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63° VUELTA A ESPANA: CONTADOR DOMINA IL SENTIERO DELLE CAPRE

Alla Vuelta va in scena il D-Day o, meglio, l’A-Day. È la tappa del micidiale Angliru, con i suoi passaggi al 23.5%, e Contador non tradisce le attese, ipotecando la vittoria finale con una splendida scalata che vede anche Damiano Cunego impegnarsi a fondo. Valverde chiude secondo una brillante prova d’orgoglio, mentre si difendono Leipheimer e Sastre. Il servizio di Federico Petroni.

La difficoltà dell’Angliru non si coglie dai grafici, né dalle foto, forse nemmeno scrutandolo di persona. La malignità dell’Angliru la intuisci dal nome prima, malvagio, epico e battagliero quasi quanto il tolkeniano Mordor, e dalla geografia poi. È la montagna dantesca del Purgatorio, una scalata sulla quale mondare dai peccati l’anima (e una Vuelta soporifera); una scalata senza punti di riferimento: verso l’alto (l’Eden) o verso il basso (Lucifero)? Dell’improbità dell’Angliru ti informano alcune massime. Chechu Rubiera, asturiano di Gijon: “Scalarlo è come disputare la Vuelta tre volte di fila.” David Millar, nel 2002, sanguinante dopo due cadute, una volta strappatosi il numero di gara per protesta: “Tutto ciò è disumano: non siamo bestie!” Il mito Angliru, leggendario dopo sole tre scalate, lo deduci dall’albo d’oro. “El Chava” Jimenez (1999), Simoni (2000), Heras (2002): il fiore di una generazione di grimpeur, primi anni ‘70, cui manca soltanto il Pirata.

La calamità Angliru si apprende volgendo lo sguardo al cielo: difficile ricordare un giorno di sole su questi monti asturiani. Solo Simoni nel 2000 bucò le nubi, gradito vincitore a Nuberu, divinità delle tempeste nella mitologia locale. “Asturie” viene dal celtico “Stur”, fiume: sull’Angliru capiamo il perché dell’etimologia. Quando piove, i tornanti si trasformano in rapide, la bici in canoa, i pedali in pagaie. La fatalità dell’Angliru la scorgi nelle facce. Stupore, ammirazione, compassione negli spettatori appollaiati sui dirupi. Sofferenza, concentrazione, espiazione nelle smorfie trasfigurate dei pellegrini sul cavallo di carbonio. Tutti che si arrabattano sulla Cueña de las Cabras, il sentiero delle capre, là dove la pendenza come un lugubre campanile rintocca ventiquattro volte. È la mezzanotte del ciclismo.

La difficoltà dell’Angliru non la ravvisi certo dal volto di Alberto Contador, maschera d’imperturbabile freschezza. La ravvisi nelle spalle che stranamente ondeggiano – abituate a rimanere bloccate nella pedalata, come da manuale – come giunchi sospinti dalla marea. Eppure, quel divincolarsi sulla bicicletta è l’azione più incisiva della Vuelta a España. Sin dalle prime rampe, quando l’Angliru da salita si trasforma in incubo, il leader dell’Astana si impegna per sfrondare l’albero dei rivali, ridotto ad una ventina dalle trenate dei gregari su un percorso selettivo (3760m di dislivello), ingrediente essenziale per rendere epica una salita dura (vero, Zomegnan?). Cento metri al 20% e restano solo Leipheimer, Valverde e Rodriguez. Più dietro, Sastre s’ingolfa, incapace di remare agile, lui che con la potenza (e col 39e17) aveva asfaltato l’Alpe d’Huez, mentre Gesink, Mosquera e Zaugg si producono in dignitose recite di secondo piano in linea con la giovine età o la minor dote di talento. Nel nugolo di comprimari, si nota l’assenza di Igor Anton, discreto arrampicatore: la clavicola lasciata nella discesa dell’Alto de Cordal desta lui e tutti i Paesi Baschi dal sogno del podio.

