimetria della diciasettesima tappa (www.alpecimbra.it)

CIAK SI GIRO

Fino a qualche anno fa il Trentino e l’Alto Adige erano territori quasi del tutto inesplorati dal cinema, poi il fiorire delle “film commission” in tutte le regioni italiane hanno “decentrato” produzioni che in passato si concentravano quasi esclusivamente nel Lazio, non tanto perché sede della capitale ma per la presenza degli studi di Cinecittà. Si pensi che un tempo esisteva un regolamento interno agli studi che prevedeva di pagare gli straordinari alla troupe se il luogo delle riprese si trovava a più di 40 Km dalla capitale! Così numerosi sono i film che in queste ultime stagioni hanno visto sbarcare sulle strade trentine i giganteschi tir che si portano dietro tutto il necessario per le riprese, riprese che nel 2012 hanno riservato un ruolo predominante al Grand Hotel Imperial di Levico Terme, l’albergo ospitato in quella che un tempo era la residenza estiva degli Asburgo. Nelle stanze dove si aggirò la principessa Sissi la protagonista stavolta divenne la bella Bella (si chiama proprio così), interpretata da Laura Chiatti: è la primadonna de “Il volto di un’altra”, film dove una star della tv dopo esser rimasta sfigurata viene operata in un’esclusiva clinica che altro non è che l’altrettanto elitario albergo della Valsugana.

Il Grand Hotel Imperial di Levico Terme trasformato in clinica di lusso ne Il volto di un’altra (www.davinotti.com)

Il Grand Hotel Imperial di Levico Terme trasformato in clinica di lusso ne "Il volto di un’altra" (www.davinotti.com)

Cliccate qui per scoprire le altre location del film

https://www.davinotti.com/forum/location-verificate/il-volto-di-un-altra/50030983

FOTOGALLERY

Il sacrario del Passo del Tonale

Cles, Castel Cles

Scorcio del Lago di Santa Giustina

La Chiusa della Rocchetta, oltre la quale si apre la Piana Rotaliana

I vigneti della Piana Rotaliana

Le Piramidi di Segonzano

Lago di Lases

Il castello di Pergine Valsugana

In salita verso Vetriolo Terme

Lago di Caldonazzo

Laghetto alpino alle porte di Lavarone