DA SUPER TONY A SUPER MARIO IL PASSO E’ BREVE. GERMANIA UBER ALLES

La superiorità del calcio tedesco raggiunge la massima espressione conquistando la Coppa del Mondo 2014. Un sistema collaudato e sviluppato sulla forza e la ricchezza dei vivai e dalla volontà di innovazione più che di conservazione. Questo modello anche negli altri sport può fare la differenza e dare un impulso per creare qualcosa di buono, ciclismo compreso.

‘Il calcio è un gioco semplice: si gioca undici contro undici, e alla fine vincono i tedeschi.’ Questo celebre aforisma di Gary Lineker ritorna oggi più che mai di stretta attualità visto che la Germania ha vinto la sua quarta coppa del Mondo, raggiungendo l’Italia. Italia che a sua volta può vantarsi in modo dimesso di questo primato, visto che proprio le ultime due edizioni sono state disastrose, dopo la vittoria nel 2006. Un po’ di orgoglio può esserci trasmesso solo dal fatto che nei Mondiali di calcio l’Italia le ha sempre date alla Germania. Per la terza volta consecutiva la finale del Mondiale si decide dopo il novantesimo e se l’aggiudica una squadra europea. E comunque il trionfo teutonico noi lo sentivamo nell’aria. Eh sì, perché nel pomeriggio un certo Tony Martin si era prodotto in una fuga al Tour di oltre 150 km! Va bene che per una buona metà la aveva condivisa con Alessandro De Marchi, promettente ragazzone della Cannondale, ma a un certo punto, sull’ultimo GPM di giornata, l’andatura del campione del mondo a cronometro diventava insostenibile anche per l’italiano che avrebbe rivisto l’uomo dell’Omega Pharma, insieme ai fuggitivi della prima ora, soltanto dopo il traguardo di Mulhouse. La potenza dimostrata da Tony Martin, ma anche da Kittel e da Greipel (finora al Tour 2014 la Germania ha fatto sue cinque tappe su nove) fa il pari con la superiorità dei calciatori tedeschi in tutto questo Mondiale brasiliano. L’ultima ad arrendersi è stata l’Argentina, in una finale che ha visto sprazzi di bel gioco, buone manovre a centrocampo, in cui l’appassionato di calcio ha potuto gustarsi una bella partita, soprattutto nei primi 45 minuti. Nel primo tempo le clamorose occasioni da gol di Higuaín da una parte e di Howedes dall’altra facevano quasi da freno a ulteriori schermaglie, visto che nella ripresa la tattica prendeva il sopravvento, con la mediana di gioco ben occupata da entrambe le squadre. Anche le fasce risentivano del cambiamento di rotta, visto che sia Lahm che Zabaleta, i cursori più penetranti a disposizione di entrambe le squadre, tendevano a conservare una posizione difensiva più che propositiva. Anche i chiavistelli in attacco come Mueller e Messi non riuscivano ad incidere in una manovra che perdeva gli sbocchi che si erano creati nel primo tempo. I portieri restavano a guardare per lungo tempo, con Romero alla fine più impegnato di Neuer. Una partita che si è giocata anche sulle sostituzioni. Sabella ha tolto Lavezzi e Higuaín, gli uomini più pericolosi nell’area tedesca, lasciando in campo Messi, che è sembrato visibilmente in serata no. La Germania ha saputo aspettare fino a otto minuti dalla fine dei tempi supplementari. Risolveva Mario Götze con una bella volée di sinistro al volo su invitante assist di Schürrle, guarda caso proprio i due subentrati al posto di Kramer e Klose. Abbiamo già parlato in un articolo precedente del progetto vincente del calcio tedesco in questi ultimi 10-15 anni. Ebbene, la Germania ha semplicemente raccolto i frutti di questa operazione, o meglio semina, affiancandola a dirigenti virtuosi e capaci. Considerando che in panchina c’era gente come Draxler o Grosskreuz, in procinto di diventare i nuovi Schweinsteiger e Lahm, per non parlare di Marco Reus che ha dovuto saltare il Mondiale per infortunio ed un Neuer che sarà ancora a lungo il miglior portiere del mondo, la Germania ha solide basi sulle quali costruire squadre ancora più forti e complete. Speriamo che anche adesso in Italia si parta da un anno zero del calcio in cui sono molte le mele marce da eliminare e i rami secchi da potare. Sia tra i calciatori che tra i dirigenti. Il nuovo avanzerà? Lo speriamo, anzi lo pretendiamo, per una nuova ondata di talenti calcistici e successi sportivi. Non dimenticando il ciclismo che, come detto, ha forse già trovato in qualche illuminato dirigente – il riferimento alla famiglia Reverberi è del tutto non casuale – la soluzione, o almeno la concreta volontà, di uscire dalle sabbie mobili di un passato burrascoso. Il modello Germania prevale, è valido e produce risultati. Aspettiamo gli Europei in Francia tra due anni e i Mondiali in Russia nel 2018 per la conferme.