La Vuelta di Contador è tutta in quei maledetti seimila metri di Passione al 13.6% di pendenza media, in quella folla fendere e da eccitare, in quei fastidiosi compagni di avventura di cui liberarsi. Primo tornante de Los Picos e Valverde ammaina la bandiera: eccessiva l’ennesima stilettata al 20%. Duecento metri più in là, secondo tornante e il suo gregario, il muratore specializzato Joaquin Rodriguez (vinse sull’ascensore di Montelupone alla Tirreno), replica fedelmente la resa del capitano. Contador è solo. Leipheimer e lo spettro d’uno scippo fratricida sono lontani. La decifrazione della cassaforte amarilla sta riuscendo, proprio mentre migliaia di appassionati ammirano il loro idolo che in quattordici mesi sta dominando il ciclismo nell’esecuzione di un’ipnotica danza sui pedali. Inconfondibile è infatti lo stile del talento castigliano, un’agilità senza precedenti (spingeva il 34e29) abbinata alla frequenza d’un pendolo impazzito.

Ed eccolo, il pistolero che sussurrava ai canarini, bucare l’aureola di nubi e trionfare sulla montagna dei grandi grimpeurs del nostro tempo: dopo Jimenez, Simoni ed Heras, anche Contador iscrive il proprio nome su questo glorioso sentiero di capre, pronto a sfatare con la forza del talento una cabala che vuole diverso il vincitore a Madrid dal vincitore sull’Angliru. Dietro alla gioia del successo, s’affastellano varie emozioni. La soddisfazione della resa onorevole di Valverde (2° a 42”) e di Rodriguez (3° a 57”); la sonante difesa di Leipheimer (4° a 1’05”), ancora in lizza per la vittoria, e quella sfiatata di Sastre (5° a 1’32”); l’arrembante giovinezza del giunco Gesink (6° a 1’56”), al debutto con queste titaniche fatiche ma per questo promosso a pieni voti nella facoltà delle speranze. E poi la rimonta luccicante di Damiano Cunego, frenato nel peggiore dei momenti da una foratura, in grado di inseguire con veemenza e di piazzare una scalata da urlo, chiusa al 9° posto a 2’43” da Contador ma facendo registrare i tempi di Sastre almeno. Per il veronese, come per il brillante Rebellin (11° a 4’, resiste stoico 9° nella generale), Varese si fa sempre più vicina.

Così come Madrid. L’ultima (o l’unica?) giornata campale di questa 63° Vuelta è andata in archivio a otto giorni dalla chiusura sul Paseo de la Castellana. Un po’ presto? Sì, sapendo che al varco ci attendono soltanto due tappe vagamente stuzzicanti per rifinire una già robusta classifica generale. L’arrivo in salita alle Fonti di Inverno (domani) e la crono dell’Alto de Navacerrada (sabato) chiariranno gli ultimi dubbi della ronda iberica. Come dodici mesi fa, l’ultima (soporifera) settimana riguarderà la battaglia per il terzo gradino del podio, con Sastre virtualmente in testa (3° a 3’01”) ma in ribasso quanto a quotazioni che vedono Mosquera stazionario (4° a 4’19”) e Valverde in impennata (5° a 4’40”). La sfida più interessante è però, a mio modo di vedere, quella di Gesink con se stesso. Lo spilungone della Rabobank è 7° a 5’09” ma la sua tenuta così come la sua risposta nella terza settimana costituiscono un macroscopico punto interrogativo. Ma intrigante. In casa Astana si consumerà il duello tra i fratelli-coltelli Contador e Leipheimer. 1’05”, a dirla tutta, potrebbe non bastare: i ribaltoni dell’ultima ora sono alla Vuelta il pane quotidiano (Nozal ed Heras ne sanno qualcosa, andate a vedere le edizioni 2002 e 2003). Per evitare di bagnare le polveri, occorrono almeno 30”. Il pistolero che sussurrava ai canarini dà appuntamento a domani.

Federico Petroni

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