Giuseppe Scarfone

La nazionale tedesca stringe tra le mani la Coppa del Mondo appena conquistata (foto AP /Hassan Ammar)

La nazionale tedesca stringe tra le mani la Coppa del Mondo appena conquistata (foto AP /Hassan Ammar)

CICLOPALLONE: QUIETE E TEMPESTA, PIOGGIA e PAVE’, GIOIE E DOLORI

L’Argentina ha la meglio solo ai calci di rigore su un’Olanda blindatissima, dopo una partita piuttosto sonnolenta. Il catenaccio vecchio stampo di Van Gaal fa impallidire quello di Trapattoni, mentre Nibali gongola come un tedesco e l’umore di Froome non differisce troppo da quello dei Brasiliani.

Avete presente quelle tappe con arrivo in salita che si accendono negli ultimi 2 km di ascesa? Ecco, Olanda – Argentina sembrava proprio una di queste, solo che abbiamo dovuto aspettare addirittura i calci di rigore per vedere qualcosa. I primi 90 minuti, infatti, avevano prodotto qualche isolato tentativo dell’Argentina, che aveva impensierito Cillesen con qualche tiro da fuori area. Invece l’Olanda, interessata più a difendere lo 0-0 che a costruire azioni pericolose, non ha mai tirato nello specchio della porta se non in pieno recupero, quando il diagonale di Robben indirizzato nell’angolino alla sinistra di Romero veniva miracolosamente deviato in angolo da Mascherano. Nei tempi supplementari la musica non cambiava e l’ultra difensivismo degli “Oranje” – inchiodato tatticamente su un 5-4-1 mascherato da 3-5-2 nonostante la presenza contemporanea di Sneijder, Robben e Van Persie, poi sostituito da Huntelaar – aveva la meglio su un’Argentina che provava a esprimersi con un 4–2–3-1 piuttosto inconsistente e privo di rifornimenti in attacco. Messi era in serata no e l’arcigna retroguardia olandese non gli lasciava spazio negli ultimi 25 metri. Come due ciclisti che si studiano, quasi in surplace, così le due squadre si trascinavano senza sussulti verso i calci di rigore, dove la precisione degli Argentini veniva, infine, premiata con 4 realizzazioni su 4, mentre i tiri di Vlaar e Snejder erano respinti da Romero. Questa volta Van Gaal non ha utilizzato il secondo portiere Krul e Cillesen non è riuscito a parare neanche un rigore. Una cronaca abbastanza scarna quindi, come una tappa in salita che si anima solamente nel finale. Ben più sostanzioso e gustoso, per l’appassionato di ciclismo, il menù che ha offerto, invece, la tappa del pavè al Tour de France. A dimostrazione che un evento sportivo può essere emozionante e richiamare l’attenzione del pubblico quando ci sono i presupposti giusti. In tutto ciò, a sviluppare ulteriormente il parallelismo calcio-ciclismo, oggi non vorremmo essere nei panni di Chris Froome e dei Brasiliani tutti. Il primo vede sfumare la possibilità di conquistare la seconda maglia gialla a causa del ritiro dovuto alle cadute che lo hanno flagellato, nel vero senso della parola, nella quarta e nella quinta tappa del Tour. I secondi, dopo la batosta in semifinale da parte della Germania, dovranno sorbirsi la rivale storica dell’Argentina nella finale dei Campionati di calcio a casa loro, al Maracanà. Argentina e Germania si incontrano per la terza volta nella finalissima, dopo le edizioni del 1986 e del 1990. Scuola sudamericana e scuola europea tornano a sfidarsi dopo il 2002, quando la finale di Tokio fu tra Brasile e Germania. Da quanto visto finora diremmo che la squadra favorita è la Germania, che punta sul collettivo a differenza dell’Argentina, basata maggiormente sulle individualità, al cospetto comunque di un buon impianto di gioco. Come nel ciclismo, l’unità di una squadra è tutto. Vedremo domenica chi sarà l’Astana della situazione, visto che in questo momento la squadra kazaka, con l’exploit di Nibali al Tour, sta dimostrando forza e coesione che invece la SKY in primis sembra aver smarrito dalle parti della foresta di Arenberg, tra pioggia e pavè.

Giuseppe Scarfone

Sergio Romero para uno dei rigori nella decisiva partita contro lOlanda (foto Ansa)

Sergio Romero para uno dei rigori nella decisiva partita contro l'Olanda (foto Ansa)

CICLOPALLONE: UNDICI PICCOLI (MICA TANTO) KITTEL

La débâcle del calcio brasiliano fa da contraltare al trionfo di quello tedesco. La Germania ottiene con gli interessi la rivincita sul Brasile dopo i Mondiali del 2002 dimostrando di aver imboccato la strada giusta che la colloca ormai saldamente ai massimi livelli del calcio mondiale. E ricorda, con le dovute proporzioni, Marcel Kittel. Perché lo sport è programmazione e risorgere dalle ceneri di un glorioso passato è possibile. L’Italia – calcistica, ciclistica e non solo – prenda esempio.

Sportivamente parlando, il rinnovamento del ciclismo e del calcio tedesco si sono sviluppati di pari passo negli ultimi dieci anni. Dopo i Mondiali di calcio del 2006, la Germania calcistica iniziò a investire sui giovani e su progetti tesi al fair play finanziario e al coinvolgimento sempre più deciso di persone e mezzi affinchè il calcio venisse considerato uno spettacolo più che uno sport, con risultati che sarebbero venuti di conseguenza. La forza e la prospettiva dei vivai, la certezza degli stadi di proprietà, la passione dei tifosi che li riempiva sistematicamente, tutti questi fattori portarono la Germania a scalare il ranking UEFA e a raggiungere l’obiettivo di portare quattro squadre in Champions League, superando la derelitta Italia ed avvicinandosi alle potenze anglo-spagnole. Nel ciclismo abbiamo, invece, assistito, sempre a partire dal 2006, allo sfaldamento inesorabile del ciclismo tedesco, con la fine di Ullrich e della Telekom, ciclista e squadra simboli degli scandali che furono e che diedero il la per un nuovo inizio. Ebbene, anche il ciclismo tedesco in questi anni ha tratto benefici ed oggi possiamo celebrare a ragion veduta le prodezze straordinarie di Marcel Kittel, che miete successi a destra e a manca quando l’arrivo è in volata e che proprio in questi giorni al Tour sta confermando la sua supremazia (già tre tappe vinte su quattro). Se oggi Kittel è uno dei più forti, se non il più forte velocista al mondo, anche altri ciclisti tedeschi di talento come Greipel, Ciolek e Haussler hanno saputo guadagnarsi meritatamente i loro spazi e le luci della ribalta. Al di là dello spettacolo offerto nella prima semifinale del mondiale brasiliano, il dato di fatto più rilevante è che nello sport la programmazione è tutto. Il 7 a 1 finale resterà nella storia del calcio e l’impietosa crudeltà dei numeri supera perfino i nomi dei marcatori o le trame tattiche con cui Low ha saputo imbrigliare il Brasile di Scolari, pur privo di due elementi di classe e carisma come Neymar e Thiago Silva. La superiorità della Germania ha travalicato i confini di Belo Horizonte, sede della partita, dimostrando come nel calcio tutto è possibile. Si spera che questa di stasera sia stata una lezione anche e soprattutto alla FIGC e al movimento calcistico italiano, per troppo tempo afflosciati sugli allori di un Mondiale vinto nel 2006, proprio in Germania, e da cui sembra essere passata un’eternità. E così anche il ciclismo italiano prenda ad esempio questo evento che fa la storia non solo del calcio ma dello sport in generale. Ne tragga insegnamento per puntare sempre di più sui giovani, segua i progetti che in Italia si portano avanti in alcune squadre professional come la Bardiani Valvole – CSF. Insegnare sport non è come insegnare matematica o geografia, ma con i giusti presupposti si può crescere e vincere. La Germania lo sta facendo da un pezzo e sarà la squadra da battere nella finale del Maracanà. Quanto al Brasile, lo possiamo paragonare a un ciclista che buca in continuazione, ma che non può fermarsi all’ennesima foratura e ritirarsi dalla corsa; deve risalire in sella e continuare a pedalare fino all’arrivo. Una partita di calcio finisce al 90° e i calciatori verde oro volevano sparire dal terreno di gioco già dopo mezz’ora del primo tempo. Ricorderanno per tutta la loro vita questa partita e avranno con loro la sensazione perenne dell’impotenza e della sopraffazione. L’8 Luglio 2014 sarà una data da ricordare e un monito da cui ricominciare, nella vita come nello sport.

Giuseppe Scarfone

André Schürrle, il Kittel della nazionale di calcio tedesca, sembra dire Basta, non ce ne è più per nessuno

André Schürrle, il 'Kittel' della nazionale di calcio tedesca, sembra dire 'Basta, non ce ne è più per nessuno'

CICLOPALLONE: LA POVERA ITALIA SUCCHIARUOTE

Il triste Mondiale dell’Italia si conclude al primo turno come quattro anni fa. L’Uruguay ci manda giustamente a casa mettendo in evidenza le gravi carenze di gioco e modulo. Speculare sul risultato, difendere il pareggio e ripartire in contropiede sono ormai concetti che non reggono nel calcio moderno. L’Italia ha un passato glorioso e un presente imbarazzante. Si spera che il futuro sia quantomeno dignitoso. Le dimissioni date da Prandelli e Abete sono forse il primo passo.

Diciamolo subito. Essere succhiaruote, nel ciclismo, e perché no, anche nella vita, può portare a qualche risultato, a qualche effimera soddisfazione, ma col tempo sarà inevitabile la constatazione di una realtà misera. Prendiamo ad esempio la carriera di Alejandro Valverde, ciclista di classe e campione affermato, che per quella mancanza di coraggio o di troppo attendismo avrebbe senz’altro potuto mettere in bacheca altri trofei se in molte fasi di corsa avesse interpretato meglio la tattica da attuare, scattando al momento giusto invece di rimanere immobile e dubbioso sul da farsi, preferendo attaccarsi ad una comoda ruota – di un gregario o di un avversario – e non prendere il vento in prima persona. E così, la triste storia mondiale dell’Italia calcistica si è infranta nell’ultima partita del primo turno contro l’Uruguay, in un match che ha visto un solo tiro in porta da parte degli Azzurri, che non hanno mai impensierito la difesa della Celeste. L’interpretazione della partita ancora più difensivistica, che aveva illuso e fatto sperare nel 3-5-2 iniziale, con la coppia d’attacco Balotelli-Immobile, si è rivelata in tutta la sua miseria nel secondo tempo, quando Prandelli ha cacciato Mario (prestazione insufficiente e nervosa, condita dalla solita ammonizione) per inserire Parolo. Dal 3-5-2 si passava così a un evidente 5-4-1. L’espulsione di Marchisio poi, giusta o sbagliata che fosse, ha definitivamente affossato le speranze dell’attacco, definitivamente volatilizzatosi con l’entrata di Cassano al posto di Immobile. Era l’inizio della fine, a difesa dello 0-0, con un’Italia completamente schiacciata nella propria tre quarti e che soccombeva infine a nove minuti dal termine con un perentorio colpo di testa di Godin sugli sviluppi di un calcio d’angolo. La parata miracolosa di Buffon, qualche minuto prima, su tiro di Suárez in versione Merckx (il morso a Chiellini gli farà cambiare di diritto il suo soprannome da Pistolero a Cannibale) era stata l’inesorabile anticamera dell’imminente tracollo. Alla fine, le dimissioni congiunte di Prandelli e Abete sono state la normale conseguenza allo sfascio. Fin qui l’amara cronaca di una partita che ha visto l’Italia soccombere meritatamente ad una idea di gioco, prima che ad una reale forza dell’avversario. Verranno i tempi delle critiche, anzi sono già iniziati. C’è aria, si spera, di rivoluzione nel calcio italiano. I dirigenti saranno in grado di attuare un modello virtuoso, stile Germania, le cui fondamenta devono essere i vivai e, magari, la limitazione dei social forum e quant’altro, che distraggono spesso gli atleti conferendogli una risonanza mediatica che può rivelarsi un boomerang? Speriamo che il bastone abbia la meglio sulla carota, perché il calcio, e lo sport in generale, è prima di tutto rispetto e non dileggio degli avversari. Non vogliamo puntare il dito su qualcuno in particolare, ma le dichiarazioni di Buffon e di De Rossi a fine partita hanno confermato che nell’ambiente c’è qualche attrito e ben venga un repulisti generale finchè si è in tempo. Questa digressione pedagogica non può comunque far perdere di vista la tattica: ci auguriamo che il catenaccio italiano venga messo da parte a vantaggio di un gioco più offensivo perchè due gol in tre partite e cinque veri tiri in porta è un dato che deve far riflettere, alla luce di uno sport come quello del calcio in cui per vincere bisogna fare gol prima di tutto e non fare le barricate in difesa. Magari se il nuovo CT fosse Guidolin, noto appassionato di ciclismo, potremmo vedere un timido bagliore alla fine del tunnel e il caso di Valverde sarebbe l’esempio chiarificatore per capire il modo di evitare errori in una partita di calcio.

Giuseppe Scarfone

Italia succhiaruote e lUruguay... si mangia gli avversari!

Italia succhiaruote e l'Uruguay... si mangia gli avversari!

CICLOPALLONE: IL COSTA RICA E LO SPIRITO DI “CAICAITO”

Prova ordinata e concreta della squadra costaricana che vince meritatamente contro un’Italia irriconoscibile, che ha forse peccato di presunzione e le cui trame di gioco si sono rivelate prevedibili e macchinose. Costa Rica già agli ottavi, mentre sarà spareggio Italia – Uruguay

Ci stava un ciclista colombiano all’inizio degli anni ‘90 che ci è rimasto in mente, oltre che per il soprannome caratteristico, per il modo in cui interpretava le corse. Stiamo parlando di Nelson Rodríguez, meglio conosciuto dagli appassionati di ciclismo col nome di Cacaito. Ebbene, tra tanti ciclisti del presente e del passato, proprio lui si è fatto strada nei ricordi dello scrivente dopo aver assistito, o meglio essersi sorbito, da italiano, lo spettacolo di Italia – Costa Rica. Perché abbiamo visto nel Costa Rica, nei suoi calciatori, la voglia di lottare, di correre, di pedalare, insomma, che invece è clamorosamente mancata all’Italia, una squadra in cui tutte le cose buone dell’esordio contro l’Inghilterra sono state cancellate oggi in 90 minuti. “Cacaito” non ha mai vinto niente di importante nella sua carriera, ma la sua voglia di lottare, di crederci sempre, alla fine lo portò alla vittoria nella 17° tappa del Tour de France del 1994, quasi alla fine della sua storia ciclistica. E se oggi non parliamo di fine, per l’Italia, è solo perché ci sta un’altra, decisiva partita martedì prossimo contro l’Uruguay, ringalluzzito dalla ritrovata vena di Luis Suárez e pronto alla battaglia a Natal, in quella che sarà una delle partite più elettriche del Mondiale brasiliano. L’incarnazione di “Cacaito” Rodríguez oggi si è materializzata in Bryan Ruiz, che al 44° del secondo tempo si è fatto trovare all’appuntamento con la palla incornando di testa un bel cross dalla sinistra. Al di là del risultato, l’Italia è mancata in ogni zona del campo e la sveglia subita dal gol a fine primo tempo non si è concretizzata nei secondi 45 minuti di partita, nei quali il Costa Rica, ben messo in campo, ha concesso solo qualche tiro da fuori area agli Azzurri. Bisogna anche ritornare alla questione Balotelli, che oggi sembrava un ciclista che pedalava con una bicicletta con le ruote sgonfie: caro Mario, puoi pedalare finchè vuoi, ma gli altri ti supereranno sempre prima o poi se non le sostituisci – cambia testa, metaforicamente parlando. A parte il gol mangiato, quel pallonetto a metà primo tempo che non si può neanche dire abbia sfiorato il palo, il milanista soffre particolarmente la solitudine che lo circonda in attacco, non supportato in maniera efficace da Candreva e Marchisio prima, e da Cassano e Insigne poi. L’Italia ha dato per ampi tratti l’impressione di essere una squadra senza ordine e ordini, e Prandelli, oggi brutta copia di Luca Scinto, ha forse sbagliato ad effettuare troppi cambi iniziali rispetto alla bella vittoria contro gli Inglesi, snaturando la fascia sinistra con Darmian e inserendo su quella destra un Abate che è stato uno dei peggiori in campo. Anche il centrocampo ha perso dinamismo con Thiago Motta al posto di Verratti e le azioni manovrate si sono contate sulla punta delle dita. Infine, il ritorno tra i pali di Buffon al posto di un brillante Sirigu ha completato la brutta figura di squadra e allenatore. In queste incertezze tattiche, il Costa Rica ha saputo destreggiarsi e colpire al momento giusto. Azioni incisive, ficcanti, che hanno spesso messo in ambasce la difesa italiana e che alla fine hanno prodotto un gol soltanto, ma a nostro avviso meritato. Ma oggi lo spirito di “Cacaito” Rodríguez era infuso nei calciatori del Costarica e faceva tutt’uno con la voglia di conquistare un risultato prestigioso. La nazionale centroamericana è già qualificata per gli ottavi di finale ed al 90% sarà prima del girone. Per il secondo posto, Italia-Uruguay di martedì sarà un vero e proprio spareggio. Considerando che l’Uruguay ha avuto un giorno di riposo in più, oltre ad aver ritrovato un vero cecchino del gol come Luis Suárez, e che le condizioni fisiche ma anche mentali sono fondamentali, diamo alla squadra sudamericana un 60% abbondante di superare il turno. L’Italia, a cui basterà il pareggio, martedì giocherà la solita partita attendista e rinunciataria, un fac simile di quella odierna. Ma il contropiede non sempre frutta, nel calcio, e per avere la meglio sull’Uruguay occorrerà molto più che lo spirito di “Cacaito” Rodríguez.

Giuseppe Scarfone

Il goal della nazionale costaricense (it.ibtimes.com)

Il goal della nazionale costaricense (it.ibtimes.com)

CICLOPALLONE: AI MONDIALI L’ITALIA VINCE LA SUA PRIMA TAPPA

Quando ciclismo e calcio si incontrano di solito il ciclista ha la peggio scontrandosi col pallone che rotola sulla strada, ma questa volta abbiamo provato a commentare in un modo un po’ particolare la vittoria all’esordio mondiale dell’Italia contro l’Inghilterra. Il mondiale aggrega, ma sia ciclismo che calcio, senza gregari, non sarebbero la stessa cosa.

E’ sempre difficile fare un parallelismo tra calcio e ciclismo ma in queste afose notti mondiali – soprattutto in Brasile – la penna, o se vogliamo la tastiera, vivono quasi di vita propria e ci conducono verso vette inesplorate di critiche, commenti, osservazioni e tutto ciò che ruota, è proprio il caso di dirlo, intorno ad un evento che si ripete ogni quattro anni ed appassiona il tifoso italiano, che nel calcio della Nazionale vede un’unità di intenti e di aggregazione che forse in altre situazioni e momenti gli è aliena. Inebriati da qualche birretta di troppo nel cuore della notte ma consapevoli di scrivere un articolo quanto più realistico, seppur fermi alla nostra passione verso il ciclismo, ci siamo avvicinati all’esordio in quel di Manaus come un ciclista attende l’inizio di un Giro d’Italia o di un Tour de France, nel rispetto di una manifestazione che concentra in un mese il meglio del calcio mondiale. E già si può cogliere una prima similitudine con un grande giro, in cui i ciclisti sanno di mettersi in mostra per fare il possibile ed ottenere dei risultati, che siano un piazzamento, una vittoria, la conquista anche effimera di una maglia. Italia contro Inghilterra, quindi, un duello tra squadre che hanno fatto la storia del calcio e che si sono affrontate con fierezza in un ambiente quasi insostenibile, dal punto di vista climatico. Caldo torrido oltre i 30° e umidità vicina all’80% – praticamente una situazione che si avvicina a quella di una tappa di metà Luglio del Tour – non hanno impedito uno spettacolo all’altezza di un evento così importante. Le prime fasi della gara hanno ricordato un testa a testa tra due ciclisti. Occasioni da gol si sono alternate come fossero state allunghi in salita di scalatori d’altri tempi, senza aspettare le fasi finali di una corsa ciclistica. Se, ad esempio, nella tappa di ieri del Delfinato Contador ha attaccato Froome solamente negli ultimi 2 km, gli avversari in campo, presi nella totalità, non si sono per niente studiati ma hanno cercato subito di imporre il loro gioco. Balotelli da una parte e Sturridge dall’altra iniziavano a prendere le misure della porta come si prepara una bici da corsa per una cronometro. La partita veniva giocata molto a centrocampo, con gli inglesi ben schierati dalla vecchia volpe di Hodgson che, come un Riis qualsiasi, provava a ingarbugliare la manovra azzurra, che si affidava al solito Pirlo, circondato più che alto da fedeli gregari – i vari Verratti, Marchisio e Candreva – che dovevano mettere in moto il vero capitano, nei panni di Balotelli, pilastro sul quale si fondavano gli attacchi dell’Italia. Schemi a specchio (4 – 2 – 3 -1, che molto spesso si trasformavano in 4-5-1) in cui l’Inghilterra dimostrava, nella fase centrale del primo tempo, di essere più incisiva nell’area azzurra, in cui le percussioni prima di Sterling e poi di Sturridge mettevano in apprensione la difesa italiana, nella quale Paletta se la cavava con mestiere, protetto da un Barzagli che sembrava aver superato i problemi fisici che lo avevano assillato prima della partenza per il Brasile. Proprio Barzagli, dimostrando un’istinto da velocista più che da difensore, si fiondava su un pericoloso pallone servito al centro dell’area ed evitava un gol quasi sicuro intorno al 30° del primo tempo. Passato il pericolo, l’Italia tornava a ruminare calcio e al 35°, su schema da calcio d’angolo, sbloccava il risultato con una staffilata a fil di palo di Marchisio dai 25 metri. Quel tiro teso e angolato lo possiamo paragonare alla micidiale sparata di Mark Cavendish, guarda caso proprio un inglese, spesso protagonista di sprint brucianti. La reazione dell’Inghilterra non si faceva attendere e dopo un paio di minuti Rooney, fino a quel momento piuttosto in ombra, forniva un cross al bacio per Surridge, il quale doveva solamente appoggiare la palla in rete. Un’azione in cui l’assist ha rubato la scena al gol stesso, come fosse un’azione preparata da un gruppo di ciclisti in fuga, i cui gli attacchi nel finale di tappa si moltiplicano per riuscire ad raggiungere la vittoria. Il pareggio raggiunto dava di nuovo la scossa all’Italia, che questa volta concludeva il primo tempo attaccando con decisione ed avendo due chiare occasioni da rete prima con Balotelli e poi con Candreva. Il bresciano era protagonista di un pallonetto che Jagielka toglieva dalla porta con un colpo di testa, mentre il romano sull’angolo successivo provava a sorprendere Hart sul primo palo, ma il palo gli negava il gol. Come due ciclisti pronti a riprendere vigore nella fase finale di una tappa, l’intervallo sanciva il momentaneo riposo delle due squadre che, dopo la pausa, riprendevano a darsi battaglia. L’Italia iniziava meglio il secondo tempo e trovava il raddoppio dopo cinque minuti con un’iniziativa di Candreva sulla fascia destra, abile a crossare sul secondo palo un pallone che Balotelli doveva solamente appoggiare in rete. Come quando un ciclista vede la “flamme rouge” dell’ultimo chilometro, l’Italia iniziava così a credere di poter vincere la partita. Gli attacchi degli inglesi si facevano sempre più confusi e disordinati e Sirigu era chiamato ad alcuni interventi decisivi su tiri da fuori area. Il portiere sardo, la cui flemma ricorda quella di un Moser d’annata, si mostra sicuro nel ruolo e non fa rimpiangere Gigi Buffon, costretto al forfait dopo un infortunio alla caviglia. L’Italia terminava con un 4-1-4-1 ultra difensivo a protezione del risultato e agguantava la Costarica in testa al gruppo D. Due squadre già in fuga, che si sfideranno venerdì prossimo per la leadership del girone. Una con la maglia azzurra e l’altra con quella rossa, alla ricerca dei punti necessari a passare il turno.

Giuseppe Scarfone

Marchisio è il nostro primo Marc... Cavendish: è suo il primo sprint in porta degli azzurri (foto Getty)

Marchisio è il nostro primo Marc... Cavendish: è suo il primo 'sprint' in porta degli azzurri (foto Getty)